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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; La globalizzazione per noi</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>La legittimazione democratica come parametro problematico degli interventi umanitari</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 06:11:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia globale]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Abbiamo bisogno di regole e procedure che rendano l&#8217;intervento [umanitario] difficilmente giustificabile poiché [...] vi sono nazioni capaci di ingannare se stesse scambiando il desiderio di espandere la propria influenza nel mondo per una sincera preoccupazione altruistica di difesa della democrazia e dei diritti umani. Ma anche una volta soddisfatte tali regole e procedure, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©borderline" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/11/©borderline.jpg" alt="Â©borderline" />&#8220;Abbiamo bisogno di regole e procedure che rendano l&#8217;intervento [umanitario] difficilmente giustificabile poiché [...] vi sono nazioni capaci di ingannare se stesse scambiando il desiderio di espandere la propria influenza nel mondo per una sincera preoccupazione altruistica di difesa della democrazia e dei diritti umani. Ma anche una volta soddisfatte tali regole e procedure, la questione di fondo deve essere sempre: l&#8217;intervento apporta più benefici che danni?&#8221;.<span id="more-1061"></span></p>
<p>Continuiamo il ciclo sulla giustizia nel mondo globale presentando ancora una conferenza tenuta durante le <em>Oxford Amnesty Lectures </em>del 2002 dal filosofo australiano Peter Singer, dal titolo<em> Come possiamo impedire i crimini contro l’umanità?</em>. Il testo è stato pubblicato nella raccolta <em>Troppo umano. La giustizia nell’era della globalizzazione </em>(Milano 2005), pp. 106-156.<br />
Secondo una prospettiva problematica e orientata in senso pragmatico, S., noto per le sue riflessioni in campo etico, <strong>si interroga sulle condizioni di possibilità e di legittimità degli interventi armati atti ad impedire i crimini contro l’umanità</strong>.</p>
<p>Il filosofo australiano comincia innanzitutto col porsi la <strong>radicale questione delle ingiustizie umane</strong>, mettendo in discussione un consolidato paradigma esplicativo del XX secolo. Secondo tale <strong>paradigma ‘sociale’</strong> queste ingiustizie sono causate da condizioni di vita caratterizzate da povertà, ignoranza, oppressione, sfruttamento; per impedire quindi la violenza e i crimini sarebbe sufficiente agire migliorando tali condizioni.<br />
Tuttavia, per S., ci si è resi conto che vi sono <strong>cause più profonde, di ordine antropologico e socio-biologico</strong>, che predispongono certi individui della specie, soprattutto maschi, ad assumere comportamenti violenti che possono condurre all’eliminazione sistematica di gruppi di discendenza differenti, quindi potenzialmente al genocidio. Secondo S. non è questa fortunatamente la predisposizione principale degli uomini per <strong>affermare la propria discendenza</strong>, i quali preferiscono piuttosto <strong>raggiungere questo obiettivo interno alla specie stabilendo forme di cooperazione e di aiuto reciproco</strong>.<br />
Tutto ciò permette comunque di capire che, per quanto si possa efficacemente intervenire per sconfiggere la povertà, eliminare l’ingiustizia e migliorare l’istruzione, rimane comunque <strong>un pericoloso residuo potenziale di comportamenti violenti che richiede ancora un diritto e delle istituzioni</strong> che possano inibirli attraverso forme di deterrenza e di punizione.<br />
Emanare ed applicare delle leggi adeguate a questo scopo rimane ancora un problema aperto, soprattutto per i crimini commessi contro l’umanità. Infatti, nonostante i passi in avanti compiuti dal secondo dopoguerra, <strong>il diritto penale internazionale e</strong> soprattutto le istituzioni che possono esercitare <strong>la relativa giurisdizione non sono ancora realtà pienamente affermate e universalmente accettate</strong>.<br />
In questo contesto si cala per S. la questione dell’<strong>intervento armato</strong> per impedire tali crimini. Si tratta di <strong>un problema estremamente complesso</strong>, come mostrano già le difficoltà di definizione che si incontrano. Raccogliendo una serie di riflessioni, maturate soprattutto nell’ambito dell’attività delle Nazioni Unite e in particolare del suo segretario Kofi Annan (in carica dal 1997 al 2006), S. propone di ritenere giustificabile l’intervento “<strong>quando è la risposta (con ragionevoli speranze di successo) ad azioni che uccidono o provocano gravi lesioni fisiche o mentali a un gran numero di persone, o infliggono loro deliberatamente condizioni di vita che mirano a causare la loro distruzione fisica, e quando lo Stato nominalmente responsabile non ha i mezzi o la volontà di fermarle</strong>&#8220;.<br />
Se l’ONU costituisce indubbiamente il quadro di riferimento più legittimo nel quale si possono iscrivere tali interventi, tuttavia anche all’interno dei valori fondamentali di questa organizzazione vi sono istanze diverse e potenzialmente contraddittorie. Nel caso di episodi di violenza, che possono essere configurati come crimini contro l’umanità, è infatti <strong>difficile trovare un equilibrio politico tra la garanzia dell’autonomia degli stati nazionali e il rispetto dei diritti umani</strong>.<br />
Per S. vengono qui in questione soprattutto <strong>i limiti della legittimità dei comportamenti di un’organizzazione statale nei confronti degli individui e dei gruppi</strong>. Il filosofo australiano saggia quindi brevemente alcuni parametri di giustificazione di un possibile intervento armato; ad esempio: 1) la violazione dei diritti umani costituisce in sé un attentato alla pace internazionale anche se non sono coinvolti altri stati; 2) la stessa esistenza di una tirannia è già una minaccia alla pace, non essendoci finora mai stata una guerra tra due stati retti da sistemi politici democratici; 3) l’esercizio del potere da parte di uno stato non è più legittimo nel momento in cui commette direttamente crimini contro l’umanità o permette che siano commessi nel suo territorio.<br />
Dal vaglio di queste diverse possibilità S. passa ad approfondire <strong>il nesso tra democrazia, organizzazione statuale e legittimità</strong>. Se esiste infatti una tradizione di pensiero secondo cui la giustificazione di uno stato risiede nella capacità di controllare di fatto un territorio e quindi di governare i gruppi umani lì residenti, ne esiste un’altra secondo cui <strong>la sua legittimazione consiste nell’essere espressione dell’autogoverno di un popolo</strong>. Questa seconda corrente di pensiero, che ha radici secolari, ha trovato piena accettazione nella <em>Dichiarazione dei diritti dell’uomo</em> (1948) e anche nella più recente <em>Convenzione internazionale per i diritti civili e politici </em>(1976).<br />
A partire da questo principio <strong>il riconoscimento degli stati dovrebbe avvenire sulla base del rispetto di questo fondamento ‘popolare’</strong> <strong>e di un’attitudine inclusiva dell’organizzazione politica</strong> che trovano espressione nelle democrazie. Ma – si chiede S. – può l’ONU, al di là della promozione dei valori democratici, farne un requisito imprescindibile per diventare membro della sua organizzazione? Il rischio reale è infatti quello di lasciare fuori ancora molti stati e quindi di venir meno allo scopo fondamentale dell’organizzazione che è quello di mantenere la pace. Sono piuttosto altre le istituzioni internazionali che potrebbero far valere questo parametro, soprattutto quelle centrate sul controllo del commercio o della finanza globali.<br />
Nonostante che ci si stia muovendo in quella direzione, ci sono <strong>non poche obiezioni</strong> che possono essere sollevate contro la giustificazione di un intervento armato sulla base della difesa dei valori democratici. Al di là del fatto che più in generale il criterio costituito dalla democrazia occidentale potrebbe essere criticato come una forma di imperialismo culturale, per S. ci si può legittimamente interrogare sul fatto che tale organizzazione politica possa di per sé costituire una garanzia contro tali crimini. Il filosofo australiano risponde ancora una volta pragmaticamente che, pur non essendoci una certezza assoluta, il governo democratico di uno stato costringe comunque a dare conto pubblicamente del proprio operato politico: questa <strong>esigenza di trasparenza</strong> può concretamente diventare un efficace strumento di difesa dai crimini contro l’umanità.<br />
E proprio per la sua impostazione pragmatica di pensiero S. non si sottrae alla questione dei <strong>calcolo dei costi e dei benefici di un intervento</strong>. È infatti per lui evidente che ci sono situazioni in cui un intervento armato sarebbe giustificato in linea di principio, ma finirebbe per disattendere il criterio di ‘proporzionalità’, essendo i danni provocati di gran lunga maggiori di quelli che si cerca di impedire. <strong>S. distingue allora tra diritto di intervenire, che potrebbe configurarsi in molte circostanze, ed opportunità di esercitarlo</strong>, <strong>che potrebbe spesso indurre a rinunciare all’opzione militare per cercare strade diplomatiche</strong>.<br />
S. chiude quindi le sue considerazioni analizzando proprio <strong>i limiti di democraticità dell’</strong>istituzione più di altre indicata per determinare la legittimità di questi interventi umanitari, l’<strong>ONU</strong>. Questo difetto di democraticità va assolutamente corretto, procedendo da un lato alla <strong>destrutturazione del funzionamento del Consiglio di Sicurezza</strong>, con i suoi membri permanenti e con il diritto di veto, e dall’altro al <strong>potenziamento dell’Assemblea generale</strong>, che dovrebbe essere trasformata in un parlamento mondiale organizzato sul modello di quello dell’Unione Europea.</p>
<p>Se solo a questo punto S. si lascia andare a considerazioni ideali, che aprono ai possibili miglioramenti futuri nel senso di un’espansione globale della democrazia, il suo precedente ragionamento pragmatico costituisce un ottimo ingrediente per riflettere criticamente sulle recenti esperienze di intervento umanitario (Libia) e su quelle che sembrano prospettarsi (Siria? Iran?). Infatti, tale modo di ragionare potrebbe essere uno strumento per rendere cosciente l’opinione pubblica, che non si lascerebbe quindi “ingannare” da discorsi centrati sull’ ‘esportazione della democrazia’, dietro i quali spesso si nascondono ambizioni neo-imperialiste.</p>
<p style="text-align: right;">E. R.</p>
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		<title>The Lean StartUp</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 13:48:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[Eric Ries]]></category>
		<category><![CDATA[Genchi gembutsu]]></category>
		<category><![CDATA[Lean StartUp]]></category>

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La situazione economica mondiale ci pone davanti a un bivio: o scegliere di affrontare la sfida della globalizzazione adeguandosi alle dinamiche mondiali oppure reagire chiudendosi in una situazione locale per offrire servizi con un valore aggiunto nel contesto regionale. Qualunque sia la vostra scelta è necessario però cambiare il modello aziendale e facilitare nuove iniziative: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1055" title="Â©whitecircle" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/11/©whitecircle-300x169.jpg" alt="Â©whitecircle" width="450" height="230" /><br />
La situazione economica mondiale ci pone davanti a un bivio: o scegliere di affrontare la sfida della globalizzazione adeguandosi alle dinamiche mondiali oppure reagire chiudendosi in una situazione locale per offrire servizi con un valore aggiunto nel contesto regionale. Qualunque sia la vostra scelta è necessario però cambiare il modello aziendale e facilitare nuove iniziative: da qui nasce il concetto di StartUp.<br />
Eric Ries definisce la startUp come un’<strong>organizzazione dedicata alla creazione di qualcosa di nuovo in un contesto di estrema incertezza</strong>: è il caso tanto di quelle persone che iniziano in un garage quanto di grosse aziende che vogliono percorrere nuove strade che al momento non sono battute sul mercato. L’approccio di un’azienda di questo tipo deve fondarsi su una maggiore efficienza degli investimenti e far leva principalmente sulla <strong>creatività</strong>, ma ha bisogno anche di un <strong>metodo scientifico</strong> per imparare <strong>sperimentalmente</strong> a misurare il proprio progresso unito alla capacità di apprendere ciò che il cliente realmente vuole. Invito chiunque fosse interessato a questo argomento alla lettura di un meraviglioso libro che tenta un viaggio all’interno di un’esperienza di business con un’ottica totalmente nuova e ricca di insegnamenti per ognuno di noi.<span id="more-1053"></span><br />
Parliamo di economia nel mondo della globalizzazione attraverso la lettura di un libro innovativo nel suo genere  dal titolo The Lean StratUp: come intrapredere oggi una iniziativa di continua innovazione per creare un business di successo (USA 2011), scritto da Eric Ries autore del popolare blog <a href="http://www.startuplessonslearned.com/"><em>StartUp Lessons Lerned</em></a>.<br />
Potremmo riassumere così i tre passi fondamentali per uno StartUp di successo:<br />
1- <strong>l’iterazione settimanale</strong>: l’innovazione aziendale spesso ha come forte vincolo la lentezza dello sviluppo. Il Nordstrom Innovation Lab rompe questo schema lavorando per obiettivi iterativi fino ad arrivare a costruire un intero prodotto in una settimana;<br />
2- <strong>Genchi gembutsu</strong>: il concetto preferito dal team di sviluppo della Toyota. Il termine indica letteralmente “andare a vedere di persona”, che rappresenta la rivisitazione della ditta giapponese del motto: “get out of the building”.  L’obiettivo è quello di confrontarsi faccia a faccia con i clienti, venditori manager e sviluppatori, tutti all’interno di un ‘negozio’ fisico per poter identificare con rapidità le opportunità da perseguire. L’intento è quello di costruire prodotti e testarne le caratteristiche al fine di ottenere un feedback il più velocemente possibile e il tutto alla luce del sole.<br />
3- <strong>esperimenti semplici e rapidi</strong>: pensare in grande e agire in piccolo, suddividendo l’obiettivo in esperimenti parziali, come fa il team di sviluppatori della Nordstrom Innovation Lab (Nordstrom Lab), i quali, per ottimizzare il tempo di sviluppo, hanno usato due iPad: uno nelle mani dei venditori  e l’altro degli sviluppatori. In questo modo il passaggio dalla richiesta del cliente all’aggiornamento del prodotto avviene in real time.Il metodo The Lean StartUp si basa su cinque principi fondamentali: 1- <strong>gli imprenditori sono ovunque</strong>: non è necessario partire da un garage per essere una startup, il concetto di imprenditorialità si estende a chiunque lavora per progettare nuovi prodotti e servizi in condizioni di grande incertezza di business; 2- <strong>l’imprenditorialità è management</strong>: una startup non si può identificare con il lancio di un prodotto, bensì definisce un’ istituzione e come tale richiede una gestione specifica per garantire il successo in dinamiche sempre più complesse; 3- <strong>l’apprendimento consolidato</strong>: la startup consiste in una struttura che non solo fa business ma che necessita di una serie di know-how consolidati da una continua sperimentazione scientifica per testare ogni elemento della visione di business; 4- <strong>il costruisci-misura-impara</strong>: l’attività fondamentale di uno startup è quella di trasformare un’idea in un prodotto misurando la risposta di gradimento del cliente e quindi di distinguere quando è il caso di cambiare  o di perseverare; 5- <strong>innovazione</strong>: una startup deve essere capace di fissare i traguardi e saper dare priorità ai lavori da eseguire.  Oggigiorno ci sono miriadi di startup che falliscono nel loro business non per la mancanza di idee ma per l’inadeguatezza degli strumenti a supporto delle strategie imprenditoriali. La pianificazione e la previsione a lungo termine, che sono state fino ad oggi le principali strategie di gestione, devono essere sostituite da sistemi di iterazione e controllo per poter ottimizzare la trasformazione di frutti dell’immaginazione in realtà di successo.<br />
Una startUp ha inizio da un’idea che deve essere convalidata dal mercato attraverso la progettazione di una serie di esperimenti atti a comprendere le potenzialità in termini di risposta della clientela. Se l’idea rimane il passo più importante, è altrettanto fondamentale progettare una serie di esperimenti per convalidare la validità della visione. Il motto che deve animare la fase sperimentale è: pensare in grande per agire in piccolo. Il metodo Lean StartUp propone di partire con la progettazione di un prodotto che non è tanto importante in se stesso, quanto piuttosto adatto a convalidare l’idea di core business. Immettere un prodotto sul mercato permette di avere: 1- un feedback dei clienti piuttosto che tante ipotesi teoriche; 2- interagire con i clienti comprendendone subito le necessità; 3- determinare il comportamento dei clienti anche se inaspettato. L’esperimento presenta in sé un prodotto vendibile. In questo modo si può generare un <em>feedback loop</em> del tipo <strong>Build-Measure-Learn</strong>, cioè costruire per misurare la validità e imparare ad agire in futuro.<br />
Il momento cruciale di ogni esperienza di sviluppo è la decisione di cambiare oppure continuare sulla stessa linea. Un imprenditore deve mantenere continuamente la tensione al mantenimento degli obiettivi prefissati e verificare costantemente se le ipotesi iniziali sono corrette; e in caso negativo deve avere il coraggio di cambiare.<br />
R. propone un modello imprenditoriale del tutto nuovo per rispondere alle  esigenze di sviluppo dove la creatività è il primo fondamento e l’innovazione è il motore del cambiamento. L’Italia deve avere la forza di cambiare lasciando spazio a queste nuove idee e aprire le porte a una competizione globale nel proprio paese. Ritengo che le riflessioni mosse da R. siano uno spunto per chi come me vuole aprirsi verso iniziative di innovazione e sviluppo.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>Assicurare alla giustizia i criminali internazionali</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 04:23:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[corte penale internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[criminali]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Alla globalizzazione nel commercio e nelle comunicazioni corrispondono cambiamenti politici molto lenti. Il desiderio di rimanere aggrappati alla sovranità nazionale impedisce allo stesso modo lo sviluppo di un sistema razionale di difesa internazionale dei diritti umani, ma, come previsto dalla Carta dell nazioni Unite, gli ordinamenti giuridici nazionali e internazionali dovrebbero essere in grado di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©lybra" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/09/©lybra.jpg" alt="Â©lybra" />&#8220;Alla globalizzazione nel commercio e nelle comunicazioni corrispondono cambiamenti politici molto lenti. Il desiderio di rimanere aggrappati alla sovranità nazionale impedisce allo stesso modo lo sviluppo di un sistema razionale di difesa internazionale dei diritti umani, ma, come previsto dalla Carta dell nazioni Unite, gli ordinamenti giuridici nazionali e internazionali dovrebbero essere in grado di agire d&#8217;intesa piuttosto che in conflitto. La complementarità è un principio ragionevole e dovrebbe poter essere attuabile.&#8221;<span id="more-1037"></span></p>
<p>Proseguiamo con il ciclo di post sulla giustizia all’epoca della globalizzazione presentando un’altra conferenza svoltasi durante le <em>Oxford Amnesty lectures </em>del 2002, tenuta dall’avvocato e docente inglese Geoffrey Bindman e intitolata <em>Assicurare alla giustizia i criminali internazionali</em>. Anche questo testo è apparso nella raccolta <em>Troppo umano. La giustizia nell’era della globalizzazione </em>(Milano 2005), pp. 163-187.<br />
B., che è stato legale a supporto di <em>Amnesty International</em>, si interroga sulla possibilità di sottoporre a processo le persone che hanno commesso crimini contro l’umanità e quindi di comminare loro delle pene adeguate. Spesso questi personaggi sono infatti figure così potenti nei loro paesi che è difficile istruire un processo a loro carico, anche quando si recano in altri paesi, perché mancano non tanto gli strumenti giuridici quanto soprattutto la volontà politica.</p>
<p>Secondo B. <strong>l’esigenza di una giustizia penale internazionale</strong> si è fatta però sempre più forte a partire dal secondo dopoguerra. I suoi primi passi si possono riconoscere nel processo condotto contro i criminali nazisti tenutosi a Norimberga tra il 1945-1946 e in quello, meno noto, svoltosi a Tokio tra il 1946-1948. Proprio di fronte all’<strong>immanità dei crimini commessi durante il conflitto mondiale</strong> si prese coscienza del bisogno di <strong>promuovere un ulteriore sviluppo del diritto internazionale</strong>, che non doveva essere più centrato solo sugli stati, ma anche sugli individui, i cui diritti fondamentali dovevano essere garantiti. Ed è da qui che scaturì uno dei pilastri dell’ordine mondiale successivo alla guerra, <strong>la  <em>Dichiarazione</em></strong><strong><em> universale dei diritti umani</em> del 1948</strong>.<br />
Tuttavia, come abbiamo avuto già modo di vedere in precedenti post, <strong>gli effetti della <em>Dichiarazione</em> furono sostanzialmente congelati durante la prima fase della ‘guerra fredda’</strong>; e solo con gli anni ’60 e ’70 si giunse alle prime convenzioni che rendevano più concreta la proiezione di questi diritti negli ordinamenti statali. Fu in particolare significativa la stipula della <strong><em>Convenzione internazionale sui diritti civili e politici</em></strong> (ICCPR), avvenuta nel 1976, che innestò nel diritto internazionale la difesa dai crimini contro l&#8217;umanità, sancendo l&#8217;obbligo per tutti gli stati di rispettare tali diritti e garantirli a tutti gli individui.<br />
Tali difficoltà nell’affermazione dei diritti umani non potevano non ripercuotersi negativamente sulla formazione di strutture internazionali deputate alla loro difesa: e a maggior ragione questo è valso per la costituzione di un tribunale che avrebbe finito per occuparsi di questioni quanto mai delicate sul piano politico-diplomatico.<br />
Si è dovuto così <strong>attendere il crollo dell’Unione Sovietica</strong> e quindi la fine della contrapposizione tra i due blocchi per assistere alla <strong>costituzione di nuovi tribunali internazionali deputati a giudicare i crimini di guerra e contro l’umanità</strong> commessi nei primi anni ’90 nella <strong>ex-Yugoslavia</strong> e in <strong>Ruanda</strong>. Nonostante le difficoltà politiche e un certo scetticismo sul loro funzionamento, questi tribunali internazionali mostrarono che una corte internazionale composta anche da membri provenienti da paesi molto diversi poteva operare efficacemente.<br />
A partire da queste esperienze si è potuta dare finalmente consistenza all’idea di costituire <strong>una corte penale internazionale permanente</strong>. Nel <strong>1998</strong> a <strong>Roma</strong> i rappresentanti di centosessanta paesi discussero e quindi approvarono a maggioranza lo Statuto della corte che sarebbe entrata in funzione però solo nel momento in cui esso fosse stato ratificato da sessanta paesi. Tale numero di adesioni si è raggiunto solo nel 2002 e da allora si è messa lentamente in moto la macchina organizzativa di questa istituzione che ha sede presso L’Aia (ma si faccia attenzione non è da confondere con la Corte Internazionale di Giustizia che pure si trova in quella città).<br />
L’indiscutibile positività di questo risultato non deve però nascondere <strong>i grandi limiti imposti all’operatività della corte penale</strong>: ad esempio essa non può giudicare le violazioni commesse da criminali nel proprio paese, se quest’ultimo non ha sottoscritto la convenzione; e per B. è evidente la contraddittorietà di questa esenzione rispetto all’universalità dei diritti da difendere.<br />
Inoltre, ai <strong>limiti</strong> formali dell’istituzione se ne aggiungono altri, ancora più consistenti, <strong>di ordine politico</strong>. Secondo l’autore è infatti chiaro che allo stato attuale delle cose le persone giudicate dalla corte saranno solo coloro che hanno commesso atrocità durante un conflitto perduto e in un paese che non è in grado di condannarli da solo. Per di più, alcuni stati militarmente molto attivi, tra cui Stati Uniti e Israele, non hanno aderito alla convenzione per non correre il rischio di vedere condannate le proprie truppe per azioni di guerra criminali. Ma – si chiede in sostanza B. – come potranno tali stati, soprattutto quelli democratici, finire per legittimare l’operato di militari che hanno commesso violazioni dei diritti umani?<br />
Ad ogni modo alcune limitazioni nell’azione della corte penale internazionale sono intenzionali e hanno quindi un risvolto positivo in quanto <strong>non consentono agli stati di sottrarsi dalla responsabilità</strong> <strong>di perseguire in proprio i criminali </strong>che hanno violato i diritti umani. In tal senso B. sostiene fortemente <strong>il principio di complementarità</strong>, secondo cui l’azione degli stati e quella della corte penale internazionale devono per quanto possibile essere reciprocamente sussidiarie nel garantire una piena attuazione della giustizia.<br />
Dal principio di complementarità così inteso deriva anche la possibilità da parte della corte di agire in maniera alternativa rispetto alla condotta di uno stato. Infatti, può accadere che al termine di un conflitto all’interno di un paese si giunga a forme di riconciliazione politica tra le parti che comportano <strong>un’amnistia dei crimini commessi</strong>, anche quelli compiuti contro l’umanità. Tuttavia, <strong>questa circostanza non dovrebbe esimere la corte penale internazionale dal perseguire i responsabili di tali crimini</strong>, in quanto essi appunto sono stati commessi contro tutta l’umanità.<br />
Tale eventualità è un aspetto centrale nell’esempio portato da B. durante la sua conferenza, quello dell’<strong>arresto del dittatore cileno Augusto Pinochet in Inghilterra</strong> (1998). Egli fu fermato dalle autorità inglesi sulla base del mandato di cattura internazionale emesso dal giudice spagnolo Balthazar Garzón. Si aprì un complesso caso politico-diplomatico internazionale, alla fine del quale, se Pinochet poté rientrare in patria, si aprì tuttavia lo spazio politico in Cile per l’azione della magistratura contro il dittatore per i crimini da lui commessi.</p>
<p>Il caso di Pinochet ha certo una doppia lettura: da una parte testimonia tutta la debolezza delle istituzioni giudiziarie statali e sovrastatali nell’azione penale condotta a livello internazionale contro tale tipo di criminali. Dall’altra, tuttavia, mostra un avanzamento nella coscienza della necessità di una difesa universale dei diritti umani che sia supportata da efficaci strutture processuali in grado di punire i responsabili delle violazioni. È questa coscienza, propria del cittadino globale, che si deve promuovere perché il suo faticoso avanzamento – come mostrano ancora i casi recenti degli arresti di due massacratori della guerra yugoslava quali Mladič e Hadzič – non sia interrotto dalle forze neoconservatrici che stanno avvolgendo nelle loro spire le democrazie occidentali. Un banco di prova sarà sicuramente quello libico, dove intorno alla figura dello sconfitto e fuggiasco Gheddafi si intrecciano ancora tanti interessi economici e politico-diplomatici. Il Colonnello non deve né essere ucciso, né rimanere ‘nascosto’ in qualche esilio più o meno confortevole, ma deve salire sul banco degli imputati, per quanto molti politici e manager occidentali siano inquietati da questo pensiero.</p>
<p style="text-align: right;">E. R.</p>
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		<title>Euro &amp; Germania? Nessuno conosce la risposta</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 06:58:56 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/09/©oneuro2-300x168.jpg" alt="Â©oneuro2" title="Â©oneuro2" width="450" height="230" class="aligncenter size-medium wp-image-1035" /><br />
Che cosa vuole la Germania? La risposta alla domanda su quali siano gli intenti della Germania sull’euro sono una delle questioni economiche europee più importanti. Al momento l’unica cosa chiara è ciò che la Germania non vuole: non vuole una “transfer union” (cioè un meccanismo che istituzionalizzi una solidarietà fiscale tra paesi ricchi e paesi poveri/indebitati), non vuole la divisione della moneta unica e quindi nemmeno la fine dell’euro. Ma niente altro trapela dalle stanze di comando. E’ a questo punto doveroso chiedersi se tutto ciò sia la diretta conseguenza di un difficile equilibrio politico-economico oppure se realmente la Germania non abbia un chiaro e coerente progetto politico europeo.<br />
La Germania sembra aver deciso che sia giunto il momento di ridisegnare le istituzioni europee. <span id="more-1029"></span><br />
Parliamo di euro-economia grazie ad un articolo pubblicato su “The Economist” dal titolo “Germany’s euro question. Nobody know the answer, especially not the Germans themselves”, pubblicato all’indirizzo <a href="http://www.economist.com/node/21528639"></a>(10 settembre 2011).<br />
L’intervento in aiuto della Grecia doveva essere un evento straordinario atto a risanare un quadro economico disastroso; invece ha avuto un immediato seguito nell’intervento a sostegno della crisi  portoghese e irlandese. L’istituzione di un sostegno europeo doveva essere quindi una soluzione temporanea; in breve si è trasformato in uno supporto permanente per aiutare gli stati europei in crisi. Sta prendendo così piede sempre più l’idea di istituire una federazione europea “United States of Europe” come dichiara <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Joschka_Fischer">Joschka Fischer</a> principale esponente dei Green e sostenitore del rilancio dell’integrazione europea con il Gruppo Spinelli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_Spinelli">Gruppo Spinelli</a>. Se da una parte i tedeschi sono stanchi dell’euro, allo stesso tempo all’interno della coalizione le forze contrarie alla politica dell’eurobond come i Democratici Crisitiani e i Liberal Democratici stanno perdendo consensi a vantaggio di Social Democratici e i Verdi. I tedeschi sono un popolo strano afferma Hans-Olaf Henkel: se da una parte non sopportano l’euro, non vogliono sentir parlare di alternative.  E’ giunto il momento di differenziare all’interno della comunità due zone, afferma Henkel <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/mar/13/eu-euro-competition-germany-take">(Euro Competition)</a>, una zona del nord incentrata su Germania, Austria e Finlandia e una del sud costituita da Italia, Francia e Spagna.<br />
La crisi finanziaria, che ha riempito le cronache estive e non, ha riportato in voga l’idea degli eurobond. Per meglio capire di che cosa si parla, bisogna tenere presente che i paesi devono convincere gli investitori a comprare il proprio debito pubblico le in forma di obbligazioni e questo avviene spesso aumentando il tasso di rendimento. Così, mentre la Germania vende i suoi titoli decennali, i <strong><em>Bund</em></strong>, promettendo un rendimento di poco superiore al 3%, l’Italia, il cui sistema ha perso credibilità economico-finanziaria, ha dovuto superare il 6% per i suoi <strong>BT</strong>P decennali. Questo perchè al momento ogni stato della comunità europea garantisce per la propria economia e per la propria stabilità. La soluzione eurobond consentirebbe invece di gestire i titoli emessi da un’apposita agenzia, creando così un’enorme mercato delle <strong>obbligazioni</strong>. I vantaggi di una tale operazione sono evidenti se si pensa che dei diciassette paesi facenti parte della comunità europea la maggior parte sono di <em><strong>rating</strong></em> “<strong>AAA</strong>”, ovvero i migliori dal punto di vista della stabilità e solidità dei conti: ad esempio l’Olanda, la Finlandia, la Germania, la Francia. È logico pensare che anche gli <em><strong>eurobonds</strong></em> possano vantare un rating simile. Il problema è però convincere i paesi forti come la Germania a pagare per sostenere il debito pubblico degli altri stati comunitari. L’opinione pubblica tedesca ha paura di perdere in competitività e cedere la leadership ad altri paesi come Finlandia, Francia. La cancelliera Merkel ha deciso di puntare sullo spirito comunitario per mantenere la stabilità monetaria e la competititività del continente. La proposta di ripresa passa per un riassetto europeo che prenda in considerazione delle differenze economiche esistenti. In altre parole la Germania auspica la divisione di una <strong>zona nord</strong> che si identifica con i paesi di maggior rigore e stabilità e di una zona sud che rappresenta la variante morbida dell’euro. In questo modo si potrebbe delineare per paesi del <strong>sud</strong> una maggior competitività attraverso una maggiore tolleranza dell’inflazione e della svalutazione del potere d’acquisto come avveniva prima del’introduzione dell’euro.<br />
Gli interessi della Germania sono rivolti al mantenimento di un alto valore di scambio dell’euro perché se da un parte è vero che la svalutazione ha condotto un surplus nelle esportazioni all’estero oltre ogni aspettativa, è anche vero che ancora più velocemente sono aumentate le importazioni.<br />
La Germania, insomma, se si trova ad essere uno dei più grandi esportatori al mondo, è al contempo uno dei maggiori importatori al mondo e questo anche grazie alla forza dell’euro. D’altronde bisogna ricordare che la forza di questo paese  è sempre stata la stabilità della moneta e la poca inflazione.<br />
Politicamente esistono divergenze tra la cancelliera Merkel e il ministro delle finanze Schäuble su come intervenire perché, se da una parte concordano sul fatto che i problemi sono da ricondursi al lassismo dei paesi indebitati e della loro perdita di competitività, divergono sulle contromisure necessarie per far rispettare le regole ed per evitare in futuro il ripetersi di tali eventi. Nonostante l’allineamento della Merkel con Sarkozy, dietro la spinta forte del suo elettorato, la cancelliera dichiara da una parte che non potrà avvenire nessuna emissione di eurobonds, dall’altra parte però il ministro Schäuble ha fatto intravedere un’apertura verso l’introduzione di obbligazioni europee dietro l’istituzione di una disciplina apposita che tuteli il bilancio. Un’apertura viene anche dalla Merkel che propone in accordo con il presidente francese l’idea di un’unione fiscale, finora altro tabù tedesco.<br />
Un’altra idea che avanza in sordina invece è l’idea di accelerare le politiche economiche e finanziarie comuni nell’Ue, ma questo non sarà facile perché a opporsi non è solo la Germania ma anche altri paesi come Olanda e Finlandia.<br />
Per finire è interessante mettere in evidenza le pressioni del governo americano che per voce del segretario al Tesoro Tim Geithner ha ufficialmente chiesto l’intervento imminente dei paesi europei più forti a sostegno della crisi.<br />
i potrebbe continuare ancora per approfondire ulteriormente il problema, ma senza entrare nello specifico, l’idea di scrivere questo post nasce da un confronto nato in una tavola rotonda in Inghilterra presieduta da un’azienda inglese che vuole istituire un network aziendale europeo a cui partecipavano aziende tedesche, turche, spagnole, portoghesi. Dopo un primo confronto istituzionale in cui si riportavano idee diverse, si è capito che le esigenze erano comuni, riassumibili nel bisogno di dar vita ad una rinascita in termini di idee e di volontà imprenditoriale senza lasciare passare in secondo piano le identità di ognuno. La stessa cosa dovrebbe avvenire all’interno della comunità europea, dove si dovrebbero valutare le competenze specifiche e le diversità di ogni paese senza definire paesi di serie A e B, ma valorizzare le differenze come potenzialità. L’esperienza personale è stata molto redditizia; spero che lo sia anche a livello internazionale!!</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>“Cattivo vicinato”: un tentativo di giustificazione degli interventi militari della comunità internazionale</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jul 2011 21:45:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[intervento militare]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;La realtà di oggi è una via di mezzo, non più quella del 1945 in cui la sovranità era chiaramente privilegiata rispetto ai diritti umani e, tuttavia, niente affatto prossima al mondo auspicato dagli attivisti dei diritti umani, in cui cioè la sovranità sia condizionata all&#8217;essere dei buoni cittadini internazionali. Stiamo a metà strada, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©grater2" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/07/©grater2.jpg" alt="Â©grater2" />&#8220;La realtà di oggi è una via di mezzo, non più quella del 1945 in cui la sovranità era chiaramente privilegiata rispetto ai diritti umani e, tuttavia, niente affatto prossima al mondo auspicato dagli attivisti dei diritti umani, in cui cioè la sovranità sia condizionata all&#8217;essere dei buoni cittadini internazionali. Stiamo a metà strada, e negoziamo caso per caso, laddove insorgono conflitti tra sovranità nazionale e diritti umani internazionali.&#8221;<span id="more-965"></span></p>
<p>Proseguiamo la serie di letture riguardanti la giustizia nel mondo globalizzato, avviata con il post sul dovere di assistenza. Recensiamo perciò il testo di un’altra conferenza tenuta per le <em>Oxford Amnesty lectures </em>del 2002, dall’intellettuale e politico canadese Michael Ignatieff, dal titolo <em>Diritti umani, sovranità e intervento</em>, pubblicato nella raccolta<em>Troppo umano. La giustizia nell’era della globalizzazione </em>(Milano 2005), pp. 66-102.<br />
In poche pagine I. offre una disamina articolata del contesto storico-politico nel quale si inseriscono gli interventi militari cosiddetti ‘umanitari’, sottolineando in particolare la rilevanza assunta nella seconda metà del secolo scorso da due processi: quello di <strong>crisi delle strutture statali</strong> e quello di <strong>progressiva ascesa politica dei diritti umani</strong>.</p>
<p>Dopo la seconda guerra mondiale, nonostante la promulgazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo (1948), <strong>l’affermazione dei diritti umani</strong> era rimasta sostanzialmente <strong>subordinata al principio di sovranità</strong>. Era infatti ancora vivo il ricordo degli interventi hitleriani nel centro Europa, in particolare quello che aveva comportato l’occupazione di parte della Cecoslovacchia, giustificato sulla base dei soprusi subiti dalla popolazione tedesca che ivi viveva nella regione dei Sudeti.<br />
La guerra offensiva verso l’esterno fu quindi considerata al tempo più grave di sistematiche operazioni violente condotte all’interno di uno stato. E per I. è sulla base di questo atteggiamento che si può facilmente spiegare la pressoché totale assenza di convenzioni e trattati sui diritti umani fino agli anni ’70.<br />
Tuttavia, si registrò <strong>un’inversione di tendenza</strong> già a partire <strong>dagli anni ’60</strong>: in questo periodo da un lato vi fu una prima <strong>consapevole valutazione dell’olocausto</strong>, come sterminio disumano della popolazione ebraica; dall’altro <strong>si fondarono le prime organizzazioni internazionali non governative</strong> con finalità umanitarie, quali Amnesty International (1961). La valorizzazione di ogni singola vita umana, degna di rispetto e protezione, diede quindi <strong>un grande impulso ad atti di coraggio civile</strong> e di ribellione, promuovendo sul piano del pensiero una <strong>critica dell’imperante concezione della sovranità dello stato</strong>.<br />
Questa tendenza ha subito <strong>una più recente accelerazione con il crollo del blocco dei paesi comunisti</strong>: ne è conseguita la diffusione della democrazia e dei diritti umani, il cui rispetto è stato spesso posto come condizione per ottenere aiuti internazionali. E in maniera concomitante è avvenuto un processo di <strong>revisione della concezione della sovranità</strong>, sempre più <strong>intesa come responsabilità di uno stato nei confronti dei propri cittadini</strong>.<br />
Come è evidente, questa concezione non è però applicabile a molti dei paesi membri delle Nazioni Unite. Ma c’è di più: questa nuova idea della sovranità, autorizzando i cittadini a considerare delegittimato qualsiasi potere che non difenda i loro diritti, fa correre <strong>il concreto rischio di disobbedienza</strong> in caso di violazioni sostanziali e reiterate dello statuto giuridico e della dignità delle persone.<br />
È quindi facilmente comprensibile che quasi tutti gli stati, compresi quelli democratici occidentali, siano contrari a questa evoluzione del pensiero politico contemporaneo. Soprattutto se tale nuova concezione viene applicata al loro caso: un esempio noto a tutti è quello degli Stati Uniti. Quindi, nonostante le dichiarazioni ufficiali che vanno in senso contrario, le formazioni statuali prediligono oggi di fatto il principio di controllo del territorio rispetto a quello di legittimità etica.<br />
Questa tensione latente tra diritti umani e concezione della sovranità statale si è palesata negli anni ’90 del secolo scorso in seguito alle reiterate crisi di aree macroregionali in Africa, Asia ed America Latina (ma anche nei Balcani), che I. chiama <strong>‘cattivi vicinati’</strong>. In queste zone instabili, spesso le più povere del pianeta, si manifesta da allora <strong>il fenomeno di fallimento degli stati</strong> che si frammentano e si dissolvono perché le élite locali non hanno le risorse per controllare estese formazioni politiche, soprattutto nelle periferie. In caso di ribellione militare di minoranze politiche o etniche si innescano quindi dinamiche violente che spesso sfociano in <strong>ripetuti episodi di terrore e controterrore</strong>. Eventi sanguinosi che non solo non approdano ad alcuna soluzione, ma portano frequentemente ad un’estensione dell’instabilità a causa dei flussi dei rifugiati.<br />
Questi ‘stati falliti’, spesso generati da irresponsabili regimi coloniali precedenti, non sono però gli unici – fa notare I. – a mettere in evidenza la tensione tra diritti umani e concezione della sovranità statale. Ci sono anche <strong>stati forti</strong>, dove governi autoritari, se non tirannici, violano in maniera relativamente indisturbata i diritti umani: è il caso della Cina, della Corea e fino a poco tempo fa della Libia.<br />
Ad ogni modo, secondo I., non sono quest’ultime le situazioni immediatamente più pericolose per le persone, ma quelle generate dalle situazioni di anarchia conseguenza dei ‘cattivi vicinati’. È in questi casi che più spesso si giustifica <strong>l’intervento militare ‘umanitario’</strong>. Esso deve partire da <strong>una chiara consapevolezza dei presupposti generali e specifici del contesto del conflitto</strong> e deve avere <strong>come fine la costituzione di nuove formazioni politiche statali</strong>, le quali per I. sono le uniche in grado di garantire i diritti dei cittadini. Operazioni estemporanee o comunque non a conoscenza di tutti i fattori in gioco nel contesto possono facilmente rivelarsi controproducenti.<br />
Tuttavia, anche una condotta contraddistinta da un’<strong>eccessiva neutralità</strong> può avere effetti negativi. Per I. <strong>qualsiasi intervento</strong>, al fine di risultare efficace nel raggiungimento della pace, <strong>deve prendere posizione tra i contendenti</strong>. Chiaramente ciò non si deve concretizzare immediatamente in un’azione militare: esiste infatti tutta una serie di provvedimenti che possono essere presi in precedenza, dalla condanna diplomatica alle sanzioni economiche.<br />
Attualmente l’intervento militare è <strong>giustificato di fatto</strong> soltanto nel caso di genocidio o di pulizia etnica o, al limite, come nel recente caso della Libia, nell’eventualità di sistematiche e gravi violazioni dei diritti delle persone. Si tratta cioè di fenomeni in cui si rileva il <strong>radicale venir meno di uno stato alla responsabilità nei confronti dei propri cittadini</strong>.<br />
Certo, la scelta dell’intervento armato si presta inevitabilmente a <strong>molte critiche</strong>: da un lato esse vengono mosse nei confronti dell’abbandono di ulteriori vie di risoluzione politica del conflitto; e dall’altro mirano a mettere in evidenza una selettività nell’azione (perché qui e non là?) che non si può giustificare in linea di principio, ma solo con ragioni di fatto – e di interesse aggiungo io sulla scorta del fresco esempio libico.<br />
I. si pone quindi esplicitamente il problema della <strong>soglia oltre la quale è giustificato l’intervento</strong>. In mancanza di un parametro di riferimento assoluto vengono individuati come fattori indicativi <strong>la perdita di vita umana su larga scala</strong>, il <strong>crollo dell’organizzazione statale</strong>, la <strong>minaccia alla pace internazionale</strong>, <strong>il turbamento dell’opinione pubblica mondiale di fronte all’enormità dei fatti</strong>.<br />
L’autore individua in particolare una serie di <strong>principi precauzionali</strong> che devono essere presi in considerazione prima di procedere ad un intervento armato: l’essere l’<strong>estrema risorsa</strong> dopo aver percorso tutte le vie politico-diplomatiche disponibili; l’essere <strong>animato da una giusta causa e dal legittimo proposito</strong> di risolvere una situazione di gravissima infrazione dei diritti umani; il nutrire una <strong>ragionevole speranza di successo</strong>; l’usare <strong>mezzi proporzionati alla situazione</strong>; l’acquisire un <strong>riconoscimento internazionale</strong>, sia formalmente conferito dalle Nazioni Unite, sia sostanzialmente accettato di fronte ad una situazione grave ed urgente.<br />
I. conclude quindi il suo contributo ribadendo la tesi della necessità di costruire dei nuovi stati-nazionali, che possano garantire l’ordine e anche il rispetto dei diritti delle persone. Per realizzare questi progetti c’è però <strong>bisogno di tempo e di pianificazione</strong> (il che vuol dire di una <em>exit strategy</em>), in quanto deve essere ricostruito un tessuto di istituzioni politiche e sociali e disinnescati i potenziali conflitti.</p>
<p>Il quadro presentato da I. definisce adeguatamente molti aspetti degli attuali interventi. Le sue proposte appaiono inoltre ragionevoli e onestamente consapevoli dei limiti di tali azioni militari.<br />
Rimane tuttavia un po’ nel vago la questione del <em>nation building</em>, cioè della costruzione della nazione, come obiettivo da raggiungere per risolvere i conflitti, in particolare di quelli scoppiati nelle aree di cattivo vicinato. Purtroppo la costruzione di nuovi stati nazionali potrebbe non solo non essere facile, ma esser addirittura portatrice di nuovi potenziali conflitti. A mio avviso, per quanto vada ancora riconosciuta l’importanza del quadro dello stato nazionale, è necessario riuscire a rafforzare dal punto di vista politico il livello superiore e quello inferiore, rispettivamente quello delle istituzioni internazionali e quello delle formazioni regionali, che sono più adeguati ad uno sviluppo pacifico del mosaico di gruppi umani del mondo globale.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>The Take, la presa</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jun 2011 12:52:29 +0000</pubDate>
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“Occupare. Resistere. Produrre. Nei sobborghi di Buenos Aires trenta lavoratori disoccupati “organizzati” entrano nella loro fabbrica inattiva, tirano fuori i materassini sui quali dormire e rifiutano di andarsene. Quello che vogliono? Riavviare le macchine ferme. Ma questo semplice gesto – the take – ha il potere di portare alla ribalta il problema della globalizzazione.”
Inauguriamo, come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©gloves" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/06/©gloves.jpg" alt="Â©gloves" /></p>
<p>“Occupare. Resistere. Produrre. Nei sobborghi di Buenos Aires trenta lavoratori disoccupati “organizzati” entrano nella loro fabbrica inattiva, tirano fuori i materassini sui quali dormire e rifiutano di andarsene. Quello che vogliono? Riavviare le macchine ferme. Ma questo semplice gesto – <em>the take </em>– ha il potere di portare alla ribalta il problema della globalizzazione.”<span id="more-952"></span></p>
<p>Inauguriamo, come da tempo annunciato, un ciclo di post sul lavoro, presentando un film-documentario dal titolo <em>The Take </em>(2004), realizzato da due giornalisti canadesi Avi Lewis e Naomi Klein, autrice quest’ultima di libri di successo internazionale sugli effetti della globalizzazione, come <em>No logo</em> e <em>The Shock Doctrine</em>.<br />
Il film, accompagnato anche da un libro che racconta la situazione dell’Argentina sotto vari punti di vista (<em>Argentina fuori dell’ordinario</em>), si concentra sulle vicende di trenta operai disoccupati dell’acciaieria Forja San Martin, i quali decidono di far ripartire la produzione negli impianti dismessi in seguito alla crisi economica del 2001.</p>
<p>La <strong>chiusura di molte fabbriche</strong> e quindi <strong>la perdita di migliaia posti di lavoro</strong> sono state infatti tra le conseguenze più pesanti del tracollo che la nazione più ricca del Sudamerica ha subito dieci anni fa. L’Argentina si è così trasformata nel “<strong>paese fantasma globalizzato</strong>”, cioè nel ‘laboratorio’ politico, sociale ed economico in cui è stato <strong>portato alle sue ultime (negative) conseguenze il modello del capitalismo mondiale contemporaneo</strong>. In tal senso, tengono a precisare gli autori, si sarebbe potuti essere ovunque, e non solo in America Latina.<br />
Ma in Argentina, in maniera esemplare, è stato reso povero un paese dotato di grandissime risorse. La situazione di questo paese si è aggravata soprattutto durante le presidenze di <strong>Carlos Menem</strong>, la cui politica economica è stata caratterizzata da <strong>tagli alle spese sociali</strong>, <strong>vendita di beni pubblici</strong> e <strong>favori alle grande imprese</strong>. Il Fondo Monetario Internazionale, propugnatore di questa forma di capitalismo globale, aveva indicato l’Argentina di Menem come <strong>un modello perché aveva tra l’altro consentito una circolazione di capitali pienamente libera</strong>. Libera al punto che in una notte le banche hanno potuto portare via dal paese quaranta miliardi di dollari, lasciando gli argentini senza più alcun credito e costringendo le autorità a chiudere gli sportelli bancari e a congelare i conti dei cittadini. Un fatto emblematico del selvaggio capitalismo finanziario globale che non solo schiaccia senza riguardo milioni di persone, ma approda infine all’esito paradossale di impedire crescita e sviluppo pur in presenza di grandi ricchezze.<br />
Secondo gli autori le forti proteste della popolazione e addirittura le rivolte sono però servite fino ad un certo punto. È infatti un altro il fenomeno significativo su cui K. e L. hanno appuntato l’attenzione: <strong>la riattivazione degli impianti dismessi da parte di gruppi operai</strong>, che si sono opposti alla <strong>decisione delle proprietà</strong>, per lunghi anni agevolate e addirittura sostenute dal governo argentino, <strong>di</strong> <strong>limitarsi a vendere i macchinari piuttosto che di provare a rilanciare la produzione</strong>. Cosa del resto difficile da fare se nell’ambito imprenditoriale si era consolidata ormai l’abitudine ad avere vita facile grazie al sostegno esterno di stato e banche.<br />
Diversa invece la visione degli operai che non hanno veramente capito perché realtà produttive funzionanti sul territorio dovessero chiudere. Ed è questo anche il caso dell’acciaieria Forja San Martin, di cui nel documentario si seguono le vicende al termine delle quali gli operai rileveranno la fabbrica per continuare a lavorare.<br />
Questi lavoratori hanno potuto imitare un esempio, quello dell’industria di ceramiche <strong>Zanon</strong>, gestita dai 300 dipendenti. Alla Zanon le decisioni sull’attività imprenditoriale sono infatti prese direttamente dagli operai che ricevono tutti lo stesso stipendio. E la produzione è potuta ripartire così bene, che l’azienda è riuscita anche a fare anche delle nuove assunzioni. Di fronte a questa evoluzione il proprietario ha deciso di tornare alla guida della fabbrica, ma gli operai della Zanon si sono opposti a tale decisione soprattutto grazie all’aiuto della comunità: migliaia di persone pronte ad intervenire per difendere l’azienda autogestita dai tentativi compiuti dalla polizia di restituirla al proprietario che l’aveva chiusa e di fatto abbandonata.<br />
Questa esperienza di conduzione da parte degli operai non si è tuttavia molto estesa: al tempo della produzione del film solo 15.000 operai lavoravano in imprese autogestite. Tuttavia, gli autori hanno compreso <strong>la significatività di questo modello di organizzazione di lavoro non imposto dall’alto, ma nato dal basso</strong>. E soprattutto <strong>ancorato al territorio</strong>, nel quale <strong>non viene solo redistribuita ricchezza</strong>, ma <strong>si ricostituisce un tessuto di servizi alle persone in precedenza squassati dalle politiche neoliberiste</strong>. Dietro queste sperimentazioni K. e L. intravedono quindi la possibilità di creare un’economia alternativa e, più in generale, una diversa struttura del potere sociale e politico: <strong>non più un’organizzazione piramidale che decide nel suo vertice ristretto</strong> e fa ricadere le conseguenze delle sue decisioni su una vasta base che subisce passivamente, ma <strong>una rete orizzontale di imprese e istituzioni ben radicate nelle comunità locali che partono dalle esigenze e dalle potenzialità di queste ultime</strong>.<br />
Chiaramente, come è facile immaginarsi, le élite del capitalismo finanziario globale non sono state a guardare e il Fondo Monetario Internazionale, che aveva fornito la ‘copertura’ al precedente sfruttamento indiscriminato dell’Argentina, è tornato a riproporre la stessa ricetta precedente, quella che ha probabilmente indotto la crisi: tagli al welfare e ai posti di lavoro; aumento delle tariffe, soprattutto quelle dell’acqua privatizzata e dell’energia.<br />
Ma non si tratta dell’unico ritorno: gli autori hanno seguito anche <strong>le elezioni presidenziali argentine del 2003</strong>, dove si è ripresentato Carlos Menem, il principale artefice politico della crisi argentina negli anni ‘90. E questo ritorno è sembrato sulle prime poter essere coronato da successo, in quanto il vecchio presidente ha cercato di far leva sulla nostalgia dei suoi periodi presidenziali, quando era diffuso un effimero benessere consumistico, che è stato purtroppo l’anticamera della grave crisi successiva. Tuttavia, la parte dell’elettorato animata da indignazione nei confronti di Menem ha prevalso nelle elezioni, consegnando il paese all’avversario, Nestor Kirchner. L’Argentina si è data così almeno la possibilità, a detta degli autori, di recuperare dopo aver appreso dai propri errori.</p>
<p>A dieci anni di distanza da quella crisi si può ormai estendere a tutto il mondo la logica che soggiace agli eventi argentini. Il capitalismo globale, come abbiamo avuto occasione di vedere in alcuni post precedenti (Stiglitz, Baumann, Mutti e altri), muove rapidamente il denaro in cerca di profitti immediati che sono più finanziari che industriali.<br />
Certo, si assiste alla concreta dislocazione della produzione in aree più povere della terra; ma questo non sarebbe in sé un male, anzi potrebbe essere un bene, se ciò non si accompagnasse sempre allo sfruttamento delle popolazioni presso cui si impiantano i nuovi stabilimenti e alla perdita di diritti e del lavoro di coloro presso i quali le fabbriche sono dismesse. È quindi logico, riguardo a quest’ultimo punto, che la destrutturazione di un tessuto produttivo, quale ad esempio si sta verificando anche in alcune zone d’Italia, si connetta con una progressiva rarefazione dei servizi alle persone.<br />
Il racconto dell’esperienza produttiva positiva delle aziende chiuse, riaperte e gestite dagli operai argentini non fornisce tanto un modello alternativo (la cui applicabilità andrebbe verificata su più ampia scala), quanto svela a mio avviso, per utilizzare un termine espressivo del golf, lo ‘shank’, cioè l’errore distruttivo nell’impostazione dei colpi, che caratterizza il comportamento delle élite economiche e politiche mondiali in questa fase storica. Per lo meno distruttivo rispetto ad una concezione del mondo informata da una filosofia democratica, volta cioè a porre le basi per la fioritura di tutte le persone. Ma purtroppo ci sono ormai forti sospetti che queste élite abbiano concepito una nuova visione oligarchica e disegualitaria del mondo, travestita nelle nuove forme di populismo pseudo-democratico.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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		<title>Diritto di ingerenza? No, dovere di assistenza</title>
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		<pubDate>Mon, 09 May 2011 06:32:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;Il dovere di assistenza esclude l&#8217;intervento militare, essendo diretto a beneficio delle vittime, e la guerra, etica o no, raramente è d&#8217;aiuto a chi ha subito una violazione dei diritti dell&#8217;uomo. Il vantaggio che alcuni ne traggono ha come prezzo di solito la sofferenza di altri. Con ciò non si deve pensare che l&#8217;intervento militare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©missyringe" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/05/©missyringe.jpg" alt="Â©missyringe" />&#8220;Il dovere di assistenza esclude l&#8217;intervento militare, essendo diretto a beneficio delle vittime, e la guerra, etica o no, raramente è d&#8217;aiuto a chi ha subito una violazione dei diritti dell&#8217;uomo. Il vantaggio che alcuni ne traggono ha come prezzo di solito la sofferenza di altri. Con ciò non si deve pensare che l&#8217;intervento militare sia necessariamente illegittimo. Solo l&#8217;Armata rossa poteva forzare i cancelli di Auschwitz, e non possiamo che essere contenti che l&#8217;abbia fatto. Ma essenzialmente non fu un&#8217;azione umanitaria. È vitale che rimanga chiara la distinzione tra ingerenza militare e assistenza umanitaria&#8221;.<span id="more-922"></span></p>
<p>Come annunciato all’inizio dell’anno, inauguriamo una nuova serie di letture riguardanti la giustizia nel mondo globalizzato. Presentiamo quindi il testo di una conferenza tenuta dal semiologo e filosofo Tzvetan Todorov per le <em>Oxford Amnesty lectures </em>del 2002, dal titolo <em>Diritto d’ingerenza o dovere di assistenza?</em>, pubblicato nella raccolta <em>Troppo umano. La giustizia nell’era della globalizzazione</em>, pp. 40-61 (Milano 2005).<br />
In questo contributo T. sottopone a <strong>critica il ‘diritto di ingerenza’</strong>, cioè quella pretesa accampata da parte di alcuni stati di intervenire militarmente in un altro paese sulla base di violazioni pesanti e sistematiche dei diritti dell’uomo.</p>
<p>Tale diritto fondato su principi universali non è un’assoluta novità; ha per certi aspetti due precedenti europei tutt’altro che lusinghevoli per il Vecchio Continente: le crociate, ispirate da valori universali di matrice religiosa; il colonialismo, finalizzato idealmente alla diffusione della superiore civiltà occidentale. Tuttavia esso è in altro senso un istituto ‘giuridico’ di recente formazione, che ha assunto una configurazione più netta con l’intervento militare della Nato in Kosovo (1999).<br />
T. esprime <strong>forti perplessità su questo istituto</strong> sia dal punto di vista pratico che dal punto di vista ideale. Innanzitutto, sul piano dell’applicazione, <strong>il diritto di ingerenza viene a confliggere con quello della sovranità di uno stato</strong>: questa messa in discussione può certo avere delle ‘buone ragioni’, ma l’esito dell’intervento consiste spesso nella sostituzione di una costruzione statuale che, anche se in maniera distorta, proiettava un certo ordine giuridico con una situazione di anarchia in cui le violazioni dei diritti umani sono ancora più frequenti. Del resto lo stesso intervento militare esterno appare come un generatore di violenze, al punto che <strong>il mezzo utilizzato finisce per tradire le finalità</strong>. Finalità ideali – si intende – perché è forte d’altra parte il sospetto che ci siano interessi particolari a muovere le operazioni belliche.<br />
Sarebbe quindi giusto <strong>chiedere un parere sull’intervento militare</strong>, cosiddetto ‘umanitario’, anche a coloro che dovrebbero concretamente ‘beneficiarne’. Perché sono esseri umani in grado di discernere, per quanto è possibile, le conseguenze sulla loro pelle di un’intensificazione della violenza; cioè sono capaci di valutare se il consenso all’intervento ispirato presuntivamente ai valori universali dell’uomo – che sono comunque una costruzione/proiezione occidentale – valga il probabile prezzo di sangue e di distruzione richiesto dai ‘bombardamenti umanitari’.<br />
Ma non sono questi gli unici dubbi che T. solleva. Se infatti il diritto di ingerenza si giustifica sulla base di una serie di valori universali, non è facile spiegare poi la sua estrema selettività nell’applicazione. Possono così facilmente desumersi una serie di <strong>implicite clausole restrittive:</strong> esso 1) non si esercita nei confronti di stati che sono troppo forti (ad es. nei confronti della Russia rispetto alla Cecenia, o della Cina rispetto al Tibet); 2) non si applica ad alleati strategici (ad es. alla Turchia per il caso dei curdi e ad Israele per il caso dei palestinesi); 3) non si promuove nei casi che non abbiano un positivo impatto nella politica interna (ad es. la contrarietà degli USA all’intervento in Ruanda).<br />
Tutto ciò porta T. a ritenere che si possano ottenere <strong>risultati più tangibili attraverso negoziati con le fazioni più forti coinvolte nel conflitto</strong>. Del resto l’opzione bellica dovrebbe essere una risorsa cui ricorrere solo molto raramente, perché altrimenti la diffusa estensione delle violazioni dei diritti umani – questa sì praticamente universale – comporterebbe uno stato di guerra permanente. Inoltre, perché l’applicazione avvenga in maniera uniforme sarebbe necessaria la costituzione di uno Stato mondiale, la cui polizia potrebbe tuttavia correre il rischio di assumere tratti totalitari. A tal riguardo T. esprime il suo timore nei confronti del ritorno in auge di metafore mediche quali ‘interventi chirurgici’, ‘prevenzione’, ‘amputazione’, che richiamano le esperienze più buie del ‘900.<br />
T. pensa piuttosto che sia <strong>necessario mantenere sempre una situazione di pluralismo</strong>, sia sul piano internazionale che su quello interno ai singoli stati. Solo preservando molteplici punti di vista e quindi molteplici centri di potere <strong>è possibile garantire il rispetto</strong>, talvolta anche con la deterrenza (non con l’uso) delle armi, <strong>delle diverse posizioni</strong>. Del resto ciò si coniuga bene con <strong>una visione umanista</strong> della società nella quale sia diffusa la consapevolezza dei limiti della conoscenza: e quindi anche di quelli propri della <em>Dichiarazione dei diritti dell’uomo</em> che, per quanto importante, è solo un temporaneo approdo della civiltà.<br />
Dunque, non si dà un’alternativa secca tra il bombardamento umanitario e l’inazione codarda, ma c’è tutta una gamma di possibili opzioni quali la fermezza diplomatica, le pressioni economiche, la propaganda politica, la generosa accoglienza di oppositori e di rifugiati. Ciò <strong>non vuol dire peraltro che l’intervento militare debba essere in linea di principio sempre escluso</strong>. Ci sono <strong>situazioni gravissime, quali quelle di ‘genocidio’</strong> (verificatesi in Cambogia nel 1976 e in Ruanda nel 1993), che devono far correre i rischi dell’intervento militare. Tuttavia, suggerisce T., perché queste eventuali operazioni belliche siano efficaci, devono comportare il <strong>coinvolgimento degli stati vicini</strong> che meglio possono conoscere la situazione locale.<br />
Ma soprattutto secondo T. bisogna<strong> destrutturare l’ingerenza come incipiente istituto di diritto internazionale</strong>, il cui posto deve essere preso da <strong>un ‘dovere’, sul piano etico-politico, di assistenza </strong>delle persone e delle popolazioni i cui diritti sono pesantemente violati. Il dovere di assistenza comporta innanzitutto che <strong>l’aiuto sia offerto e non imposto</strong>, in modo tale che possa essere anche rifiutato se appare concreto il rischio di riproporre condizioni potenzialmente coloniali. D’altra parte questo dovere non deve essere confuso con la tentazione di imporre il bene dovunque, perché ciò si rivelerebbe impossibile, stante la diffusione del male e della violenza nelle società umane. Secondo T. la bontà e l’amore, come tali, sono infatti rivolti soltanto a favore di concrete persone: informare azioni umanitarie ad obiettivi astratti può produrre effetti addirittura controproducenti.</p>
<p>Non è difficile riportare queste considerazioni sviluppate una decina di anni fa all’attuale situazione mediterranea e in particolare libica. È evidente che, al di là delle generali ragioni umanitarie, dietro l’intervento contro la dittatura militare di Gheddafi stanno interessi nazionali particolari, ruotanti intorno allo sfruttamento delle risorse energetiche della Libia. Ma questi interessi sono peraltro strettamente connessi al tentativo della destra francese – e di quella italiana a ruota – di distogliere lo sguardo dei cittadini da una politica interna deficitaria, tutta orientata verso l’inaccettabile e impopolare accentuazione delle disuguaglianze sociali. Questo mix rende quindi difficile camuffare con proclami umanitari una palese competizione neocoloniale nel Mediterraneo tra stati europei che solo in fondo alla lista delle loro priorità hanno la difesa dei diritti delle popolazioni coinvolte in questi conflitti.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>La cultura del nuovo capitalismo</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Mar 2011 17:14:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[“Un Io orientato sul breve periodo, concentrato sulle abilità potenziali, disponibile ad abbandonare le esperienze passate è &#8211; per esprimersi con gentilezza &#8211; uno strano tipo di essere umano. La maggior parte delle persone non è fatta così: le persone hanno bisogno di una biografia coerente, sono orgogliose di saper fare bene determinate cose e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©hangedhead" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/03/©hangedhead.jpg" alt="Â©hangedhead" />“Un Io orientato sul breve periodo, concentrato sulle abilità potenziali, disponibile ad abbandonare le esperienze passate è &#8211; per esprimersi con gentilezza &#8211; uno strano tipo di essere umano. La maggior parte delle persone non è fatta così: le persone hanno bisogno di una biografia coerente, sono orgogliose di saper fare bene determinate cose e danno valore alle esperienze che hanno fatto nel corso della loro vita. Perciò, l&#8217;ideale culturale promosso dalle nuove istituzioni danneggia molte persone che vivono in esse.&#8221;<span id="more-886"></span></p>
<p>In questo post torniamo ad occuparci di globalizzazione in relazione all’economia e al lavoro, presentando <em>La cultura del nuovo capitalismo</em> (Bologna 2006), un libro scritto da Richard Sennett, docente di sociologia presso il MIT, sulla base delle lezioni tenute all’università di Yale.<br />
S. vi svolge una serie di considerazioni sulle <strong>forme di vita, individuali e collettive, che la cultura economica ha plasmato negli ultimi quarant’anni</strong>, concentrandosi in particolare sul funzionamento e sull’organizzazione delle aziende, sulla valutazione dei lavoratori in connessione con la sempre più diffusa sensazione di inutilità, sulle modalità consumistiche assunte dalla politica.</p>
<p>Secondo S. lo sviluppo economico verificatosi in questi ultimi decenni ha certo comportato una maggiore produzione di ricchezza; ma esso ha avuto anche <strong>effetti negativi</strong> che non si riducono solo al ben noto aumento delle disuguaglianze sociali. Le tendenze del capitalismo contemporaneo hanno infatti <strong>destabilizzato profondamente il quadro biografico delle persone</strong>, intervenendo soprattutto sul fattore tempo e sulla qualifica professionale.<br />
La ‘nuova pagina’ del capitalismo, palesatasi pienamente solo con la <em>new economy</em>, ha sostituito il precedente modello, sviluppatosi alla fine del XIX secolo, che S. definisce ‘<strong>capitalismo sociale</strong>’. Questo sistema era caratterizzato da una <strong>‘militarizzazione’ dei ruoli nelle organizzazioni pubbliche e private</strong>, che tuttavia <strong>conferiva stabilità e mirava soprattutto all’integrazione</strong>: si costituirono così grosse e solide strutture piramidali che garantivano un <strong>inquadramento biografico alle persone</strong>, disposte ad essere leali nei confronti delle istituzioni in cambio di una <strong>gratificazione differita</strong> (ad esempio l’avanzamento di carriera per anzianità). Anche se queste strutture possono essere descritte come <strong>‘gabbie di acciaio’</strong>, esse, costruite al fine di mantenere una pacificazione sociale, erano in grado di <strong>dare un orientamento agli individui</strong>.<br />
La <strong>liberazione dalle ‘gabbie’</strong>, avvenuta progressivamente dagli anni ’70 in avanti, è riconducibile tra l’altro a tre processi interconnessi: 1) lo <strong>spostamento del potere dai manager agli azionisti</strong>, derivato dalla <strong>libera circolazione internazionale dei capitali</strong>, che ha comportato (a) l’affinamento degli strumenti finanziari e (b) l’attenzione concentrata sul corso delle azioni (cioè sulle plusvalenze monetizzabili per le loro fluttuazioni) e non sui dividendi (cioè sulle entrate derivanti dal più solido rapporto tra quotazioni e andamento dell’impresa); 2) questo “capitale impaziente” ha cominciato a <strong>condizionare fortemente la guida e l’organizzazione delle aziende</strong> che, per attirarlo, si sono rese più dinamiche e instabili a costo di perdere solidità; 3) il tutto si è coniugato con l’avvento delle <strong>nuove tecnologie di produzione e comunicazione</strong>, che stanno conducendo a strutture organizzative del lavoro ‘destratificate’ (<em>delayered</em>), caratterizzate al contempo da centralizzazione e concentrazione su processi di volta in volta diversi – strutture assimilabili secondo S. a quelle di un lettore MP3.<br />
La ristrutturazione complessiva delle organizzazioni socio-economiche ha avuto <strong>un forte impatto sulle persone</strong>, a cominciare dai <strong>tagli</strong>, dalla <strong>perdita della prospettiva del lavoro a lungo termine</strong>, dalla <strong>variabilità e precarietà degli impieghi</strong>. Ma ci sono stati altri <strong>danni collaterali</strong>, magari meno immediatamente tangibili, tuttavia non meno gravi: la riduzione degli spazi di negoziazione sul posto di lavoro; le valutazioni (non di rado erronee) prese dall’alto; il disprezzo per la costanza degli obiettivi (che spesso sono ora più confusi e non strategici); il venir meno della lealtà nei confronti di aziende ed istituzioni; il deficit di fiducia informale, cioè quella che matura tra colleghi; la perdita delle conoscenze sociali connesse con il lavoro, cioè il sapere posseduto dai dipendenti di lungo corso e dagli uffici stabili.<br />
In questa trasformazione assume per S. un significato emblematico <strong>il ruolo assunto dai consulenti</strong>: essi dovrebbero fornire consigli e suggerire strategie; invece sono innestati dall’esterno nella burocrazia delle società per compiere, sulla base di <strong>posizioni molto spesso astratte e distanti dalle realtà su cui intervengono</strong>, delle riorganizzazioni per conto dei vertici aziendali. Questi ultimi mostrano così di esercitare il loro potere, ma al contempo si deresponsabilizzano rispetto alle scelte. S. riconosce in questa dinamica <strong>una scissione tra potere e autorità che purtroppo si sta estendendo anche alle istituzioni pubbliche</strong>.<br />
In tale quadro si inserisce anche <strong>una nuova concezione della meritocrazia</strong> che va di pari passo con l’ingigantirsi dello <strong>spettro dell’inutilità dei lavoratori</strong>, comprese le persone molto qualificate. L’acuirsi di tale inutilità è prodotta dall’interazione di tre fattori: 1) <strong>l’offerta mondiale di forza-lavoro</strong> che comporta lo spostamento dell’occupazione dall’Occidente verso aree dove i salari sono sì inferiori, ma dove non di rado le qualifiche sono uguali se non superiori (ad esempio nei call-center indiani); 2) <strong>l’automazione</strong> che, con le ultime accelerazioni tecnologiche, diventa un pericolo concreto per l’occupazione diffusa; 3) <strong>il prolungamento delle prospettive di vita</strong> che ha una serie di ricadute negative sul mondo del lavoro per come oggi è organizzato.<br />
Di fronte a tali fenomeni si constata <strong>l’inadeguatezza del potere politico contemporaneo</strong>, che non solo subisce passivamente la delegittimazione dei bisognosi, ma non è nemmeno in grado di dare risposte alle sempre più frequenti situazioni di sottoccupazione o semi-occupazione, non solo dei giovani, ma anche delle persone di mezz’età.<br />
Nella cultura del nuovo capitalismo <strong>non conta infatti l’esperienza pregressa</strong>, ma <strong>piuttosto</strong> <strong>la capacità di muoversi da un compito all’altro</strong>, anche a costo che poi tali compiti siano fatti superficialmente e dunque male. S. svolge quindi una serie di complesse considerazioni sulla meritocrazia che si è ormai concentrata sulla ricerca di <strong>una particolare forma di talento, quella relativa alle capacità potenziali</strong>. Tali capacità potenziali non devono essere però intese in senso pedagogico e formativo, come possibilità di sviluppo pieno delle persone nella loro attività (secondo la concezione del filosofo ed educatore Abraham Maslow), ma come <strong>capacità di adattamento superficiale alle situazioni più diverse</strong>, compiuto al prezzo di eliminare molte dimensioni dell’interazione umana, a cominciare da quella emotiva.<br />
Secondo S. queste profonde trasformazioni del mondo economico hanno avuto significative <strong>ripercussioni anche sulla politica</strong>. Le forme e le dinamiche più innovative di conduzione delle comunità vengono infatti accostate dall’autore a quelle proprie della grande distribuzione commerciale (in particolare la catena Wal-Mart), caratterizzate da una struttura di potere centralizzata, dalla prevalenza del marketing della bella confezione, dalla gentile impersonalità dei commessi. Dopo aver analizzato alcuni aspetti del rapporto tra consumatore e prodotto, quali ad esempio la funzione del marchio, la tecnica della piattaforma (cioè di prodotti che sono sostanzialmente uguali, ma differiscono solo in superficie), l’acquisto della potenza (cioè di oggetti le cui possibilità superano le capacità di gestione dell’utente), S. vi compara <strong>la condizione attuale del cittadino</strong> che è <strong>sempre più assimilabile ad un soggetto sottoposto a ‘pressioni all’acquisto’</strong>. Tale soggetto è costretto (1) a ‘consumare’ piattaforme politiche sempre più uguali tra loro, che (2) sono rese differenti solo da una ‘doratura’ di differenze superficiali. Inoltre, egli è (3) preda di una crescente insoddisfazione per il prodotto politico acquistato, che tuttavia non si traduce in una maggiore partecipazione perché (4) non ha più una conoscenza diretta (artigianale) dei problemi della sfera pubblica. E  quindi (5) matura un senso di sfiducia di fronte ad un’offerta politica sempre più incompresibilmente variabile (non c’è un’impostazione di lunga durata), come quella che hanno ad esempio proposto i laburisti ‘blairiani’ in Inghilterra sulla base del modello manageriale.<br />
In conclusione, S. dà brevemente conto di <strong>alcune risposte</strong> già elaborate o in corso di elaborazione da parte delle società investite da questi processi e propone <strong>alcuni valori che possono riorientare le forme di vita individuali e collettive</strong>. Tra le risposte S. menziona (a) la costituzione di <strong>nuove modalità di associazionismo</strong> tra i lavoratori che sostituiscono l’inquadramento venuto meno nel posto di lavoro e offrono maggiori servizi rispetto ai sindacati; (b) la realizzazione di un mercato del lavoro caratterizzato dal <strong><em>job sharing</em>,</strong> cioè dalla ripartizione dei posti di lavoro in segmenti che possono essere attribuiti flessibilmente ma con continuità a diverse persone; (c) il possibile <strong>conferimento di un reddito-base a tutti i cittadini</strong> (nessuno escluso), i quali possono poi decidere liberamente come investire questo capitale minimo in formazione e servizi. Le proposte di S. per cercare di contrastare la frammentazione, il disorientamento e la precarietà diffusi nel nuovo sistema socio-economico sono invece: (i) <strong>la valorizzazione (anche monetizzata) dell’utilità sociale delle persone</strong>, cioè il riconoscimento di uno status per quello che fanno, anche nella loro quotidianità, soprattutto per gli altri: da qui l’idea di S. che le risorse della società, soprattutto quelle pubbliche, convergano sui lavori di cura e di educazione (a cominciare da quelli svolti dalle casalinghe); (ii) <strong>la promozione dell’abilità artigianale nel lavoro</strong>, cioè del fare qualcosa bene per se stessa, un modo di agire che fa sentire gli individui realizzati: infatti questa modalità del far bene una cosa, e non di farla rapidamente per poi passare ad altro, <strong>genera impegno</strong>, cioè una motivazione intrinseca alla propria azione che l’attuale mondo neoliberista sta affogando nella cinica ricerca di performance immediate che sono però, come tutti vedono, di livello sempre più basso.</p>
<p>Per riassumere, peraltro succintamente, le molte idee di S., non rimane più spazio per il commento. Mi limito soltanto a dire che la politica si dovrebbe concentrare su questi problemi e sulle possibili soluzioni. Tuttavia la convergenza dei politici con l’élite finanziaria e manageriale impedisce una svolta che appare invece sempre più necessaria.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>I sogni infranti di Obama</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2011 06:05:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;[...] non c&#8217;è dubbio che rispetto ad altri anni, e ad altre temperie politiche, il tema del declino americano riemerge molto più spesso nelle conversazioni e soprattutto è vissuto collettivamente. [...] Essere superati dalla Cina è una prospettiva vissuta ormai con una certa fatalità. Ma per l&#8217;osservatore straniero quel che desta più preoccupazione non è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©uncleobama" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/01/©uncleobama.jpg" alt="Â©uncleobama" />&#8220;[...] non c&#8217;è dubbio che rispetto ad altri anni, e ad altre temperie politiche, il tema del declino americano riemerge molto più spesso nelle conversazioni e soprattutto è vissuto collettivamente. [...] Essere superati dalla Cina è una prospettiva vissuta ormai con una certa fatalità. Ma per l&#8217;osservatore straniero quel che desta più preoccupazione non è tanto il nuovo primato economico (e in prospettiva tecnologico) cinese che si profila. È che il modello politico-economico cinese stia diventando egemonico. E che cioè i tanti capitalismi Usa non siano disposti a riformare il sistema in senso più egualitario [...], ma che almeno alcuni di essi stiano gingillandosi con la possibilità di prosperare in un regime alla cinese, cioè con tutta la libertà dello stalinismo e con tutta l&#8217;uguaglianza dell&#8217;America di oggi, insomma il migliore dei mondi possibili.&#8221;<span id="more-830"></span></p>
<p>Torniamo a dedicare un post alla situazione degli Stati Uniti recensendo un articolo scritto dal giornalista Marco d’Eramo su “Micromega” n. 8 (2010), pp. 25-40, dal titolo <em>Il ‘tradimento’ di Obama</em>.<br />
D. fornisce un quadro sintetico degli <strong>ostacoli incontrati dalla politica del Presidente americano</strong> in questi due anni di mandato, durante i quali la posta in gioco è apparsa talvolta ancora più alta del ‘semplice’ superamento di una grave crisi congiunturale dell’economia statunitense. Infatti, le élite americane si devono probabilmente confrontare con <strong>una profonda esigenza di autoriforma della società capitalistica</strong>, che tuttavia incontra <strong>fortissime resistenze</strong>.<br />
Tali resistenze si sono concretizzate sul piano politico durante le <strong>elezioni di ‘medio termine’</strong>, in cui il partito democratico ha subito <strong>la più grave sconfitta dal 1946</strong>. La perdita della maggioranza alla Camera a vantaggio dei repubblicani prospetta infatti una <strong>situazione di stallo per l’amministrazione di Obama</strong> che dovrà venire peraltro a patti con un avversario politico nelle cui fila prevalgono sempre più le voci di estrema destra rispetto a quelle dei moderati.<br />
Intorno a questa sconfitta si è sviluppato <strong>un acceso dibattito</strong> politico sia tra gli opposti schieramenti, sia al loro interno. In particolare, <strong>nel partito democratico</strong> si confrontano due posizioni: l’una di centro-destra che attribuisce la sconfitta alle posizioni troppo di sinistra di Obama; l’altra di centro-sinistra che la riconduce alla cautela del presidente nel dar seguito al suo programma. Ad ogni modo, il dato elettorale mostra inequivocabilmente che <strong>il fattore decisivo nella sconfitta è stata l’astensione del ‘popolo di Obama’</strong> che nel 2008 era andato alle urne trasportato dall’entusiasmo e dalla speranza di rinnovamento espressi dal candidato democratico.<br />
Questo entusiasmo e questa speranza si sono tuttavia persi in <strong>una serie di cocenti delusioni</strong>. Certo, le <strong>sfide</strong> lasciate al termine del doppio mandato presidenziale di George W. Bush erano <strong>tutt’altro che semplici da affrontare</strong>. Si trattava infatti, come già accennato, di indurre <strong>un’autoriforma del sistema sociale degli Stati Uniti</strong>, la cui <strong>egemonia economica, politica e militare</strong> era stata <strong>fortemente scossa</strong> da un lato dalle <strong>crisi speculative</strong> del capitalismo finanziario – a cominciare da quella della <em>new economy</em> per finire con quella ancora nascosta delle carte di credito, passando naturalmente per quella dei mutui delle case – e dall’altro dalla <strong>crisi politica internazionale</strong> ingenerata dall’attentato dell’11 settembre 2001.<br />
L’elezione di <strong>Obama</strong> si è collocata proprio all’apice delle crisi finanziarie ed è per questo che è stato <strong>investito del compito di trovare una soluzione</strong>. Un’investitura che è giunta anche <strong>dagli stessi responsabili del sistema finanziario statunitense</strong>, nel settore bancario e assicurativo, che hanno appoggiato la candidatura di Obama fornendogli molte più risorse rispetto al suo avversario repubblicano.<br />
Questo appoggio significativo si è tradotto concretamente nell’immissione nella squadra di  consiglieri e nella compagine di governo di alcuni protagonisti della scena finanziaria, i quali avevano determinato non poche significative scelte tra gli anni ’90 e il primo decennio del nuovo secolo. Si concretizzava così la <strong>fiducia nella possibilità di una cooperazione tra amministrazione e grande finanza </strong>nel tentativo di un’autoriforma.<br />
Tuttavia, ciò non è accaduto. Infatti, nei salvataggi bancari avvenuti nei primi mesi dell’amministrazione Obama non si è scelta la strada di un aumento pubblico del capitale sociale delle banche, che avrebbe comportato una maggiore voce in capitolo dello stato, ma quella di <strong>dare ossigeno, attraverso immissione di liquidità a basso costo, proprio a quei meccanismi creditizi che avevano indotto la crisi</strong>. Insomma, potenzialmente si sono poste le basi per un nuovo scoppio della bolla.<br />
Purtroppo, la scelta di Obama di procedere ad <strong>un’autoriforma del sistema</strong> attraverso la collaborazione si è rivelata <strong>controproducente anche in altri settori</strong>. È il caso ad esempio della politica militare e di intelligence statunitense: qui le scelte del Presidente sono state fortemente osteggiate, tanto che <strong>il carcere disumano di Guantanamo non è stato chiuso</strong> e che la presenza di truppe americane in Afghanistan non è diminuita, anzi è aumentata.<br />
Ma certamente, ancora più emblematico è il caso <strong>della riforma sanitaria</strong>. È noto che Obama ha portato avanti con decisione <strong>uno dei punti più importanti del programma democratico da decenni</strong>: quello di giungere ad un sistema sanitario che assicuri assistenza a tutti i cittadini, sul modello di quello che accade in moltissimi altri paesi soprattutto dell’Occidente avanzato. Quel che è invece meno noto è che tale riforma ha <strong>un risvolto molto vantaggioso per le grandi industrie americane</strong>: infatti, nell’attuale sistema statunitense, esse si devono prendere carico delle spese assicurative dei propri lavoratori e ciò costituisce <strong>un capitolo di spesa estremamente pesante</strong>, decisivo ad esempio nelle crisi industriali dei colossi automobilistici americani. Con la riforma del sistema sanitario si trasferirebbero queste spese dalle aziende allo stato, ridistribuendole in definitiva su tutta la società.<br />
Anche in questo caso, nonostante l’impegno profuso da Obama per il salvataggio di General Motors e di Chrysler, le <strong>risposte sono state negative</strong>. Come i banchieri, anche gli assicuratori e i manager dell’industria, superato il momento di crisi più acuta, non hanno voluto rinunciare a quelle dinamiche, soprattutto speculative, che poco prima li avevano portati sull’orlo del baratro, <strong>senza sostenere scelte volte ad assicurare sul lungo periodo maggiori possibilità di crescita</strong>.<br />
Ma perché queste élite manageriali e proprietarie sono apparentemente così poco lungimiranti? In realtà, quello che emerge proprio dalle ultime pagine dell’articolo di D. è che <strong>una parte molto potente dell’élite americana è favorevole all’attuale tendenza sociale verso una distribuzione estremamente diseguale delle risorse</strong>, tanto che oggi l’1% della popolazione si appropria del 24% del reddito prodotto dagli Stati Uniti. È chiaro che le politiche di Obama vanno comunque nel senso di una redistribuzione più equa dei redditi, che è imprescindibile nell’orizzonte di una democrazia liberale di massa. L’alternativa di destra, che si delinea ancora in maniera piuttosto informe, è invece quella di <strong>una struttura politico-sociale di tipo oligarchico</strong>, nella quale contino sostanzialmente solo gruppi relativamente ristretti di persone verso i cui bisogni di lusso ostentato si concentri la produzione.<br />
Si tratta di <strong>un progetto cui stanno lavorando i cosiddetti ‘<em>think tanks</em>’ dell’estrema destra americana</strong>, cioè quelle fondazioni, quegli istituti, quelle iniziative ‘culturali’ che profondono, ad esempio, milioni di dollari per contrastare le teorie sul riscaldamento del pianeta: concretamente per non dover impegnarsi nel riconvertire le proprie attività inquinanti. <strong>L’estremo egoismo</strong> di queste posizioni, che si accompagnano spesso al razzismo, si manifesta emblematicamente nell’<strong>esplicita opposizione ad ogni forma tassazione</strong>. Questo cardine tradizionale della destra reazionaria è ora propugnato dal movimento politico del ‘Tea Party’, che prende nome della rivolta scoppiata a Boston nel 1773 contro le tasse imposte alle colonie americane dalla madre-patria inglese. Tale movimento, a differenza di molti altri che lo hanno preceduto, gode purtroppo di un notevole appoggio da parte di influenti mezzi di informazione, quali <em>Fox News</em> e soprattutto – guarda un po’ – il <em>Wall Street Journal</em>, l’organo della finanza statunitense che al momento sembra aver politicamente abbandonato Obama.</p>
<p>D. denuncia il rischio che le posizioni estreme della destra comportino un deterioramento del clima politico statunitense. L’attentato di Tucson non va certo ricondotto semplicemente a questo quadro generale, ma le reazioni a tale avvenimento, a partire da quella tanto efficace quanto accorata di Obama, dimostrano comunque che tale deterioramento è in corso. Come visto, questa tendenza alla chiusura oligarchica ed egoistica delle élite, che stiamo toccando in tanti post, è incompatibile con una concezione della democrazia incardinata sui valori di libertà, uguaglianza, solidarietà e partecipazione, che giudico al momento la più avanzata al fine di garantire la fioritura di tutte le persone. Occorre tenere la guardia alta perché non è possibile capire fino a che punto queste élite egoiste si spingeranno. L’accordo di Mirafiori – per fare un esempio italiano –, a prescindere dei suoi contenuti specifici, mostra da un punto di vista squisitamente politico il fascino che su tali élite esercita la reinterpretazione del modello ‘cinese’, in cui la compressione verso il basso di larghi strati della società si accompagna ad una concentrazione di ricchezze verso l’alto.</p>
<p align="right">E. R.</p>
<p align="right">
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		<title>Nel cuore della crisi planetaria</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 05:16:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©untitled" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/11/©untitled.jpg" alt="Â©untitled" />&#8220;La globalizzazione può essere considerata un fenomeno che contribuisce a unificare il pianeta. Effettivamente, essa diffonde, nel mondo intero, l&#8217;economia mercantile, la scienza, la tecnica l&#8217;industria, ma veicola anche le norme, gli standards del mondo occidentale. Questo processo di unificazione sta per generare un processo contrario che si manifesta con l&#8217;emergere di un&#8217;opposizione di fronte a questa unità per salvaguardare la propria identità culturale, nazionale o religiosa. Questa resistenza sarà rafforzata dalla comparsa, alla fine del XX secolo, di un evento apparentemente anodino: la dissoluzione della fede nel progresso.”</p>
<p><span id="more-762"></span>Torniamo ad occuparci di globalizzazione presentando il testo di una conferenza tenuta all’<em>Institut du monde arabe</em> di Parigi da Edgar Morin, sociologo e antropologo francese, pubblicato in J. Baudrillard – E. Morin, <em>La violenza del mondo. La situazione dopo l’11 settembre</em> (Como – Pavia 2004, pp. 45-65).<br />
M. impiega alcune delle categorie elaborate nel corso della sua lunga riflessione sull’uomo per cogliere <strong>la complessità della crisi planetaria</strong>, esito di un intreccio di processi economici, tecnologici, demografici, sociali, religiosi e mitologici, che dagli anni ’90 sono stati ricompresi dietro l’unica etichetta di globalizzazione.</p>
<p>M. preferisce piuttosto utilizzare il termine <strong>planetarizzazione</strong>, con cui indica un processo secolare di costituzione di reti di scambi e comunicazioni di portata mondiale, avviatosi con la scoperta dell’America e condotto soprattutto dall’Occidente. Tale planetarizzazione si caratterizza – sintetizzando le considerazioni dell’autore – per una sostanziale ambivalenza, poiché alla positiva spinta all’integrazione (e talvolta all’emancipazione di popoli) si sono accompagnati, spesso in maniera preponderante, la dominazione e lo sfruttamento.<br />
Questo processo ha subito <strong>una brusca accelerazione</strong>, specie negli ultimi due decenni, che ha portato per M. ad una <strong>netta prevalenza della dimensione economica</strong> su tutte le altre. Tale prevalenza dell’economia è stata sorretta da <strong>una formidabile rivoluzione tecnologica</strong> che ha investito soprattutto i settori della comunicazione e dell’informazione, comportando da un lato l’esplosione dei media e dall’altro la mercificazione delle notizie.<br />
Il <strong>capitalismo neoliberista</strong> – rafforzato da un’egemonia culturale esercitata proprio attraverso i mezzi di comunicazione e di informazione, come abbiamo visto in un recente post – provoca purtroppo una <strong>divaricazione della forbice tra ricchi e poveri</strong>, che non consiste per M. semplicemente in una distribuzione non equa delle risorse, ma si manifesta come una <strong>compressione dei diritti fondamentali</strong> di centinaia di milioni di persone.<br />
Queste conseguenze disumanizzanti per fasce sempre più ampie di popolazione del pianeta, accompagnate inoltre dal degrado del rapporto con l’ambiente e dal permanere di minacce tecnologiche potenzialmente catastrofiche per l’umanità (armi di distruzione di massa), si traducono in <strong>un’incertezza diffusa sull’avvenire</strong> che ha fatto definitivamente <strong>tramontare la fede nel progresso</strong>. Ciò ha comportato peraltro <strong>l’insorgere di un senso di angoscia e di infelicità</strong>, che investe soprattutto le popolazioni occidentali, le quali avvertono inconsciamente <strong>le profonde mancanze provocate dallo sviluppo sbilanciato in senso economico-tecnologico</strong>. Una delle reazioni più comuni a questo disagio è stata (ed è) quella di <strong>rivolgersi al passato</strong> per ritrovare un orientamento nel presente: una risposta che, declinata nella maggior parte dei casi in senso identitario, ha tuttavia prodotto degli esiti tutt’altro che positivi quali <strong>l’integralismo</strong>, il <strong>fondamentalismo</strong> e il <strong>rinnovato</strong> <strong>nazionalismo</strong>.<br />
L’<strong>attentato dell’11 settembre</strong> scaturisce appunto da questo background secondo M., il quale giudica tuttavia come un errore – di tipo categoriale, aggiungo io – l’aver risposto all’attentato delle Twin Towers con la guerra in Afghanistan. Un attacco terroristico del genere dimostrerebbe invece per l’autore <strong>l’esigenza di una polizia mondiale che obbedisca ad una politica di scala ugualmente mondiale</strong>, la quale, stante l’opposizione degli stati nazionali gelosi della propria sfera di potere e di autonomia, è però ben lungi dal costituirsi.<br />
Questa esigenza è invece parte secondo M. di <strong>una più ampia domanda di riconoscimento della società-mondo</strong>; vi sono infatti tutti i <strong>presupposti</strong>, peraltro oggi spesso caratterizzati negativamente, <strong>per la formazione di una società planetaria</strong>: l’economia globalizzata, la comunicazione informatizzata, la diffusione di una cultura uniforme. Anche la stessa criminalità organizzata, operante ormai su scala mondiale, è un fattore a suo modo unificante per la società planetaria. Insomma, esiste l’<em>hardware</em> ma non ancora il <em>software </em>di <strong>una comunità mondiale che difetta di una struttura politica planetaria e pure di una cittadinanza globale</strong>. Quest’ultima si sta al momento lentamente delineando soprattutto grazie all’attività delle organizzazioni non governative.<br />
Per elaborare un software adeguato è necessario quindi una nuova forma di programmazione, <strong>un nuovo linguaggio, che escluda ad esempio la nozione di sviluppo</strong>, riconducibile agli ambiti economici e tecnici occidentali. Si tratta di un vero e proprio mito per M. che porta a <strong>trascurare le componenti qualitative della vita umana</strong>, come la sofferenza, la gioia, l&#8217;infelicità, l&#8217;estetica, le relazioni con l&#8217;ambiente naturale.<br />
Sotto molti di questi aspetti si assiste nelle società occidentali addirittura ad <strong>un’involuzione psicologica e morale</strong>, provocate 1) dall’<strong>eccessiva specializzazione</strong> dei ruoli e dei saperi, che comportano una visione parziale della realtà umana; e 2) dall’<strong>egocentrismo forsennato</strong> che distrugge i legami di solidarietà.<br />
Per M. è dunque evidente la necessità di non procedere oltre su questa strada che ha condotto ad una profonda crisi planetaria. Molti presupposti fanno pensare ad un esito non positivo, forse distruttivo, per questi processi; tuttavia, M. rimane fiducioso perché crede nella possibilità che possa <strong>verificarsi anche ciò che oggi appare improbabile</strong>. <strong>Tutti devono però contribuire</strong> a rendere possibile l’improbabile, anche e soprattutto nella dimensione locale e quotidiana, così strettamente intrecciata a quella globale; questa azione non basterebbe però, se non fosse accompagnata da una presa di coscienza di una cittadinanza e di una politica globali.<br />
Non è facile che tale conversione avvenga all’interno delle religioni positive, che pure potrebbero dare un loro fondamentale contributo. M. propone piuttosto <strong>un nuovo vangelo della ‘perdizione’</strong>, che parta dalla <strong>presa di coscienza della mortale finitudine umana</strong> e della <strong>perifericità del nostro pianeta</strong>, per rispettare tanto l’una quanto l’altra nel <strong>prendersi cura della nostra terra-patria</strong>.</p>
<p>Quindi, ancora una volta, la diagnosi sulla crisi del pianeta porta a riaffermare l’esigenza di un cambiamento etico degli uomini che devono rinnovare profondamente il loro modo di essere con gli altri nel mondo. Logicamente, in un orizzonte democratico, questo cambiamento deve andare nel senso dell’apertura, dell’inclusione e dell’integrazione. Tuttavia, la risposta più facile a questa sfida planetaria sembra spesso essere al momento la chiusura, l’esclusione, il rifiuto, basati per lo più su interpretazioni unilaterali dei patrimoni storici delle fedi religiose e del passato. È invece quanto mai necessario che si  tenga conto, attraverso un’adeguata azione educativa, della costitutiva pluralità della storia e dell’universalità della domanda di senso che si pone alla base dell’esperienza religiosa. Universalità e pluralità che devono caratterizzare il sapere umano del cittadino globale.</p>
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
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