“Come vivere liberi ?”

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“Mio padre impiegò novant’anni a cadere dal quarto piano…”

Antonio Altarriba nacque a inizio Novecento in una povera famiglia della campagna spagnola. Trascorse una vita difficile: non si accontentava di sopravvivere, lui voleva vivere, conoscere, combattere i soprusi e sentirsi libero, sognava di volare. Non ci riuscì. Le circostanze della quotidianità, il peso degli eventi storici, la falsità di tanti, i sensi di colpa e di incapacità lo sconfissero in continuazione e può anche essere che non si sarebbe sentito vivo in nessuna situazione. Non sopportando oltre quella esistenza frustrante, arrivò infine a togliersi la vita.
Antonio Altarriba è uno scrittore, un docente universitario. Suo padre gli aveva raccontato tante vicende, tanti dettagli di quella vita dura e solo di rado punteggiata di felicità. Antonio convinse Antonio a mettere per iscritto tutti i suoi ricordi; il figlio e il padre, che condividevano lo stesso nome, arrivarono a identificarsi uno nell’altro (“Io vivevo in lui quando ancora non era nato ed egli vive in me ora che è morto”). Non riuscendo a mettere fine al proprio travaglio in questa vita, il padre chiese al figlio di aiutarlo ad uccidersi, salvo poi rendersi conto di non potergli addossare una simile responsabilità. Così trovò il modo di eludere la sorveglianza nella casa di riposo dove era relegato e, dal quarto piano, finalmente potè volare. Il figlio raccolse le memorie che il padre aveva scritto in duecentocinquanta pagine fitte di sensazioni disordinate, li integrò con quel che rammentava dei suoi lunghi racconti e decise di pubblicarli, come per dare un senso a quella vita e mettersi in pace col suo ricordo.

L’arte di volare (Torino 2012) è un racconto intenso, narrato da Altarriba e visualizzato da Kim in un fumetto che è ritenuto “uno dei libri più importanti che siano stati scritti in Spagna negli ultimi anni” (dalla prefazione di Antonio Martín). Narra l’intera vita di una persona semplice, non di una di quelle personalità che fanno la Storia, e proprio per questo è un libro importante, perché è la storia di un uomo qualunque intrappolato in quella Storia che viene orchestrata ai danni dei semplici. In questo senso presento questo romanzo grafico all’interno del discorso sui dissidi tra le arti e i poteri forti; l’integrazione tra testi e immagini permette di ricostruire vicende, ambienti e persone nello scorrere del tempo, dall’incoscienza della giovinezza alle rughe della vecchiaia.
L’inizio è esemplare – con un colpo di genio da psicanalisi, nell’arco di una sola tavola il figlio inizia a narrare dell’infanzia del padre, passando in poche righe a immedesimarsi in lui: “Mio padre, che ora sono io, non ha un bel ricordo della sua infanzia… Mio nonno, che ora è mio padre, pensava solo ad aumentare le sue scarse proprietà… I miei zii, che ora sono i miei fratelli, lo rispettavano o, meglio, lo temevano… Io, che ora sono solo io, non mi sono mai trovato bene in quella casa e, se non fosse stato per mia madre, non avrei mai conosciuto gli affetti famigliari.”

 

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Mentre Antonio ci guarda da una fotografia che proviene dal 1948, si rincorrono le vicende di un’intera vita. Possiamo immaginare un ragazzo che fugge dalla desolazione del suo paese, piccolo e deprivato, dove ognuno, benché povero, cerca di imbrogliare e prevaricare gli altri e i terreni per egoismo vengono recintati, chiudendo ai giovani lo sguardo sull’orizzonte. Con la conquista della patente di guida sogna l’indipendenza e inizia a correre, mentre scoppia la guerra civile. Lui, che detesta le barriere e gli egoismi e frequenta gli anarchici, viene arruolato tra i fascisti. Scappa nelle fila dei socialisti tra il fischiare delle pallottole e diventa autista, trasporta combattenti, feriti, cadaveri, mentre sogna di decollare. Al confino, finisce in un campo di concentramento francese, ridotto a pelle e ossa davanti alla stampa; fugge per venire subito arrestato dal Governo di Vichy: assegnato ad una famiglia di contadini, prova i suoi unici momenti di felicità – accoglienza, amore libero, rispetto per quella terra che suo padre era riuscito soltanto a fargli destestare. Senza sosta, combatte nella resistenza contro i tedeschi e partecipa alla liberazione, ma non trova opportunità nel rifiuto degli immigrati che pur avevano rischiato la vita per liberare la Francia. Varca di nuovo la frontiera per ritrovare la dittatura nel suo paese e constatare che tanti hanno perso gli ideali giovanili di libertà e per convenienza si sono arresi al nuovo regime franchista. Anche lui si adegua, nella povertà economica e sociale. Collabora con imprenditori imbroglioni e perde se stesso, si sposa ma non si riconosce nella moglie cattolica e repressa.

 

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Sente un forte legame di sangue con il figlio, ma è ormai morto dentro, ha allucinazioni e cade in depressione. Il ritorno alla democrazia lo vede in casa di riposo, ancora una volta intrappolato in regole insensate. Lo vediamo cadere, mentre i capitoli del libro scorrono nella discesa da un piano all’altro. Le sue traversie non hanno come semplice sfondo gli eventi storici, nei quali piuttosto lui è sempre rimasto intrecciato e intrappolato – leggendo queste pagine ci si immerge nel destino di un intero popolo, di individui dimenticati. I disegni di Kim, un misto di realismo, spontaneità e satira, rappresentano in modo appropriato quelle persone che, muovendosi spesso con incoscienza tra eventi più grandi di loro, hanno pur sempre costruito il futuro dei loro figli.
Antonio ha lasciato le sue memorie perché i giovani si rendano conto che “il denaro è il cancro che imputridisce l’umanità”. I suoi ideali di libertà e socialismo, ingenui ma profondi e onesti, erano l’antitesi delle politiche autoritarie che hanno infangato ripetutamente il terreno sotto i suoi piedi che anelavano al volo, impantanandolo dall’inizio del suo percorso e ancora ogni volta che provava a svoltare l’angolo della vita. Si scontrava con muri di oppressione, fatti di pugni, fili spinati, esplosioni, disonestà, tutto fomentato da assurdi processi totalitari che hanno avuto il preciso scopo di privare gli individui di libertà e speranza. Un problema alla volta possiamo affrontarlo, tanti insieme no, e la loro somma porta alla depressione.

In quanto al suicidio, che dire? Da giovane scrissi un tema sul quale non posso non concordare ancora oggi: ricordavo quanto forte sia il nostro istinto di sopravvivenza e da ciò consegue che colui che arriva a togliersi la vita non può essere disprezzato, perché qualcosa deve avergli reso tanto insopportabile la vita da non poterla più continuare; come si può biasimare chi non riesce a sopportare una sofferenza tale che riesce a spezzare quell’istinto tanto primario? Se siamo in vita significa che non conosciamo quel dolore e non possiamo permetterci di giudicare chi l’ha subito.

Ringrazio 001 Edizioni per il permesso di utilizzare le immagini qui riprodotte.

Paolo B.

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