La tecnica come sapere incorporato

combi“Il corpo è conoscenza, dà senso, crea relazioni: ma la tecnologia interviene, supera la tecnica, in parte le si sovrappone e con essa coesiste, produce la macchina modificando gli spazi, i tempi, le relazioni, la comunicazione: ogni qualvolta si compie una rivoluzione tecnica si compie anche una rivoluzione culturale perché i grandi sistemi tecnici sono pure sistemi culturali.”

Entrato stabilmente e a pieno titolo nel dibattito intellettuale, il legame tra le tecnologie, gli studi umanistici e l’esistenza quotidiana è analizzato da molteplici discipline, con la consapevolezza che si tratta di un tema fondamentale del nostro tempo; perché le ricadute della tecnologia sulla sociologia delle masse e sull’ecologia della mente dei singoli sono sotto gli occhi di tutti, non possono essere ignorate o trattate con superficialità. Tra i tanti studi in merito ne presento uno scritto da una antropologa per l’attitudine interculturale propria della sua disciplina, Mariella Combi: Corpo e tecnologie. Simbolismi, rappresentazioni e immaginari (Roma 2000). L’autrice costruisce inizialmente una storia di quei concetti antropologici – il simbolo, le rappresentazioni culturali, il corpo culturale – che farà confluire nel discorso dedicato alle influenze delle tecnologie sulla nostra corporeità.
Un plurale è d’obbligo, dato che le varie tecniche che si susseguono con l’avanzamento del progresso determinano altrettante conseguenze. L’epoca della conoscenza tecnica tradizionale ha decine di migliaia di anni di storia, iniziando con la nascita del processo simbolico in età preistorica, quando una nuova straordinaria facoltà regalò all’uomo la capacità di progettare e modificare il mondo. Si tratta dell’immaginazione, la quale anticipa le possibili conseguenze e connette insieme manipolazione e linguaggio, che a loro volta incrementano di molto la possibilità di plasmare i pensieri e far evolvere la mente stessa. Questo processo consente addirittura la trasmissione istantanea della memoria delle scoperte, oltrepassando il processo evolutivo in un inarrestabile crescendo di infinite opportunità. Il concetto chiave è qui “il corpo come strumento”. In alcuni casi l’innovazione venne interpretata dal pensiero magico (un corollario della facoltà simbolica e creativa, tramite tra natura e cultura) come qualcosa di legato al sacro, un mistero che doveva essere mantenuto dagli iniziati, come possono essere anche gli artisti e gli artigiani, e tramandato ritualmente al “corpo” dei loro figli. Qui mi sovviene il testamento dell’antico artista egizio Irtisen che, a proposito delle sue molteplici conoscenze, scrisse in modo inequivocabile: “Ciò non fu rivelato a nessuno tranne che a me solo e al mio figlio maggiore del mio corpo…”. Il corpo si pone in questa lunghissima fase appunto come lo “strumento” della tecnica, metro di misurazione delle distanze e motore dell’agire; il pollice, la spanna, il piede, il braccio sono stati largamente utilizzati per misurare la realtà e in ambito anglosassone sono ancora in uso termini quali inch, span, foot, fathom. Inoltre, gli oggetti che facilitano il lavoro sono tutti nostri prolungamenti, sotto il profilo simbolico e, a tutti gli effetti, anche assolutamente pratico; tutti gli strumenti che vanno dalla punta in selce alla bicicletta si configurano come potenziamenti (agevolazioni, allungamenti, intensificazioni) del naturale strumento corporeo. Queste considerazioni si possono integrare in un assunto che abbiamo già incontrato: le abitudini (pose, movenze, sequenze) introiettate utilizzando gli strumenti si affiancano alla gestualità e arrivano a modificare la corporeità, rendendo ogni gruppo etnico (e ogni fascia sociale al suo interno) distinguibile proprio da queste tradizionali “tecniche corporee”, come le chiamò Mauss. Ciò rende il nostro fisico un autentico “corpo culturale”: “La tecnica ha quindi a che fare con la memoria corporea o, in altri termini, è un sapere incorporato”.
Molto più di recente è avvenuta una serie di rivoluzioni in sequenza e siamo passati a vedere il corpo in rapporto allo strumento, ad esso esterno ed estraneo. Vediamo quindi come l’antropologia interpreta la spersonalizzazione dell’età moderna e contemporanea: “La macchina prevede l’esteriorizzazione del corpo e delle sue potenzialità, è un oggetto che si interpone tra l’uomo e la natura”. Il punto di svolta è la distanza tra l’uomo e la macchina, una distanza anche concettuale, perché il pensiero (dapprima quello romano, saltando poi a quello rinascimentale e illuministico) inizia ad analizzare le macchine da distanza, abolendo oltretutto dal lavoro qualunque reminiscenza del trascendente. L’uomo è un individuo in grado di razionalizzare il mondo, indipendentemente da qualsiasi dio; la tecnica diventa teorica e sempre meno fisica. Già Vitruvio aveva chiara la distinzione tra lo strumento manuale e la macchina semovente, ma solo con la forza del vapore della prima rivoluzione industriale le macchine si resero, in un certo senso, indipendenti, mentre gli strumenti erano destinati a diventare un tutt’uno con il loro utilizzatore. La tecnologia modifica il modo di percepire sia l’esterno che l’interno dell’uomo, anche ribaltando concezioni consolidate da millenni: la velocità accorcia le distanze geografiche e cambia il senso del tempo; il corpo è visto e studiato come una macchina, dal funzionamento meccanico e scomponibile in segmenti (persino sostituibili), ognuno dei quali analizzato in modo impeccabile, ma staccato dal contesto dell’organismo: basta visitare uno dei musei anatomici sorti tra Settecento e Novecento per rendersene conto, con un senso di smarrimento e spesso avvertendo un colpo allo stomaco, tra manichini scomponibili e feti deformi conservati in formalina.
L’informatica cambia nuovamente, e con sempre maggiore velocità, i termini della questione, della quale è doveroso valutare subito i pro e i contro, prima che le prossime generazioni ne siano assorbite in modo pervasivo. “Il computer può significare un viaggio fuori dal corpo verso una rappresentazione totale dove ci sono regole e simulazioni e gli oggetti sono rappresentazioni di oggetti.” Occorre prendere piena consapevolezza dell’universo informatico per non subirlo in modo passivo; il computer permette di interpretare la realtà e anche agire su di essa ricreandone una versione duplicata, modificata, ristrutturata, che non va scambiata per quella vera. Inserendo il corpo dentro il mondo virtuale la fisicità si dissolve ma le opzioni si moltiplicano, potendo operare chirurgicamente un corpo malato da una parte all’altra dell’oceano e progettare in laboratorio arti, organi e fluidi di ricambio; passando per il cyborg (immaginato dalla fantascienza e studiato dalla NASA) per giungere presto a creare un uomo sintetico. Ogni giovane oggi può esplorare avventure che altrimenti sarebbero precluse da una vita reale spesso povera di opportunità: si tratta evidentemente di un potenziamento dei viaggi nella fantasia propri di letteratura, teatro, arte figurativa e cinema. Immergendosi nella virtualità (i “social”, Second Life, i dispositivi sensoriali per la realtà virtuale, gli ormai prossimi ologrammi e chissà cosa ancora) il rapporto col proprio io può essere messo in discussione, assai più che in riflessione allo specchio: “Intanto il singolo scopre una flessibilità in contrasto con quella che ha imparato dover essere la sua unica personalità, l’espressione psicologica unica, seppur cangiante, dell’esperienza esistenziale: scopre invece nuove sfaccettature, gli angoli nascosti del proprio sé e differenti curiosità, nuove e provocatorie possibilità di essere.” Lo stesso vale per la funzione propriocettiva, dove vediamo il corpo – sempre protagonista come “luogo” dei profondi cambiamenti culturali – rischiare di perdere sia se stesso, che il limite naturale tra la pelle e l’esterno, mentre viene proiettato nel cyberspace (contrapposto al mondo reale, chiamato da Gibson meatspace).
C. non esclude gli aspetti positivi del nuovo mondo che si sta costruendo e che legge come una evoluzione conseguente alle conquiste iniziate nel Rinascimento. I sistemi virtuali sono senza dubbio un potente strumento di conoscenza e anche di immaginazione, il fatto è che occorre per forza di cose adattarsi ai cambiamenti. Consideriamo l’identità corporea, che contribuisce a formare quella personale nell’interazione con gli altri, faccia a faccia, con scambi di gesti e di sguardi; nel mondo virtuale il corpo si annulla (a volte sostituito da un avatar) e le identità di una singola persona si possono moltiplicare, mentre si costruiscono attraverso modalità stranianti rispetto al mondo reale, interfacciandosi con altre persone che, a volte sotto pseudonimo, aleggiano nella rete. Si tratta di uno “spazio di pura comunicazione” le cui particolari caratteristiche Gibson aveva compreso ancor prima che fosse reso accessibile alla fruizione globale. L’assenza del corpo rende più facile sperimentare nuove identità, il che può anche significare la possibilità di fuggire da una vita non desiderata, da forme di emarginazione, da un corpo nel quale non ci si riconosce – per inserirsi in “non-luoghi” aggreganti resi accoglienti da interessi condivisi, con nuove forme di socializzazione che parrebbero formare una intelligenza collettiva; dove ci si può liberare dalle costrizioni corporee reinventandosi come si vorrebbe essere. La discriminazione subita dalle donne rientra a pieno titolo in questo discorso, tanto da ispirare lo sviluppo di un movimento di “cyber-femminismo”, cui abbiamo già accennato in passato e che vuole superare il concetto di sesso biologico in virtù di un genere culturale. Anche l’interazione cibernetica viene vista da C. in modo positivo, come un “approccio sano”, un ritorno al tradizionale rapporto tra strumento e uomo: tante persone i cui movimenti sono permessi da protesi potrebbero essere d’accordo con tale definizione. Ritengo esagerato, invece, considerare che l’interazione tra individui venga esaltata dalle comunicazioni virtuali: “La tecnologia ha aumentato le relazioni interpersonali con conseguente ampliamento del sé attraverso l’inclusione dell’altro”. Perché, sempre che l’aggiunta e non la riduzione possa essere un valore desiderabile, se è vero che in pochi istanti si può diramare un pensiero a tanti conoscenti e che è in effetti possibile costruire a distanza un rapporto di vera amicizia, il valore della conoscenza reale non è sopprimibile; ho sperimentato questi approcci e l’amicizia più intensa costruita su internet ha avuto bisogno di un incontro di persona che è scaturito in un immediato abbraccio, prova che la corporeità non è una variabile da poter archiviare.

L’impatto della tecnologia sulla nostra vita è ovviamente un argomento di grande interesse e tutto sta a indicare che nel prossimo futuro dovrà assumere una rilevanza di primo piano; è necessario continuare a riflettere con una mentalità aperta alle diverse opinioni come ai diversi possibili scenari, e con sempre maggiore profondità d’indagine. La serietà di queste problematiche risulta anche dai temi discussi negli ultimi meeting del Gruppo Bilderberg, incontri riservati alle persone più influenti del pianeta che delle loro trame fanno trapelare solamente l’elenco degli argomenti che affrontano; tra le politiche economiche e i flussi migratori, si fanno più frequenti le tematiche tecnologiche: non solamente innovazioni e cyber-security, all’ordine del giorno compare l’intelligenza artificiale… Mentre l’incontro-scontro tra corpo e tecnologia è oggetto prioritario di ricerca di un artista tra i più rappresentativi della contemporaneità, che metteremo presto sotto la nostra lente d’ingrandimento.

Ringrazio Benni Monetti per il fotogramma tratto da una sua installazione multimediale.

Paolo B.

 

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