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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; Comunicazione ed informazione</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Egitto: segnali dal web</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 20:20:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Asmaa Mahfouz]]></category>
		<category><![CDATA[cyberspazio]]></category>
		<category><![CDATA[DNS poisoning]]></category>
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18 gennaio 2011 Asmaa Mahfouz (Asmaa Mahfouz) pubblica su  YOUTUBE e su  FACEBOOK un video in cui chiede al popolo egiziano di scendere in Piazza Tahrir al Cairo il 25 gennaio per la difesa dei diritti umani contro il regime di Mubarak.
Nessuno si sarebbe potuto immaginare che l’evento sarebbe stato uno dei catalizzatori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-934" title="Â©figuresinred" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/05/figuresinred-300x168.jpg" alt="Â©figuresinred" width="450" height="230" /><br />
18 gennaio 2011 Asmaa Mahfouz (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Asmaa_Mahfouz">Asmaa Mahfouz</a>) pubblica su <a href="http://www.youtube.com/watch?v=2uzdOLXLoes"> YOUTUBE</a> e su <a href="http://www.facebook.com/pages/Egypt-eyes-of-Asmaa-Mahfouz/169909293025171"> FACEBOOK</a> un video in cui chiede al popolo egiziano di scendere in Piazza Tahrir al Cairo il 25 gennaio per la difesa dei diritti umani contro il regime di Mubarak.<br />
Nessuno si sarebbe potuto immaginare che l’evento sarebbe stato uno dei catalizzatori principali della rivolta egiziana: lo spazio web ha fornito le infrastrutture adatte alla diffusione dell’organizzazione anti-regime.<br />
Il cyberspazio influenza sempre più il mondo fisico e strutture di cluster, come <a href="http://www.­telecomix.­org/">telecomix</a> , hanno un ruolo sempre più determinante nel sostegno degli attivisti: già il 9 febbraio 1996 J.P.Barlow (<a href="http://w2.eff.org/Censorship/Internet_censorship_bills/barlow_0296.declaration">Cyberspace Declaration</a>) descriveva visionari scenari di indipendenza dello spazio internet dai poteri costituiti che oggi sono diventati realtà.<span id="more-928"></span><br />
Parliamo della connessione esistente tra lo spazio internet e la realtà sociale grazie all’articolo pubblicato su “Hacker Journal” (n° 213, 2011)  dal titolo EGITTO: segnali dal web di Paolo Brini, agente di Telecomix.<br />
B., impegnato particolarmente nel Crypto Munitor Bureau e nel progetto <a href="http://streisand.me/">Streisand Project</a>, descrive le operazioni informatiche congiunte di un gruppo di attivisti che hanno permesso il mantenimento della connessione nel territorio egiziano durante le fasi principali della rivolta anti-regime. La reazione del governo egiziano alla nascita dei primi focolai di rivolta è stata quella di bloccare le connessioni web con attacchi del tipo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/DNS_cache_poisoning"> DNS cache poisoning</a> e <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/IP_blocking">IP blocking </a>,  concentrandosi contro i principali social network per evitare sia la diffusione di contenuti video che potessero documentare i soprusi del regime sia il possibile coordinamento di azioni di rivolta. Non appena il regime si è accorto dell’inefficacia della sua azione di censura ha deciso di bloccare completamente le comunicazioni, compresi gli SMS, e  i collegamenti via satellitare con delle stazioni jamming.<br />
La scelta di arrivare a chiudere il collegamento a internet era inaspettata, anche se dopo diverse ore dallo “spegnimento” Noor, l’operatore di connetività di banche, borsa e broker, era ancora attivo. Il traffico è stato così dirottato sulla linea telefonica installando una serie di collegamenti in dial-up tramite modem. Dopo un primo rallentamento delle operazioni, dovuto principalmente alla difficoltà di trovare hardware adatto perché ormai datato e informazioni relative alla configurazioni, il primo nodo è stato connesso a internet. In poche ore sia le pagine di Twitter, raggiungibili da chi utilizzava la connessione Noor, sia i fax, inviati usando le cache di Google e della <a href="http://web.archive.org/"> WayBack Machine</a>, erano piene di indicazioni HowTo per configurare connessioni in dial-up. L’azione congiunta di Telecomix di Anonymous e di Google che pubblica i numeri da chiamare nella sua pagina dedicata alla crisi egiziana permette di ripristinare Internet in Egitto.  La chiusura delle connessioni è costata al governo egiziano danni ingenti, per un valore di centinaia di milioni di dollari, senza che poi il regime di Mubarak si sia potuto salvare. Nel web, infatti, è continuata la proliferazione di notizie e video riguardanti la crisi. L’idea che un gruppo di persone abbia potuto reagire auto-organizzandosi nel cyberspazio ha un che di affascinante e allo stesso tempo ci fornisce degli strumenti per comprendere l’importanza della rete nel globo.<br />
La frase della dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio che più mi ritorna nella mente in relazione al caso egiziano è sicuramente questa: “Ci diffonderemo attraverso il pianeta così che nessuno potrà arrestare i nostri pensieri. Noi creeremo una civiltà della mente nel cyberspazio.”<br />
Spesso lo spazio web sembra rispondere in maniera differente alle dinamiche sociali standard e questo mi sorprende sempre. Il fatto di essere difficilmente controllabili e anonimi al primo impatto rende la rete uno spazio potente e allo stesso tempo pericoloso, ma quando, come in questo caso, essa permette di realizzare un sogno di libertà sono indotto a pensare che non esiste un qualcosa di assolutamente buono e giusto, ma che tutto dipende dall’uso che se ne fa.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>La rivoluzione dell&#8217;iPod</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 08:27:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Argomenti]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Apple]]></category>
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&#8216;Ipod non rappresenta soltanto un lettore musicale ma bensì è l&#8217;artefice di una vera e propria rivoluzione del modo di concepire la musica.
La storia dell&#8217;Ipod ha inizio nel gennaio del 2001 quando dalle radici di napster nasce iTunes il primo jukebox digitale; e soltanto dopo qualche mese, precisamente nell&#8217;ottobre dello stesso anno, Steve Jobs presenta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-823" title="Â©iPod4" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/01/iPod4-300x168.jpg" alt="Â©iPod4" width="450" height="230" /><br />
&#8216;Ipod non rappresenta soltanto un lettore musicale ma bensì è l&#8217;artefice di una vera e propria rivoluzione del modo di concepire la musica.<br />
La storia dell&#8217;Ipod ha inizio nel gennaio del 2001 quando dalle radici di napster nasce iTunes il primo jukebox digitale; e soltanto dopo qualche mese, precisamente nell&#8217;ottobre dello stesso anno, Steve Jobs presenta con la sua solita enfasi comunicativa l&#8217;Ipod. Dopo una lunga introduzione che ha tenuto tutti con il fiato sospeso, il genio della Apple tira fuori dalle tasche l&#8217;iPod un lettore musicale capace di contenere 1000 canzoni in formato pocket.<br />
Non era sicuramente il momento propizio per uscire sul mercato: erano infatti appena state abbattute le torri gemelle; e non era sicuramente il migliore lettore musicale; ma la volontà di rendere semplice e affascinante l&#8217;ascolto della musica in digitale ha dato origine a una vera rivoluzione.<span id="more-822"></span><br />
Parliamo della rivoluzione culturale nel modo di concepire la musica, riproponendo i contenuti di una intervista fatta a Greg Joswiak, responsabile marketing e di prodotto per l&#8217;iPod e iPhone, da parte di Jon Fortt per la rivista “Fortune” (25 novembre 2007).<br />
Secondo J., l&#8217;iPod è il prodotto che più di ogni altro esprime le idee di Steve Jobs: un oggetto dal design accattivante e dall&#8217;interfaccia semplice. Sviluppa il progetto di Napster, il software di condivisione MP3, che ha sconvolto l&#8217;industria discografica dal 1999 al 2001 facendo nascere in Jobs l&#8217;idea di portare la musica digitale nel mondo del PC. Il successo è epocale e fa della Apple la quinta forza di distribuzione al mondo nel campo della musica e dell&#8217;ìPod l&#8217;oggetto di culto del primo decennio del secolo, al punto da aver determinato una vera e propria rivoluzione nel mondo della musica.<br />
Per comprendere il fenomeno iPod bisogna fare un passo indietro, al dicembre del 1996, quando Steve Jobs ritornò all&#8217;Apple dopo 11 anni di assenza. L&#8217;azienda stava perdendo 1 milione di dollari all&#8217;anno con uno spreco di risorse in ogni direzione.<br />
Il primo lavoro di J. fu quello di concentrare le energie su un numero massimo di 10 progetti e di passare in rassegna ogni lavoro lasciato incompleto.<br />
L&#8217;idea di J. era quella di creare un ambiente competitivo dove potessero nascere idee vincenti ma ancora neanche lui sapeva cosa fare. L&#8217;occasione si presentò pochi anni dopo, esattamente nel 1999, quando uno studente universitario di nome Shawn Fanning con l&#8217;aiuto di Sean Parker fondò Napster. L&#8217;idea dei due studenti, che volevano solo condividere musica in formato MP3 all&#8217;interno del campus, si rivelò un successo e in un solo anno il programma raggiunge 60 milioni di spettatori. La prima reazione fu quella delle case discografiche che riuscirono a bloccarne l&#8217;ulteriore diffusione facendo valere i diritti d&#8217;autore; ma l’eco del fenomeno arrivò alle orecchie di Jobs che subito ne capì le potenzialità. Voleva che gli utenti potessero masterizzare e ascoltare musica sul PC. Voleva riuscirci a tutti i costi e scoprì l&#8217;esistenza di un&#8217;azienda, di cui molti dipendenti erano ex-Apple, che stava lavorando a SoundJam, un progetto per la codifica e la riproduzione degli MP3 sviluppato da Jeff Robbin, Bill Kincaid e Dave Heller. Jobs comprò il software e nasceva così iTunes, il primo software jukebox per MAC. Per Steve mancava ancora qualcosa perchè la musica doveva essere trasportabile e così cominciò a guardarsi intorno scoprendo che esisteva già sul mercato qualcosa di simile come Diamond oppure prodotti Sony; ma ancora non erano pronti. Decise così di coinvolgere Antony M. Fadell nella realizzazione di un progetto quasi impossibile: in 9 mesi doveva nascere il lettore MP3 della Apple, l&#8217;iPod. La realizzazione del progetto fu estenuante come riportato da J.: si lavorava giorno e notte con la paura di non riuscirci. Nell’intervista si racconta anche l&#8217;aneddoto che ad otto settimane dall&#8217;uscita era stato scoperto un bug del prodotto: le batterie duravano soltanto 3 ore anche da spento. Dopo una serie di peripezie si arrivò il 23 ottobre del 2001 all&#8217;uscita del prodotto.<br />
La presentazione alla stampa era essenziale: non era un mac. Fu piuttosto presentato come l&#8217;oggetto del futuro che permetteva di avere 1000 canzoni in tasca.L&#8217;entusiasmo iniziale subì immediatamente una brusca frenata dopo la perdita del processo di Napster e la caduta delle torri del 11 settembre, che certo non rendeva sicuramente la gente ben disposta a spendere. Le voci della stampa deridevano l’iniziativa dicendo che il prodotto non poteva funzionare perchè costava troppo ed era solo per MAC. Non era sicuramente l&#8217;unico prodotto per MP3 in circolazione e non era né il più economico né il migliore era però l&#8217;unico a integrarsi perfettamente con iTunes.J. descrive quindi due fattori determinanti nell&#8217;esplosione del fenomeno iPod: in primo luogo il fatto che esistesse una comunità fedele all&#8217;Apple che faceva da pubblicità e in secondo luogo il colore degli auricolari. Gli auricolari erano bianchi semplicemente perchè l&#8217;iPod era bianco, ma si notavano mentre spesso il lettore stesso rimaneva nascosto. In poco tempo migliaia di persone famose portavano i loro auricolari bianchi a tal punto che tutti gli volevano. Era il 2002 e si contavano un milione di adepti.<br />
Jobs capì che l&#8217;iPod poteva arrivare al 50% del fatturato Apple, ma gli mancava un ulteriore passo: la vendita on line di musica. Napster era stato eliminato e le etichette musicali non erano disposte a cedere a un compromesso, mentre Jobs voleva vendere le singole canzoni a 99 centesimi di dollaro. Il tutto fu risolto con maestria dal sig Jobs che riuscì a convincere U2 e altri importanti cantanti ad aderire alla sua proposta.L&#8217;entusiasmo iniziale subì immediatamente una brusca frenata dopo la perdita del processo di Napster e la caduta delle torri del 11 settembre, che certo non rendeva sicuramente la gente ben disposta a spendere. Le voci della stampa deridevano l’iniziativa dicendo che il prodotto non poteva funzionare perchè costava troppo ed era solo per MAC. Non era sicuramente l&#8217;unico prodotto per MP3 in circolazione e non era né il più economico né il migliore era però l&#8217;unico a integrarsi perfettamente con iTunes.Si completò in questo modo la rivoluzione musicale: un portale web su cui acquistare singole canzoni da ascoltare su un lettore MP3 che “deve essere solo iPod”. Il business è poi continuato sugli accessori le tipologie di lettori per tutte le tasche e tutti i gusti.<br />
La storia dell&#8217;iPod è fondamentale a mio avviso per comprendere come la tecnologia influenzi il nostro modo di vivere e quanto le nostre abitudini e tendenze vengano modificate senza neanche che ci accorgiamo. Oggi scaricare musica on line è una cosa normale ma in realtà è stata non molti anni fa un rivolta che è passata per confronti anche violenti. Le strade e le università sono piene di ragazzi che camminano con l&#8217;iPod senza nemmeno sapere perchè e che cosa ci sia stato dietro questo fenomeno. Volevo tributare un ulteriore omaggio a un personaggio come Steve Jobs che ha fatto del proprio carisma e della sua inesauribile energia un modo di essere.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>&#8220;Fuga da San Remo&#8221;: ribellarsi all&#8217;egemonia sottoculturale</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Oct 2010 05:03:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[egemonia]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;L’egemonia è il controllo ideologico che le élite dominanti esercitano nei confronti delle classi inferiori, attraverso l&#8217;orientamento e il condizionamento delle credenze e della visione del mondo delle masse. Determinando e forgiando la &#8220;Weltanschauung [= visione del mondo] pop&#8221; (o &#8220;di massa&#8221;), si ottiene senza procedere alla coercizione o all&#8217;esibizione dei muscoli, ed evitando qualunque [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©gabibbopeople" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/10/©gabibbopeople.jpg" alt="Â©gabibbopeople" />&#8220;L’egemonia è il controllo ideologico che le élite dominanti esercitano nei confronti delle classi inferiori, attraverso l&#8217;orientamento e il condizionamento delle credenze e della visione del mondo delle masse. Determinando e forgiando la &#8220;Weltanschauung [= visione del mondo] pop&#8221; (o &#8220;di massa&#8221;), si ottiene senza procedere alla coercizione o all&#8217;esibizione dei muscoli, ed evitando qualunque repressione violenta, la fiducia e la fedeltà del popolo, che introietta una serie di stili di vita e valori appositamente scodellati a uso e consumo (e soprattutto questo secondo, nella <em>mass market society</em>) degli interessi di chi comanda&#8221;.<span id="more-744"></span></p>
<p>Con questo post ci occupiamo di uno degli ambiti per ora meno trattati nel nostro blog, quello riguardante la cultura della comunicazione e dei media, presentando un recente saggio di grande successo, <em>L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip</em> (Torino 2010), scritto da Massimiliano Panarari, docente di Analisi del linguaggio politico all’Università di Modena e Reggio Emilia.<br />
P. intesse in un saggio brillante e ironico, ma certo non semplice per la ricchezza dei riferimenti fatti dall’autore, un <strong>profilo della cultura dominante degli ultimi trent’anni</strong> in Italia. Si tratta di <strong>una sottocultura televisiva </strong>che è riuscita ad egemonizzare larghi strati popolari, inculcando una serie di valori da ultimo funzionali al rafforzamento del potere di élite prosperate economicamente e politicamente a partire dagli anni ’70, non solo nel nostro paese ma in tutto l’Occidente.</p>
<p>P. si concentra però sullo scenario italiano e non segue questa ‘pista internazionale’: al riguardo si limita solo a dire che l’obiettivo di questo movimento conservatore è quello di <strong>costituire un potere statale autoritario e antidemocratico</strong>, sotto il controllo delle grandi imprese, che si avvale di una religiosità reazionaria e consolatoria per dominare le masse consenzienti. Si starebbe quindi attuando su scala mondiale <strong>una sorta di grande ‘colpo di stato’ soft</strong>, compiuto cioè attraverso la graduale penetrazione dei mezzi di comunicazione e di informazione. Ironia della sorte, tutto ciò sarebbe il risultato dell’<strong>applicazione di alcune innovative idee proposte dalle punte più avanzate dei movimenti di pensiero nati intorno al ’68</strong>, soprattutto in Francia: intellettuali francesi – qualificati come situazionisti, poststrutturalisti, postmoderni – avevano infatti prospettato <strong>una rivoluzione culturale attraverso una conquista mediatica delle menti</strong> che portasse alla liberazione. Quelle idee, quelle strategie e anche alcuni uomini che le avevano elaborate o condivise si misero al servizio di un’egemonia politico-culturale diversamente orientata, che intendeva costruire <strong>un immaginario funzionale alla difesa e all’ampliamento dei privilegi delle ‘superclassi’</strong>.<br />
Questa tendenza occidentale, per non dire globale, ha trovato <strong>terreno particolarmente fertile in Italia</strong>, dove per lungo tempo si è creduto che l’egemonia culturale fosse propria della sinistra. In realtà, come mostra P., il PCI era riuscito ad egemonizzare soltanto le componenti professionali della cultura (e non senza difficoltà); era risultato invece incapace di elaborare un nuovo modello culturale per il popolo, che fosse in grado di agevolare, secondo la visione di Gramsci, quella presa di coscienza politica delle masse necessaria per un avanzamento sostanziale della democrazia. Nel nostro paese, insomma, il popolo era rimasto radicato in un’antica cultura conservatrice del ‘buon senso’, assolutamente rispettosa dei poteri costituiti.<br />
Su questa base tradizionale, a partire dagli <strong>anni ’80</strong>, si è innestata <strong>una nuova matrice di pensiero</strong> che ha riformulato o cancellato vecchie subculture popolari e ha configurato un nuovo ‘episteme’, cioè un nuovo quadro all’interno del quale sviluppare la cultura e i suoi discorsi. Si è trattato di una vera e propria <strong>controrivoluzione</strong> avviata dalla televisione, in particolare da quella commerciale, che si è rivelata un mezzo potente ed “ottuso”, capace di <strong>diffondere pensieri debolissimi e condizionamenti fortissimi</strong>.<br />
Inizialmente, questa controrivoluzione televisiva ha avuto un formidabile ‘cavallo di battaglia’ nella trasmissione <strong><em>Drive In</em></strong>, che per P. esprimeva <strong>l’apoteosi dell’individualismo nel piacere di vedere ragazze maggiorate dentro corpetti stretti</strong> <strong>e nel ridere sguaiatamente di sketch dalla comicità a buon mercato</strong>. L’umorismo di questa trasmissione era sempre leggero, mai graffiante nei confronti del potere, che in quel momento assumeva in Italia le sembianze dell’egemonia politica craxiana, una modernizzazione più di immagine che di fatto, più reazionaria che riformista, accompagnata dall’affermazione dei valori dell’individualismo estremo e del consumismo di importazione anglo-americana.<br />
L’autore del <em>Drive in</em> è come noto <strong>Antonio Ricci</strong> che, secondo il giudizio di P., è stato ed è uno degli uomini di punta nella costruzione di questa egemonia sottoculturale, al servizio della quale ha messo proprio le sue frequentazioni con quelle idee innovative scaturite in ambito francese negli anni ’60 e ‘70. Il prodotto televisivo di maggior successo e più longevo, firmato da Ricci, è sicuramente <strong><em>Striscia la notizia</em></strong>, che P. colloca all’interno della numerosa famiglia dell’<strong><em>infotainment</em> italiano</strong>, cioè di quelle trasmissioni che coniugano intrattenimento e informazione. La carica irriverente e carnevalesca del programma è in realtà una sovversione funzionale alla conferma dei poteri sociali già esistenti: ma ciò si compie attraverso il passaggio decisivo della delegittimazione della politica, cui pone rimedio in maniera populista un’istanza di giustizia incarnata dal Gabibbo e dagli altri inviati. La denuncia di <em>Striscia</em> risulta quindi utile, secondo il giudizio P., a rinsaldare ancora di più le gerarchie sociali del neoliberismo, pur dietro la parvenza di un programma ‘dalla parte della gente’.<br />
L’autore passa poi in rassegna anche altre forme dell’<em>infotainment</em>: ad esempio quelle proposte da <em>Le iene</em> oppure, su tutt’altro versante, da <em>Porta a porta</em>; trasmissioni queste che, pur con target di pubblico completamente diversi, mirano a rafforzare l’egemonia sottoculturale. Ma nonostante la rilevanza dei versatili e irriverenti inviati in nero, l’importanza di Bruno Vespa o, su un altro versante, l’abilità di Simona Ventura come conduttrice di trasmissioni votate al neorealitismo, due appaiono le figure fondamentali del panorama televisivo e mediatico italiano nella costruzione dell’egemonia sottoculturale.<br />
La prima è <strong>Maria de Filippi</strong>, vera e propria <strong>plasmatrice delle subculture giovanili nel nostro paese</strong>. I programmi della de Filippi veicolano una concezione estetica e, più ampiamente, una visione del mondo, che disinnescano qualsiasi rivendicazione sociale: al suo posto la persona comune pone <strong>il sogno di affermarsi individualmente</strong> <strong>nel mondo dello spettacolo attraverso la bellezza fisica</strong> (valore supremo), opportunamente garantita – se necessario – dalla <strong>chirurgia estetica</strong>, e <strong>attraverso la competizione</strong>, non di rado anche scorretta, contro tutti gli altri. Competizione che non passa solo per le doti nel canto o nella danza, ma anche per l’affermazione della propria vitalità espressa nell’urlare opinioni superficiali e banali su qualsiasi argomento.<br />
Questo universo giovanile e giovanilistico, in cui dominano passioni elementari e una feroce concorrenza è in realtà dominato da <strong>un’eminenza tutt’altro che grigia, Alfonso Signorini</strong>. Il direttore di “Chi” e di “Tv Sorrisi e Canzoni” è per P. il capo di stato maggiore di questa pattuglia di uomini dello spettacolo più o meno direttamente dipendenti dal dominio politico-mediatico di Silvio Berlusconi. Signorini (cui ho dedicato un recente commento sulla nostra bacheca Facebook), è secondo P. <strong>l’intellettuale organico</strong> o, in termini più immaginosi, il <strong>pifferaio magico</strong> di questa egemonia sottoculturale. Egli riesce a coniugare il <em>vip-watching</em> del popolo (animato da quel sentimento di invidia che ha sostituito la giustizia sociale), l’esaltazione principesca dei personaggi (non solo dei Berlusconi), l’attenzione per il bikini di Belen e la distribuzione delle figurine dei santi più amati dagli italiani. <strong>Amministratore della ‘gossipcrazia</strong>’, così funzionale ai poteri neoliberali, Signorini è anche <strong>il padrone di molte traiettorie individuali</strong> di persone che si avventurano nel mondo dello spettacolo. P. indica nella figura di <strong>Costantino Vitagliano</strong> il prototipo di questa <strong>nuova umanità italiana da ‘paese dei Balocchi’</strong>.<br />
Di fronte a questa egemonia, così forte e pervasiva, l’unica strada è per P. quella di proporre al popolo delle idee alternative, che ruotino intorno a cardini democratici e si traducano in pensiero critico e cittadinanza attiva. Il primo passo, però  &#8211; ed è questo lo scopo del libro –, è quello di <strong>prendere coscienza di questa egemonia sottoculturale</strong> e di cominciare <strong>un’insurrezione psico-culturale</strong>.</p>
<p>E il nostro blog vuole nel suo piccolo contribuire a questa insurrezione, fornendo un armamentario di idee che possano in qualche modo contrastare proprio l’egemonia sottoculturale che prevale nel nostro paese.<br />
Utilizzo lo spazio del commento non per illustrare una delle moltissime riflessioni che suscita in me la complessissima ‘equazione’ che da una parte vede le vicende di Costantino Vitagliano o di Belen Rodriguez e dall’altra la compressione dei nostri salari, ma per raccontare un breve episodio che mostra al contempo la forza e la debolezza dell’egemonia sottoculturale. Qualche giorno fa, da una trasmissione radiofonica, ho appreso che Fiorella Mannoia sta riscuotendo grande successo con una canzone con cui gli Avion Travel si sarebbero dovuti presentare al festival di San Remo 2009, canzone che peraltro trattava di un franco dialogo con Dio, cioè di una religiosità schietta e non ipocrita o consolatoria. Il gruppo è stato tuttavia scartato perché di fronte a una buona canzone la creatura di turno di Maria de Filippi o, se fosse stato quest’anno, il nuovo pupillo della ‘gossipcrazia’ in cerca di principi e ‘corone’, Emanuele Filiberto, sarebbero stati semplicemente battuti dalla qualità, nonostante il simulacro di democrazia, per giunta corrotta, costituito dal televoto.<br />
Insomma, questo potere può essere sconfitto, ma, come dice P. in chiusura del suo libro, <em>ce n’est qu’un debut, continuons le combat…</em></p>
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
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		<title>Cloud computing vs security</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 21:34:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[cloud computing]]></category>
		<category><![CDATA[PGP]]></category>

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		<description><![CDATA[“Uno dei più efficaci sistemi crittografici che va sotto il nome di PGP cade sotto i colpi del Brute Force“. Tutto merito del cloud computing che mette a disposizione di ogni utente una risorsa di calcolo che fino a poco tempo fa era prerogativa delle sole agenzie governative. Associare il termine di forza ad una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©cloud1" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/06/cloud1.jpg" alt="Â©cloud1" />“Uno dei più efficaci sistemi crittografici che va sotto il nome di PGP cade sotto i colpi del <em>Brute Force</em>“. Tutto merito del <em>cloud computing</em> che mette a disposizione di ogni utente una risorsa di calcolo che fino a poco tempo fa era prerogativa delle sole agenzie governative. Associare il termine di forza ad una nuvola sembra quasi una contraddizione, eppure c’entra, eccome se c’entra: infatti è proprio l&#8217;unione della tecnica di <em>recovery password</em> distribuita, unita alla potenza di calcolo della nuvola (<em>cloud computing</em>), a metter in ginocchio il benemerito algoritmo di Zimmermann (PGP).<span id="more-672"></span></p>
<p>Parliamo di sicurezza informatica e in maniera specifica dell&#8217;algoritmo più utilizzato a livello pubblico per proteggere le comunicazioni via mail, il PGP, tramite la lettura di un articolo intitolato “Anche il PGP è battuto” presentato da Riccardo Meriggiato, noto giornalista divulgatore informatico su “Hacker Journal” (n.190, Dicembre 2009).<br />
In questo articolo M. mette in luce le prime conseguenze di una delle più grandi rivoluzioni nel campo informatico degli ultimi anni il <em>cloud computing</em>. L&#8217;evento sta passando in sordina per i più, ma i servizi di <em>clouding</em>, come quello di Ec2 targato Amazon, stanno rivoluzionando gli orizzonti del calcolo distribuito mettendo a disposizione di tutti potenze di calcolo che fino a pochi anni fa erano prerogativa dei soli centri governativi. I risultati sono strabilianti, tanto che in pochi mesi il PGP si ritrova sconfitto da un  gruppo di ragazzi dell&#8217;Electrical Alchemy.<br />
Il PGP nasce dallo sviluppo di Phil Zimmermann (philzimmermann.com) che dà origine all&#8217;opera che va sotto il nome di <em>Pretty Good Privacy</em>. Nel tempo il PGP ha rivestito sempre più un ruolo importante fino a conoscere la vera consacrazione con Bruce Schneier che lo definì il modo per arrivare più vicino alla crittografia militare. Il PGP  è un programma di crittografia asimmetrica con chiave pubblica, il che vuol dire che l&#8217;utente genera due chiavi: una pubblica, per codificare l&#8217;informazione, e una privata, per codificare il contenuto (<a href="http://www.pgpi.org/doc/pgpintro/">http://www.pgpi.org/doc/pgpintro/</a>). In poche parole la chiave privata non traffica nella rete e questo rende l&#8217;algoritmo superabile soltanto con un attacco di <em>Brute Force</em>. Il termine sta indicare la generazione casuale di combinazioni alfanumeriche fino ad identificare la chiave. Il concetto è semplice ma il problema sta nel fatto di raggiungere la soluzione in tempi ragionevoli. Si dice che la stessa NSA (<em>National Security Agency</em>) non sia in grado di risolvere il problema in tempi brevi, accusando Zimmermann, proprietario dell&#8217;algoritmo, per detenzione di armi senza licenza. In poche parole l&#8217;utilizzo del software con chiavi a 128 bit sembrava assicurare sogni tranquilli fino a quando in data 30 ottobre 2009 appare la notizia sul web che il PGP era stato “craccato”. L&#8217;idea geniale che sta alla base del progetto è quella di utilizzare il software <em>Distribuited Password Recovery </em>della Elcomsoft con la potenza di calcolo del <em>Cloud Computing</em>. Per capire di che cosa si parla basti pensare che il <em>cloud</em> è un servizio a pagamento (prezzo di circa 0,063 euro all&#8217;ora) per l&#8217;utilizzo di un&#8217;infrastruttura già pronta per l&#8217;elaborazione di dati sul web. Il maggior fornitore al momento è Amazon che con <em>Elastic Compute Cloud</em> conosciuto con l&#8217;acronimo di EC2 serve aziende note come <em>New York Times</em>, che ha deciso di utilizzarlo per la trasformazione in pdf di 11 milioni di articoli che vanno dal 1851 al 1922 da pubblicare sul web, oppure NASDAQ per la gestione dello storico informativo.<br />
La congiunzione dei due fattori, il software della Elcomsoft che supporta il parallelismo di oltre 64 CPU e il servizio clouding, ha permesso il <em>cracker</em> finale.<br />
I passi che hanno permesso il successo sono i seguenti: &#8211; si utilizza una <em>Amazon Machine Image </em>(AMI) a 32 bit, visto che il programma non supporta il 64 bit; – si avanza un&#8217;istanza API su linux con il comando ec2-run-instances -k ssh-keypair ami-df20c3b6-g default; – si lancia il comando ec2-describe-instances; – si lancia il comando ec2-get-password -k ssh-keypair.pem $instanceID; – si lancia IE e si scarica l&#8217;agent_setup.exe; – si configura il firewall le porte TCP/12121; – si lancia l&#8217;EDPR installer e si lasciano le configurazioni di default; &#8211; si configura EC2 AMI Tools; –si lancia una bundle task; &#8211; si controlla la task; &#8211; si registra il bundle AMI -si passa il bundle ID al EDPR agent; – si lancia una EDPR instance ec2-run-instances -k $ssh-keypair ami-54f3103d -g default; &#8211; e finalmente si ha una sessione di brute force attiva. I dati subito evidenziano i tempi di calcolo: a questo punto [per la normale procedura] si richiedono circa 3600 giorni. Si può aggirare il problema aumentando le istanze contemporanee sul clouding: il limite è 89 e con il comando ec2-run-instance -n 89 -k ssh-keypair ami-54f3103d -g default -t c1.medium il gioco è fatto. Si arriva in questo modo ad un tempo ragionevole di ore e il PGP è per la prima volta “craccato”.</p>
<p>Di primo acchito sembra un gioco per pochi eletti ma dietro questo evento si nascondono due  fenomeni importanti: da una parte è in atto una rivoluzione nel mondo dell&#8217;informatica, che sta partendo in sordina ma in poco tempo sta cambiando il modo di  pensare il software che non si trova più nel computer ma centralizzato in mega computer; dall&#8217;altra ci sono le nuove prospettive computazionali che diventano  possibili per tutti aprendo nuovi scenari fino ad ora impensabili: e il caso di PGP cracking ne è un&#8217;esempio. Il lato debole in primis è la sicurezza ma è importante ricordare che non si può imputare la colpa al <em>clouding</em>: Non esistono tecnologie in sé buone o cattive, ma è solo il loro utilizzo a fare la differenza.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>Plain Language</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 23:36:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>

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Lo sviluppo tecnologico necessita di un piano comunicativo nuovo che riesca a sopperire alle difficoltà del cliente ad assimilare le novità proposte dal mercato. L&#8217;esigenza di essere chiari e semplici dà vita al plain language, naturale evoluzione del plain english. Il linguaggio chiaro e coinciso ma prettamente testuale si arrichisce anche dei canali auditivi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©plainlanguage" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/02/plainlanguage2-300x168.jpg" alt="Â©plainlanguage" width="450" height="253" /><br />
Lo sviluppo tecnologico necessita di un piano comunicativo nuovo che riesca a sopperire alle difficoltà del cliente ad assimilare le novità proposte dal mercato. L&#8217;esigenza di essere chiari e semplici dà vita al plain language, naturale evoluzione del plain english. Il linguaggio chiaro e coinciso ma prettamente testuale si arrichisce anche dei canali auditivi e visivi adattandosi perfettamente alle nuove tecnologie del web 2.0 e degli UGC (youtube, flick, etc).<span id="more-455"></span><br />
Prendiamo in esame il linguaggio comunicativo del momento attraverso la lettura di Il plain language: quando le istruzioni si fanno capire pubblicato da “I quaderni di MdS” (maggio 2003), scritto da Daniele Fortis.<br />
Il libro prende in esame che cosa esattamente si intenda per plain language e quale siano le sue caratteristiche principali. Molti pensano che sia uno stile di scrittura, è invece un metodo comunicativo semplice e diretto che si adatta ad ogni interlocutore. Parliamo di un linguaggio che risponde a tecniche ben precise, anche se non ha vere e proprie regole: l&#8217;utilizzo di verbi in forma attiva, termini comuni e non ricercati, frasi brevi, “concetti” familiari, ecc..<br />
Sono state ragioni prettamente economiche a promuovere e sviluppare questo nuovo concetto di comunicazione: ad esempio negli anni &#8216;70 sia le banche che le assicurazioni hanno registrato un netto calo dei contenziosi con la clientele a seguito dell&#8217;utilizzo del plain language. F. ripercorre poi i primi casi di impiego del plain english: sempre a metà degli anni &#8216;70 sono comparse negli USA le prime plain language lows, in Australia è stata completamente riscritta la Corporation law (riguardante il diritto societario australiano), in Svezia il Ministero della Giustizia ha predisposto un&#8217;apposita divisione per la divulgazione dei disegni di legge in plain Swedish. In Italia si è dovuto aspettare il 1993, perché per volontà del ministro Cassese fosse pubblicato il Codice di stile edito dal  Dipartimento della Funzione Pubblica.<br />
L&#8217;arrivo della comunicazione multimediale sullo spazio Internet ha permesso al plain english di evolversi e divenire strumento ideale per le nuove esigenze di marketing per prodotti tecnologici. Video in plain english hanno invaso gli spazi web 2.0: Twitter, CommonCraft sono gli esempi più famosi.<br />
Perchè il plain english risulta così efficace?<br />
1) Utilizza un testo costituito da frasi brevi e coincise, dove le conclusioni sono messe in evidenza prima delle motivazioni.<br />
2) La struttura è ben delineata con forte uso di elenchi puntati o numerati.<br />
3) I documenti sono scritti in reader friendly, cioè facilmente leggibili in caratteri grandi ed in Times o Arial.<br />
4) Le tabelle e grafici diventano parti integranti del testo.<br />
5) Le immagini, quasi infantili, e l&#8217;inserimento di suoni e gesti amplificano il messaggio rendendolo più incisivo.<br />
Il plain english significa economia, fruibilità e democraticità perché si limitano gli sprechi ed è comprensibile a tutti: per questo è stato fatto proprio dalle amministrazioni pubbliche, dalle banche e dai funzionari giudiziari.<br />
F. dà spazio anche alle critiche che si levano contro il plain language: mancanza di precisione tecnica, e di eleganza,  eccessiva semplicità.<br />
Sicuramente non può essere l&#8217;unica e sola forma comunicativa moderna, è però necessaria per la divulgazione di contenuti tecnici. Grazie alla sua struttura flessibile permette di trattare problematiche specifiche che vanno dal campo giuridico a quello scientifico. E&#8217; uno strumento adatto ad incuriosire e quindi ad aprire spazi per l&#8217;approfondimento di tematiche altrimenti troppo lontane.<br />
Siamo solo agli albori di questo nuovo piano comunicativo: all&#8217;orizzonte auspico adattamenti e fusioni linguistiche (plain italian, plain french, plain swedish,..) che  consentano di superare barriere culturali.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Fine delle trasmissioni</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 12:34:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
		<category><![CDATA[prosumer]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Con il progressivo avanzamento di nuove generazioni abituate a maneggiare le possibilità offerte dalla convergenza [degli strumenti mediali], la televisione, come la conosciamo noi, è condannata. Non si tratta di saper manipolare tecnologie in forma intuitiva, come pensano i genitori che chiamano i figli ad &#8220;accomodare&#8221; il computer o a rimettere i canali sul telecomando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="tvrest" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/12/tvrest.jpg" alt="tvrest" />&#8220;Con il progressivo avanzamento di nuove generazioni abituate a maneggiare le possibilità offerte dalla convergenza [degli strumenti mediali], la televisione, come la conosciamo noi, è condannata. Non si tratta di saper manipolare tecnologie in forma intuitiva, come pensano i genitori che chiamano i figli ad &#8220;accomodare&#8221; il computer o a rimettere i canali sul telecomando del televisore. Si tratta di plasmare la propria socializzazione in modo completamente nuovo, attraverso i siti di presentazione di sé, di <em>social networking</em>, di gioco e simulazione, di archiviazione  e condivisione di musica, fotografie, video, i blog, la possibilità di costituire nicchie plurime di interesse e di scopo, l&#8217;attitudine a fare con i media sempre più cose contemporaneamente, in una filosofia totalmente multitasking.&#8221;</p>
<p><span id="more-402"></span></p>
<p>Torniamo ad occuparci del sistema dei media nel nostro paese presentando <em>Fine delle trasmissioni. Da Pippo Baudo a You Tube </em>(Bologna 2007), un libro scritto da Enrico Menduni, professore di <em>Culture e formati della televisione e della radio</em> presso l’Università di Roma Tre.<br />
M. descrive le vicende degli ultimi trent’anni nella televisione italiana, concentrandosi sul grande impatto avuto dalle trasformazioni tecnologiche e culturali verificatesi a partire dalla metà degli anni ’90.</p>
<p>L’autore descrive <strong>la storia del declino della televisione generalista</strong> nostrana, su cui convergevano, vent’anni or sono, ingenti risorse, superiori – e secondo M. eccessive – rispetto a quelle impegnate in proporzione da altri paesi. Questa situazione ha da un lato pregiudicato l’iniziale sviluppo di altre piattaforme di erogazione di prodotti audiovisivi &#8211; in sostanza la tv a pagamento via cavo –; e, dall’altro, è valsa a <strong>preservare più a lungo l’anomalo duopolio televisivo</strong> Rai-Mediaset, che, al di là dei differenti (in certi casi assolutamente divergenti) orientamenti politici, culturali ed educativi, stava bene a tutte le parti in causa.<br />
Nonostante la resistenza opposta da questo diffuso atteggiamento conservatore, qualcosa stava però già cambiando su un piano più profondo, quello della <strong>mentalità del telespettatore</strong>. Ne era dimostrazione il successo di alcuni format televisivi, che M. riconduce a due filoni: 1) <strong>la tv realtà</strong> (si pensi a un <em>Giorno in pretura</em> o ai programmi di <em>infotainment</em> di Santoro, Costanzo e Funari, i quali svolsero funzioni di supplenza politica durante Tangentopoli) e 2) <strong>i <em>reality show</em></strong> (che si concentravano sull’intrattenimento nei programmi di <em>emotainment</em> condotti da Castagna, Cucuzza, Foschini, De Filippi, Carrà; per non parlare del <em>Grande fratello</em>).<br />
Si trattava dell’esito di una più <strong>generale tendenza alla popolarizzazione</strong> della Tv, in cui era la gente comune a diventare protagonista; e si annunciava così l’ulteriore passaggio dalla figura del semplice fruitore di programmi televisivi a quella del <strong><em>prosumer</em></strong>, cioè del produttore e consumatore insieme. Un passaggio che, temporaneamente ostacolato dalla persistente egemonia dei media istituzionali nella diffusione (<em>broadcast</em>), si sarebbe poi compiuto solo nel primo decennio di questo secolo grazie all’ausilio di mezzi personali di produzione e di diffusione dei testi multimediali.<br />
Il fattore di trasformazione decisivo per il nostro paese è stato, secondo M., la <strong>liberalizzazione dei settori dei media e delle comunicazioni imposta dall’Unione Europea</strong> dalla metà degli anni ’90. Si è trattato per l’Italia di un determinante sblocco politico della situazione, che ha permesso la <strong>diffusione pervasiva di fondamentali innovazioni tecnologiche</strong>. Ecco allora affacciarsi negli anni immediatamente precedenti al 2000 la televisione satellitare – per la quale in quegli anni si erano create le infrastrutture con Eutelsat, da una parte, e Astra di Rupert Murdoch, dall’altra –, i telefoni cellulari e soprattutto internet, il cui decollo risale al 1997.<br />
L’onda continua delle innovazioni, coniugata con la liberalizzazione dei mercati, ha quindi in pochi anni scardinato alcune fondamenta del sistema dei media. Pur tralasciando in questo post gli aspetti relativi alle telecomunicazioni – che M. tratta ampiamente –, si deve comunque ricordare <strong>l’impatto avuto dai telefoni digitali, in particolare dai videofonini</strong>, che hanno dotato gli individui di strumenti personali e mobili di fruizione e produzione di testi multimediali; tanto che la comunicazione vocale è ormai da anni divenuta un aspetto tra gli altri nell’uso di questi apparecchi elettronici. Ma anche strumenti quali l’iPod e il computer portatile hanno permesso al singolo di avere sempre con sé grandi librerie di filmati e di musica o di potervi accedere via web. Tutto ciò ha contribuito al fondamentale <strong>fenomeno di convergenza tra le diverse piattaforme</strong>, che consente la fruizione trasversale dei contenuti, i quali sono peraltro sempre più il prodotto degli stessi utenti (<em>user generated contents</em>).<br />
Allo stesso modo si è assistito negli ultimi anni, all’incirca a partire dal 2001, alla piena <strong>affermazione della tv a pagamento</strong>, con abbonamento o con richiesta di singoli prodotti (<em>pay per view</em>). In tale contesto <em>Sky</em> è riuscita nel giro di pochi anni ad acquisire una vasta platea di telespettatori, arrivando ad essere un <em>competitor</em> alla pari degli altri due e rompendo così di fatto il duopolio presente nella tv generalista in chiaro.<br />
È evidente che queste trasformazioni <strong>necessiterebbero di una nuova regolamentazione</strong>, ma la classe politica italiana non ha perso purtroppo la tendenza a garantire le proprie posizioni e a non risolvere le situazioni problematiche, quali il conflitto di interessi che riguarda Silvio Berlusconi. La <strong>legge Gasparri</strong> (2004) risulta in questo senso particolarmente significativa, in quanto ha soprattutto cercato di evitare l’oscuramento di <em>Retequattro</em>, e, conseguentemente, quello di <em>RaiTre</em>.<br />
In realtà, i temi affrontati da questo testo legislativo sono ben più ampi. Tuttavia, emblematicamente, alcuni problemi hanno ricevuto solo una pseudo soluzione, mentre altre questioni si sono lasciate completamente cadere. Ad esempio una soluzione apparente è stata quella di cancellare il duopolio Rai-Mediaset mediante una moltiplicazione del numero delle reti televisive nazionali consentita dal ricorso alla tecnologia del digitale terrestre: è chiaro però che si tratta solo di una fittizia diluizione, di cui ha anzi approfittato proprio Mediaset impiantando una nuova offerta di programmi a pagamento, <em>Premium</em>. Insomma, un aggravamento del conflitto di interessi, reso peraltro evidente 1) dai recenti scontri dei governi con <em>Sky</em>, penalizzata da decisioni politiche tutt’altro che trasparenti; 2) dalla procedura di infrazione aperta dalla UE contro il nostro paese per l’eccessivo favore che la legge accorda agli operatori già esistenti sull’analogico. Inattuata è invece rimasta la prevista <strong>privatizzazione della Rai</strong>, che è stata fatta arenare in silenzio: sarebbe stato certo un ‘guaio’ se l’azienda pubblica si fosse sottratta al controllo della politica; e questo, ancora una volta, per entrambe le parti, centro-destra e centro-sinistra.<br />
Purtroppo tralascio molte altre interessanti ricostruzioni dello scenario politico e mediale italiano compiute da M. nel suo libro e dedico le ultime considerazioni alla descrizione di fenomeni e processi di portata più generale. Il declino della televisione generalista ha fatto sì che <strong>non ci sia più una fruizione corale di tale mezzo</strong>: in precedenza, infatti, tutti più o meno guardavano le stesse cose; l’ampliarsi dell’offerta attraverso nuovi canali e nuove piattaforme ha invece destrutturato la soggettività unica dello spettatore e ha dato spazio ad una pluralità di identità e di culture decisamente postmoderna. Questo processo è andato di pari passo con la già accennata <strong>individualizzazione dei prodotti televisivi</strong> che è l’approdo attuale di quella popolarizzazione già in atto da fine anni ’80: i <strong>video girati da gente comune</strong>, in particolare con i telefonini, sono ormai diventati parte consistente del nostro panorama mediale, tanto da rispondere, nonostante le loro imperfezioni rispetto agli standard tradizionali, ad <strong>una nuova estetica iperrealistica</strong>. E qui si può inserire un’ulteriore considerazione di M., secondo cui <strong>la nostra relazione con lo strumento video è diventata più stretta, mentre il nostro rapporto con la televisione tradizionale si sta progressivamente perdendo</strong>. M. riconosce però l’importante <strong>ruolo che può ancora rivestire la televisione generalista pubblica</strong> come mediatrice istituzionale di certi contenuti, che garantiscano e promuovano – sintetizzo io – i valori democratici.</p>
<p>Ciò appare fondamentale perché, per parafrasare in sede di commento le ultime parole di M., la ristrutturazione dei tempi e degli spazi sottesa a queste trasformazioni si inserisce nell’alveo di una ridefinizione dei confini tra sfera pubblica e sfera privata. O meglio, va nella direzione di una fusione delle due sfere dagli effetti imperscrutabili; un macro-processo, questo, che abbiamo avuto modo di intravedere più volte nelle riflessioni sviluppate in questi due anni sul blog. Un fenomeno postmoderno, insomma, che apre nuove possibilità e forme di vita, ma che fa aleggiare lo spettro di nuove gerarchie signorili; una preoccupazione, quest’ultima, suscitata da certi comportamenti o linee politico-economiche, che sembrano dettati dall’intenzione di imporre, grazie a una posizione di forza, prelievi delle risorse dei cittadini. Si pensi soltanto al recentissimo scontro tra Google e Murdoch sulla visione gratuita delle informazioni sul web: in un campo nuovo, finora aperto ad una libera fruizione di tutti, che agevola così il diritto all’informazione del cittadino globale, si vuole imporre una sorta di prelievo della cui liceità bisognerebbe per lo meno discutere democraticamente.<br />
Purtroppo casi analoghi si rilevano anche in Italia, che mostra in questo campo una peculiarità paradossale già incontrata in molti altri ambiti. Il ritardo nel settore dei media – ritardo che garantiva, di fronte ad innovazioni in grado di alterare gli equilibri di potere, chi aveva già posizioni di forza – ha costretto a bruschi ed affannosi adeguamenti, che hanno spesso avuto conseguenze non positive. La grave paradossalità dell’attuale situazione italiana risiede però nel fatto che le spinte liberalizzatrici degli anni ’90 si stanno inflettendo, su scala globale, negativamente, e favoriscono così la costituzione di nuovi potentati socio-politici contrari ai valori democratici. Ragion per cui le antiche logiche padronali e di rango delle élite italiane, dopo qualche difficoltà, hanno trovato terreno fertile in alcune tendenze postmoderne della costruzione del potere, cosicché è per loro possibile, con nuovi mezzi, continuare a limitare l’esercizio della cittadinanza.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: right;">E. R.</p>
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		<title>NUOVA INFLUENZA</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 20:52:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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Il caso del virus A H1N1 è l&#8217;esempio di come l&#8217;informazione strumentalizzata ai fini economici sia pericolosa. Prima l&#8217;allarmismo dettato dalle case farmaceutiche, poi il silenzio stampa durato un mese e infine il nuovo correre ai ripari. La tempistica di questo altalenarsi di informazioni e disinformazioni sembra studiato a tavolino producendo paura e sconcerto nelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter" title="Â©beam" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/11/beam-300x168.jpg" alt="Â©beam" width="450" height="253" /><br />
Il caso del virus A H1N1 è l&#8217;esempio di come l&#8217;informazione strumentalizzata ai fini economici sia pericolosa. Prima l&#8217;allarmismo dettato dalle case farmaceutiche, poi il silenzio stampa durato un mese e infine il nuovo correre ai ripari. La tempistica di questo altalenarsi di informazioni e disinformazioni sembra studiato a tavolino producendo paura e sconcerto nelle persone che non sanno più che fare. Se da una parte i morti sembrano meno di quelli previsti dai fautori della corsa ai vaccini, è vero che i risultati non sono proprio quelli di una influenza stagionale per alcune peculiarità. Prima di tutto bisogna mettere in evidenza che i più colpiti sono i giovani dai 2-27 anni e che la maggior parte di questi finisce  in sala rianimazione con respirazione assistita. Penso sia giunto il momento di fare chiarezza !<span id="more-363"></span><br />
Affrontiamo il problema dell&#8217;influenza , presentando Nuova Influenza. Come prevenirla e come curarla (Bergamo 2009), libro scritto da Mario Pappagallo, giornalista medico scientifico e Adriana Bazzi, inviata speciale per temi medici e tecnico scientifici per il Corriere della Sera.<br />
P. &amp; B. spiegano il concetto di pandemia e la relazione che esiste tra il virus A H1N1 e il virus influenzale stagionale mettendone in evidenza differenze e rischi. L&#8217;obiettivo è quello di fare chiarezza su alcuni concetti per cercare di informare e convivere più serenamente con questo nuovo virus.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;influenza H1N1 è un&#8217;infezione virale acuta che attacca l&#8217;apparato respiratorio dai sintomi paragonabili a quella di una semplice influenza stagionale. Come per l&#8217;influenza classica sono possibili complicazioni gravi quali la polmonite. Il nuovo virus è il prodotto del mescolamento di otto geni diversi che provengono dalla combinazione del virus dell&#8217;aviaria, della suina e di quella umana. Nei suini sono stati isolati 4 varianti dell&#8217;influenza A: H1N1, H1N2, H3N2 e H3N1. Tra questi quello più attivo nell&#8217;espandersi è l&#8217;H1N1. Nel 2009 si è raggiunta la fase pandemica del virus che coincide con la sua rapida diffusione tra gli umani per mancanze di difese immunitarie adatte a controbattere questa forma virale. L’H1N1 fu isolato per la prima volta negli anni venti e nel 1976 fece scoppiare un&#8217;infezione tra  reclute militari di Fort Dix, che colpì 240 persone provocando un solo decesso.  La sua scarsa mortalità agevola il proliferare e diffondersi velocemente tra gli umani. I modi di trasmissione sono tipici di una influenza comune, il che vuol dire principalmente per via aerea. Si contrae inalando le goccioline di Flugge, una sorta di aereosol emesso tramite starnuti o colpi di tosse. Il contagio avviene a una distanza di circa 15-20 cm tramite il respiro, ad un 1 metro tramite starnuto, a circa 3 metri tramite colpo di tosse (raggiunge circa 150 km/h). Altra via di trasmissione indiretta è per contatto con oggetti dove è rimasto presente l&#8217;aerosol infetto. Ad esempio portare le mani agli occhi, al naso o alla bocca dopo aver toccato bicchieri, in cui è rimasto un residuo di aerosol infetto, favorisce la diffusione  del virus. L’H1N1 sopravvive per 48 ore su superfici in acciaio inox e 12 ore su tessuti, carta moneta etc., dura invece pochissimo nelle mani ma purtroppo spesso il tempo sufficiente per raggiungere occhi, naso, bocca. Il virus è distrutto dal calore tra i 75-100°C e da alcuni dei più diffusi germicidi come cloro, acqua ossigenata e alcool; ma è sufficiente anche una buona pulizia con detergenti comuni. Le norme per evitare il contagio sono le più comuni: non uscire da casa se affetti da influenza e evitare locali molto frequentati e molto caldi come palestre, discoteche, etc., soprattutto se si è debilitati; cercare di mantenere il proprio fisico in forma riposando, evitando forti stress e dando importanza al riposo fisico. L’avvertenza fondamentale è non trascurare i sintomi influenzali, come ormai si è abituati a fare, specie tra i giovani: questa è infatti una delle prime cause di gravi complicazioni. E&#8217; importante in caso di contagio di  rimanere in casa e contattare il medico per provvedere subito a prendere contromisure adatte al caso e fermare la diffusione il prima possibile.Il mondo dell&#8217;informazione ultimamente parla spesso dell&#8217;influenza H1N1 presentando esclusivamente dei bollettini medici con i relativi numeri di infettati, ricoverati gravi e deceduti, e dando enfasi soltanto alla notizia. L&#8217;altalenarsi di informazioni spesso contraddittorie ha generato solo confusione nella gente che non sa più che fare. Se le persone più preoccupate si affrettano a fare il vaccino, altre trascurano il pericolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il risultato è evidente: i soli a guadagnarci qualcosa sono le case farmaceutiche, perchè si genera un circolo vizioso: chi trascura il fenomeno alimenta la diffusione del virus  attraverso un comportamento non responsabile e inadeguato; questo genera più casi di influenza aumentando la risonanza mediatica e spingendo ancora più gente a fare il vaccino. Guarda caso quello che vogliono le multinazionali produttori di vaccini. Si tratta di una influenza, quindi è necessario reagire di conseguenza: il che vuol dire non sottovalutare il problema come la società moderna ci ha insegnato “prendendo un&#8217;aspirina e via”. Questo è il giusto comportamento per una qualsiasi forma influenzale, anche stagionale, ma nel caso specifico, dato che l&#8217;uomo non ha sviluppato ancora anticorpi per questo ceppo, è necessario evitare complicazioni talvolta molto pericolose.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>TOXIC</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 20:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Alimentazione]]></category>
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L&#8217;Europa sta diventando un paese di obesi esattamente come gli Stati Uniti. Entro qualche anno il numero di morti per problemi legati all&#8217;alimentazione supererà quello imputabile al tabagismo o all&#8217;alcool. L&#8217;obesità non è un problema semplicemente risolvibile con un cambio di abitudini o una ripresa dell&#8217;attività fisica o, come l&#8217;industria farmaceutica e agroalimentare ci vuol [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Nuclearapple" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/10/nuclearapple.jpg" alt="Nuclearapple" /></p>
<p>L&#8217;Europa sta diventando un paese di obesi esattamente come gli Stati Uniti. Entro qualche anno il numero di morti per problemi legati all&#8217;alimentazione supererà quello imputabile al tabagismo o all&#8217;alcool. L&#8217;obesità non è un problema semplicemente risolvibile con un cambio di abitudini o una ripresa dell&#8217;attività fisica o, come l&#8217;industria farmaceutica e agroalimentare ci vuol far credere, una sindrome metabolica. La verità è un&#8217;altra:  “Frutta e verdura sono contaminate, i dolci sono intrisi di grassi nocivi, le bibite gassate vengono addolcite con sostanze volutamente iperglicemiche, ci sono hamburger che contengono la carne di&#8230; 400 vacche differenti. Fantascienza? Paranoia? Niente di tutto questo.”<br />
<span id="more-331"></span><br />
Parliamo del problema dell&#8217;alimentazione dei paesi sviluppati grazie a un saggio brillante dal titolo: TOXIC. Obesità, cibo spazzatura, malattie alimentari: inchiesta sui veri colpevoli (Luogo anno) di William Reymond, giornalista francese autore di diversi libri inchiesta.<br />
R. ci presenta un viaggio nella nostra alimentazione quotidiana alla ricerca delle manipolazioni che si nascondono dietro i prodotti della nostra tavola. Viene infatti da chiedersi quale sia il motivo che spinge a intossicare il cibo con antibiotici piuttosto che con coloranti artificiali oppure anabolizzanti; ma il perché è presto detto: la posta in  gioco è infatti un affare di svariati milioni di dollari.<br />
I protagonisti principali della storia sono:  l&#8217;HFCS, meglio conosciuto come sciroppo di glucosio-fruttosio, e gli acidi grassi trans. Per comprendere i responsabili dell&#8217;esplosione del fenomeno dell&#8217;obesità e delle svariate malattie legate all&#8217;alimentazione, R. ricostruisce la storia dell&#8217;industria agroalimentare americana a partire dagli anni ‘70. Proprio in quel periodo un protagonista della politica industriale degli USA, sconosciuto ai più, di nome Butz, dava vita a un profondo mutamento dell&#8217;agricoltura americana aprendo le porte alla centralizzazione della produzione agricola. In pochi anni si assiste a uno sconvolgimento delle metodologie agricole con attraverso l’uso scriteriato di diserbanti, pesticidi e fertilizzanti per aumentare le capacità produttive degli appezzamenti di terreno. Il fenomeno raggiunge delle dimensioni impressionanti: basti pensare che metà della produzione di pollame, uova e carne è in mano a soli quattro gruppi industriali e che altri quattro  gruppi controllano il 75% delle vendite di mais.<br />
In poco tempo questa rivoluzione agroalimentare porta a produrre una quantità di mais enorme che doveva essere utilizzata in qualche modo. Andreas, direttore della ADM, capisce la potenzialità della scoperta della Clinton Corn Processing Company, che permette di immettere sul mercato un nuovo zucchero a base di mais a basso costo che va sotto il nome di HFCS.  Il secondo passo di Andreas è convincere la Coca Cola a utilizzare questo prodotto: l&#8217;offerta è irresistibile e l’accordo genera un ritorno in affari spropositato costringendo gli altri produttori di bibite gassate a fare altrettanto. E&#8217; così che si acuisce la crisi dell&#8217;obesità. Soltanto molto più tardi nel 2000 il lavoro di Doreen DiMeglio e Richard Mattes ha messo in luce la reazione dell&#8217;uomo all&#8217;assunzione_ delle bibite gassate. Il lavoro dei due ricercatori ha evidenziato come lo zucchero ingerito con le bibite gassate fosse ignorato dal nostro sistema di autoregolamentazione. La prima causa dell&#8217;obesità di tipo-2 è stata così identificata. Le reazioni alla scoperta sono state ben presto rese vane dall&#8217;intervento mediatico di queste aziende interessate, che sono riuscite a celare dietro false informazioni la verità: ne sono una dimostrazione tanto le lievi reazioni internazionali quanto il continuo abuso di HFCS in USA. Al momento l&#8217;Europa ne è tutelata, praticando una politica di protezione sull&#8217;industria zuccheriera tradizionale, che prevede un&#8217;imposta sui dolcificanti contenenti una quantità di fruttosio superiore al 10% (ecco perchè la Coca Cola USA è diversa da quella Italiana). Nel 2006 l’amministrazione G.W.Bush, sotto pressione dell&#8217;ADM, ha ottenuto però delle vittorie presso l&#8217;Organizzazione Mondiale del Commercio a tale riguardo.<br />
Il viaggio nei prodotti della nostra tavola non si ferma qui; purtroppo nella lista nera che ci presenta R. appaiono decine di alimenti di uso comune come il pomodoro, l&#8217;insalata, la margarina, gli hamburger&#8230; Ognuno nella sulla filiera produttiva viene arricchito di fertilizzanti, antibiotici in maniera più o meno evidente; ma tra questi prodotti quello più pericoloso è sicuramente la margarina. Il processo chimico di produzione della margarina secondo la scoperta di Procter&amp;Gamble prevedeva l&#8217;idrogenazione catalitica parziale di oli vegetali, che permetteva la trasformazione degli oli allo stato solido o semisolido ( 1902 invenzione di Wilhelm Normann).  Gli effetti di questa invenzione furono strabilianti: in pochi anni quest&#8217;olio divenne l&#8217;elemento base per la preparazione di prodotti di pasticceria, permettendo ai cibi di conservarsi più a lungo e di rimanere più croccanti. Anche in questo caso però la ricerca è arrivata tardi ad una valutazione degli effetti della margarina, ma i risultati sono ora evidenti: Walter Willet nel 1994 ha dimostrato la stretta connessione tra acidi grassi trans e lo sviluppo di colesterolo cattivo nel sangue – e di conseguenza il peso di questa sostanza nei casi di crisi cardiache. E&#8217; spiacevole mettere in evidenza che,  come sempre, la reazione a questa scoperta è stata debole: i soli paesi a correre al riparo sono stati Canada e Danimarca, che hanno vietato la commercializzazione di prodotti a contenuto di oli trans. E la risposta del resto del mondo? È stata una morbida campagna di sensibilizzazione dell&#8217;opinione pubblica nel consumo di prodotti ad alto contenuto grasso.</p>
<p>Anche se sembra che i giochi siano fatti, così non è: il futuro dipende da noi. Mangiare male uccide! Ci vuole coraggio e, purtroppo, un sacrificio economico, che un numero via via inferiore di persone possono permettersi, per poter acquistare prodotti “genuini”. Ma noi siamo i consumatori per eccellenza, coloro che hanno poter d&#8217;acquisto. E&#8217; ora di farlo pesare! Scegliere prodotti locali, di stagione, informare di questi pericoli le persone intorno a noi è l&#8217;unica strada percorribile ed efficace.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>Per un diritto globale all&#8217;informazione</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Aug 2009 04:55:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[segretezza]]></category>
		<category><![CDATA[stampa]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>

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“La libertà di parola è sia un fine in sé – un diritto inalienabile che i governi non possono togliere alla cittadinanza – sia un mezzo per raggiungere obiettivi altrettanto fondamentali. La libertà di parola garantisce un controllo necessario sul governo: una stampa libera non solo rende meno probabili gli abusi di governo, ma accresce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="shutup" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/08/shutup.jpg" alt="shutup" /></p>
<p>“La libertà di parola è sia un fine in sé – un diritto inalienabile che i governi non possono togliere alla cittadinanza – sia un mezzo per raggiungere obiettivi altrettanto fondamentali. La libertà di parola garantisce un controllo necessario sul governo: una stampa libera non solo rende meno probabili gli abusi di governo, ma accresce la probabilità che vengano soddisfatti i bisogni sociali basilari. […] Voglio spingermi ancora più in là e affermare che nelle società democratiche esiste il diritto fondamentale a sapere, a essere informati su ciò che il governo fa e sul perché lo fa. […] La segretezza dà ai governanti un controllo esclusivo su alcune aree di conoscenza e perciò ne incrementa il potere, rendendo ancora più difficile il suo controllo anche da parte di una stampa libera.”</p>
<p><span id="more-238"></span></p>
<p>Il percorso di riflessione sui diritti di cittadinanza globale prosegue presentando il testo di una conferenza tenuta dall’economista Joseph Stiglitz ad Oxford, dal titolo <em>La libertà, il diritto all’informazione e il dibattito pubblico: il ruolo della trasparenza nella vita pubblica</em>, pubblicato nella più volte citata raccolta <em>La debolezza del più forte. Globalizzazione e diritti umani </em>(Milano 2004), pp. 147-196.<br />
In questo contributo S. presenta una serie di considerazioni sul diritto dei cittadini all’informazione nell’ambito della sfera pubblica a partire dalle sue esperienze professionali nelle istituzioni economiche internazionali e nel governo americano. Egli muove così una critica circostanziata alle reticenze e ai silenzi di politici e funzionari, che sono incompatibili non solo con i valori della democrazia, ma anche, conseguentemente, con un governo efficace ispirato da tali valori.</p>
<p>Prendendo spunto dalla crisi economica del sud-est asiatico (1997-1998), S. mette in evidenza la grande importanza assunta dalla <strong>trasparenza</strong> per un corretto funzionamento dei sistemi economici e politici. Nel caso del tumultuoso sviluppo delle ‘tigri asiatiche’ la mancanza di informazioni a più livelli ha infatti creato le condizioni fondamentali per la formazione di un pernicioso capitalismo clientelare, costituito da istituzioni finanziarie ed industriali deboli.<br />
Tali problemi non hanno però investito solo quell’area, ma sono da tempo annidati in vari settori della società mondiale. Proprio sulla base della sua esperienza di ‘economista del settore pubblico’, S. ha non di rado affrontato la questione della trasparenza nel sistema di tassazione e soprattutto nel sistema bancario, le cui pratiche opache si sono spesso rivelate contrarie ai diritti dei cittadini.<br />
Alla trasparenza si oppone la <strong>segretezza</strong>, termine generale con cui si indicano una serie di pratiche che minano la democrazia, in quanto implicano una fondamentale mancanza di fiducia tra governanti e governati. Secondo S. la partecipazione significativa al processo democratico esige infatti che i cittadini siano informati, potendo così conoscere le alternative disponibili per effettuare consapevolmente le scelte. E i cittadini sono assolutamente in diritto di sapere ciò che riguarda la sfera pubblica, in quanto le informazioni che la costituiscono sono di loro proprietà. Non è quindi ammissibile che politici e funzionari pubblici possano avere segreti nei confronti di quelli che sono da ultimo i loro “datori di lavoro”. Tanto più che l’uso improprio delle informazioni rende il governo meno efficace rispetto ai valori e ai fini della democrazia.<br />
S. vaglia quindi i <strong>motivi che spingono le persone responsabili di incarichi pubblici a ricorrere alla segretezza</strong>. E, purtroppo, ciò dipende innanzi tutto dal fatto che essi <strong>non credono ai processi democratici</strong> centrati sulla partecipazione e sulla discussione. Inoltre, politici e funzionari dell’amministrazione ricorrono alla segretezza per <strong>proteggersi di fronte alle possibili accuse di aver commesso errori o omissioni</strong>; si innesca in tal modo un circolo vizioso per cui <strong>la segretezza si autoalimenta</strong> per garantire posizioni di potere che, se si possedessero informazioni sufficientemente complete, non sarebbero più legittimate.<br />
E sempre in direzione della difesa della propria posizione va anche il fatto che la mancata diffusione di informazioni costituisce <strong>un ostacolo al ricambio delle élite</strong>: infatti, i rivali possono essere resi meno sicuri nei loro programmi dalla mancata conoscenza della situazione interna delle istituzioni; possono cioè non sapere se sia possibile produrre effettivi miglioramenti. E questa circostanza potrebbe indurre i cittadini, al momento delle elezioni, a ritenere che affidare governo e amministrazione a persone che non sono addentro ai meccanismi possa avere un costo elevato in termini di tempo e risorse: “la mancanza di informazioni degli outsider fa crescere i costi dell’avvicendamento al potere, e rende più dispendioso (per la società) cambiare le squadre di governo”.<br />
Tuttavia, secondo S., vi sono effetti ancora più perniciosi della <strong>segretezza</strong>: innanzi tutto, <strong>aumenta la discrezionalità dei detentori del potere pubblico</strong>, che si sottraggono così ai controlli; inoltre, essa <strong>crea un mercato perverso delle notizie</strong>, in quanto alcuni politici o funzionari tendono a divulgare una parte delle informazioni a certa stampa dietro corresponsione di compensi; infine, la segretezza <strong>consente ad interessi privati di esercitare una forte influenza sulla vita pubblica</strong> <strong>attraverso la corruzione</strong>: una minaccia permanente alla fiducia nella democrazia.<br />
Insomma, i processi di potere che si avvalgono della segretezza concorrono a <strong>diminuire la qualità del processo decisionale democratico</strong> perché scoraggiano la partecipazione dei cittadini e dei gruppi della società civile. Con un ulteriore <strong>effetto perverso</strong>: lo spazio del dibattito politico si restringe per i problemi rilevanti nel governo della comunità e si amplia invece per le questioni di principio (di fatto irresolubili), su cui non è necessario possedere molte informazioni per sentirsi in grado di esprimere un’opinione: l’aborto, la fecondazione assistita, gli immigrati. A questo effetto politico negativo si aggiungono anche <strong>conseguenze economiche svantaggiose</strong>: non garantire l’accessibilità delle informazioni e la loro tempestività impedisce infatti di usufruire di risorse più valide ed efficaci.<br />
Le <strong>ragioni che vengono accampate per giustificare la segretezza</strong> non sono, nella maggior parte dei casi, consistenti in un’ottica democratica. Certamente, è ben fondata la segretezza connessa con la <em>privacy</em>, ma essa è confinata ad ambiti per lo più privati che non riguardano la sfera pubblica. Più discutibili sono le ampie aree di segretezza motivate da questioni di <strong>sicurezza nazionale</strong> o da preoccupazioni per <strong>eventuali effetti di instabilità istituzionale</strong>: in questi casi – ammette S. – può essere opportuna una certa riservatezza nella fase iniziale, ma poi le scelte prese e le motivazioni che sono alla loro base devono essere assolutamente divulgate. In tal modo i cittadini possono <strong>giudicare le istituzioni</strong> che non devono – come qualcuno vorrebbe – essere giudicate infallibili; sottoposte infatti al dibattito pubblico non ne sarebbero indebolite, ma piuttosto rafforzate in un’ottica democratica aperta e pluralista.<br />
In tal senso occorre per S. creare <strong>una cultura dell’accessibilità</strong>, per cui il pubblico deve essere informato e partecipare a tutte le decisioni collettive; le informazioni che detengono politici e funzionari dell’amministrazione appartengono infatti ai cittadini e non possono essere oggetto di indebite appropriazioni. Perché questa cultura dell’accessibilità sia garantita è però necessario che <strong>siano sane le istituzioni in grado di produrre informazione e contro-informazione</strong>: una stampa libera, un’opposizione politica determinata e fortemente critica, i gruppi della società civile. È solo in un contesto del genere che si può sviluppare una buona <em>governance</em> democratica.</p>
<p>Dalle riflessioni generali di S. su trasparenza e segretezza è dunque facile ritenere grave – purtroppo ancora una volta – la situazione in cui versa la democrazia italiana. Il tradizionale controllo dei mezzi di informazione da parte delle élite politico-economica del nostro paese si è trasformato negli ultimi quindici anni in una pericolosa tendenza al monopolio concentrato nelle mani dell’attuale premier e del suo <em>entourage</em>. Questa situazione accentua notevolmente gli effetti distorsivi della segretezza (già forti in Italia), delle fughe di notizie, dei silenzi, che vanno nella direzione ultima di creare un consenso plebiscitario intorno al leader, di cui si esaltano le decisioni e si nascondono le responsabilità politiche e morali. Ovviamente la ricerca di un consenso assoluto va di pari passo con la compressione degli spazi di informazione antagonista, anche in rete.<br />
Ci occuperemo presto di come questi elementi si inseriscano in un più complesso modello degenerato di democrazia, elaborato nel Novecento, che schiaccia i valori di libertà, uguaglianza, solidarietà e partecipazione.</p>
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
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		<title>Le trasformazioni della scienza e le sue forme di comunicazione</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jul 2009 12:08:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza e trasmissione del sapere]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[scienziati]]></category>

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&#8220;I comunicatori della scienza non sono più figure facili da definire o da formare, perché non fanno più cose lineari e in luoghi precisi. Il comunicatore della scienza non è più una persona che fa un solo mestiere (ad esempio, il giornalista scientifico televisivo o l&#8217;educatore della scienza), ma spesso è una persona che, così [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/07/shiningheaps.jpg" title="shiningheaps.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/07/shiningheaps.jpg" alt="shiningheaps.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;I comunicatori della scienza non sono più figure facili da definire o da formare, perché non fanno più cose lineari e in luoghi precisi. Il comunicatore della scienza non è più una persona che fa un solo mestiere (ad esempio, il giornalista scientifico televisivo o l&#8217;educatore della scienza), ma spesso è una persona che, così come i suoi giovani colleghi scienziati, ha un lavoro flessibile, complicato, con più padroni e più referenti di un tempo, diviso fra esigenze e pressioni sociali differenti, obbligato a imparare a decodificare e parlare linguaggi diversi in momenti diversi.&#8221;<span id="more-224"></span></p>
<p>Ci occupiamo dello statuto sociale della scienza, presentando <em>Come si comunica la scienza? </em>(Roma-Bari 2007), breve saggio scritto a quattro mani da Yurij Castelfranchi, fisico teorico e giornalista scientifico, e Nico Pitrelli, responsabile del Master in Comunicazione della Scienza della SISSA di Trieste.<br />
C. &#038; P. si concentrano in particolare sulla comunicazione delle conoscenze scientifiche, che, aspetto da sempre importante in questo ambito del sapere, risulta più che mai fondamentale proprio in seguito alle trasformazioni che la scienza ha conosciuto negli ultimi decenni.</p>
<p>Secondo i due autori la scienza è ormai una parte fondamentale della nostra cultura quotidiana, ma il suo significato è spesso ambivalente: essa è considerata allo stesso tempo vicina e lontana, familiare ed inquietante, razionale e magica, carica di promesse e minacciosa. Inoltre, il nostro immaginario della scienza è ulteriormente condizionato da un luogo comune che la vuole materializzata soprattutto in oggetti tecnologici di cui ci serviamo ogni giorno. Questi ed altri stereotipi non permettono tuttavia di cogliere pienamente né i caratteri della scienza moderna, né quelli che essa ha assunto recentemente e di cui abbiamo una percezione forte benché ancora confusa. Una scienza &#8220;quest&#8217;ultima&#8221; che alcuni sociologi definiscono &#8220;post-accademica&#8221; o &#8220;post-normale&#8221;.<br />
Per illustrare questa evoluzione della scienza C. &#038; P. portano ad esempio la figura di John Craig Venter, famoso genetista, che allo stesso tempo è studioso, tecnologo, imprenditore e manager. Craig Venter si trova perfettamente a suo agio nelle forme sempre più mediatizzate della comunicazione scientifica contemporanea; e il notevole impatto che queste nuove figure ibride hanno sulle pratiche consolidate delle comunità  di studiosi è ben esemplificato dalla determinazione con cui il genetista statunitense ha cercato di imporre l&#8217;attendibilità di ricerche di cui non si rendevano però accessibili tutti i dati e procedimenti sperimentali. Un fatto che contraddice uno dei valori-cardine della scienza moderna: l&#8217;intersoggettività .<br />
Si tratta in realtà  solo di uno degli aspetti di una nuova configurazione dei rapporti tra comunità  scientifica, industria e stato, che ha profondamente modificato il quadro venutosi a costituire dalla fine dell&#8217;Ottocento e poi dominante sin dopo la fine della seconda guerra mondiale. Tale nuova configurazione, come è a tutti noto, si caratterizza per il ruolo preponderante giocato dal mercato, tanto che si parla anche di capitalismo accademico.<br />
Questa trasformazione della scienza, che è chiaramente connessa ad un più ampio cambiamento della società  moderna nella seconda metà  del Novecento, ha dato vita a quello che alcuni hanno definito un Modo 2 della ricerca. Se nel Modo 1 le direttrici dell&#8217;attività  scientifica vengono determinate prevalentemente dagli interessi dei gruppi di studiosi, che sono relativamente indipendenti rispetto alle altre istituzioni e la cui gerarchia è determinata idealmente in base al merito scientifico, nel Modo 2, come accennato, le cose vanno ben diversamente. La scienza, divenuta transdisciplinare ed eterogenea, si orienta prevalentemente sulle applicazioni e la valutazione delle ricerche avviene così secondo criteri di qualità ed efficienza produttiva che si discostano dal giudizio dei pari (peer review).<br />
In questo mutato contesto molti ricercatori e &#8220;imprenditori accademici&#8221;, specie giovani, accettano posizioni lavorative sempre più precarie, che dipendono dall&#8217;andamento del mercato. Si costituiscono inoltre nuove forme di rapporti sociali che non coinvolgono solo gli scienziati, ma anche figure di non esperti che svolgono soprattutto funzioni di tipo manageriale. L&#8217;attività  scientifica, divenuta più porosa verso l&#8217;esterno, è quindi costretta ad essere più aperta al dialogo con altre componenti sociali e ad assumersi maggiori responsabilità  verso la società civile (socially accountable).<br />
E&#8217; allora chiaro che questo nuovo modo di fare scienza ha posto in discussione una distinzione fondamentale nel campo scientifico, ancora fortemente sostenuta subito dopo la guerra: quella tra ricerca di base e ricerca applicata, tra scienza accademica e scienza industriale. Anche se l&#8217;intreccio tra istituzioni politiche, accademiche e economia è sempre stato presente, i legami tra le varie parti si sono fatti più stretti e diretti: la scienza si è sempre più adeguata alle esigenze commerciali ed è molto spesso divenuta un bene da vendere. Un esito che ha suscitato non poche resistenze contro la privatizzazione del sapere scientifico e campagne per l&#8217;open access.<br />
Questa evoluzione si intreccia con la mediatizzazione della nostra società, che investe dunque anche l&#8217;attività  scientifica. I ricercatori devono infatti tener conto che il passaggio delle loro conoscenze nei media non comporta tanto una semplificazione, quanto piuttosto una trasformazione. Si ridefinisce così profondamente l&#8217;importante aspetto della comunicazione, che sin dai secoli XVI e XVII, è parte costitutiva dell&#8217;attività degli scienziati: infatti, una volta che la ricerca risulta proiettata sul mercato, la diffusione delle informazioni è sempre più spesso orientata da strategie di marketing. E non a caso l&#8217;aspetto delle pubbliche relazioni ha assunto una tale importanza che non di rado gruppi di ricerca istituiscono dei veri e propri uffici stampa.<br />
Ma in realtà  non c&#8217;è solo il lato delle trasformazioni mediatiche della scienza. Anche i rapporti con la politica si sono fatti più stretti in un duplice senso: 1) da una parte, si è verificata una maggiore compenetrazione tra attività scientifica e governo della comunità, tanto che è sempre più frequente la presenza di scienziati che partecipano ai dibattiti pubblici, ricercatori che politicizzano le proprie direttrici di indagine, studiosi che scendono in piazza per difendere i propri settori di sperimentazione, i propri finanziamenti, i propri posti di lavoro; 2) dall&#8217;altra, tanto i politici quanto i cittadini hanno cominciato ad esercitare forme di pressione molto forti sulla policy della ricerca.<br />
La policy, cioè l&#8217;individuazione delle linee generali dell&#8217;attività scientifica da parte della società, determina la distribuzione dei finanziamenti e quindi anche gli ambiti di ricerca: emblematico è ad es. il fallito progetto di costruzione dell&#8217;acceleratore molecolare statunitense (Super Conducting Collider), che fu abbandonato perchè non più rispondente alle esigenze dell&#8217;élite politica dopo la fine della guerra fredda.<br />
Questa decisione presa dal governo Clinton, che spostò i fondi sulla genetica, rispondeva anche all&#8217;esigenza di ottenere il consenso del pubblico, che secondo C. &#038; P. è sempre più partecipe non solo nel condizionamento, ma addirittura nella produzione dell&#8217;attività scientifica. Occorre rendersi conto che il modello classico di una scienza ordinatamente distinta in discipline, riservata a gruppi ristretti di studiosi, che poi divulgano in maniera unidirezionale le conoscenze semplificandole, è ormai anacronistico. La scienza è infatti la risultante di una negoziazione sociale complessa, costituita da molteplici flussi di relazioni sociali.<br />
Secondo gli autori, i protagonisti della comunicazione scientifica e, più in generale, del nuovo modo di far scienza non sono solo i ricercatori, sempre più precari (e quindi deboli), e la scuola, ma i media, i musei e le collezioni private che svolgono azione di edutainment (si mette in rilievo l&#8217;esempio della Villa del Balì nel piccolo comune marchigiano di Saltara), le corporations, le narrazioni romanzesche e cinematografiche che alimentano un immaginario rinnovato, e infine i gruppi organizzati della società civile. Questi ultimi &#8220;composti da ambientalisti, consumatori e soprattutto pazienti&#8221; non solo costituiscono reti di informazione scientifica alternativa a quella accademica, ma giungono addirittura a produrla, facendola accettare allo stesso mondo istituzionale degli studiosi. Si tratta di un fenomeno di contro-informazione scientifica, che illumina ambiti di studio lasciati da parte, più o meno intenzionalmente, dalla scienza ufficiale (si pensi, al di là dei risultati, all&#8217;attività  promossa dal blog di Beppe Grillo sulle nanoparticelle).</p>
<p>A questo punto, nella prospettiva del nostro blog, si pone il problema della democratizzazione della policy nell&#8217;ambito di un&#8217;attività scientifica così complessa per numero di attori e di scenari, più o meno istituzionalizzati. C. &#038; P. non approfondiscono purtroppo la questione, ma, pur auspicando una sempre maggiore partecipazione, si limitano a delineare da un lato le difficoltà concrete che implica l&#8217;intervento dei cittadini nei processi decisionali &#8220;i problemi di empowerment delle consensus conferences, cui si accennava nel recente post sul libro di Paul Ginsborg&#8221; e, dall&#8217;altro, il rischio che la mediatizzazione della vita sociale e politica porti a forme di &#8220;populismo tecno-scientifico&#8221;, che inibiscano la libertà  della ricerca.<br />
Il caso recente dei referendum sulla fecondazione assistita (2005), con tutte le implicazioni riguardanti embrioni e cellule staminali, come pure quello attuale del ritorno all&#8217;energia nucleare, testimoniano proprio le insidie di questa nuova forma di populismo.</p>
<p align="right"><align="right">E.R.</align="right"></p>
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