Madre e matrigna: i problemi della chiesa che si affaccia sul terzo millennio

©pulchra“Le impasse del governo pastorale cattolico-romano sembrano dunque altrettante evocazioni del concilio futuro: se il papato non è in grado di scegliere fra conservazione del celibato e conservazione dell’eucarestia, se nessuno vuol convocare concili nazionali per entrare davvero nell’etnicismo che riesplode, se la pastorale non riesce a iniziare al perdono chi ha patito del modificarsi dei costumi famigliari e delle identità sessuali, se i vescovi fingono di accontentarsi di qualche piccolo trucco nella contabilità pastorale per occultare la discrasia fra sete di vita spirituale e amministrazione dei sacramenti – ebbene, tutto ciò dovrà essere discusso in un concilio, perché solo un concilio potrà trovare quello slancio riformatore che è tanto urgente quanto carente nell’episcopato disperso nell’orbe.”

Tocchiamo un tema nuovo, quello del ruolo sociale delle strutture ecclesiastiche cattoliche, cui dedicheremo nel corso dei prossimi mesi un mini-ciclo. Proprio per la bruciante attualità di questo argomento ho deciso però di recensire un libro pubblicato prima che si scatenasse la ‘bufera’ degli ultimi mesi, e precisamente al termine del pontificato di Giovanni Paolo II († 2005). Si tratta di Chiesa madre, chiesa matrigna. Un discorso storico sul cristianesimo che cambia (Torino 2004), scritto da uno studioso specialista in questo ambito, Alberto Melloni, docente di storia contemporanea all’Università di Modena-Reggio Emilia.
M. cerca di fare il punto sullo stato della chiesa, di cui in realtà è difficile fare una diagnosi proprio per l’estrema complessità di quest’organismo cui si richiamano in un modo o nell’altro circa un miliardo di persone. Ciò non può esimere tuttavia dal compiere uno sforzo di analisi, che deve tener conto della molteplicità delle componenti coesistenti (e non di rado in conflitto), racchiuse sotto la denominazione ‘chiesa’.
Per compiere questa analisi bisogna superare schemi che sono ormai inadeguati per la realtà del mondo globalizzato. È il caso dello stesso concetto di ‘crisi’, molto utilizzato in ambienti ecclesiastici, tanto conservatori quanto progressisti, che non riesce tuttavia a cogliere pienamente le nuove modalità espressive della religiosità cattolica, specie quelle costituitesi al di fuori dell’Europa, con cui le gerarchie episcopali si trovano a confrontarsi. Ma è con questa chiave – cioè ‘crisi’ – che pure si può interpretare il cruciale pontificato di Paolo VI (1963-1978), che dovette assumersi la responsabilità di accogliere, sviluppare e concretizzare le grandi innovazioni che il concilio Vaticano II (1960-1965) aveva proclamato solo pochi anni prima.
Secondo M. molti dei problemi che la chiesa deve affrontare rimangono del resto quelli che erano ancora aperti nel 1978. E questo nonostante il trionfale pontificato di Giovanni Paolo II, che in realtà è riuscito a fare delle grandi difficoltà della chiesa il punto di forza della sua fede carismatica. Purtroppo non è qui possibile seguire il bilancio stilato dall’autore sul pontificato di Woytiła, che riflette ancora la complessità della chiesa contemporanea tesa tra dialogo e identità, innovazione e tradizione, piglio e ‘timidezza’.
Piuttosto mi volgo alla parte dedicata da M. alle istituzioni ecclesiastiche. Per l’autore è innanzitutto in atto un mutamento profondo della stessa concezione della chiesa. Ora, infatti, sulla scia delle riflessioni già sviluppate al tempo del Vaticano II, si parla del cristianesimo come religione tra le religioni: si è creato così lo spazio per una teologia delle religioni, che cerca di contrastare l’indifferenza degli agnostici, cioè di coloro che, in numero crescente, non ritengono possibile conoscere la dimensione divina. Pur non priva di fragilità, questa tendenza si accompagna anche al nuovo concetto di chiesa tra le chiese, cioè alla cattolicità che si pensa non più come l’unica e vera comunità di fedeli cristiani, ma come una tra le altre comunità cristiane.
Le conseguenti iniziative interreligiose ed ecumeniche – si pensi a quelle che fanno capo agli incontri di Assisi –  sono tuttavia contrastate dalle forze conservatrici all’interno e da quei gruppi di potere di atei devoti all’esterno, i quali, per proprie finalità di egemonia sulla società, cercano di rafforzare l’identità cristiana e cattolica prendendo esempio da forme di fondamentalismo religioso.
Si tratta di una lettura imposta da figure estranee alla chiesa che tuttavia si fa solleticare da queste rinnovate lusinghe del potere politico specie nelle sue componenti conservatrici: si pensi, per portare un esempio (fatto da me e non da M.), alla collaborazione intellettuale sul tema delle radici cristiane dell’Europa tra Marcello Pera, già esponente di spicco del centro-destra e Presidente del Senato, e il cardinale Ratzinger.
Quest’ultimo – non ancora papa quando fu pubblicato il libro – viene dipinto come il principale esponente dei conservatori dopo essere stato all’inizio degli anni ’60 un riformatore. Nell’esercizio delle sue funzioni di prefetto della Congregazione della dottrina per la fede Ratzinger ha gelato il cammino ecumenico, ha strangolato la teologia della liberazione, ha messo uno stop perpetuo al sacerdozio femminile, ha preso le distanze dal dialogo interreligioso e ha proposto un metodo di lettura del Vaticano II che lo svuota da dentro nei suoi significati innovatori. Soprattutto il cardinale tedesco ha cercato così di ipotecare il futuro stesso della chiesa, prendendo una serie di decisioni che avessero il carattere della definitività per impedire dei cambiamenti.
Tutto ciò non ha fatto che alimentare l’inadeguatezza delle strutture istituzionali della chiesa, quali ad esempio la curia, che non riesce ad assumere quella autorevolezza che le sarebbe necessaria per adempiere al suo ruolo di guida nel nuovo scenario globalizzato. Delle profonde trasformazioni provocate dalla mondializzazione e dalla rivoluzione tecnologica della telematica e dell’informatica risente anche il magistero della chiesa, che è costretto ad inseguire le implicazioni etiche delle nuove forme sociali di vita, inserendosi nei tempi sempre più brevi del sistema mediatico, ancora una volta a scapito dell’autorevolezza.
Ma i problemi non si pongono solo al vertice, ma anche alla base, soprattutto nella perdita di identità del sacerdote della parrocchia. Questa situazione mette in sofferenza i preti, le cui difficoltà non dipendono però dal loro scarso numero: sono infatti diminuiti proporzionalmente meno rispetto ai fedeli.  La situazione è più complessa e qui è possibile mettere in evidenza solo alcuni aspetti: da una parte esistono tutti i presupposti – molto concreti fuori dall’Europa – perché i sacerdoti non siano più i soli ministri del sacramento: ci sono infatti zone del mondo in cui sono le donne a somministrare l’eucarestia invece dei preti. Dall’altra, la figura del sacerdote risulta essere, analogamente a quella del vescovo, ridotta a quello di un burocrate locale, specialista dei servizi sociali e gestore di una pastorale spesso svuotata dei suoi contenuti più spirituali della cura d’anime. Qui si innesta inoltre la questione dell’identità di genere dello stesso sacerdote: nel corso del Novecento – di pari passo con un’emancipazione femminile che ha allontanato le donne da quella vita che, per amore o per forza, le portava a dedicarsi alla cura del sacerdote – la vocazione al celibato è sempre più spesso maturata in persone con inclinazioni omosessuali nel proprio background.  La frequente repressione di queste inclinazioni e la più generale questione della vita sessuale del sacerdote può aver sollecitato persino delle tendenze alla depravazione, anche di tipo pedofilo, che tuttavia – precisa M. – non è più frequente tra i sacerdoti rispetto ai membri di altre categorie sociali. Ma da quel che si può ricavare dal saggio di M., il problema della pedofilia – di questi tempi assurto a scandalo mediatico –, al di là delle possibili componenti psicologiche legate ai fattori detti in precedenza, è significativo soprattutto sul piano della mancata assunzione di responsabilità dei vescovi, che spesso sanno, ma per una formazione all’acquiescenza più che all’obbedienza, tacciono.
Acquiescenza che è proprio quell’atteggiamento che la parte più restia alle aperture e alle innovazioni nella chiesa – come la Congregazione per la dottrina della fede – ha favorito e che comporta tra l’altro anche la mancanza di controlli adeguati sulle esperienze dei movimenti, non di rado tendenti a derive settarie. Il protagonismo dei movimenti è uno degli elementi nuovi della religiosità del Novecento, che sta portando ad esperienze cattoliche non solo differenti, ma anche separate ed autoreferenziali, in cui la spinta verso le nuove generazioni si accompagna a strutture di comando gerarchiche e militanti, legate spesso direttamente al pontefice, il cui obiettivo della riconquista cattolica si pone come fine che giustifica pratiche – machiavelliche, direi io – di segretezza e di occupazione della sfera politica.

M. chiude il suo saggio – troppo denso per essere raccolto in queste poche righe – con una lista d’attesa delle questioni che, avviate o, al limite, soltanto presentite dai riformatori del concilio Vaticano II, attendono un concilio a venire. E non si tratta solo, come ha individuato il cardinale Martini, della carenza dei ministri ordinati, della posizione della donna, della partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, della sessualità, della disciplina del matrimonio, della prassi penitenziale, della speranza ecumenica. Ma anche di problemi più radicali e fondamentali, quali la  ‘tirannia dei valori’, la promozione della pace, il perdono e soprattutto la questione Gesù. Perché è appunto Gesù che (mi) appare ‘mortificato’ in questa chiesa, i cui vertici si piegano ancora una volta, a mio avviso, alle logiche del potere politico e quindi sono poco credibili quando, nel proporre valori assoluti, rivelano – sono fatti, da ultimo, di questi giorni –  un meschino opportunismo, finalizzato al controllo degli individui e dei gruppi in favore delle nuove élites conservatrici del pianeta.

E.R.

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One Response to “Madre e matrigna: i problemi della chiesa che si affaccia sul terzo millennio”

  1. eugenio Says:

    Premetto: non ho guardato la trasmissione; non me ne sono interessato anche successivamente perché avevo altro da fare e soprattutto perché non volevo innervosirmi dopo una giornata di studio e lavoro. Dunque, la mia considerazione soffre di una certa decontestualizzazione, che la può privare di valore. Ma tolto tutto il valore che si vuole (lo concedo tutto), ciò che in qualche minuto ho sentito ieri sera in una trasmissione dedicata alla storia – mia materia di studio e quasi professione –mi ha sconvolto e ancora una volta mi ha dato il polso di una situazione difficile, per certi versi disperata in cui versano questi tempi.
    Dunque, facendo uno zapping disinteressato poco prima di cenare, mi è capitato di notare una trasmissione su Hitler (o meglio con Hitler sempre in bella vista) sul terzo canale pubblico. Dato che mi volevo rilassare e sinceramente il nazismo non è un argomento che mi distenda, ho cambiato canale, ma, di fronte alla non significatività dell’offerta televisiva, sono tornato a sintonizzarmi su Rai3. E scopro con grande meraviglia che la trasmissione era condotta (sembrava proprio condotta, ma non mi sono documentato al riguardo) da padre Federico Lombardi, portavoce del Vaticano. È per lo meno strano che il portavoce di una chiesa e di uno stato, quali che possano essere i suoi meriti e le sue conoscenze scientifiche, presenti una trasmissione di storia senza far sorgere il sospetto che la sua funzione possa condizionarne fortemente il discorso. Un sospetto che in me è stato rafforzato dai miei studi, che hanno spesso toccato la progenitrice della chiesa attuale, quella dei secc. XI e XII: padre Lombardi avrebbe potuto tranquillamente svolgere un discorso di fatto ‘ufficiale’, funzionale all’oggi. Ma queste considerazioni si sono svolte e concluse tutte in un arricciamento di naso.
    Detto, o meglio pensato, e fatto. Proprio in quel momento padre Lombardi – parafraso a memoria – inanella una serie di forme di oppressione esercitate dal regime hitleriano nei confronti del cattolicesimo. E ciò è assolutamente vero; preciso – come sicuramente avrà fatto Lombardi nel resto della trasmissione – che in quel frangente la chiesa ha quasi sempre cercato la via della mediazione per sottrarsi alle conseguenze di una possibile persecuzione. Un atteggiamento legittimo.
    Ma l’elencazione di queste forme di oppressione è stata organizzata secondo un climax ascendente che culminava – non ho intenzione di fare l’analisi del passo della trasmissione, ma l’impressione è stato proprio quella – in una somma colpa di Hitler, l’aver tolto i crocifissi dalle aule scolastiche. Ora, di fronte a una tale costruzione argomentativa – avallata da un sapiente uso delle immagini – ci sarebbe da ridere per non piangere. Si può certo convenire sul fatto che il regime nazista nel togliere il crocifisso dalle classi può aver compiuto una violenza simbolica funzionale ai propri fini di sradicare, nell’ottica di un regime totalitario, una forma di appartenenza che poteva essere concorrente con quella del partito nazista. E sarebbe una tra le migliaia di violenze di questo tipo che sono state perpetrate dal nazismo: e purtroppo non mi pare certo la più grave.
    L’aspetto inquietante di questa costruzione retorico-argomentativa – e ricordo i limiti della mia fruizione di questo testo audiovisivo nella conclusività delle considerazioni – si mostra nel fatto che questo discorso sul crocifisso nelle aule non è attualmente neutro, tanto più se, puta caso, in una trasmissione di divulgazione storica (dunque con un certo grado di garanzia di scientificità), lo fa il portavoce della Santa Sede. È chiaro – e non solo a me che mi sono formato a fare il mestiere di storico su testi letterari – che il messaggio veicolato da padre Lombardi su una rete del servizio pubblico italiano è questo: chi attualmente sostiene che il crocifisso va levato dalle aule è come Hitler. Ed è difficile negare che il messaggio sia proprio questo; ci vorrebbero dei ben più complessi artifici retorici per smentirlo, che non dubito però che padre Lombardi e i suoi collaboratori sarebbero in grado di utilizzare.

    Ora, anch’io – io che non guardo le trasmissioni su Hitler quando non ‘sono in servizio’ come storico o come insegnante perché sento una repulsione costitutiva al dittatore nazista – sarei proprio come il Führer, perché ritengo che di questi tempi non sia giusto che in un’aula di una scuola pubblica ci sia un crocifisso. E specifico il discorso nel merito con una ragione storica ed una ideale: non ritengo infatti opportuna questa presenza perché quello che era un simbolo tradizionale in un certo contesto – che aveva dei suoi significati socio-culturali che ora non stiamo ad indagare – ne ha degli altri in una situazione completamente mutata, quale quella attuale. In classi con allievi in buon numero stranieri e spesso non di religione cristiana, quel simbolo diventa portatore di una violenza simbolica, perché conculca la libertà religiosa, che fa più ampiamente parte di quella di coscienza (e che il problema sia questo lo mostrano i penosi tentativi di giustificazione di questa posizione, compreso naturalmente quello di cui stiamo parlando che usa l’argomento storico).
    E tale libertà di coscienza – ed è la ragione ideale – non è peraltro qualcosa cui, in linea di principio, la scuola pubblica in una società democratica possa abdicare e non solo ora per il fatto che ci sono allievi stranieri. Pertanto ciò che era una tradizione ora sarebbe da abbandonare perché inadeguata rispetto alle finalità che si pone la scuola, che è appunto quella di formare i bambini e i ragazzi in vista di una loro piena e libera fioritura da adulti. La difesa del crocifisso in aula è peraltro in linea con la strategia adottata dalla chiesa per fronteggiare la modernità dal sec. XIX: cercare di puntare tutto sull’educazione dei bambini, per porre un forte imprinting nella loro formazione. Qualcosa di simile a ciò che un mio docente di storia – cattolico – sosteneva riguardo all’ispirazione ecclesiastica della recente riforma dei programmi di scuola alle scuole primarie, fatte in funzione di un controllo della formazione dei bambini.
    Purtroppo quello del crocifisso nelle aule non è l’unico caso in cui le tradizioni sono (state) usate come uno strumento per contrastare sviluppi della società che non sono graditi alle élite: e se ne vedono molti esempi recenti. E proprio a partire da questi esempi mi interrogo sul fatto che siano più spesso le resistenze alle novità che le novità stesse a portare, in tempi di profondi cambiamenti, a quella violenza fisica e simbolica che oggi ci fa soffrire tanto.
    Proprio come quello in cui viviamo.

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