Il sommerso della Repubblica
martedì, marzo 9th, 2010
“Sappiamo bene, e lo abbiamo già rilevato, che la radice del totalitarismo fascista affonda nel corpo sociale della nazione, là dove sono privilegi che non vogliono cedere il passo alla giustizia che avanza fatalmente in una società democratica, là dove sono angustie mentali, egoismi e chiusure, là dove si teme la libertà e non si crede alla sua forza creativa, redentrice e in definitiva ordinatrice e garante, là dove si guardano in superficie le cose ed il cammino della storia, là dove ci si affida incautamente alla illusoria efficacia risolutrice della forza.” (Aldo Moro, 1962) (continua…)

“Quando si hanno dei figli mongoli, è meglio restarsene a casa”, così un cliente di una pizzeria trevigiana ha apostrofato qualche settimana fa i genitori di una bambina affetta da sindrome di Down. E ciò è accaduto per il semplice fatto che un pezzetto di carta, utilizzato durante un piccolo gioco di magia eseguito dalla figlia del titolare del locale per alcune bambine, è finito accanto – accanto! – al piatto di quel razzista. Già perché si tratta tecnicamente di razzismo, cioè di una discriminazione basata su un sapere pseudo-scientifico, volto ad allontanare dalla vita quotidiana (quel cliente era lì con tutta la famiglia) un diverso che fa ancestralmente paura. Una paura alimentata dall’attuale clima di insicurezza e di odio e fondata su una conoscenza inadeguata del mondo, impastata di ignoranza e stereotipi che si nascondono dietro un insulto la cui forza risiede proprio nel fatto che una volta fu una categoria scientifica. La frase esprime così emblematicamente la volontà di escludere l’altro, di non integrarlo.


“l’uomo di successo che si è fatto da solo; il «clan» che ha creato sin dagli inizi e che per lui è una specie di famiglia allargata e rassicurante; il carisma animalesco e ben tangibile [...]; la sua ostentata ignoranza [...] per tutto ciò che è complicato e che va al di là dei sentimenti elementari, delle intuizioni primarie, del diritto di natura [...]; a dirla in breve, si tratta di una mistura sapiente tra la forza della televisione e la democrazia plebiscitaria, che capita in una fase di smarrimento massimo della società e di assenza pressoché completa di ogni principio e autorità. [...] Celentano farà scuola. Ha messo in moto un meccanismo, ha reso visibile il fascino ipnotico della televisione, ha dimostrato che una massa cospicua di italiani è inerme, disponibile alla suggestione di un guru attrezzato per la bisogna, stufa e arcistufa dei farisei di sempre e dei sepolcri imbiancati. Qualcuno prima o poi perfezionerà l’esperienza, la volgerà a un fine mirato e politico”. (Eugenio Scalfari, Il nostro guru del sabato sera, in “La Repubblica” 15 dicembre 1987, cit. a p. 155-156) 

“Con il progressivo avanzamento di nuove generazioni abituate a maneggiare le possibilità offerte dalla convergenza [degli strumenti mediali], la televisione, come la conosciamo noi, è condannata. Non si tratta di saper manipolare tecnologie in forma intuitiva, come pensano i genitori che chiamano i figli ad “accomodare” il computer o a rimettere i canali sul telecomando del televisore. Si tratta di plasmare la propria socializzazione in modo completamente nuovo, attraverso i siti di presentazione di sé, di social networking, di gioco e simulazione, di archiviazione e condivisione di musica, fotografie, video, i blog, la possibilità di costituire nicchie plurime di interesse e di scopo, l’attitudine a fare con i media sempre più cose contemporaneamente, in una filosofia totalmente multitasking.”