“La scuola sarà sempre meglio della merda”: rileggendo la lettera della Scuola di Barbiana

©classmates“Così è stato il nostro primo incontro con voi [gli insegnanti]. Attraverso i ragazzi che non volete. L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile. E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo? Allora richiamateli, insistete, ricominciate tutto da capo all’infinito a costo di passar da pazzi. Meglio passar da pazzi che essere strumento di razzismo.”.

Con questo post coniughiamo uno dei principali filoni di quest’anno, quello dedicato all’educazione e alla scuola, con il miniciclo sulla chiesa, presentando Lettera a una Professoressa (Firenze 1967), un testo programmatico e polemico composto da un gruppo di allievi della Scuola di Barbiana, un’esperienza educativa avviata in Toscana da Don Lorenzo Milani, sacerdote ed educatore.
La Lettera costituisce una presa di posizione forte e netta contro la scuola degli anni ’60, con cui si critica in particolare la selezione classista compiuta nella nuova scuola media. Questa era stata istituita nel 1962 con una riforma che mirava ad unificare i percorsi di educazione ed istruzione dei ragazzi fino ai 14 anni di età, cercando di dare consistenza al diritto allo studio, sancito dall’art. 34 della Costituzione, quale pilastro fondamentale del diritto all’uguaglianza proclamato all’art. 3.
È purtroppo impossibile dar conto nei limiti di questo post del contesto storico in cui fu scritta la lettera, dei suoi presupposti e della sua ricezione, che fu particolarmente significativa per il movimento studentesco del ‘68 e quindi per la democratizzazione delle istituzioni scolastiche degli anni ‘70. Posso qui soltanto dar conto di alcune riflessioni educative e politiche che mi appaiono ancora attuali.
La scuola di Barbiana era stata aperta in uno sperduto borgo toscano da Don Milani per dare la possibilità ai figli dei poveri contadini di avere una formazione che avrebbero in altro modo faticato a conseguire nelle lontane scuole pubbliche. Le modalità adottate nell’attività didattico-educativa dal sacerdote erano (e sono ancora in gran parte) rivoluzionarie. Innanzi tutto nessuno era ritenuto negato per gli studi; chi si mostrava svogliato era considerato il preferito, come il primo della classe nelle scuole normali; e, finché non aveva capito ciò di cui si parlava, non si andava avanti.
Lo spazio e il tempo di attività erano organizzati in maniera radicalmente diversa. Non c’erano lavagna, cattedra e banchi ben allineati, ma solo grandi tavoli intorno ai quali i ragazzi si raccoglievano per studiare insieme. Non c’era per questo bisogno di un libro ciascuno – cosa che ancor oggi costituisce una spesa rilevante e, conseguentemente, un fattore selettivo –, ma i ragazzi leggevano insieme guidati da uno di loro, di età compresa tra i 12 e i 16 anni, che fungeva da insegnante. Era quindi un’esperienza scolastica aperta, in cui, per dirla in termini odierni, si prediligeva una didattica attiva e si instauravano rapporti di apprendimento cooperativo e di tutoring.
Anche i tempi erano concepiti in maniera diversa, perché in realtà si riconoscevano bisogni più ampi di quelli che potevano essere soddisfatti da due ore quotidiane di lezione: perché a contare le ore effettive distribuite sull’arco di un anno, si finiva per frequentare la scuola solo per due ore al giorno. Secondo la Scuola di Barbiana non si doveva invece avere né una ricreazione istituzionalizzata, né vacanze, né domenica, dal momento che urgeva soddisfare bisogni molto grandi, i quali trascendevano questi artificiali confini dell’attività di apprendimento.
La bassa intensità scolastica finiva infatti 1) per favorire chi aveva già buoni prerequisiti dal punto di vista culturale, cioè gli appartenenti a famiglie benestanti in grado di stimolare i propri figli costantemente, e, correlativamente, 2) per penalizzare le persone degli strati più poveri, che nel caso di Don Milani erano contadini. Ed è appunto di un povero figlio di contadini, cui, se non fosse venuto a scuola, sarebbe toccato spalare gli escrementi delle sue vacche, la frase citata nel titolo.
Si palesa così la forte istanza di giustizia sociale che muoveva la vocazione educativa Don Milani: tale istanza si traduceva, come detto, in una fortissima accusa diretta contro le modalità selettive della scuola, volte alla riproduzione di determinate strutture e, dunque, disuguaglianze sociali. Ne scaturiscono le critiche ai parametri della lingua corretta, uno strumento con cui i superiori si impongono sugli inferiori che non la padroneggiano. E accanto a questa condanna si pone quella contro il mancato insegnamento dell’arte dello scrivere come pratica e tecnica concrete; i professori preferivano infatti riconoscere delle doti naturali, che – guarda un po’ – erano proprie di chi aveva più risorse e più stimoli (cioè i più ricchi), e non concepivano che gli altri potessero acquisire le abilità necessarie per adoperare la scrittura.
E questo atteggiamento rispetto all’arte dello scrivere era il sintomo di un’offerta scolastica i cui insegnamenti erano quanto mai lontani dalla vita concreta. Più volte si torna nella Lettera sul caso delle lingue straniere, che vengono forzatamente imposte ai ragazzi nei loro aspetti grammaticali più astrusi (le eccezioni), senza puntare invece alla comunicazione: non è importante conoscere il plurale di ‘ciottolo’ o di ‘gufo’ in francese, ma piuttosto sapersi relazionare con altre persone parlanti lingue diverse.
All’obiettivo polemico di fondo, che è in sostanza l’egoismo individualista e “avaro” delle élites sociali che vogliono perpetuare la loro non giustificabile posizione di vantaggio, la Lettera accompagna naturalmente un fine positivo, quello dell’uguaglianza costituzionalmente sancita. Per raggiungere questo scopo sta alla scuola impegnarsi per rimuovere tutti gli ostacoli che non permettono la piena fioritura di tutte le persone.
Tre sono quindi le riforme che vengono proposte. La prima è quella di non bocciare nella scuola dell’obbligo, perché tutti hanno diritto a compiere quel percorso di otto anni nella scuola al fine di ottenere – traduco in termini attuali – quelle competenze che permettono di esercitare consapevolmente la cittadinanza. Non è possibile basarsi sulla teoria “razzista” delle attitudini che ancora una volta riproducono le differenze sociali esistenti: è troppo comodo dire che un ragazzo non è portato per una materia. Bisogna che gli insegnanti facciano del compito di portare avanti tutti i ragazzi in tutte le materie il loro obiettivo fondamentale. Per questo è necessario lavorare di più, ma non – qui divergo nettamente dalle posizioni della Lettera – rinunciando ad altri aspetti della vita (cioè votandosi al celibato laico); è sufficiente piuttosto ricostruire certi aspetti del ruolo docente da un punto di vista più professionale.
L’impegno maggiore degli insegnanti si deve trasformare anche quantitativamente in più scuola – seconda riforma –, perché bisogna rispondere ai bisogni di bambini cui non bastano poche ore giornaliere (si pensi oggi agli stranieri). Certo il tempo pieno non deve essere organizzato secondo le modalità attuate ora nella scuola, perché risulterebbe insopportabile agli allievi, ma secondo metodi di apprendimento attivo e cooperativo che rendano i bambini protagonisti del proprio apprendimento. E chiaramente questo tempo pieno non è tanto necessario per i bimbi e ragazzi appartenenti a famiglie ricche, ma deve essere principalmente dedicato ai figli di quelle povere.
La terza riforma è, infine, dare uno scopo agli svogliati: infatti la scuola è costruita spesso su modelli competitivi poco stimolanti, i quali presuppongono che, se non ci sono diversi interessi maturati in famiglia, sia già presente nei bambini un arrivismo cinico ed egoista. Come possono dunque entusiasmarsi a scuola? E infatti la odiano. Il fine supremo deve essere invece quello di rendere sovrane le persone, cioè di dare loro gli strumenti per compiere delle scelte; questo fine deve essere però perseguito nella quotidianità attraverso lo sviluppo delle competenze comunicative: è la lingua infatti che fa eguali agli altri, permettendo l’incontro, il dialogo e lo scambio.

Chiaramente la Lettera contiene ancora tanti temi, che non sono stati qui toccati, e molte dure critiche. Per questo motivo invito a leggere il testo a chi non l’avesse ancora fatto con l’avvertenza di mettere in conto, però, un certo ‘spaesamento’ di fronte ad alcune situazioni descritte. Uno spaesamento dovuto al fatto che si parla di una società molto diversa da quella odierna, distante quasi un mezzo secolo, ricco di rivolgimenti politici, sociali, economici, culturali e soprattutto tecnologici, che si sono diffusi nel mondo e in Italia proprio a partire da quegli anni.
In sede di commento mi limito solo ad osservare che i tre punti di riforma proposti dalla Lettera vanno proprio nella direzione contraria alle decisioni che le attuali élites politiche italiane stanno prendendo. È evidente che si vuole meno scuola, che si vuole una severità che porti nuovamente a bocciare nella scuola dell’obbligo (e a far entrare presto nel lavoro i ragazzi ‘respinti’), che non si vuole dare come fine quello di scegliere. Insomma un nuovo programma di selezione per comprimere verso il basso gli strati più deboli della società che si stanno impoverendo.
È però altrettanto evidente che, per vincere le sfide (economiche e non) del presente, in un regime democratico che garantisca per quanto possibile la fioritura di tutti e di ciascuno, è necessaria più scuola (fatta molto diversamente da oggi), nuove competenze degli insegnanti (che possano riuscire dove la sterile severità non riuscirà mai) e obiettivi che culminino nella formazione di un cittadino globale, che si viva e si muova un orizzonte planetario (Morin).

E.R.

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