Kakonomia: il modello della bassa qualità di Gambetta-Origgi quale carattere dominante dell’accademia

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“Tu mi fai una promessa che sai di non poter mantenere, Io faccio finta di crederti sapendo in fondo che non manterrai la tua promessa, ma che proprio per questo non chiederai neppure a me di mantenere i patti. Diciamo che ci troviamo alle dieci in piazza. Io so che tu sei sempre in ritardo, e fa comodo anche a me uscire un po’ più tardi e ci troviamo alle dieci e un quarto senza che nessuno si lamenti di questa mancanza di puntualità. Oppure, sono tre mesi che l’idraulico deve ripassare a casa per finire la riparazione e non si fa mai trovare, però io non l’ho ancora pagato, quindi meglio così, e nessuno dei due si lamenta. Questi scambi al ribasso, per cui io non faccio quel che ho detto di fare a patto che non faccia quel che hai detto che farai, sono forme di mutua connivenza molto robuste, che creano vere e proprie allenze e strane forme di cooperazione a lungo termine. Io non pago le tasse a patto che tu governi da schifo, così andiamo avanti insieme, siamo complici nel mantenere uno status quo che fa comodo a tutti e due.” (Gloria Origgi, Elezioni 2013, la kakonomia degli elettori italiani, in “ilFattoQuotidiano.it” del 27 febbraio 2013).

Scrivo questo post dopo la lettura di un breve articolo comparso su uno dei blog de “ilFattoquotidiano.it”. L’autrice, Gloria Origgi, rinviava ad un contributo scritto in inglese da questa ricercatrice di filosofia assieme al sociologo Diego Gambetta; L-worlds: The curious preference for low quality and its norms (in “Sociology Working Papers”, 2009-08) .
Se nell’articolo pubblicato su “ilFattoQuotidiano” on-line la O. cerca di spiegare il voto delle elezioni italiane, in particolare quello dato a Berlusconi, alla luce di una razionalità comprensibile attraverso il concetto di kakonomia (‘kakos’ in greco vuol dire cattivo), cioè una “scienza del peggio” o della “mediocrità”, nel contributo scritto in inglese si presenta una proposta teorica per l’analisi della bassa qualità all’interno dell’accademia italiana.

Questo breve scritto di sociologia nasce dall’esperienza personale dei due autori, studiosi italiani che lavorano all’estero, i quali si sono sempre trovati di fronte ad incertezze riguardo alle modalità e ai tempi di lavoro, quando questo è stato organizzato in Italia. Non si tratta a loro avviso di un caso, né di qualcosa di irrazionale, ma di qualcosa caratteristico di un sistema sociale di rapporti.
I due studiosi cercano di astrarre il problema a partire dall’ipotesi semplificatoria che i beni possano essere prodotti e scambiati su due livelli: uno ad alta qualità (A) e uno a bassa (B). Naturalmente i beni ad alta qualità richiedono maggior sforzo, capacità e organizzazione. Ora due persone possono scambiarsi beni e prestazioni su un piano paritario che può essere AA (ad alta qualità) o BB (a bassa qualità). La questione si complica quando due individui, che si sono accordati in tal modo, danno vita ad uno scambio asimmetrico: in particolare quando un individuo ha promesso di fornire un bene A e ne fornisce uno B, cioè di bassa qualità.
Secondo i due autori le situazioni italiane che li hanno visti coinvolti sono caratterizzate da un accordo esplicito e preliminare per darsi reciprocamente AA e per una tacita intesa di scambiarsi BB. Di questo scambio al ribasso non ci si lamenta; anzi, risulta fastidioso in questi casi la fornitura di un bene A; coloro che lo producono vengono guardati con sospetto e, possibilmente, allontanati. Al contrario si produce una connivenza, una familiarità tra coloro che si scambiano beni BB, che si accompagna peraltro ad una retorica dell’alta qualità, cioè che promuove la natura AA dello scambio.
Gli autori analizzano quindi alcune ipotetiche gerarchie di valori relative a questi scambi: ci può essere chi preferisce egoisticamente in primo luogo dare un bene a bassa qualità (B) e riceverne uno ad alta (A); e poi, se così non fosse possibile, darne uno ad alta (A) in cambio di uno ad alta (A). Tuttavia, c’è un modello di scambi insolito rispetto a quello previsto dalle concezioni della razionalità classica; secondo questo modello la preferenza è accordata appunto per uno scambio paritario di basso livello. C’è insomma una reciproca soddisfazione a fornire beni a basso livello; anche perché così si evita di essere considerati dei free-rider (cioè degli approfittatori) o delle persone di scarsa qualità.
Tale modello permette di descrivere queste situazioni italiane; qui non vale la razionalità individualistica teorica, quella che tende a massimizzare il guadagno attraverso uno scambio asimmetrico a proprio vantaggio; c’è piuttosto un’atteggiamento pro-sociale, ma al ribasso e con probabili grosse conseguenze negative sul lungo periodo.
Si sviluppa quindi una strana fiducia: una fiducia nella sistematica inaffidabilità delle prestazioni e delle relative promesse. Dunque si cercano dei partner che possano soddisfare queste attese al ribasso, con i quali si stringono legami relativamente forti. G. e O. mettono in relazione questa situazione italiana anche con la scarsissima presenza di ricercatori o professori stranieri nelle università del nostro paese, perché logicamente la selezione di questi dovrebbe avvenire sulla base della loro alta qualità. Ciò contrasta proprio con la tendenza all’allontanamento degli agenti ad alta qualità.
Questa tendenza sempre più ampia allo scambio al ribasso porta, secondo gli autori, a selezionare persone già di bassa qualità, così da evitare, per errore, che possano erogare prodotti di buona qualità. C’è una vera e propria inversione della selezione meritocratica, selezione che in Italia avviene piuttosto sulla base di corruzione o nepotismo. Tuttavia questo sistema perverso deve essere ammantato da una retorica dell’alta qualità, anche perché tali scambi avvengono in istituzioni pubbliche e scientifiche, che devono erogare servizi per i cittadini attraverso la ricerca e l’insegnamento. In queste situazioni riguardanti pubbliche istituzioni sono al centro dei valori che, se non rispettati, distruggono rovinosamente la loro reputazione.
D’altra parte da questa connivenza si sviluppa una sorta di morale, una serie di vere e proprie norme che proteggono i produttori e scambiatori di beni B. In particolare queste norme o, per così dire, principi della bassa qualità sono stati espressi nel corso degli scandali che recentemente hanno interessato l’accademia italiana: sono stati infatti colleghi e giornalisti a difendere anche eminenti professori dell’Università italiana, rei di plagio. Si sviluppa quindi un conformismo, cioè un set di comportamenti adeguati a queste norme, che portano gli eventuali produttori di alta qualità ad essere considerati fastidiosi nonconformisti, che attuerebbero paradossalmente un comportamento anti-sociale, contrario a quella ‘familiarità’ e a quella ‘connivenza’ che si sviluppano tra produttori di bassa qualità.
L’esistenza di questo conformismo al ribasso e di accordi taciti non rende tuttavia la situazione in sé tranquilla, ma genera ansia e sospetto, che si esprimono attraverso le frequenti comunicazioni per rassicurarsi sullo scambio e per mostrarsi disposti ad aggiustamenti. Comunque i vantaggi garantiti del sistema al ribasso sono più grandi delle energie investite per governare l’ansia: del resto le punizioni che dovrebbero colpire i produttori di bassa qualità sono inesistenti o inapplicate.
Gli autori concludono questo quadro disarmante, sottolineando alcune possibili conseguenze ‘positive’ di questo atteggiamento sul piano sociale: l’accettazione del basso-livello, che può essere intesa come flessibilità e tolleranza, ma questo solo quando non ci sono di mezzo beni pubblici; la capacità di non applicare degli standard imposti che potrebbero essere contrari al buon senso. Gli autori abbozzano così un tentativo di spiegazione storica di questa cultura della bassa qualità, suggerendo che si possa trattare di una risposta adattiva a norme oppressive imposte dai dominatori della nostra penisola nel corso dei secoli dell’età moderna.

Proprio questo tentativo di dare una spiegazione storica della cultura della bassa qualità mostra i limiti di uno studio peraltro molto stimolante e fecondo nel descrivere l’attuale situazione italiana nell’accademia e non solo. Dal mio punto di vista bisognerebbe procedere da un lato proprio nella direzione di approfondire storicamente l’analisi e mostrare – ma questa è un’ipotesi di lavoro – come questa bassa qualità degli scambi si iscriva in una struttura di potere secolare, che fa anche della precarietà, dell’inaffidabilità uno strumento fondamentale della sua conservazione. Dall’altro sarebbe necessario distinguere gli aspetti specifici del contesto italiano dalla più ampia tendenza – rilevabile anche all’estero – all’erogazione di lavori scientifici di bassa qualità o addirittura con dati falsificati, che risponde piuttosto alla pervasività nell’ambito accademico di modalità di lavoro proprie della cultura del nuovo capitalismo (vedi al riguardo il post dedicato alla cultura del nuovo capitalismo descritta da Sennett).

 

E.R.

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