Il corpo che ci unisce

 

nancy

“La mie mani si toccano, il mio corpo riconosce se stesso venendo a sé da un fuori che è, esso stesso, intento nell’atto di recuperare il mondo che è fuori di sé.”
Il corpo umano visto da un filosofo si trasforma in un formidabile pretesto per lanciarsi in associazioni simboliche. Viviamo tutt’uno col nostro corpo, avvertiamo la nostra identità personale come identità corporea, basta però soffermarsi un attimo a riflettere insieme ai filosofi per capire quanto sia arduo l’obiettivo di individuare la sede della coscienza: Dove sono io dentro al mio piede, alla mia mano, al mio sesso, al mio orecchio? Dove sono io in questo viso, nei suoi lineamenti, nelle sue tracce, nelle sue obliquità e nei suoi tremori? Chi sono io nei contorni di questa bocca che dice «io»?Ponendosi queste domande si può arrivare a considerare il proprio corpo come un’alterità da se stesso, un vero e proprio corpo estraneo. Quindi ogni corpo è estraneo agli altri. Eppure ci permettiamo di diffidare di altri corpi che chiamiamo “stranieri”, quando un momento di riflessione è sufficiente per sentirsi stranieri a se stessi.
Jean-Luc Nancy ha sviluppato questi ragionamenti in campo artistico, ambito da sempre privilegiato per riflettere sulla condizione umana: Il corpo dell’arte (Milano 2014).
“Un uomo poggia la sua mano su una parete di roccia e soffia intorno ad essa una polvere colorata; egli ritira la sua mano e contempla l’impronta chiara circondata dal pulviscolo d’ocra o di carbone. O meglio, egli solleva un piede e ne batte il suolo in modo da dare al suo corpo non l’andatura del cammino, ma lo slancio di una sospensione… e questa danza e questa immagine portano l’estraneità di un corpo che si sa – o si sorprende – estraneo a se stesso”. L’arte esaspera le esperienze per renderle evidenti e accentua i conflitti tra l’identità psicologica e l’immagine corporea, in un duello che rende stimolante la forma con cui ogni artista, e ogni cultura, sceglie di modellare le “intenzioni” della corporeità umana; ovvero il portato del pensiero e del modello culturale, che non è detto debba sfociare nella rappresentazione di un corpo fisico, ma ben più spesso simboleggia le sue funzioni o pulsioni (i disegni infantili, i dipinti aborigeni “a raggi x”, le simbologie paleocristiane, l’arte surrealista…). Ai fini di queste riflessioni, per “immagine corporea” vale tanto quella fittizia raffigurata dall’arte e descritta dalla letteratura, come l’altra, concreta, che agisce nella danza e nel teatro.
Io sono presente al mondo solo tramite il mio corpo. I miei pensieri, i miei sentimenti non si esprimono o non si rivelano se non tramite il mio corpo.” Appare sempre più inutile, sbagliata, se non colpevole la separazione tra il corpo e una fantomatica anima. “Io penso con la mia parola e parlo con la mia bocca.” È la nostra dimensione fisica che ci fa avvertire le sensazioni e le emozioni, è sempre lei che ci permette di esprimerle e ci fa apparire, mostrandoci al mondo, in modo tangibile – di persona – o in veste di immagine. Io provo un’inquietudine e questa emozione stringe la mia gola o il mio stomaco. Io non esisto che secondo questa materialità…”. Ma io non mi vedo – se non davanti allo specchio – mentre esisto e mi mostro agli altri, vedo semmai la loro reazione a quel che sono. L’immagine artistica può invece fissare quel che sono, “l’impossibile immagine di me” rivolta sempre su se stessa, ovvero mettendoci di fronte alla nostra ambigua identità, “inaccessibile nella profondità senza dimensione di cui il corpo è la messa in vista”.
N. giunge al capolavoro nelle quattro pagine del capitolo “L’opera, l’intimo”, in un susseguirsi leggero di pensieri che arriva al fondo della questione, sintetizzando l’essenza di quel che è l’arte rappresentativa. L’opera (d’arte) esce dall’intimità dell’artista per toccare l’intimità dell’osservatore, che può pienamente apprezzarla solo grazie alla sua sensibilità – l’arte utilizza questo canale per portar fuori ciò che altrimenti rimarrebbe sconosciuto all’artista stesso. L’intimità è massimamente individuale, ne consegue che ogni opera è destinata a infinite interpretazioni; quando la distanza è molta e non possiamo sentir risuonare in noi una cultura lontana possiamo solamente percepire “delle società senza intimità”. Mentre l’effetto vissuto nella contemporaneità della creazione è di grande importanza per le implicazioni del processo estetico: N. pensa che tutta la sensibilità interiore venga rovesciata nell’opera in una “esposizione d’intimità”, creata dal singolo artista e generata dalla società col suo contesto; e l’intimo contatto con l’arte non può che penetrare nel tessuto sociale, influenzando e modellando le sensibilità individuali e collettive.


Abbiamo visto che ogni rappresentazione del corpo, come del volto, è foriera di una densità di interpretazioni su quel che noi siamo; così da far scrivere a Kenneth Clark, di fronte agli schizzi di Michelangelo per una crocifissione, che il nudo è il soggetto più serio della storia dell’arte. N. ricava da questa indagine diverse considerazioni, ognuna sintetica, profonda e completa, ma che ne richiama altre in modo ambivalente. Prima di tutto, il rapporto con la nostra fisicità è ambiguo: la nostra coscienza è integrata nel corpo, il quale in alcuni momenti, sotto alcuni aspetti ci può apparire straniante; quindi anche ogni corpo altrui ci è estraneo, non dimenticando però che la nostra individualità si forma all’interno di una comunità umana – secondo teorie oggi ampiamente diffuse, che stiamo incontrando spesso nelle recensioni di questo blog, sotto differenti forme frutto di differenti discipline e che lo stesso N. ha analizzato nel saggio Essere singolare plurale”. La rappresentazione di noi stessi, possibile all’arte e oggi di ampia diffusione grazie ai nuovi media, svela quel che siamo e le nostre contraddizioni interne ma permette anche il contatto con le intimità degli altri e in questo gioco di rimandi ognuno risulta modificato, nel sé e nelle relazioni. Per continuare a indagare in un ambito talmente complesso, nelle successive recensioni faremo prima addormentare il corpo, per poi immergerlo nell’incubo tecnologico e quindi svelarne l’ambiguità sessuale.

Paolo B.

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