L’università truccata
“Il tema essenziale di questo libro è che l’università italiana non si riforma con gli appelli al civismo né con una nuova ondata di regole, prescrizioni e controlli, né con azioni della magistratura. Ciò che serve all’università italiana è una cosa sola: un sistema di incentivi e disincentivi adeguati, per cui sia nell’interesse stesso degli individui cercare di fare buona ricerca e buona didattica, ed evitare comportamenti clientelari. Ma come far sì che gli individui, facendo il proprio interesse, attuino automaticamente comportamenti virtuosi? Basta applicare un principio molto semplice: «le risorse seguano la qualità», sia (e questo è importante) a livello di individui che a livello di atenei. Il vero indice della decadenza dell’università italiana non è tanto il famoso brain drain, cioè l’esodo di ricercatori all’estero, quanto il fatto che pochi studenti e ricercatori stranieri vogliono venire da noi a studiare e fare ricerca.”
Dopo esserci occupati dei problemi della scuola, volgiamo la nostra attenzione al settore terziario dell’istruzione e della formazione, quello universitario. Lo facciamo recensendo L’università truccata. Gli scandali del malcostume accademico e le ricette per rilanciare l’università (Torino 2008), un saggio scritto da Roberto Perotti già docente di economia alla Columbia University e ora alla Bocconi di Milano.
Ripercorrendo alcuni recenti scandali del nostro mondo accademico, P. presenta ai lettori la situazione di grande difficoltà in cui si trova l’università italiana. Il suo saggio non si limita però alla denuncia, ma propone un progetto di riforma a partire da un’analisi dei problemi delle istituzioni universitarie, dai falsi miti che le giustificano, dai limiti delle soluzioni solitamente avanzate e delle velleità delle riforme che si sono susseguite.
Come mostrano gli scandali scoppiati all’università di Bari, i problemi che affliggono gli atenei italiani sono molteplici e tutti interconnessi. Il caso pugliese si contraddistingue in particolare per gli episodi di nepotismo, cioè l’attribuzione di posti a congiunti e parenti senza che nelle procedure di selezione concorsuale si tenga conto dei meriti. Non solo: figli, nipoti e altri parenti prima accedono senza solidi requisiti scientifici al ruolo accademico, poi bruciano le tappe della carriera, giungendo in brevissimo tempo a ricoprire l’incarico di professore ordinario.
Tali comportamenti sono per P. il risultato di un sistema che non fornisce incentivi alle pratiche virtuose; anzi, il funzionamento delle istituzioni accademiche si basa su un ‘equilibrio perverso‘: poiché si ritiene che tutti gli altri ricorrano a mezzi scorretti per imporre i loro candidati, ci si sente autorizzati ad usare gli stessi metodi per far vincere i propri. Ad aggravare la situazione si aggiunge il fatto che buona parte dei docenti non direttamente o marginalmente coinvolti in queste vicende non può denunciarle perché fortemente condizionato dalla minaccia di veder la propria carriera rovinata. Si crea dunque un clima di omertà, che P. non esita a definire ‘mafioso’.
Questi e altri problemi connessi con il funzionamento dell’università sono da tempo riconosciuti da addetti ai lavori e da politici. Si rileva tuttavia la costante tendenza a limitarne la portata. Ed è appunto nel senso del ridimensionamento che agiscono quattro “falsi miti“, nei quali si ripone una diffusa, ma erronea, credenza.
Innanzi tutto la penuria delle risorse: la denuncia della mancanza di fondi è, come è noto, un ritornello frequente; tuttavia, una considerazione non superficiale dei dati a disposizione dimostra che il problema italiano non risiede nella scarsità degli investimenti (la spesa per studente e quella per docente sono in linea con quelle europee), ma nella loro distribuzione: si favorisce ad es. l’aumento degli stipendi secondo l’anzianità e non secondo criteri determinati dalla produttività; ci sono quindi persone che rendono poco, ma guadagnano moltissimo.
A questo lamento sulle scarse risorse si unisce un’orgogliosa rivendicazione, quella per cui, pur essendo ‘poveri’, i ricercatori italiani sono bravi. Per P. si tratta semplicemente di ‘retorica’, in quanto i criteri internazionali di misurazione dell’attività di ricerca, a partire da quello bibliometrico, mostrano per il nostro paese una posizione di retrovia. L’Italia non svolge affatto un ruolo di primo piano nella ricerca mondiale.
E ciò va di pari passo con ciò che P. definisce l’incomprensione della ricerca. Le pratiche di nepotismo e clientelismo si attuano proprio lì dove non si capisce veramente quello che è il compito delle istituzioni universitarie: un lavoro costante di ricerca, fatto di abnegazione e sacrificio, che potrebbe anche non condurre da nessuna parte. Questa incomprensione crea quindi una condizione di ‘selezione avversa‘, che spinge i migliori ad abbandonare un campo in cui non ci si può far valere attraverso la competizione.
L’ultimo falso mito è quello dell’università egalitaria, garantita da tasse non elevate. Solitamente si ritiene infatti che l’aumento delle rette possa pregiudicare l’accesso dei meno abbienti all’istruzione terziaria; tuttavia, per l’autore, con il sistema dell’università gratuita (o quasi) ci si trova paradossalmente di fronte ad una struttura di prelievo regressiva: si tratta cioè di un sistema di cui beneficiano sostanzialmente i ricchi, che pagano poco, e da cui non traggono effettivi vantaggi i poveri.
Al contrario per P. le rette devono essere di molto aumentate per gli abbienti, in modo da sostenere i costi di un sistema universitario competitivo; i ragazzi con minori possibilità devono essere invece aiutati attraverso una politica di sussidi e di prestiti ad onore condizionati al reddito futuro. In altri termini, accanto al sostegno per le persone più disagiate economicamente, si deve istituire un sistema di prestiti per la maggior parte degli studenti, che dovranno rifondere nel tempo le somme ricevute secondo le capacità economiche raggiunte nella carriera lavorativa.
E’ questo uno dei cardini della riforma proposta da P., che prende le distanze da quelle avanzate dalla Moratti nel 2004 e da Mussi nel 2007. Tali tentativi di rinnovamento delle istituzioni accademiche si sono infatti inseriti nel solco di una delle tradizionali strategie adottate per affrontare i problemi dell’università: quella dell’intervento normativo. Per P., tuttavia, tale strategia si è rivelata più volte fallimentare, in quanto le varie riforme non si sono mai accompagnate ad una serie di incentivi che potessero in qualche modo far desistere dal costante aggiramento delle regole. E senza un complesso di incentivi si rivelano velleitari tanto i richiami ad un comportamento più morale e responsabile, quanto il ricorso alla magistratura, che fatica a formulare capi di imputazione di fronte a concorsi formalmente corretti, ma nella sostanza corrotti.
La proposta di riforma di P. si fonda quindi sulla presenza di incentivi, di natura economica, a comportarsi in maniera tale da produrre una buona didattica ed una buona ricerca. Si tratta quindi di eliminare le posizioni acquisite e gli stipendi garantiti dall’anzianità e di valutare invece il merito nella produzione scientifica, in modo tale da poter pagare più un promettente ricercatore che un professore ordinario. Per fare ciò occorre accentuare la competizione attraverso una consistente distribuzione dei fondi secondo valutazioni della produttività in ambito scientifico. A questo punto gli atenei avrebbero tutto l’interesse ad acquisire i migliori ricercatori per ottenere più denaro dallo stato.
Tuttavia, tale denaro non dovrebbe essere attribuito sulla base di criteri uniformi e centralistici, ma attraverso una valutazione compiuta da scienziati indipendenti, che tengano conto, per quanto possibile, delle specificità del singolo dipartimento sottoposto a giudizio e della qualità del singolo ricercatore. A questo provvedimento, integrato con il già accennato aumento delle rette universitarie, si accompagnano inoltre: 1) l’aumento della mobilità degli studenti, che è bassissima in Italia; 2) la liberalizzazione degli stipendi dei docenti, che devono essere messi alla prova; 3) l’eliminazione dei concorsi, che presuppone 4) l’abolizione della validità legale del titolo di studio; 5) la liberalizzazione della didattica; 6) l’estensione del numero chiuso.
Da questa riforma deriverebbero a cascata le soluzioni per una serie di problemi: la questione della struttura dei corsi (3+2); il non facile rapporto tra università e imprese; la razionalizzazione e diminuzione dei corsi accademici; la riduzione dei tempi per la laurea; gli abusi delle lauree honoris causa e di quelle ‘facili’; il rapporto tra impieghi a tempo pieno e a tempo parziale per i docenti; la scarsa internazionalizzazione; il mancato ricorso alla peer review (cioè alla valutazione di attività scientifica individuale e di dipartimento da parte di altri scienziati); la piramide rovesciata dei ruoli accademici, caratterizzata cioè da uno strato troppo ampio al vertice (un numero di ordinari pari quasi a quello dei ricercatori).
Per la dettagliata trattazione di tutti questi aspetti si rinvia al libro; si rimanda inoltre alle conclusioni per l’individuazione di alcune criticità della riforma proposta, quali il possibile aumento dei costi, le nuove forme di favoritismo (per i figli dei finanziatori), la commercializzazione della cultura (influenza delle grandi corporations sull’attività di ricerca).
In sede di commento mi limito ad una sola osservazione. La puntuale ricostruzione di P. non considera che il funzionamento delle istituzioni universitarie è di fatto in sintonia con una società, quella italiana, ancora basata sul rango. I potenti accademici non considerano la propria posizione come determinata solo da una professionalità personale, ma piuttosto come una dignità nobiliare: vocata quindi all’ereditarietà, foss’anche a favore di ‘figli adottivi’. In questo senso non sono convinto che la soluzione ‘tecnologica’ e, per così dire, ‘comportamentista’ di P. (incentivi-rinforzo) sia efficace. In realtà il piano decisivo rimane a mio avviso quello etico, che l’autore ritiene invece velleitario. Sono i valori della democrazia e della modernità, che, posti alla base della “scienza come professione”, devono essere condivisi dai membri della comunità di ricercatori. Riconoscere di fatto l’avidità come movente è invece molto rischioso, come mostra l’odierna crisi economica. E, dal mio punto di vista, non si tratta di una via obbligata perché la brama, per quanto sia un istinto importante, non è certo l’unico impulso fondamentale delle azioni umane.
E. R.
Tags: Casta, Cervelli, merito, università

luglio 8th, 2009 at 8:00 pm
Sono parzialmente d’accordo con te.
Concordo che non può essere il motore propulsivo delle nostre università un non valore come la brama, ciò non toglie che il professor Perotti avanza una proposta diversa, un’alternativa al laisser faire attuale.
Quello che vorrei però evidenziare è che non si può sempre fare appello alla moralizzazione della comunità quando è lampante la mancanza di valori nei singoli.
Purtroppo la massa non potrà mai essere migliore del singolo!!!!!
Quello che voglio dire è che, a prescindere dai massimi sistemi, guardandoci intorno, nel quotidiano, vediamo che le persone non hanno principi alla base delle loro scelte e delle loro azioni.
Qualsiasi alibi è ammesso! perché non sappiamo agire secondo coscienza personale.
Purtroppo è alla luce del sole che gli atteggiamenti di clientelismo, nepotismo ed omertà , denunciati nel post, sono parte integrante del comportamento moderno!
E’ necessario rivedere le priorità , i valori irrinunciabili devono maturare secondo la nostra coscienza e non rispondere ai dictat imposti.
Ritengo che non possa più essere questa società il metro delle nostre valutazioni,bensì la famiglia.
Deve essere la famiglia il nucleo principale dove si rafforzano i valori e crescono i futuri protagonisti della comunità .
Io penso che la società sia già da tempo allo sfacelo e il tentativo di distruggere la famiglia sia il colpo finale per ottenere un branco di pecore facilmente governabile!!!!