Una matita agli arresti

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Quando venne il mio turno, la guardia si mise a scrivere, su uno di quei registri, tutta la mia vita, dalle origini fino ai giorni nostri. Un’altra guardia mi prese tutti i soldi che avevo in tasca e la matita. Ah, finalmente sono riusciti a prenderla la famigerata matita, che Turati chiamò ‘l’epicentro del terremoto che squassava la baracca borghese’. Era tanto tempo che le facevano la posta! ‘Encomio solenne alla guardia Salvatore Mongibello, per avere, la sera del 1° dicembre 1926, nelle carceri di Milano, disarmato un nemico.

Proseguendo il tema dedicato alla cultura artistica che si confronta con l’autorità del potere non può mancare un riferimento alla satira, forma di opposizione ironica e degna di rispetto fin dall’antichità. Ne approfitto per riscoprire una figura ormai dimenticata che merita assolutamente le nostre riflessioni: Giuseppe Scalarini. Scalarini ha inciso sulla società italiana dell’altro ieri con la forza di una vita dedicata interamente a combattere la degenerazione della politica, compreso il regime fascista, attraverso il suo lavoro, denso di impegno civile e politico. Le sue invenzioni grafiche hanno aiutato a far riflettere criticamente quegli italiani che non volevano restare intrappolati nella retorica di regime e, inevitabilmente, Scalarini si attirò addosso tutta l’ostilità del potere politico e giudiziario. Tra i pochi contributi volti a preservarne la memoria ho scelto un testo non recente, che ha il vantaggio di avere come autore lo storico impegnato che abbiamo imparato a conoscere nella mia scorsa recensione, Mario Micheli. Presento qui il suo saggio: Scalarini. Vita e disegni del grande caricaturista politico (Milano, 1978).

Convinto socialista e votato al pacifismo, dopo una formazione artistica accademica S. trovò un incarico presso una tipografia bolognese, città dove erano diffusi giornali che ridicolizzavano il potere politico. Tornato nella città natale, fondò le riviste socialiste Merlin Cocai e La Terra, insieme al suo amico d’infanzia Ivanoe Bonomi, il quale si trovò in seguito a ricoprire la carica di capo del governo sia prima che dopo il ventennio fascista. Iniziò così a pubblicare le sue vignette che attaccavano la classe politica e proseguì per decenni con una illustrazione al giorno sulle pagine dell’Avanti, anche quando la gestione di questo quotidiano passò sotto la guida di Benito Mussolini, destinato, a breve, a diventare un tenace avversario dell’illustratore mantovano.
Nell’immagine iniziale vediamo un truce albero di Natale, innalzato per accogliere i cadaveri di ribelli libici. La pubblicazione di illustrazioni di questo tenore, tra il 1911 e il 1912, dovevano risultare particolarmente forti, nella retorica imperante dell’Italia coloniale di inizio secolo; lungi dall’essere portatori di civiltà, i nostri militari compivano violenze e fucilazioni di massa tra chi si ribellava all’invasione. Mentre un pensiero ancora ottocentesco considerava gli africani come esseri inferiori, il nostro illustratore, guidato dall’ideologia socialista, sentiva vicini come dei fratelli coloro che si battevano per il proprio paese. Rimasto scosso dalle notizie proveniente del Nordafrica, dedicò alla tragedia coloniale alcune vignette come questa, intitolata “L’albero di Natale innalzato dai soldati del Genio a Tripoli”. La consegna dei suoi disegni, inizialmente ritenuti dallo stesso direttore dell’Avanti! alla stregua del bollettino metereologico, divennero un rito quotidiano, scandito da uno stile metodico di vita e di lavoro. S. dovette sentirsi portatore di una missione e la serietà con cui svolgeva quel suo impegno, da lui desiderato e perseguito fin dalla gioventù, lo resero proverbiale tra i responsabili del giornale: “Ogni giorno, verso le sei, un passo tacito e dolce denuncia la barba nera di Scalarini negli uffici dell”Avanti!’… L’ombra scivola, la barba scompare. È rimasto, sul tavolo direttoriale, un rotolo bianco… il dono quotidiano che reca ai lettori… il suo mago silenzioso, il suo mago inesauribile… Dentro, c’è la dinamite” (dai ricordi del redattore Ramperti). Solamente questo giornale pubblicò 3.700 suoi disegni, ma ogni giorno ne consegnava 2 o 3, tra i quali lasciava alla direzione la scelta su quale stampare. Per quei disegni fu portato a processo insieme al direttore Mussolini, allora ancora autore di editoriali antimilitaristi, con l’accusa per entrambi di “vilipendio alle forze armate”. La difesa di S. puntò sulla denuncia precisa delle violenze e della corruzione di cui si stavano rendendo colpevoli gli italiani in Libia, come si evince da una lettera che indirizzò al giudice: “In Libia sono stati loro, i patrioti, non noi, a infilzare i bambini con le baionette… guardi le nostre mani: qualche macchia d’inchiostro: guardi le loro, invece, guardi che unghie, che macchie di sangue”. Di fronte all’evidenza, tutti gli imputati furono scagionati, anche se proprio il nostro S. fu quello a rischiare maggiormente, e da allora si diffuse la voce che il disegnatore fosse “l’amico di Mussolini”, quando, al contrario, il rapporto tra i due fu breve, limitato al lavoro e, anche sotto questo aspetto, divergente: il futuro leader fascista valutava sì i disegni che venivano consegnati ogni giorno sulla sua scrivania, ma S. ricorda che il direttore “confessava che non se ne intendeva, e infatti la satira non la capiva”; nel momento della sua espulsione dal giornale e dal partito, in seguito al voltafaccia guerrafondaio, fu proprio S. ad attaccarlo con vignette roventi e solamente allora Mussolini comprese il tenore del linguaggio satirico, infuriandosi.

La sua firma, una scala stilizzata seguita dalla dicitura “rini”, divenne presto celebre. La facilità con cui le immagini da lui ideate riuscivano a scagliarsi controcorrente continuava a renderlo un obiettivo di magistrati e polizia; hanno un forte impatto e contenuti inequivocabili, tanto che oggi le diremmo “iconiche” e diverrebbero “virali” in tempo reale sui “social”. La situazione peggiorò con l’avvento del fascismo, così che S. si trovò a subire intimidazioni, processi e violente aggressioni fisiche da parte di squadre di camicie nere, compresa la proverbiale bevuta dell’olio di ricino. Nella seconda immagine vediamo due illustrazioni degli anni ’20. Nella vignetta di sinistra (del 24 dicembre 1920) il nostro disegnatore si fa portavoce della posizione assunta dal Partito Socialista nei confronti dei Fasci, visti come una espressione violenta dei capitalisti reazionari, col sostegno di una parte della Chiesa e della stampa; e così la illustra, con tono adeguato alla vigilia di Natale: “Ecco la guerra, avvolta nel drappo tricolore della bandiera, con la medaglia, i grimaldelli, la corona del rosario e gli sproni, che stringe fra le braccia il figlioletto fascista, con la camicina nera, la rivoltella e il bastone: Ed Ella partorì il suo figliuolo primogenito, e lo fasciò, e lo pose a giacer nella mangiatoia… (San Luca 2-7). Vicino alla mangiatoia c’è un sacco di avena per la stampa, che battezzò il neonato, versandogli dell’inchiostro sul capo”.
L’altra, del 1924, mostra “il consenso” estorto dal fascismo agli italiani e in questa immagine, semplice e incisiva, possiamo ben intendere il motivo degli attacchi al loro autore da parte del potere. Fuggito in Germania e poi arrestato e confinato a Lampedusa e Ustica, S. non rinunciò mai a dichiararsi antifascista, anche se per un periodo si dedicò alla letteratura per l’infanzia, il che non impedì un accanimento nei suoi confronti, con l’internamento in campi di concentramento a Vasto e Bucchianico. In quei luoghi veniva ancora tacciato, dai direttori e dagli altri internati, come “l’amico di Mussolini”, quando a perseguitarlo era proprio il “Duce”.

 

 Ancora dal 1924 ci arriva l’ultima immagine, dove compare il tema dell’emigrazione, ancora oggi di attualità, anche se in direzione diversa dal passato: “L’emigrante va in giro per il mondo, lasciando in ogni paese brandelli della sua povera carne”. In quel tempo erano gli italiani ad essere costretti dalle circostanze a lasciare il proprio paese, ma qui la retorica non trova piede e i migranti non hanno nazionalità.

S. continuò a pubblicare alcune vignette nel secondo dopoguerra. Usciva a passeggiare, sostenuto dal bastone, a volte accompagnato dalle figlie: aveva sempre utilizzato questo sistema per progettare le illustrazioni, lasciando che la fantasia riflettesse sugli eventi politici e gli facesse visualizzare, lungo il cammino, il modo migliore per rappresentare la sua indignazione nei confronti dei mali del mondo. Era invecchiato, provato dai periodi di prigionia e ancor più dalla perdita della compagna della sua vita e di una delle cinque figlie; aveva evitato per tutta la vita di sposare la sua amata Carolina, per restare coerente con il suo anticlericalismo, ma alla fine volle accontentarla e la sposò in punto di morte. Infine, nel 1948, dopo aver sussurrato “Sono stanco, sono molto stanco”, anche lui morì, dopo aver realizzato 13.000 illustrazioni, senza contare che rimangono ancora inediti disegni e manoscritti in mano agli eredi.

Paolo B.

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