“Quando venne censurata l’immaginazione”

hajdu

“… il disegno a tutta pagina di apertura di una storia, “Avventura amorosa”, fu pubblicato con la testa di un’affascinante ragazza bionda che galleggiava su uno sfondo interamente nero; tutto il corpo del personaggio era stato cancellato con l’inchiostro e, nel resto della storia, macchie nere coprivano alcune aree delle pagine, mentre le nuvolette di testo avevano spazi bianchi da cui erano state cancellate delle parole, censurate come le lettere dei carcerati, come se gli sceneggiatori e i disegnatori di albi a fumetti fossero stati davvero criminali incalliti…”

Proseguendo le riflessioni sui rapporti tra le arti e il potere, affrontiamo ora il problema della censura nei fumetti due anni dopo l’attentato a Charlie Hebdo. Un tempo che ho scelto per distanziare l’impatto di quella tragedia da una riflessione su un argomento solo in apparenza semplice, che va tuttavia indagato da più punti di vista. Un buon esempio di queste sfaccettature si può ritrovare negli interventi compiuti a più riprese negli U.S.A. nel quadro di una vasta campagna contro i comics, condotta da gruppi che aveano posizioni conservatrici e cattoliche in ambito educativo e poi politico. La vicenda, caratterizzata da una catena di eventi mediatici, è stata brillantemente ricostruita da uno studioso della cultura popolare americana e docente di giornalismo, David Hajdu; il suo corposo saggio è stato intitolato in italiano Maledetti fumetti! Come la grande paura per i “giornaletti” cambiò la società statunitense (Latina 2010). Nonostante sia frutto di una raccolta minuziosa dei dati e di oltre 150 interviste, la lettura si sviluppa in una narrazione davvero piacevole, grazie alla scelta dell’autore di descrivere le persone che hanno vissuto quei fatti; possiamo addirittura ritrovarci al posto di un editore e sapere quello che poteva osservare guardando fuori dalla finestra del suo ufficio, mentre si chiedeva come reagire alle pressioni che minacciavano il suo lavoro e la libertà di pensiero di chiunque lavorasse nel suo ambiente professionale. Gli interventi in prefazione e postfazione di Roberto Giammanco e Matteo Sanfilippo, non scevri da rilievi critici, collocano questa ricerca in un più ampio contesto culturale.

Iniziamo il racconto dai quotidiani americani, in particolare da quelli di Pulitzer e Hearst, e notiamo che i primi comics erano effettivamente illustrazioni comiche, destinate alla lettura da parte degli immigrati emarginati delle periferie metropolitane, che si divertivano a vedere preso in giro il loro stesso mondo: bulletti sgrammaticati fungevano da parodie di tedeschi o africani, mentre compivano marachelle irridendo accalappiacani e poliziotti. Era appena iniziato il Novecento e alla critica dei romanzi popolari, composti alla fine del secolo XIX, seguirono ben presto articoli di condanna nei confronti delle illustrazioni narrative, le quali vennero interpretate come attacchi al dovuto rispetto “per i genitori, per la legge… per le buone maniere”. Questo primo giudizio di riprovazione identifica con chiarezza il motivo per cui i neonati fumetti erano avvertiti come una minaccia, svelando quel timore che, in seguito, sarà lasciato soltanto trasparire in discussioni pedagogiche moraleggianti e in trattati di dubbia validità scientifica. I primi commentatori non avevano dubbi, quelle pagine illustrate erano un attacco all’ordine costituito, un sovvertimento di quell’educazione che doveva mantenere l’ordine sociale, rispettando in modo gerarchico l’autorità, da quella genitoriale a quella istituzionale. Ogni novità destinata alle classi inferiori – accomunando in questo poveri, immigrati, bambini e adolescenti – e costruita con linguaggi a loro accessibili, veniva avvertita come un pericolo. Era la nascita della cultura popolare, adattata al sentire comune, alla gente del popolo, quindi alla maggioranza.
Ironicamente, molte critiche alla commercializzazione della cultura costruita dagli americani per gli immigrati vennero avanzate da intellettuali di origini europee – Adorno, Marcuse – i quali rimasero interdetti da queste massificazioni, poi tipizzate come prodotti culturali del giovane stato americano; e possiamo ben ammettere che a noi europei tante manifestazioni della cultura di massa oltreoceano continuano ad apparire come fenomeni stravaganti, superficiali e plastificati con quei colori pop che pure tanto ci attraggono. Persino il canadese McLuhan, che analizzò il fumetto come un medium degno di considerazione nello stesso anno in cui ne trattò in Italia Umberto Eco (Understanding Media e Apocalittici e integrati, 1964), avanzò riserve sul genere violento, non per questioni morali o come induzione al comportamento negativo, piuttosto in quanto vi scorgeva una propaganda del desiderio di possesso di matrice consumistica. Il suo allievo Walter Jackson Ong (che sarà autore nel 1982 di Oralità e scrittura) era invece preoccupato dall’esempio trasmesso dai superuomimi come proposta di esaltazione della forza per risolvere i problemi delle masse.
Lungi dall’approfondire la questione con ampiezza di pensiero sociologo, la chiesa cattolica locale si premurò di introdurre nella messa una solenne promessa da far recitare ai fedeli, giusto dopo la lettura del Vangelo: “Io condanno le immagini indecenti e immorali e quelle che glorificano il crimine e i criminali. Prometto di unirmi a tutti coloro che protestano contro di essi… E prometto di rimanere lontano da luoghi di svago che mostrino immagini che possano essere occasione di peccato.” In quegli ambienti serpeggiava forte anche l’inquietudine per i fumetti che prospettavano la possibilità del divorzio.
Invece di procedere con attenzione, gli editori e gli autori di quelli che non erano più propriamente comics inventarono (copiandosi a vicenda) nuovi generi per attirare bambini e adolescenti, i più “pericolosi” dei quali presero la forma di racconti horror e sul crimine, in albi antologici arricchiti da immagini cruente e dettagliate che si stagliavano su copertine dai colori accattivanti; seguirono le storie romantiche, ma pure queste non “edificanti”, considerando che ogni menage famigliare sfociava in tradimenti e omicidi, mentre i protagonisti erano invariabilmente ragazze dai comportamenti disinvolti ed eloquenti fin dai titoli (“Fa rima con lussuria”, “Ho dato ai ragazzi semaforo verde”), in racconti a volte scritti da donne (una editrice era interamente al femminile).
Il fine degli editori era con tutta evidenza quello di vendere, di attirare attenzione a ogni costo, spesso senza riflettere sulla qualità di storie e disegni, senza badare a come i giovani lettori avrebbero interpretato quei messaggi. Gli autori, spesso frustrati perché costretti a quel lavoro – vituperato dai più – come ripiego per non aver raggiunto la meta dell’arte ufficiale, si consolavano creando puro intrattenimento. Quando non si badava solamente allo stipendio, il loro fine era semplicemente quello di far divertire, in modo libero, come riportò Patricia Highsmith riguardo la sua esperienza con i comics: “Il mio lavoro non aveva niente a che fare con la letteratura, ma stimolava l’immaginazione”. I punti di eccellenza non mancavano e risaltarono nella poesia di Crazy Cat, di Herriman, una serie “di gran lunga superiore a qualsiasi creazione dell’alta cultura americana”, secondo le parole di Gilbert Seldes, autore del primo trattato che donò dignità ai prodotti dei media popolari (“The Seven Lively Arts”, 1924), anche se in seguito si trovò d’accordo nello stigmatizzare i generi violenti; nella vena creativa di Will Eisner, artista consapevole della carica d’innovazione di cui erano dense le sue storie, ancor prima di elevarsi a teorico dell’arte sequenziale; senza dimenticare il livello qualitativo, forse ancora insuperato, raggiunto già a inizio secolo da Winsor McCay grazie all’ideazione di serie come Little Nemo e alla realizzazione di alcune fantastiche animazioni, ritrovandosi ad anticipare nettamente le invenzioni dell’arte surrealista.
I fumetti che venivano pubblicati nel nuovo formato comic-book, a sé stanti e non inseriti nella rassicurante ufficialità dei quotidiani, divennero presto una forma di svago prediletta dai giovani, mentre la televisione era appena agli inizi e il rock stava per nascere; quelle storie dal taglio tanto esplicito erano aperture – improvvise, improvvisate ma variegate – al pensiero che ora chiamiamo “non politicamente corretto”, che può preludere al pensiero critico o quanto meno crea le premesse per non precluderlo.
Al termine della Seconda Guerra Mondiale e, con maggior veemenza, negli anni ’50 si assistette, come dicevamo, ad una sorta di paranoia collettiva, con associazioni di genitori-insegnanti che sobillavano l’opinione pubblica, rimproverando le famiglie disattente alle letture dei figli e allestendo pubblici roghi di albi a fumetti; la pressione da loro esercitata sulle autorità sfociò nell’approvazione di leggi statali e federali per interdire la vendita dei comics considerati “proibiti”, arrivando persino a punire i trasgressori con l’arresto. L’atto di bruciare la carta stampata, anche quella illustrata, è qualcosa di odioso, ma venne ugualmente portato avanti con fierezza da chi abitava in un paese reduce dalla guerra contro il nazismo; parecchi bambini vennero convinti a consegnare e distruggere i “fumetti proibiti” ubbidendo alla chiamata degli adulti in un fervore etico e patriottico – pur sentendo che qualcosa non andava, come ricorda uno di loro: “Sentivo come un vuoto nello stomaco, ero dilaniato dentro, e non ero l’unico”.
Il clima di caccia alle streghe, surriscaldato dalle due guerre mondiali, da proibizionismo e maccartismo, dall’inizio della guerra fredda come dal “pericolo giallo”, faceva saltare i nervi molto facilmente agli americani che volevano credere nell’innata bontà d’animo dei bambini e nella superiorità morale della loro grande nazione: era sufficiente una nuova moda diffusa tra i giovani, come il jazz, il rock’n’roll, i pantaloni zoot… Suscita sconcerto, oggi, scoprire che una semplice diversa foggia di giacche e pantaloni bastò per far scoppiare una rivolta a Los Angeles, nel giugno del 1943; dei militari di leva, impegnati nella guerra del Pacifico, interpretarono quegli abbigliamenti controcorrente come un affronto da parte di giovani spavaldi e indolenti, come lo sono tanti adolescenti; per placare le acque il Municipio di Los Angeles finì per mettere fuori legge i famigerati zoot, decretando che indossare quei pantaloni equivaleva a un “oltraggio”.
Alcuni politici cavalcarono l’onda dell’indignazione contro quelli che a breve sarebbero diventati i giovani contestatori e, sull’onda del successo mediatico guadagnato da una commissione sul crimine organizzato, venne allestita una seconda commissione parlamentare dedicata al preoccupante aumento della criminalità giovanile, sfruttando dei dati non confermati su questo tipo di fenomeno. Trasmesse in diretta televisiva, le sedute d’inchiesta raggiunsero il grande pubblico e, considerando i fumetti come una probabile causa del presunto dilagare della devianza giovanile, ne seguì che ben presto la professione di “fumettista” divenne sinonimo di “criminale”, oppure di “fascista” quando non “comunista”. Nel frattempo uno psicologo di nome Fredric Wertham, di origini tedesche come alcuni intellettuali prima ricordati ma di vedute assai più limitate, aveva pubblicato un libro con l’intento di denunciare gli effetti nefasti suscitati dalla lettura dei fumetti sulla mente dei giovani, seppure senza documentare le proprie tesi con ricerche degne di questo nome. Tra l’altro, uno dei politici protagonisti di questa campagna, Estes Kefauver, sfruttò la notorietà così guadagnata per candidarsi prima alla presidenza, poi alla vicepresidenza degli U.S.A. e le sue sconfitte lasciarono successivamente il campo democratico libero per Kennedy.
Raggiunti dal culmine della disapprovazione pubblica, alcuni editori, per evitare il fallimento, si dotarono di un comitato di autocensura e di un codice di autoregolamentazione: tra gli altri punti, leggiamo che in nessun modo poteva venire rappresentata una “mancanza di rispetto verso le autorità” e “la resa delle storie d’amore dovrà sottolineare il valore della casa e la santità del matrimonio”. Le immagini dovevano venire ritoccate prima della stampa – come si legge all’inizio di questo post –, cancellando le forme femminili (ma non i muscoli maschili) e abbellendo i volti deformi (col risvolto, non avvertito dai censori, che anche streghe e diavoli apparivano piacevoli). Una sorta di autogoal obbligato. Privando le storie degli elementi trasgressivi che più attiravano i lettori, venne decretata la fine dei fumetti dedicati a ragazzi e adulti, la chiusura di molte editrici e la metamorfosi dell’oscuro Batman nella parodia che tutti abbiamo conosciuto, almeno nella versione televisiva.
Cosa possiamo dedurre da questa storia? Abbiamo visto intervenire in modo maldestro e grossolano circoli di genitori scandalizzati, associazioni religiose bigotte, maestre in pensione con il parossismo della censura, psicologi incompetenti, un editore che balbettò davanti alla televisione, politici arrivisti… e poche voci che parlavano fuori dal coro, provando a riflettere se la lettura di storie dai toni forti possa avere la stessa valenza di sublimazione delle paure del mondo reale che si ottiene con le fiabe; se l’abolizione della cattiveria possa privare i piccoli degli anticorpi utili ad affrontare la vita; o se l’incremento della criminalità minorile sia conseguente alla diminuzione del tempo a disposizione dei genitori per dedicarsi ai figli; e come sia naturale per gli adolescenti ribellarsi ai genitori (“Tutti i genitori se lo dimenticano…”). Un lettore diciassettenne scrisse parole indignate al Los Angeles Times: “Quando qualcuno non riesce a studiare, godere e apprezzare un comic book con lo stesso gusto (in italiano nel testo originale) di una sinfonia di Beethoven, un’opera di Verdi o un romanzo di Hemingway, allora è segno che si è andati indietro, piuttosto che avanti, sulla strada della vita.”
Abbiamo invece urgenza di indicazioni obiettive sull’influenza che immagini violente o devianti si può riversare sui bambini, nell’epoca in cui internet offre la condivisione di ideali pacifisti allo stesso modo, e con la stessa considerazione non mediata, della visione di filmati con scene di reale e raccapricciante violenza.

Un insegnamento si può forse ricavare da come lo studioso americano ha scelto di concludere il suo volume: tra le decine di pubblicazioni dell’editore più chiamato in causa, Bill Gaines, sopravvisse sotto forma di rivista solamente il titolo più sfacciato, quel Mad che, sull’onda dell’indignazione alla censura subita, fece uno sdegnato salto di livello nella sua linea editoriale, passando da satira improvvisata a un emblema della critica sociale. Secondo H. la sequenza dei fatti qui sintetizzati spronò la carica irriverente di tanti autori che hanno fatto della rivolta al perbenismo una bandiera di libertà, identificandosi nella controcultura undergroundla demonizzazione di quel che era alla luce del sole generò un sottobosco arrabbiato.

Paolo B.

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