Il paese dei balocchi: il patrimonio delle città d’arte italiane da generatore di cittadinanza ad attrazione da luna park

facade“Il valore civico dei monumenti è stato negato a favore della loro rendita economica, e cioè del loro potenziale turistico. Lo sviluppo della dottrina del patrimonio storico e artistico come «petrolio d’Italia» (nata negli Ottanta di Craxi) ha accompagnato la progressiva trasformazione delle nostre città storiche in luna park gestiti da una pletora di avidi usufruttuari. Le attività civiche sono state espulse da chiese, parchi e palazzi storici, in cui ora si entra a pagamento, mentre immobili monumentali vengono incessantemente alienati a privati, che li chiudono o li trasformano in attrazioni turistiche. Come in un nuovo feudalesimo, le nostre città tornano a manifestare violentemente i rapporti di forza, soprattutto economici: da traduzione visiva del bene comune a rappresentazione della prepotenza e del disprezzo delle regole.”

In questo post ci occupiamo del valore e della funzione del patrimonio storico-artistico del nostro paese presentando un saggio dello storico dell’arte Tomaso Montanari: Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane  (Roma 2013).
M. vi descrive l’evoluzione negativa, dal punto di vista politico e sociale, ma anche da quello conservativo e scientifico, del patrimonio artistico delle città che, specie nel loro cuore, sono costituite da tessuti storici unici al mondo, nei quali è inserita una miriade di opere d’arte. Questa eccezionale situazione è quella che ha giustificato la costituzionalizzazione del patrimonio storico-artistico italiano (art. 9 della nostra legge fondamentale), in quanto esso costituisce una risorsa fondamentale per la costruzione della cittadinanza democratica e dell’identità nazionale. Tuttavia, l’evoluzione politica predatoria delle élite italiane rischia di travolgere non solo questa funzione, ma di lacerare irrimediabilmente quei tessuti.

M. insiste in apertura sulla necessità di difendere il carattere pubblico e di bene comune dei cittadini che ha il patrimonio e sull’urgenza di avversare in ogni modo la metamorfosi che non solo lo privatizza, ma lo rende funzionale a nuovi progetti politici di egemonia politica non democratici. Alcune opere d’arte, estrapolate mediaticamente dai loro contesti attraverso eventi e mostre-eventi, sono impiegate come generatrici di confuse ‘emozioni’ invece che come fonti di conoscenza atte a mostrare la ricchezza e densità della storia.
M. presenta questa tendenza negativa passando in rassegna i casi di alcune città italiane, Innanzi tutto Siena. La privatizzazione dell’Opera della Metropolitana, cioè di un ente storicamente e costitutivamente pubblico dal medioevo, preposto alla gestione del duomo, e la destinazione dell’Ospedale di Santa Maria della Scala a centro eventi e non di studio, sono emblematici delle conseguenze che il negativo groviglio tra politica e affari, emerso anche in altri settori, provoca nell’ambito della gestione dei beni storico-artistici, finalizzati solo al lucro privato.
La stessa tendenza si riscontra a Milano per la Pinacoteca di Brera. Come per il Museo Egizio di Torino i processi di privatizzazione strangolano la parte scientifica di questi istituti a vantaggio di una logica esclusiva di marketing. E anche qui si tratta di un’interpretazione traviata, tutta nostrana e disonesta di modelli americani, dove in realtà la situazione è ben diversa. Molto spesso negli Stati Uniti le collezioni private vengono messe a disposizione del pubblico, mentre in Italia si vorrebbe porre a vantaggio del profitto privato quello che si trova nel pubblico.
La Roma degli ultimi decenni non si è sottratta affatto a questa tendenza a trasformare il tessuto storico-artistico urbano in un luna park di attrazioni selezionate e come luogo di mostre-evento decontestualizzate dalla città che quasi sempre non rispondono nemmeno ad un buon progetto di divulgazione, bensì solo ad una spettacolarizzazione di marca televisiva. A Roma diventa però anche più evidente come questa evoluzione abbia una complessa funzione politica sia nella costruzione dell’immagine del politico di turno che patrocina le iniziative sia nella costruzione di sistemi di clientela affaristica parassita, la cui affermazione comporta l’esautorazione del competente personale di conservatori e di ricercatori.
La morte della competenza è mostrata dal noto caso napoletano della Biblioteca dei Girolamini, una delle più prestigiose biblioteche antiche d’Italia, in cui il sistema politico-clientelare nazionale, protetto dallo stesso Ministero dei Beni Culturali, ha posto a capo un noto trafficante di libri senza l’ombra di un titolo o una giustificazione per occupare quella posizione. La conseguenza è stata non solo la gestione disastrosa della biblioteca, ma anche la dispersione del patrimonio della biblioteca. Il tutto nel silenzio complice degli enti locali, delle altre istituzioni culturali e non, come le Università e l’episcopio. Ma questo è solo una parte di un quadro più ampio in cui le amministrazioni si battono per avere la America’s Cup oppure il format culturale vuoto chiamato Forum delle culture e poi non si preoccupano della dislocazione in un magazzino fuori città della Biblioteca dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, un’istituzione in grado di produrre cultura e cittadinanza, non spettatori.
Spettatori di quinte urbane che perdono la loro autenticità, come a Venezia, una città in procinto di morire proprio per il prevalere di questa logica di privatizzazione, che porta tra l’altro non a conservare il tessuto, magari innovandolo oculatamente, ma a violentarlo secondo logiche di profitto. Ma quello che a Venezia è stato fatto lentamente, a L’Aquila si progetta di fare in un sol colpo: dopo la dissociazione operata tra centro storico e in rovina e popolazione con l’istituzione delle città satelliti che sono nuclei urbani poveri da un punto di visto delle occasioni di sociabilità, è giunto il progetto neo-liberale dell’Università di Groeningen di trasformare le destinazioni degli edifici (in senso ovviamente commerciale), cioè cambiandone la destinazione d’uso storica a vantaggio del marketing.
Infine, M. sulla città che meglio conosce, cioè Firenze e in particolare sulla concezione della cultura, per così dire di Matteo Renzi. L’azione dell’ex-sindaco di Firenze e ora Presidente del Consiglio si innesta su un contesto caratterizzato da tanto tempo dallo sciacallaggio del passato fiorentino, cioè dallo sfruttamento irrispettoso del patrimonio culturale, del passato cittadino, in vista del profitto. Secondo M. i fiorentini per lo più non amano o non capiscono questo patrimonio che pure fa le loro fortune. Da ciò una spiccata tendenza di Firenze al cattivo gusto, nell’uso ad esempio degli Uffizi o di altre ‘locations’ per degli eventi spesso totalmente fuori luogo, come una danza Masai o una sfilata di moda. Ne scaturisce una politica centrata su eventi molto discutibili, centrata su pochi capolavori assoluti presentati come superstar, assolutamente disinteressata alla manutenzione dei contesti, come mostra ad esempio il distacco di una parte della Colonna dell’Abbondanza in Piazza della Repubblica, un blocco di ottanta chili che non ha provocato fortunatamente vittime.
Questo è il contesto in cui con Renzi sindaco si è compiuto un balzo in avanti. Renzi ha fatto un uso mediatico e populistico di questo patrimonio, come nel caso della battaglia sul ‘David ai fiorentini’, sul ripristino del cotto in piazza della Signoria o nella proposta della costruzione della facciata michelangiolesca di San Lorenzo. Ma il culmine è stato raggiunto con il tentativo di riportare alla luce un affresco leonardiano, che molto probabilmente non è più esistente, distruggendo il contesto della Sala dei Cinquecento, poi risistemata sempre nel corso del secolo XVI dal Vasari.
Qui non interessa ricostruire nel dettaglio la vicenda, peraltro molto istruttiva sui modi di far politica di Renzi, ma innanzi tutto sottolineare come il sindaco di Firenze ha giocato spregiudicatamente la carta culturale, attaccando i pochi baluardi di competenza scientifica ancora esistenti, semplicemente per l’affermazione personale, appoggiandosi piuttosto al “National Geographic” e a esperti o laboratori che non avevano un accreditamento pubblico (quindi nessun vero controllo). Quindi è importante anche mettere in evidenza che la concezione della cultura che ha Renzi è molto simile a quella propagata da un programma come ‘Voyager’, cioè molto superficiale e tutta centrata su un’adesione emotiva del rapporto con le opere e i contesti e una concezione del mistero su cui si appiattisce la ricchezza estetica e storica del nostro patrimonio.

Ma una democrazia avanzata, come quella che era stata immaginata dai padri costituenti e che sarebbe ora più che mai necessaria, si costruisce attraverso una cittadinanza che si nutre dell’acquisizione di conoscenze, anche complesse, e quindi di competenze trasversali che i cittadini sono in grado di trasporre nell’ambito delle scelte politiche. Ad esempio sviluppando una sensibilità favorevole a decisioni che tengano sempre in conto i contesti, come più volte M. invita a fare.

 E.R.

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