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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; Scienza e trasmissione del sapere</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Schiavi del computer?</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Aug 2010 18:42:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Scienza e trasmissione del sapere]]></category>
		<category><![CDATA[Computer]]></category>
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“L&#8217;intero problema si riduce a questo: la mente umana è in grado di dominare ciò che ha creato?” La frase di Paul Valéry è la domanda che si pongono milioni di persone davanti alla scoperta che ha cambiato le nostre vite a cavallo del 2000. Ormai il computer fa parte della nostra esperienza quotidiana, controllando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/08/SchiaviPC9-300x168.jpg" alt="Â©usbhand" title="Â©usbhand" width="450" height="230" class="aligncenter size-medium wp-image-712" /><br />
“L&#8217;intero problema si riduce a questo: la mente umana è in grado di dominare ciò che ha creato?” La frase di Paul Valéry è la domanda che si pongono milioni di persone davanti alla scoperta che ha cambiato le nostre vite a cavallo del 2000. Ormai il computer fa parte della nostra esperienza quotidiana, controllando il traffico, i mezzi di trasporto, ogni sorta di macchinario. Ogni giorno queste ‘creature’ sono più complesse fino a diventare dotate di intenzionalità e quindi di ‘personalità’, al punto che forse alcuni di noi possono interessarsi della loro vita e della loro morte. Quando ci occuperemo di loro, allora diventeranno vivi e quindi coscienti. E&#8217; giusto che noi glielo permettiamo?<span id="more-700"></span><br />
Un&#8217;indagine sui computer e sulla natura umana, dovuta all&#8217;intelligenza e la creatività di Gregory J. E. Bawlins (docente di Computer Science all&#8217;Università di Indiana), è il tema dominante del libro Schiavi del computer? (Bologna 1997). Questo testo ci dà l&#8217;occasione di svolgere delle riflessioni sulla tecnologia informatica e delle sue implicazioni umane.<br />
B. compie un viaggio alle origini della scoperta del computer per comprendere quali siano gli eventi salienti che hanno determinato le caratteristiche dei nostri compagni della vita quotidiana e il loro sviluppo futuro. L&#8217;analisi pone attenzione sia sullo sviluppo hardware sia sul linguaggio utilizzato dai programmatori per capirne i limiti e le potenzialità future. Le capacità di memoria e di elaborazione dei primi PC erano ridotte,obbligando i primi progettisti a lunghi ed estenuanti ricerche logiche per ridurre i tempi di calcolo. Oggi queste macchine sono dotate di potenzialità fino a pochi anni fa impensabili e il loro utilizzo non è più prerogativa di solo esperti: questo, se da una parte apre le porte a nuove prospettive, dall’altra richiede una rivoluzione nei linguaggi di programmazione e una nuova prospettiva nel loro utilizzo.<br />
La storia dei computer si può sintetizzare nei seguenti passi fondamentali:<br />
1) preistoria (prima del 1945): nessuno aveva computer;<br />
2) paleolitico (dal 1946 al 1964): il computer è prerogativa dei laboratori che ne usano le potenzialità di calcolo per scopi scientifici e militari. Prendono vita i primi linguaggi di programmazione che hanno come unico obiettivo l&#8217;efficienza di calcolo senza preoccuparsi di facilità di linguaggio o problemi di rilettura del programma;<br />
3) neolitico (dal 1965 al 1971): nascono i primi linguaggi di programmazione logica. Il costo comincia a ridursi sensibilmente e finalmente cominciano ad apparire i primi monitor e tastiere. Ancora, però, si cerca di mantenere il computer come strumento esclusivo, destinato a pochi, poichè la  sua diffusione è percepita come pericolo;<br />
4) età oscura (dal 1972 al 1981): nasce il primo microprocessore e il linguaggio di programmazione conosce un notevole sviluppo e semplificazione. I prezzi calano vistosamente e appaiono i primi personal computer, mentre scompaiono quasi del tutto le tecnologie arcaiche come le schede preforate.<br />
5) Medioevo (dal 1982 al 1992): il personal computer non è dotato di una memoria e una velocità sufficiente per un utilizzo veramente efficace. Anche se troppo costosi e inefficienti, milioni di persone cominciano a comprarli<br />
6) età moderna (dal 1993 ad oggi): il rapporto costo-performance diventa vantaggioso; il computer è sempre più veloce e potente. Diventa così uno strumento utile e fondamentale per tutte quelle mansioni dove sia richiesta una forte precisione e complessità.<br />
Ma come parliamo ai computer? Che strumenti utilizziamo per farci comprendere da queste macchine? Esse sono nate per eseguire i comandi alla lettera. I comandi sono elementari costringendo il programmatore a semplificare il problema in tanti piccoli sotto-problemi. Immaginiamo di essere Napoleone e dover impartire i comandi di attaccare al suo esercito che non conosce le tattiche da eseguire: dovremmo dividere allora l&#8217;ordine di invadere la Russia in una miriade di ordini più semplici. Ad esempio si potrebbe suddividere in: &#8211; raccogliere le truppe; &#8211; marciare verso ovest; &#8211; uccidere chiunque si trovi lunghi il cammino. Immaginiamo di non aver raggiunto una semplicità tale che le truppe capiscano gli ordini così impartiti: il nostro compito di programmatore è quindi quello di semplificare ulteriormente il problema. Nel lavoro di raccolta informazioni necessarie ci si accorge che esistono delle procedure simili a tutte le campagne militari:  dunque si definiscono procedure universali che si possono riutilizzare.<br />
Facendo un esempio:<br />
- quando si è in un campo nemico trovare gli obiettivi<br />
- se è un obiettivo principale<br />
- allora saccheggiatelo<br />
- altrimenti bruciatelo<br />
- finchè esistono obiettivi intatti.<br />
La struttura logica è a steps successivi: finché accade a, si procede al passo b, a meno che non accada c e in tal caso si procede a d e si ripete il passo 5 volte oppure si procede …<br />
E&#8217; evidente quindi che, una volta identificate le procedure base, saranno le logiche di connessione tra i vari sottoprogrammi a definire il corpo del programma finale.<br />
Il problema diventa quindi quello di sorvegliare il linguaggio e in tal senso B. fa un esempio emblematico per comprendere la precisione necessaria di programmazione. Un ingegnere, un fisico e un matematico in un treno attraversano la Scozia e avvistano una pecora nera el&#8217;ingegnere dice: “Le pecore in Scozia sono nere”; il fisico replica infastidito: “Possiamo affermare che almeno una pecora in Scozia è nera”; e infine il matematico riprende entrambi: “Scusate l&#8217;impertinenza ma al massimo possiamo dedurre che in Scozia esiste almeno una pecora che ha per metà il manto nero. La precisione necessaria nella programmazione è tale che rende il racconto significativo. Nel 1963 un programma della Nasa riportava nel suo codice in Fortran un segmento del tipo DO 400 I = 1.10 che in termini tecnici significa metti il numero 1.10 all&#8217;interno della scatola siglata DO400 invece il programmatore voleva indicare DO 400 I = 1,10 e cioè ripeti dieci i comandi fino al DO400,fortunatamente l&#8217;errore non indusse nessuna conseguenza letale ma avrebbe potuto farlo. Questo episodio fa riflettere sul fatto che è necessario intraprendere una rivoluzione nel linguaggio di programmazione perché l&#8217;uomo fa continuamente degli errori; inoltre, i linguaggi a basso livello ci costringono continuamente a fare dei passaggi che per noi sono ovvi lasciando spazio a ulteriori mancanze di codice.Nel futuro assisteremo sicuramente ad una evoluzione del linguaggio: i computer non saranno più così ‘stupidi’ da fare esattamente quello che gli diciamo, ma piuttosto lo interpreteranno con un linguaggio sempre più simile al parlato; e dal punto di vista hardware saranno sicuramente più piccoli e performanti in termini di memoria e velocità. E&#8217; plausibile pensare che ognuno avrà un computer sempre con sé in ausilio ad ogni azione quotidiana, che lo seguirà in ogni fase della vita come se fosse un tutor, aiutando le persone nell&#8217;affrontare le situazioni complesse. Questo però creerà una forma di affezione tra il computer e l&#8217;uomo quasi che fosse un amico e diventerà sempre più importante anche nelle scelte: ma ciò è giusto? Può essere pericoloso per l&#8217;umanità? Errori di programmazione potrebbero indurre allora danni enormi, ancora più pericolosi di un errore nel calcolo dell&#8217;orbita di un satellite.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>La Terza Fase: forme di sapere che stiamo perdendo</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 05:06:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza e trasmissione del sapere]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
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&#8220;Alla fine del XX secolo siamo gradualmente passati da uno stato in cui la conoscenza evoluta si acquisiva soprattutto attraverso il libro e la scrittura (cioè attraverso l&#8217;occhio e la visione alfabetica o, se preferiamo, attraverso l&#8217;intelligenza sequenziale), a uno stato in cui essa si acquista anche &#8211; e per taluni soprattutto &#8211; attraverso l&#8217;ascolto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©braille2" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/06/©braille2.jpg" alt="Â©braille2" /></p>
<p>&#8220;Alla fine del XX secolo siamo gradualmente passati da uno stato in cui la conoscenza evoluta si acquisiva soprattutto attraverso il libro e la scrittura (cioè attraverso l&#8217;occhio e la visione alfabetica o, se preferiamo, attraverso l&#8217;intelligenza sequenziale), a uno stato in cui essa si acquista anche &#8211; e per taluni soprattutto &#8211; attraverso l&#8217;ascolto (cioè l&#8217;orecchio) o la visione non alfabetica (che è una specifica modalità dell&#8217;occhio), cioè attraverso l&#8217;intelligenza simultanea. Perciò siamo passati da una modalità di conoscenza in cui prevaleva la linearità a una in cui prevale la simultaneità degli stimoli e dell&#8217;elaborazione&#8221;.<span id="more-663"></span></p>
<p>In questo post ci occupiamo delle problematiche generali connesse con la trasmissione del sapere, presentando le considerazioni sviluppate nel libro <em>La Terza</em><em> Fase.</em><em> Forme di sapere che stiamo perdendo</em> (Roma-Bari 2003) da Raffaele Simone, professore di linguistica presso l’Università di Roma Tre.<br />
S. riflette sulle <strong>profonde trasformazioni nel modo di conoscere</strong>, che sono in atto da oltre trent’anni a questa parte, e della cui portata, in realtà, non c’è ancora una piena consapevolezza.</p>
<p>Non si tratta certo della prima volta che avvengono notevoli cambiamenti nel modo di conoscere: una <strong>prima fase</strong> di mutamento radicale fu avviato con <strong>l’invenzione della scrittura</strong> che, fissando su supporto dei messaggi attraverso segni stabili, ha liberato la memoria individuale e collettiva degli uomini dal peso di dover ricordare a mente un’enorme quantità di dati. Una seconda fase fu avviata dall’<strong>invenzione della stampa</strong> che ha moltiplicato significativamente la possibilità di accesso ai testi, permettendo la modificazione della memoria, lo sviluppo di immagini stampate a fini esplicativi, la diffusione dell’ordinamento e della classificazione dei dati, il passaggio ad un pubblico molto ampio di lettori.<br />
Tali trasformazioni nelle pratiche di scrittura e di lettura hanno insomma profondamente inciso sui nostri modi di conoscere, facendo sì che, <strong>fino a qualche decennio fa, la maggior delle informazioni di cui disponevamo fossero ricavate dalla lettura dei testi</strong>. Ora, invece, nell’era dell’affermazione della telematica e dell’informatica, la lettura non è l’unico né il principale dei canali: essa è stata infatti sostituita da nuovi e potenti strumenti multimediali, quali <strong>la televisione e il computer, che stanno attivando nuove funzioni e nuovi moduli della mente</strong>.<br />
Si apre così una Terza Fase del conoscere che S. esplora secondo molteplici percorsi interdisciplinari tra filosofia, linguistica e storia dei media, che purtroppo nei limiti del post non si possono seguire. Un primo tema rilevante che l’autore tocca è quello della <strong>gerarchia di valore connessa ai sensi</strong>, cioè la valutazione dell’importanza relativa della vista, dell’udito, del tatto, del gusto, dell’olfatto, per la nostra conoscenza. L’attenzione di S. si appunta in particolare su <strong>una modalità specifica di funzionamento della nostra vista,</strong> sviluppatasi in connessione con l’adozione della scrittura: <strong>la visione alfabetica</strong>, che permetterebbe di acquisire informazioni e conoscenze a partire da una serie lineare di simboli visivi ordinati l&#8217;uno dopo l&#8217;altro alla stessa maniera dei segni alfabetici su una riga di testo.<br />
La visione alfabetica avrebbe contribuito allo sviluppo dell’<strong>intelligenza sequenziale</strong> che S. <strong>contrappone a quella simultanea</strong>, propria invece delle forme di conoscenza dell’ascolto e della visione non alfabetica, caratterizzate per contro dalla percezione contemporanea di una pluralità di stimoli sensoriali. L’<strong>intelligenza simultanea non implicherebbe quindi un ordinamento preciso di tali stimoli a differenza di quella sequenziale</strong>, che opererebbe strutturazioni lineari dei dati. S. sostiene che l’intelligenza sequenziale sarebbe più evoluta di quella simultanea e, constatando il fatto che i nuovi media prediligono la seconda nelle loro comunicazioni, paventa <strong>il rischio di un arretramento ‘evolutivo’ dal punto di vista culturale</strong>: la visione non-alfabetica, caratterizzata da minor grado di governo e di controllo, prenderebbe il sopravvento su quella alfabetica più impegnativa e faticosa, ma anche più autonoma, strutturata, ordinante. Si è creato così un nuovo ordine dei sensi in cui l’udito e la visione non alfabetica sarebbero dominanti; l’arretramento della visione alfabetica sarebbe invece attestato dallo stesso rallentamento dell’alfabetizzazione della popolazione del pianeta. La trasformazione in corso sarebbe peraltro testimoniata anche da <strong>un nuovo rigoglio del parlare</strong> soprattutto nelle <strong>forme tipiche della chiacchiera</strong>, quali la <em>chat</em> (scritto che riproduce il parlato), che ricevono impulso da internet e dal telefono cellulare.<br />
Un altro interessante ambito di riflessione di S. è costituito dalle <strong>forme di acquisizione e di scambio delle conoscenze</strong>. In particolare, egli nota che <strong>i mutamenti in atto hanno profondamente inciso sull’enciclopedia di ciascuno</strong>, cioè sul suo patrimonio di conoscenze, che oggi è certamente diventato più articolato e complesso. Rispetto alle società tradizionali, quella della Terza Fase, in seguito allo sviluppo dei mezzi tecnologici di diffusione e di controllo delle conoscenze, è caratterizzata da <strong>banche dati delle informazioni</strong>, dalla <strong>moltiplicazione o addirittura polverizzazione dei luoghi di produzione del sapere</strong> – si pensi ai milioni di blog –, dall’<strong>aumento delle preconoscenze necessarie per compiere una varietà di comportamenti</strong>. In quest’ultimo senso S. parla di <strong>esplosione del software</strong> che crea nuove difficoltà per l’accesso rispetto a quelle esistenti nel passato e che implica una sorta di <strong>rovesciamento sociale nel possesso delle conoscenze</strong>: se una volta erano i vecchi a detenere un sapere da trasmettere ai giovani, ora sono questi a possedere un sapere superiore da comunicare alle generazioni precedenti.<br />
Di considerazione in considerazione S. arriva quindi a trattare anche della <strong>scuola</strong>, che è ancora <strong>il luogo principale in cui si riproduce e si distribuisce la conoscenza evoluta nelle sue forme iniziali e si trasmettono formalmente certe conoscenze selezionate</strong>. Tuttavia, essa sta perdendo terreno in questo passaggio epocale, mostrandosi incapace, per una serie di motivi (non ultimo le resistenze dei docenti), di seguire il processo di accrescimento veloce della conoscenza – <strong>è cognitivamente lenta</strong> – e quello di diffusione delle metodologie di accesso alle nuove banche dati – <strong>è metodologicamente lenta</strong>. Paradossalmente, la scuola corre il rischio di diventare <strong>un luogo dove si è protetti dai nuovi processi di conoscenza</strong>.<br />
Una delle cause principali di questi processi è per S. la <strong>nuova prevalenza del guardare sul leggere</strong>. Un’analisi comparativa delle caratteristiche di ‘<strong>amichevolezza’</strong> delle pratiche di apprendimento attraverso la lettura o di quelle attraverso la visione – analisi condotta secondo criteri che qui è possibile solo elencare: ritmo, correggibilità, richiami enciclopedici, convivialità, multisensorialità, iconicità, citabilità –  porta ad una valutazione sbilanciata a favore del secondo metodo.<br />
E questa prevalenza del guardare sul leggere ha rilevanti ricadute non solo sullo stile cognitivo, ma anche sulla <strong>concezione del testo</strong>. Nella tradizione moderna occidentale – diversamente dall’epoca antica e medievale – le élites hanno sostenuto un’idea filologica del testo, cioè fissa, prodotta da un autore, originale nei contenuti. Ora, invece, nella ‘Terza Fase’, si sta riaffermando una <strong>concezione aperta del testo</strong>, disponibile per la copia e l’interpolazione.<br />
Questi cambiamenti non possono non avere <strong>ricadute nel linguaggio</strong>, specie in quello dei giovani: e non solo sul loro lessico, ma anche sulla stessa struttura. S. introduce quindi una nuova distinzione concettuale, quello tra <strong>modello proposizionale e modello non-proposizionale di organizzare i pensieri</strong> e quindi la loro espressione linguistica. Il primo modello sarebbe caratterizzato da analiticità, strutturazione, contestualizzazione spazio-temporale, referenzialità (cioè riferimenti precisi alla realtà esterna); il secondo, proprio di questa nuova fase, sarebbe invece generico, vago; non darebbe nomi alle cose, e rifiuterebbe la struttura. E tutto ciò avrebbe ovviamente notevoli implicazioni sul modo di concepire l’esperienza di vita e quella del mondo.</p>
<p>Naturalmente, ci sarebbe molto da discutere sulle posizioni di S. che ha innanzitutto il merito di affrontare fenomeni di grande portata che noi non riusciamo ancora ad afferrare bene perché ci viviamo in mezzo. Apprezzabile è anche l’intenzionale equilibrio con cui giudica i nuovi sviluppi senza condannarne le conseguenze, benché sia implicitamente evidente la sua preferenza per il precedente sistema di apprendimento delle conoscenze.<br />
Purtroppo, in sede di commento, mi devo limitare a due sole considerazioni personali, che sono peraltro connesse. Il mutamento nelle modalità di conoscenza e negli stili cognitivi è evidente ed è soprattutto dovuto alle grandi potenzialità  &#8211; e ai grandi poteri  &#8211; dei nuovi media. Governare questo salto tecnologico richiede a sua volta un balzo del pensiero umano nella complessità, che esige una nuova educazione, quale quella proposta da Edgar Morin – che abbiamo già visto sul blog – o da Gregory Bateson. Ciò che mi sembra necessario fare è innestare le nuove forme di pensiero complesse o ‘ecologiche’ su una solida base di intelligenza sequenziale. Cioè, per andare avanti, non si può semplicemente abbandonare i risultati ottenuti dalla visione alfabetica, ma integrarvi i nuovi sviluppi simultanei.<br />
È evidente che le trasformazioni causate dai nuovi media provocano una situazione di fluidità sociale globale, sfruttata anche per la costituzione di nuovi poteri (ad es. televisivi, o relativi al software informatico), i quali hanno tutto l’interesse nel proporre la ricchezza della visione simultanea in maniera primitiva, eteronoma, cioè non educata e non autonoma. In concreto, la televisione e la multimedialità sono usate per agevolare una certa regressione del pensiero e in particolare della facoltà critica. E in tal modo si potrebbe in parte spiegare perché sia possibile così facilmente che i nuovi poteri producano discorsi politici assolutamente autocontraddittori, insostenibili spesso da un punto di vista logico-argomentativo (che è di tipo sequenziale), e guadagnare il credito di telespettatori ‘rimbambiti’ da fantasmagorici stimoli multimediali non facilmente ordinabili né gerarchizzabili, dove tutto è uguale a tutto.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Nasce la prima vita artificiale. “Ecco la cellula in laboratorio”</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 20:33:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza e trasmissione del sapere]]></category>
		<category><![CDATA[biotecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Mycoplasma laboratorium]]></category>
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		<description><![CDATA[
20 Maggio 2010, partendo da quattro bottiglie di sostanze chimiche, Craig Venter,  controverso scienziato americano, ha “creato” la prima forma di vita artificiale, come del resto aveva preannunciato due anni fa: “Sto per creare un essere vivente sintetico.”
Nasce così il primo organismo artificiale, un batterio monocellulare chiamato Mycoplasma mycoides che dopo l&#8217;esperimento viene rinominato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/05/rednode-300x168.jpg" alt="Â©rednode" title="Â©rednode" width="450" height="230" /><br />
20 Maggio 2010, partendo da quattro bottiglie di sostanze chimiche, Craig Venter,  controverso scienziato americano, ha “creato” la prima forma di vita artificiale, come del resto aveva preannunciato due anni fa: “Sto per creare un essere vivente sintetico.”<br />
Nasce così il primo organismo artificiale, un batterio monocellulare chiamato Mycoplasma mycoides che dopo l&#8217;esperimento viene rinominato Mycoplasma laboratorium.<span id="more-651"></span><br />
Parliamo di uno dei più sentiti argomenti dell&#8217;inizio del terzo millennio, cioè della biotecnologia e della bioetica, attraverso la lettura dell&#8217;articolo Nasce la prima vita artificiale “Ecco la cellula in laboratorio”  (“Repubblica” 21 maggio 2010), scritto da Elena Dusi.<br />
L&#8217;articolo mette in evidenza l&#8217;eccezionale esperimento svolto dall&#8217;équipe diretta da Craig Venter che, dopo aver decodificato la mappatura del genoma umano, è riuscito nella brillante impresa di costruire un DNA sintetico programmato da un computer e inserirlo all&#8217;interno di un batterio svuotato del suo DNA, generando così una nuova forma di vita in grado di autoreplicarsi.<br />
Gli sviluppi futuri plausibili sono tra i più svariati, come la produzione di farmaci piuttosto che l&#8217;assorbimento di elementi nocivi nell&#8217;aria oppure la sintesi di idrocarburi. Un&#8217;applicazione nell&#8217;immediato sembra essere l&#8217;estrazione dei combustibili da alghe sintetiche spiegando così gli ingenti fondi versati a sostegno del progetto da parte di aziende come Exxon oppure Bp.<br />
L&#8217;esperimento prevede la realizzazione di una cellula batterica controllata da un genoma creato in laboratorio programmato al computer. In sintesi vengono programmate delle sequenze di geni che, dopo essere state prodotte in laboratorio, vengono impiantate in un micoplasma di una cellula già esistente a cui era stato preventivamente rimosso il DNA. Quindi, per semplificare il discorso, dal momento che il cromosoma di un batterio è codificato da una sequenza del codice genetico, questa sequenza decodificata e ricreata sinteticamente in laboratorio, nel momento in cui viene sostituita al DNA naturale, permette al batterio di autoriprodursi.<br />
La teoria mette in luce l&#8217;analogia esistente tra il programma che ha decodificato la catena dei cromosomi e la funzione di sistema operativo del DNA nel far svolgere a ogni parte del batterio i propri compiti. La parte più complicata dell&#8217;esperimento è stata quella di permettere al Mycoplasma laboratorium di riprodursi: trasformare cioè questo ammasso di sostanze chimiche in un qualcosa che interagisse con il batterio, gestendone tutte le sue funzioni vitali così come un sistema operativo fa con i programmi.<br />
Al momento il batterio artificiale si trova nei laboratori immerso in una soluzione di nutrienti che gli permettono di sopravvivere. In natura colonizza animali come capre ma il fratello artificiale ha 14 geni modificati al fine di impedire al batterio di legarsi con l&#8217;animale.<br />
Le questioni che rimangono aperte al dibattito sono molteplici. Pertanto ritengo fondamentale sgombrare innanzi tutto il campo da certi allarmismi – come le voci incontrollate sulla creazione di androidi – e piuttosto sollevare l&#8217;attenzione sulle precauzioni necessarie nella sperimentazione per evitare delle pericolose modificazioni che potrebbero generare danni difficilmente controllabili. Questo genere di sperimentazione richiede infatti un continuo controllo al fine di evitare meccanismi dannosi, al momento non prevedibili. I campi di applicazione di questa tecnologia sono tra i più svariati: energia, inquinamento, medicina; ma, dal momento che non esiste una ricerca buona o cattiva in assoluto ma solo in relazione al suo uso, è necessario fare chiarezza sugli indirizzi di sperimentazione per evitare possibili catastrofi genetiche.</p>
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		<title>SPDY: un protocollo sperimentale per rendere il web più veloce</title>
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		<pubDate>Sun, 09 May 2010 20:52:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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SPDY sta ad indicare un protocollo internet alternativo all&#8217;HTTP per velocizzare la navigazione WEB. La sperimentazione fa parte di un&#8217;iniziativa che va sotto il nome di “Let&#8217;s make the web faster”. Alla fine del 2009, Google ha presentato SPDY, un nome che vuole richiamare il termine inglese speedy (veloce) per comunicare, appunto, il senso di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/05/bottleneck1.jpg" alt="Â©bottleneck" title="Â©bottleneck" width="450" height="230" class="aligncenter size-full wp-image-623" /><br />
SPDY sta ad indicare un protocollo internet alternativo all&#8217;HTTP per velocizzare la navigazione WEB. La sperimentazione fa parte di un&#8217;iniziativa che va sotto il nome di “Let&#8217;s make the web faster”. Alla fine del 2009, Google ha presentato SPDY, un nome che vuole richiamare il termine inglese speedy (veloce) per comunicare, appunto, il senso di velocità nella navigazione grazie alla compressione dei contenuti. I risultati ottenuti dai primi test di laboratorio sono entusiasmanti: si parla di una riduzione del 64% del tempo di navigazione.<span id="more-618"></span><br />
Torniamo ad occuparci del web, lo spazio virtuale con cui l&#8217;uomo è ormai costretto sempre più a confrontarsi, recensendo l&#8217;articolo della rivista “Linux Pro” intitolato SPDY (N° 90, Aprile 2010), scritto da Massimiliano Zagaglia, editore della stessa testata.<br />
HTTP (Hyper Text Transfer Protocol) è stato fino ad oggi il protocollo che ha regolato la navigazione web occupandosi della semantica delle richieste base di comunicazione. Il forte cambiamento avvenuto in questi ultimi dieci anni, unito alla scarsa propensione alla velocità di questo protocollo, ha reso l&#8217;intervento sulle infrastrutture hardware un&#8217;azione parziale e limitata. Perciò si è reso necessario mettere mano al protocollo di comunicazione e da qui nasce nei laboratori di Google l&#8217;esperimento SPDY.<br />
Come è evidente nella barra di navigazione del browser, la maggior parte degli indirizzi internet iniziano con la stringa “http://” che sta ad indicare che si deve usare il protocollo HTTP per recuperare i file presenti all&#8217;indirizzo indicato di seguito. Il file può essere di qualsiasi tipo, da un immagine a un video piuttosto che un elemento dinamico output di una query a un database. Tutto avviene in sostanza grazie al browser che trova il server che ospita i documenti presenti nella pagina e invia delle richieste nel formato HTTP. Se il documento così specificato esiste nel server web, quest&#8217;ultimo risponde prima inviando un header (letteralmente ‘intestazione’) contenente metadati (come dimensione del file o data dell&#8217;ultima modifica) e poi trasmettendo il documento.<br />
Il problema nasce con l&#8217;evoluzione di internet che ha generato una forte cambiamento nella tipologia dei contenuti dal momento che le pagine sono diventate un “collage” di diversi oggetti, spesso anche molto piccoli come CSS, cookie script. Pertanto, essendo l&#8217;HTTP progettato per completare gli header e le richieste per ognuno di questi oggetti e non ottimizzando il tempo di percorrenza della pagina dal server alla destinazione, ha messo in evidenza che, anche a fronte di una infrastruttura a banda larga, non si riesce ad ottenere dei risultati soddisfacenti. Il collo di bottiglia nella velocità di comunicazione è infatti nel protocollo. I browser di ultima generazione hanno implementato sessioni parallele per ovviare a certi tempi di latenza, ma anche questa strada non sembra portare ai risultati sperati.<br />
La via di uscita sembra vedersi con questo nuovo protocollo SPDY che prevede la compressione di questi header prima dell&#8217;invio. Il protocollo si occupa di sostituire tutti i flussi HTTP indipendenti con un&#8217;unica sessione della pagina con il protocollo SSL (Secure Socket Layer), usato di norma nel traffico cifrato. Tutti i componenti vengono così pacchettizzati assieme e inviati come un unico blocco di dati. In sostanza il risparmio è dovuto al fatto che l&#8217;header è unico, decrementando così il numero di bit totali di overhead che devono navigare in rete tra il PC e il server web. In questo modo si riduce notevolmente anche il tempo di latenza per il controllo dei risultati.<br />
E&#8217; importante mettere in evidenza l&#8217;aspetto di sicurezza nella navigazione poiché SPDY usa SSL che a sua volta supporta la cifratura: Google sta perciò pensando di proteggere la navigazione in rete proteggendo tutti gli elementi impacchettati senza che questi corrano il rischio di essere alterati e bloccati da proxy o router. Un altro aspetto innovativo è la tecnica server push: con cui il server comunica in anticipo al browser client qualcosa del tipo: “Ehi, prendi anche questo pacchetto perché tra qualche secondo ne avrai sicuramente bisogno!”. I primi test hanno messo in evidenza un guadagno in termini di tempo che va dal 27% al 60%. Rimane però da verificare se effettivamente i server web siano o meno all&#8217;altezza di reggere il carico relativo alla cifratura dei pacchetti e di superare il problema della perdita dei pacchetti. Infatti, la compressione dei dati prima dell&#8217;invio potrebbe comportare il rischio che con la perdita anche di un solo pacchetto la pagina web rimanga bianca per un tempo ancora più lungo.<br />
Un ulteriore problema potrebbe essere legato all&#8217;opacità delle connessioni SSL che renderebbero inutile la tecnica delle cache dei proxy intermedi che permettono il più veloce caricamento delle pagine.<br />
Si può concludere ricordando che l&#8217;esperimento SPDY non è unico nel suo genere: tra i tanti possiamo citare SCTP (Steam Control Transmission Protocol), SST (Structured Stream Transport) e SMUX (www.w3.org/TR/WD-mux). SPDY si distingue sia per efficacia che per semplicità di implementazione: pertanto è il maggior candidato per facilitare la nostra navigazione web nel futuro. E&#8217; interessante però notare la differenza culturale esistente tra realtà come quella di Google, che fanno dell&#8217;indipendenza di comunicazione il loro cavallo di battaglia, ed i governi, che invece sono interessati soltanto al controllo.<br />
E&#8217; ovvio che la “libertà estrema” evidenzia le due facce della medaglia (comunicazione/ipercomunicazione); io credo comunque che sia sempre meglio diffidare di chi, censurando e limitando l&#8217;uso del mezzo, si proclama difensore di valori e interessi comunitari.</p>
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		<title>Il potere delle credenze</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 12:46:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[credenze]]></category>
		<category><![CDATA[fisica]]></category>
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“Proprio come il suono crea onde visibili mentre attraversa una goccia di acqua, così anche le onde delle nostre credenze increspano il tessuto quantistico dell&#8217;universo per prendere forma nei nostri corpi, trasformandosi nella realtà che percepiamo durante la nostra vita. Gli esperimenti dimostrano che il fulcro della nostra attenzione cambia la realtà stessa e indicano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©cuttingmat" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/04/©cuttingmat.jpg" alt="Â©cuttingmat" /><br />
“Proprio come il suono crea onde visibili mentre attraversa una goccia di acqua, così anche le onde delle nostre credenze increspano il tessuto quantistico dell&#8217;universo per prendere forma nei nostri corpi, trasformandosi nella realtà che percepiamo durante la nostra vita. Gli esperimenti dimostrano che il fulcro della nostra attenzione cambia la realtà stessa e indicano che viviamo in un universo interattivo.”<br />
La storia dell&#8217;Universo è una smisurata e ininterrotta computazione quantistica che ci prospetta le realtà parallele che le nostre credenze trasformano nell&#8217;esperienza percepita. <span id="more-539"></span></p>
<p>Parliamo del ruolo centrale dell&#8217;osservatore nella determinazione della realtà attraverso la lettura di Guarigione spontanea delle credenze (Cesena 2008), scritto da Gregg Braden ricercatore ai confini tra la scienza e la spiritualità.<br />
In questo libro, B. approfondisce la riflessione sulla posizione dell&#8217;uomo nell&#8217;Universo secondo le visioni quantistiche moderne. La scienza ha riconosciuto che siamo immersi in una realtà plasmabile, dove atomi cellule galassie cambiano adeguandosi alle energie generate dalle nostre credenze (belief). L&#8217;uomo diventa co-creatore nell&#8217;atto di partecipare come osservatore dell&#8217;universo.<br />
La ricerca nel campo della fisica quantistica ci mette di fronte a un bivio nella visione del ruolo dell&#8217;uomo nell&#8217;universo. Se da una parte vige una concezione classica, il cui più insigne esponente, Einstein, sostiene l&#8217;esistenza del mondo indipendentemente dalla presenza degli essere umani, dall&#8217;altra si sta affermando una prospettiva diametralmente opposta, propugnata soprattutto dal fisico Wheeler, che ha messo in evidenza la necessità della presenza di un osservatore  dal momento che i mattoni stessi dell&#8217;universo sono atti di un&#8217;osservazione partecipata.<br />
Il nostro essere qui ed ora è l&#8217;oggetto di una convergenza temporale, spaziale e materiale-energetica che ci mette in grado di partecipare alla produzione deterministica della realtà come la percepiamo quotidianamente. Ogni nostra scelta innesca un effetto ondulatorio che si ripercuote non solo sulla nostra vita ma anche sul mondo esterno.<br />
Dietro questa idea un team di scienziati, che hanno come capofila Konrad Zuse, sta tracciando parallelismi fra il modo in cui l&#8217;universo funziona e una simulazione informatica. La domanda di partenza è semplicemente questa: “E&#8217; possibile che l&#8217;intero universo  funzioni come un grande computer dotato di un codice?”. Il risultato di tale ricerche lascia senza fiato: l&#8217;universo sembra essere un programma, di cui gli elementi per noi costitutivi (atomi, elettroni, etc.) sono bit di informazione funzionanti in maniera analoga a quelli presenti nei nostri computer. Essi sono “on” in quanto materia e “off” in quanto onde invisibili. Comprendere il codice dell&#8217;universo significa quindi ricercare gli algoritmi di questo enorme computer quantistico. I primi schemi identificati da Mandelbrot sono stati<br />
denominati frattali: schemi semplici e ricorsivi che organizzano i mattoni elementari per ricostruire la realtà come noi la conosciamo. Costruendo un parallelismo tra Computer elettronico e l&#8217;Universo avremo così che gli atomi corrispondono ai bit, la realtà è l&#8217;output del software, mentre la coscienza e le credenze sono assimilabili al sistema operativo e al programma dell&#8217;universo.<br />
Per la prima volta si cerca di far fondere le fondamentali modalità di conoscenza: credenza e scienza. Spesso si confonde fede (faith) con credenza (belief), ma esiste una differenza fondamentale tra loro: infatti, mentre faith definisce una credenza in qualcosa di cui non ci sono prove, belief esprime “una convinzione della verità quando si basa sull&#8217;esame di prove”. In questi termini le credenze rientrano come oggetto di studio della scienza in quanto esperienza coerente, ripetibile e apprendibile.<br />
Pertanto le onde generate dalle nostre credenze sono il linguaggio dei mattoni dell&#8217;universo con cui interagiamo con il mondo fisico. In un modello di realtà partecipativa noi creiamo quindi le nostre esperienze oltre a sperimentare ciò che abbiamo creato.</p>
<p>I risvolti fisici-filosofici di queste nuove teorie sono molteplici e molto complicati, è interessante comunque considerare l&#8217;importanza del tentativo da parte della scienza di considerare la totalità degli aspetti umani come i suoi sentimenti e credenze. La sperimentazione dell&#8217;azione delle credenze sulla realtà aprirà sicuramente nuove frontiere nella ricerca con la speranza di cambiare il punto di vista del ricercatore e, in particolare, di uscire da un dualismo relativistico-quantistico che tormenta la ricerca teorica degli ultimi 100 anni.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>Link. La scienza delle reti</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 21:31:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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7 febbraio 2000: il sito Yahoo.com viene messo in ginocchio da un miliardo di richieste simultanee di accesso. Vista la gravità dell&#8217;accaduto si è subito pensato ad un attacco frutto di un gruppo di hacker professionisti. Il risultato finale dell&#8217;indagine suscita sconcerto: l&#8217;artefice di tutto era un ragazzo adolescente che non era neanche molto esperto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-514" title="Â©ramify" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/03/ramify-300x168.jpg" alt="Â©ramify" width="460" height="258" /><br />
7 febbraio 2000: il sito Yahoo.com viene messo in ginocchio da un miliardo di richieste simultanee di accesso. Vista la gravità dell&#8217;accaduto si è subito pensato ad un attacco frutto di un gruppo di hacker professionisti. Il risultato finale dell&#8217;indagine suscita sconcerto: l&#8217;artefice di tutto era un ragazzo adolescente che non era neanche molto esperto di informatica. Un neofita (MafiaBoy) era riuscito nell&#8217;impresa di prendere inconsapevolmente in mano l&#8217;arma più potente che esista: il controllo di una  rete. Per comprendere fenomeni come questo, la scienza, armata di nuovi strumenti matematici, conosciuti come grafi, cerca di ricostruire le strutture delle interconnessioni che governano lo spazio virtuale e reale. Le recenti scoperte hanno fornito risultati sorprendenti, dal momento che mappe dei rapporti finanziari sono molto simili ai grafi dei geni del cancro e alle mappe del web. Poche semplici leggi governano la struttura e l&#8217;evoluzione di reti molto complesse.<span id="more-505"></span><br />
Parliamo di scienza delle reti attraverso la lettura di “Link. La scienza delle reti” (Torino 2004), scritto da Albert-Laszlo Barabasi, docente di Fisica teorica all&#8217;Università di Notre dame, Indiana.<br />
Secondo B. il riduzionismo è la forza che ha guidato la ricerca scientifica del XX secolo; e in questa prospettiva sono stati svolti sforzi incredibili al fine di ricercare i mattoni elementari per ricostruire l&#8217;Universo. Poi, quando l&#8217;uomo si è imbattuto nel problema della complessità, si è scoperto che questi mattoni non sono sufficienti per spiegare il mondo. I singoli elementi possono essere ricombinati in così tanti modi che sarebbero necessari centinaia di anni per provarli tutti. Fortunatamente si è intuito che la complessità ha delle regole ben precise che possono illuminarci e guidarci verso nuove scoperte.<br />
B. ci conduce in un viaggio nella storia delle teorie delle reti dalla nascita del primo grafo fino alla teoria della rete distribuita di Paul Baran. La teoria delle reti nasce con la rappresentazione del primo grafo da parte di Eulero, che nel 1736 ha l&#8217;intuizione di introdurre questa teoria per risolvere il famoso problema dei ponti di Königsberg. In sintesi la città era costituita da un&#8217;isola con delle zone di terra intorno divise da due rami di un fiume.<img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-517" title="123" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/03/1232-150x150.png" alt="123" width="150" height="150" /><br />
Risolvere il problema significava trovare il percorso che permettesse di attraversare tutti i ponti una sola volta. La grande intuizione di Eulero fu quella di identificare le quattro regioni di terra come nodi e i ponti (in giallo) come link. Una volta rappresentato sotto questa luce il problema era chiaro dal momento che nodi con un numero dispari di link dovevano trovarsi all&#8217;inizio o alla fine del tragitto e nel problema tutti e tre i nodi avevano tre link per cui era impossibile trovare la soluzione richiesta.<br />
La prima vera e propria teoria delle reti è da attribuirsi a Erdos e va sotto il nome di teoria delle reti casuali. Immaginiamo un ricevimento di dieci persone dove gli ospiti non si conoscono tra loro.<br />
Dapprima si formeranno sottogruppi di persone fino a quando alcuni ospiti si sposteranno verso altri gruppi formando un’unica nuova rete sociale in cui tutti sono connessi. I nodi diventeranno un unico insieme, dove spostandosi da un link all&#8217;altro sarà possibile raggiungere tutti i nodi, definendo un unico grande cluster. Il  risultato è una curva di Poisson.<img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-508" title="12" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/03/121-150x150.jpg" alt="12" width="150" height="150" /><br />
Un esempio di queste reti a link casuali sono la rete autostradale che collega tutte le città americane.<br />
Un successivo studio sulla rete sociale ha condotto Gladwell a rivisitare il concetto di rete casuale e introdurre una nuova teoria delle reti che prende il nome di teoria dei connettori. In sintesi le reti non si sviluppano a caso ma piuttosto esistono dei nodi  fondamentali che racchiudono in sé un numero maggiore di link, detti appunto Hub o connettori. Un esempio è la rete aeroportuale americana dove solo pochi aeroporti sono collegati a tutti gli altri. Il risultato è una curva esponenziale.<img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-513" title="123456" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/03/1234563-150x150.jpg" alt="123456" width="150" height="150" /><br />
l grafico indica che esistono un numero enorme di nodi che hanno pochi link mentre ci sono pochi connettori che collegano il maggior numero di link.<br />
L&#8217;arrivo del web ha permesso un ulteriore slancio alla studio della rete spingendo l&#8217;analisi dei punti critici di questi modelli matematici. Infatti internet, appartenendo ai modelli di rete distribuita, ha il problema di dipendere fortemente dagli Hub dominanti: questo vuol dire che il black-out casuale anche di molti nodi può mantenere intatto il sistema mentre la semplice interruzione di pochi connettori principali può mettere in ginocchio l&#8217;intero sistema (ecco il caso MafiaBoy)<br />
E&#8217; chiaro che la teoria delle reti ci fornisce un nuovo strumento per analizzare i problemi di complessità, che riveste un grande interesse perché permette di affrontare tanto i problemi di sicurezza informatica quanto quelli sociali. Ci fornisce un nuovo punto di vista con cui guardare il mondo reale e quello virtuale,il cui sempre più frequente intreccio richiede di unire gli sforzi di ricerca tra più settori e di accrescere l’apertura mentale.</p>
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		<title>Un nuovo genere di Malwares di nome Scarewares</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 22:18:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza e trasmissione del sapere]]></category>

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Molte persone sostengono che il 2010 sarà l&#8217;anno della sicurezza informatica. La crisi economica unita alla crescita delle possibilità offerte dal cloud computing rende la gestione dei dati elettronici un compito molto complesso. E&#8217; evidente che l&#8217;espansione dei social network mette a repentaglio la sicurezza non solo delle grandi industrie ma del singolo individuo: ne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-490" title="Â©spark" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/03/spark-300x168.jpg" alt="Â©spark" width="460" height="258" /><br />
Molte persone sostengono che il 2010 sarà l&#8217;anno della sicurezza informatica. La crisi economica unita alla crescita delle possibilità offerte dal cloud computing rende la gestione dei dati elettronici un compito molto complesso. E&#8217; evidente che l&#8217;espansione dei social network mette a repentaglio la sicurezza non solo delle grandi industrie ma del singolo individuo: ne è un esempio il caso dell&#8217;attacco alla rete Twitter.<br />
La gestione della sicurezza dati è un argomento molto delicato che richiede uno sforzo elevato, una grande collaborazione tra i protagonisti ed una maggiore sensibilità di ogni utente.<span id="more-484"></span><br />
Affrontiamo il problema della sicurezza informatica parlando di scarewares, attraverso la lettura di Study of a New Genre of Malawares called “Scarewares”  (USA Virginia 2010), scritto da Rajdeep Chakraborty, Microsoft MVP esperto in Malware Research e fondatore di una delle più grandi community antimalware (www.malwareinfo.org).<br />
Il termine Malware indica un codice maligno sviluppato per prendere il controllo di un dispositivo digitale. A secondo della tipologia  può essere definito in modi diversi come: Virus, Trojan, Spyware, Adware, etc. L&#8217;obiettivo dell’ articolo di C. è quello di focalizzare l&#8217;attenzione su un nuovo genere di malwares chiamato scarewares. La tecnica si basa sul principio di spaventare (appunto scare) l&#8217;utente costringendolo a scaricare un file malevolo che compromette il funzionamento del computer.<br />
Rogue anti-spyware è probabilmente l&#8217;esempio più famoso di scarewares, un&#8217;applicazione che ha invaso lo spazio web. In sostanza questo software usa una serie di trucchi per convincere l&#8217;utente che naviga a scaricarlo per rimuovere eventuali malware presenti sul sistema operativo. In altre parole, navigando sulla rete è possibile veder apparire all&#8217;improvviso sul monitor un avviso popup che imita un “Warning!!” oppure un avviso di “System Error!!”, con cui si indica la presenza di un file infetto. Il popup offre un free download per rimuovere il codice malevolo. Inizia in questo modo l&#8217;infezione: l&#8217;applicazione installa infatti un browser helper object (BHO) che si integra come plugin del browser. Si avvia così l&#8217;attività di malware che spesso si evidenzia all&#8217;utente o come una serie di messaggi che sembrano provenire dal sistema operativo o, altre volte, come semplici messaggi di alert. Il software è capace di imitare i principali segnali di help di Windows XP, ad esempio: in sostanza fa di tutto affinché l&#8217;utente si trovi in una situazione di panico. I messaggi cominciano allora a diventare sempre più frequenti fino a mostrare quello in cui si comunica la necessità di acquistare la versione a pagamento per rimuovere tutti i files infetti. E&#8217; soltanto un&#8217;azione per spaventare l&#8217;utente che alla fine cade nella trappola di acquistarlo.<br />
Se Rogue Securety Software spinge all&#8217;acquisto del prodotto, Ransomware obbliga  al pagamento pena la perdita del controllo sul sistema operativo. Questo secondo malware, con una tecnica simile a quella esposta sopra, blocca l&#8217;accesso al sistema operativo oppure cripta i dati impostando un termine ultimo di pagamento per il loro recupero.<br />
Ransomware, spesso riconosciuto anche come Trojan.Ransomlock oppure Trojan.Randsomcrypt, quando infetta un computer fa comparire una schermata del tipo: “WINDOWS BLOCKED FOR UNLOCKING YOU NEED TO SEND TEXT: #win ….. TO THE NUMBER …. THE COST IS AROUND &#8230; EUR.” Non è facile eliminare il programma dal momento che il software blocca l&#8217;attivazione del task manager e i files criptati sono tutti quelli con le estensioni più comuni: .doc, .jpg, .zip, .jpeg, .php, .eml, etc. Anche in questo caso per rimuovere il Malware è richiesto il pagamento di una cifra precisa che rilascia un codice di sblocco per i dati. Nel  maggio del 2005 si è vista forse la più grande evoluzione di Ransomlock con la versione Gpcoder che usa l&#8217;algoritmo Rsa di criptazione a 1024-bit. Da qui si avvia una continua evoluzione di algoritmi di criptazione, sempre più complicati, che costringono l&#8217;utente a pagare le cifre richieste laddove i dati fossero indispensabili.<br />
Prima di occuparci di come rimuovere questi files, è importante mettere in evidenza alcune regole semplici ma che non si devono mai dimenticare: 1- non aprire mail che provengono da utenti sconosciuti o per lo meno improbabili, come personaggi famosi, e non aprire mai direttamente link web se non si è più che si sicuri della provenienza: in caso di dubbio riscrivere link a mano sullo spazio url del browser; 2- se durante la navigazione vi appare improvvisamente un popup che indica che il vostro computer è infetto, ignoratelo; 3- leggere sempre le licenze dei software sopratutto se la prima volta che li installate; 4- usare un firewall: già la versione SP2 di Windows ne ha uno a disposizione; 5- tenere il sistema operativo aggiornato il più possibile; 6- ogni tanto lanciare un antivirus on line o stand alone (tipo mware.exe)<br />
Nel caso in cui fossimo già caduti vittima di uno scarewares, le prime operazioni che possiamo fare sono: 1- riavviare il sistema operativo in modalità provvisoria e, nel caso in cui la manovra riuscisse, rimuovere il programma dall&#8217;autostarting: e si può allora lanciare un antivirus per individuare  i files infetti e la posizione di quest&#8217;ultime eliminando anche le possibili voci delle chiavi di registro (regedit dal command prompt); 2- nel caso in cui la rimozione fallisse, fare l&#8217;avvio da una distro linux live, cioè buttabile da cd-rom, e provare a rimuovere i files; 3- se i files non fossero identificati dall&#8217;antivirus in modalità provvisoria, provare a montare l&#8217;hard disk in modalità slave su un altro PC e provare a lanciare l&#8217;antivirus da questa posizione (tentare anche con più tipologie di software); 4-nel caso i files fossero criptati, provare con il cloud computing (per cui si richiede però un utente più esperto) per decriptarli.<br />
Il fine del post non è sicuramente quello di presentare un HOWTO, cioè un’esposizione di come rimuovere i virus, malwares, etc (peraltro la rete è piena di siti a ciò deputati), ma vuole sensibilizzare ogni utente di rete a fare attenzione durante la navigazione, anche se non gestisce dati sensibili. Spesso l&#8217;utente medio, in maniera superficiale, sostiene di sentirsi sicuro, di non aver nulla da perdere, ma questo non è sempre vero e inoltre la perdita di controllo del proprio PC può renderlo base di attacco per altri utenti. Il web ci apre certo le porte al mondo, ma facciamo attenzione che le porte aperte siano sempre da noi controllate&#8230;<br />
Abbiamo appena fatto cenno al cloud computing, un argomento fondamentale per la sicurezza informatica, che ci ripromettiamo di approfondire nell&#8217;immediato futuro.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>Biglietti via SMS (Hackin9)</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 20:19:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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Un ticket SMS è un messaggio ricevuto al cellulare in risposta ad un acquisto. Il biglietto SMS consiste in una stringa in formato testo che comprende la data di validità, il nome e la compagnia che lo rilascia ma senza comprendere nessun tipo di identificativo personale. Un esempio fittizio:
Public Transport Company &#8216;ABC&#8217; , SMS ticket [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©cellulars" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/01/cellulars-300x168.jpg" alt="Â©cellulars" width="450" height="253" /><br />
Un ticket SMS è un messaggio ricevuto al cellulare in risposta ad un acquisto. Il biglietto SMS consiste in una stringa in formato testo che comprende la data di validità, il nome e la compagnia che lo rilascia ma senza comprendere nessun tipo di identificativo personale. Un esempio fittizio:<br />
Public Transport Company &#8216;ABC&#8217; , SMS ticket Price &#8216;XYZ&#8217;,<br />
Validity: from 28.10.08 11:30 to 29.10.08 12:30, code YrWYxMCz08 / 64576.<br />
Il controllore, dotato di un apposito dispositivo simile ad un palmare, confronterà nel momento della verifica il numero indicato sul biglietto SMS del passeggero con quello presente nel database dell&#8217;azienda per verificarne l&#8217;autenticità.<span id="more-444"></span><br />
Affrontiamo il problema della sicurezza dei biglietti via SMS, di cui ultimamente tanto si è sentito parlare, attraverso la lettura di SMS Trickery in Public Transport (USA 2010), scritto da Tam Hanna, sviluppatore di applicazioni per smartphone  e esperto di mobile computing per la Palm lllc.<br />
H. si concentra su un aspetto specifico dell&#8217;esperienza che sta maturando in vari paesi europei nella gestione dei ticket nei trasporti pubblici.<br />
L’autore, riprendendo l&#8217;articolo di Pavol Luptak&#8217;s Hacking, intende mettere in guardia dalle falle di sicurezza di tale meccanismo, prima che questo sistema si diffonda per qualsiasi altra forma di acquisto.<br />
L‘unicità del codice generato al momento del SMS di risposta sembra di primo acchito un sistema abbastanza sicuro, ma, come messo in evidenza da Pavol Luptak, questa impressione è inesatta. Il sistema è composto da un server centralizzato che comunica con un&#8217;applicazione installata sul dispositivo mobile. Il programma connette l&#8217;utente a un server centrale tramite protocollo TCP/IP per richiedere un biglietto ogni qualvolta l&#8217;utente entra in un mezzo di trasporto pubblico. Il ticket viene così rilasciato tramite un SMS senza costi aggiuntivi. Il server svolge così la funzione di repository dei biglietti. In altre parole ogni volta che un utente richiede un biglietto il server confronta se l&#8217;utente è in possesso di un ticket valido; in caso contrario ne rilascia uno nuovo. Il problema sorge quando due utenti ricevono lo stesso biglietto: in tal caso uno dei due è illecito. La soluzione a questo punto potrebbe essere quella di stabilire una collegamento logico tra il biglietto e il telefonino dal quale è stata avanzata la richiesta. Tutto ciò comporterebbe però la necessità di inviare una chiamata al numero telefonico tagliando fuori però gli utenti che abilitano il numero privato. L&#8217;unica soluzione sarebbe di collegare il biglietto al richiedente ma questo richiederebbe una pre-registrazione di ogni utente prima di usare il servizio. Il server in questo caso diventerebbe un enorme database e il sistema perderebbe la sua semplicità che era la prerogativa principale per il suo sviluppo.<br />
Nasce così il contrasto tra le necessità di ridurre i costi e le esigenze di sicurezza. Il caso specifico dei trasporti analizzato in questo post sembra non essere particolarmente delicato, anche se non è da sottovalutare in toto; e le preoccupazioni diventerebbero più che lecite nell’eventualità che il sistema si estendesse come indicato dalla direttiva europea Payment Service. Alcuni costruttori di sistemi di integrazione corrono ai ripari proponendo dispositivi adeguati per un pagamento POS, ma il mercato non è ancora pronto. L&#8217;integrazione informatica porta sicuramente molti vantaggi semplificando la nostra vita, ma altresì necessita di una forte sensibilizzazione sia dell&#8217;utilizzatore finale nella gestione dei suoi dati sia degli amministratori dei servizi. Troppe volte si sente parlare di superficialità da parte delle aziende che trattano i dati, le quali per ingordigia economica non dimostrano adeguata sensibilità nella gestione delle falle di sicurezza. Il mondo hacker, nelle sue componenti che si mostrano attente alla pubblica utilità, è attivo nel mettere in luce queste inesattezze di codice e struttura, ma l&#8217;utente comune non riesce spesso a percepirne il pericolo.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>L&#8217;istinto matematico. Perchè sei anche tu un genio dei numeri</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 20:37:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza e trasmissione del sapere]]></category>
		<category><![CDATA[apprendimento]]></category>
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&#8220;Ci sono almeno due tipi di matematica, quella che viene coltivata dagli specialisti e quella istintiva di cui si servono cani e gatti, gufi e castori, ragni e aragoste. L&#8217;uomo dovrebbe essere da meno degli altri animali? La maggior parte di noi se la cava egregiamente con numeri e figure in molte questioni pratiche, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-395" title="Â©waspmats" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/12/waspmats-300x168.jpg" alt="Â©waspmats" width="450" height="253" /><br />
&#8220;Ci sono almeno due tipi di matematica, quella che viene coltivata dagli specialisti e quella istintiva di cui si servono cani e gatti, gufi e castori, ragni e aragoste. L&#8217;uomo dovrebbe essere da meno degli altri animali? La maggior parte di noi se la cava egregiamente con numeri e figure in molte questioni pratiche, ma guai a dire che si tratta di matematica perchè ciò evoca immediatamente lo spettro della disciplina che ci ha tormentato sui banchi di scuola. Invece che da arcigni professori, dovremmo imparare da tutti quegli animali che “sanno fare matematica” a escogitare trucchi e a scoprire strategie per migliorare le nostre capacità innate. Allora numeri e figure non si apriranno più come un castigo divino ma come un&#8217;occasione di intelligente divertimento.&#8221;<span id="more-394"></span></p>
<p>Esaminiamo il concetto di matematica attraverso la lettura di L&#8217;istinto matematico. Perchè sei anche tu un genio dei numeri (Milano 2007), scritto da Keith Devlin, dirigente del Center for the Study information della Standford University e esperto di divulgazione scientifica presso la BBC.<br />
In questo libro, D. approfondisce il concetto di matematica mettendo in luce quanto sia riduttivo limitarne il significato ad una sola questione di numeri. In realtà molte azioni quotidiane sono riconducibili a calcoli matematici che svolgiamo in maniera istintiva. L&#8217;autore cerca di farci avvicinare alla matematica mostrandola in ogni sua forma e mettendo quindi in evidenza che siamo in grado di risolvere istintivamente calcoli matematici molto complessi.</p>
<p>Il filo conduttore di tutto il libro è la domanda “che cos&#8217;è la matematica” nella sua definizione più generale e quali siano le sue espressioni nel mondo animale e vegetale. D. fornisce una delle definizioni più eleganti che si possano dare: la matematica è lo studio di pattern (cit Douglas Hofstadter in Godel, Escher, Bach) . In sostanza il mondo può essere visto come un enorme puzzle e noi ne utilizziamo i pezzi per enumerarlo. I numeri sono nati quando i nostri antenati hanno capito che insiemi di tre buoi, tre lance, ecc. avevano in comune qualcosa: l&#8217;esser-tre. I numeri sono oggetti inventati per descrivere questi pattern. In maniera analoga si scopre l&#8217;esistenza di pattern di numeri e così nasce l&#8217;aritmetica. Da un percorso analogo è nato il concetto di geometria come espressione di un pattern di forma. Il discorso potrebbe continuare fino a spiegare il calcolo infinitesimale come espressione di un pattern di moto oppure il calcolo probabilistico come espressione di un pattern di eventi casuali ripetitivi. L&#8217;osservazione della natura porta D. a riflettere su quanto sia importante la componente istintiva nella risoluzione dei problemi matematici della vita quotidiana. Nel regno animale si possono incontrare opere di architettura affascinanti, come quelle costruite dalle api. Pensiamo per un attimo alle celle dell&#8217;alveare, la loro forma ad esagono regolare esprime il pattern di forma più efficiente per coprire una grande area. In poche parole le api risolvono istintivamente in maniera perfetta un problema di geometria bidimensionale. Un&#8217;altra risposta della natura a un problema matematico è la forma delle macchie nei mantelli delle tigri e del leopardo. Il professor Murray ha messo in evidenza la corrispondenza esistente tra la forma embrionale nel momento delle reazioni chimiche che regolano la colorazione e il pattern del mantello dell&#8217;animale. Per fare un esempio prendiamo in esame il caso della zebra: che nel momento della reazione che determina il colore del manto il suo embrione è  prevalentemente allungato a forma di matita; il risultato è dunque evidente: un pattern a strisce. Il leopardo, invece, avendo una forma embrionale tondeggiante nel momento della reazione, ha un manto a macchie prevalentemente circolari.  Ovviamente siamo tutti d&#8217;accordo sul fatto che questi esempi non coincidano con la nostra idea di fare matematica, ma comunque testimoniano come l&#8217;evoluzione abbia sviluppato esseri in grado di risolvere istintivamente problemi matematici complessi. D. ha continuato la ricerca per identificare se alcuni animali siano in grado di risolvere problemi matematici come noi siamo abituati ad intenderli. Ebbene sì! Topi e scimpanzé riescono a gestire matematicamente problemi molto semplici.  E noi come esseri umani cosa centriamo in tutto questo discorso?. D. presenta uno studio molto interessante sull&#8217;utilizzo della matematica nella vita quotidiana e precisamente tra le corsie dei supermercati. I risultati testimoniano una buona propensione alla risoluzione dei problema reali, ma anche un&#8217;elevata incapacità di risolvere problemi astratti analoghi. Il problema sembra risiedere nell&#8217;incomprensione della matematica studiata tra i banchi di scuola. A tal proposito è interessante lo studio svolto da Jean Lave nell&#8217;Adult Math Project, che ha messo in evidenza una forte dipendenza del risultato dalla forma in cui si presentava il problema. Facciamo un esempio: una tester è stata bravissima (93% di risultati positivi) nella simulazione di spesa fatta a casa, cioè riusciva molto bene quando gli veniva presentato un cartoncino che diceva 3 etti del prodotto A costano 4 dollari e un altro cartoncino che indicava 6 etti del prodotto B costano 7 dollari e gli si chiedeva quale fosse quello più conveniente. Ma la stessa persona falliva (solo 59% di risultati positivi) quando le si chiedeva di individuare il maggiore tra 4/3 e 7/6. La conclusione appare ovvia: il problema non sembra essere tanto dovuto all&#8217;incapacità o meno di fare matematica, ma quanto alla difficoltà di astrazione matematica. Le ricerche hanno messo in luce anche quali siano gli aspetti più critici evidenziando che la presenza della virgola nei dati del problema e la divisione delle frazioni rende molto più difficile il calcolo. In sintesi, la maggior parte delle persone sembra che escano da scuola senza riuscire a padroneggiare le regole cruciali per le trasformazioni da effettuare prima o dopo il calcolo elementare. La spiegazione più plausibile è che gli studenti imparano meccanismi di risoluzione senza mai comprenderli davvero. Quindi, quando questi studenti diventano adulti, riescono ad applicare nella vita reale le regole apprese, ma perdono la capacità di sintesi astrattiva.</p>
<p>Emerge da quest&#8217;analisi un quadro generale che mette in luce la difficoltà dell&#8217;uomo nell&#8217;acquisire metodi universali da applicare a casi concreti piuttosto che nello sviluppare un&#8217;attitudine alla risoluzione di casi specifici. L&#8217;apprendimento di un metodo astratto avviene quando l&#8217;esperienza di calcolo diventa dello stesso ordine di grandezza dell&#8217;esperienza concreta. In poche parole, è necessario avere un&#8217;esperienza di astrazione, sia diversificata che continuativa, che non annoi lo studente e gli faccia provare il piacere di fare matematica astrattiva.<br />
Penso che la scuola in tal senso debba intervenire e aiutare l&#8217;uomo a sviluppare maggiormente questa attitudine per poter agire in maniera più generale ed essere più consapevole e critico. E&#8217; importante introdurre un aspetto meno razionale che coinvolga la creatività nell&#8217;approcciarsi alla matematica astratta, creando maggiore curiosità e rafforzando la capacità di apprendimento.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>I sette saperi per l&#8217;educazione del futuro</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 23:01:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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&#8220;La conoscenza dei problemi cruciali del mondo, per quanto aleatoria e difficile, deve essere perseguita pena l&#8217;infermità cognitiva. L&#8217;era planetaria necessita di situare ogni cosa nel contesto e nel complesso planetario. La conoscenza del mondo in quanto mondo diviene una necessità nel contempo intellettuale e vitale. È il problema universale per ogni cittadino del nuovo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©game" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/10/game-due1.jpg" alt="Â©game" /></p>
<p>&#8220;La conoscenza dei problemi cruciali del mondo, per quanto aleatoria e difficile, deve essere perseguita pena l&#8217;infermità cognitiva. L&#8217;era planetaria necessita di situare ogni cosa nel contesto e nel complesso planetario. La conoscenza del mondo in quanto mondo diviene una necessità nel contempo intellettuale e vitale. È il problema universale per ogni cittadino del nuovo millennio: <em>Come acquisire l&#8217;accesso alle informazioni sul mondo e come acquisire la possibilità di articolarle e organizzarle? Come percepire e concepire il Contesto, il Globale (la relazione tutto/parti), il multidimensionale, il complesso?</em>&#8220;.<span id="more-342"></span></p>
<p>Ci avviciniamo al tema fondamentale e quanto mai attuale dell’educazione con questo post dedicato ad un noto saggio dell’importante sociologo francese Edgar Morin: <em>I sette saperi necessari all’educazione del futuro</em> (Milano 2001). Forte della sua lunga riflessione sulla complessità umana, M., sollecitato al riguardo dall’Unesco, avanza una proposta di riforma del pensiero attraverso sette saperi che a suo avviso devono informare l’educazione degli uomini del secolo XXI, se si vuole sperare in un futuro migliore.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Il primo sapere</span> è <strong>la conoscenza della conoscenza</strong>, cioè la consapevolezza dei limiti e della possibilità dell’attività cognitiva umana. In tal senso, secondo M., è necessario innanzitutto <strong>rendersi conto della propensione degli uomini all’errore e all’illusione</strong>, che possono avere diverse cause: le percezioni ingannevoli e distorte, le rielaborazioni cerebrali, la memoria fallace, le false credenze, i condizionamenti emotivi. Persino la ragione può indurci in errore nel momento in cui non è più aperta ed autocritica: essa è dominata allora dalla razionalizzazione, un meccanismo con cui si difendono logicamente posizioni inficiate da presupposti erronei o parziali, si evitano le critiche, si compiono riduzioni unilaterali. È dunque necessario tener tutto sotto un vigile controllo, perché anche i nostri paradigmi conoscitivi possono essere minati da prese di posizione che non sono più compatibili con la prospettiva planetaria della nostra epoca.<br />
La <strong>conoscenza</strong> deve essere dunque <strong>pertinente</strong>, come vuole <span style="text-decoration: underline;">il secondo cardine</span> dell’educazione che M. individua. Il sapere parziale, prodotto dall’iperspecializzazione, deve essere ricondotto in un orizzonte più ampio, che <strong>tenga conto del contesto dei fenomeni, della loro multidimensionalità, complessità e globalità</strong>. Per questo motivo M. valorizza <strong>un’intelligenza generale</strong>, che meglio corrisponde alla natura di una mente intesa come <em>GPS</em>, cioè <em>General Problems Setting and Solving</em>. Ad essa si contrappongono la riduzione, la specializzazione, la falsa razionalità tecnocratica e unilaterale, che hanno gravi ricadute anche in ambito etico in quanto attenuano il senso di responsabilità e di solidarietà.<br />
Al centro dell’educazione si colloca dunque <strong>la conoscenza della condizione dell’uomo</strong> – <span style="text-decoration: underline;">il terzo sapere</span> –, inteso come complessa unità fisica, biologica, psichica, culturale, sociale e storica. Tale unità è infatti disintegrata dall’attuale compartimentazione delle scienze, che operano per disgiunzione e riduzione. Occorre invece comprendere la condizione umana nella sua <strong>multidimensionalità</strong> e nella sua <strong>paradossale unidualità</strong>: l’uomo è al contempo nella natura e fuori della natura, essere biologico ed essere culturale, super-vivente ed iper-vivente. M. descrive quindi l’umanità attraverso degli anelli triadici, i cui elementi sono in costante e reciproca interazione: <strong>cervello-cultura-mente</strong>; <strong>ragione-affetto-pulsione</strong>; <strong>individuo-specie-società</strong>. Queste diverse costruzioni concettuali servono allo studioso francese per approdare alla conclusione dell’<strong>unidiversità umana</strong>, riscontrabile nella genetica, nella cultura, nell’organizzazione sociale. Il secolo che si è aperto non può quindi più accettare di leggere l’uomo solo nella sua dimensione economica, razionale, tecnica, utilitaristica; deve piuttosto assumere <strong>il paradigma dell’<em>homo complexus</em></strong>, che ammette pure la follia tra le sue essenziali componenti.<br />
Ma oltre questa complessità umana occorre <strong>insegnare anche l’identità terrestre</strong> – <span style="text-decoration: underline;">il quarto sapere</span>. È necessario infatti riconoscere <strong>il nostro destino planetario</strong> che è diventato sempre più evidente con l’accelerarsi del processo di mondializzazione negli ultimi secoli. Non è facile tuttavia governare il vortice in movimento che è il nostro pianeta. Anche in questo caso bisogna ricorrere ad <strong>un pensiero policentrico, relazionale, globale, multidimensionale,</strong> che ci permetta di <strong>superare le eredità negative</strong> – di morte, dice M. &#8211; che il XX secolo ci ha lasciato: 1) le barbarie coniugate della violenza atavica e della razionalizzazione disumana; 2) il potere di autoannientamento dell’uomo attraverso la distruzione dell’ambiente e dell’anima. Ma vi sono anche dei <strong>lasciti positivi</strong> del secolo appena trascorso, delle <strong>controcorrenti di pensiero</strong> che dischiudono nuove possibilità per il futuro: la concezione qualitativa ed ecologica della vita, l’opposizione all’utilitarismo, la resistenza al consumo standardizzato attraverso la frugalità e l’intensità delle esperienze vissute, l’emancipazione dalla dominazione del denaro, l’etica della pacificazione. Tutte queste componenti possono contribuire alla <strong>formazione di una simbiosofia</strong>, cioè di una saggezza del vivere insieme in <strong>un mondo che, considerato policentrico ed acentrico, diventi la nostra prima ed ultima patria</strong>.<br />
La proposta di questa nuova visione dell’uomo e del pianeta rimane <strong>una possibilità aperta</strong>. Non c’è infatti alcuna necessità che questo auspicabile scenario si verifichi. Si tratta di una delle tante scommesse degli uomini che devono imparare – <span style="text-decoration: underline;">quinto sapere</span> – ad <strong>affrontare le incertezze</strong>. Per M. il mondo si muove secondo un altro anello dialogico: ordine-disordine-organizzazione, che l’uomo padroneggia con difficoltà. Tuttavia, il principio di incertezza che caratterizza la conoscenza umana del reale deve permettere l’acquisizione di una nuova consapevolezza dell’agire. M. introduce al riguardo il concetto di <strong>ecologia dell’azione</strong>, che porta a tener conto della complessità delle interazioni umane ed ambientali e delle loro eventuali conseguenze imprevedibili. Ciò non toglie che l’uomo cosciente di questa situazione possa effettuare verifiche, esami, congetture per cercare di evitare conseguenze dannose o addirittura disastrose. Scommessa e strategia diventano quindi i due cardini dell’azione secondo il sociologo francese, in quanto si deve prendere una decisione dagli effetti da ultimo imperscrutabili; e ciò sulla base di una valutazione, per quanto possibile accurata, dello scenario.<br />
<span style="text-decoration: underline;">Il sesto sapere</span> necessario all’educazione del futuro è per M. la <strong>comprensione</strong>, fondamentale per la convivenza umana specie nell’attuale fase di mondializzazione che ha moltiplicato le interdipendenze e mostrato ancora di più il comune destino degli uomini nella vita e nella morte. Ci sono due tipi di comprensione per il sociologo francese: la prima, oggettiva, si basa sulla spiegazione; la seconda, intersoggettiva, si fonda sull’identificazione con l’altro. Tanti sono gli ostacoli alla comprensione, che devono essere studiati per capire <strong>le ragioni dell’incomprensione</strong> sempre più generalizzata, originata da egocentrismo, etnocentrismo, sociocentrismo, spirito di riduzione. Ad essa si deve opporre un’etica della comprensione che non scusa né accusa, ma 1) si fonda sulla coscienza della complessità umana, cioè sulla considerazione dei contesti, del locale e del globale, dell’essere e del suo ambiente, del multidimensionale, 2) si apre incondizionatamente agli altri e 3) induce all’introspezione e al decentramento come pratiche autocritiche.<br />
L’etica della comprensione si inserisce in una più <strong>generale etica del genere umano</strong> – <span style="text-decoration: underline;">il settimo e ultimo sapere</span>. A partire dall’anello individuo-società-specie l<strong>’antropoetica</strong> accoglie il destino umano nella sua pienezza con tutte le sue contraddizioni; richiede dunque di realizzare completamente l’umanità che è in noi e nel mondo, di compiere l’unità planetaria, di rispettare negli altri l’uguaglianza e la differenza, di sviluppare il senso della solidarietà e lo spirito della comprensione. Per questo motivo M. ritiene che <strong>la democrazia possieda i caratteri per facilitare questo progetto</strong> proiettato verso un futuro incerto, ma ancora aperto a tutte le possibilità. Una democrazia che ripropone quell’apertura, quella dialogicità, che sono necessarie per dare conto della complessità degli uomini, anche nelle loro differenze e nei loro antagonismi.</p>
<p>M. parla quindi apertamente di “<strong>cittadinanza terrestre</strong>”, e di “<strong>coscienza civica terrestre</strong>”, concetti che possiamo facilmente congiungere con quello di ‘cittadinanza globale’ che ha sollecitato tanti post nel corso dell’ultimo anno. Di fronte ad una “Terra-Patria” in pericolo è necessaria una pedagogia nuova, capace di rilevare i limiti della modernità e di superarli (limiti insiti, peraltro, nello stesso concetto di cittadinanza). Una <strong>pedagogia democratica</strong>, che scansi pericolose logiche dominative, oggi molto aggressive, e che formi gli uomini, attraverso un modo dialettico, a compiere azioni in nome non di un’umanità astratta, ma assolutamente “concreta” – per dirla con Carlo Galli (<em>L’umanità multiculturale</em>, Bologna 2008). Una concretezza che il concetto di umanità ha assunto secondo M. da quando, purtroppo, è in pericolo di vita.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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