La società ‘low cost’

“Il processo in atto ha le dimensioni epocali di una trasformazione sociale nella quale il ceto medio, come eravamo abituati a intenderlo venti o trent’anni fa, svanisce, sostituito da una società più polarizzata: professionisti, operatori dei mercati finanziari, lavoratori della conoscenza, addetti ai servizi “protetti”, imprenditori dei settori innovativi sanno posizionarsi laddove il nuovo sistema economico produce o distribuisce ricchezza e quindi riescono a garantirsi un reddito comunque crescente. È la “società creativa” […]. Dall’altro lato si ammassa la forza-lavoro a più bassa specializzazione: operai dell’industria esposta alla concorrenza internazionale, impiegati e dipendenti dei servizi tradizionali (dal trasporto alla ristorazione), tutti stretti tra compressione dei redditi e riduzione delle garanzie sociali.”
Torniamo ad occuparci delle conseguenze sociali della globalizzazione recensendo La fine del ceto medio e la nascita della società low cost (Torino 2006), un libro scritto da Massimo Gaggi, giornalista del “Corriere della Sera”, e da Edoardo Narduzzi, manager ed imprenditore nel campo dell’Hi-Tech.
In questo breve, ma denso saggio gli autori cercano di dare conto delle profonde trasformazioni che stanno investendo la struttura delle società occidentali e, in particolare, della scomparsa della classe media, per oltre due secoli posta al centro della vita politica, economica e sociale dei paesi più avanzati.
Secondo G. e N. questa scomparsa deve essere attribuita al terremoto socio-economico provocato dalla mondializzazione e dal concomitante sviluppo di nuove tecnologie. Tali fenomeni hanno innescato processi di deindustrializzazione nei paesi più avanzati, di delocalizzazione della produzione di beni – favoriti dalla disponibilità di nuove ingenti masse di manodopera a basso costo –, di costituzione di nuovi promettenti mercati. Si tratta naturalmente di processi globali, trasversali e complessi, che hanno ripercussioni – non solo di ordine economico – sull’intero pianeta.
La più rilevante è certamente la polarizzazione della struttura sociale dovuta alla decisa accentuazione delle diseguaglianze, cioè alla cosiddetta divaricazione della forbice tra ricchi e poveri. Al riguardo G. e N. scendono maggiormente nel dettaglio e presentano un modello di questa nuova stratificazione: al vertice si pone un’“aristocrazia” ricchissima e patrimonializzata, che annovera tra le sue fila gli imprenditori che hanno vinto alla ‘roulette’ dell’economia globale; quindi vi è un’élite di tecnocrati della conoscenza dai redditi medio-alti; poi si individua lo strato più ampio, dai redditi medio-bassi, che può accedere alle offerte sempre più variegate dei beni e servizi ‘low cost’; infine, alla base, vi è un nuovo proletariato (operai, pensionati, insegnanti, dipendenti pubblici con famiglia a carico), che viene sempre più schiacciato su modelli di esistenza da Terzo Mondo.
In questa struttura sociale si dissolve la classe media, grande protagonista collettivo del secolo XX, che ha costituito non solo il principale sbocco dell’offerta di beni nella società industriale, ma anche un elemento di stabilizzazione nei confronti delle spinte emancipatrici delle classi inferiori, sia nel male (regimi totalitari) che nel bene (welfare state). Di fronte ai processi trasformativi della globalizzazione essa ha perso la propria identità e le proprie ragioni d’essere, anche se in Europa continentale il suo modello tarda a morire: essa rimane infatti ancora un punto di riferimento ideale delle rivendicazioni di gruppi organizzati di cittadini e, soprattutto, dei programmi dei politici che sono ancora alla ricerca di un elettore di ‘centro’, ormai non più esistente.
Contemporaneamente, altre società europee ed extraeuropee si stanno incamminando verso modelli politico-sociali post-classe media: è il caso ad esempio dei paesi scandinavi che uniscono flessibilità del lavoro con redditi standardizzati e prestazioni pubbliche di alta qualità; ma anche degli americani, che preferiscono però una struttura più dinamica, più mobile, ma anche molto meno egualitaria; mentre i cinesi, infine, subordinano ad un’élite politico-economica di nuovi ‘mandarini’ un grande strato sociale consenziente a regole calate dall’alto.
Ad ogni modo, al di là di queste particolari configurazioni, per gli autori il dato fondamentale di cui occorre tener conto è la formazione di un gruppo ampio, magmatico e multiforme, unificato da una propensione consumistica accentuata e diversificata rispetto al precedente ceto medio: si tratta della classe di massa o, più specificamente, ‘low cost’, in quanto le maggiori possibilità di consumo dei suoi membri, a parità di reddito, dipendono dalla compressione dei prezzi dei beni e dei servizi offerti nell’economia globale. Il soggetto ‘low cost’ è interessato al binomio prezzo-praticità di consumo ed è pronto a migrare in qualsiasi momento verso un altro fornitore quando ne può trarre un vantaggio. Tale soggetto si inserisce in un contesto flessibile, de-istituzionalizzato, sotto-ideologizzato, aperto alle nuove forme di comunicazione, ma distaccato rispetto alle tradizionali agenzie di socializzazione, a cominciare dalla famiglia.
Per rispondere a queste esigenze si è sviluppato un circuito produttivo e distributivo ‘low cost’ che comprende ora catene mondiali quali IKEA, Ryanair, Wal-Mart, Virgin, Zara, Pret à manger, H & M, Skype. Il grande successo di queste aziende è il stato frutto delle loro capacità 1) di cogliere la voglia diffusa di consumare di più e meglio; 2) di far spendere molto meno per beni e servizi; 3) di offrire prodotti flessibili e componibili, in grado di coniugare standardizzazione e personalizzazione. Per ottenere questi risultati esse sfruttano non solo le produzioni a basso costo nei paesi emergenti, ma anche l’abbattimento dei costi nella gestione dell’informazione dovuto all’impiego delle nuove tecnologie. Inoltre, alcuni di questi soggetti economici emergenti stanno dando vita a forme di coproduzione del valore dei prodotti con i propri clienti secondo la logica dell’open source.
Per gli autori questi mutamenti hanno un profondo impatto sulla dimensione politica. Lo spostamento della ricchezza verso i paesi emergenti sta mettendo fortemente in difficoltà il modello del welfare state, che è diventato dominante in Europa subito dopo la seconda guerra mondiale. Tale modello deve essere profondamente rivisto in quanto da un lato si assiste ad un impoverimento delle economie nazionali, i cui settori produttivi stentano a tenere il passo della concorrenza statunitense ed asiatica, e dall’altro si registra l’innalzamento esponenziale dei costi – soprattutto previdenziali e sanitari –, dovuti all’invecchiamento della popolazione. Nonostante l’evidenza di questo andamento negativo, l’Europa sembra da una parte incapace di invertire unitariamente la rotta sull’economia e dall’altra non voler rinunciare alle proprie diffuse garanzie sociali. In questa situazione alcuni stati – ad esempio la Finlandia e l’Irlanda – hanno già scelto di accettare la sfida, mentre altri sono fermi da anni in una preoccupante condizione di stagnazione se non di recessione.
Tra questi ultimi paesi vi è l’Italia la cui élite non è in grado di affrontare le sfide della globalizzazione e di una società la cui struttura è stata profondamente modificata dal mercato ‘low cost’. I due autori forniscono al riguardo una serie di consigli per orientare le politiche del paese: 1) defiscalizzare il lavoro, in particolare quello intellettuale; 2) favorire la diffusione di prodotti ‘low cost’, dando alle aziende un’organizzazione di respiro globale; 3) facilitare la diffusione del capitale privato a scuola, nella sanità, nelle pensioni; 4) valorizzare il made in Italy e l’italian way of life; 5) dare forte impulso al turismo, che è l’unica vera risorsa inesauribile del paese.
I problemi sono naturalmente molto complessi perché l’Italia (e l’Europa) deve cercare non solo di garantire accettabili livelli di occupazione, ma soprattutto di mantenere adeguate prestazioni sociali – che sono state conquiste essenziali della sua storia nel XX secolo –, magari abbassandone il costo. Per gli autori, infatti, anche i servizi erogati dallo stato devono adeguarsi alla modalità ‘low cost’, cioè allo stesso tempo migliorare e calare di prezzo in maniera consistente. Lo pretende questa magmatica classe di massa che fa di questa esigenza la sua principale, anche se piuttosto implicita, richiesta politica. In tal senso – avvertono G. e N. – tale strato potrebbe addirittura acconsentire a soluzioni politiche radicali di tipo illiberale, che potrebbero comportare da un lato 1) atteggiamenti antiglobalizzanti, contrari al libero scambio e al pluralismo culturale, e dall’altro 2) la perdita di diritti e di libertà, in cambio di una maggiore capacità di consumare. In questo senso le élites attardate dell’Europa potrebbero giovarsi di una grande risorsa, cioè la propria storia, per evitare esiti anti-democratici e lesivi dei diritti dei cittadini e per elaborare soluzioni più efficaci.
G. e N. invocano infine un neo-umanesimo e un neo-rinascimento, che sappiano orientare per il meglio la nuova società di massa ‘low cost’ in Italia e nel mondo. Ma questa conclusione, peraltro poco sviluppata, stona con alcune delle loro posizioni, espresse in qua e in là nel corso della loro penetrante e, per larghissima parte, condivisibile analisi: la necessità di riassegnare “un ruolo minimo all’attività pubblica”; l’esame non critico di spinte iper-individualistiche post-moderne; il favore per una gestione imprenditoriale di infrastrutture, scuole, servizi e giustizia; il semplice riconoscimento dell’esistenza di un’aristocrazia di ultra-ricchi, senza comprenderne l’intrinseca pericolosità per la democrazia; il silenzio su tutte le implicazioni di sfruttamento e neocolonialismo delle produzioni low-cost; il disinteresse per la questione del ‘nuovo proletariato’. Queste e altre posizioni sottendono una configurazione di valori piuttosto differente rispetto a quella presupposta dal modello di cittadinanza globale, finalizzato alla fioritura di ciascuna persona, su cui si è riflettuto in molti dei precedenti post.
E.R.
Tags: ceto medio, low cost
giugno 14th, 2010 at 8:29 am
La proposta di modifica dell’art. 41 della Costituzione e la questione di Pomigliano mi confermano nel timore che le élites italiane cerchino di trovare una soluzione molto vicina a quella della Cina, che comporta una compressione verso il basso delle retribuzioni, la cancellazione delle garanzie a tutela dei lavoratori, l’indebolimento del principio di responsabilità delle imprese. Si deve quindi più in generale temerela compressione della società democratica e della cittadinanza subordinate ad una competitività economica non raggiunta attraverso l’istruzione, la ricerca e la formazione (devastate dai tagli), non quindi attraverso l’innovazione tecnologica, ma attraverso l’impoverimento e l’indebolimento dei lavoratori. Altre soluzioni sarebbero chiaramente possibili: per fare un esempio la Germania ha tagliato su tutto, tranne che istruzione, formazione e ricerca (in linea con le soluzioni date dai paesi scandinavi).
L’intenzione politica mi appare ancora più inaccettabile se si considera poi la continuità di tradizione politica delle attuali forze di governo con le tradizioni padronali italiane, tutt’altro che moderne, che sono state alla base del fascismo e che erano ancora operanti nell’immediato dopoguerra e presero poi – secondo l’interpretazione di Biscione – la fisionomia informe del ’sommerso della Repubblica’, definitasi poi soltanto con la discesa in campo di Silvio Berlusconi.
E se il modello ideale è vicino a quello cinese, mi viene da pensare alla grandissima fatica con cui la società civile della Cina riesce a contrastare le soperchierie di un’imprenditoria selvaggia.