L’arte come riscatto civile

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“Si potrebbe anche considerare il quadro come un esempio dell’opera di agitatori comunisti, che gridano alla massa martoriata che il quadro mostra della gente che è stata tanto stupida da difendere la patria in una trincea, o gente caduta sul campo del disonore… Giusta valutazione del quadro sarebbe considerarlo quale ‘degradazione’ del soldato tedesco caduto al fronte, del soldato tedesco che meriterebbe invece un monumento celebrativo alla sua morte d’eroe.”
Queste parole furono scritte nel 1933 riferendosi a un dipinto di Otto Dix, di cui mostriamo in apertura un dettaglio da un’altra sua celebre opera, il “Trittico della guerra”, dove i corpi umani e la stessa materia pittorica vivono e muoiono nel degrado. L’autore dello scritto era tale Richard Müller, nella recensione di una delle prime esposizioni allestite per denigrare l’arte contemporanea, al momento di presa del potere da parte del nazismo. In queste righe vediamo ingenuamente espressi diversi aspetti problematici che ancora oggi non hanno trovato soluzione nel pensiero comune: il valore della patria, la giustificazione delle guerre, la gestione del consenso pubblico, l’incomprensione dell’arte come denuncia e, in generale, del suo ruolo nella società.
Una panoramica su come tanti artisti hanno dovuto subire, adattarsi o scontrarsi con i regimi del ‘900 si può trovare in un saggio di Mario De Micheli: “L’arte sotto le dittature” (Milano, 2000). In sintetici capitoli dedicati alle singole nazioni troviamo prima descritta la situazione politica e culturale. Di seguito vengono delineati la vita, le opere e il pensiero degli artisti più rappresentativi a partire dalla nascita dei totalitarismi negli anni ’20 fin dopo il termine del secondo conflitto mondiale.  Pur mancando una riflessione generale che possa individuare fili comuni in questo vasto reticolo di esperienze, l’autore non fa mancare suoi commenti sulle scelte compiute dai protagonisti della cultura di fronte alle avversità, a volte impreviste, in altri casi presentite con l’occhio attento degli intellettuali. Mostra comprensione per chi ha provato a sopravvivere in difficili situazioni senza avere il coraggio di una aperta ribellione – situazioni spesso dubbie e ardue da comprendere nel momento del loro svolgersi, per cui un giudizio negativo a posteriori rischia di essere approssimativo. Una condanna è invece riservata a chi si è reso consapevolmente partecipe di propagande violente: nella maggior parte dei casi si tratta di mestieranti che nulla avevano in comune con l’arte, nel senso culturale del termine. D. M. fu presente e partecipò intensamente con le proprie idee antifasciste al disastro della società italiana negli anni della guerra, fino a pagare la propria militanza con l’arresto. Non deve quindi stupire se nella sua vita e nella professione di scrittore, docente e storico dell’arte ha posto attenzione alle poetiche di quegli artisti che rivolgevano chiare critiche sociali, mettendo le loro competenze al servizio di un’etica che non si è trattenuta dalla denuncia della barbarie. Nei suoi saggi non si limita a esporre criticamente, spesso raccoglie testimonianze, lasciando la parola a chi voleva avere anche una voce, oltre a fare arte, come vedremo in vari esempi.

I primi artisti che nel XX secolo dovettero confrontarsi con un completo rivolgimento del proprio mondo furono quelli russi. L’iniziale entusiasmo per la rivoluzione a favore del popolo fu accompagnato da un dibattito di elevato livello, nell’ambito del quale artisti, registi, scrittori trovarono incentivi all’espressione personale e critica, con in prima fila Majakovskij, Pasternak, Ejzenštejn. Lenin avvertì che la rivoluzione sociale non doveva portare a un sovvertimento della cultura, la quale non poteva nascere da una massa analfabeta: “La cultura proletaria deve essere lo sviluppo naturale della somma di conoscenze elaborate dall’umanità”. I maggiori pittori, tuttavia, erano stati assai prudenti e se ne erano andati anche prima della rivoluzione (Larionov, Kandinskij, Chagall). Tale cautela fu provvidenziale, poiché dalla metà degli anni ’30 Stalin attaccò pesantemente i liberi pensatori. I conformisti che rimasero si limitarono ad una inutile propaganda che sconvolse il pittore Franco Francese quando visitò la Biennale del ’56: “Il padiglione sovietico è sconcertante. È impossibile che un popolo così vasto riesca a presentare un volto siffatto. Soltanto i nazisti erano riusciti a liquidare l’espressione pittorica.” Infatti il regime stalinista non si limitò a direttive e intimidazioni, piuttosto assalì la cultura con una sequenza impressionante di fucilazioni, come subito avvenne anche in Germania. Di fronte alla ferocia nazista gli artisti “degenerati” reagirono con una forza non riscontrabile altrove; l’aggressività politica e militare suscitò l’espressionismo più crudo. Denunciarono l’insensatezza della violenza utilizzando la tradizionale espressività centro-europea (vedi il cinquecentesco Grünewald che sembrò anticipare gli orrori del ‘900 e venne ripreso, difatti, da Dix nel polittico prima citato). Furono eloquenti anche nelle dichiarazioni dei loro intenti. Ascoltiamo quindi le loro voci. George Grosz: “Le arti e gli artisti non valgono un osso o un capello solo di un operaio che lotta per il proprio pane”. Oskar Kokoschka: “Ho dipinto una serie di quadri ‘politici’, non per impegno politico ma con l’intento di aprire gli occhi alla gente mostrando come io vedevo la guerra.” John Heartfield: “Questa è la salvezza che portano”, presentando le fotografie del bombardamento di Guernica. La pittrice Käthe Kollwitz: “Non ho mai fatto un lavoro a freddo, ma sempre, in certo senso, con il mio sangue”. Gli artisti tedeschi risposero alla violenza con la più cruda satira permessa dal pennello, dalla grafica e dalla novità del fotomontaggio per mostrare la sofferenza delle vittime, il cinismo dei politici, la violenza dei militari.
La vicenda a parte costituita dalla guerra di Spagna fu l’occasione per molti intellettuali, artisti e poeti, anche provenienti dal resto d’Europa e dall’America, per scagliarsi contro il fascismo. Non mancarono le vittime illustri, come García Lorca e Antonio Machado. Il perdurare del regime franchista nei decenni successivi alla guerra civile portò le giovani generazioni a proseguire l’antagonismo con nuovi mezzi, dal fumetto al video. Nel 1960 Xavier Bueno, dal suo esilio a Fiesole, scrisse un articolo pieno di passione, “Rottura o alienazione”, dove attaccò la borghesia considerata connivente coi poteri dittatoriali e in cui emergeva il dissidio con tanti suoi colleghi, in un quadro di generale fiacchezza nella denuncia sociale: Le aquile hanno fatto il nido. Spento il grido, soffocata la protesta, le avanguardie si sono infilate la vestaglia del conformismo, le pantofole dell’ufficialità. Ma il mondo, quel mondo nell’avversione del quale esse erano nate, non è cambiato… Voi dite: siamo un cavallo di Troia nella cittadella borghese. Non v’illudete: in quella cittadella il cavallo ha trovato la biada e la stalla… Il nulla osta della borghesia all’arte contemporanea, dato sotto forma di ufficialità, fu la porta attraverso la quale inevitabilmente si passò dalla libertà all’alienazione”.
Ennesimo fronte di ribellione è costituito dal Messico e, come accadde negli altri paesi, anche gli artisti messicani, vittime di violenti soprusi, reagirono con una energia inedita, che ancora stupisce per la veemenza che campeggia in giganteschi murales e serve da esempio per le proteste urlate con i colori degli odierni street artist. Aprirono la strada Goitia, Posada e il “Doctor Atl”, fondando un’arte strettamente correlata alle ideologie rivoluzionarie e caratterizzata da una forte evidenza figurativa che potesse parlare direttamente alla gente comune, ai diseredati, ai lavoratori, denunciando le oppressioni tiranniche e capitalistiche. Per questo le loro pitture non dovevano stare “nascoste” in musei frequentati più che altro da ricchi, ma andavano collocate a contatto diretto con la realtà urbana, rurale e industriale: “Le esposizioni le faremo nelle strade, nei luoghi di ritrovo degli operai, e strade e ritrovi trasformeremo in musei”. Nonostante la natura popolare e l’apparente semplicismo, le loro opere non avevano alla base un carattere naïf perché tutti i protagonisti di questa impresa si confrontarono con la cultura pittorica europea, dalle avanguardie parigine, ai grandi di Spagna, ai cicli degli affreschi italiani dei secoli passati, studiati nella loro valenza di acculturazione sociale. I giovani che li seguirono raccolsero per intero la loro eredità e incrementarono la forza espressiva di pitture che arrivarono anche a triplicare in metri quadrati la grandezza della Cappella Sistina. Rivera, Orozco e Siqueiros divennero noti in tutto il mondo e, sperimentando tecniche industriali, rappresentarono una fonte di ispirazione per Jackson Pollock e i Pop Artist, ovvero gli artisti del paese capitalista per eccellenza. Mentre i messicani sostenevano in tutti i modi la rivoluzione comunista, anche dipingendo un enorme Lenin nel Rockefeller Center. Non si limitarono alla denuncia artistica e, partecipando con impeto al clima pericoloso della guerra fredda, misero a repentaglio la loro sfera privata. Rimasero, così, coinvolti in una complessa spy-story, che è importante rievocare almeno in poche righe: Lev Trotzkij, espulso da Stalin, fu accolto in casa di Diego Rivera e Frida Kahlo, che divenne amante del fondatore dell’Armata Rossa; il loro amico David Alfaro Siqueiros, fondatore del battaglione antifascista ma anche stalinista “Garibaldi”, partecipò ad un complotto per uccidere Trotzkij, nel quale in qualche modo era implicato anche l’italiano Vittorio Vidali. L’attentato, inizialmente fallito nonostante 300 proiettili, riuscì poi a colpi di piccone. Ad un certo punto spuntò anche Pablo Neruda, che salvò Siqueiros dalle indagini, mentre della vita travagliata della compagna di Vidali, Tina Modotti, parleremo doverosamente in una prossima occasione.
Di fronte a momenti cruciali e violenti si può reagire in diversi modi; per parlare di queste divergenze vediamo come gli artisti italiani si rapportarono con la tirannia. Caso emblematico è l’incontro a Parigi di Osvaldo Licini con Amedeo Modigliani, nel 1917; Licini lo stuzzicò dicendosi a favore del potere conservatore e l’artista livornese rispose declamando un passo di Rimbaud sul cammino del popolo e la fine delle superstizioni: “Si alzò furioso e guardandomi con una smorfia di supremo disgusto e compatimento con occhi che mandavano lampi, urlò, con aria ispirata e messianica col pugno teso, con gesti enfatici ma bellissimi (e con gravissimo scandalo dei borghesi seduti)”.
Desidero ricordare, all’opposto, la figura di Felice Casorati, un pittore entusiasta della pittura, che trattò con leggerezza e impegno. Al di là dei proclami propagandistici dei pochi conniventi, delle reticenze di tanti e delle coraggiose denunce degli artisti socialisti e comunisti, rimango dell’idea che quella di Casorati sia stata una ribellione a suo modo sincera: se escludiamo una breve prigionia dovuta all’amicizia con Gobetti, notiamo che non si impegnò in critiche sociali, ci presentò semplicemente un mondo gentile e pacato, ma allo stesso tempo anche serio e coerente. L’educazione che si pone come esempio di impegno civile per sconfiggere la barbarie. La stessa posizione si può riscontrare nelle parole di Marino Marini: “Io reagivo all’enfasi imperialista dell’arte ufficiale fascista basando coscientemente la mia arte sulla mia vita privata ed evitando ogni orpello”.
Veementi sono invece le dichiarazioni degli intellettuali aderenti al movimento Corrente: “Rifiutiamo le posizioni sentimentali e cristiane… Rifiutiamo l’ironia che tarla e non taglia. Non c’è posto per i deboli, gli inconcludenti, i malinconici, i sensibili, gli indifferenti. Il quadro deve essere per noi un modo come un altro di comprometterci. Vogliamo impostare il discorso pittorico in funzione rivoluzionaria.” Sono Morlotti, Treccani, Vedova, Guttuso e altri, che nel luglio del 1943 eleggono in Picasso l’esempio da seguire per un’arte che parla in modo diretto e riflette la vita, nell’amore e nel dramma. Ennio Morlotti ebbe occasione di vedere Guernica all’esposizione internazionale del 1937 e fece partecipe i compagni di quell’urlo di ribellione: “Con Guernica abbiamo cominciato a voler vivere, a uscir di prigione, a credere alla pittura e a noi, a non sentirci soli, aridi, inutili, rifiutati; a capire che anche noi pittori esistevamo in questo mondo da fare”. Alcuni vanno oltre l’aperta critica e combattono realmente: lo storico dell’arte Giolli venne torturato e condotto a morire a Mauthausen, Guttuso faceva incetta di munizioni, Sassu fu arrestato, Rosai nascose dei partigiani feriti. Un altro esempio evidente di impegno in prima persona lo troviamo nella vita e nelle opere di Carlo Levi: a causa dei suoi attacchi al regime fascista con la pittura e sulla stampa, venne mandato al confino in Lucania; da questa terra trasse dipinti delle persone semplici di una terra rurale e il romanzo Cristo si è fermato a Eboli. “Erano tempi di scelte e responsabilità totali… il fascismo toccava e distorceva anche l’arte, l’origine e la forma dell’espressione… La resistenza appariva necessaria… in quell’intransigenza morale e politica, nel rifiuto della servitù e del conformismo”. Nel 1942 Levi era riuscito a dipingere una incredibile distesa di donne morte in un lager, quando ancora nessuno aveva assistito a tali scene; pochi altri ritrassero la realtà cruenta intorno a loro, tra rovine e impiccati, come Vespignani e Minguzzi, mentre un resoconto dal vero delle peggiori atrocità fu opera di un altro pittore, Corrado Cagli.

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La vita di questo artista esemplifica il suo impegno contro la tirannia. Di famiglia ebrea, venne attaccato dalla stampa in quanto semita e artista “degenerato”. I suoi dipinti antiretorici e riempiti di critiche politiche in forma simbolica attirarono le invettive di Ciano, che ne ordinò la distruzione. Inseguito dal bieco razzismo, Cagli si rifugiò prima in Francia, dove deviò la sua pittura naturalista verso il cubismo e le astrazioni, dimostrando una buona dose di apertura mentale. Quindi negli Stati Uniti, acquisendone la cittadinanza e arruolandosi nell’esercito. Tornò presto sul suolo europeo in divisa, a partire dallo sbarco in Normandia. Entrato nel lager di Buchenwald, assistette alla depravazione compiuta dai nazisti e ritrasse i corpi martoriati degli internati in quelli che voleva fossero letti “non come disegni di un pittore, ma come le testimonianze di un soldato di ventura… Il pittore non sarebbe stato immemore degli Orrori della Guerra di un Goya, ma il soldato di ventura non può che tramandare l’immensa pietà per i suoi fratelli e la loro infinita dignità nella fine più orrenda, nelle spire di un vortice che parve ingoiare negli abissi del genocidio trenta e più secoli di civiltà“. Utilizzando come modelli i disegni schizzati dal vero nel campo di concentramento, nel dopoguerra Cagli scavò dei graffiti nell’intonaco delle commoventi pareti del Museo del Deportato di Carpi, dove compare anche una graffiante e raggelata opera di Picasso. La raccolta di quei disegni fu oggetto di alcune esposizioni, l’ultima delle quali a cura di D. M.: “Disegni per la libertà”.

Attraverso questa carrellata compiuta nell’arte di denuncia abbiamo assistito allo smarrimento di alcuni e all’impegno diretto di altri. Svelando la follia dei potenti a chi sapeva leggere le loro immagini, molti artisti hanno voluto riscattare la loro nazione dagli orrori compiuti da odio e razzismo. Ignorando il conformismo di tanti, con il coraggio di denunciare quel che ai più era venuto a consuetudine. Mettendo a frutto, con le armi dell’arte, il bagaglio culturale del passato e aprendo lucidamente gli occhi sul presente. Nella prossima occasione, sempre con la guida di questo storico, rievocheremo la figura di un artista dimenticato e di genere diverso da quelli qui esposti, che si scagliò con efficacia contro l’oppressione grazie alle armi (satiriche) di cui disponeva.

Paolo B.

NOTA. Le immagini di questo post provengono da Wikimedia Commons

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2 Responses to “L’arte come riscatto civile”

  1. admin Says:

    N.d.A.: Una esposizione dedicata agli artisti russi nell’età delle rivoluzione si terrà al Mambo di Bologna, dal 12 dicembre 2017 al 13 maggio 2018: “Revolutija. Da Chagall a Malevich, da Repin a Kandinsky”.

    — Al cinema segnalo “Il cittadino illustre” (“El ciudadano ilustre”, Spagna-Argentina 2016) dei registi Gastón Duprat e Mariano Cohn. Un pesante avvertimento sui pericoli che il conformismo e l’incultura possono far correre ai liberi intellettuali.

  2. Paolo Beretti Says:

    Anche i rivoluzionari messicani saranno in esposizione a Bologna, a Palazzo Fava, dal 19 ottobre 2017 al 18 febbraio 2018.
    México ”La Mostra Sospesa” Orozco, Rivera y Siqueiros.
    Saranno esposte le opere che erano state previste per una mostra in Cile nel 1973, subito sospesa a causa del golpe di Pinochet. I dipinti furono riportati in Messico sull’aereo che trasportava anche la vedova del povero Allende e i loro figli. In seguito, l’esposizione che mostra insieme quelle opere prende il nome di ”Exposición pendiente”.

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