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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; Comunicazione ed informazione</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Cloud computing vs security</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 21:34:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[cloud computing]]></category>
		<category><![CDATA[PGP]]></category>

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		<description><![CDATA[“Uno dei più efficaci sistemi crittografici che va sotto il nome di PGP cade sotto i colpi del Brute Force“. Tutto merito del cloud computing che mette a disposizione di ogni utente una risorsa di calcolo che fino a poco tempo fa era prerogativa delle sole agenzie governative. Associare il termine di forza ad una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©cloud1" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/06/cloud1.jpg" alt="Â©cloud1" />“Uno dei più efficaci sistemi crittografici che va sotto il nome di PGP cade sotto i colpi del <em>Brute Force</em>“. Tutto merito del <em>cloud computing</em> che mette a disposizione di ogni utente una risorsa di calcolo che fino a poco tempo fa era prerogativa delle sole agenzie governative. Associare il termine di forza ad una nuvola sembra quasi una contraddizione, eppure c’entra, eccome se c’entra: infatti è proprio l&#8217;unione della tecnica di <em>recovery password</em> distribuita, unita alla potenza di calcolo della nuvola (<em>cloud computing</em>), a metter in ginocchio il benemerito algoritmo di Zimmermann (PGP).<span id="more-672"></span></p>
<p>Parliamo di sicurezza informatica e in maniera specifica dell&#8217;algoritmo più utilizzato a livello pubblico per proteggere le comunicazioni via mail, il PGP, tramite la lettura di un articolo intitolato “Anche il PGP è battuto” presentato da Riccardo Meriggiato, noto giornalista divulgatore informatico su “Hacker Journal” (n.190, Dicembre 2009).<br />
In questo articolo M. mette in luce le prime conseguenze di una delle più grandi rivoluzioni nel campo informatico degli ultimi anni il <em>cloud computing</em>. L&#8217;evento sta passando in sordina per i più, ma i servizi di <em>clouding</em>, come quello di Ec2 targato Amazon, stanno rivoluzionando gli orizzonti del calcolo distribuito mettendo a disposizione di tutti potenze di calcolo che fino a pochi anni fa erano prerogativa dei soli centri governativi. I risultati sono strabilianti, tanto che in pochi mesi il PGP si ritrova sconfitto da un  gruppo di ragazzi dell&#8217;Electrical Alchemy.<br />
Il PGP nasce dallo sviluppo di Phil Zimmermann (philzimmermann.com) che dà origine all&#8217;opera che va sotto il nome di <em>Pretty Good Privacy</em>. Nel tempo il PGP ha rivestito sempre più un ruolo importante fino a conoscere la vera consacrazione con Bruce Schneier che lo definì il modo per arrivare più vicino alla crittografia militare. Il PGP  è un programma di crittografia asimmetrica con chiave pubblica, il che vuol dire che l&#8217;utente genera due chiavi: una pubblica, per codificare l&#8217;informazione, e una privata, per codificare il contenuto (<a href="http://www.pgpi.org/doc/pgpintro/">http://www.pgpi.org/doc/pgpintro/</a>). In poche parole la chiave privata non traffica nella rete e questo rende l&#8217;algoritmo superabile soltanto con un attacco di <em>Brute Force</em>. Il termine sta indicare la generazione casuale di combinazioni alfanumeriche fino ad identificare la chiave. Il concetto è semplice ma il problema sta nel fatto di raggiungere la soluzione in tempi ragionevoli. Si dice che la stessa NSA (<em>National Security Agency</em>) non sia in grado di risolvere il problema in tempi brevi, accusando Zimmermann, proprietario dell&#8217;algoritmo, per detenzione di armi senza licenza. In poche parole l&#8217;utilizzo del software con chiavi a 128 bit sembrava assicurare sogni tranquilli fino a quando in data 30 ottobre 2009 appare la notizia sul web che il PGP era stato “craccato”. L&#8217;idea geniale che sta alla base del progetto è quella di utilizzare il software <em>Distribuited Password Recovery </em>della Elcomsoft con la potenza di calcolo del <em>Cloud Computing</em>. Per capire di che cosa si parla basti pensare che il <em>cloud</em> è un servizio a pagamento (prezzo di circa 0,063 euro all&#8217;ora) per l&#8217;utilizzo di un&#8217;infrastruttura già pronta per l&#8217;elaborazione di dati sul web. Il maggior fornitore al momento è Amazon che con <em>Elastic Compute Cloud</em> conosciuto con l&#8217;acronimo di EC2 serve aziende note come <em>New York Times</em>, che ha deciso di utilizzarlo per la trasformazione in pdf di 11 milioni di articoli che vanno dal 1851 al 1922 da pubblicare sul web, oppure NASDAQ per la gestione dello storico informativo.<br />
La congiunzione dei due fattori, il software della Elcomsoft che supporta il parallelismo di oltre 64 CPU e il servizio clouding, ha permesso il <em>cracker</em> finale.<br />
I passi che hanno permesso il successo sono i seguenti: &#8211; si utilizza una <em>Amazon Machine Image </em>(AMI) a 32 bit, visto che il programma non supporta il 64 bit; – si avanza un&#8217;istanza API su linux con il comando ec2-run-instances -k ssh-keypair ami-df20c3b6-g default; – si lancia il comando ec2-describe-instances; – si lancia il comando ec2-get-password -k ssh-keypair.pem $instanceID; – si lancia IE e si scarica l&#8217;agent_setup.exe; – si configura il firewall le porte TCP/12121; – si lancia l&#8217;EDPR installer e si lasciano le configurazioni di default; &#8211; si configura EC2 AMI Tools; –si lancia una bundle task; &#8211; si controlla la task; &#8211; si registra il bundle AMI -si passa il bundle ID al EDPR agent; – si lancia una EDPR instance ec2-run-instances -k $ssh-keypair ami-54f3103d -g default; &#8211; e finalmente si ha una sessione di brute force attiva. I dati subito evidenziano i tempi di calcolo: a questo punto [per la normale procedura] si richiedono circa 3600 giorni. Si può aggirare il problema aumentando le istanze contemporanee sul clouding: il limite è 89 e con il comando ec2-run-instance -n 89 -k ssh-keypair ami-54f3103d -g default -t c1.medium il gioco è fatto. Si arriva in questo modo ad un tempo ragionevole di ore e il PGP è per la prima volta “craccato”.</p>
<p>Di primo acchito sembra un gioco per pochi eletti ma dietro questo evento si nascondono due  fenomeni importanti: da una parte è in atto una rivoluzione nel mondo dell&#8217;informatica, che sta partendo in sordina ma in poco tempo sta cambiando il modo di  pensare il software che non si trova più nel computer ma centralizzato in mega computer; dall&#8217;altra ci sono le nuove prospettive computazionali che diventano  possibili per tutti aprendo nuovi scenari fino ad ora impensabili: e il caso di PGP cracking ne è un&#8217;esempio. Il lato debole in primis è la sicurezza ma è importante ricordare che non si può imputare la colpa al <em>clouding</em>: Non esistono tecnologie in sé buone o cattive, ma è solo il loro utilizzo a fare la differenza.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>Plain Language</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 23:36:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[
Lo sviluppo tecnologico necessita di un piano comunicativo nuovo che riesca a sopperire alle difficoltà del cliente ad assimilare le novità proposte dal mercato. L&#8217;esigenza di essere chiari e semplici dà vita al plain language, naturale evoluzione del plain english. Il linguaggio chiaro e coinciso ma prettamente testuale si arrichisce anche dei canali auditivi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©plainlanguage" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/02/plainlanguage2-300x168.jpg" alt="Â©plainlanguage" width="450" height="253" /><br />
Lo sviluppo tecnologico necessita di un piano comunicativo nuovo che riesca a sopperire alle difficoltà del cliente ad assimilare le novità proposte dal mercato. L&#8217;esigenza di essere chiari e semplici dà vita al plain language, naturale evoluzione del plain english. Il linguaggio chiaro e coinciso ma prettamente testuale si arrichisce anche dei canali auditivi e visivi adattandosi perfettamente alle nuove tecnologie del web 2.0 e degli UGC (youtube, flick, etc).<span id="more-455"></span><br />
Prendiamo in esame il linguaggio comunicativo del momento attraverso la lettura di Il plain language: quando le istruzioni si fanno capire pubblicato da “I quaderni di MdS” (maggio 2003), scritto da Daniele Fortis.<br />
Il libro prende in esame che cosa esattamente si intenda per plain language e quale siano le sue caratteristiche principali. Molti pensano che sia uno stile di scrittura, è invece un metodo comunicativo semplice e diretto che si adatta ad ogni interlocutore. Parliamo di un linguaggio che risponde a tecniche ben precise, anche se non ha vere e proprie regole: l&#8217;utilizzo di verbi in forma attiva, termini comuni e non ricercati, frasi brevi, “concetti” familiari, ecc..<br />
Sono state ragioni prettamente economiche a promuovere e sviluppare questo nuovo concetto di comunicazione: ad esempio negli anni &#8216;70 sia le banche che le assicurazioni hanno registrato un netto calo dei contenziosi con la clientele a seguito dell&#8217;utilizzo del plain language. F. ripercorre poi i primi casi di impiego del plain english: sempre a metà degli anni &#8216;70 sono comparse negli USA le prime plain language lows, in Australia è stata completamente riscritta la Corporation law (riguardante il diritto societario australiano), in Svezia il Ministero della Giustizia ha predisposto un&#8217;apposita divisione per la divulgazione dei disegni di legge in plain Swedish. In Italia si è dovuto aspettare il 1993, perché per volontà del ministro Cassese fosse pubblicato il Codice di stile edito dal  Dipartimento della Funzione Pubblica.<br />
L&#8217;arrivo della comunicazione multimediale sullo spazio Internet ha permesso al plain english di evolversi e divenire strumento ideale per le nuove esigenze di marketing per prodotti tecnologici. Video in plain english hanno invaso gli spazi web 2.0: Twitter, CommonCraft sono gli esempi più famosi.<br />
Perchè il plain english risulta così efficace?<br />
1) Utilizza un testo costituito da frasi brevi e coincise, dove le conclusioni sono messe in evidenza prima delle motivazioni.<br />
2) La struttura è ben delineata con forte uso di elenchi puntati o numerati.<br />
3) I documenti sono scritti in reader friendly, cioè facilmente leggibili in caratteri grandi ed in Times o Arial.<br />
4) Le tabelle e grafici diventano parti integranti del testo.<br />
5) Le immagini, quasi infantili, e l&#8217;inserimento di suoni e gesti amplificano il messaggio rendendolo più incisivo.<br />
Il plain english significa economia, fruibilità e democraticità perché si limitano gli sprechi ed è comprensibile a tutti: per questo è stato fatto proprio dalle amministrazioni pubbliche, dalle banche e dai funzionari giudiziari.<br />
F. dà spazio anche alle critiche che si levano contro il plain language: mancanza di precisione tecnica, e di eleganza,  eccessiva semplicità.<br />
Sicuramente non può essere l&#8217;unica e sola forma comunicativa moderna, è però necessaria per la divulgazione di contenuti tecnici. Grazie alla sua struttura flessibile permette di trattare problematiche specifiche che vanno dal campo giuridico a quello scientifico. E&#8217; uno strumento adatto ad incuriosire e quindi ad aprire spazi per l&#8217;approfondimento di tematiche altrimenti troppo lontane.<br />
Siamo solo agli albori di questo nuovo piano comunicativo: all&#8217;orizzonte auspico adattamenti e fusioni linguistiche (plain italian, plain french, plain swedish,..) che  consentano di superare barriere culturali.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>Fine delle trasmissioni</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 12:34:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Con il progressivo avanzamento di nuove generazioni abituate a maneggiare le possibilità offerte dalla convergenza [degli strumenti mediali], la televisione, come la conosciamo noi, è condannata. Non si tratta di saper manipolare tecnologie in forma intuitiva, come pensano i genitori che chiamano i figli ad &#8220;accomodare&#8221; il computer o a rimettere i canali sul telecomando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="tvrest" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/12/tvrest.jpg" alt="tvrest" />&#8220;Con il progressivo avanzamento di nuove generazioni abituate a maneggiare le possibilità offerte dalla convergenza [degli strumenti mediali], la televisione, come la conosciamo noi, è condannata. Non si tratta di saper manipolare tecnologie in forma intuitiva, come pensano i genitori che chiamano i figli ad &#8220;accomodare&#8221; il computer o a rimettere i canali sul telecomando del televisore. Si tratta di plasmare la propria socializzazione in modo completamente nuovo, attraverso i siti di presentazione di sé, di <em>social networking</em>, di gioco e simulazione, di archiviazione  e condivisione di musica, fotografie, video, i blog, la possibilità di costituire nicchie plurime di interesse e di scopo, l&#8217;attitudine a fare con i media sempre più cose contemporaneamente, in una filosofia totalmente multitasking.&#8221;</p>
<p><span id="more-402"></span></p>
<p>Torniamo ad occuparci del sistema dei media nel nostro paese presentando <em>Fine delle trasmissioni. Da Pippo Baudo a You Tube </em>(Bologna 2007), un libro scritto da Enrico Menduni, professore di <em>Culture e formati della televisione e della radio</em> presso l’Università di Roma Tre.<br />
M. descrive le vicende degli ultimi trent’anni nella televisione italiana, concentrandosi sul grande impatto avuto dalle trasformazioni tecnologiche e culturali verificatesi a partire dalla metà degli anni ’90.</p>
<p>L’autore descrive <strong>la storia del declino della televisione generalista</strong> nostrana, su cui convergevano, vent’anni or sono, ingenti risorse, superiori – e secondo M. eccessive – rispetto a quelle impegnate in proporzione da altri paesi. Questa situazione ha da un lato pregiudicato l’iniziale sviluppo di altre piattaforme di erogazione di prodotti audiovisivi &#8211; in sostanza la tv a pagamento via cavo –; e, dall’altro, è valsa a <strong>preservare più a lungo l’anomalo duopolio televisivo</strong> Rai-Mediaset, che, al di là dei differenti (in certi casi assolutamente divergenti) orientamenti politici, culturali ed educativi, stava bene a tutte le parti in causa.<br />
Nonostante la resistenza opposta da questo diffuso atteggiamento conservatore, qualcosa stava però già cambiando su un piano più profondo, quello della <strong>mentalità del telespettatore</strong>. Ne era dimostrazione il successo di alcuni format televisivi, che M. riconduce a due filoni: 1) <strong>la tv realtà</strong> (si pensi a un <em>Giorno in pretura</em> o ai programmi di <em>infotainment</em> di Santoro, Costanzo e Funari, i quali svolsero funzioni di supplenza politica durante Tangentopoli) e 2) <strong>i <em>reality show</em></strong> (che si concentravano sull’intrattenimento nei programmi di <em>emotainment</em> condotti da Castagna, Cucuzza, Foschini, De Filippi, Carrà; per non parlare del <em>Grande fratello</em>).<br />
Si trattava dell’esito di una più <strong>generale tendenza alla popolarizzazione</strong> della Tv, in cui era la gente comune a diventare protagonista; e si annunciava così l’ulteriore passaggio dalla figura del semplice fruitore di programmi televisivi a quella del <strong><em>prosumer</em></strong>, cioè del produttore e consumatore insieme. Un passaggio che, temporaneamente ostacolato dalla persistente egemonia dei media istituzionali nella diffusione (<em>broadcast</em>), si sarebbe poi compiuto solo nel primo decennio di questo secolo grazie all’ausilio di mezzi personali di produzione e di diffusione dei testi multimediali.<br />
Il fattore di trasformazione decisivo per il nostro paese è stato, secondo M., la <strong>liberalizzazione dei settori dei media e delle comunicazioni imposta dall’Unione Europea</strong> dalla metà degli anni ’90. Si è trattato per l’Italia di un determinante sblocco politico della situazione, che ha permesso la <strong>diffusione pervasiva di fondamentali innovazioni tecnologiche</strong>. Ecco allora affacciarsi negli anni immediatamente precedenti al 2000 la televisione satellitare – per la quale in quegli anni si erano create le infrastrutture con Eutelsat, da una parte, e Astra di Rupert Murdoch, dall’altra –, i telefoni cellulari e soprattutto internet, il cui decollo risale al 1997.<br />
L’onda continua delle innovazioni, coniugata con la liberalizzazione dei mercati, ha quindi in pochi anni scardinato alcune fondamenta del sistema dei media. Pur tralasciando in questo post gli aspetti relativi alle telecomunicazioni – che M. tratta ampiamente –, si deve comunque ricordare <strong>l’impatto avuto dai telefoni digitali, in particolare dai videofonini</strong>, che hanno dotato gli individui di strumenti personali e mobili di fruizione e produzione di testi multimediali; tanto che la comunicazione vocale è ormai da anni divenuta un aspetto tra gli altri nell’uso di questi apparecchi elettronici. Ma anche strumenti quali l’iPod e il computer portatile hanno permesso al singolo di avere sempre con sé grandi librerie di filmati e di musica o di potervi accedere via web. Tutto ciò ha contribuito al fondamentale <strong>fenomeno di convergenza tra le diverse piattaforme</strong>, che consente la fruizione trasversale dei contenuti, i quali sono peraltro sempre più il prodotto degli stessi utenti (<em>user generated contents</em>).<br />
Allo stesso modo si è assistito negli ultimi anni, all’incirca a partire dal 2001, alla piena <strong>affermazione della tv a pagamento</strong>, con abbonamento o con richiesta di singoli prodotti (<em>pay per view</em>). In tale contesto <em>Sky</em> è riuscita nel giro di pochi anni ad acquisire una vasta platea di telespettatori, arrivando ad essere un <em>competitor</em> alla pari degli altri due e rompendo così di fatto il duopolio presente nella tv generalista in chiaro.<br />
È evidente che queste trasformazioni <strong>necessiterebbero di una nuova regolamentazione</strong>, ma la classe politica italiana non ha perso purtroppo la tendenza a garantire le proprie posizioni e a non risolvere le situazioni problematiche, quali il conflitto di interessi che riguarda Silvio Berlusconi. La <strong>legge Gasparri</strong> (2004) risulta in questo senso particolarmente significativa, in quanto ha soprattutto cercato di evitare l’oscuramento di <em>Retequattro</em>, e, conseguentemente, quello di <em>RaiTre</em>.<br />
In realtà, i temi affrontati da questo testo legislativo sono ben più ampi. Tuttavia, emblematicamente, alcuni problemi hanno ricevuto solo una pseudo soluzione, mentre altre questioni si sono lasciate completamente cadere. Ad esempio una soluzione apparente è stata quella di cancellare il duopolio Rai-Mediaset mediante una moltiplicazione del numero delle reti televisive nazionali consentita dal ricorso alla tecnologia del digitale terrestre: è chiaro però che si tratta solo di una fittizia diluizione, di cui ha anzi approfittato proprio Mediaset impiantando una nuova offerta di programmi a pagamento, <em>Premium</em>. Insomma, un aggravamento del conflitto di interessi, reso peraltro evidente 1) dai recenti scontri dei governi con <em>Sky</em>, penalizzata da decisioni politiche tutt’altro che trasparenti; 2) dalla procedura di infrazione aperta dalla UE contro il nostro paese per l’eccessivo favore che la legge accorda agli operatori già esistenti sull’analogico. Inattuata è invece rimasta la prevista <strong>privatizzazione della Rai</strong>, che è stata fatta arenare in silenzio: sarebbe stato certo un ‘guaio’ se l’azienda pubblica si fosse sottratta al controllo della politica; e questo, ancora una volta, per entrambe le parti, centro-destra e centro-sinistra.<br />
Purtroppo tralascio molte altre interessanti ricostruzioni dello scenario politico e mediale italiano compiute da M. nel suo libro e dedico le ultime considerazioni alla descrizione di fenomeni e processi di portata più generale. Il declino della televisione generalista ha fatto sì che <strong>non ci sia più una fruizione corale di tale mezzo</strong>: in precedenza, infatti, tutti più o meno guardavano le stesse cose; l’ampliarsi dell’offerta attraverso nuovi canali e nuove piattaforme ha invece destrutturato la soggettività unica dello spettatore e ha dato spazio ad una pluralità di identità e di culture decisamente postmoderna. Questo processo è andato di pari passo con la già accennata <strong>individualizzazione dei prodotti televisivi</strong> che è l’approdo attuale di quella popolarizzazione già in atto da fine anni ’80: i <strong>video girati da gente comune</strong>, in particolare con i telefonini, sono ormai diventati parte consistente del nostro panorama mediale, tanto da rispondere, nonostante le loro imperfezioni rispetto agli standard tradizionali, ad <strong>una nuova estetica iperrealistica</strong>. E qui si può inserire un’ulteriore considerazione di M., secondo cui <strong>la nostra relazione con lo strumento video è diventata più stretta, mentre il nostro rapporto con la televisione tradizionale si sta progressivamente perdendo</strong>. M. riconosce però l’importante <strong>ruolo che può ancora rivestire la televisione generalista pubblica</strong> come mediatrice istituzionale di certi contenuti, che garantiscano e promuovano – sintetizzo io – i valori democratici.</p>
<p>Ciò appare fondamentale perché, per parafrasare in sede di commento le ultime parole di M., la ristrutturazione dei tempi e degli spazi sottesa a queste trasformazioni si inserisce nell’alveo di una ridefinizione dei confini tra sfera pubblica e sfera privata. O meglio, va nella direzione di una fusione delle due sfere dagli effetti imperscrutabili; un macro-processo, questo, che abbiamo avuto modo di intravedere più volte nelle riflessioni sviluppate in questi due anni sul blog. Un fenomeno postmoderno, insomma, che apre nuove possibilità e forme di vita, ma che fa aleggiare lo spettro di nuove gerarchie signorili; una preoccupazione, quest’ultima, suscitata da certi comportamenti o linee politico-economiche, che sembrano dettati dall’intenzione di imporre, grazie a una posizione di forza, prelievi delle risorse dei cittadini. Si pensi soltanto al recentissimo scontro tra Google e Murdoch sulla visione gratuita delle informazioni sul web: in un campo nuovo, finora aperto ad una libera fruizione di tutti, che agevola così il diritto all’informazione del cittadino globale, si vuole imporre una sorta di prelievo della cui liceità bisognerebbe per lo meno discutere democraticamente.<br />
Purtroppo casi analoghi si rilevano anche in Italia, che mostra in questo campo una peculiarità paradossale già incontrata in molti altri ambiti. Il ritardo nel settore dei media – ritardo che garantiva, di fronte ad innovazioni in grado di alterare gli equilibri di potere, chi aveva già posizioni di forza – ha costretto a bruschi ed affannosi adeguamenti, che hanno spesso avuto conseguenze non positive. La grave paradossalità dell’attuale situazione italiana risiede però nel fatto che le spinte liberalizzatrici degli anni ’90 si stanno inflettendo, su scala globale, negativamente, e favoriscono così la costituzione di nuovi potentati socio-politici contrari ai valori democratici. Ragion per cui le antiche logiche padronali e di rango delle élite italiane, dopo qualche difficoltà, hanno trovato terreno fertile in alcune tendenze postmoderne della costruzione del potere, cosicché è per loro possibile, con nuovi mezzi, continuare a limitare l’esercizio della cittadinanza.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: right;">E. R.</p>
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		<title>NUOVA INFLUENZA</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 20:52:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
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		<description><![CDATA[
Il caso del virus A H1N1 è l&#8217;esempio di come l&#8217;informazione strumentalizzata ai fini economici sia pericolosa. Prima l&#8217;allarmismo dettato dalle case farmaceutiche, poi il silenzio stampa durato un mese e infine il nuovo correre ai ripari. La tempistica di questo altalenarsi di informazioni e disinformazioni sembra studiato a tavolino producendo paura e sconcerto nelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter" title="Â©beam" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/11/beam-300x168.jpg" alt="Â©beam" width="450" height="253" /><br />
Il caso del virus A H1N1 è l&#8217;esempio di come l&#8217;informazione strumentalizzata ai fini economici sia pericolosa. Prima l&#8217;allarmismo dettato dalle case farmaceutiche, poi il silenzio stampa durato un mese e infine il nuovo correre ai ripari. La tempistica di questo altalenarsi di informazioni e disinformazioni sembra studiato a tavolino producendo paura e sconcerto nelle persone che non sanno più che fare. Se da una parte i morti sembrano meno di quelli previsti dai fautori della corsa ai vaccini, è vero che i risultati non sono proprio quelli di una influenza stagionale per alcune peculiarità. Prima di tutto bisogna mettere in evidenza che i più colpiti sono i giovani dai 2-27 anni e che la maggior parte di questi finisce  in sala rianimazione con respirazione assistita. Penso sia giunto il momento di fare chiarezza !<span id="more-363"></span><br />
Affrontiamo il problema dell&#8217;influenza , presentando Nuova Influenza. Come prevenirla e come curarla (Bergamo 2009), libro scritto da Mario Pappagallo, giornalista medico scientifico e Adriana Bazzi, inviata speciale per temi medici e tecnico scientifici per il Corriere della Sera.<br />
P. &amp; B. spiegano il concetto di pandemia e la relazione che esiste tra il virus A H1N1 e il virus influenzale stagionale mettendone in evidenza differenze e rischi. L&#8217;obiettivo è quello di fare chiarezza su alcuni concetti per cercare di informare e convivere più serenamente con questo nuovo virus.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;influenza H1N1 è un&#8217;infezione virale acuta che attacca l&#8217;apparato respiratorio dai sintomi paragonabili a quella di una semplice influenza stagionale. Come per l&#8217;influenza classica sono possibili complicazioni gravi quali la polmonite. Il nuovo virus è il prodotto del mescolamento di otto geni diversi che provengono dalla combinazione del virus dell&#8217;aviaria, della suina e di quella umana. Nei suini sono stati isolati 4 varianti dell&#8217;influenza A: H1N1, H1N2, H3N2 e H3N1. Tra questi quello più attivo nell&#8217;espandersi è l&#8217;H1N1. Nel 2009 si è raggiunta la fase pandemica del virus che coincide con la sua rapida diffusione tra gli umani per mancanze di difese immunitarie adatte a controbattere questa forma virale. L’H1N1 fu isolato per la prima volta negli anni venti e nel 1976 fece scoppiare un&#8217;infezione tra  reclute militari di Fort Dix, che colpì 240 persone provocando un solo decesso.  La sua scarsa mortalità agevola il proliferare e diffondersi velocemente tra gli umani. I modi di trasmissione sono tipici di una influenza comune, il che vuol dire principalmente per via aerea. Si contrae inalando le goccioline di Flugge, una sorta di aereosol emesso tramite starnuti o colpi di tosse. Il contagio avviene a una distanza di circa 15-20 cm tramite il respiro, ad un 1 metro tramite starnuto, a circa 3 metri tramite colpo di tosse (raggiunge circa 150 km/h). Altra via di trasmissione indiretta è per contatto con oggetti dove è rimasto presente l&#8217;aerosol infetto. Ad esempio portare le mani agli occhi, al naso o alla bocca dopo aver toccato bicchieri, in cui è rimasto un residuo di aerosol infetto, favorisce la diffusione  del virus. L’H1N1 sopravvive per 48 ore su superfici in acciaio inox e 12 ore su tessuti, carta moneta etc., dura invece pochissimo nelle mani ma purtroppo spesso il tempo sufficiente per raggiungere occhi, naso, bocca. Il virus è distrutto dal calore tra i 75-100°C e da alcuni dei più diffusi germicidi come cloro, acqua ossigenata e alcool; ma è sufficiente anche una buona pulizia con detergenti comuni. Le norme per evitare il contagio sono le più comuni: non uscire da casa se affetti da influenza e evitare locali molto frequentati e molto caldi come palestre, discoteche, etc., soprattutto se si è debilitati; cercare di mantenere il proprio fisico in forma riposando, evitando forti stress e dando importanza al riposo fisico. L’avvertenza fondamentale è non trascurare i sintomi influenzali, come ormai si è abituati a fare, specie tra i giovani: questa è infatti una delle prime cause di gravi complicazioni. E&#8217; importante in caso di contagio di  rimanere in casa e contattare il medico per provvedere subito a prendere contromisure adatte al caso e fermare la diffusione il prima possibile.Il mondo dell&#8217;informazione ultimamente parla spesso dell&#8217;influenza H1N1 presentando esclusivamente dei bollettini medici con i relativi numeri di infettati, ricoverati gravi e deceduti, e dando enfasi soltanto alla notizia. L&#8217;altalenarsi di informazioni spesso contraddittorie ha generato solo confusione nella gente che non sa più che fare. Se le persone più preoccupate si affrettano a fare il vaccino, altre trascurano il pericolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il risultato è evidente: i soli a guadagnarci qualcosa sono le case farmaceutiche, perchè si genera un circolo vizioso: chi trascura il fenomeno alimenta la diffusione del virus  attraverso un comportamento non responsabile e inadeguato; questo genera più casi di influenza aumentando la risonanza mediatica e spingendo ancora più gente a fare il vaccino. Guarda caso quello che vogliono le multinazionali produttori di vaccini. Si tratta di una influenza, quindi è necessario reagire di conseguenza: il che vuol dire non sottovalutare il problema come la società moderna ci ha insegnato “prendendo un&#8217;aspirina e via”. Questo è il giusto comportamento per una qualsiasi forma influenzale, anche stagionale, ma nel caso specifico, dato che l&#8217;uomo non ha sviluppato ancora anticorpi per questo ceppo, è necessario evitare complicazioni talvolta molto pericolose.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>TOXIC</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 20:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Alimentazione]]></category>
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L&#8217;Europa sta diventando un paese di obesi esattamente come gli Stati Uniti. Entro qualche anno il numero di morti per problemi legati all&#8217;alimentazione supererà quello imputabile al tabagismo o all&#8217;alcool. L&#8217;obesità non è un problema semplicemente risolvibile con un cambio di abitudini o una ripresa dell&#8217;attività fisica o, come l&#8217;industria farmaceutica e agroalimentare ci vuol [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Nuclearapple" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/10/nuclearapple.jpg" alt="Nuclearapple" /></p>
<p>L&#8217;Europa sta diventando un paese di obesi esattamente come gli Stati Uniti. Entro qualche anno il numero di morti per problemi legati all&#8217;alimentazione supererà quello imputabile al tabagismo o all&#8217;alcool. L&#8217;obesità non è un problema semplicemente risolvibile con un cambio di abitudini o una ripresa dell&#8217;attività fisica o, come l&#8217;industria farmaceutica e agroalimentare ci vuol far credere, una sindrome metabolica. La verità è un&#8217;altra:  “Frutta e verdura sono contaminate, i dolci sono intrisi di grassi nocivi, le bibite gassate vengono addolcite con sostanze volutamente iperglicemiche, ci sono hamburger che contengono la carne di&#8230; 400 vacche differenti. Fantascienza? Paranoia? Niente di tutto questo.”<br />
<span id="more-331"></span><br />
Parliamo del problema dell&#8217;alimentazione dei paesi sviluppati grazie a un saggio brillante dal titolo: TOXIC. Obesità, cibo spazzatura, malattie alimentari: inchiesta sui veri colpevoli (Luogo anno) di William Reymond, giornalista francese autore di diversi libri inchiesta.<br />
R. ci presenta un viaggio nella nostra alimentazione quotidiana alla ricerca delle manipolazioni che si nascondono dietro i prodotti della nostra tavola. Viene infatti da chiedersi quale sia il motivo che spinge a intossicare il cibo con antibiotici piuttosto che con coloranti artificiali oppure anabolizzanti; ma il perché è presto detto: la posta in  gioco è infatti un affare di svariati milioni di dollari.<br />
I protagonisti principali della storia sono:  l&#8217;HFCS, meglio conosciuto come sciroppo di glucosio-fruttosio, e gli acidi grassi trans. Per comprendere i responsabili dell&#8217;esplosione del fenomeno dell&#8217;obesità e delle svariate malattie legate all&#8217;alimentazione, R. ricostruisce la storia dell&#8217;industria agroalimentare americana a partire dagli anni ‘70. Proprio in quel periodo un protagonista della politica industriale degli USA, sconosciuto ai più, di nome Butz, dava vita a un profondo mutamento dell&#8217;agricoltura americana aprendo le porte alla centralizzazione della produzione agricola. In pochi anni si assiste a uno sconvolgimento delle metodologie agricole con attraverso l’uso scriteriato di diserbanti, pesticidi e fertilizzanti per aumentare le capacità produttive degli appezzamenti di terreno. Il fenomeno raggiunge delle dimensioni impressionanti: basti pensare che metà della produzione di pollame, uova e carne è in mano a soli quattro gruppi industriali e che altri quattro  gruppi controllano il 75% delle vendite di mais.<br />
In poco tempo questa rivoluzione agroalimentare porta a produrre una quantità di mais enorme che doveva essere utilizzata in qualche modo. Andreas, direttore della ADM, capisce la potenzialità della scoperta della Clinton Corn Processing Company, che permette di immettere sul mercato un nuovo zucchero a base di mais a basso costo che va sotto il nome di HFCS.  Il secondo passo di Andreas è convincere la Coca Cola a utilizzare questo prodotto: l&#8217;offerta è irresistibile e l’accordo genera un ritorno in affari spropositato costringendo gli altri produttori di bibite gassate a fare altrettanto. E&#8217; così che si acuisce la crisi dell&#8217;obesità. Soltanto molto più tardi nel 2000 il lavoro di Doreen DiMeglio e Richard Mattes ha messo in luce la reazione dell&#8217;uomo all&#8217;assunzione_ delle bibite gassate. Il lavoro dei due ricercatori ha evidenziato come lo zucchero ingerito con le bibite gassate fosse ignorato dal nostro sistema di autoregolamentazione. La prima causa dell&#8217;obesità di tipo-2 è stata così identificata. Le reazioni alla scoperta sono state ben presto rese vane dall&#8217;intervento mediatico di queste aziende interessate, che sono riuscite a celare dietro false informazioni la verità: ne sono una dimostrazione tanto le lievi reazioni internazionali quanto il continuo abuso di HFCS in USA. Al momento l&#8217;Europa ne è tutelata, praticando una politica di protezione sull&#8217;industria zuccheriera tradizionale, che prevede un&#8217;imposta sui dolcificanti contenenti una quantità di fruttosio superiore al 10% (ecco perchè la Coca Cola USA è diversa da quella Italiana). Nel 2006 l’amministrazione G.W.Bush, sotto pressione dell&#8217;ADM, ha ottenuto però delle vittorie presso l&#8217;Organizzazione Mondiale del Commercio a tale riguardo.<br />
Il viaggio nei prodotti della nostra tavola non si ferma qui; purtroppo nella lista nera che ci presenta R. appaiono decine di alimenti di uso comune come il pomodoro, l&#8217;insalata, la margarina, gli hamburger&#8230; Ognuno nella sulla filiera produttiva viene arricchito di fertilizzanti, antibiotici in maniera più o meno evidente; ma tra questi prodotti quello più pericoloso è sicuramente la margarina. Il processo chimico di produzione della margarina secondo la scoperta di Procter&amp;Gamble prevedeva l&#8217;idrogenazione catalitica parziale di oli vegetali, che permetteva la trasformazione degli oli allo stato solido o semisolido ( 1902 invenzione di Wilhelm Normann).  Gli effetti di questa invenzione furono strabilianti: in pochi anni quest&#8217;olio divenne l&#8217;elemento base per la preparazione di prodotti di pasticceria, permettendo ai cibi di conservarsi più a lungo e di rimanere più croccanti. Anche in questo caso però la ricerca è arrivata tardi ad una valutazione degli effetti della margarina, ma i risultati sono ora evidenti: Walter Willet nel 1994 ha dimostrato la stretta connessione tra acidi grassi trans e lo sviluppo di colesterolo cattivo nel sangue – e di conseguenza il peso di questa sostanza nei casi di crisi cardiache. E&#8217; spiacevole mettere in evidenza che,  come sempre, la reazione a questa scoperta è stata debole: i soli paesi a correre al riparo sono stati Canada e Danimarca, che hanno vietato la commercializzazione di prodotti a contenuto di oli trans. E la risposta del resto del mondo? È stata una morbida campagna di sensibilizzazione dell&#8217;opinione pubblica nel consumo di prodotti ad alto contenuto grasso.</p>
<p>Anche se sembra che i giochi siano fatti, così non è: il futuro dipende da noi. Mangiare male uccide! Ci vuole coraggio e, purtroppo, un sacrificio economico, che un numero via via inferiore di persone possono permettersi, per poter acquistare prodotti “genuini”. Ma noi siamo i consumatori per eccellenza, coloro che hanno poter d&#8217;acquisto. E&#8217; ora di farlo pesare! Scegliere prodotti locali, di stagione, informare di questi pericoli le persone intorno a noi è l&#8217;unica strada percorribile ed efficace.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>Per un diritto globale all&#8217;informazione</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Aug 2009 04:55:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[segretezza]]></category>
		<category><![CDATA[stampa]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>

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“La libertà di parola è sia un fine in sé – un diritto inalienabile che i governi non possono togliere alla cittadinanza – sia un mezzo per raggiungere obiettivi altrettanto fondamentali. La libertà di parola garantisce un controllo necessario sul governo: una stampa libera non solo rende meno probabili gli abusi di governo, ma accresce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="shutup" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/08/shutup.jpg" alt="shutup" /></p>
<p>“La libertà di parola è sia un fine in sé – un diritto inalienabile che i governi non possono togliere alla cittadinanza – sia un mezzo per raggiungere obiettivi altrettanto fondamentali. La libertà di parola garantisce un controllo necessario sul governo: una stampa libera non solo rende meno probabili gli abusi di governo, ma accresce la probabilità che vengano soddisfatti i bisogni sociali basilari. […] Voglio spingermi ancora più in là e affermare che nelle società democratiche esiste il diritto fondamentale a sapere, a essere informati su ciò che il governo fa e sul perché lo fa. […] La segretezza dà ai governanti un controllo esclusivo su alcune aree di conoscenza e perciò ne incrementa il potere, rendendo ancora più difficile il suo controllo anche da parte di una stampa libera.”</p>
<p><span id="more-238"></span></p>
<p>Il percorso di riflessione sui diritti di cittadinanza globale prosegue presentando il testo di una conferenza tenuta dall’economista Joseph Stiglitz ad Oxford, dal titolo <em>La libertà, il diritto all’informazione e il dibattito pubblico: il ruolo della trasparenza nella vita pubblica</em>, pubblicato nella più volte citata raccolta <em>La debolezza del più forte. Globalizzazione e diritti umani </em>(Milano 2004), pp. 147-196.<br />
In questo contributo S. presenta una serie di considerazioni sul diritto dei cittadini all’informazione nell’ambito della sfera pubblica a partire dalle sue esperienze professionali nelle istituzioni economiche internazionali e nel governo americano. Egli muove così una critica circostanziata alle reticenze e ai silenzi di politici e funzionari, che sono incompatibili non solo con i valori della democrazia, ma anche, conseguentemente, con un governo efficace ispirato da tali valori.</p>
<p>Prendendo spunto dalla crisi economica del sud-est asiatico (1997-1998), S. mette in evidenza la grande importanza assunta dalla <strong>trasparenza</strong> per un corretto funzionamento dei sistemi economici e politici. Nel caso del tumultuoso sviluppo delle ‘tigri asiatiche’ la mancanza di informazioni a più livelli ha infatti creato le condizioni fondamentali per la formazione di un pernicioso capitalismo clientelare, costituito da istituzioni finanziarie ed industriali deboli.<br />
Tali problemi non hanno però investito solo quell’area, ma sono da tempo annidati in vari settori della società mondiale. Proprio sulla base della sua esperienza di ‘economista del settore pubblico’, S. ha non di rado affrontato la questione della trasparenza nel sistema di tassazione e soprattutto nel sistema bancario, le cui pratiche opache si sono spesso rivelate contrarie ai diritti dei cittadini.<br />
Alla trasparenza si oppone la <strong>segretezza</strong>, termine generale con cui si indicano una serie di pratiche che minano la democrazia, in quanto implicano una fondamentale mancanza di fiducia tra governanti e governati. Secondo S. la partecipazione significativa al processo democratico esige infatti che i cittadini siano informati, potendo così conoscere le alternative disponibili per effettuare consapevolmente le scelte. E i cittadini sono assolutamente in diritto di sapere ciò che riguarda la sfera pubblica, in quanto le informazioni che la costituiscono sono di loro proprietà. Non è quindi ammissibile che politici e funzionari pubblici possano avere segreti nei confronti di quelli che sono da ultimo i loro “datori di lavoro”. Tanto più che l’uso improprio delle informazioni rende il governo meno efficace rispetto ai valori e ai fini della democrazia.<br />
S. vaglia quindi i <strong>motivi che spingono le persone responsabili di incarichi pubblici a ricorrere alla segretezza</strong>. E, purtroppo, ciò dipende innanzi tutto dal fatto che essi <strong>non credono ai processi democratici</strong> centrati sulla partecipazione e sulla discussione. Inoltre, politici e funzionari dell’amministrazione ricorrono alla segretezza per <strong>proteggersi di fronte alle possibili accuse di aver commesso errori o omissioni</strong>; si innesca in tal modo un circolo vizioso per cui <strong>la segretezza si autoalimenta</strong> per garantire posizioni di potere che, se si possedessero informazioni sufficientemente complete, non sarebbero più legittimate.<br />
E sempre in direzione della difesa della propria posizione va anche il fatto che la mancata diffusione di informazioni costituisce <strong>un ostacolo al ricambio delle élite</strong>: infatti, i rivali possono essere resi meno sicuri nei loro programmi dalla mancata conoscenza della situazione interna delle istituzioni; possono cioè non sapere se sia possibile produrre effettivi miglioramenti. E questa circostanza potrebbe indurre i cittadini, al momento delle elezioni, a ritenere che affidare governo e amministrazione a persone che non sono addentro ai meccanismi possa avere un costo elevato in termini di tempo e risorse: “la mancanza di informazioni degli outsider fa crescere i costi dell’avvicendamento al potere, e rende più dispendioso (per la società) cambiare le squadre di governo”.<br />
Tuttavia, secondo S., vi sono effetti ancora più perniciosi della <strong>segretezza</strong>: innanzi tutto, <strong>aumenta la discrezionalità dei detentori del potere pubblico</strong>, che si sottraggono così ai controlli; inoltre, essa <strong>crea un mercato perverso delle notizie</strong>, in quanto alcuni politici o funzionari tendono a divulgare una parte delle informazioni a certa stampa dietro corresponsione di compensi; infine, la segretezza <strong>consente ad interessi privati di esercitare una forte influenza sulla vita pubblica</strong> <strong>attraverso la corruzione</strong>: una minaccia permanente alla fiducia nella democrazia.<br />
Insomma, i processi di potere che si avvalgono della segretezza concorrono a <strong>diminuire la qualità del processo decisionale democratico</strong> perché scoraggiano la partecipazione dei cittadini e dei gruppi della società civile. Con un ulteriore <strong>effetto perverso</strong>: lo spazio del dibattito politico si restringe per i problemi rilevanti nel governo della comunità e si amplia invece per le questioni di principio (di fatto irresolubili), su cui non è necessario possedere molte informazioni per sentirsi in grado di esprimere un’opinione: l’aborto, la fecondazione assistita, gli immigrati. A questo effetto politico negativo si aggiungono anche <strong>conseguenze economiche svantaggiose</strong>: non garantire l’accessibilità delle informazioni e la loro tempestività impedisce infatti di usufruire di risorse più valide ed efficaci.<br />
Le <strong>ragioni che vengono accampate per giustificare la segretezza</strong> non sono, nella maggior parte dei casi, consistenti in un’ottica democratica. Certamente, è ben fondata la segretezza connessa con la <em>privacy</em>, ma essa è confinata ad ambiti per lo più privati che non riguardano la sfera pubblica. Più discutibili sono le ampie aree di segretezza motivate da questioni di <strong>sicurezza nazionale</strong> o da preoccupazioni per <strong>eventuali effetti di instabilità istituzionale</strong>: in questi casi – ammette S. – può essere opportuna una certa riservatezza nella fase iniziale, ma poi le scelte prese e le motivazioni che sono alla loro base devono essere assolutamente divulgate. In tal modo i cittadini possono <strong>giudicare le istituzioni</strong> che non devono – come qualcuno vorrebbe – essere giudicate infallibili; sottoposte infatti al dibattito pubblico non ne sarebbero indebolite, ma piuttosto rafforzate in un’ottica democratica aperta e pluralista.<br />
In tal senso occorre per S. creare <strong>una cultura dell’accessibilità</strong>, per cui il pubblico deve essere informato e partecipare a tutte le decisioni collettive; le informazioni che detengono politici e funzionari dell’amministrazione appartengono infatti ai cittadini e non possono essere oggetto di indebite appropriazioni. Perché questa cultura dell’accessibilità sia garantita è però necessario che <strong>siano sane le istituzioni in grado di produrre informazione e contro-informazione</strong>: una stampa libera, un’opposizione politica determinata e fortemente critica, i gruppi della società civile. È solo in un contesto del genere che si può sviluppare una buona <em>governance</em> democratica.</p>
<p>Dalle riflessioni generali di S. su trasparenza e segretezza è dunque facile ritenere grave – purtroppo ancora una volta – la situazione in cui versa la democrazia italiana. Il tradizionale controllo dei mezzi di informazione da parte delle élite politico-economica del nostro paese si è trasformato negli ultimi quindici anni in una pericolosa tendenza al monopolio concentrato nelle mani dell’attuale premier e del suo <em>entourage</em>. Questa situazione accentua notevolmente gli effetti distorsivi della segretezza (già forti in Italia), delle fughe di notizie, dei silenzi, che vanno nella direzione ultima di creare un consenso plebiscitario intorno al leader, di cui si esaltano le decisioni e si nascondono le responsabilità politiche e morali. Ovviamente la ricerca di un consenso assoluto va di pari passo con la compressione degli spazi di informazione antagonista, anche in rete.<br />
Ci occuperemo presto di come questi elementi si inseriscano in un più complesso modello degenerato di democrazia, elaborato nel Novecento, che schiaccia i valori di libertà, uguaglianza, solidarietà e partecipazione.</p>
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
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		<title>Le trasformazioni della scienza e le sue forme di comunicazione</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jul 2009 12:08:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza e trasmissione del sapere]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[scienziati]]></category>

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&#8220;I comunicatori della scienza non sono più figure facili da definire o da formare, perché non fanno più cose lineari e in luoghi precisi. Il comunicatore della scienza non è più una persona che fa un solo mestiere (ad esempio, il giornalista scientifico televisivo o l&#8217;educatore della scienza), ma spesso è una persona che, così [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/07/shiningheaps.jpg" title="shiningheaps.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/07/shiningheaps.jpg" alt="shiningheaps.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;I comunicatori della scienza non sono più figure facili da definire o da formare, perché non fanno più cose lineari e in luoghi precisi. Il comunicatore della scienza non è più una persona che fa un solo mestiere (ad esempio, il giornalista scientifico televisivo o l&#8217;educatore della scienza), ma spesso è una persona che, così come i suoi giovani colleghi scienziati, ha un lavoro flessibile, complicato, con più padroni e più referenti di un tempo, diviso fra esigenze e pressioni sociali differenti, obbligato a imparare a decodificare e parlare linguaggi diversi in momenti diversi.&#8221;<span id="more-224"></span></p>
<p>Ci occupiamo dello statuto sociale della scienza, presentando <em>Come si comunica la scienza? </em>(Roma-Bari 2007), breve saggio scritto a quattro mani da Yurij Castelfranchi, fisico teorico e giornalista scientifico, e Nico Pitrelli, responsabile del Master in Comunicazione della Scienza della SISSA di Trieste.<br />
C. &#038; P. si concentrano in particolare sulla comunicazione delle conoscenze scientifiche, che, aspetto da sempre importante in questo ambito del sapere, risulta più che mai fondamentale proprio in seguito alle trasformazioni che la scienza ha conosciuto negli ultimi decenni.</p>
<p>Secondo i due autori la scienza è ormai una parte fondamentale della nostra cultura quotidiana, ma il suo significato è spesso ambivalente: essa è considerata allo stesso tempo vicina e lontana, familiare ed inquietante, razionale e magica, carica di promesse e minacciosa. Inoltre, il nostro immaginario della scienza è ulteriormente condizionato da un luogo comune che la vuole materializzata soprattutto in oggetti tecnologici di cui ci serviamo ogni giorno. Questi ed altri stereotipi non permettono tuttavia di cogliere pienamente né i caratteri della scienza moderna, né quelli che essa ha assunto recentemente e di cui abbiamo una percezione forte benché ancora confusa. Una scienza &#8220;quest&#8217;ultima&#8221; che alcuni sociologi definiscono &#8220;post-accademica&#8221; o &#8220;post-normale&#8221;.<br />
Per illustrare questa evoluzione della scienza C. &#038; P. portano ad esempio la figura di John Craig Venter, famoso genetista, che allo stesso tempo è studioso, tecnologo, imprenditore e manager. Craig Venter si trova perfettamente a suo agio nelle forme sempre più mediatizzate della comunicazione scientifica contemporanea; e il notevole impatto che queste nuove figure ibride hanno sulle pratiche consolidate delle comunità  di studiosi è ben esemplificato dalla determinazione con cui il genetista statunitense ha cercato di imporre l&#8217;attendibilità di ricerche di cui non si rendevano però accessibili tutti i dati e procedimenti sperimentali. Un fatto che contraddice uno dei valori-cardine della scienza moderna: l&#8217;intersoggettività .<br />
Si tratta in realtà  solo di uno degli aspetti di una nuova configurazione dei rapporti tra comunità  scientifica, industria e stato, che ha profondamente modificato il quadro venutosi a costituire dalla fine dell&#8217;Ottocento e poi dominante sin dopo la fine della seconda guerra mondiale. Tale nuova configurazione, come è a tutti noto, si caratterizza per il ruolo preponderante giocato dal mercato, tanto che si parla anche di capitalismo accademico.<br />
Questa trasformazione della scienza, che è chiaramente connessa ad un più ampio cambiamento della società  moderna nella seconda metà  del Novecento, ha dato vita a quello che alcuni hanno definito un Modo 2 della ricerca. Se nel Modo 1 le direttrici dell&#8217;attività  scientifica vengono determinate prevalentemente dagli interessi dei gruppi di studiosi, che sono relativamente indipendenti rispetto alle altre istituzioni e la cui gerarchia è determinata idealmente in base al merito scientifico, nel Modo 2, come accennato, le cose vanno ben diversamente. La scienza, divenuta transdisciplinare ed eterogenea, si orienta prevalentemente sulle applicazioni e la valutazione delle ricerche avviene così secondo criteri di qualità ed efficienza produttiva che si discostano dal giudizio dei pari (peer review).<br />
In questo mutato contesto molti ricercatori e &#8220;imprenditori accademici&#8221;, specie giovani, accettano posizioni lavorative sempre più precarie, che dipendono dall&#8217;andamento del mercato. Si costituiscono inoltre nuove forme di rapporti sociali che non coinvolgono solo gli scienziati, ma anche figure di non esperti che svolgono soprattutto funzioni di tipo manageriale. L&#8217;attività  scientifica, divenuta più porosa verso l&#8217;esterno, è quindi costretta ad essere più aperta al dialogo con altre componenti sociali e ad assumersi maggiori responsabilità  verso la società civile (socially accountable).<br />
E&#8217; allora chiaro che questo nuovo modo di fare scienza ha posto in discussione una distinzione fondamentale nel campo scientifico, ancora fortemente sostenuta subito dopo la guerra: quella tra ricerca di base e ricerca applicata, tra scienza accademica e scienza industriale. Anche se l&#8217;intreccio tra istituzioni politiche, accademiche e economia è sempre stato presente, i legami tra le varie parti si sono fatti più stretti e diretti: la scienza si è sempre più adeguata alle esigenze commerciali ed è molto spesso divenuta un bene da vendere. Un esito che ha suscitato non poche resistenze contro la privatizzazione del sapere scientifico e campagne per l&#8217;open access.<br />
Questa evoluzione si intreccia con la mediatizzazione della nostra società, che investe dunque anche l&#8217;attività  scientifica. I ricercatori devono infatti tener conto che il passaggio delle loro conoscenze nei media non comporta tanto una semplificazione, quanto piuttosto una trasformazione. Si ridefinisce così profondamente l&#8217;importante aspetto della comunicazione, che sin dai secoli XVI e XVII, è parte costitutiva dell&#8217;attività degli scienziati: infatti, una volta che la ricerca risulta proiettata sul mercato, la diffusione delle informazioni è sempre più spesso orientata da strategie di marketing. E non a caso l&#8217;aspetto delle pubbliche relazioni ha assunto una tale importanza che non di rado gruppi di ricerca istituiscono dei veri e propri uffici stampa.<br />
Ma in realtà  non c&#8217;è solo il lato delle trasformazioni mediatiche della scienza. Anche i rapporti con la politica si sono fatti più stretti in un duplice senso: 1) da una parte, si è verificata una maggiore compenetrazione tra attività scientifica e governo della comunità, tanto che è sempre più frequente la presenza di scienziati che partecipano ai dibattiti pubblici, ricercatori che politicizzano le proprie direttrici di indagine, studiosi che scendono in piazza per difendere i propri settori di sperimentazione, i propri finanziamenti, i propri posti di lavoro; 2) dall&#8217;altra, tanto i politici quanto i cittadini hanno cominciato ad esercitare forme di pressione molto forti sulla policy della ricerca.<br />
La policy, cioè l&#8217;individuazione delle linee generali dell&#8217;attività scientifica da parte della società, determina la distribuzione dei finanziamenti e quindi anche gli ambiti di ricerca: emblematico è ad es. il fallito progetto di costruzione dell&#8217;acceleratore molecolare statunitense (Super Conducting Collider), che fu abbandonato perchè non più rispondente alle esigenze dell&#8217;élite politica dopo la fine della guerra fredda.<br />
Questa decisione presa dal governo Clinton, che spostò i fondi sulla genetica, rispondeva anche all&#8217;esigenza di ottenere il consenso del pubblico, che secondo C. &#038; P. è sempre più partecipe non solo nel condizionamento, ma addirittura nella produzione dell&#8217;attività scientifica. Occorre rendersi conto che il modello classico di una scienza ordinatamente distinta in discipline, riservata a gruppi ristretti di studiosi, che poi divulgano in maniera unidirezionale le conoscenze semplificandole, è ormai anacronistico. La scienza è infatti la risultante di una negoziazione sociale complessa, costituita da molteplici flussi di relazioni sociali.<br />
Secondo gli autori, i protagonisti della comunicazione scientifica e, più in generale, del nuovo modo di far scienza non sono solo i ricercatori, sempre più precari (e quindi deboli), e la scuola, ma i media, i musei e le collezioni private che svolgono azione di edutainment (si mette in rilievo l&#8217;esempio della Villa del Balì nel piccolo comune marchigiano di Saltara), le corporations, le narrazioni romanzesche e cinematografiche che alimentano un immaginario rinnovato, e infine i gruppi organizzati della società civile. Questi ultimi &#8220;composti da ambientalisti, consumatori e soprattutto pazienti&#8221; non solo costituiscono reti di informazione scientifica alternativa a quella accademica, ma giungono addirittura a produrla, facendola accettare allo stesso mondo istituzionale degli studiosi. Si tratta di un fenomeno di contro-informazione scientifica, che illumina ambiti di studio lasciati da parte, più o meno intenzionalmente, dalla scienza ufficiale (si pensi, al di là dei risultati, all&#8217;attività  promossa dal blog di Beppe Grillo sulle nanoparticelle).</p>
<p>A questo punto, nella prospettiva del nostro blog, si pone il problema della democratizzazione della policy nell&#8217;ambito di un&#8217;attività scientifica così complessa per numero di attori e di scenari, più o meno istituzionalizzati. C. &#038; P. non approfondiscono purtroppo la questione, ma, pur auspicando una sempre maggiore partecipazione, si limitano a delineare da un lato le difficoltà concrete che implica l&#8217;intervento dei cittadini nei processi decisionali &#8220;i problemi di empowerment delle consensus conferences, cui si accennava nel recente post sul libro di Paul Ginsborg&#8221; e, dall&#8217;altro, il rischio che la mediatizzazione della vita sociale e politica porti a forme di &#8220;populismo tecno-scientifico&#8221;, che inibiscano la libertà  della ricerca.<br />
Il caso recente dei referendum sulla fecondazione assistita (2005), con tutte le implicazioni riguardanti embrioni e cellule staminali, come pure quello attuale del ritorno all&#8217;energia nucleare, testimoniano proprio le insidie di questa nuova forma di populismo.</p>
<p align="right"><align="right">E.R.</align="right"></p>
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		<title>@mici della rete</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2009 21:21:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[sociabilità]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>

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I numeri sono sorpredenti: Facebook (175 milioni di utenti, 5,5 milioni in Italia), Netlog (42 milioni nel mondo, 3 milioni in Italia), Linkedin (36 milioni nel mondo, 400 mila in Italia), Myspace (81 milioni nel mondo, 2,1 in Italia), Badoo (13 milioni nel mondo, 1,5 in Italia), Twitter(6 milioni nel mondo, 8000 in Italia). Una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><meta http-equiv="CONTENT-TYPE" content="text/html; charset=utf-8" /><title></title><meta name="GENERATOR" content="OpenOffice.org 3.0  (Win32)" /><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/05/wiredfriends-5.jpg" title="wiredfriends-5.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/05/wiredfriends-5.jpg" alt="wiredfriends-5.jpg" /></a></p>
<p>I numeri sono sorpredenti: Facebook (175 milioni di utenti, 5,5 milioni in Italia), Netlog (42 milioni nel mondo, 3 milioni in Italia), Linkedin (36 milioni nel mondo, 400 mila in Italia), Myspace (81 milioni nel mondo, 2,1 in Italia), Badoo (13 milioni nel mondo, 1,5 in Italia), Twitter(6 milioni nel mondo, 8000 in Italia). Una â€œreteâ€ che interconette milioni di persone, disposte a mettere nudo la loro vita privata. Un nuovo spazio per stringere relazioni virtuali dove perÃ² si possono vivere emozioni e provocare effetti molto reali. E&#8217; l&#8217;inizio di una nuova era, con vantaggi e rischi inediti.<span id="more-210"></span></p>
<p>15 maggio 2009: in occasione di uno dei piÃ¹ grandi attacchi hacker contro gli utenti di Facebook recensiamo <em>@mici in rete</em>, un articolo apparso su â€œFocusâ€ (nÂ° 199, 2009), scritto da Margherita Zannoni in collaborazione con Roberta Scorranese, giornalista per il â€œCorriere della seraâ€.<br />
Le due autrici analizzano le dinamiche che stanno dietro questo nuovo spazio virtuale, prendendo in esame i pregi e i difetti di un mondo che cela attori tra loro molto diversi per cultura, etÃ  e obiettivi. In tali realtÃ  del web viene a crearsi un database enorme di identitÃ  che condivide gusti musicali, preferenze cinematografiche, libri: un affare di svariati milioni di euro come testimonia l&#8217;acquisto di Myspace da parte di Rupert Murdoch per 580 milioni di dollari. Tutto inizia per trovare un vecchio compagno di classe: nasce proprio cosÃ¬ nel 1995 il primo <em>social network</em>, costituito da un ingegnere della Boeing per contattare un suo vecchio amico delle Filippine con cui aveva condiviso il periodo scolastico. Il fenomeno conosce subito un vasto seguito, e nel 1997 viene utilizzato come esperimento per valutare la teoria dei 6 gradi di separazione (reti SixDegrees): per raggiungere una persona qualsiasi del pianeta ho bisogno al massimo di 5 intermediari. Questi due primi tentativi con finalitÃ  diverse ma molto simili per l&#8217;attenzione suscitata aprono la strada all&#8217;esplosione del fenomeno che vede prima la nascita di Linkedin nel 2003, seguito subito da Myspace e da Facebook nel 2004, fino ad arrivare a Twitter nel 2006.<br />
Secondo le due autrici il <em>social network</em> sta  dando origine ad una mutazione epocale: ne sono testimonianza sia il fatto che alcune importanti informazioni, come gli attentati terroristici di Mumbai, siano passati prima per Twitter  che per i tg, sia l&#8217;uso massiccio che ne ha fatto il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Reti come Linkedin diventano il luogo privilegiato dove trovare un lavoro e allo stesso tempo sono uno dei primi strumenti per verificare la veridicitÃ  di curriculum. In questo modo la rete diventa addirittura luogo d&#8217;arte: Ã¨ il caso di <em>Faint heart</em>, film intepretato, sceneggiato e musicato da utenti di Myspace, prodotto dalla Vertigo Film.<br />
Le persone si uniscono condividendo le passioni comuni, ma cosÃ¬ come facilmente si stringono nuove amicizie, altrettanto agevolmente si consumano vendette. Non sono rari i casi in cui dei partner, dopo un litigio, si insultano nella rete fino a pubblicare foto compromettenti del compagno o compagna che sia. Gli psicologi sociali come Theodor Newcomb fissano a un tetto di 15 persone la consistenza di una vera rete sociale;al di lÃ  di questa soglia le relazioni diventano piÃ¹ superficiali. La media di una rete personale su Facebook supera i 100 contatti  perchÃ© i legami che si stabiliscono sono poco impegnativi.  Dagli ultimi studi emerge tuttavia che, anche se queste relazioni sono artificiali, inducono in noi dei sentimenti reali: ne sono una testimonianza le richieste di divorzio dopo tradimenti puramente virtuali. Le ultime tendenze in materia di <em>social network</em> evidenziano la nascita di reti sempre piÃ¹ specializzate: ne sono un esempio <font color="#000080"><span lang="zxx"><u><a href="http://www.hamsterster.com/" class="western">www.hamsterster.com</a></u> <font color="#000000">(il <em>social network</em> degli appassionati di criceti),</font> <font color="#000080"><span lang="zxx"><u><a href="http://www.lostzombies.com/" class="western">www.lostzombies.com</a></u> <font color="#000000">(il luogo d&#8217;incontro per cacciatori di zombi), </font><font color="#000080"><span lang="zxx"><u><a href="http://www.hatebook.com/" class="western">www.hatebook.com</a></u> <font color="#000000">(la rete per cattivi),</font> <font color="#000080"><span lang="zxx"><u><a href="http://www.beatifulpeople.com/" class="western">www.beatifulpeople.com</a></u> <font color="#000000">(la rete per i belli).</font></span></font></span></font></span></font></span></font></p>
<p><font color="#000080"><span lang="zxx"><font color="#000080"><span lang="zxx"><font color="#000080"><span lang="zxx"><font color="#000080"><span lang="zxx"><font color="#000000"><br />
Il social network diventa per molti aspetti una copia virtuale della nostra societÃ  e come tale ne riproduce positivitÃ  e negativitÃ . Indubbiamente Facebook e le altri reti sociali virtuali ci permettono di portare avanti relazioni a distanza e talvolta di risolvere alcune problematiche sociali di aggregazione e comunicazione. Dobbiamo perÃ² stare attenti e tutelare le nostre informazioni perchÃ© possono essere strumentalizzate per farci comprare e addirittura pensare quello che vogliono â€œloroâ€. Gli attacchi hacker di phising e spamming su facebook di qualche giorno fa dimostrano l&#8217;importanza e l&#8217;interesse che si celano dietro le nostre informazioni, e vanno assolutamente difese&#8230;</font></span></font></span></font></span></font></span></font></p>
<p align="right"><font color="#000000">M.T.</font></p>
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		<title>Ehi, bella, compra! Riviste per teenager e stili di consumo</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jan 2009 15:46:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
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â€œPossiamo quindi parlare di una politica editoriale che punta decisamente a costruire prodotti che possano colpire i giovani, divertendo e non annoiando, dando principalmente al lettore quello che egli si aspetta dalla rivista [â€¦], stando continuamente al passo con i tempi e, in definitiva, mutando al mutare dei gusti e delle tendenze, le quali sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/01/whoiswho.jpg" title="whoiswho.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/01/whoiswho.jpg" alt="whoiswho.jpg" /></a></p>
<p>â€œPossiamo quindi parlare di una politica editoriale che punta decisamente a costruire prodotti che possano colpire i giovani, divertendo e non annoiando, dando principalmente al lettore quello che egli si aspetta dalla rivista [â€¦], stando continuamente al passo con i tempi e, in definitiva, mutando al mutare dei gusti e delle tendenze, le quali sono altresÃ¬ influenzate dalle stesse azioni di magazine come questi che sollecitano continuamente nuovi bisogni, proponendo nuovi beni di consumo e nuove strategie comportamentali, anche importate dagli Usa. In un processo che Ã¨ tuttavia di tipo reticolare, in unâ€™azione che coinvolge lâ€™intero contesto comunicativo, dove vengono collocati anche gli altri media, e in cui tutti gli attori coinvolti contribuiscono in qualche misura a costruire un certo tipo di immaginario. In questo continuo scambio di input, i giornali per ragazzi si fanno al tempo stesso portavoci di certe tendenze e propositori di altre, in modo che il possesso di un determinato bene di consumo, lâ€™essere alla moda, lâ€™adottare un certo modello comportamentale (meglio se trasgressivo, inteso quindi come solo parzialmente disallineato) diventino un distintivo di appartenenza al gruppo o alla tribÃ¹.&#8221;<br />
<span id="more-179"></span><br />
In questo post presentiamo una microanalisi sociologica, che mostra la capacitÃ  di penetrazione nella vita quotidiana dei modelli di comportamento consumistico. Si tratta di un saggio di Mirco Peccenini, assegnista presso lâ€™UniversitÃ  di Ferrara, dal titolo <em>Rappresentazioni di stili di vita e di consumo nei periodici under 18</em>, comparso in â€œOrientamenti pedagogiciâ€ 54/1 (2007), pp. 51-76.<br />
In particolare, P. ha condotto unâ€™indagine sulle riviste femminili, sulla base di un campione di nove testate, per osservare un aspetto del rapporto tra giovani, nuovi media e nuove tecnologie.</p>
<p>In questa ampia rete di strumenti sofisticati, volti soprattutto, ma non esclusivamente, alla trasmissione di informazioni, <strong>i giovani</strong> non sono impigliati come in una tela di ragno, ma si <strong>muovono in maniera relativamente attiva</strong>. Lo provano le recenti ricerche di etnologia dei media, che mettono in evidenza delle <strong>modalitÃ  di selezione e di fruizione</strong> a prima vista inaspettate: ad esempio gli adolescenti relegano tendenzialmente in secondo piano la televisione, che pur rimane importante, a vantaggio di internet, della console e soprattutto del telefonino.<br />
CiÃ² non vuol dire che i condizionamenti di questa rete non siano forti. Del resto, i giovani sono diventati negli ultimi decenni <strong>un target privilegiato dei media</strong>: sono state infatti loro dedicate intere fasce di programmazione, se non addirittura interi canali (quelli che trasmettono prevalentemente videoclip musicali). Questa tendenza si puÃ² notare anche nellâ€™ambito delle riviste e <span>Â </span>delle pubblicazioni periodiche dedicate agli adolescenti: vi Ã¨ <strong>unâ€™offerta molto varia</strong> che risulta ulteriormente in espansione, come mostra la politica commerciale dei gruppi editoriali, orientata a sperimentare nuove soluzioni, per scovare o, meglio, creare nuove nicchie di mercato. I numeri che P. riporta per la pubblicistica destinata alle ragazze sono abbastanza impressionanti: 40 testate che vendono due milioni di copie al mese.<br />
Quali sono gli argomenti di queste riviste? Lâ€™autore individua <strong>tre principali orientamenti tematici</strong>: ci sono le testate che si occupano prevalentemente di spettacolo, gossip e attualitÃ  (anche se poi vi Ã¨ spazio per articoli e rubriche riguardanti le relazioni sociali, il look, la sessualitÃ ); altre, invece, sono espressamente generaliste e quindi trattano dei temi dellâ€™aspetto, del cuore, dei rapporti con i coetanei, servendosi spesso comunque di modelli celebri (attori, cantanti, ecc.) per presentare gli argomenti; infine, vi sono riviste che seguono dei temi specifici, come la cura del corpo.<br />
Per veicolare questi contenuti tali testate si sono servite, sin dalla fine degli anni â€™70 e poi soprattutto dagli anni â€™80, di <strong>modi espressivi americanizzanti</strong>, attraverso i quali sono stati promossi determinati stili di vita, connessi con una certa cultura del consumo, tramite lâ€™identificazione con divi del mondo dello spettacolo.<br />
Il consumo non Ã¨ infatti soltanto indotto dalla pubblicitÃ  esplicita e dal ricorso ai gadgets, che incentivano lâ€™acquisto di precisi prodotti; ma, in maniera ancora piÃ¹ efficace, Ã¨ promosso, allâ€™interno degli stessi servizi, lâ€™uso di determinati capi di abbigliamento, cosmetici, strumenti <em>hi-tech</em>. Attraverso questo <strong>mix di modelli espliciti e di messaggi subliminali</strong> si contribuisce in maniera consistente alla formazione degli stili di comportamento dei giovani.<br />
Gli adulti non hanno unâ€™effettiva consapevolezza di questo fenomeno, spesso immersi come sono in una rete <em>ad hoc</em> di stimoli consumistici. Eppure, si tratta di un problema rilevante, anche perchÃ© in queste riviste per ragazze si gioca una partita educativa di non secondaria importanza.<br />
Non ci sono infatti solo i servizi che si occupano delle stelle dello spettacolo, ma anche articoli e rubriche che si avvicinano ai <strong>problemi della vita quotidiana</strong>; cosÃ¬ pure fanno ad esempio le lettere delle lettrici oppure i test psicologici. Anche queste parti delle testate condizionano gli stili di comportamento delle adolescenti, pure se con unâ€™altra strategia. Ma soprattutto, come P. mette in rilievo, esse rivelano indirettamente <strong>lâ€™esigenza di risposte da parte delle <em>teenager</em></strong> su problemi riguardanti la sessualitÃ  e la contraccezione, lâ€™uso delle droghe e dellâ€™alcol, i rapporti interpersonali con i coetanei e i genitori. Nelle riviste, con un linguaggio vicino ed amico, magari infarcito di parole chiave del linguaggio giovanile, le ragazze trovano <strong>soluzioni che non sono offerte dalle agenzie educative tradizionali</strong>, in particolare dalla famiglia e dalla scuola. Tali soluzioni non possono perÃ² lasciare soddisfatte le istanze educative di tali agenzie: nelle rubriche, nei test, nei servizi si trovano infatti ricette sbrigative, risposte rapide e semplici, che spesso non agevolano un miglioramento, una maturazione nelle relazioni interpersonali delle giovani, ma rimangono di fatto <strong>superficiali</strong>. Ad esempio una maniera di affermazione che Ã¨ incentivata in modo prevalente nelle relazioni con gli altri rimane quella del look, dellâ€™apparenza e dellâ€™aspetto fisico: e questo valore si traduce ad esempio, sul piano delle pratiche, nel sempre piÃ¹ diffuso ricorso alla chirurgia estetica.</p>
<p>Come detto, ciÃ² non Ã¨ soltanto imputabile alle riviste, ma piuttosto ad una rete dei media che non solo offrono conoscenze e aprono tante possibilitÃ  di estendere la propria personalitÃ , ma spesso assumono, purtroppo, il ruolo di portavoce del mercato, insegnando ai giovani (e non solo a loro) stili di consumo che, con sguardo consapevole, non appaiono sostenibili. Come vedremo in un prossimo post sulla democrazia nella vita quotidiana, Ã¨ qui, anche nel modo di rapportarsi ogni giorno ai media in maniera cosciente e nella capacitÃ  di decidere riducendo i condizionamenti pubblicitari espliciti ed impliciti, che si combatterÃ  una battaglia decisiva per un mondo diverso e migliore. I genitori, gli insegnanti e gli educatori sono chiamati anche ad ascoltare e a far ascoltare ai nostri figli il canto delle sirene che invitano al consumo, ma Ã¨ bene, per resistere, aver un buon albero solido cui legarsi e fidi rematori con le orecchie turate di cera.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Lo specchio della casta</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jul 2008 04:27:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Casta]]></category>
		<category><![CDATA[Degenerazione]]></category>
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â€œNon Ã¨ nemmeno necessario che l&#8217;informazione sia tutta servile e sistematicamente ossequiosa (cosa peraltro probabilmente impossibile in una societÃ  e in un apparato di potere complesso,  articolato e persino sconnesso come quello italiano). Ãˆ sufficiente che la gran parte delle porzioni e dei segmenti del sistema informativo &#8211; a cominciare da quelli piÃ¹ importanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/07/spidernews.jpg" title="spidernews.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/07/spidernews.jpg" alt="spidernews.jpg" /></a></p>
<p>â€œNon Ã¨ nemmeno necessario che l&#8217;informazione sia tutta servile e sistematicamente ossequiosa (cosa peraltro probabilmente impossibile in una societÃ  e in un apparato di potere complesso,  articolato e persino sconnesso come quello italiano). Ãˆ sufficiente che la gran parte delle porzioni e dei segmenti del sistema informativo &#8211; a cominciare da quelli piÃ¹ importanti e autorevoli &#8211; facciano parte integrante del sistema di potere, siano intrinseci a una qualche sua importante componente o anche solo a un suo marginale frammento, servano interessi comunque consolidati, appoggino strategie in ogni caso interne alle dinamiche del Potere, perseguano obiettivi organici allo status quo anche se in termini di alternanza, ma mai di alternativa. In questo quadro Ã¨ consentita persino la rappresentazione ripetitiva e scandalizzata di una situazione istituzionale sgangherata e di una corruzione diffusa, ma a patto di non illuminare adeguatamente vie d&#8217;uscita che siano estranee al gioco degli interessi in concorrenza all&#8217;interno dello stesso sistema, o comunque capaci di far saltare il tappo del senso d&#8217;impotenza o dell&#8217;assuefazione della massa.â€<span id="more-122"></span></p>
<p>Recensiamo un altro libro di denuncia sulle degenerazioni della politica e della societÃ  italiana, <em>La casta dei giornali</em> (Viterbo-Roma 2007), scritto dal giornalista ed esperto di stampa ed editoria Beppe Lopez.<br />
Nel suo saggio L. descrive la situazione â€œscandalosaâ€ della stampa italiana, che gode di grandi aiuti pubblici (â€˜<strong>provvidenzeâ€™</strong>) in una misura che travalica qualsiasi logica di positivo sostegno alle attivitÃ  di informazione. Da questo stato di cose risulta seriamente <strong>danneggiata la stessa vita democratica del paese</strong>, in quanto non si configura una situazione di indipendenza dei giornali dal potere politico.</p>
<p>Se non fosse stato per unâ€™inchiesta della trasmissione â€œReportâ€, andata in onda nellâ€™aprile del 2006, i cittadini saprebbero ben poco di questa vicenda, nei cui confronti parecchi organi di informazione, a cominciare proprio dai piÃ¹ importanti quotidiani, si mostrano ovviamente molto reticenti. Una vicenda che in realtÃ  si radica nel passato della societÃ  italiana, in cui vi Ã¨ stata <strong>una perdurante tradizione di controllo e di dipendenza dellâ€™informazione dal potere politico</strong> (e non solo durante il fascismo).<br />
Tuttavia, Ã¨ proprio nella storia piÃ¹ recente della Repubblica che si sono verificate alcune gravi distorsioni, generate da un groviglio di norme inestricabile. Sicuramente risulta fondamentale, per comprendere questo quadro, la legge 416 del 5 agosto 1981, con cui si cercava di razionalizzare i rapsodici interventi assistenziali dei decenni precedenti attraverso un sistema di contributi, facilitazioni, rimborsi e sostegni per lâ€™innovazione, che avrebbero dovuto sorreggere le testate medio-piccole. Un <strong>sistema temporaneo</strong>, che sarebbe rimasto in funzione per cinque anni, un arco di tempo ritenuto sufficiente per il decollo delle iniziative editoriali.<br />
Da subito vi furono perÃ² altri interventi normativi che corressero e distorsero le buone intenzioni del legislatore: intenzioni che forse miravano anche al contrasto di eventuali forme di controllo non democratiche dei mezzi informativi, quali quelle prospettate dai piani della P2, scoperti proprio nel marzo del 1981. Tra questi provvedimenti Ã¨ certamente rilevante la legge 250 del 1990: essa consentiva in sostanza lâ€™istituzione di un organo di informazione sulla base della costituzione di un movimento politico, per cui era sufficiente la firma di due parlamentari. Ãˆ cosÃ¬ che nacquero tantissimi movimenti, che diedero vita a giornali largamente sostenuti finanziariamente dallo stato: ad es. <em>La  Convezione per la giustizia</em>, <em>Le ragioni del socialismo</em>, <em>Il movimento mediterraneo</em>. Alla crescita esponenziale di movimenti e soprattutto di testate sovvenzionate cercÃ² di portare un correttivo il governo Amato nella finanziaria del 2000; ma la forza degli interessi in gioco spinse di fatto ad una sanatoria per i giornali che giÃ  godevano dei contributi e degli altri vantaggi: per usufruire dei benefici gli organi dei movimenti avrebbero dovuto costituirsi in cooperative.<br />
L. tiene tuttavia a sottolineare che 1) la parte piÃ¹ consistente degli â€˜aiuti di statoâ€™ non riguarda i giornali di partito e che 2) lo scandalo piÃ¹ grande non sta nelle â€˜cooperative fasulleâ€™. I maggiori beneficiari delle â€˜provvidenzeâ€™ sono infatti i grandi gruppi editoriali, che sono giÃ  quelli che raccolgono la maggior parte della pubblicitÃ  che il sistema italiano dei media, sbilanciato sulla televisione, concede alla carta stampata.<br />
Ãˆ in realtÃ  molto <strong>difficile determinare con precisione lâ€™ammontare di queste forme di sostegno</strong> proprio per il groviglio legislativo che vi sta alla base. Secondo L. le â€˜provvidenzeâ€™ si aggirano intorno ai 700 milioni e sono principalmente costitute da rimborsi per la carta utilizzata, per le spese postali, per le comunicazioni telefoniche; da forme di credito di imposta (cioÃ¨ un credito di cui Ã¨ titolare il contribuente nei confronti dello stato) e di credito agevolato per le innovazioni tecnologiche; da fondi per la mobilitÃ  dei giornalisti; da aliquote fiscali agevolate per la vendita di molti prodotti (ad es. libri e videocassette). A ciÃ² si aggiungono i contributi per alcune radio e televisioni e varie forme di convenzioni per lo svolgimento di servizi di pubblico interesse: ad es. Radio Radicale riceve consistenti contributi per il servizio di trasmissione delle dirette parlamentari. Sempre da questa anomala situazione deriva tra lâ€™altro il fatto che in Italia vi sono ben <strong>dieci agenzie di stampa</strong> â€“ cosa che, a detta di Lopez, non si verifica in altri paesi. E proprio in ragione delle â€˜convenzioniâ€™ esse sono comunque dipendenti dal potere politico.<br />
Da questi presupposti, piÃ¹ o meno recenti, si Ã¨ costituito un sistema dellâ€™informazione e, in particolare, della stampa, che non pensa in maniera prioritaria a fornire un prodotto che possa essere accattivante per il lettore. In tal senso non Ã¨ un caso che a questa anomala situazione corrisponda in Italia <strong>una percentuale di vendita di quotidiani molto bassa</strong>: i prodotti commercializzati non sono infatti abbastanza attraenti, o sufficientemente vicini agli interessi dei lettori. Dâ€™altra parte, i grandi gruppi editoriali finiscono per soffocare o fagocitare i piccoli giornali locali (regionali e interregionali), restringendo cosÃ¬ lâ€™offerta sul mercato; e la stessa tendenza sta accadendo nei giornali <em>free press</em>, distribuiti nelle grandi cittÃ . Unâ€™ovvia conseguenza di questa situazione Ã¨ lâ€™<strong>omologazione informativa</strong>: un effetto contrario a quel pluralismo che le leggi di sostegno allâ€™editoria e alla stampa avrebbero dovuto promuovere. Queste <strong>concentrazioni di potere informativo influenzano fortemente la vita del paese</strong>, tanto che i gruppi che controllano i piÃ¹ grandi giornali, specie in questa fase di debolezza dellâ€™Ã©lite partitica italiana, hanno preso espressamente posizione nellâ€™agone politico (Ã¨ il caso tanto del â€œCorriere della seraâ€, quanto de â€œLa Repubblica&#8221;); in questo modo hanno portato allâ€™estremo la <strong>tradizione di politicizzazione della stampa del nostro paese</strong>, poco propensa a distinguere nelle sue linee editoriali tra fatti e opinioni (si veda al riguardo il post <em>La scomparsa dei fatti</em>).</p>
<p>Quale migliore specchio dunque per la casta della politica che una casta dei giornali? Il problema della situazione denunciata da L. non risiede tanto negli sprechi, che pure risultano cosÃ¬ insopportabili in un frangente economico difficile quale quello presente: ad es. migliaia di copie sovvenzionate dallo stato vengono regalate, cedute al prezzo simbolico di un centesimo o addirittura mandate direttamente al macero, perchÃ© assolutamente invendibili sul mercato, ma necessarie per i contributi. Lâ€™aspetto piÃ¹ grave della situazione consiste piuttosto nel <strong>condizionamento del normale svolgimento della vita democratica</strong>, in quanto Ã¨ difficile immaginare che unâ€™editoria cosÃ¬ assistita possa essere libera.<br />
Le grandi difficoltÃ  di riordinare il settore si sono palesate negli ultimi tre anni, quando si Ã¨ tentato di elaborare una normativa che cercasse di semplificare la selva di leggi con cui si alimentano le casse dei giornali, anche di quelli che non avrebbero bisogno. Come hanno mostrato, nel 2007, le travagliate vicende della riforma sullâ€™editoria elaborata dal sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo Prodi, Ricardo Franco Levi, il rischio Ã¨ non solo quello che i nuovi interventi non facciano chiarezza, ma che con essi si cerchino di controllare anche le forme alternative di informazione supportate dal web, quali i blog. Un controllo da esercitare in futuro con opportuni soffocamenti, burocratizzazioni e, magari, sovvenzioni.<br />
Cercheremo di tornare nei prossimi mesi su questâ€™ultimo argomento, visto che per ottobre si prospetta lâ€™intervento del nuovo governo sulla questione in assoluta continuitÃ  con quelli precedenti.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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