Pedagogia del coraggio

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“… siccome il coraggio cresce soltanto in relazione al cambiamento, diventa evidente che nei periodi di sazietà l’uomo rischia di smettere di essere coraggioso, dissipando la necessità di criticare e di indignarsi.”
Tra le esigenze avvertite oggi dalla pedagogia, immersi come siamo in un panorama di stordimento generato dai mass-media e dalla rete, la carenza di iniziativa personale può essere avvertita come una vera emergenza, affiancata da altre forme assolute di gravità, come la mancanza di attenzione, le droghe e il disinteresse per la cultura. Per far fronte alle difficoltà del presente e prepararsi al futuro occorre avere una spinta, una motivazione, ma senza qualche dose di coraggio non è possibile mettere in atto ciò che serve per affermare se stessi e modificare la realtà. Può sembrare che i giovani, in quanto tali, siano naturalmente predisposti all’azione, quando non alla ribellione, invece capita che in questi ultimi anni si stiano diffondendo episodi di panico nei confronti della vita quotidiana, persino in assenza di motivazioni. Deve destare preoccupazione qualcosa di così inaspettato, per la diffusione che questo fenomeno sta assumendo e per la sua stessa natura: una paura esagerata o ingiustificata provata da chi non dovrebbe aver altro che il desiderio di affrontare e cambiare il mondo.

È recente la pubblicazione di un saggio, appassionato e preoccupato, in cui possiamo sperare di trovare risposte a queste necessità pedagogiche; uno scritto denso di intuizioni e consigli rivolti agli educatori e agli stessi giovani, quelli che vanno stimolati: Paolo Crepet, Il Coraggio. Vivere, educare, amare (Milano 2017). L’autore è un esperto di questioni psicologiche che, per formazione e vocazione, è solito calare nel più ampio contesto sociale, con l’intento preciso di comprendere i dubbi e le problematiche caratterizzanti il nostro tempo: studiando cause e implicazioni delle malattie mentali, del suicidio, del conflitto tra adolescenti e genitori, nutre la speranza di aiutarci a vivere in modo più sereno.

Noto anche al pubblico di massa, in questo scritto Crepet ha il merito di districare dal tema principale diverse problematiche – avvertite da alcuni, discusse in modo caotico da altri, ignorate dai più – arrivando poi ad analizzare metodicamente le possibili implicazioni: dal coraggio di bocciare, all’urgenza di rinnovare le idee, arrivando a indagare l’ormai desueto ma conturbante ardimento, sentimento poetico più che militaresco incarnato da personaggi paradossali come D’Annunzio.
La questione di fondo consiste nella possibile mancanza, in una parte non quantificata dei giovani d’oggi, di coraggio o, per meglio dire, di alcune tipologie ben precise di coraggio. L’autore riesce con scioltezza a riassumere tutte le sfaccettature di una problematica tanto ampia e fornisce una spiegazione precisa e limpida delle cause. Tante sono infatti le diramazioni che partono dal concetto forte ma sfumato di coraggio; tutte, secondo l’autore, possono essere ricondotte alle dinamiche che si sono sviluppate, almeno nei paesi occidentali, nell’ultimo dopoguerra. Influenze sociali avrebbero avuto ricadute collettive sulla psiche e sul comportamento di larga parte della popolazione genitoriale e, in conseguenza, di quella giovanile. Il metodo utilizzato, ad un tempo psichiatrico e sociologico, permette di seguire a ritroso il percorso dei problemi; parte da atteggiamenti e considerazioni espresse dai ragazzi con una sconcertante ingenuità e risale al benessere economico culminato negli anni ’60. Le dinamiche si inseguono, trasmettendo il moto come in un meccanismo, dove movimento innesca un altro. Prima di quella linea di demarcazione temporale i figli costituivano una risorsa indispensabile alla sopravvivenza economica della famiglia, seguendo regole millenarie, semplici e inesorabili. “Non si educavano i figli in base a opzioni ideologiche, ma fidandosi di un buon senso concreto, consolidato dall’esperienza delle generazioni precedenti… Con il boom economico tutto cambiò, compresa buona parte del nostro secolare senso di insicurezza… a tal punto da permettere di interpretare con minor fermezza e maggior flessibilità quelle stesse regole educative amministrate fino ad allora con autoritarismo. Nell’ambito della ormai nota “società liquida” teorizzata da Bauman, approfondiamo le ricadute che questo cambiamento ha avuto sull’educazione, la quale doveva di conseguenza venire reinventata quasi da capo e divenire anch’essa “liquida”; perché ai genitori nessuno aveva insegnato ad esserlo e non avevano figure di riferimento. Una forma di successo educativo vennero ad essere sia la libertà che il benessere economico (vero o simulato) elargiti ai figli, da rendere visibili e pubblicizzati di fronte ai conoscenti e sulla scena cittadina: “Si passò dall’insegnamento del dovere al diritto di pretendere, soprattutto ciò che non è essenziale”. Non donare le necessità materiali – che vanno piuttosto minimizzate, nascoste, perché devono costituire una difficoltà solo per i poveri – ma il superfluo, visto che ora essenziale è divenuta l’apparenza; e di questo saziare i figli. Pochi di loro hanno il dubbio che l’esercizio del dare possa rendere passivi i destinatari delle continue elargizioni, come sa bene chiunque abbia visto la festa di un bambino colmo di troppi regali, che subito diventano noiosi. Dovere di dare e diritto di chiedere, un “permissivismo educativo” inevitabile per superare i dogmatismi del passato, ormai svuotati di utilità e di senso, che ha da subito generato nuovi problemi, a partire da una confusione dei ruoli. Quando l’educazione consisteva principalmente nel trasmettere un senso di responsabilità da acquisire per poter essere inseriti nella vita adulta, non esisteva la preoccupazione di sbagliare e i genitori si alleavano in modo spontaneo con gli insegnanti, non era percepito il rischio di poter aver sbagliato qualcosa, in quanto gli errori potevano essere solo dei figli. Ora i genitori stanno sviluppando un inedito senso di colpa (da inadeguatezza pedagogica) mai esistito nel passato, quando era appannaggio dei figli nei loro confronti (come autostima dipendente dall’approvazione dei genitori). “Dall’altra, i figli vedono depotenziate le proprie capacità di creare senza dover dipendere da sponsor domestici, di costruire senza il loro sostegno, proprio perché sono stati cresciuti con l’idea che i genitori devono essere sempre presenti, disponibili e generosi. Un problema che, più avanti negli anni, tende a esplodere non appena i giovani impattano con la realtà cruda della vita, che richiede capacità autonome di sopravvivenza e di progettazione.” Crepet consiglia di fare l’opposto di quel che viene richiesto dalla nostra epoca: quindi stare insieme ai figli, trascorrendo insieme del tempo lento e prezioso, non finalizzato ad accompagnarli meramente ai corsi sportivi; come pure stimolarli e metterli di fronte a delle sfide; abolire l’eccesso di tutele perché si possano mettere alla prova; infine, togliere: Se si toglie, invece di continuare a dare, nascerà in loro il desiderio e, con esso, l’infinito inventario di emozioni e di passioni: l’essenziale è conoscere la necessità di esplorarle.”
Fino a non molto tempo fa, e tuttora nei regimi dittatoriali, il coraggio era sfruttato a fini propagandistici, irrigidito in forme violente e stereotipate. Oggi il coraggio può e dovrebbe avere una valenza più profonda, lontana dalla demagogia, piuttosto indirizzata verso l’indignazione contro le ingiustizie, la critica alle consuetudini pericolose. Lo psichiatra torinese insiste su forme di coraggio alternative a tutto ciò che è passivo o dannoso:“Possedere il coraggio di educare significa essere capaci di credere nei ragazzi, di pensare che riusciranno a camminare con le loro gambe.” Accompagnare i giovani ad affrontare la vita e sbagliare da soli, senza proteggerli in una gabbia di vetro; perché possano maturare la competenza necessaria a gestire le frustrazioni e i necessari insuccessi. “Altrimenti diventeranno adulti irrisolti, pronti a qualsiasi compromesso con se stessi o con gli altri, perennemente in cerca di conferme.“E pieni di ansie, paure, soggetti a quelle crisi di panico che si stanno diffondendo tra gli adolescenti come un’epidemia. In questo discorso rientra anche il coraggio di bocciare, per non far crescere una generazione “condonata” e impotente, che non agisce in funzione delle conseguenze e si aspetta di ricevere tutto senza fatica, come in un reality; e poi il coraggio di allontanarsi da casa, perché “con ricatti affettivi o limitazioni mentali, non gli si permette di avventurarsi nella vita”; ancora, il coraggio di ricominciare, di dire di no, persino di mostrare le proprie paure per conoscerle e non subirle in modo ossessivo. Oggi parlare di “figli viziati” non significa fare un discorso reazionario vagheggiando la restaurazione dell’autorità paterna; vuol dire, all’opposto, mettere in guardia sulla perdita di autonomia dei giovani, che rischiano di crescere senza spinta innovativa e con paure immotivate.

Questo scritto divulgativo appare sicuro nell’individuare il quesito, ovvero il coraggio, e le sue cause; è incerto ma appassionato ogni volta che si arrischia a esplorare gli ambiti artistici; appare altalenante sul piano di quelle idee che alcuni riconducono alle ideologie: può essere considerata “di destra” la meritocrazia? è per forza “di sinistra” sognare il rinnovamento del mondo? L’autore ignora questi compartimenti e procede col suo discorso con fare metodico, indagando le cause dei fenomeni e indicando le necessarie conseguenze. Vuole parlare del coraggio che dobbiamo inventarci per creare un nuovo mondo, se non vogliamo che siano altri a inventarlo per noi.”
Vedo rispecchiate nella mia esperienza scolastica le preoccupazioni di cui abbiamo parlato. Mi capita di rimanere senza parole quando sento radicata la convinzione che sia essenzialmente la fortuna a determinare il destino delle attività didattiche… non l’impegno ma, variamente, il caso, un destino inesorabile, inesistenti preferenze dei docenti, la sfortuna. Anche Crepet ha notato quanto sia diffusa questa assurdità: Molti ragazzi mi dicono che la garanzia per una buona vita consiste in una congrua dose di fortuna. Non conosco chi suggerisce queste banalità, ma so che una visione fatalistica li renderà passivi.” Al termine di questo anno scolastico due classi liceali sono state sollecitate a discutere sul concetto di “rivoluzione”, nel versante artistico e in senso lato; la mancanza di risposte è stata desolante, tra rari studenti che volevano provarci, senza però riuscire a individuare alcun obiettivo atto a cambiare la realtà intorno a loro, e gli altri che restavano in silenzio. Dopo vari escamotage volti a evitare il compito, si è presto arrivati a richieste tristemente oneste: “Posso evitare di parlare?”… “Chi ha avuto l’idea di fare questa cosa?”… “Possiamo andarcene?”… fino alla dichiarazione più significativa: “Tanto non cambia niente”. Il che porterebbe il discorso su un altro versante, oltre la mancanza di coraggio e verso un più definito scoraggiamento. Vedo di continuo ragazzi artisticamente dotati che copiano o ricalcano invece di mettersi alla prova (provando una fitta quando li colgo a ricalcare persino dallo schermo del cellulare!). Una soluzione a questo problema, come ho già accennato in precedenza, potrebbe risiedere nella stessa natura delle ultime generazioni che, rifuggendo le tradizioni e saltando di slancio le norme consolidate, avrebbero tra le frecce della loro faretra la capacità di trovare soluzioni nuove, inedite, facendo leva sulla creatività ed eludendo tutto ciò che limitava le generazioni passate. All’insegna dell’immaginazione, richiamata anche in una traccia degli ultimi temi di maturità, dove si rimanda a un discorso di Kennedy del 1963, che a sua volta citava G. B. Show: “We need men who can dream of things that never were, and ask why not.”
Vedremo evolvere queste tematiche nella recensione del prossimo mese, dedicata a una tematica ancor più generica ma appassionante: la visione del futuro.

Paolo B.

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