I sette saperi per l’educazione del futuro

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“La conoscenza dei problemi cruciali del mondo, per quanto aleatoria e difficile, deve essere perseguita pena l’infermità cognitiva. L’era planetaria necessita di situare ogni cosa nel contesto e nel complesso planetario. La conoscenza del mondo in quanto mondo diviene una necessità nel contempo intellettuale e vitale. È il problema universale per ogni cittadino del nuovo millennio: Come acquisire l’accesso alle informazioni sul mondo e come acquisire la possibilità di articolarle e organizzarle? Come percepire e concepire il Contesto, il Globale (la relazione tutto/parti), il multidimensionale, il complesso?“.

Ci avviciniamo al tema fondamentale e quanto mai attuale dell’educazione con questo post dedicato ad un noto saggio dell’importante sociologo francese Edgar Morin: I sette saperi necessari all’educazione del futuro (Milano 2001). Forte della sua lunga riflessione sulla complessità umana, M., sollecitato al riguardo dall’Unesco, avanza una proposta di riforma del pensiero attraverso sette saperi che a suo avviso devono informare l’educazione degli uomini del secolo XXI, se si vuole sperare in un futuro migliore.

Il primo sapere è la conoscenza della conoscenza, cioè la consapevolezza dei limiti e della possibilità dell’attività cognitiva umana. In tal senso, secondo M., è necessario innanzitutto rendersi conto della propensione degli uomini all’errore e all’illusione, che possono avere diverse cause: le percezioni ingannevoli e distorte, le rielaborazioni cerebrali, la memoria fallace, le false credenze, i condizionamenti emotivi. Persino la ragione può indurci in errore nel momento in cui non è più aperta ed autocritica: essa è dominata allora dalla razionalizzazione, un meccanismo con cui si difendono logicamente posizioni inficiate da presupposti erronei o parziali, si evitano le critiche, si compiono riduzioni unilaterali. È dunque necessario tener tutto sotto un vigile controllo, perché anche i nostri paradigmi conoscitivi possono essere minati da prese di posizione che non sono più compatibili con la prospettiva planetaria della nostra epoca.
La conoscenza deve essere dunque pertinente, come vuole il secondo cardine dell’educazione che M. individua. Il sapere parziale, prodotto dall’iperspecializzazione, deve essere ricondotto in un orizzonte più ampio, che tenga conto del contesto dei fenomeni, della loro multidimensionalità, complessità e globalità. Per questo motivo M. valorizza un’intelligenza generale, che meglio corrisponde alla natura di una mente intesa come GPS, cioè General Problems Setting and Solving. Ad essa si contrappongono la riduzione, la specializzazione, la falsa razionalità tecnocratica e unilaterale, che hanno gravi ricadute anche in ambito etico in quanto attenuano il senso di responsabilità e di solidarietà.
Al centro dell’educazione si colloca dunque la conoscenza della condizione dell’uomoil terzo sapere –, inteso come complessa unità fisica, biologica, psichica, culturale, sociale e storica. Tale unità è infatti disintegrata dall’attuale compartimentazione delle scienze, che operano per disgiunzione e riduzione. Occorre invece comprendere la condizione umana nella sua multidimensionalità e nella sua paradossale unidualità: l’uomo è al contempo nella natura e fuori della natura, essere biologico ed essere culturale, super-vivente ed iper-vivente. M. descrive quindi l’umanità attraverso degli anelli triadici, i cui elementi sono in costante e reciproca interazione: cervello-cultura-mente; ragione-affetto-pulsione; individuo-specie-società. Queste diverse costruzioni concettuali servono allo studioso francese per approdare alla conclusione dell’unidiversità umana, riscontrabile nella genetica, nella cultura, nell’organizzazione sociale. Il secolo che si è aperto non può quindi più accettare di leggere l’uomo solo nella sua dimensione economica, razionale, tecnica, utilitaristica; deve piuttosto assumere il paradigma dell’homo complexus, che ammette pure la follia tra le sue essenziali componenti.
Ma oltre questa complessità umana occorre insegnare anche l’identità terrestreil quarto sapere. È necessario infatti riconoscere il nostro destino planetario che è diventato sempre più evidente con l’accelerarsi del processo di mondializzazione negli ultimi secoli. Non è facile tuttavia governare il vortice in movimento che è il nostro pianeta. Anche in questo caso bisogna ricorrere ad un pensiero policentrico, relazionale, globale, multidimensionale, che ci permetta di superare le eredità negative – di morte, dice M. – che il XX secolo ci ha lasciato: 1) le barbarie coniugate della violenza atavica e della razionalizzazione disumana; 2) il potere di autoannientamento dell’uomo attraverso la distruzione dell’ambiente e dell’anima. Ma vi sono anche dei lasciti positivi del secolo appena trascorso, delle controcorrenti di pensiero che dischiudono nuove possibilità per il futuro: la concezione qualitativa ed ecologica della vita, l’opposizione all’utilitarismo, la resistenza al consumo standardizzato attraverso la frugalità e l’intensità delle esperienze vissute, l’emancipazione dalla dominazione del denaro, l’etica della pacificazione. Tutte queste componenti possono contribuire alla formazione di una simbiosofia, cioè di una saggezza del vivere insieme in un mondo che, considerato policentrico ed acentrico, diventi la nostra prima ed ultima patria.
La proposta di questa nuova visione dell’uomo e del pianeta rimane una possibilità aperta. Non c’è infatti alcuna necessità che questo auspicabile scenario si verifichi. Si tratta di una delle tante scommesse degli uomini che devono imparare – quinto sapere – ad affrontare le incertezze. Per M. il mondo si muove secondo un altro anello dialogico: ordine-disordine-organizzazione, che l’uomo padroneggia con difficoltà. Tuttavia, il principio di incertezza che caratterizza la conoscenza umana del reale deve permettere l’acquisizione di una nuova consapevolezza dell’agire. M. introduce al riguardo il concetto di ecologia dell’azione, che porta a tener conto della complessità delle interazioni umane ed ambientali e delle loro eventuali conseguenze imprevedibili. Ciò non toglie che l’uomo cosciente di questa situazione possa effettuare verifiche, esami, congetture per cercare di evitare conseguenze dannose o addirittura disastrose. Scommessa e strategia diventano quindi i due cardini dell’azione secondo il sociologo francese, in quanto si deve prendere una decisione dagli effetti da ultimo imperscrutabili; e ciò sulla base di una valutazione, per quanto possibile accurata, dello scenario.
Il sesto sapere necessario all’educazione del futuro è per M. la comprensione, fondamentale per la convivenza umana specie nell’attuale fase di mondializzazione che ha moltiplicato le interdipendenze e mostrato ancora di più il comune destino degli uomini nella vita e nella morte. Ci sono due tipi di comprensione per il sociologo francese: la prima, oggettiva, si basa sulla spiegazione; la seconda, intersoggettiva, si fonda sull’identificazione con l’altro. Tanti sono gli ostacoli alla comprensione, che devono essere studiati per capire le ragioni dell’incomprensione sempre più generalizzata, originata da egocentrismo, etnocentrismo, sociocentrismo, spirito di riduzione. Ad essa si deve opporre un’etica della comprensione che non scusa né accusa, ma 1) si fonda sulla coscienza della complessità umana, cioè sulla considerazione dei contesti, del locale e del globale, dell’essere e del suo ambiente, del multidimensionale, 2) si apre incondizionatamente agli altri e 3) induce all’introspezione e al decentramento come pratiche autocritiche.
L’etica della comprensione si inserisce in una più generale etica del genere umanoil settimo e ultimo sapere. A partire dall’anello individuo-società-specie l’antropoetica accoglie il destino umano nella sua pienezza con tutte le sue contraddizioni; richiede dunque di realizzare completamente l’umanità che è in noi e nel mondo, di compiere l’unità planetaria, di rispettare negli altri l’uguaglianza e la differenza, di sviluppare il senso della solidarietà e lo spirito della comprensione. Per questo motivo M. ritiene che la democrazia possieda i caratteri per facilitare questo progetto proiettato verso un futuro incerto, ma ancora aperto a tutte le possibilità. Una democrazia che ripropone quell’apertura, quella dialogicità, che sono necessarie per dare conto della complessità degli uomini, anche nelle loro differenze e nei loro antagonismi.

M. parla quindi apertamente di “cittadinanza terrestre”, e di “coscienza civica terrestre”, concetti che possiamo facilmente congiungere con quello di ‘cittadinanza globale’ che ha sollecitato tanti post nel corso dell’ultimo anno. Di fronte ad una “Terra-Patria” in pericolo è necessaria una pedagogia nuova, capace di rilevare i limiti della modernità e di superarli (limiti insiti, peraltro, nello stesso concetto di cittadinanza). Una pedagogia democratica, che scansi pericolose logiche dominative, oggi molto aggressive, e che formi gli uomini, attraverso un modo dialettico, a compiere azioni in nome non di un’umanità astratta, ma assolutamente “concreta” – per dirla con Carlo Galli (L’umanità multiculturale, Bologna 2008). Una concretezza che il concetto di umanità ha assunto secondo M. da quando, purtroppo, è in pericolo di vita.

E.R.

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