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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; La politica da Gramsci a Grillo</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Salviamo l&#8217;Italia!</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 21:16:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Aggiungerei anche l&#8217;idea delle &#8220;riforme mobili&#8221; [...]. Non si tratterebbe di &#8220;riforme&#8221; come quelle di cui oggi si sente parlare &#8211; la riforma pensionistica (ossia i tagli alle pensioni), la riforma dell&#8217;equilibrio dei poteri (ossia distruggerlo), la riforma della Costituzione (no comment). Sarebbero invece riforme che coinvolgono i cittadini stessi in una dinamica di decision [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©pantheon" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/01/©pantheon.jpg" alt="Â©pantheon" />&#8220;Aggiungerei anche l&#8217;idea delle &#8220;riforme mobili&#8221; [...]. Non si tratterebbe di &#8220;riforme&#8221; come quelle di cui oggi si sente parlare &#8211; la riforma pensionistica (ossia i tagli alle pensioni), la riforma dell&#8217;equilibrio dei poteri (ossia distruggerlo), la riforma della Costituzione (no comment). Sarebbero invece riforme che coinvolgono i cittadini stessi in una dinamica di <em>decision making</em> che parte dal basso verso l&#8217;alto […]. Idealmente, le &#8220;riforme mobili&#8221; sono quelle che, strada facendo, portano la gente a interessarsi alla politica, ad autorganizzarsi, a prendere parte continuativa nel processo riformatore. In questo schema gli individui non sono solo i destinatari passivi delle politiche che discendono dall&#8217;alto, ma diventano rapidamente cittadini attivi, critici e dissenzienti. Un&#8217;idea simile porterebbe al capovolgimento della politica come la conosciamo ora, perché imporrebbe ai politici di diffondere il potere, invece di concentrarlo. Il concetto delle &#8220;riforme mobili&#8221; può essere applicato a molte sfere diverse &#8211; all&#8217;ambiente con la raccoltà differenziata, il risparmio energetico e altre misure che partono dalle famiglie stesse, alle politiche partecipative con la creazione di veri forum dei cittadini (non quelli fasulli della &#8220;consultazione&#8221;).&#8221;.<span id="more-1148"></span></p>
<p>Apriamo la serie di post di quest’anno presentando un altro libretto dello storico di origine inglese Paul Ginsborg, intitolato <em>Salviamo l’Italia </em> (Torino 2010).<br />
G., da poco divenuto cittadino italiano, constatando intorno a sé un diffuso sentimento di tristezza e di rassegnazione circa il destino del nostro paese, svolge una riflessione sull’attuale periodo di difficoltà, proponendo un serrato <strong>confronto con l’esperienza storica del Risorgimento</strong>.</p>
<p>Secondo G. ci<strong> </strong>sono indubbiamente dei punti in comune con quel travagliato periodo storico, durante il quale le società degli stati di antico regime e della Restaurazione vissero <strong>una profonda crisi</strong>. Tuttavia sono certamente maggiori le differenze. Oggi c’è ad esempio più libertà rispetto al XIX secolo; questo non vuol però dire che gli individui siano ora pienamente liberi, in quanto essi rimangono prigionieri dei modelli consumistici di vita. Per contro, prevale attualmente una concezione dello stato piuttosto negativa – frutto di una prolungata delusione per i fallimenti delle istituzioni politiche –, mentre allora lo stato rappresentava la maggiore conquista della modernità. A quel tempo era del resto in ascesa un’idea di progresso, mentre oggi si diffonde sempre più un’idea di declino.<br />
Un <strong>declino</strong> che in Italia non è solo economico, ma investe ampi settori della vita civile, politica e sociale. G. denuncia ad esempio la distribuzione estremamente diseguale della ricchezza; l’emanazione di una legislazione che deregolamenta la vita associata fino ai limiti dell’illegalità; la connessa espansione delle attività della criminalità organizzata soprattutto verso nord; il ruolo marginale delle donne, soggette ad un potere maschile che non riconosce i diritti e il rispetto dovuti.<br />
Una situazione così grave induce G. a <strong>chiedersi se valga veramente la pena di salvare l’Italia</strong> come forma politica fondata sullo stato-nazione che si costituì proprio con il Risorgimento.<br />
Per affrontare questa radicale domanda G. individua innanzi tutto <strong>una costellazione di quattro elementi positivi</strong> della storia italiana, che possono essere valorizzati per dare una risposta affermativa. Questi fattori, che vengono definiti nel loro complesso come <strong>nazione mite</strong>, sono: 1) <strong>la lunga tradizione di autogoverno urbano</strong>, indicata già nel Risorgimento da Carlo Cattaneo come la spina dorsale di una nazione che avrebbe dovuto organizzarsi politicamente come gli Stati Uniti; 2) <strong>la vocazione europea</strong>, che costituisce un potenziale finora ampiamente irrealizzato; 3) <strong>la ricerca dell’uguaglianza</strong>; 4) <strong>la mitezza come virtù sociale</strong>, che tuttavia, si badi, non ha nulla a che fare con il mito degli ‘italiani brava gente’.<br />
A questi quattro caratteri positivi che, seppure non dominanti, potrebbero essere coltivati dagli italiani, G. contrappone <strong>quattro grandi pericoli per il nostro paese</strong>: 1) <strong>una chiesa troppo forte in uno stato troppo debole</strong>; 2) <strong>la grande e pervasiva diffusione del clientelismo</strong>, che comporta forme di socializzazione caratterizzate dalla sottomissione e dall’ossequio alle gerarchie sociali, le quali favoriscono peraltro l’illegalità; 3) <strong>l’invenzione periodica di regimi dittatoriali</strong>, tra cui, per certi aspetti, va annoverata anche l’egemonia politica berlusconiana a causa della distorsione del processo democratico indotta dal suo potere; 4) <strong>la povertà delle sinistre</strong>, incapaci di essere veramente leali ai valori democratici.<br />
Compiuta questa radiografia delle potenziali virtù del nostro paese e dei possibili pericoli che corre, G. si interroga su chi possa essere il protagonista del salvataggio dell’Italia. Se gli attori del Risorgimento non furono solo i membri di un’élite intellettuale, ma anche molti giovani uomini di diversa estrazione e pure più donne di quel che normalmente si pensa, tutti mossi da una profonda adesione agli ideali della nazione romantica, oggi <strong>i possibili protagonisti di un rinnovamento profondo dell’Italia devono essere trovati nei ceti medi</strong>.</p>
<p>In realtà, come evidenzia lo stesso plurale, questo strato intermedio della società occidentale e italiano è oggi un soggetto molto complesso. G. individua <strong>una fascia specifica</strong> all’interno di questo grande gruppo, composta da professionisti, soprattutto impegnati nel campo delle professioni socialmente utili. Tra di essi si annoverano insegnanti, assistenti sociali, impiegati, studenti e anche precari. Ciò che caratterizza questa fascia è il fatto di essere <strong>una parte consistente del cosiddetto ‘ceto riflessivo’,</strong> cioè di quella parte della società che ha un’alta formazione e quindi gli strumenti per sottoporre a critica le eventuali distorsioni del processo di modernizzazione e democratizzazione della società.<br />
Secondo G. questo gruppo ha costituito <strong>la parte più consistente e agguerrita dell’opposizione a Berlusconi.</strong> Tuttavia, il suo carattere composito rende la partecipazione alle manifestazioni e alle altre iniziative civili piuttosto intermittente, instabile. I movimenti, nonostante i loro successi, <strong>necessitano di un adeguato referente politico</strong> che interpreti e traduca in un programma di governo le esigenze di democratizzazione e giustizia sociale. È alto allora <strong>il rischio</strong> che la perdurante assenza di una leadership politica adeguata porti ad <strong>un ripiegamento di questi ceti su se stessi</strong>, specie di fronte alle offensive violente, populiste e razziste che danno delle risposte semplici, ma false, ai problemi complessi del nostro tempo.<br />
In realtà, questa componente più consapevole della società italiana dovrebbe fungere da <strong>traino per una più vasta alleanza di gruppi sociali</strong> che si opponga ai guasti provocati dal modello neoliberista, specie nella declinazione berlusconiana, e alle conseguenze nefaste del “sado-monetarismo” che, dietro le parvenze dei funzionamenti oggettivi del mercato, sta affossando la democrazia.<br />
Per G. tale alleanza sociale non deve ricorrere alla violenza per far sentire la sua voce, per quanto quest’ultima possa avere un maggiore impatto mediatico. Questi gruppi di cittadini si devono piuttosto affidare a due virtù,<strong> la costanza e la creatività</strong>.</p>
<p>Costanza e creatività che, pur con tutti i limiti, animano la nostra iniziativa. Ancora una volta, quindi, mi sento in sintonia con la concezione della società proposta da G., anche se in questo libretto essa appare un po’ meno lucida rispetto ai saggi recensiti precedentemente. Tuttavia, quello che mi preme sottolineare in sede di commento è che esistono ancora delle risorse, per quanto confinate in alcune riserve della società e di ogni singolo individuo, che si possono valorizzare per cambiare il segno della vita democratica della nostra società. La resilienza dell’Italia è ancora possibile.</p>
<p align="right">
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
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		<title>Il Risorgimento: dal mito nazionale alla complessità della storia</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 22:32:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Caserta, 9 novembre [1860]. Sera [...]
Ora odo dire che il Generale [Garibaldi] parte, che se ne va a Caprera, a vivere come in un altro pianeta; e mi par che cominci a tirar un vento di discordie tremende. Guardo gli amici. Questo vento ci piglierà tutti, ci mulinerà un pezzo come foglie, andremo a cadere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©characters3" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/11/©characters3.jpg" alt="Â©characters3" />&#8220;Caserta, 9 novembre [1860]. Sera [...]<br />
Ora odo dire che il Generale [Garibaldi] parte, che se ne va a Caprera, a vivere come in un altro pianeta; e mi par che cominci a tirar un vento di discordie tremende. Guardo gli amici. Questo vento ci piglierà tutti, ci mulinerà un pezzo come foglie, andremo a cadere ciascuno sulla porta di casa nostra. Fossimo come foglie davvero, ma di quelle della Sibilla; portasse ciascuna una parola: potessimo ancora raccoglierci a formar qualcosa che avesso senso, un dì; povera carta! &#8230; rimani pur bianca&#8230; Finiremo poi &#8230;&#8221; (Giuseppe Cesare Abba, <em>Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille</em>, Palermo 2010, pp. 109-110)<span id="more-1114"></span></p>
<p>Chiudiamo il breve ciclo di letture sul Risorgimento, che abbiamo proposto per i 150 anni dall’Unità d’Italia, presentando un libro di una studiosa irlandese, Lucy Ryall, dal titolo <em>Risorgimento. Storia e interpretazione</em> (Roma 1997). Anche questo saggio, come i precedenti libri di Banti e di Cafagna riguardanti lo stesso tema, è stato volutamente scelto tra i lavori già vecchi di qualche anno per sfuggire a qualsiasi rischio di assecondare una tendenza celebrativa (o polemica) eventualmente presente negli studi la cui pubblicazione è legata all’anniversario.<br />
E il libro della R. fornisce certamente un antidoto quanto mai forte contro ogni intenzione del genere, in quanto <strong>smonta pressoché completamente il mito storiografico del Risorgimento</strong> <strong>e le interpretazioni che a favore o contro di esso</strong> si sono succedute a partire dai primi decenni dello stato unitario e per gran parte del Novecento.</p>
<p>La R. fornisce inizialmente <strong>una sintesi della storia del ‘Risorgimento’</strong>, che si avvia con la crisi dell’<em>ancien régime</em> conclamatasi con l’occupazione francese alla fine del XVIII secolo. L’arrivo delle truppe di Napoleone diede una spinta traumatica ai processi di modernizzazione degli stati della penisola che si erano rivelati molto lenti, se non fallimentari.<br />
Il <strong>periodo della Restaurazione</strong>, successiva alla caduta dell’impero napoleonico e al Congresso di Vienna (1815), <strong>non va appiattito sui luoghi comuni</strong> dell’arretratezza e della reazione. Certo, vi furono governi degli stati preunitari orientati in senso fortemente conservatore, specie quelli dei pontefici, ma <strong>coesisterono o si succedettero nel tempo politiche molto diverse</strong>, non di rado volte ad introdurre, nel solco delle innovazioni francesi, un’amministrazione moderna. Si ebbero tuttavia <strong>molte resistenze</strong> sia nei settori più reazionari sia in quelli più progressisti e riformatori. Le frange più radicali di questi ultimi si raccolsero spesso in <strong>associazioni politiche, più o meno segrete</strong>, che organizzarono moti rivoluzionari (1820-1821, 1831, 1848-1849): il più importante esponente di questi gruppi fu senza dubbio <strong>Mazzini</strong>, ma accanto a lui, come capo militare, si affermò la figura di <strong>Garibaldi</strong>.<br />
Tutti <strong>gli stati preunitari si mostrarono però estremamente deboli</strong> sia sul piano interno, dove faticavano ad imporre una politica modernizzatrice per l’opposizione trasversale delle comunità locali, sia sul piano internazionale, dove forte era la dipendenza dall’egemonia austriaca.<br />
<strong>Lo stato più indipendente e certamente più equilibrato fu il Piemonte sabaudo</strong>, che sottratto alla diretta influenza dell’impero asburgico, costruì un regime parzialmente costituzionale e parlamentare che si rinsaldò negli anni ’50 del sec. XIX. Le <strong>ambizioni di espansione del regno sul Nord dell’Italia, supportate dall’Inghilterra e dalla Francia</strong>, condussero la monarchia dei Savoia a contrapporsi all’Austria. La politica del primo ministro <strong>Cavour</strong> e la costituzione della <strong>Società Nazionale</strong> &#8211; un’organizzazione patriottica – riuscirono a <strong>raccogliere il consenso delle élite democratiche e liberali, ma anche di quelle più moderate</strong>, che aderirono alla causa dell’unificazione nazionale intravedendovi la possibilità di procedere sulla strada della modernizzazione.<br />
L’esito fu l’unificazione quasi completa della penisola in seguito 1) alla vittoriosa <strong>‘seconda guerra di indipendenza’</strong> (1859), condotta con l’imprescindibile sostegno della Francia; 2) alla <strong>spedizione dei Mille </strong>guidati da Garibaldi, che portò ad unire al regno sabaudo anche la Sicilia e il Meridione (1860); e 3) <strong>ai plebiscit</strong>i attraverso cui le regioni centrali aderirono alla monarchia piemontese (1860).<br />
<strong>L’unità d’Italia non portò però alla risoluzione dei problemi</strong> che avevano gli stati preunitari, anzi, per molti aspetti essi ne furono <strong>aggravati per l’estrema diversità delle regioni che erano state rapidamente aggregate in un’unica entità politica</strong>. Le difficoltà indotte dalla fragilità finanziaria, dalla lenta industrializzazione, dalla centralizzazione statale, dalle proteste sociali (si pensi al banditismo), <strong>posero al centro della riflessione storiografica la questione</strong> del Risorgimento e delle sue conseguenze (in particolare l’avvento del regime fascista).<br />
<strong>Due interpretazioni principali </strong>si confrontarono nei primi decenni del secolo XX: <strong>quella del filosofo Benedetto Croce</strong>, che difese le conquiste liberali dell’Italia risorgimentale e postrisorgimentale, spiegando l’affermazione del fascismo come un effetto della prima guerra mondiale; <strong>quella dell’intellettuale comunista Antonio Gramsci</strong>, che interpretò il Risorgimento come una ‘rivoluzione passiva’, in cui la borghesia non seppe assumere quella funzione di guida, quella ‘egemonia’, la cui mancanza costrinse a ricorrere alla forza contro una classe contadina non coinvolta nella trasformazione politica nazionale.<br />
Nell’alveo di queste interpretazioni, per lunga parte del ‘900 <strong>si sono quindi susseguite ricostruzioni di impronta marxista o liberale</strong>, che hanno cercato di spiegare le insufficienze o i meriti politici dell’Italia unita (fino all’esito nella dittatura fascista) e i suoi ritardi e le sue debolezze nell’industrializzazione.<br />
La R. mostra efficacemente <strong>i grandi limiti di queste ricerche storiografiche: fortemente condizionate da ideologie politiche</strong>, <strong>caratterizzate in senso teleologico</strong> (cioè orientate ad interpretare il passato risorgimentale a partire dalle situazioni successive), <strong>basate su spiegazioni tendenzialmente monocausali</strong>, <strong>marcate dalla preminente rilevanza del fattore economico</strong>(-sociale) al quale l’evoluzione politica veniva forzatamente ‘armonizzata’. In sintesi, <strong>il dibattito si muoveva intorno alla ‘deviazione’ dell’Italia da un modello borghese di società che si sarebbe affermato in altri paesi europei</strong>.<br />
A partire dagli anni ’70-‘80, nel quadro di una più profonda trasformazione degli studi storici, sono state condotte ricerche sempre più numerose che hanno di fatto <strong>completamente disgregato il quadro di questo dibattito</strong>. Sono stati individuati <strong>nuovi campi di indagine</strong> della società del sec. XIX, quali ad esempio la famiglia; sono state riformulate le domande sulla sfera politica ed economica, ponendole su base locale e regionale e centrandole sulla dimensione comunitaria; sono state riviste le immagini tradizionali di arretratezza che tanto i liberali quanto i marxisti proiettavano sugli stati e sulle economie preunitari; sono stati indagati i governi ricostituiti dopo la Restaurazione; sono stati fatti confronti con le altre realtà europee, riscontrando fenomeni e problemi analoghi. Insomma, quello che questi nuovi studi hanno compiuto è stato <strong>l’accantonamento della nozione stessa di Risorgimento, con tutto il carico di giudizi di valore sull’unità d’Italia</strong>, il cui posto è stato preso da uno studio della società dell’epoca in una prospettiva più aperta.<br />
Ciò non vuol dire che questa ampia corrente di ricerca non abbia dei <strong>limiti</strong> (che peraltro nell’ultimo quindicennio sono stati in parte superati): ad esempio l’attenzione prevalente alle componenti strutturali della società; lo scarso interesse per i fattori culturali e ideologici che hanno condotto all’unità italiana; l’inadeguata valutazione del peso della chiesa. Tuttavia, essa ha l’indubbio merito di aver riformulato <strong>un più articolato questionario di ricerca intorno ai processi politici e sociali della ‘costruzione dello stato’ </strong>(<em>state building</em>), che non furono in Italia molto diversi dal resto dell’Europa.</p>
<p>In sede di commento vorrei aggiungere che la costruzione dello stato è a sua volta parte di un più generale fascio di processi secolari che può essere definito ‘modernizzazione’. I fenomeni che vi possono essere ascritti devono essere indagati in tutta la loro complessità, fatta non solo di avanzamenti, ma pure di arretramenti, di deviazioni, di percorsi che hanno condotto anche a binari morti, i quali sono un esito sempre possibile. Tuttavia, questa complessità, che ci fa giustamente abbandonare le prospettive monocausali e ideologiche del dibattito marxista e liberale sul Risorgimento, non ci deve far dimenticare che le nostre domande sulla storia (ma in generale sul mondo) operano tagli e selezioni sui fenomeni che sono necessari per cercare di comprendere la realtà. Queste operazioni di scelta nel caos degli eventi sono da ultimo riconducibili ai valori dell’individuo e, specificamente, dello studioso e a quelli della comunità politica e, eventualmente, scientifica di appartenenza. L’orizzonte di valori in cui deve essere iscritta l’indagine di quel gruppo di eventi mitizzati che va sotto l’etichetta di Risorgimento è quello della democrazia moderna, plurale e aperta.<br />
Questo astratto e condensato ragionamento di epistemologia della storia (e non solo della storia) l’ho fatto semplicemente per richiamare l’attenzione su un possibile effetto collaterale di questo benemerito e indispensabile lavoro di revisione storiografica: non vorrei che fosse possibile un uso politico di questa prospettiva più ricca, più critica e più complessa della storia, che faccia passare l’idea che si potesse stare meglio prima, nell’<em>Ancien Régime</em> o sotto i governi della Restaurazione. In un orizzonte democratico questo giudizio di valore non è assolutamente condivisibile. Ma potrebbe essere molto utile per i nuovi progetti politici non democratici che, dopo un periodo di latenza, di questi tempi ritornano in forze.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Quando il ‘miracolo italiano’ è frutto delle doti e delle competenze: Cavour regista dell’unità d’Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 05:11:11 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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&#8220;Oggi, almeno in Italia, il politico che indugia sulla economia [come fece Cavour] viene considerato un &#8220;tecnico&#8221;, quasi un intruso di cui si ha bisogno magari in momenti di emergenza, con l&#8217;implicita e infastidita clausola che, fatto il suo dovere, quello debba mettersi da parte. Ciò dipende in gran parte dal fatto che il politico, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©jollycavour" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/09/©jollycavour.jpg" alt="Â©jollycavour" /></p>
<p>&#8220;Oggi, almeno in Italia, il politico che indugia sulla economia [come fece Cavour] viene considerato un &#8220;tecnico&#8221;, quasi un intruso di cui si ha bisogno magari in momenti di emergenza, con l&#8217;implicita e infastidita clausola che, fatto il suo dovere, quello debba mettersi da parte. Ciò dipende in gran parte dal fatto che il politico, che si considera un &#8220;professionista&#8221; è, troppo spesso, invece, solo un mestierante che conosce bene aspetti quotidiani del mestiere, appunto, ma non ha un vero […] senso della &#8220;professione&#8221; e di quello che questa comporti come preparazione per i problemi che deve affrontare, una preparazione che è, in definitiva, un dovere verso i cittadini, una questione di etica professionale&#8230;&#8221;<span id="more-1023"></span></p>
<p>Con questo post inseriamo un secondo contributo al miniciclo dedicato al Risorgimento. Presentiamo quindi il saggio <em>Cavour</em> (Bologna 1999), scritto dallo storico Luciano Cafagna.<br />
In questo libro C. non sviluppa una biografia convenzionale del grande statista piemontese, ma piuttosto fornisce un quadro interpretativo della figura di Cavour connesso con più generali riflessioni sulle questioni politiche che riguardano l’Italia dal Risorgimento in avanti.</p>
<p>Cavour, nato nel 1810 in una famiglia della nobiltà del regno sabaudo, <strong>si avviò</strong> non senza iniziali difficoltà <strong>alla carriera politica nel biennio 1847-1849</strong>, cioè <strong>in una congiuntura storica fondamentale per la storia d’Italia ed Europa</strong>. E profondamente <strong>europei erano la preparazione, la cultura e l’orizzonte del giovane Cavour</strong>, che aveva trascorso lunghi periodi all’estero rimanendo <strong>affascinato dagli avanzamenti degli altri paesi verso la modernità economica, politica e sociale</strong>.<br />
Fu proprio <strong>l’ideale di costruire anche nella penisola italiana uno stato liberale moderno </strong>che orientò l’azione politica di Cavour. Questo divenne a poco poco il soggetto di un complicatissimo film di cui lo statista piemontese fu l’abile regista. E secondo C. fu solo grazie a questa regia, consapevole dell’occasione storica che il contesto europeo offriva in quel momento, che si poté compiere il miracolo dell’unità.<br />
C. si mostra infatti piuttosto scettico circa l’esito che avrebbe potuto avere l’alternativa politica incarnata dall’altro grande eroe del Risorgimento, Giuseppe Garibaldi, la cui leadership avrebbe a suo avviso condotto ad una forma politica di tipo dittatoriale, destinata ad una vita breve in quel contesto storico europeo.<br />
Cavour condivideva invece i valori più avanzati di quel contesto e soprattutto disponeva personalmente di <strong>una grande capacità di mediazione politica</strong>, cioè di quella risorsa imprescindibile per muoversi su un complesso scacchiere di forze che in parte spingevano per la conservazione e in parte per il cambiamento. L’utilizzo di questa risorsa fu fondamentale per procurarsi la forza militare di cui il Piemonte sabaudo non era dotato a sufficienza; e in ciò Cavour riuscì garantendosi l’alleanza della Francia governata allora dall’imperatore Napoleone III.<br />
C. traccia quindi <strong>un profilo di doti e di virtù del Cavour moderno politico</strong>; virtù che gli consentirono di assumere la regia di quelle forze pluralistiche che in maniera disordinata e secondo copioni diversi si muovevano verso l’indipendenza e l’unità d’Italia: istinto, prontezza, carattere, intelligenza situazionale, solida cultura di tipo pratico (soprattutto economica). E questa concretezza si univa al <strong>perseguimento di scopi elevati</strong> e al <strong>rispetto di un’etica del politico</strong>, il quale – ed è una novità da lui introdotta in Italia – doveva rispondere del suo operato tanto di fronte al parlamento, quanto di fronte all’opinione pubblica.<br />
Questa serie di doti e virtù fu sviluppata, come detto, grazie ad <strong>una formazione pochissimo italiana</strong>. Cavour era <strong>immerso nei valori di progresso e di libertà</strong> propri della cultura liberale laica e <strong>scoprì l’Italia</strong>, inizialmente lontana dal suo orizzonte personale, <strong>come carenza d’Europa</strong> e quindi mancanza di modernità. La sua cultura si alimentava di una rete di relazioni internazionali, di un’informazione assidua sulle innovazioni, di grandi letture di testi liberali. E ciò si tradusse in un ottimismo riformista, non condizionato da ideali utopici, ma cosciente della gradualità delle conquiste della libertà che, una volta acquisite, sono sempre da difendere. Da questa consapevolezza derivò l’atteggiamento politico del ‘juste milieu’, del giusto mezzo, caratterizzato da realismo e da prudenza, al fine di non compiere passi affrettati che potessero accentuare quella diffusa e pericolosa ansia per il cambiamento che percorreva quella società soggetta a profonde trasformazioni.<br />
Emblematico della sua formazione e della sua mentalità è il fatto che la questione nazionale italiana abbia trovato la prima espressione, nel pensiero di Cavour, in un saggio dedicato al problema della ferrovia che era al tempo il simbolo per eccellenza della modernità.<br />
Con questo background l’aristocratico, il liberale, l’imprenditore, il giornalista, il laico Cavour si diede alla politica e in breve tempo <strong>divenne il capo della maggioranza moderata</strong>, promuovendo fin dall’inizio un’evoluzione in senso parlamentaristico della costituzione del Regno sabaudo – il famoso Statuto albertino (1848) –, che pure non era prevista sulla carta. E questa fulminea ascesa politica gli consentì di diventare rapidamente ministro dell’Agricoltura, del Commercio e della Marina (1850), cioè di fatto ministro dell’economia del regno.<br />
Sin dall’inizio si mostrò anche la sua <strong>inclinazione al riformismo moderato</strong>, che gli costò anche alcuni mesi di esclusione dall’esecutivo per aver deciso di nominare presidente della camera il capogruppo dello schieramento opposto, quello di centro-sinistra, Urbano Rattazzi. Ma la sua crescente leadership politica non consentiva di tenerlo fuori dal governo di cui prese la guida nel 1852 per tenerla fino al 1861 con un’interruzione di soli sei mesi dovuta al disaccordo rispetto all’armistizio di Villafranca.<br />
Come capo del governo Cavour <strong>fondò la sua azione sul consenso di una vasta maggioranza parlamentare</strong> che faceva convergere verso il centro i moderati dell’uno e dall’altro schieramento: si tratta della famosa <strong>politica del ‘connubio’</strong>. Si tagliavano così fuori le ali estreme, soprattutto a destra, dove gran peso aveva l’alto clero. E proprio contro i privilegi di questo si mosse la politica del laico Cavour che, grazie alle leggi Siccardi, <strong>cercò di separare nettamente la chiesa dallo stato</strong>. Ma <strong>la sua azione riformatrice e modernizzatrice riguardò anche l’economia</strong>, secondo una linea volta a <strong>promuovere la competitività e lo sviluppo</strong>, senza peraltro mancare di attenzione alla componente della <strong>solidarietà sociale</strong>.<br />
Ma soprattutto, nel gioco della <strong>politica internazionale</strong>, la sua azione fu volta a <strong>fare acquistare credito al regno sabaudo e alla questione italiana</strong>, riuscendo infine ad individuare nella Francia di Napoleone III, come detto, l’interlocutore politico e soprattutto il supporto militare, con il quale affrontare la guerra contro l’impero austriaco. Cavour assecondava così il desiderio di Napoleone III di compiere una revisione dell’ordine scaturito dopo il Congresso di Vienna (1815).<br />
Si apriva così <strong>una “grande partita”</strong> cui Cavour si dedicò con la tenacia del grande e ambizioso giocatore. Per vincerla il primo ministro piemontese doveva peraltro <strong>togliere</strong>, nei limiti del possibile, <strong>l’iniziativa ai democratici e ai rivoluzionari</strong>, che facevano capo alla figura di Mazzini: è per questo che, su sua ispirazione, <strong>si fondò la Società nazionale italiana (1857)</strong>, in cui far convergere la monarchia con i sostenitori dell’unità e dell’indipendenza.<br />
Si trattava di una mossa importante nell’attesa che iniziasse <strong>il primo round</strong>, cioè che si verificasse la situazione favorevole per far <strong>intervenire la Francia contro la potenza austriaca</strong>. E ciò avvenne nel 1859, quando l’alleanza scattò dopo le provocazioni del Piemonte nei confronti di Vienna: tuttavia, dopo le importanti vittorie di Solferino e di San Martino, il precoce armistizio di Villafranca costituì per Cavour una battuta di arresto che lo indusse alle dimissioni, gradite peraltro dal re Vittorio Emanuele II il quale non aveva mai sopportato la personalità del suo primo ministro.<br />
Ma anche dall’esterno Cavour gestì il fondamentale <strong>secondo round</strong>, quello dell’<strong>annessione delle regioni dell’Italia centrale</strong>, la Toscana e l’Emilia, resesi indipendenti e guidate da personaggi favorevoli al ministro. E fu proprio lui, ritornato al governo dopo sei mesi, a imporre definitivamente i plebisciti che sancirono l’unione al regno sabaudo di queste regioni (1860) e rendevano meno pesante la cessione di Nizza e della Savoia a Napoleone III.<br />
Il <strong>terzo round</strong> della partita fu <strong>la gestione dell’impresa dei Mille</strong> di Garibaldi, che richiedeva un atteggiamento complesso di copertura, appoggio e presa di distanza, finalizzato soprattutto ad evitare che la situazione degenerasse.<br />
E infine, subito dopo l’unificazione di gran parte della penisola nel regno d’Italia (marzo 1861), Cavour prospettò il <strong>quarto round</strong>, la <strong>presa di Roma</strong>, che non poté personalmente affrontare perché una morte improvvisa lo colse nel giugno del 1861.</p>
<p>Proprio questa scomparsa improvvisa, avvenuta non appena fatta l’Italia costituisce, secondo C., una componente fondamentale del mito cavouriano, che si alimenta del rimpianto di quello che il nostro paese avrebbe potuto essere se l’azione del primo ministro fosse continuata.<br />
Ma è soprattutto l’altra parte fondante del mito, quella che mi interessa di più in questo breve commento, quella cioè di un politico competente, capace di dar corpo a delle alleanze efficaci e ad ampie convergenze, di agire sempre con un respiro europeo, di mobilitare risorse e con esse di conferire alla politica una dimensione creativa.<br />
Questa immagine di Cavour, anche se trasfigurata dalla ‘leggenda’, contrasta con la sconcertante mediocrità dell’élite politica attuale che – occorre dirlo – si sta impegnando per distruggere la creazione storica dell’Italia unita cui il ministro piemontese aveva contribuito in maniera decisiva con le doti del grande regista.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>La tradizione repubblicana nella storia d’Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2011 02:10:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[revisionismo]]></category>

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		<description><![CDATA[
Art. 1.  L&#8217;Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Art. 2. La  Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell&#8217;uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l&#8217;adempimento dei doveri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©mist&amp;pillar" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/05/©mistpillar.jpg" alt="Â©mist&amp;pillar" /></p>
<p><strong>Art. 1.  L&#8217;Italia è una Repubblica democratica</strong>, <strong>fondata sul lavoro</strong>. <strong>La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione</strong>.<br />
<strong>Art. 2.</strong> La  Repubblica <strong>riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell&#8217;uomo</strong>, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l&#8217;adempimento dei <strong>doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale</strong>.<br />
<strong>Art. 3</strong>. <strong>Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge</strong>, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. <strong>È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale</strong>, che, limitando di fatto la libertà e l&#8217;eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del Paese.<span id="more-939"></span></p>
<p>Con questa lunga anteprima dedicata ai primi articoli della Costituzione della nostra Repubblica apro un anomalo e complesso post su un libro che non mi è del tutto piaciuto, non tanto per i suoi singoli contenuti, quanto per la sua prospettiva che non condivido. Si tratta del saggio dal titolo <em>La  Repubblica</em> (Bologna 2001), scritto da Aldo Giovanni Ricci, storico, già direttore dell’Archivio centrale dello Stato e attualmente Delegato alla memoria del Comune di Roma.<br />
L’intenzione del post era quella di presentare, secondo quello che prospetta il libro in quarta di copertina, una storia della tradizione repubblicana in Italia, dalle sue radici medievali e moderne, fino all’approdo alla nostra attuale Repubblica. Un approdo che – immaginavo –, per quanto problematico, fosse da intendersi come un compimento, almeno parziale, di quella lunga tradizione di autogoverno del popolo. Ma alla fine non è così; ma sintetizziamo in breve il discorso, anche se i limiti del post non danno ragione di una trama più complessa di quel che apparentemente sembra.</p>
<p>In sintesi, per R. l’aspirazione a governarsi da sé espressa dal termine repubblica si fonda sulla ricerca di un bene comune – appunto <em>res publica</em> –, che non deve intendersi solo in senso materiale, ma anche più in generale in senso etico-giuridico: essa si concretizza nel consenso dato dal popolo alle leggi, che è essenziale perché nella comunità possa esercitarsi la giustizia. Tuttavia, questa tensione verso valori etici e partecipativi, che conferiscono anche un’identità comunitaria, sarebbe stata compressa dall’intendere la repubblica come una forma costituzionale contrapposta alla monarchia, secondo un’accezione antica del termine valorizzata in particolare dalla rivoluzione francese in avanti.<br />
Poste queste premesse R. ricostruisce quindi l’esperienza ‘repubblicana’ nella penisola italiana a partire dai comuni medievali, passando poi rapidamente all’epoca rinascimentale quando il pensiero politico si confrontò in maniera più ampia e serrata con tutta l’eredità antica. Largo spazio viene qui dato ovviamente alla riflessione di Machiavelli e di Guicciardini: il primo è portatore di una visione più politica della repubblica, come sistema di governo che meglio consente libertà e virtù; il secondo, invece, è fautore di una concezione più giuridico-istituzionale, per cui la forma repubblicana è quella che consente di controllare l’imprevedibile della storia.</p>
<p>R. attraversa poi l’età moderna, facendo riferimento alla repubblica di Venezia, alla tradizione del pensiero politico utopico e ad alcune esperienze rivoluzionarie, e giunge quindi al sec. XVIII, quando la riflessione repubblicana in Italia riprese nuovo vigore, soprattutto nel Meridione. Questa riflessione, che si accompagnò alla diffusione delle idee illuministiche, trovò modo di esprimersi concretamente sul piano politico nella breve parentesi delle formazioni politiche repubblicane sorte in seguito all’espansione francese successiva alla rivoluzione del 1789.<br />
È proprio da questo momento che il filone del pensiero politico repubblicano, ormai entrato nel movimento risorgimentale, si nutrì coscientemente di quella precedente tradizione anche per rivendicare l’unità nazionale. Quindi, nell’ambito di un ampio capitolo dedicato al Risorgimento R. si occupa diffusamente del pensiero di Mazzini, secondo cui la repubblica non è una semplice forma di governo, ma un principio cui informare l’emancipazione del popolo attraverso l’educazione.<br />
Il pensiero mazziniano si tradusse spesso in azioni rivoluzionarie, purtroppo con esiti fallimentari, anche se le morti di eroici militanti (i fratelli Bandiera o Pisacane, per citare i più famosi), aprirono nella cultura politica italiana un cospicuo credito per questa corrente di pensiero. La maggiore intensità d’azione del movimento repubblicano, non solo mazziniano, fu raggiunta nel biennio rivoluzionario del 1848-49,  in particolare durante i pochi mesi della Repubblica Romana, cui l’autore dedica una narrazione non priva di favorevole partecipazione.<br />
Ma, come è noto, fu la componente moderata delle élite italiane, legate da Cavour alla monarchia sabauda, a guidare l’Italia verso l’unità e l’indipendenza. Inizialmente i repubblicani, marginalizzati, continuarono nelle loro iniziative insurrezionali anche dopo il 1861, ma dovettero poi cambiare progressivamente obiettivi, concentrandosi di volta in volta sulla questione della conquista delle regioni italiane sotto dominio straniero (irredentismo), sull’anticlericalismo, sul suffragio universale, sulle forme di associazionismo, sulla scolarizzazione e sulla diffusione della profilassi medica.<br />
Nei primi decenni della monarchia il già composito movimento repubblicano si incanalò quindi in diverse formazioni politiche, anche se l’iniziativa dei gruppi più intransigenti fu sempre caratterizzata dall’astensionismo nei confronti della partecipazione alla vita del nuovo stato nazionale.<br />
Tuttavia, anche per la concorrenza delle forze socialiste che stavano facendo presa su larghi strati della popolazione, si giunse nel 1895 alla costituzione di un partito repubblicano, radicato soprattutto in alcune zone d’Italia, a cominciare dalla Romagna e dalle Marche. Aderirono a questo partito molte figure importanti delle comunità locali (ad es. esempio il farmacista o il maestro), che cercarono di dare concretezza al loro impegno sociale soprattutto promuovendo l’educazione attraverso la scuola e altre manifestazioni culturali (teatro, comizi popolari, cortei).<br />
Ma fu con la prima guerra mondiale che il ventaglio sempre più ampio delle forze repubblicane si allargò fino a dilacerarsi perché alcune erano favorevoli all’intervento bellico e altre contrarie. Questo spettro ampio di posizioni si ritrova anche alla fine della guerra quando pure il neonato fascismo (1919) si propose come forza antisistema repubblicana, nazionalista e irredentista. Tale vocazione repubblicana e antimonarchica del primo fascismo fu però ben presto accantonata per compiere la scalata al potere in accordo con le forze conservatrici, a cominciare dalla monarchia. Questa componente rimase latente fino alla caduta del regime nel luglio del 1943, quando con la spaccatura dell’Italia, la nuova formazione politica nazi-fascista costituitasi al nord prese forma di una repubblica, la  Repubblica sociale italiana o di Salò.<br />
Nello stesso periodo l’opzione repubblicana caratterizzò gran parte dell’arco delle forze antifasciste, prima in esilio e poi durante la Resistenza. Ma la Resistenza – e qui le visioni di R. divergono dalle mie – risulta messa spesso in secondo piano nel racconto dell’autore. La sua attenzione si concentra piuttosto sulla dinamica politica complessa che si instaurò tra i maggiori partiti antifascisti (Democrazia Cristiana, Partito Socialista e Partito Comunista) gli Alleati e la monarchia. Le forze che più direttamente si richiamavano alla precedente tradizione repubblicana, in particolare quella mazziniana, come i repubblicani o gli aderenti al Partito d’Azione furono invece marginalizzate per la radicalità delle loro istanze di un cambio istituzionale.<br />
La disamina di questo periodo che va dal 1944 al 1946 è condotta dall’autore con sicura conoscenza delle fonti, che sono interpretate in tutta la loro complessità. Tuttavia, è il quadro narrativo in cui poi sono calate che non mi appare del tutto condivisibile perché R. mi sembra sottovalutare (e criticare) le componenti ideali e valoriali della lotta politica antifascista e della Resistenza, riducendo praticamente ad un gioco di compromessi politici il percorso politico che condusse al referendum istituzionale del 2 giugno e alla vittoria della Repubblica.<br />
R. descrive con precisione il carattere effettivamente tormentato di quella vittoria e tutta la modulazione degli atteggiamenti dei maggiori partiti antifascisti, comprese le forzature che indubbiamente ci furono a cominciare da quelle relative ai risultati contestati del referendum. Questa ricostruzione, per quanto accurata, mi appare però retoricamente funzionale a svuotare di legittimità politica la nuova Repubblica, che proprio per la struttura assunta dal racconto di R. risulta implicitamente non iscriversi proprio in quella tradizione che è stata fino a quel punta descritta nel saggio. La nuova forma costituzionale non avrebbe peraltro suscitato entusiasmo presso il popolo, non riuscendo ad assolvere quella funzione etico-partecipativa finalizzata alla costruzione di un’identità di patria, morta (nell’ottica che R. riprende dallo storico Galli della Loggia) l’8 settembre del 1943. Questa costruzione narrativa svuota conseguentemente di valore anche la Costituzione repubblicana del 1948 che sarebbe semplicemente una formula compromissoria tra sinistre socialiste e comuniste (totalitarie) e cattolici (confessionali), tutta funzionale a porre le basi del potere partitocratico.</p>
<p>Il racconto storiografico di R., quindi, in maniera sottile, fa della repubblica italiana contemporanea una sorta di vuoto di identità politica, perché sarebbe il frutto di una scelta di un’élite che avrebbe deciso di integrare gli individui nei partiti e non i cittadini nella repubblica. Un vuoto per colmare il quale, dalla fine del secolo scorso, è sorta una rinnovata e plurale riflessione sul repubblicanesimo. Tuttavia, nel caso della ricostruzione di R. (che, vuoi o non vuoi, fa parte di questa riflessione), non si orienta tanto verso i valori democratici (libertà, uguaglianza, solidarietà e partecipazione), quanto verso quelli dell’identità nazionale. Ma a me quel vuoto, se si pensa alle conquiste della battaglia democratica per la cittadinanza degli anni ’60 e ’70 iscritte nella storia della Repubblica, non sembra tale. Nonostante tutta l’incompiutezza e la fragilità del sistema politico-costituzionale italiano c’è molta sostanza ‘repubblicana-democratica’ nella seconda metà del Novecento.<br />
La costruzione narrativa di R. prelude inoltre, a mio avviso, ad una rinnovata ‘appropriazione’ da destra della tradizione repubblicana italiana, in particolare delle componenti risorgimentali e mazziniane. Essa al contempo, come detto, relega la  Resistenza in secondo piano e sottrae valore ideale alla Costituzione, considerata da un lato frutto di compromesso ed opportunismo e dall’altro subito tradita dalla partitocrazia.<br />
In queste impressioni di lettura riguardanti il racconto di R. risiedono da ultimo le mie perplessità sulla visione complessiva fornita da questo libro.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Vincere la pace: l’ispirazione cristiana della democrazia</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Apr 2011 08:18:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[nazi-fascismo]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Quel che importa è comprendere che lo scopo della presente guerra è non soltanto di farla finita col fascismo, il razzismo, il militarismo, ma di intraprendere decisamente la lenta e difficile costruzione d&#8217;un mondo in cui il timore e la miseria non pesino più sugli individui e sui popoli, in cui i nazionalismi ciecamente rivendicatori facciano posto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©flag" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/04/©flag-1.jpg" alt="Â©flag" />&#8220;Quel che importa è comprendere che lo scopo della presente guerra è non soltanto di farla finita col fascismo, il razzismo, il militarismo, ma di intraprendere decisamente la lenta e difficile costruzione d&#8217;un mondo in cui il timore e la miseria non pesino più sugli individui e sui popoli, in cui i nazionalismi ciecamente rivendicatori facciano posto a una solidarietà internazionale organizzata, in cui l&#8217;oppressione e lo sfruttamento dell&#8217;uomo da parte dell&#8217;uomo siano aboliti e in cui ciascuno possa avere quella parte del patrimonio ereditario comune della civiltà che gli consenta di vivere una vita veramente umana.&#8221;<span id="more-912"></span></p>
<p>In questo post ci ricolleghiamo al contempo al mini-ciclo sulla chiesa e sul cristianesimo, iniziato lo scorso anno, e alla recensione da poco pubblicata sul libro di Hessel, <em>Indignatevi</em>. Presentiamo infatti un breve saggio di uno dei maggiori filosofi cattolici del Novecento, Jacques Maritain, dal titolo <em>Cristianesimo e democrazia</em> (Milano 1977).<br />
Questo testo fu scritto nell’estate del 1942 e pubblicato nella primavera del 1943, cioè proprio nei mesi in cui la seconda guerra mondiale prese una piega favorevole per gli alleati. Pur riconoscendovi <strong>l’importanza di una vittoria militare contro i paesi nazi-fascisti</strong>, M. avvertiva tuttavia con inquietudine che <strong>essa non avrebbe risolto molto da sé</strong>: dopo la guerra ci sarebbero rimasti da risolvere i problemi, da guarire le malattie che avevano causato alla guerra. Insomma, si sarebbe dovuta vincere la pace.</p>
<p>E per fare ciò M. riteneva che fosse <strong>necessario investire una grande energia morale ed intellettuale</strong>: si trattava infatti di <strong>affrontare una lotta più profonda, quasi invisibile, tra correnti e forze storiche opposte</strong>, la quale, anche se momentaneamente aveva assunto le forme di un conflitto militare globale, sarebbe comunque continuata come una sorta di guerra civile anche dopo il termine delle operazioni belliche.<br />
Questo non voleva significare peraltro che <strong>la guerra</strong> non svolgesse una funzione fondamentale: essa per M. <strong>liquidava il mondo moderno</strong>, cioè un’epoca di grande avanzamento dell’uomo non solo sul piano tecnologico e scientifico, ma anche su quello della coscienza e in particolare dei sentimenti di libertà e di giustizia. Tuttavia, secondo il punto di vista cattolico di M., tale avanzamento si era accompagnato ad <strong>un errore fatale</strong>, quello di ritenere <strong>che l’uomo potesse salvarsi solo con i propri mezzi</strong> e quindi senza Dio. Ciò aveva comportato una <strong>scissione tra principi morali e comportamenti</strong> che ora andava ricucita; altrimenti <strong>il rischio</strong> era quello che, pur vincendo la guerra, magari si finisse per <strong>ricadere in un antico regime oppressore</strong>.<br />
Tale scissione era certo la causa precipua della tragedia delle <strong>democrazie</strong>, le quali <strong>avevano disconosciuto le loro radici evangeliche</strong>. Ma accanto ad essa si ponevano <strong>ulteriori ragioni di debolezza</strong> <strong>della vita democratica</strong>. Innanzi tutto (1) esistevano dei <strong>nemici acerrimi</strong>, che non avevano mai deposto le armi per combattere la loro guerra contro l’odiato popolo e contro la libertà. Questi nemici, che convergevano con “sordidi avventurieri” – già, sordidi avventurieri! – e “sadici del razzismo”, erano aggrappati ai privilegi e attaccati al denaro, al punto da essere resi folli da una paura cieca del comunismo. Inoltre, un ulteriore fattore di debolezza era certamente costituito dal (2) <strong>mancato compimento sociale ed economico della democrazia</strong>: l’egoismo delle classi abbienti impediva così la collaborazione con i lavoratori e di fatto rendeva la politica impotente di fronte allo sfruttamento e alla disumanizzazione del lavoro. Per M. era quindi necessario <strong>superare la forma democratica borghese, ormai inaridita, per passare ad una nuova vivificata dal “lievito evangelico”</strong>.<br />
Per il pensatore francese <strong>la democrazia</strong> non è del resto solo un sistema politico, ma è più in generale <strong>una filosofia della vita umana e uno stato d’animo</strong>; e come tale potrebbe essere compatibile anche con altri regimi, quali la monarchia. Tuttavia, essa tende verso la sua naturale realizzazione costituita dall’autogoverno del popolo nella forma repubblicana.<br />
Secondo M. questa <strong>ispirazione evangelica</strong> è del resto <strong>la condizione perché la coscienza profana, orientata alla democrazia, non sia deviata verso la barbarie</strong>. Ma – si badi – ciò non vuol dire che la forma di associazione politica debba essere caratterizzata in senso confessionale; tutt’altro: <strong>M. pensa infatti che lo stato debba essere assolutamente laico</strong>. È lo spirito che deve essere cristiano, perché esso fonda la <strong>democrazia compiuta su una costellazione di valori</strong>, quali l&#8217;unità del genere umano, l&#8217;uguaglianza naturale di tutti gli uomini, la dignità inalienabile di ogni anima creata a immagine di Dio, la dignità del lavoro e la dignità dei poveri, l&#8217;inviolabilità delle coscienze, l&#8217;attenta vigilanza della giustizia e della provvidenza di Dio, l&#8217;amore fraterno. Solo una democrazia basata appunto su questi valori può dare forza al sentimento di giustizia contro le iniquità e può consentire la fioritura degli uomini nella libertà.<br />
Da qui discende la <strong>posizione assolutamente centrale del popolo</strong> che – si ponga attenzione – non è sovrano in senso proprio perché in realtà non vi è sovrano né padrone in democrazia. La democrazia si esprime infatti, secondo M., in quei regimi in cui il popolo, avendo raggiunto la sua maggiore età sociale e politica, <strong>esercita il diritto di dirigersi da solo</strong>. Gli uomini che lo governano hanno quindi cariche di natura e durata determinata, sottoposte a regolare controllo da parte dello stesso popolo e dai suoi rappresentanti eletti nelle assemblee. E da qui pure deriva anche <strong>l’imprescindibilità del diritto</strong> che deve porre argine a qualsiasi tentativo di dominio.<br />
Non è certo semplice tradurre questi assunti nella concreta vita della comunità. Inoltre, non di rado, i <strong>“falsari della politica”</strong> sfruttano i buoni principi col fine di illudere il popolo, sviandone l’energia positiva attraverso i pregiudizi (di razza, di famiglia, di classe), i risentimenti collettivi, le passioni di casta.<br />
Se tali falsari promuovono da ultimo una filosofia schiavistica, quella opposta democratica si orienta invece verso lo sviluppo della ragione e la giustizia. E da ciò consegue che <strong>l’attività politica è opera di civiltà e cultura cui tutti devono partecipare su un piano di pari dignità</strong>.<br />
Questo non vuol dire che per M. non esistano <strong>élite della società e della politica</strong>: esse ci sono eccome; anzi sono le principali responsabili, a causa del loro parassitismo ed egoismo, della bancarotta morale che ha condotto alla guerra. Tuttavia, secondo il filosofo francese, non verranno semplicemente spazzate via con Hitler. C’è <strong>bisogno di un ricambio, cioè di nuove élite che vengano direttamente tratte dal popolo e si fondino sulla sua moralità semplice</strong>. Questi uomini che dovranno guidare le popolazioni dopo fine del conflitto dovranno emergere per M. dalle “profondità delle nazioni”. E sarà loro richiesto in maggior misura e permanentemente quello spirito di sacrificio e quell’eroismo umano che al tempo milioni di uomini stavano mostrando nelle condizioni eccezionali della guerra.<br />
<strong>Queste nuove élite non appartengono certo al comunismo</strong>, anche se potrebbero annoverare nelle loro fila uomini che si professano comunisti. Per M. il comunismo è una <strong>degenerazione della filosofia democratica</strong>, che più decisamente di tutte le altre ha abbandonato Dio. Lo slancio umanistico che lo muove ne risulta quindi pervertito. Tuttavia, la condanna del comunismo non è per M. la condanna dei comunisti, che hanno meritato come gli altri nella lotta senza quartiere contro i nemici assoluti del cristianesimo e della democrazia. Per il filosofo francese l’atteggiamento giusto da tenere nei loro confronti non è quindi quello dell’odio cieco, né, al contrario, quello dell’unione in un fronte unico, ma quello di mostrare loro gli errori commessi nella ricerca della soddisfazione delle legittime esigenze di giustizia in ambito economico e sociale.</p>
<p>In sede di commento suggerisco solo che non è difficile cogliere nelle idee di M. molte consonanze con i valori cui si ispira la nostra Costituzione, poiché sia le une che gli altri esprimevano le aspirazioni di coloro che si batterono contro i regimi nazi-fascisti. E le sue considerazioni, pur risalenti a settant’anni fa, ci spingono a riflettere sulle attuali tendenze politiche, particolarmente spiccate proprio in Italia, che vedono una nuova avanzata dei nemici della democrazia.<br />
Chiaramente, nella mia ottica non solo laica, ma assolutamente staccata da una confessione religiosa, non posso condividere la semplice derivazione della democrazia dal Vangelo. L’insegnamento di Gesù è stata solo una delle componenti – certo tra le principali – della formazione storica della democrazia moderna, specie per l’affermazione dei principi di uguaglianza e di giustizia. Ma certo questa componente non è stata – e non è – quella che le gerarchie ecclesiastiche si sono impegnate a promuovere. Anzi, non di rado non hanno disdegnato la connivenza con i “falsari della politica”.</p>
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		<title>Indignatevi! Un appello per una nuova resistenza</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 20:22:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="anti-fascist" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/03/anti-fascist-1.jpg" alt="anti-fascist" />“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti.” (Primo Levi, <em>Un passato che credevamo non dovesse tornare più</em>, in “Corriere della Sera” dell’8 maggio 1974).<span id="more-890"></span>Presentiamo in questo post un librettino che ha recentemente riscosso un grande successo in Francia e che è stato rapidamente tradotto anche in italiano. Si tratta di <em>Indignatevi! </em>(Torino 2011), un breve testo esortativo e polemico, scritto da Stéfane Hessel, novantatreenne diplomatico francese, che fu tra i protagonisti della Resistenza nel suo paese.<br />
H. intreccia alcune considerazioni sulle attuali tendenze politiche globali, che giudica in maniera estremamente negativa, con le proprie <strong>esperienze di vita</strong>, specialmente con quelle che lo hanno visto protagonista della <strong>lotta di liberazione contro i tedeschi</strong> e poi componente della commissione incaricata dall’ONU di <strong>redigere la  Dichiarazione dei diritti umani</strong> (1948).</p>
<p>E proprio il vissuto tragico<strong> della guerra</strong>, in particolare quello della deportazione nei campi di concentramento, subita in quanto partigiano ed ebreo, dà particolare forza alla sua <strong>denuncia</strong> dell’affievolirsi di quei valori per cui H. e tanti altri hanno combattuto anche a costo della propria vita.<br />
<strong>Il motore ideale della Resistenza fu l’indignazione contro i regimi totalitari nazi-fascisti.</strong> Di qui scaturirono una militanza e una lotta volte ad <strong>ottenere una maggiore giustizia sociale e una maggiore libertà</strong>. Nonostante gli ostacoli e le difficoltà, questa <strong>spinta emancipatrice</strong> non solo ha portato alla vittoria nella guerra, ma ha permesso di conseguire <strong>importanti successi</strong> nel corso della seconda metà del XX secolo, come ad esempio la fine della colonizzazione e quella dell’apartheid. Anche il crollo dei regimi comunisti, pure protagonisti di quella lotta di liberazione, è considerata da H. come un esito positivo dei processi avviatisi con la fine della seconda guerra mondiale.<br />
Tuttavia, H. ha rilevato con preoccupazione <strong>l’inversione di questa tendenza</strong>, specie nel primo decennio del XXI secolo, cioè proprio nella fase in cui si sarebbe dovuto darle un nuovo impulso nel senso indicato dall’ONU nel 2000 con gli otto obiettivi di sviluppo per il millennio.<br />
Tale inversione è causata dal <strong>ritorno sotto nuove vesti di antichi nemici</strong> che cercano di <strong>ridimensionare le conquiste conseguite dal dopoguerra ad oggi</strong>. Si tratta del “potere dei soldi”, come lo chiama H., che ora si presenta <strong>in maniera più sfuggente, più impersonale</strong> e quindi più difficile da contrastare in quanto non costituisce un obiettivo chiaro verso il quale i cittadini possono dirigere la loro giusta indignazione.<br />
Questi opachi centri di potere economico-finanziario mirano a <strong>mettere in discussione lo stato sociale</strong> che si era sviluppato dopo la fine del secondo conflitto mondiale. In particolare, H. denuncia con parole semplici <strong>il crescente divario tra ricchi e poveri</strong> che tende ad escludere fasce sempre più ampie di cittadini, ad esempio diminuendo il sostegno alle persone in condizioni di bisogno oppure comprimendo le pensioni.<br />
Ma <strong>l’attacco viene portato anche all’educazione</strong>: di fronte alle nuove riforme ‘classiste’ della scuola presentate dal governo francese – e non solo da quello –, l’autore ricorda di aver combattuto insieme ad altri affinché <strong>tutti i ragazzi potessero accedere alla migliore formazione scolastica possibile</strong>, quella mirante alla valorizzazione della creatività e dello spirito libero.<br />
H. non crede che tutte queste riforme siano rese necessarie dalla mancanza di risorse ingenerata dalle ultime crisi economico-finanziarie. A suo avviso, se si comparano le risorse, ne sono presenti oggi ben più che nell’immediato dopoguerra, quando l’Europa era ridotta ad un cumulo di macerie. La <strong>menzogna</strong> degli effetti della crisi può però essere convincentemente diffusa perché i media sono sempre più controllati da questi potentati: essi cercano ad esempio di asservire nuovamente la stampa, la cui libertà era stata uno degli obiettivi principali della Resistenza.<br />
Quindi H. dedica un breve capitolo ad una <strong>questione</strong> che gli preme molto per il ruolo di diplomatico internazionale svolto in passato, quella della <strong>Palestina</strong>. A suo avviso Israele sta tenendo un atteggiamento oppressivo nei confronti del popolo palestinese: l’esercito israeliano è giunto addirittura fino al punto di commettere crimini di guerra e forse anche contro l’umanità. Certo, occorre condannare risolutamente gli episodi di terrorismo islamico, ma questo fenomeno è più in generale la conseguenza di una situazione esasperata.<br />
Di questo esempio H. si serve per sottolineare che <strong>l’esasperazione e la violenza non servono</strong>; si devono piuttosto <strong>promuovere la non-violenza e la speranza</strong>. Solo la protesta pacifica può conseguire dei risultati contro l’oppressione. L’autore lancia quindi <strong>un appello ad un’insurrezione pacifica</strong> contro i monopoli nei mass-media, contro il consumismo di massa, contro il crescente disprezzo manifestato nei confronti dei più deboli e della cultura, contro un modo di vita basato sulla competizione ad oltranza di tutti contro tutti. Questo appello si rivolge soprattutto ai giovani, i quali devono svegliare le proprie e le altrui coscienze dal torpore dell’indifferenza, indignandosi. Perché l’indignazione, secondo H., è parte costitutiva dell’essere uomini.</p>
<p>Le poche paginette del testo di H. qui riassunte non si distinguono chiaramente per profondità di analisi. Esse hanno piuttosto il valore di una preziosa testimonianza che ci consente di suffragare una chiave interpretativa dei fenomeni di compressione della democrazia che si stanno verificando ora, specie in Italia. Una chiave che provo a riassumere brevemente nel commento e che può raccordare parte delle letture compiute negli ultimi mesi.<br />
È evidente che la massa di menzogne che gran parte delle élite italiane è costretta a propinare negli ultimi tempi ai cittadini ha dei costi politici, sociali ed umani elevatissimi. Certo, occorre in generale tener conto del fatto che il racconto della realtà differisce sempre dalla realtà stessa, in quanto seleziona soltanto alcuni aspetti e li connette tra loro narrativamente, secondo determinate prospettive. Tuttavia, nell’attuale situazione italiana (ma non solo in essa), la linea del racconto e quella degli accadimenti rilevanti divergono radicalmente in un orizzonte definito dai valori della cittadinanza democratica, creando un potenziale di energia sociale negativa molto pericoloso, direi quasi esplosivo.<br />
Ora viene da chiedersi perché così tanti membri dell’élite, alcuni dei quali sanno bene quel che fanno, imbocchino questa strada, assolutamente mortale per la libertà e l’uguaglianza tra gli uomini. Tutto fa pensare che queste azioni si compiano in funzione di un progetto, inteso non tanto come puntuale pianificazione di una presa di potere, quanto come generale disegno di una nuova società.<br />
La società immaginata dalle élite e per la quale esse sono costrette a mentire spesso e volentieri è una società profondamente diseguale e non libera, quel ciclico fascismo cui si riferisce l’anteprima di Levi, che nessun cittadino accetterebbe di buon grado. Questo progetto è infatti in netto contrasto con i valori democratici e con i diritti sociali affermatisi dopo la seconda guerra mondiale: valori e diritti espressi in maniera esemplare nella Costituzione italiana.<br />
Le forze uscite sconfitte dal secondo conflitto mondiale, che non furono solo le élite dei paesi nazi-fascisti (di cui peraltro non pochi membri mantennero la propria posizione), non accettarono mai veramente – per dirlo con le parole di H. – che “l’interesse generale” prevalesse “sull’interesse particolare”, che ci fosse una “equa distribuzione delle risorse delle ricchezze prodotte dal mondo del lavoro”. Tuttavia, pur disconoscendo la legittimità delle istituzioni democratiche, esse esercitarono pressioni sui partiti politici conservatori (in parte entrando nelle loro fila), al fine di impedire la piena applicazione di questa democrazia economica e sociale. Insomma, si adatta bene a questa situazione un motto di uno dei maggiori pensatori del ‘900, Michel Foucault: questi, invertendo la famosa frase del generale von Klausewitz (“la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”), ha sostenuto che la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. Ciò vuol dire che il conflitto, dopo che si era chiusa nel 1945 la fase bellica, è continuato all’interno dei sistemi politico-sociali, dove gli sconfitti si sono rafforzati nel corso dei decenni.<br />
Abbiamo già visto che in Italia tali componenti potrebbero essere descritte come ‘sommerso della repubblica’, cioè come blocco sociale in grado di produrre grosse spinte contro l’ordinamento costituzionale sin dall’immediato dopoguerra. Questo ‘sommerso della repubblica’ è venuto però pienamente alla luce solo con la frattura dell’arco costituzionale dei partiti accaduta con Tangentopoli e ha preso la forma dell’egemonia politica di Silvio Berlusconi.<br />
Ora, secondo tale chiave interpretativa (una delle molte possibili), è assolutamente comprensibile – tanto più in un momento di verità del potere come è quello che paradossalmente si mostra sotto la mole di menzogne di questi giorni – che ci sia stato il richiamo alla riforma dell’articolo 41 della Costituzione. In tale riforma, oltre che in quella della giustizia, si concretizza il progetto della nuova società ‘diseguale’: l’attacco viene portato infatti lì dove la libertà dell’iniziativa economica privata è sì affermata, ma in maniera subordinata rispetto al principio dell’utilità sociale. Una subordinazione che è resa possibile grazie alle leggi che determinano “i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.<br />
Ecco, dunque che, per dirla ancora con H., se il potere del denaro, nemico della Resistenza, si presenta più arrogante che mai per distruggere la libertà e l’uguaglianza democratiche, il conflitto si riaccende. Ed è auspicabile che, come in fondo le considerazioni di H. sottintendono, tale conflitto rimanga non violento; perché queste forze sono purtroppo capaci di scatenare terribili guerre.</p>
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
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		<title>La ´democrazia´ai tempi di Berlusconi</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 16:03:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;La visione che Berlusconi ha della politica si basa quindi su un miscuglio erosivo di libertà negativa e di democrazia formale, personalizzata. La combinazione è erosiva perché la libertà negativa, non affiancata dalla sua controparte positiva, mette fatalmente a repentaglio lo sforzo di imporre il rispetto degli interessi collettivi. Essa nega a una determinata società [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©newemblema" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/02/©newemblema.jpg" alt="Â©newemblema" />&#8220;La visione che Berlusconi ha della politica si basa quindi su un miscuglio erosivo di libertà negativa e di democrazia formale, personalizzata. La combinazione è erosiva perché la libertà negativa, non affiancata dalla sua controparte positiva, mette fatalmente a repentaglio lo sforzo di imporre il rispetto degli interessi collettivi. Essa nega a una determinata società la possibilità di intervenire in nome del bene comune e di stabilire dei limiti che costituiscano una base obbligata ai fini della realizzazione individuale. La libertà negativa, se non bilanciata, incoraggia piuttosto la nascita all&#8217;interno della società civile di individui dal potere sconfinato, restii a sottomettersi a uno stato di diritto notevolmente indebolito. Individui liberi, troppo liberi viene voglia di dire, di &#8216;fare da sé&#8217;.&#8221;<span id="more-859"></span></p>
<p>L’estrema criticità dell’attuale congiuntura politica italiana ci spinge ancora ad approfondire la radicale anomalia costituita dalla presenza di Silvio Berlusconi al governo del paese. Per questo motivo presentiamo <em>Berlusconi. Ambizioni patrimoniali in una democrazia mediatica</em> (Torino 2003), un saggio scritto dallo storico inglese Paul Ginsborg, docente presso l’Università di Firenze e animatore di iniziative di difesa della democrazia anche in questi giorni.<br />
G. scrive dopo la vittoria di Berlusconi alle elezioni politiche del 2001 e dopo i primi due anni di governo: dunque presenta un quadro politico piuttosto lontano da quello attuale, cui l’autore accompagna una più <strong>generale analisi del potere del Cavaliere</strong>, che invece è per noi molto interessante.</p>
<p>Tralascio quindi la disamina puntuale del voto del <strong>2001</strong>; al riguardo mi limito a sottolineare due aspetti. Il primo è che secondo G. <strong>il successo del centro-destra è stato il frutto del consolidamento del potere di Berlusconi</strong>, il quale per tutti gli anni ’90 si è impegnato (1) nel rafforzare il suo impero economico che, prima della ‘discesa in campo’ del 1994, versava in pessime condizioni finanziarie; (2) nel potenziare il proprio partito come macchina elettorale; (3) nel rinsaldare le alleanze, soprattutto quella con la Lega. Il secondo aspetto è costituito dalla condotta della parte politica avversa, quella di <strong>centro-sinistra</strong>, mostratasi (1) incapace di comprendere il pericolo per la democrazia costituito da Berlusconi e quindi di fare una legge sul suo abnorme conflitto di interessi; (2) sostenitrice di alcuni principi di mercato propri del modello berlusconiano di capitalismo consumistico; (3) diffidente rispetto alla partecipazione della base dei cittadini.<br />
Sulla base di questi e di altri presupposti Berlusconi vinse le elezioni raccogliendo consenso presso vaste fasce popolari, nel nord come nel sud del paese. Dietro l’immagine dinamica e apparentemente rassicurante proiettata con successo sull’elettorato, non c’è però una ‘casuale’ ascesa al governo di un brillante imprenditore, ma <strong>un progetto politico</strong> dai contorni relativamente precisi che si alimenta tanto di dottrine neoliberistiche, quanto di antichi luoghi comuni della cultura italiana. Ne scaturisce <strong>un disegno volto al controllo personale e carismatico dello Stato democratico</strong>, sostenuto da un linguaggio ammiccante derivato dalle <strong>strategie di comunicazione</strong> di massa adottate nella cultura consumistica statunitense. Un controllo che si traduce ad esempio nell’<strong>affermazione dello <em>spoil system</em> nella gestione degli apparati pubblici dell’amministrazione</strong> – cioè nella scelta di uomini fedeli più che competenti –, e che si vorrebbe applicato anche alla magistratura, rispetto alla quale, come tutti sanno, Berlusconi fatica a garantire la propria posizione legale.<br />
<strong>Questo progetto non è certo di facile realizzazione</strong>, tanto più che Berlusconi si avvale di collaboratori che spesso non sono all’altezza dei ruoli loro attribuiti. Esso si radica però su alcuni <strong>elementi che fanno presa sulla società italiana</strong>. Innanzitutto <strong>una concezione ‘negativa’ della libertà</strong>, intesa cioè come garanzia di non essere impediti da interferenze ed ostacoli nel fare ciò che si vuole. Secondo Berlusconi questa liberazione dai vincoli consentirebbe <strong>una piena espressione dell’individualità delle persone</strong> e genererebbe automaticamente un’etica dell’operosità nella concorrenza. Per contro <strong>scarsa considerazione incontrerebbe la libertà ‘positiva’</strong>, cioè quella per cui lo sviluppo dell’individuo avviene nel contesto di forme collettive di controllo della vita quotidiana.<br />
Di conseguenza <strong>Berlusconi non conferisce particolare valore alla sfera pubblica</strong> <strong>e nemmeno alla democrazia</strong>: a questo sistema chiede soltanto la regolarità delle elezioni, che tra l’altro, a suo avviso, dovrebbero esprimere quanto più direttamente un mandato popolare a colui che detiene il potere di governo. Tutto il resto non gli interessa, a cominciare dal problema dell’eventuale enorme diseguaglianza di risorse disponibili tra i concorrenti della campagna elettorale.<br />
Risorse ovviamente potenziate dal controllo dei <strong>mezzi di comunicazione e di informazione di massa, che costituiscono il pilastro fondamentale del progetto berlusconiano</strong>. Per G. il regime mediatico del Cavaliere è solo l’esempio più appariscente di una <strong>nuova forma di egemonia all’interno delle compagini democratiche</strong> che si basa soprattutto sul controllo delle televisioni. Attraverso processi di concentrazione è infatti ormai ben avviata <strong>la formazione di una vera e propria oligarchia televisiva globale</strong>, mossa da <strong>brama di possesso</strong>, attenta solo agli indici da ascolto e che propone per lo più <strong>prodotti ripetitivi e diseducativi dagli orizzonti culturali limitati e conformisti</strong>. Insomma, <strong>la TV</strong><strong> agisce come potente condizionatore della vita democratica</strong> e, per certi aspetti (non tutti), vi è incompatibile: la personalizzazione, i tempi stretti, la semplificazione di qualsiasi vicenda, le forme eccessivamente drammatizzate dei conflitti verbali collidono con i tempi più lunghi e ponderati e con i problemi più complessi della democrazia deliberativa.<br />
Chiaramente, <strong>la presa è più forte sulle famiglie culturalmente più povere</strong> (ma agisce anche sulle altre). Attraverso pubblicità, telefilm, cartoni animati e altre trasmissioni di intrattenimento viene <strong>veicolato uno stile di vita improntato ad un edonismo</strong> (cioè alla ricerca del piacere) che si esprime nel <strong>costante nutrimento immaginativo della sfera dei desideri</strong>: desideri da esaudire con un continuo ricorso ai consumi, sempre peraltro insoddisfacenti, così da alimentare il ciclo perpetuo dell’usa-e-getta. E così <strong>la famiglia diventa il luogo di espressione principale di una forma di libertà paradossale</strong>, discesa da quella negativa, che coniuga consumo spinto, egoismo e totale conformismo.<br />
Queste sono le “famiglie di Berlusconi” che proiettano il loro immaginario su di lui e su cui il Cavaliere cerca di <strong>costruire il proprio potere carismatico</strong>. Già, perché secondo la lettura G. egli non possiede questo carisma, ma <strong>in esso tenta di convertire il proprio potere di natura patrimoniale</strong>, le proprie ricchezze: cioè, se volessimo esemplificare in termini attuali, Berlusconi non è così bello (carisma/fascino, alla Sean Connery) da poter attrarre delle ventenni, ma ha così tanti beni (patrimonio) da poterli investire nel diffondere la credenza di esserlo (magari non nelle ragazze, ma nelle loro madri casalinghe).<br />
Quello che sorprende G. – e che lo affascina come studioso –  è <strong>il riproporsi di aspetti antichi del potere</strong>, i quali dovrebbero incontrare forti resistenze in un regime democratico moderno. In realtà, <strong>la forza della posizione patrimoniale di Berlusconi, che fa di lui più un compratore che un venditore, si coniuga con caratteri persistenti della società italiana</strong>, quali ad es. il <strong>clientelismo</strong>, cioè la diffusione pervasiva di relazioni diadiche verticali basate su valori in netto contrasto con quelli del cittadino. E <strong>la componente dell’accumulo di beni e di persone è anche più essenziale del populismo</strong>, che pure contraddistingue pienamente l’esperienza politica del Cavaliere.<br />
G., dopo aver considerato questi ed altri elementi del potere berlusconiano (ad es. il paternalismo; oppure la cultura permissiva di matrice ‘cattolica’ espressa nelle sanatorie e nei condoni), peraltro spesso difficilmente compatibili con i principi del neoliberismo, <strong>si domanda se nell’Italia governata da Berlusconi possa essere una democrazia in pericolo</strong>. Riprendendo una batteria di cinque criteri (garanzia delle libertà civili, parità di trattamento di fronte alla legge, indipendenza della magistratura, società civile aperta e pluralista, forze armate sotto controllo), con cui recenti studiosi distinguono le democrazie liberali da quelle solo elettorali, lo storico inglese ritiene che il sistema italiano non soddisfi il secondo, il terzo e il quattro fattore. <strong>Il pericolo di retrocessione del nostro paese a democrazia elettorale è quindi reale</strong> e – afferma G. – l’onere di difenderla non può essere lasciato solo a coraggiosi magistrati “lillipuziani”, ma se ne deve fare carico tutta la società civile.</p>
<p>Ma non è certo Gulliver il personaggio letterario che, se si volesse spingere oltre il paragone dell’autore, mi richiama alla mente Berlusconi. Piuttosto il Cavaliere mi appare come uno di quegli esseri mostruosi che è stato prima creato dalla bramosia umana e di cui poi il creatore ha perso il controllo. Un essere che per sopravvivere ha bisogno di assorbire le energie degli altri uomini. Tuttavia, quella sorta di golem plasmato dalle élite del paese con la materia informe del “sommerso della Repubblica” è ora diventato più potente di quelle stesse élite, le quali ora si affannano a cercare di fermarlo perché sta distruggendo la credibilità dell’Italia. Ma, purtroppo, la responsabilità è proprio la loro e sorge il dubbio che non sia possibile attendersi da queste forze una soluzione veramente positiva della drammatica situazione italiana. Piuttosto, come prospetta G., solo le istituzioni (a partire dal potere di controllo della magistratura) e i movimenti della società civile possono dar seguito ad una reale svolta democratica per il paese. </p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>A centocinquant’anni dall’unificazione dell’Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 20:24:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©layers" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/01/©layers.jpg" alt="Â©layers" />“L’Italia da circa mezzo secolo s’agita, si travaglia per divenire un sol popolo e farsi nazione. Ha riacquistato il suo territorio in gran parte. La lotta collo straniero è portata in buon porto, ma non è questa la difficoltà maggiore. La maggiore, la vera, quella che mantien tutto incerto, tutto in forse è la lotta interna. I più pericolosi nemici d’Italia non sono i Tedeschi, sono gl’Italiani. E perché? Per la ragione che gl’Italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono <em>ab antico</em> la loro rovina; perché pensano a riformare l’Italia, e nessuno s’accorge che per riuscirci bisogna, pria, che si riformino loro, perché l’Italia, come tutt’i popoli, non potrà divenir nazione, non potrà esser ordinata, ben amministrata, forte così contro lo straniero come contro i settari dell’interno, libera e di propria ragione, finché grandi e piccoli mezzani, ognuno nella sua sfera non faccia il suo dovere, e non lo faccia bene, od almeno il meglio che può. Ma a fare il proprio dovere, il più delle volte fastidioso, volgare, ignorato, ci vuol forza di volontà e persuasione che il dovere si deve adempiere non perché diverte o frutta, ma perché è dovere; e questa forza di volontà, questa persuasione, è quella preziosa dote che con un solo vocabolo si chiama <em>carattere</em>, onde, per dirla in una parola sola, il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani che sappiano adempiere al loro dovere; quindi che si formino alti e forti caratteri. E pur troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto.” (Massimo D’Azeglio, <em>I miei ricordi</em>, a cura di S. Spellanzon, Milano 1956, pp. 17-18).<span id="more-814"></span></p>
<p>Inauguriamo il 2011 con un post dedicato alla ricorrenza più importante di quest’anno, quella riguardante l’unità d’Italia (1861), presentando un libro pubblicato alcuni anni fa, <em>Il Risorgimento italiano </em>(Roma-Bari 2004), scritto da uno dei più importanti specialisti del tema, Alberto Mario Banti, docente di storia contemporanea presso l’Università di Pisa.<br />
B. tratteggia una <strong>sintesi efficace</strong> di quel complesso fenomeno politico-culturale che è appunto il Risorgimento, nella quale fa rifluire anche i risultati di <strong>analisi condotte con strumenti concettuali innovativi</strong> rispetto al panorama storiografico italiano.</p>
<p>Chiaramente, non è possibile riassumere nello spazio di un post la narrazione di oltre sessant’anni di eventi serrati (guerre, conquiste, trattati, insurrezioni, colpi di stato, esili, ritorni). Mi limito perciò ad esporre alcuni punti salienti della ricostruzione di B., non prima di aver comunque ribadito che si tratta sempre di un invito alla lettura, questa volta quanto mai caldeggiato se qualcuno fosse interessato ad approfondire il tema.<br />
Per B. il Risorgimento, che prende avvio alla fine del sec. XVIII e si definisce nel corso dei primi decenni del sec. XIX, è un <strong>processo di ordine politico e culturale</strong> attraverso il quale si identifica <strong>una ‘nazione italiana’</strong> come comunità di riferimento, la quale aspira a costruire uno <strong>stato ‘nazionale italiano’</strong>. <strong>La parola</strong> ‘Risorgimento’ conferisce a questo processo di ‘rinascita’ una <strong>coloritura religiosa</strong>, come se si trattasse di una resurrezione di un popolo ai suoi antichi fasti, per lungo tempo disonorati dalle divisioni e dalle dominazioni straniere.<br />
Secondo B. esso si avvia con l’<strong>onda espansiva della rivoluzione francese</strong>, che in Italia viene guidata dal generale Napoleone. L’intervento militare francese sconvolge gli assetti politici della penisola e dà il via, anche se solo per il triennio 1796-1799, ad una serie di sperimentazioni politiche e di dibatti culturali di grande intensità.<br />
Tali dibattiti si concentrano su <strong>questioni politico-costituzionali e geo-politiche</strong> che rimarranno sempre aperte per le insanabili divergenze tra le differenti posizioni: si discute da un lato sul tipo istituzioni, repubblicane o monarchiche, e sulla qualità democratica del nuovo stato italiano; dall’altro sulla sua struttura, centralizzata oppure federale.<br />
I portatori di questi profondi dissidi, che saranno ricomposti superficialmente solo dalla retorica celebrativa della fine del XIX secolo, trovano <strong>un punto di incontro solo nell’idea di nazione</strong> che, pur essendo un cardine fondamentale della cultura politica europea di quel tempo, è tuttavia intesa in maniera molto diversa secondo gli ambienti.<br />
Non si deve pensare che <strong>tali dibattiti</strong> rimangano confinati sul piano culturale, ma <strong>si ripercuotono sulle vicende politiche</strong>, condizionando non solo le traiettorie personali di protagonisti e comparse, ma anche le scelte delle élite, dei gruppi sociali e dell’opinione pubblica dei vari stati pre-unitari. Uno dei pregi maggiori del libro di B. è infatti quello di interpretare le pratiche politiche nell’orizzonte di senso di quel tempo, mettendo in evidenza ad esempio l’influenza delle opere letterarie e musicali sulla costituzione di correnti di opinione favorevoli all’unità; oppure il ruolo della religione, come serbatoio di modelli narrativi che danno senso alle speranze e ai sacrifici compiuti per il riscatto della patria; o ancora la posizione delle donne, costrette ancora nei loro ruoli tradizionali nonostante l’impegno diretto nella lotta per l’unità. Insomma, elementi che iscrivono il libro di B. all’interno del paradigma della ‘storia culturale’, ancora poco diffuso in Italia.<br />
Segue quindi il racconto dei <strong>moti insurrezionali</strong> e della <strong>guerra</strong> (<strong>1820-1821</strong>, <strong>1830-1831</strong>, <strong>1848-1849</strong>), che viene abilmente contestualizzato nella cornice di più <strong>profondi movimenti compiuti dalle istituzioni politiche</strong> in seguito alla rivoluzione francese: ad esempio l’abolizione dei privilegi, l’introduzione dei codici normativi di derivazione napoleonica o la costituzione di meccanismi di governo più moderni. Ma allo stesso tempo non si trascurano <strong>le altrettanto profonde resistenze</strong> opposte da componenti ed istituti politici tradizionali. Dalle vicende drammatiche e complesse di questi decenni, in cui per B. si immagina e si progetta la nazione italiana, <strong>emerge un protagonista politico, la monarchia sabauda</strong>, che meglio riesce ad equilibrare le diverse spinte in gioco e ad ottenere nel giro di poco più di un decennio il controllo di quasi tutta la penisola (1848-1861).<br />
Artefice di questo successo è soprattutto Camillo Benso conte di <strong>Cavour</strong>, esponente esemplare del movimento liberale ottocentesco e per lunga parte di quegli anni capo del governo piemontese. Certo Cavour non è l’unico grande personaggio sulla scena: meritano gli onori della ribalta, come tutti sanno, anche Giuseppe <strong>Garibaldi</strong> e Giuseppe <strong>Mazzini</strong>. Tuttavia, come tiene a sottolineare B., non bisogna pensare che essi agiscano in maniera sinergica con il primo e più in generale con le strategie sabaude. Anzi, non di rado il primo, e praticamente sempre il secondo, si trovano in forte contrasto con il governo sabaudo.<br />
Tuttavia, per B. sarebbe <strong>sbagliato limitare</strong> il racconto del Risorgimento soltanto <strong>ad un pugno di eroi</strong>, oppure alle élite. La partecipazione della popolazione agli eventi risorgimentali è, a seconda dei contesti e delle situazioni, di volta in volta diversa per consistenza e per prese di posizione: se spesso le <strong>campagne</strong> si mostrano ostili, questo non è sempre vero; e se molto contano gli <strong>eserciti</strong> e le <strong>potenze straniere</strong>, un contributo non trascurabile è dato da tanti <strong>giovani volontari</strong> che hanno dato la vita per gli ideali patriottici, per quanto vaghi, della nazione italiana.<br />
Insomma, B. tratteggia uno <strong>scenario dinamico e variegato</strong>, dove contano molto le differenze, che nemmeno l’unificazione ha peraltro consentito di comporre. Inoltre, le frequenti delusioni e i persistenti dissidi testimoniano la <strong>faticosità del movimento risorgimentale</strong>, le cui eredità non sono state (e non sono) facili da gestire. Lo si è fatto a partire dalla <strong>fine dell’Ottocento</strong>, quando un’élite politica formatasi proprio nelle file democratiche e mazziniane, ma ormai pienamente integrata nel regime sabaudo del regno d’Italia, è riuscita ad<strong> accordare le anime inconciliabili del Risorgimento italiano</strong>, secondo un modello celebrativo che è ancora forte nell’immaginario collettivo contemporaneo.</p>
<p>Non è certo questo l’unico uso cui si è prestata la memoria del Risorgimento: esso, proprio per la sua costitutiva pluralità, si è piegato bene tanto ai fini del fascismo e, più in generale, delle posizioni anti-parlamentari, quanto ai fini della Resistenza. Il libro di B. divulga invece una memoria storica di questo periodo che dà conto delle differenze e della non linearità delle vicende risorgimentali. E sono questi elementi che si devono accogliere nella rielaborazione della nostra identità italiana attuale, e tradurre nella consapevolezza che il Risorgimento fu una costruzione politico-culturale difficile, talvolta contraddittoria e certamente non trionfale, anzi non di rado sanguinosa e lacerante. Tuttavia, da questa esperienza storica, lontana e vicina ad un tempo, possiamo trarre, su un piano etico-politico, delle lezioni di libertà, di uguaglianza, di solidarietà, di partecipazione. Tutti valori che nella memoria di quel passato trovano ancora una sorgente viva.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>“Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me” (G. Gaber): la pervasività del conflitto d’interessi nell’Italia della ‘cricca’</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Dec 2010 21:16:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto di interessi]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Chissà quante volte gli sarà accaduto di dover scrivere una lettera all&#8217;altro se stesso. E mandarla, per conoscenza, anche al terzo se stesso. Il quale, a rigor di logica, avrebbe dovuto telefonare al quarto se stesso per avvertirlo. Ma questo dev&#8217;essere stato l&#8217;ultimo dei problemi di P. C., che a un certo punto della sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©redhole" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/12/©redhole.jpg" alt="Â©redhole" />&#8220;Chissà quante volte gli sarà accaduto di dover scrivere una lettera all&#8217;altro se stesso. E mandarla, per conoscenza, anche al terzo se stesso. Il quale, a rigor di logica, avrebbe dovuto telefonare al quarto se stesso per avvertirlo. Ma questo dev&#8217;essere stato l&#8217;ultimo dei problemi di P. C., che a un certo punto della sua vita si è trovato a essere nello stesso istante: commissario straordinario di governo per il ponte sullo Stretto di Messina, amministratore delegato dello Stretto di Messina spa, società concessionaria dell&#8217;opera, presidente e direttore generale dell&#8217;Anas, società del Tesoro che controlla l&#8217;82% dello Stretto di Messina spa. Un&#8217;imbarazzante sovrapposizione di incarichi. Non senza vantaggi: la rapidità di comunicazione e la concordia delle decisioni.&#8221;<span id="more-804"></span></p>
<p>Concludiamo l’anno presentando un altro tra i più popolari saggi pubblicati di recente sull’attuale situazione del nostro paese: <em>La Cricca.</em><em> Perché</em><em> la repubblica italiana è fondata sul conflitto d’interessi</em> (Milano 2010), scritto dal giornalista Sergio Rizzo, già autore con Antonio Stella, del best-seller <em>La casta</em>.<br />
E come appunto <em>La Casta</em>, <em>La Cricca</em><em> </em>è fondamentalmente <strong>un libro di denuncia</strong> che ripercorre gravi vicende di malaffare assurte, per così dire, agli ‘onori’ della cronaca negli ultimi anni. Dunque, questo saggio non fornisce molte idee, ma molti fatti da cui si può con tutta evidenza constatare <strong>la corruzione che pervade tutta la società italiana</strong>, in particolare il settore pubblico.</p>
<p>All’inizio R. suggerisce una chiave di lettura generale del fenomeno: la difficilissima separazione tra interesse privato e interesse pubblico è una manifestazione del grande <strong>ritardo dell’Italia sulla via verso la modernità</strong>. Certo, il <strong>problema del conflitto di interessi</strong> è sempre esistito nelle società complesse ed è praticamente presente ovunque nel mondo: tuttavia, nel nostro paese, esso <strong>è la cifra della vita politica e sociale</strong>, non da ultimo per il fatto che il più importante personaggio degli ultimi vent’anni, Silvio Berlusconi, è portatore di un conflitto abnorme.<br />
Ma senza dubbio, nonostante l’estrema gravità della particolare posizione del nostro Presidente del Consiglio, gli <strong>intrecci spregiudicati tra funzioni pubbliche e interessi privati</strong> sono di gran lunga più diffusi, coinvolgendo associazioni di persone più o meno ampie, <strong>il cui unico fine è quello di perseguire margini ingiustificati di arricchimento personale</strong>.<br />
Un arricchimento che non vuole dire solo <strong>denaro</strong> e <strong>beni di valore</strong>; ma anche <strong>posti di lavoro</strong>, magari in posizioni di prestigio e ben remunerate, e servizi dei tipi più svariati, non ultime le <strong>prestazioni sessuali</strong> che tanto scalpore hanno fatto di recente. R. si sofferma sul caso delle mogli di alcuni dei più potenti personaggi coinvolti in queste vicende, le quali beneficiavano per le loro attività imprenditoriali nel mondo del cinema di particolari favori e sovvenzioni.<br />
Gli atteggiamenti propri degli appartenenti alle ‘cricche’ testimoniano la scarsa o pressoché <strong>nulla coscienza della gravità dei loro comportamenti</strong>, delle loro responsabilità pubbliche o comunque sociali: si pensi soltanto al cinismo della comunicazione intercettata la notte del terremoto dell’Aquila riguardante gli affari che il disastro avrebbe garantito. Purtroppo, tali associazioni tra politici, alti funzionari pubblici, imprenditori e non di rado anche esponenti della chiesa, non sono eccezioni, ma costituiscono <strong>un “sistema gelatinoso” che sorregge gran parte delle egemonie sociali nel nostro paese</strong>.<br />
Certamente questi problemi non sono mai mancati dall’unità d’Italia in avanti; tuttavia essi si sono nettamente aggravati durante il fascismo e sono proseguiti durante la Repubblica: R. ricorda ad esempio la denuncia della pratica delle lottizzazioni da parte di don Luigi Sturzo già nei primi anni del dopoguerra.<br />
L’esigenza di impedire le commistioni tra interessi pubblici e privati rimase però sostanzialmente disattesa, nonostante l’<strong>emanazione di leggi</strong> già negli anni ’50. Ad esempio risale al 1957 il Testo Unico delle Leggi Elettorali (D.P.R. 30 marzo 1957, n. 361) il cui art. 10, comma 1, ancora vigente, avrebbe comportato l’ineleggibilità di Silvio Berlusconi in quanto beneficiario di concessioni di grande entità economica. Ma questo effettivo impedimento sancito dalla legge è stato eluso con la classica <strong>soluzione da ‘azzecagarbugli’</strong>, cui non si sono opposte né le istituzioni, né le forze politiche. Anzi, solo pochi anni dopo lo schieramento opposto a quello di Berlusconi ha avuto a sua volta modo di utilizzare il medesimo <em>escamotage</em> in favore di una persona nelle stesse condizioni dell’attuale Presidente del Consiglio, cioè Vittorio Cecchi Gori.<br />
Ai cavilli continui, elaborati dalla più potente lobby del paese, quella degli avvocati, si è aggiunta negli anni recenti <strong>una serie di leggi <em>ad personam</em></strong>. Anche per questo aspetto occorre dire che il malcostume era presente pure in precedenza. Ma certo negli ultimi anni tali norme si sono moltiplicate proprio in ragione della difficile gestione dell’intreccio tra pubblico e privato negli affari di Silvio Berlusconi – che, si badi, non è quasi mai stato un imprenditore puro, ma è spesso partito da concessioni. Una moltiplicazione che non ha riguardato solo gli alti livelli, ma anche quelli inferiori: sino a giungere alla sfacciataggine di vedere emanato un provvedimento di assunzione da parte di una Regione, in cui, nell’allegato che faceva parte del documento, erano segnalati i nomi dei beneficiari del posto.<br />
R. ripercorre quindi nel corso dei capitoli i <strong>diversi settori in cui il conflitto di interessi si manifesta</strong> in Italia con gli effetti più dannosi per il sistema-paese: 1) <strong>la giustizia</strong>, che è sempre più condizionata dalla citata lobby degli avvocati presenti in Parlamento; 2) <strong>la sanità</strong>, che è governata da commissioni composte da medici, i quali sono sempre più spesso pressati da multinazionali farmaceutiche e da proprietari di cliniche private interessati al denaro pubblico; 3) la <strong>politica</strong>, in cui si assiste, grazie all’ennesimo assurdo cavillo, all’accumulo di cariche nelle mani delle stesse persone (ad es. presidente della Provincia e parlamentare); 4) i <strong>media</strong>, in cui vi sono pericolose concentrazioni di network e di distribuzione della pubblicità e di altri prodotti culturali; 5) lo <strong>sport</strong>, in cui il malaffare è emerso con l’inchiesta di ‘Calciopoli’ e con quello dei lavori per i mondiali di nuoto di Roma nel 2009; 6) la <strong>finanza</strong>, la cui commistione di interessi raggiunge livelli tali da mettere seriamente in discussione la credibilità stessa della concorrenza in Italia non solo per l’autoreferenzialità dei manager, ma anche per la scorretta pratica dei patti di sindacato (su cui torneremo in un prossimo post). Secondo R. si tratta di situazioni spesso inimmaginabili in un paese come gli USA, che tanto spesso viene presa come modello di riferimento.<br />
Mi limito quindi ad un’unica esemplificazione – ma molte altre se ne potrebbero fare – riguardante un fatto poco noto, quello degli arbitrati compiuti da magistrati amministrativi e contabili. Alcuni di loro si prestano al di fuori dell’orario di lavoro a svolgere forme di composizione privata dei contenziosi che riguardano soprattutto la maggiorazione dei costi degli appalti concessi dallo Stato e da altri enti pubblici. Questi arbitrati si risolvono con la vittoria dei privati pressoché sempre, cosicché lo Stato è costretto a pagare non solo la maggiorazione, ma anche la salata parcella degli arbitri, che sono solitamente suoi funzionari che già stipendia. È evidente che chi beneficia di questi incarichi – e solitamente sono alti magistrati, ma non quelli ordinari – non ha alcun interesse a che il funzionamento della giustizia sia rapido ed efficace: ne hanno tutto da guadagnare. C’è chi ha provato a porre un freno a questa pratica vietando tale tipo di arbitrati per i contenziosi riguardanti gli appalti; ma, manco a dirlo, questa norma perentoria è stata rapidamente abrogata. Tuttavia, anche quando le leggi sono vigenti, esse o sono aggirate, come si è visto, o sono poco incisive perché non comminano di fatto sanzioni.</p>
<p>Insomma, cos’è dunque la cricca, se dovessimo definirla a partire da quanto racconta l’autore? Sostanzialmente si tratta di una forma di associazione tra esponenti delle élite, solitamente appartenenti a diversi ambiti – non esclusa la chiesa che annovera in queste vicende prelati, missionari e gentiluomini del papa –, i quali sfruttano la propria posizione sociale per drenare risorse dalla società in misura di gran lunga superiore a quanto spetterebbe loro. Il modo per appropriarsi in maniera più efficace di tali ricchezze è fare perno sul potere pubblico: è per questo che politici e funzionari sono fondamentali. Questo prelievo può assumere anche la forma di pagamento di una prostituta di alto bordo oppure quella di finanziamento di un’opera cinematografica di dubbio valore oppure ancora quella di assunzione di un parente e di un amico in un posto – quasi sempre pubblico – ben remunerato. È quindi chiaramente un prelievo incompatibile con i valori della democrazia e del liberalismo; e inoltre, accompagnandosi ad un sostanziale parassitismo, rischia concretamente di succhiare senza alcuna lungimiranza le ultime risorse di un paese che non viene più governato per il bene comune. Ma quale sarà il destino di una società dalle risorse prosciugate?</p>
<p align="right">E.R.</p>
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		<title>La libertà dei servi</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Nov 2010 07:11:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Per questa sua capacità di beneficare e di affascinare, la corte nasce con facilità e si rafforza in breve volgere di tempo. In Italia è rinata e ha messo radici all&#8217;ombra delle istituzioni repubblicane per effetto del potere enorme di Silvio Berlusconi e dell&#8217;acquiescenza di gran parte dell&#8217;élite politica. La sua persona è al disopra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©theshow" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/11/©theshow.jpg" alt="Â©theshow" />&#8220;Per questa sua capacità di beneficare e di affascinare, la corte nasce con facilità e si rafforza in breve volgere di tempo. In Italia è rinata e ha messo radici all&#8217;ombra delle istituzioni repubblicane per effetto del potere enorme di Silvio Berlusconi e dell&#8217;acquiescenza di gran parte dell&#8217;élite politica. La sua persona è al disopra e al centro rispetto a tutti gli altri che si muovono nell&#8217;agone politico e ai normali cittadini. Non dipende da altri che hanno più potere, mentre da lui dipendono direttamente centinaia di migliaia di persone che per conservare benefici devono adoperarsi per lui. Silvio Berlusconi non prende ordini, li impartisce. Deve accettare limiti al proprio potere, e a volte deve anche fare concessioni ad alcuni dei cortigiani più intraprendenti, ma la sua superiorità e la sua centralità non sono in questione.&#8221;<span id="more-774"></span></p>
<p>Presentiamo in questo post un altro recente libro dedicato alla situazione dell’Italia contemporanea, <em>La libertà dei servi</em> (Roma-Bari 2010), scritto da Maurizio Viroli, docente di Teoria politica presso l’Università di Princeton.<br />
Per descrivere l’attuale condizione del nostro paese V. si avvale sostanzialmente di <strong>due concetti</strong>: <strong>1) la libertà dei servi</strong>, correlata al suo opposto, cioè la libertà dei cittadini; <strong>2) il sistema di corte</strong>, inteso come una struttura di potere che pone al centro e al vertice di una comunità più o meno ampia una sola persona.</p>
<p>Secondo l’autore <strong>non si può dire che l’Italia non sia un paese libero, se per libertà si intende che né lo stato né altre persone impediscono in linea di principio di agire come si vuole</strong>; non si ravvisano del resto nemmeno conclamati episodi di violazione dei diritti civili e politici attraverso il ricorso alla forza. Tuttavia, <strong>la libertà intesa come assenza di impedimenti non è certo la libertà propria dei cittadini</strong>, mentre può ben essere quella dei servi, dei sudditi, per i quali è sufficiente che non siano ostacolati nel perseguimento dei propri fini.<br />
<strong>La libertà dei cittadini, che si esercita grazie alle leggi e all’esercizio dei propri doveri, consiste nel non essere sottoposti ad un potere enorme e arbitrario di un uomo</strong>, quale quello che è venuto in Italia nelle mani di Silvio Berlusconi: una concentrazione che non si è mai rilevata nella storia di alcun paese democratico occidentale. Dunque, <strong>in Italia oggi non c’è la libertà dei cittadini, perché essa è compressa dalla presenza del potere berlusconiano in maniera oggettiva</strong>, indipendentemente cioè dal fatto che esso possa essere gestito in maniera buona o malvagia.<br />
L’<strong>arbitrarietà di tale potere</strong> consente al suo detentore di imporre il proprio interesse su quello di tutti gli altri e ciò <strong>pone le condizioni per generare la mentalità dei servi</strong>, pronti a usufruire delle ricompense elargite dal signore in cambio di un abbandono della propria dignità di cittadino libero. <strong>Il denaro</strong> non è del resto un aspetto privato della vita, ma <strong>ha un’immediata spendibilità politica</strong>: i benefici dati acquistano infatti la fedeltà e la devozione di servi e fedeli che estendono il consenso a clientele ancora più ampie.<br />
Ciò crea <strong>una situazione di dipendenza e di precarietà </strong>che alimenta comportamenti adulatori e meschini. <strong>La pratica della servitù</strong>, infatti, provoca la ‘<strong>perdita della propria anima</strong>’, in quanto costringe a ‘vestirsi degli affetti del padrone’: è uno svuotamento dell’interiorità sostituita dal <strong>culto delle apparenze</strong>, dietro al quale alberga soltanto il <strong>cinismo</strong>; e tale atteggiamento non può certo generare in alcun modo il senso del dovere del cittadino.<br />
Si è passati così <strong>dal</strong> tanto deprecato ‘<strong>teatrino</strong> della politica’ <strong>al</strong> ‘<strong>teatrone</strong>’ che si muove intorno al principe e in cui recitano i suoi cortigiani. Si tratta di una spettacolarizzazione della vita pubblica in cui spadroneggia l’istinto da uomo di palcoscenico proprio di Berlusconi – forse l’unica vera dote, aggiungo io, del Cavaliere: cioè quella di inventare e propinare finzioni –, il quale <strong>allestisce scenari adeguati per la manifestazione del suo potere personale</strong>. Scenari che sono spesso concretamente i suoi palazzi e le sue ville che, come nelle corti principesche premoderne, sostituiscono i palazzi pubblici. Non a caso Berlusconi odia la posizione attribuita al Presidente del Consiglio nell’aula del Parlamento (e le relative inquadrature), in quanto il significato che trasmette è quello di un ordine strutturato e bilanciato delle istituzioni (con primazia del potere legislativo): concretamente, gli è insopportabile che, nell’atto di riferire all’assemblea dei deputati, egli debba trovarsi al di sotto del Presidente della Camera. Ma è questo – mi permetto ancora di commentare – un emblematico frammento di una ‘prossemica’ (uso degli spazi nelle relazioni comunicative) della Repubblica.<br />
Nella formazione sociale della corte si collocano anche <strong>le donne del principe</strong>, in questi giorni ancora più sotto i riflettori del solito. Il loro ruolo è quello di allietare il signore e i cortigiani e di testimoniare con la loro bellezza e giovinezza la potenza di Berlusconi. Per i loro servizi esse vengono variamente beneficate fino a condividere direttamente o indirettamente parte del potere del loro protettore.<br />
Secondo V. questo sistema di corte ha <strong>una grande capacità pervasiva nel paese</strong>, irradiando comportamenti servili soprattutto attraverso la potenza mediatica della televisione. Si è diffuso così <strong>uno stile di vita fatto di meschinità, paura, adulazione, corruzione, menzogna</strong>, che 1) fa venir meno la capacità di giudizio politico e il principio di responsabilità e 2) diventa purtroppo terreno di coltura di comportamenti criminali.<br />
V. si interroga chiaramente anche sul <strong>perché ciò sia accaduto proprio in Italia</strong> e adduce fondamentalmente due ragioni, entrambi significative, anche se di portata diversa. Innanzi tutto <strong>la pratica della servitù e il sistema di corte avrebbero profonde radici</strong> nella storia del nostro paese, dove per contro il cittadino ha avuto una vita sempre stentata. L’<strong>animo servile così radicato in noi</strong> è caratterizzato dalla <strong>poca stima di sé e degli altri</strong>, cioè dall’<strong>idea della pochezza e della vanità delle condizioni di vita</strong>, di cui <strong>è sempre meglio ridere</strong>.<br />
La seconda ragione di questa situazione è invece <strong>una precisa e recente responsabilità delle élite politiche</strong> che <strong>non hanno impedito il costituirsi di questo enorme potere</strong>, pur essendo in grado di farlo. V. riassume alcuni episodi dell’ascesa di Berlusconi tra gli anni ’80 e ’90, mettendo in evidenza i pesanti condizionamenti sulle istituzioni e in particolare sul Parlamento, i cui deputati si comportarono già allora come un’accozzaglia di servi. Ancora più precisamente <strong>una parte cospicua della responsabilità viene attribuita allo schieramento di centro-sinistra</strong>, incapace di far valere quella legge del 1957 che nel nostro ordinamento stabiliva l’ineleggibilità di Berlusconi.<br />
Insomma, anche <strong>gli avversari politici</strong> del Cavaliere sono in una condizione di sudditanza nei suoi confronti: <strong>una sudditanza di tipo morale</strong>, che 1) impedisce il generarsi di una repulsione di fronte al personaggio e che 2) testimonia piuttosto <strong>la scarsa cultura repubblicana di tale élite politica</strong>. È per questo motivo che V. non vede alcun leader in grado di scuotere questo grande potere, il quale potrebbe piuttosto implodere.<br />
Per contrastare questa degenerazione e <strong>riprendere la via della libertà dei cittadini</strong> è necessario che maturi piuttosto <strong>uno sdegno nei confronti dello stile di vita servile dei cortigiani</strong>. La giusta indignazione è una passione che, insieme all’amore del vivere libero e a quello della patria, può nascere solo da <strong>individui formati all’educazione civica</strong>, che sia in grado di contrastare <strong>il grande analfabetismo morale dei nostri tempi</strong>. Questa educazione alla cittadinanza deve trovare <strong>il suo perno nell’idea di dovere</strong>, che non è da intendersi come obbligo, ma come <strong>adesione della propria coscienza alle regole fondamentali della convivenza con gli altri in una società di uomini liberi ed eguali</strong>. Già, perché il dovere è il cuore della libertà repubblicana, dal momento che impone un’autolimitazione dei diritti propri nei confronti di quelli degli altri. E i diritti e doveri del cittadino italiano sono mirabilmente espressi dalla Costituzione, la quale non ha affatto bisogno, come si pretende da più parti, di essere rinnovata, a meno che con rinnovamento non si intenda un adeguamento allo scadimento morale di gran parte delle élite.</p>
<p>Nel libro di V. si possono scorgere gran parte dei punti di riferimento che mi hanno orientato nel percorso di letture riguardanti la politica italiana. Indubbiamente, nel nostro paese si è in presenza di una struttura di potere nuova che tuttavia ripropone molti tratti di formazioni politiche premoderne di tipo principesco, nelle quali, per integrare uno dei concetti cardine di V., la condizione di ‘non libertà libera’ (<em>freie Unfreiheit</em>) consentiva notevoli ascese politiche al servizio del signore. Questo ‘potenziale principato’ si regge su un potere enorme, il quale è di per sé lesivo della mia cittadinanza come di quella di tutti gli altri: io sono cioè un cittadino offeso, menomato, soltanto per l’esistenza di una tale concentrazione di potere. Un potere che, nonostante ciò, acquista il consenso attraverso una peculiare egemonia (sotto)culturale, la quale di fatto inibisce l’esercizio della facoltà critica degli individui e propone uno stile di vita in cui la corruzione pervade la quotidianità. Per opporsi a questa degenerazione ci vogliono personalità politiche di grande integrità, che possano dare un decisivo sostegno ad una pedagogia della cittadinanza da proporre attraverso i media e soprattutto le scuole, a contrasto dell’analfabetismo morale e a favore del pensiero critico.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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