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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; Società</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>La sfida dell’educazione e dell’istruzione nell’età postmoderna</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 06:08:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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&#8220;«Preparare per la vita», compito perenne e invariabile di ogni educazione, deve significare [oggi] per prima cosa coltivare la capacità di convivere giorno per giorno e pacificamente con l&#8217;incertezza e l&#8217;ambivalenza, con una pluralità di punti di vista e con l&#8217;assenza di autorità infallibili e attendibili; deve significare inculcare la tolleranza della differenza e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©spectrum3" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/01/©spectrum3.jpg" alt="spectrum3" /></p>
<p>&#8220;«Preparare per la vita», compito perenne e invariabile di ogni educazione, deve significare [oggi] per prima cosa coltivare la capacità di convivere giorno per giorno e pacificamente con l&#8217;incertezza e l&#8217;ambivalenza, con una pluralità di punti di vista e con l&#8217;assenza di autorità infallibili e attendibili; deve significare inculcare la tolleranza della differenza e la volontà di rispettare il diritto a essere differenti; deve significare il rafforzamento delle facoltà di critica e autocritica e del coraggio necessario per assumersi le responsabilità delle proprie scelte e delle relative conseguenze; deve significare l&#8217;addestramento alla capacità di cambiare i contesti e di resistere alla tentazione di rifuggire la libertà, con l&#8217;ansia dell&#8217;indecisione che questa si porta dietro assieme alle gioie del nuovo  e dell&#8217;inesplorato.&#8221;.</p>
<p><span id="more-1159"></span></p>
<p>Torniamo ad occuparci di problemi riguardanti l’educazione e l’istruzione, presentando un breve saggio sull’argomento del sociologo Zygmunt Bauman, <em>L’istruzione nell’età postmoderna</em>, pubblicato nella raccolta dello stesso autore, <em>La società individualizzata</em> (Bologna 2002), pp. 157-176.<br />
In questo studio B. descrive in sintesi alcuni processi del mondo postmoderno e globalizzato che stanno radicalmente trasformando il modello di educazione così come era stato concepito nei progetti della modernità.</p>
<p>Innanzi tutto B. svolge alcune considerazioni sulla base delle riflessioni e concettualizzazioni di due grandi studiosi dell’uomo e della società, Margaret Mead e Gregory Bateson. In particolare egli riprende l’idea dei <strong>livelli in cui si articola l’attività apprendimento</strong>: c’è un piano primario (o <strong>proto-appredimento</strong>) che riguarda i <strong>contenuti</strong> che in una società vengono trasmessi; ce n’è poi un secondo (o <strong>deutero-apprendimento</strong>), che riguarda <strong>le modalità con cui questi contenuti vengono trasmessi</strong>. Questo secondo livello è più importante del primo in quanto determina i criteri di selezione dei contesti e delle sequenze significative di fenomeni nel flusso caotico degli eventi, strutturando di fatto in profondità le abitudini dell’apprendere ad apprendere.<br />
Ma per Bateson c’è anche un <strong>terzo livello dell’apprendimento</strong>: questo si dà quando il soggetto acquisisce le competenze per modificare l&#8217;insieme di alternative che ha appreso, cioè per cambiare i set di criteri impiegati per agire nelle diverse situazioni di vita. Secondo le riflessioni di Bateson <strong>questa possibilità ha delle conseguenze potenzialmente patogenetiche</strong>, in quanto possono crearsi le condizioni per lo sviluppo di personalità schizofreniche.<br />
Proprio nella società e nella cultura qualificate come postmoderne si dà una condizione generale per questo ulteriore sviluppo in quanto si verifica lo smantellamento delle abitudini di apprendimento e di vita che si accompagna alla liquefazione dei modelli di riferimento. Si è in presenza infatti di una costante trasformazione e di una messa in discussione delle routine al punto che <strong>si ha l’impressione che si giochino molti giochi contemporaneamente e che nel corso del gioco vengano cambiate le regole</strong>.<br />
L’apprendimento terziario viene quindi ad essere oggi in primo piano, come mostrano le <strong>tendenze diffuse a violare le regole, a strutturare l’esperienza in maniera episodica, a giocare con i propri modelli di comportamento</strong>. Insomma, l’apprendimento terziario consiste nell’educare a fare a meno delle abitudini e ad abbandonare una concezione lineare, coerente e ricorsiva del tempo.<br />
In questa nuova situazione <strong>si perde anche un chiaro modello di trasmissione e ricezione nei rapporti educativi</strong>: essi non sono infatti più nettamente distinti dagli altri impegni relazionali e ciò ha tra l’altro come conseguenza una diffusa perdita di senso di responsabilità rispetto ai fini pedagogici. Questa destrutturazione ha certamente <strong>effetti in linea di principio negativi anche per la democrazia moderna</strong> che si è sempre pensata come comunità educante dei cittadini: le istituzioni da essa preposte a tal fine – ma più in generale tutte le agenzie educative – si trovano in grande difficoltà in questo quadro nebuloso.<br />
B. decide allora di illustrare le conseguenze della profonda trasformazione in corso attraverso <strong>l’esempio dell’università</strong>. L’università costituisce un pilastro del progetto della società moderna, in cui si è elaborato quel sapere che ha fondato la legittimità del potere dello stato nazionale. In esse i professionisti della conoscenza hanno prodotto <strong>i valori strumentali all’integrazione sociale e addestrato gli educatori</strong> che avrebbero poi propagato tali valori nell’attività di insegnamento-apprendimento.<br />
Tuttavia <strong>l’abdicazione da parte dello stato di molte delle sue funzioni</strong>, in particolare quelle integrative, che sono state cedute a forze esterne al circuito politico, ha comportato anche <strong>l’abbandono della missione educativa e della formazione</strong> <strong>delle gerarchie culturali</strong>, cedute all’alleanza strettasi tra mercato e media. L’università è stata quindi spiazzata da questa trasformazione e la fondamentale componente della <strong>reputazione sociale</strong> si è formata sempre più spesso all’esterno delle sue mura, rapportata ora non al parametro della rilevanza culturale ma a quello della<strong> notorietà</strong> <strong>costruita dalle agenzie mediatiche specializzate</strong>. Tali agenzie valorizzano infatti appetiti e timori dei consumatori contemporanei, per i quali la cultura universalista di cui l’università pretendeva di avere il monopolio ha perso gran parte del suo valore.<br />
Su un piano concreto questo vuol dire anche la <strong>perdita di certi canoni professionali consolidati</strong>, che le università certificavano. La rivoluzione tecnologica permanente rende del resto le conoscenze e le competenze acquisite nell’accademia già obsolete prima che sia finito un normale ciclo di studi. Dunque, la formazione professionale si allontana sempre più dall’università, al punto che B. arriva a prevedere un futuro calo delle immatricolazioni, che finora non si sarebbe verificato solo perché la disoccupazione strutturale renderebbe le accademie dei parcheggi per giovani senza sbocco lavorativo.<br />
Le trasformazioni in atto investono quindi anche il funzionamento delle università e non solo i suoi valori ideali di riferimento. <strong>Le stesse reputazioni accademiche sono ora trasferite nelle direzioni delle case editrici</strong> ed esse si affermano secondo logiche e tempi giornalistici, per cui i successi si traducono in notizie di massimo impatto, ma anche ad alta obsolescenza.<br />
Nelle università c’è già chi si è orientato in questa direzione e ha cominciato a riformarle fornendo loro dei caratteri più attraenti per il mercato della formazione al lavoro. Questa tendenza comporta ad esempio <strong>la paradossale degradazione dell’autorità del sapere accademico e dei suoi valori</strong> <strong>di riferimento</strong>, tanto che alcuni tra gli stessi professori arrivano a denigrarlo apertamente all’interno delle loro strategie di affermazione mediatica.<br />
A tale atteggiamento di completa adesione se ne oppone un altro, estremo, che consiste invece nel <strong>cercare di tagliare i ponti verso questa nuova realtà</strong> e che comporta spesso delle posizioni teoriche assolutamente autoreferenziali, per cui non si cerca alcun <em>feedback</em> presso un più vasto pubblico. Per B. questi opposti orientamenti annunciano già <strong>la fine della centralità del lavoro intellettuale e l’estinzione dell’autonomia delle istituzioni universitarie</strong> che sembrano troppo specializzate per potersi facilmente adattare ad un contesto in così rapido movimento.<br />
Secondo B. l’unica strada percorribile in questa situazione è quella di <strong>garantire il massimo pluralismo di posizioni all’interno dell’accademia e a anche al di fuori di essa</strong>, presso altre istituzioni dedicate a studi e ricerche. Solo il sostegno alla ‘polifonia’ dei modelli e delle forme di pensiero può consentire di sperare di vincere la sfida posta dal nuovo modo di pensare e di agire postmoderno. Dunque anche per le istituzioni accademiche sarebbe importante muoversi sul piano terziario, cioè aver la possibilità di disporre di una pluralità di opzioni diverse rispetto al sapere con cui poter far fronte alle mutevoli domande della società.<br />
Questa pluralità deve corrispondere ad <strong>un più generale atteggiamento di apertura</strong>, che deve contraddistinguere l’intera pedagogia. La possibilità di superare le sfide poste all’educazione risiede per B. nel concepire il processo formativo come non guidato da mete fisse in anticipo, non volto a fornire un prodotto specifico, e timoroso di fronte a qualsiasi conclusione definitiva.</p>
<p>Non si può non condividere in generale l’idea che solo l’apertura può essere il giusto atteggiamento dell’attività educativa nei confronti delle sfide della postmodernità. Tuttavia, mi sembra importante ribadire che questa apertura verso la differenza, questa disponibilità alla tolleranza, questa disposizione alla critica e all’autocritica, non sono atteggiamenti primari e spontanei, ma sono frutto di un’educazione fondata su una costellazione di valori, innanzi tutto quelli di uguaglianza, libertà e solidarietà. Senza questo fondamento l’apertura non regge e allora si corre il rischio di incappare in questa schizofrenia strutturale, per cui convivono nelle persone dei set di comportamenti e di valori compatibili con la democrazia e con i diritti umani, assieme a set assolutamente contrari alla democrazia e segnati da irresponsabilità e violenza, fisica o simbolica. E a mio avviso se si dà la possibilità di essere irresponsabili in certi settori, si genera una ferita che lede prima o poi anche negli altri ambiti di vita in cui invece si mostra di essere persone e cittadini maturi.</p>
<p style="text-align: right;">E. R.</p>
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		<title>Flessibilità: la copertura ideologica di una mercificazione globale del lavoro a fini di dominio</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 22:32:02 +0000</pubDate>
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&#8220;Una politica del lavoro globale potrà affermarsi solamente quando diverranno maggioranza le persone consapevoli che la richiesta di utilizzare la forza di lavoro solo quando serve, e fintanto che serve, non è uno strumento isolato del conflitto sociale. È piuttosto uno dei più insidiosi tra i tanti inclusi nell&#8217;armamentario dell&#8217;attacco politico che all&#8217;ombra di sedicenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©benttube" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/12/©benttube.jpg" alt="Â©benttube" /></p>
<p>&#8220;Una politica del lavoro globale potrà affermarsi solamente quando diverranno maggioranza le persone consapevoli che la richiesta di utilizzare la forza di lavoro solo quando serve, e fintanto che serve, non è uno strumento isolato del conflitto sociale. È piuttosto uno dei più insidiosi tra i tanti inclusi nell&#8217;armamentario dell&#8217;attacco politico che all&#8217;ombra di sedicenti ragioni tecniche &#8211; manco a dirlo il suo costo, a fronte del deficit del bilancio pubblico – viene da tempo condotto allo Stato sociale, in Italia come in altri paesi europei, nelle sue varie componenti: sanità, scuola, pensioni. Con un successo ormai evidente, soprattutto nel caso di queste ultime&#8221;.<span id="more-1127"></span></p>
<p>Con questo post chiudiamo il miniciclo dedicato al lavoro, presentando un altro libro del sociologo Luciano Gallino, dal titolo <em>Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità</em> (Roma-Bari 2010<sup>2</sup>).<br />
In tale saggio G. fornisce un quadro del <strong>fenomeno del mondo del lavoro che va sotto il nome di flessibilità</strong>. Ne illustra le cause (sintetizzabili in una ristrutturazione della produzione su scala mondiale avviatasi dagli anni ’80), gli effetti (consistenti soprattutto nella compressione dei costi e dei diritti del lavoro, che produce a cascata ulteriori danni umani e sociali), e gli usi ideologici (riassumibili nella celebrazione politica di virtù, dati alla mano infondate, sul piano della competitività e del miglioramento dell’occupazione).</p>
<p>In Italia e in altri paesi occidentali è ormai diventata <strong>costante la richiesta rivolta dalla politica alla società di ristrutturare le modalità di lavoro secondo una concezione ‘flessibile’</strong>. Ma cosa vuol dire precisamente flessibilità? Per G. si ricomprendono in questa categoria <strong>tutte le occupazioni che di fatto impongono alla persone di adattare l&#8217;organizzazione della propria esistenza alle esigenze della produzione di beni e servizi</strong>, sia nel settore privato che in quello pubblico. Questo adattamento può essere continuo e reiterato anche su tempi brevi, persino di mesi e settimane, così che è facile immaginare lo sconvolgimento delle normali condizioni di vita e, paradossalmente, il peggioramento delle stesse prestazioni lavorative.<br />
La varietà di queste occupazioni flessibili è molto ampia, ma si possono per G. distinguere <strong>tre grandi rami</strong>. Due sono quelli che comprendono i lavori regolari i quali si articolano secondo: 1) <strong>la flessibilità dell’occupazione</strong>, che è l’effetto della possibilità data alle imprese di adeguare costantemente la quantità di forza-lavoro impiegata, cioè di licenziare facilmente e di assumere (e riassumere) i lavoratori senza particolari garanzie grazie a una serie di contratti ‘atipici’; 2) <strong>la flessibilità della prestazione</strong>, che consente alle imprese di modulare le forme e i tempi del lavoro da parte dei dipendenti, anche quando assunti a tempo indeterminato. Il terzo ramo di occupazioni che risponde in sostanza ai canoni di questa tendenza alla flessibilità è quello costituito dal <strong>lavoro irregolare</strong>, in cui non esistono di fatto garanzie e diritti per i dipendenti. Le occupazioni flessibili regolari e il lavoro sommerso convivono spesso nello stesso sistema e si assiste di frequente a flussi che vanno dalle prime al secondo (e viceversa). Complessivamente, secondo le articolate valutazioni dei dati da parte di G., vi sarebbero circa 11 milioni di lavoratori in Italia che rientrerebbero in questi gruppi, distribuendosi all’incirca a metà: cinque/sei milioni di ‘flessibili’, cinque/sei milioni di ‘lavoratori in nero’.<br />
Alla base di questo fenomeno in netta crescita negli ultimi vent’anni sta, come accennato, <strong>una ristrutturazione mondiale delle forme di produzione</strong>. Questa ristrutturazione consiste in una <strong>riorganizzazione della catena produttiva</strong> che viene divisa in anelli sempre più stretti, cioè in piccole imprese, sparse per il mondo, che creano ognuna una parte del valore finale del prodotto. Tale scomposizione che porta tanti vantaggi alle cosiddette <em>corporations</em>, le quali raccolgono e guidano questi anelli disseminati, ha <strong>uno dei suoi obiettivi</strong> nella <strong>riduzione del costo del lavoro</strong>, che viene trattato come una qualsiasi merce e viene quindi adeguato al comandamento del <em>just on time</em>: la prestazione lavorativa viene applicata all’attività produttiva e remunerata secondo le strette esigenze di risposta produttiva ad una domanda del mercato. Ovvio che così <strong>si destrutturano le modalità tradizionali del lavoro</strong> che viene quindi più facilmente trasferito dai paesi avanzati in quelli in via di sviluppo dove il costo, i diritti, le tutele sono enormemente inferiori. Questa ristrutturazione ha messo così in concorrenza i lavoratori che vivono in condizioni dignitose nei paesi occidentali con quelli sfruttati delle aree dei paesi più poveri.<br />
La flessibilità è il nome che prende dunque tale <strong>concorrenza tra lavoratori che punta decisamente al ribasso dei salari e al peggioramento delle condizioni di lavoro</strong>. Essa è la figlia primogenita di una globalizzazione in cui vengono premiate le aziende che ricorrono alla maggior quota di questi lavoratori non garantiti. Si assiste in tal senso ad una sempre più diffusa <strong>deresponsabilizzazione delle imprese</strong> che, specie in un paese come l’Italia, scaricano il rischio sui lavoratori, coprendo con il manto ideologico della flessibilità le insufficienze sul piano della ricerca, dell’innovazione, della pianificazione industriale e delle relative strategie.<br />
Certo, non tutta la colpa è delle imprese, ma anche degli investitori, specie di quelli istituzionali, come i fondi pensione, i quali richiedono tassi altissimi, che costringono i produttori a ridurre i costi in maniera sconsiderata. Ma pure in questo caso interviene un’azione di copertura ideologica sulle modalità corrette di investimento. Ed è questo un compito assolto dai politici, tanto dagli esponenti di una destra più o meno liberale quanto dai socialdemocratici.<br />
È la politica infatti a <strong>porre la flessibilità come priorità, giustificandola con l’incremento dei posti di lavoro</strong>. Tuttavia, G. ha gioco facile nel mostrare ad esempio che spesso il numero delle ore lavorate nei paesi occidentali non è aumentato, ma è stato redistribuito nei flussi intermittenti delle occupazioni flessibili.<br />
Per raggiungere l’obiettivo della competitività attraverso la riduzione dei costi del lavoro l’agenda politica dei paesi occidentali, condizionata dal credo neoliberista, colloca al primo posto <strong>lo smantellamento della legislazione che garantisce i diritti dei lavoratori</strong>, frutto di battaglie sociali durate oltre un secolo. La nostra stessa Costituzione, con la centralità accordata al lavoro sin dall’art. 1, è un risultato altissimo di queste battaglie e mostra esemplarmente come esso costituisca<strong> la dimensione fondamentale della vita</strong>, sulla quale si può costruire la cittadinanza democratica. Non è dunque accettabile una sua mercificazione.<br />
G. segue quindi l’abbattimento delle garanzie e dei diritti dei lavoratori, iniziato in Italia nel 1993 e proseguito, dopo le brecce aperte dal centro-sinistra, con i provvedimenti del centro-destra nel primo decennio del XXI secolo, attraverso i quali si è data alle imprese la totale libertà di ricorrere alle forme di impiego in affitto, che sganciano il dipendente dalla realtà produttiva dove lavora.<br />
Ovviamente i politici nascondono o <strong>minimizzano la portata delle conseguenze delle occupazioni flessibili</strong>. Inoltre preferiscono curare gli effetti piuttosto che le cause della ristrutturazione produttiva, attraverso quella strategia europea che si chiama <strong>flessicurezza</strong>. La flessicurezza, che in Italia prende il nome di ‘ammortizzatori sociali’, è una soluzione che cerca di mantenere l’occupazione attraverso la formazione costante, la politica attiva del lavoro e  la generosità del sistema del welfare. Tuttavia appare <strong>una strategia di semplice contenimento</strong> anche negli stati più avanzati, come l’Olanda e la Danimarca. E certamente quello che si fa in questi paesi non è assolutamente possibile nel nostro per mancanza di risorse.<br />
Si tratta insomma solo di <strong>una riduzione dei danni</strong>, che sono gravissimi e si possono riassumere con il concetto di <strong>precarietà</strong>. Si tratta di <strong>uno stato di insicurezza oggettiva e soggettiva</strong>, che non permette di formulare progetti riguardo al futuro e intacca le condizioni di vita quotidiana, trasformando la stessa personalità dei lavoratori ed influendo decisivamente anche su quella dei figli che soffrono per l’insicurezza dei genitori, sviluppando addirittura strutture caratteriali asociali che si manifestano nella chiusura in se stessi o nella violenza. Per non parlare poi dei danni portati al lavoro stesso, dal momento che la flessibilità, cioè la precarietà, comporta demotivazione, scarsa qualificazione, mancanza di prospettive di avanzamento nella carriera, dispersione delle conoscenze.</p>
<p>Insomma questa nuova modalità di occupazione globale sta distruggendo sia sul lavoro sia, più in generale, nella società i fondamentali fattori di integrazione e prepara periodi di forte conflittualità. Nel nome della flessibilità si stanno disintegrando i legami coesivi del tessuto sociale da quelli sindacali, a quelli comunitari, per giungere addirittura ad intaccare quelli familiari. Mi sento di condividere dunque il giudizio di G. secondo cui si è in presenza di una regressione, cioè di una perdita di conquiste che sono costate gli sforzi (e spesso la vita) di milioni di persone tra Otto e Novecento. E concordo sul fatto che, come si viene scrivendo da qualche tempo sul blog, in realtà non si assiste ad una trasformazione sociale riconducibile a fattori puramente tecnico-economici, come vorrebbe farci credere l’ideologia della flessibilità. In realtà si scorge un tentativo di imporre una certa visione della società, estremamente inegualitaria e, da ultimo, antidemocratica. La battaglia sul lavoro è decisiva nella ‘guerra’, tutta politica, condotta ormai da alcuni decenni contro lo stato sociale, che è una condizione indispensabile alla fioritura di ogni cittadino in quanto persona.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Orientamento – Mani nei capelli, perdita di controllo e scelta</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 11:39:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mani nei capelli. Da qualche tempo, in televisione e soprattutto su parecchi siti internet di informazione, si può vedere una vera e propria galleria di foto di operatori finanziari che esprimono lo sbigottimento, la perplessità, la preoccupazione, la disperazione. E la posa più gettonata è senza dubbio il mettersi le mani nei capelli. Ciò che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img title="Â©boat4" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/11/©boat4.jpg" alt="Â©boat4" />Mani nei capelli. </strong>Da qualche tempo, in televisione e soprattutto su parecchi siti internet di informazione, si può vedere una vera e propria galleria di foto di operatori finanziari che esprimono lo sbigottimento, la perplessità, la preoccupazione, la disperazione. E la posa più gettonata è senza dubbio il mettersi le mani nei capelli. Ciò che queste immagini, nell’uso quotidiano dei media, vogliono comunicare è il senso di impotenza di fronte a qualcosa che non si può controllare, che non si riesce a governare, quasi che si fosse di fronte ad una catastrofe ‘naturale’.<span id="more-1069"></span><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Istituzioni naturalizzate</strong><strong>. </strong>Ma è veramente ‘naturale’ quello che sta accadendo? O non si tratta piuttosto di una credenza indotta dalla cultura egemonica di questo tempo che maschera delle decisioni e dei rapporti di potere sotto le vesti di funzionamenti presuntamente oggettivi, in questo caso quelli del mercato? Per quanto si possa tirare in ballo l’automatismo di certe procedure, addirittura alcune informatizzate, per spiegare l’andamento dell’attuale crisi economico-finanziaria, non possiamo dimenticare che ci troviamo di fronte ad istituzioni umane che sono continuamente create e governate sulla base di scelte. Ora queste scelte – che qualcuno ha compiuto e compie – hanno come risultato un effetto di perdita di controllo.<strong></strong></p>
<p><strong>Perdita di controllo. </strong>Con ciò non si vuol dire che la perdita di controllo non sia realmente esperita, perché noi la viviamo così e probabilmente non pochi operatori finanziari la percepiscono così. Tuttavia sarebbe un interessante esperimento ideale poter aggiungere alla galleria propostaci dalla televisione e da internet le foto di tutti mediatori di una piazza d’affari per verificare se i loro gesti comunichino unanimemente il disappunto, la frustrazione e la disperazione. Temo che non pochi mostrerebbero le espressioni di chi sa quello che sta accadendo e soprattutto quello che sta facendo.<strong></strong></p>
<p><strong>La scelta.</strong><strong> </strong>Ora questa perdita di controllo sta ponendo i cittadini di fronte ad un’alternativa politica: 1) o accettare le condizioni imposte da quelle istituzioni che inducono la perdita di controllo e così vedere gradualmente compressi i propri diritti sociali, politici e infine civili, a vantaggio di poteri che progressivamente si manifestano sempre più oligarchici e autoritari; 2) o riformare radicalmente le istituzioni che inducono la perdita di controllo e che si stanno trasformando di fatto in strumenti di progetti politici antidemocratici, riformulando in maniera più equa per tutti alcuni fondamentali processi economici e sociali, al momento divenuti particolarmente ingiusti. <strong></strong></p>
<p>Il momento per compiere questa scelta è ormai giunto.</p>
<p><strong>Quattro anni. </strong>E il nostro blog, che compie quattro anni, vuole nel suo piccolo contribuire a chiarire ai lettori i termini di questa scelta, prendendo ovviamente posizione a favore della seconda opzione, quella della riforma democratica. <strong></strong></p>
<p><strong>Aspetti negativi.</strong><strong> </strong>Intanto il bilancio di quest’ultimo anno presenta luci ed ombre; e purtroppo sempre le stesse. Da un lato il numero dei partecipanti attivi è rimasto pressoché nullo, per quanto riguarda sia i post sia i commenti. Già da tempo siamo consapevoli del fatto che è proprio il nostro modo di veicolare le informazioni in testi lunghi e attraverso la recensione strutturata di libri e articoli a frenare la partecipazione; e per questo stiamo cercando di facilitare l’interattività degli utenti con gli strumenti offerti dai <em>social network</em>. Tuttavia, giudichiamo ancora positiva la nostra scelta ‘difficile’ perché offriamo qualcosa che in fase di lettura (e di scrittura) richiede un grado di ponderazione e di riflessione – quindi tempi più lunghi – che sono condizioni imprescindibili per un maturo esercizio della cittadinanza democratica. La democrazia è relativamente lenta e non segue i ritmi veloci della televisione; internet per contro offre le più diverse possibilità di utilizzo e di velocità, anche quella <em>slow</em>, che più si addice al ragionamento critico e alla qualità della vita pubblica e non.<strong></strong></p>
<p><strong>Dati positivi. </strong>Per fortuna rimangono anche i dati positivi: le statistiche mostrano numeri in significativa crescita. Per il 2011 è stato già superato in cifre assolute tanto il numero delle visite quanto quello delle pagine visitate; l’incremento previsto si aggira nel primo caso intorno al 20% annuo, nel secondo la percentuale è di gran lunga superiore, anche se il dato è meno significativo. Ma oltre ai dati quantitativi occorre mettere in evidenza anche un aspetto qualitativo, cioè la significatività tematica delle ricerche sul web che approdano al nostro blog: i problemi attuali trovano una risposta anche nella nostra offerta di informazioni e questo è senza dubbio un obiettivo prefissato per il blog che è stato raggiunto. <strong></strong></p>
<p>Siamo presenti dunque sulle questioni che interessano gli utenti-cittadini; ci mancano ancora scrittori e commentatori. Non resta che migliorare, perseverando.</p>
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		<title>Una battaglia di civiltà fondamentale per la sicurezza sul lavoro</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 20:29:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;[...] a questo proposito lascia stupefatti l&#8217;arretramento culturale avvenuto negli ultimi decenni, come se gli anni &#8216;70 fossero lontani un&#8217;era geologica: «In quel periodo &#8211; osserva [Vezio] Ruggeri [psicofisiologo presso la facoltà di psicologia della Sapienza di Roma]  - si iniziava a fare strada una concezione innovativa, secondo la quale il lavoratore entrava nella progettualità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©rope" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/10/©rope.jpg" alt="Â©rope" />&#8220;[...] a questo proposito lascia stupefatti l&#8217;arretramento culturale avvenuto negli ultimi decenni, come se gli anni &#8216;70 fossero lontani un&#8217;era geologica: «In quel periodo &#8211; osserva [Vezio] Ruggeri [psicofisiologo presso la facoltà di psicologia della Sapienza di Roma]  - si iniziava a fare strada una concezione innovativa, secondo la quale il lavoratore entrava nella progettualità generale del processo produttivo. Il lavoratore stesso attribuiva un valore al suo lavoro riconoscendosi delle competenze acquisite con la sua esperienza lavorativa nell&#8217;azienda o nel settore, da mettere al servizio di un miglioramento delle proprie condizioni lavorative. [...]. È evidente che se il processo lavorativo non è collocato in quest&#8217;ottica perché considerata astratta dalle stesse organizzazioni dei lavoratori, diventa molto più semplice &#8216;monetizzare quello che è un diritto a condizioni lavorative umane&#8217;, inseguendo l&#8217;uovo oggi piuttosto che una gallina, considerata improbabile, domani […]»&#8221;.<span id="more-1048"></span></p>
<p>Riprendiamo il ciclo sul lavoro presentando <em>Uno ogni sette ore. Perché di lavoro si muore</em> (Roma 2008), un libretto scritto da Gianni Pagliarini, già parlamentare e presidente della Commissione Lavoro della Camera, e Paolo Repetto, giornalista che si è occupato di temi sindacali e del lavoro.<br />
P. e R. intendono illustrare i vari aspetti di <strong>una vera e propria emergenza sociale</strong>, quella delle <strong>morti e degli infortuni sul lavoro</strong> in Italia. P., promuovendo dalla sua posizione parlamentare l’adozione di un testo unico sulla sicurezza del lavoro durante l’ultimo governo Prodi (2006-2008), ha cercato di focalizzare il problema a partire dalla concreta esperienza degli individui e ha così potuto tracciare alcune linee di trasformazione della cultura del lavoro degli ultimi tempi.</p>
<p>Tale emergenza scaturisce secondo gli autori da un <strong>cortocircuito tra organizzazione del lavoro, apparati ispettivi e meccanismi di controllo politico e sociale</strong>. La risonanza ottenuta sui media dagli incidenti più eclatanti avvenuti negli ultimi anni, come quello recentissimo di Barletta, è per lo più risultata effimera, centrata com’è sull’evento e sulla sua tragicità, e non ha saputo far riflettere sulle radici del problema. Più incisivo nel far prendere <strong>coscienza dell’intollerabilità sociale della morte</strong> sul lavoro sono stati i costanti richiami del Presidente della Repubblica ai principi della Costituzione. <strong>La Repubblica italiana è infatti fondata sul lavoro</strong> (art. 1) e si adopera per la sua tutela in tutte le forme e applicazioni (art. 35), nel quadro di un’attività economica la cui libertà non può svolgersi in contrasto con l&#8217;utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (art. 41).<br />
La riaffermazione dei principi, per quanto importante, deve prendere corpo in una norma giuridica specifica ed è così che P. si è impegnato per <strong>promuovere un testo unico sulla sicurezza</strong>, che ha preso forma nella <strong>legge n. 81/2008</strong> (<strong><em>Testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro</em></strong>). A spingere verso questo intervento normativo di riorganizzazione e rinnovamento di questo fondamentale ambito sociale è stata <strong>la consapevolezza che gli incidenti si ingenerano non in situazioni eccezionali</strong>, ma da una quotidianità pesante, fatta di stress, di ritmi ossessivi di lavoro, di precarizzazione dei rapporti di impiego, di compressione dei salari e dei diritti. Il testo unico nasce dalla consapevolezza di questa situazione e dalla volontà di <strong>operare una svolta culturale</strong> da opporre al clima di crescente rassegnazione, generata soprattutto da una condizione di più o meno implicito ricatto operato ai danni dei lavoratori.<strong> Un ricatto</strong> spesso accettato da coloro che preferiscono monetizzare i propri diritti, assumendosi carichi di lavori più pesanti e pericolosi, al posto di garantirsi la qualità e la sicurezza del proprio lavoro.<br />
Più operativamente il Testo Unico cerca innanzi tutto di <strong>potenziare i controlli</strong>, aumentando il numero degli ispettori del tutto insufficiente per far fronte alla miriade di aziende sul territorio italiano. Ma è soprattutto nelle fasi della <strong>prevenzione</strong> e della <strong>repressione</strong> che sono stati predisposti strumenti più efficaci, specie nel settore degli appalti, dove la corsa ai massimi ribassi porta ad una contrazione dei costi per la sicurezza. Inoltre, la norma promuove <strong>le attività di informazione e formazione</strong> e appronta anche dei metodi di <strong>verifica dell’efficacia delle sue disposizioni</strong>, perché non rimangano dopo l’emanazione lettera morta.<br />
È ovvio che un intervento legislativo del genere <strong>comporta dei costi immediati</strong>. Tuttavia, è bene sottolineare che la sicurezza va di pari passo con una competitività basata sull’innovazione e sull’integrazione dei processi di produzione di beni e servizi, cioè su un aumento di produttività orientato verso l’alto e non verso il basso. Ed inoltre, l’efficace applicazione delle misure di sicurezza sul lavoro implicherebbe la drastica diminuzione dei costi sociali dell’infortunistica, che dagli autori (nel 2008) venivano computati a 40 miliardi di euro.<br />
Purtroppo, questa norma e la svolta culturale che promuove hanno degli <strong>avversari</strong>. In primo luogo <strong>l’indifferenza</strong>, che viene alimentata dall’assuefazione alle condizioni di insicurezza del lavoro e dalla credenza nella fatalità degli episodi tragici. Contro tale atteggiamento non si può far altro che <strong>cercare di sensibilizzare i cittadini</strong>, mostrando loro che un così alto numero di incidenti dipende da un generale abbassamento della qualità del lavoro.<br />
Il Testo Unico ha poi incontrato <strong>un grande avversario nell’attuale maggioranza politica</strong>, che da una parte tende a minimizzare il fenomeno e dall’altra ha neutralizzato alcuni strumenti della nuova normativa che riteneva penalizzanti per <strong>gli imprenditori</strong>.<br />
Una parte non trascurabile di questi ultimi costituisce <strong>l’ultimo avversario</strong> della legge sulla sicurezza i cui oneri sarebbero inutili e troppo gravosi e le cui pene troppo pesanti. Questo atteggiamento è riconducibile ad <strong>una cultura economica e produttiva</strong> che in nome delle idee di sviluppo, di flessibilità, di <em>core-business</em>, di produzione <em>on-time</em> sta di fatto <strong>provocando un’involuzione delle condizioni di lavoro</strong>: <strong>il lavoratore diventa così una variabile dipendente</strong>, sulla quale si opera la riduzione dei costi e, se del caso, si scaricano i rischi di impresa.<br />
Si è imposto quindi, soprattutto a partire dagli anni ’90, un modello generatore di incertezza sul lavoro basato su processi di <strong>precarizzazione</strong>, di <strong>esternalizzazione</strong>, di <strong>delocalizzazione</strong>, che hanno finito per frantumare il fronte dei lavoratori anche all’interno di comparti contigui con effetti negativi sul piano dell’organizzazione. Ma tutto ciò non ha avuto solo effetti sulla sicurezza. Ha <strong>inciso anche sulla qualità del lavoro</strong> perché strutture produttive di beni e di servizi – e in questo secondo, amplissimo, campo rientrano anche settori sociali come la sanità o addirittura i vigili del fuoco – hanno conosciuto un <strong>abbassamento degli standard</strong> nel loro funzionamento per l’eccessiva mobilità degli operatori, per la difficoltà del loro inquadramento e per la conseguente difficile trasmissione delle competenze tra esperti e giovani.<br />
Questi processi prendono ad esempio corpo in <strong>fenomeni di intermediazione del lavoro</strong> che sono giunti addirittura a riproporre il caporalato, assente per lungo tempo da gran parte dell’Italia. Ma ci sono anche più sofisticate forme di fornitura di manodopera – non solo di operai e di manovali, ma anche di infermieri, operatori di <em>call center</em> o, ricordate, portinai –, che si servono strumentalmente dell’istituto della cooperativa, svuotandolo di tutti i suoi significati sociali mutualistici.<br />
Lo scopo complessivo di tutto ciò è <strong>una <em>deregulation</em> dell’attività economica, che non sia quindi più volta a fini sociali</strong>, come recita l’art. 41 (che l’attuale maggioranza vuole tanto cambiare), <strong>e che non tuteli più il lavoro</strong>. C’è chiaramente alla base una cultura basata sull’egoismo sociale e territoriale, che è uno dei cardini valoriali delle formazioni politiche che sostengono l’attuale governo. Purtroppo, è una cultura che attraversa tutti i gruppi sociali, anche quei lavoratori pronti, secondo P. e R., alla monetizzazione dei rischi o alla garanzia degli interessi del proprio ristretto gruppo. Una cultura che consente di spiegare fenomeni altrimenti incomprensibili come la richiesta di risarcimento avanzata dalla Umbria Olii ai parenti delle vittime dell’incidente di Campello sul Clitunno, con il completo disconoscimento delle proprie pressoché esclusive responsabilità.</p>
<p>Detto <em>en passant</em> che uno degli effetti di questo egoismo sociale è la progressiva estinzione di una cultura del lavoro, che era molto forte in Italia e in Europa nei tre-quattro decenni successivi alla seconda guerra mondiale, mi preme ribadire in sede di commento che questi fenomeni sono il segno evidente di una involuzione sociale. Dalle interviste che costituiscono la seconda parte del libro, specie da quelle delle persone che hanno un’esperienza riflessiva nell’ambito del lavoro e della sicurezza, emerge la consapevolezza di un arretramento rispetto agli anni ’70 e ’80. Oggi, dietro il paravento di una nuova ideologia – quella centrata intorno all’uso strumentale dei concetti di flessibilità e di crescita –, si sta operando una compressione della società verso il basso che viene fatta passare subdolamente come una necessità per la competitività. Ma è evidente che la competitività positiva, in quanto preordinata “ai fini sociali” del benessere di tutti cittadini, si fonda sulla ricerca e sull’innovazione e quindi sull’organizzazione e sulla sicurezza del lavoro. Purtroppo – è chiaro –, il fine non è quello, ma – come veniamo dicendo ormai da tempo – l’instaurazione di una nuova forma di predominio sociale basata sulla concentrazione delle risorse in poche mani.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Uomo 2.0</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 20:05:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[uomo 2.0]]></category>

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L’uomo sta cambiando così velocemente che possiamo affermare ad oggi che l’evoluzione sostenuta negli ultimi 60 anni è paragonabile con i cambiamenti dei 20 secoli precedenti. Siamo così diversi che possiamo pensare di far parte di un’altra specie: “l’uomo 2.0”. Esiste una corrente di pensiero, i cui fautori sono chiamati singolaritani (Technological_singularity), che sostiene l’esistenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/10/©max-300x168.jpg" alt="Â©max" title="Â©max" width="450" height="230" class="aligncenter size-medium wp-image-1046" /><br />
L’<strong>uomo</strong> sta cambiando così velocemente che possiamo affermare ad oggi che l’evoluzione sostenuta negli <strong>ultimi 60 anni</strong> è paragonabile con i cambiamenti dei <strong>20 secoli precedenti</strong>. Siamo così diversi che possiamo pensare di far parte di un’altra specie: “<strong>l’uomo 2.0</strong>”. Esiste una corrente di pensiero, i cui fautori sono chiamati <strong>singolaritani</strong> (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Technological_singularity">Technological_singularity</a>), che sostiene l’esistenza di eventi tecnologici che determinano un profondo cambiamento nella società. Se pensiamo al telefono, ad esempio, è passato da un mezzo di comunicazione pubblico (la cabina telefonica), a semi-privato (il telefono in casa) fino ad arrivare ad essere personale (telefono cellulare) ed addirittura a diventare il contenitore principale delle nostre informazioni private (smartphone). <span id="more-1042"></span><br />
In questo post parliamo di evoluzione concentrando la nostra attenzione sull’uomo e sulla sua storia evolutiva attraverso la presentazione di un dossier dal titolo Uomo 2.0 (“Focus” n° 225, luglio 2011) scritto da Carlo Dagradi, redattore di Focus ed esperto in tecnologia.<br />
Secondo D. siamo cambiati a tal punto che:<strong> 1</strong>- chi nasce può pensare di <strong>superare i 79 ann</strong>i contro i 67 degli anni 50;<strong> 2</strong>- diventiamo <strong>genitori a 30 anni</strong>; <strong>3</strong>- <strong>ereditiamo a 60 anni</strong> invece che a 30 anni;<strong> 4</strong>- <strong>l’informazione è multimediale</strong>; <strong>5</strong>- parliamo mediamente <strong>almeno 2 lingue</strong> ciascuno;<strong> 6</strong>- non usiamo più la penna <strong>per scrivere</strong> ma l’<strong>iPad</strong>; <strong>7</strong>- sono sparite le <strong>ideologie</strong>; <strong>8</strong>- stanno scomparendo le <strong>religioni</strong>; <strong>9</strong>- tutte le <strong>conoscenze</strong> sono <strong>a portata di click</strong>.<br />
L’informatica unita alla tecnologia hardware ha cambiato a tal punto la nostra vita che sedersi in una poltrona e viaggiare a 1000 km all’ora, consentendoci in 8 ore di essere  a New York, al prezzo di 900 dollari, è diventata una cosa normale, mentre lo stesso viaggio all’inizio del 1900 a nostro nonno sarebbe costato i risparmi di una vita e un tempo di circa 1 anno.<br />
E’ lecito ora chiedersi se tutto questo è sufficiente però per comprendere quanto stia cambiando l’uomo. Una ricerca svoltasi all’Università della California sotto la direzione di Gary Small (<a href="http://journals.lww.com/ajgponline/abstract/2009/02000/your_brain_on_google__patterns_of_cerebral.4.aspx">your_brain_on_google__patterns_of_cerebral</a>) ha messo in evidenza quanto sia sollecitato il nostro cervello durante le ricerche che svolgiamo sul web. Si sono evidenziate delle attività cerebrali così intense durante tale azione, che al momento possono far pensare ad un loro ampliamento rispetto a ciò che richiede una normale lettura di un testo. Le attività sembrano ricondursi a complessi circuiti di decision making che sono richieste dallo svolgimento di ricerche sul web. E queste ipotesi scientifiche non possono non innescare l’immaginario collettivo, alimentato dalle idee e teorie del superomismo, che prospettano la prossima esistenza di uomini sopradotati grazie all’integrazione con le macchine o forniti di vista e intelligenza sovraumane.<br />
Ma, al di là di questi orizzonti futuribili, quello che è importante notare è quanto siano complessi i cambiamenti avvenuti negli ultimi 50 anni. Si pensi per esempio all’altezza della popolazione maschile che mediamente era di 1,62 in 50 anni e ora ha raggiunto  1,76 metri; mentre quella femminile è passata mediamente da 1,59 metri nel 1950 a 1,63. Si ponga poi attenzione all’impressionante susseguirsi di innovazioni tecnologiche: si è passati in breve tempo dalla radio, alla televisione in bianco e nero al notebook ebook reader. La cartina stradale è stata ormai sostituita dal navigatore GPS, una scatola che per meno di 100 euro può connettersi con il sistema satellitare e tenere aggiornata la nostra posizione e il percorso da tenere per raggiungere la destinazione. Le abitudini di vita sono completamente stravolte: ad esempio la campagna da territorio di sostentamento è diventata luogo di vileggiatura e relax. Si percepisce di essere bravi nel fai-da-te perché si è capaci di montare una libreria Ikea ma poi non si riparano gli oggetti perché controproducente.<br />
Un altro aspetto importante è l’evolversi del linguaggio che ha visto il prevalere dello scritto sul verbale con l’avvento delle mail e delle chat: quest’ultime hanno influito anche sull’introduzione di nuovi simboli come le icons e le emotion.<br />
Tutti questi cambiamenti stanno determinando una forte frattura tra le diverse generazioni che non riescono più a comprendersi.  L’effetto di questa diversità genera una forte difficoltà nell’accettare il cambio generazionale con serenità in uno spazio di libera competizione e non come fonte di forte tensioni. Siamo davanti a un bivio in cui o si riesce ad aprirsi al confronto per formare sulle fondamenta del passato il benessere del futuro oppure si arriverà ad un vero e proprio conflitto sociale.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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		<title>Il carattere autoritario come fuga dall’esercizio della libertà</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Aug 2011 21:32:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Autoritarismo]]></category>
		<category><![CDATA[carattere]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>

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		<description><![CDATA[“La libertà ha un duplice significato per l’uomo moderno: che egli è stato liberato dalle autorità tradizionali ed è divenuto un «individuo», ma che nello stesso tempo è diventato isolato, impotente, strumento di fini esterni, alienato da se stesso e dagli altri; e inoltre che questo insidia il suo io, lo indebolisce e lo atterrisce, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©screw" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/08/©screw.jpg" alt="Â©screw" />“La libertà ha un duplice significato per l’uomo moderno: che egli è stato liberato dalle autorità tradizionali ed è divenuto un «individuo», ma che nello stesso tempo è diventato isolato, impotente, strumento di fini esterni, alienato da se stesso e dagli altri; e inoltre che questo insidia il suo io, lo indebolisce e lo atterrisce, e lo dispone alla sottomissione a nuove forme di servitù. Invece la libertà positiva si identifica con la piena realizzazione della possibilità dell’individuo, e insieme con la sua capacità di vivere attivamente e spontaneamente.”<span id="more-991"></span></p>
<p>A distanza di circa un anno presentiamo un altro importante studio dello psicologo freudiano Erich Fromm, <em>Fuga dalla libertà </em>(Milano 1994).<br />
Il saggio di F., pubblicato nel 1941, si iscrive in una più ampia ricerca sul carattere dell’uomo moderno, e si concentra sul <strong>significato della libertà</strong> che l’autore vedeva messa in discussione dall’avvento dei regimi totalitari nel corso della prima metà del ‘900.</p>
<p>Secondo F. <strong>l’uomo moderno</strong>, liberato dalle costrizioni imposte dalla società preindividualistica di antico regime, che al tempo stesso lo limitava o la rassicurava, <strong>non ha ancora raggiunto la libertà nel senso positivo di realizzazione del proprio essere</strong>.<br />
La libertà conquistata attraverso le trasformazioni sociali e le rivoluzioni politiche ed economiche, pur avendo dato all’uomo maggiore indipendenza e razionalità, lo ha reso isolato e quindi ansioso. <strong>La possibilità di sottrarsi a questa condizione di isolamento sono per F. due</strong>: 1) <strong>sfuggire al peso di questa libertà</strong> verso nuove dipendenze e sottomissioni; 2) <strong>progredire verso la piena realizzazione della libertà positiva</strong> fondata sull’unicità dell’individuo e la sua piena affermazione.<br />
<strong>I regimi totalitari</strong>, come quelli cui F. si trovava di fronte, costituiscono <strong>una terribile forma di fuga dalla libertà</strong>, in quanto sono sistemi che si pongono come negazione dei diritti e della libertà: gli uomini sono allora sottomessi ad una autorità sulla quale non possiedono alcun controllo.<br />
<strong>La novità dell’analisi di F. </strong>è stata quella di aggiungere all’impostazione politica e sociologica dei problemi connessi alla crisi della democrazia e all’avvento dei totalitarismi <strong>una loro disamina psicologica</strong>: ciò significava concentrare l’attenzione sulle passioni, sui desideri e sulle ansietà che accompagnano il rapporto dell’uomo con il mondo in quelle particolari situazioni. F. delinea così un quadro teorico generale articolato intorno ai concetti di adattamento, di bisogni materiali e morali, di lavoro, che purtroppo nei limiti del post non è possibile ripercorrere.<br />
Tale quadro di psicologia individuale e sociale permette di fornire un’interpretazione di un fenomeno per F. fondamentale: l’uomo, mano a mano che conquista una maggiore libertà, intesa come autonomia dalla natura e dagli altri uomini, si trova di fronte <strong>l’alternativa radicale</strong> tra <strong>1) l’unione spontanea con il mondo nell’amore per gli altri e nell’attività produttiva-lavorativa</strong>; <strong>2)</strong> <strong>la ricerca di legami rassicuranti che finiscono per distruggere la libertà stessa</strong>.<br />
<strong>Questa maggiore libertà</strong> non è qualcosa dato da sempre, ma <strong>è in realtà il risultato di un secolare processo storico che ha portato all’individuazione del singolo</strong>, cioè al relativo distacco dall’ambiente naturale ed umano circostante. <strong>Tale processo si replica secondo F. anche nella storia della singola persona</strong>. Essa rompe infatti nel corso del suo sviluppo i legami originari (o primari) che, per quanto diano sicurezza e senso di appartenenza, non consentono di essere liberi. Con il processo personale di individuazione avviene <strong>la disgregazione di tali legami primari</strong>, che costringe a <strong>cercare nuove modalità di orientamento nel mondo</strong>.<br />
F. descrive così il processo di crescita e sviluppo come progressivo allontanamento dal principale centro di tali legami, la madre. Alla maggiore autonomia del bambino dal punto di vista fisico, emotivo e mentale si accompagna però il sorgere di <strong>una crescente solitudine di fronte ad un mondo minaccioso e pericoloso</strong>, <strong>che suscita sentimenti di ansietà e di impotenza</strong>. Il bambino può cedere a questi sentimenti e <strong>rinunciare così al pieno e libero sviluppo della propria individualità</strong>, dando luogo a nuovi legami che assumono la forma della sottomissione. Tale sottomissione, se apparentemente può soddisfare l’esigenza immediata di evitare l’isolamento, provoca però una più profonda insicurezza, generando addirittura atteggiamenti di ostilità e ribellione proprio nei confronti delle persone da cui si dipende. Per <strong>evitare quindi l’innesco di tali meccanismi psichici di fuga dalla libertà</strong>, e per poter instaurare un rapporto più equilibrato con il mondo, il bambino deve essere educato a stabilire relazioni più spontanee e positive.<br />
Questo processo, come detto, si ripropone nel corso della storia umana: così <strong>l’uomo moderno occidentale, emancipatosi grazie allo sviluppo della società capitalista e borghese</strong>, da una parte è diventato più indipendente, autosufficiente e critico, insomma più libero; ma dall’altra si ritrova, dopo essersi affrancato dai legami rassicuranti (soprattutto religiosi) del medioevo, più isolato e impaurito.<br />
E proprio <strong>le nuove forme di dominio economico della società capitalista</strong>, che pur tanto ha contribuito alla liberazione dell’uomo, <strong>approfittano di questo suo isolamento per imporre una nuova forma di asservimento agli individui</strong>, nei quali vengono ingenerate indifferenza, mercificazione di se stessi, ricerca sfrenata del successo e del consumo, angoscia da precarietà.<br />
Si riproducono quindi <strong>meccanismi di fuga dalla libertà simili a quelli rilevati nel bambino insicuro</strong>, che comportano la rinuncia all’indipendenza del proprio essere individuale e la ricerca della fusione con qualcuno o con qualcosa al di fuori di se stessi per <strong>riacquistare rapidamente la perduta sicurezza</strong>. Si tratta di rapporti di sottomissione che sono di due tipi principali: 1) <strong>la brama di sottomissione</strong> o <strong>tendenza masochistica</strong>; 2) <strong>la brama di dominio</strong> o <strong>tendenza sadica</strong>. La prima si manifesta in sentimenti di inferiorità, impotenza, insignificanza personale, dipendenza da poteri esterni, tendenza a farsi del male (spesso razionalizzata come amore). La seconda, più articolata, si esprime nella tendenza a rendere gli altri dipendenti; ad usare, sfruttare gli altri per incorporare ciò che è loro; a desiderare di far soffrire gli altri attraverso l’umiliazione e l’imbarazzo.<br />
Entrambe queste forme psicologiche comportano l’abbandono della libertà individuale attraverso la compressione dell’io, compiuta soprattutto tramite la <strong>costituzione di un patologico rapporto simbiotico con l’altro</strong>; esse definiscono tutta una gamma di possibili personalità sado-masochistiche che F. ricomprende sotto la denominazione di <strong>carattere autoritario</strong>. Tale carattere costituirebbe <strong>la base psicologica del fascismo</strong>.<br />
Il carattere autoritario <strong>ama le condizioni che limitano la libertà umana e il venir sottomesso ad un destino</strong>. In tal senso i fenomeni sociali non possono essere mutati dall’attività umana, ma sono espressioni di un potere superiore, esterno all’individuo. Il carattere autoritario <strong>venera inoltre il passato</strong>, che sarà in eterno. Il suo <strong>ribellismo</strong> è <strong>sterile</strong> e momentaneo, mentre <strong>il suo attivismo, coniugato con il coraggio e la fede, è sempre sottomesso ad un fato</strong>. Nonostante i suoi proclami in senso contrario, <strong>la sua filosofia è informata dal relativismo e dal nichilismo nelle loro declinazioni negative</strong>. I presupposti psicologici del carattere autoritario possono <strong>evolvere</strong> per F. <strong>in senso distruttivo</strong>: di fronte ad un acuto <strong>senso di impotenza</strong> si può procedere alla distruzione del mondo esterno per cercare di salvarsi. <strong>Salvarsi soprattutto dal senso di ansietà ed isolamento</strong>.<br />
Il nazionalsocialismo (e prima il fascismo) si innestò qui, sugli effetti di paura e frustrazione indotti nelle persone da una gravissima crisi socio-economica, i quali generarono un odio profondo e generalizzato e si espressero negli impulsi sado-masochistici che al dominio superiore accompagnano l’obbedienza cieca anche di fronte a situazioni ingiuste.<br />
Tuttavia, vi è <strong>un meccanismo di fuga che è ancora più sottile</strong> secondo F.: esso consiste nel conformismo da automi proprio delle società non totalitarie. Questo pericolo si annida infatti anche nelle democrazie, il cui avanzamento è possibile solo se si pongono le condizioni di pieno sviluppo dell’individuo attraverso la promozione della libertà, dello spirito di iniziativa e della spontaneità nelle relazioni umane e nel lavoro.</p>
<p>Dalle intuizioni e dalle considerazioni di F., elaborate ormai oltre settant’anni fa, si evince dunque che le insidie generate dai meccanismi di fuga psicologica di fronte al peso di una grande libertà sono sempre presenti, anche nelle democrazie avanzate. Tuttavia, come mostrano in maniera preoccupante alcune tendenze presenti, non si tratta solo di fronteggiare il soffocamento della coscienza critica nelle spire del consumismo conformista. L’attuale congiuntura socio-economica sta purtroppo ponendo nuovamente condizioni favorevoli alla diffusione di caratteri autoritari, marcati da odio, da impulsi sado-masochistici e da una ricerca di controllo dell’ansia attraverso la distruttività. La recente strage in Norvegia ben si aggiusta purtroppo in tale quadro interpretativo.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>The Take, la presa</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jun 2011 12:52:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
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		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
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“Occupare. Resistere. Produrre. Nei sobborghi di Buenos Aires trenta lavoratori disoccupati “organizzati” entrano nella loro fabbrica inattiva, tirano fuori i materassini sui quali dormire e rifiutano di andarsene. Quello che vogliono? Riavviare le macchine ferme. Ma questo semplice gesto – the take – ha il potere di portare alla ribalta il problema della globalizzazione.”
Inauguriamo, come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©gloves" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/06/©gloves.jpg" alt="Â©gloves" /></p>
<p>“Occupare. Resistere. Produrre. Nei sobborghi di Buenos Aires trenta lavoratori disoccupati “organizzati” entrano nella loro fabbrica inattiva, tirano fuori i materassini sui quali dormire e rifiutano di andarsene. Quello che vogliono? Riavviare le macchine ferme. Ma questo semplice gesto – <em>the take </em>– ha il potere di portare alla ribalta il problema della globalizzazione.”<span id="more-952"></span></p>
<p>Inauguriamo, come da tempo annunciato, un ciclo di post sul lavoro, presentando un film-documentario dal titolo <em>The Take </em>(2004), realizzato da due giornalisti canadesi Avi Lewis e Naomi Klein, autrice quest’ultima di libri di successo internazionale sugli effetti della globalizzazione, come <em>No logo</em> e <em>The Shock Doctrine</em>.<br />
Il film, accompagnato anche da un libro che racconta la situazione dell’Argentina sotto vari punti di vista (<em>Argentina fuori dell’ordinario</em>), si concentra sulle vicende di trenta operai disoccupati dell’acciaieria Forja San Martin, i quali decidono di far ripartire la produzione negli impianti dismessi in seguito alla crisi economica del 2001.</p>
<p>La <strong>chiusura di molte fabbriche</strong> e quindi <strong>la perdita di migliaia posti di lavoro</strong> sono state infatti tra le conseguenze più pesanti del tracollo che la nazione più ricca del Sudamerica ha subito dieci anni fa. L’Argentina si è così trasformata nel “<strong>paese fantasma globalizzato</strong>”, cioè nel ‘laboratorio’ politico, sociale ed economico in cui è stato <strong>portato alle sue ultime (negative) conseguenze il modello del capitalismo mondiale contemporaneo</strong>. In tal senso, tengono a precisare gli autori, si sarebbe potuti essere ovunque, e non solo in America Latina.<br />
Ma in Argentina, in maniera esemplare, è stato reso povero un paese dotato di grandissime risorse. La situazione di questo paese si è aggravata soprattutto durante le presidenze di <strong>Carlos Menem</strong>, la cui politica economica è stata caratterizzata da <strong>tagli alle spese sociali</strong>, <strong>vendita di beni pubblici</strong> e <strong>favori alle grande imprese</strong>. Il Fondo Monetario Internazionale, propugnatore di questa forma di capitalismo globale, aveva indicato l’Argentina di Menem come <strong>un modello perché aveva tra l’altro consentito una circolazione di capitali pienamente libera</strong>. Libera al punto che in una notte le banche hanno potuto portare via dal paese quaranta miliardi di dollari, lasciando gli argentini senza più alcun credito e costringendo le autorità a chiudere gli sportelli bancari e a congelare i conti dei cittadini. Un fatto emblematico del selvaggio capitalismo finanziario globale che non solo schiaccia senza riguardo milioni di persone, ma approda infine all’esito paradossale di impedire crescita e sviluppo pur in presenza di grandi ricchezze.<br />
Secondo gli autori le forti proteste della popolazione e addirittura le rivolte sono però servite fino ad un certo punto. È infatti un altro il fenomeno significativo su cui K. e L. hanno appuntato l’attenzione: <strong>la riattivazione degli impianti dismessi da parte di gruppi operai</strong>, che si sono opposti alla <strong>decisione delle proprietà</strong>, per lunghi anni agevolate e addirittura sostenute dal governo argentino, <strong>di</strong> <strong>limitarsi a vendere i macchinari piuttosto che di provare a rilanciare la produzione</strong>. Cosa del resto difficile da fare se nell’ambito imprenditoriale si era consolidata ormai l’abitudine ad avere vita facile grazie al sostegno esterno di stato e banche.<br />
Diversa invece la visione degli operai che non hanno veramente capito perché realtà produttive funzionanti sul territorio dovessero chiudere. Ed è questo anche il caso dell’acciaieria Forja San Martin, di cui nel documentario si seguono le vicende al termine delle quali gli operai rileveranno la fabbrica per continuare a lavorare.<br />
Questi lavoratori hanno potuto imitare un esempio, quello dell’industria di ceramiche <strong>Zanon</strong>, gestita dai 300 dipendenti. Alla Zanon le decisioni sull’attività imprenditoriale sono infatti prese direttamente dagli operai che ricevono tutti lo stesso stipendio. E la produzione è potuta ripartire così bene, che l’azienda è riuscita anche a fare anche delle nuove assunzioni. Di fronte a questa evoluzione il proprietario ha deciso di tornare alla guida della fabbrica, ma gli operai della Zanon si sono opposti a tale decisione soprattutto grazie all’aiuto della comunità: migliaia di persone pronte ad intervenire per difendere l’azienda autogestita dai tentativi compiuti dalla polizia di restituirla al proprietario che l’aveva chiusa e di fatto abbandonata.<br />
Questa esperienza di conduzione da parte degli operai non si è tuttavia molto estesa: al tempo della produzione del film solo 15.000 operai lavoravano in imprese autogestite. Tuttavia, gli autori hanno compreso <strong>la significatività di questo modello di organizzazione di lavoro non imposto dall’alto, ma nato dal basso</strong>. E soprattutto <strong>ancorato al territorio</strong>, nel quale <strong>non viene solo redistribuita ricchezza</strong>, ma <strong>si ricostituisce un tessuto di servizi alle persone in precedenza squassati dalle politiche neoliberiste</strong>. Dietro queste sperimentazioni K. e L. intravedono quindi la possibilità di creare un’economia alternativa e, più in generale, una diversa struttura del potere sociale e politico: <strong>non più un’organizzazione piramidale che decide nel suo vertice ristretto</strong> e fa ricadere le conseguenze delle sue decisioni su una vasta base che subisce passivamente, ma <strong>una rete orizzontale di imprese e istituzioni ben radicate nelle comunità locali che partono dalle esigenze e dalle potenzialità di queste ultime</strong>.<br />
Chiaramente, come è facile immaginarsi, le élite del capitalismo finanziario globale non sono state a guardare e il Fondo Monetario Internazionale, che aveva fornito la ‘copertura’ al precedente sfruttamento indiscriminato dell’Argentina, è tornato a riproporre la stessa ricetta precedente, quella che ha probabilmente indotto la crisi: tagli al welfare e ai posti di lavoro; aumento delle tariffe, soprattutto quelle dell’acqua privatizzata e dell’energia.<br />
Ma non si tratta dell’unico ritorno: gli autori hanno seguito anche <strong>le elezioni presidenziali argentine del 2003</strong>, dove si è ripresentato Carlos Menem, il principale artefice politico della crisi argentina negli anni ‘90. E questo ritorno è sembrato sulle prime poter essere coronato da successo, in quanto il vecchio presidente ha cercato di far leva sulla nostalgia dei suoi periodi presidenziali, quando era diffuso un effimero benessere consumistico, che è stato purtroppo l’anticamera della grave crisi successiva. Tuttavia, la parte dell’elettorato animata da indignazione nei confronti di Menem ha prevalso nelle elezioni, consegnando il paese all’avversario, Nestor Kirchner. L’Argentina si è data così almeno la possibilità, a detta degli autori, di recuperare dopo aver appreso dai propri errori.</p>
<p>A dieci anni di distanza da quella crisi si può ormai estendere a tutto il mondo la logica che soggiace agli eventi argentini. Il capitalismo globale, come abbiamo avuto occasione di vedere in alcuni post precedenti (Stiglitz, Baumann, Mutti e altri), muove rapidamente il denaro in cerca di profitti immediati che sono più finanziari che industriali.<br />
Certo, si assiste alla concreta dislocazione della produzione in aree più povere della terra; ma questo non sarebbe in sé un male, anzi potrebbe essere un bene, se ciò non si accompagnasse sempre allo sfruttamento delle popolazioni presso cui si impiantano i nuovi stabilimenti e alla perdita di diritti e del lavoro di coloro presso i quali le fabbriche sono dismesse. È quindi logico, riguardo a quest’ultimo punto, che la destrutturazione di un tessuto produttivo, quale ad esempio si sta verificando anche in alcune zone d’Italia, si connetta con una progressiva rarefazione dei servizi alle persone.<br />
Il racconto dell’esperienza produttiva positiva delle aziende chiuse, riaperte e gestite dagli operai argentini non fornisce tanto un modello alternativo (la cui applicabilità andrebbe verificata su più ampia scala), quanto svela a mio avviso, per utilizzare un termine espressivo del golf, lo ‘shank’, cioè l’errore distruttivo nell’impostazione dei colpi, che caratterizza il comportamento delle élite economiche e politiche mondiali in questa fase storica. Per lo meno distruttivo rispetto ad una concezione del mondo informata da una filosofia democratica, volta cioè a porre le basi per la fioritura di tutte le persone. Ma purtroppo ci sono ormai forti sospetti che queste élite abbiano concepito una nuova visione oligarchica e disegualitaria del mondo, travestita nelle nuove forme di populismo pseudo-democratico.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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		<title>Crescete e prostituitevi: la prostituzione come categoria dello spirito nell’Italia odierna</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Feb 2011 10:21:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Per questo, semplicemente per questo, oggi il plutocrate di palazzo Chigi è imparagonabilmente più leggero di Bettino [Craxi], perché ha resettato dal suo computer personale il concetto di morale isolandolo dalla politica, così da non dover più preoccuparsi di contraddire valori etici non commerciabili. Berlusconi, in sostanza, non si sente in colpa, ma si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©thedoll" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/02/©thedoll.jpg" alt="Â©thedoll" />&#8220;Per questo, semplicemente per questo, oggi il plutocrate di palazzo Chigi è imparagonabilmente più leggero di Bettino [Craxi], perché ha resettato dal suo computer personale il concetto di morale isolandolo dalla politica, così da non dover più preoccuparsi di contraddire valori etici non commerciabili. Berlusconi, in sostanza, non si sente in colpa, ma si è ormai del tutto convinto di essere nel giusto risolvendo prima i suoi problemi personal-imprenditoriali con il sistema del monitor legislativo e poi pensando a un Paese a sua immagine e somiglianza, un Paese già così immorale da essere appunto adattissimo al salto di qualità del nuovo millennio: diventiamo amorali e non pensiamoci più. Compriamoci la nostra amoralità personale al mercato, favorito e organizzato dalla ‘nuova’ politica.&#8221;.<span id="more-847"></span></p>
<p>Sull’onda dei recentissimi fatti che hanno scosso (?!?) il nostro paese rispolveriamo un libro che, pur avendo già qualche anno, risulta quanto mai attuale: <em>Crescete e prostituitevi </em>(Milano 2005), scritto dal giornalista Oliviero Beha.<br />
B. pubblica, per sua stessa ammissione, un pamphlet moralistico sulla <strong>degradazione della politica e dell’etica in Italia</strong>, insistendo sull’idea che la vita degli individui e delle collettività si sia da tempo messa a <strong>rotolare lungo un piano inclinato che ci sta conducendo verso un disastro innanzitutto e soprattutto umano</strong>.</p>
<p>L’autore, mettendosi sotto l’egida delle denunce dell’ultimo Pasolini sulla degenerazione della società italiana e sulla sua mutazione antropologica, passa in rassegna vari ambiti, a cominciare da quello che lo riguarda professionalmente, la <strong>stampa</strong>. B. ne tratteggia in poche pagine le attuali miserie: salvo poche eccezioni, essa è ormai <strong>una sorta di appendice pubblicitaria dei poteri economici e politici</strong>, che spesso tende a ridurre tutto, per interessata comodità, al ‘derby’ tra berlusconiani e antiberlusconiani. Il servilismo dei giornalisti è purtroppo indotto da <strong>un precariato che fiacca ogni resistenza etica dei giovani</strong> e che dunque vanifica spesso qualsiasi codice deontologico dei futuri professionisti. Con sempre maggior frequenza, quindi, le notizie escono solo se non è possibile fare altrimenti – insomma se sono troppo grosse – o se fanno l’interesse di qualcuno.<br />
B. ritiene che al momento <strong>la rete</strong> possa costituire una valida alternativa per garantire il diritto all’informazione dei cittadini. Egli teme però che vi si possano riprodurre gli stessi meccanismi che si rinvengono nella stampa perché i poteri economici e politici stanno al contempo comprimendo e accaparrandosi gli spazi del web.<br />
Tuttavia, è bene ricordare che persino la stampa e più in generale l’informazione ebbero <strong>una loro stagione di maggior libertà</strong> durante <strong>Tangentopoli</strong>, quando, in seguito al crollo della struttura partitica che aveva egemonizzato fino ad allora la vita repubblicana, si prospettò per l’Italia la concreta possibilità di cambiare in meglio. Emerse allora un quadro generalizzato di <strong>commistione illegale tra politica ed affari</strong>, che permeava di corruzione l’intero paese: si trattava di <strong>una vera e propria ‘prostituzione’ diffusa</strong>, esercitata quindi non solo dalle élite, ma penetrata non di rado sino ai livelli inferiori della società.<br />
Purtroppo, il <strong>forte desiderio di un rinnovamento etico</strong> fu ben presto soffocato dai resti di una classe politica e di un ceto imprenditoriale che, superata la tempesta, ritennero di poter <strong>tornare a malversare come prima</strong>, magari approntando preventivamente gli strumenti legislativi con cui potersi fare scudo contro nuove indagini condotte dalla magistratura sulla corruzione. E se Silvio Berlusconi fu il protagonista indiscusso di questa nuova tendenza politica, la cosiddetta sinistra – che in realtà si stava già progressivamente spostando verso il centro-destra – non seppe opporre resistenze, anzi si prestò a frequenti connivenze.<br />
Narrando questo passaggio storico fondamentale per il nostro paese, B. coglie l’occasione per sottolineare le <strong>differenze</strong> tra <strong>(1)</strong> i principali esponenti della classe politica uscita di scena con ‘mani pulite’, <strong>Craxi e Andreotti</strong>, e <strong>(2) Berlusconi</strong>: se i primi si sono resi responsabili di misfatti fors’anche peggiori dei ‘malaffari’ in cui è coinvolto il secondo, certo essi avevano <strong>un’educazione al potere</strong> che al sedicente imprenditore manca completamente. In altre parole, se <strong>i primi si comportarono in maniera immorale</strong> rispetto ad un’etica pubblica che pure conoscevano, <strong>il secondo</strong> <strong>si muove nella totale amoralità</strong>, ignorando completamente quella stessa etica pubblica.<br />
<strong>Non si è così avuta più alcuna consistente mediazione tra il denaro e la politica</strong>, la quale <strong>con Berlusconi è diventata una “questione contabile”</strong>, come mostrano tantissimi recenti episodi di <strong>vendita di persone</strong>. Questa tendenza, tutt’altro che assente in precedenza, è negli ultimi anni divenuta così prevalente (1) da costituire il <strong>modello di riferimento per molti comportamenti di individui e gruppi</strong> nel nostro paese e (2) da <strong>far assurgere la ‘prostituzione’</strong>, cioè la vendita di se stessi in corpo e anima, <strong>a paradigma di relazioni sociali sempre più diffuse e significative</strong>. E tutto ciò ha avuto molteplici conseguenze negative per l’etica degli italiani, su cui B. si dilunga per molte pagine.<br />
La <strong>mercificazione</strong> di parti sempre più ampie della propria vita e addirittura dell’intera persona comporta certamente <strong>un’alienazione da sé</strong>: si subiscono così <strong>un estraniamento ed un allontanamento da valori che non dovrebbero essere commerciati</strong>. Il nocciolo etico che racchiude tali valori diviene per B. sempre più sepolto da <strong>strati di consumismo</strong>, i quali sono <strong>depositati da un discorso pubblicitario veicolato soprattutto dal principale induttore di ‘prostituzione’</strong>, la <strong>televisione</strong>.<br />
È ovvio che un tale <strong>calo di tensione etica</strong>, dovuto al fatto che tutto può essere comprato, implica un <strong>crollo del senso di responsabilità</strong>, per cui <strong>non ci si sente più in colpa per aver commesso determinate azioni</strong>: l’importante è infatti raggiungere l’intento che ci si è prefissi. Si possono facilmente immaginare le conseguenze di un tale modello sui comportamenti: 1) <strong>tutte le attività vengono così parametrate al denaro</strong> e su quel criterio è quindi misurata la rilevanza di quel che uno fa: uno non guadagna molto perché è bravo, ma è bravo perché guadagna molto; 2) tali attività non possono che essere <strong>permeate di un alone di inautenticità e di menzogna</strong> – si pensi proprio al Presidente del Consiglio –, visto che il fine esclusivo è il tornaconto personale, poco sostenibile in una società orientata (sulla carta) da valori democratici; 3) si diffonde quindi <strong>la diffidenza</strong>, perché, per perseguire solo il proprio interesse personale, ci si deve imporre contro gli altri e non progredire con gli altri: e così la fiducia che rinsalda la comunità viene meno, con effetti letali per la democrazia.<br />
Paradossalmente – ma fino ad un certo punto –, <strong>il volano di questa ‘prostituzione’ generalizzata non è segreto</strong>, ma è davanti agli occhi di tutti: si tratta, come detto, della <strong>televisione, la grande meretrice</strong> secondo B., che prende da tutti e dà solo a qualcuno. <strong>Le trasmissioni di intrattenimento e specialmente i format dei <em>reality</em> stanno infatti veicolando un sistema di valori pubblicitario che plasma in senso consumistico ed egoistico i comportamenti delle persone</strong>, soprattutto dei giovani. E contro questi modelli, sempre più amorali, poco possono fare le agenzie educative tradizionali (come la famiglia, la parrocchia e soprattutto la scuola), spesso a loro volta già infiltrate da forme di vita pubblicitarie.<br />
B. dedica specificamente alcune pagine alle <strong>miserie della scuola e dell’università italiane</strong>, che, oltre ad essere letterali – non hanno soldi –, sono provocate anche da situazioni di privilegio certamente non utili per una riscossa morale del paese. In particolare, l’autore si sofferma sull’<strong>incapacità dell’educazione scolastica di far sviluppare negli allievi un dialogo interiore</strong>, quello con la propria coscienza, che possa far crescere il senso di vivere responsabilmente nel rispetto di sé e degli altri.<br />
Pur prospettando in chiusura scenari pessimistici, B. propone anche una possibile reazione a tale stato di cose: quella di <strong>propagandare la nostra più grande ricchezza, la cultura</strong>, che nell’epoca di Berlusconi ha subito un regresso impressionante. Come hanno fatto gli agenti di Publitalia per fondare il partito del loro padrone, sarebbe necessario impegnarsi in azioni ‘porta a porta’ di diffusione di un patrimonio di idee, di valori, che nonostante tutto ancora possediamo. Ed è, nel suo piccolo, ciò che tentiamo di fare anche con il blog.</p>
<p>Molte sarebbero le considerazioni da sviluppare in sede di commento per attualizzare ancora di più le riflessioni di B.; mi limito soltanto a rilevare che, al di là degli aspetti penali che le vicende di questi giorni coinvolgenti Silvio Berlusconi certamente implicano, la questione si pone soprattutto sul piano etico-politico. Ed eccone un risvolto: è infatti indubbio che le giovani prostitute recatesi ad Arcore, per quanto possano avere esercitato intenzionalmente una ‘professione’ antichissima (ma, a mio avviso, molto raramente compatibile con la dignità di una donna moderna ed emancipata), sono state indotte dall’ambiente a percorrere quella strada per cercare la realizzazione personale, nonostante ‘lauree a pieni voti’, ‘bella presenza’, speranze e sogni propri di quell’età, etc. Le principali responsabilità per questa mercificazione dei corpi e delle anime e per il correlativo disprezzo dei meriti, dai costi umani elevatissimi, è indubbiamente (1) di coloro che sostengono un capitalismo consumistico sfrenato, (2) di coloro che controllano i media (in particolare televisivi) e la comunicazione pubblicitaria e (3) di coloro che fanno politica. È evidente che non si può trovare quindi persona più colpevolmente responsabile di questa situazione che l’attuale Presidente del Consiglio, tanto più che è proprio lui che ha approfittato di questa configurazione del potere per abusare concretamente della dignità di persone libere che a queste ragazze spetterebbe di diritto in una società democratica.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Scambiarsi la veste: i rapporti tra chiesa e stato in un’epoca di attacco alla laicità</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Dec 2010 21:42:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Laicità significa spazio pubblico a disposizione di tutti per esercitare, in condizioni di libertà e uguaglianza, i diritti di libertà morale (di coscienza, di pensiero, di religione e di culto, ecc.) e per costruire a partire da questi la propria esistenza: uno spazio voluto dagli uomini indipendentemente da Dio, etsi Deus non daretur; una &#8220;città [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©churchlight1" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/12/©churchlight1.jpg" alt="Â©churchlight1" />&#8220;Laicità significa spazio pubblico a disposizione di tutti per esercitare, in condizioni di libertà e uguaglianza, i diritti di libertà morale (di coscienza, di pensiero, di religione e di culto, ecc.) e per costruire a partire da questi la propria esistenza: uno spazio voluto dagli uomini indipendentemente da Dio, <em>etsi Deus non daretur</em>; una &#8220;città degli uomini&#8221; in cui ci sia spazio per tutti, credenti e non credenti. Si può anche aggiungere: una città che offre a tutti coloro che la ricercano la possibilità della salvazione in un destino immortale ultramondano, consentendo loro la pratica dei loro riti e l&#8217;amministrazione dei propri sacramenti salvifici, ma che non prevede una salvazione universale &#8211; della città umana come tale e di tutti i suoi membri &#8211; attraverso l&#8217;adozione di una religione ufficiale; onde chi vuole perdersi in una visione della vita puramente terrena è perfettamente libero di vivere la vita cittadina, come tutti gli altri.&#8221;<span id="more-792"></span></p>
<p>Proseguiamo il nostro mini-ciclo di letture sulla chiesa contemporanea, presentando un recente saggio del noto costituzionalista Gustavo Zagrebelski dal titolo: <em>Scambiarsi la veste. Stato e Chiesa al governo dell’uomo</em> (Roma-Bari 2010).<br />
In questo libro Z. si occupa del <strong>riattivarsi del conflitto tra (a) le pretese egemoniche della chiesa cattolica</strong> su molti aspetti della vita sociale e politica dei cittadini <strong>e (b) le garanzie di pluralismo e di laicità proprie dello stato democratico liberale</strong>.</p>
<p>Tale conflitto, nella forma attuale, è riconducibile storicamente alla <strong>rottura dell’unità del mondo cristiano</strong> nel corso dell’età moderna, che moltiplicò le confessioni e impose, dopo sanguinose <strong>‘guerre di religione’</strong>, il riconoscimento di pari diritti ai diversi credenti. Si trattò di uno degli impulsi principali alla <strong>formazione dello stato liberale e costituzionale moderno</strong>, come mostra emblematicamente il caso dell’Inghilterra tra ‘500 e ‘700. <strong>La chiesa cattolica non ha però mai accettato</strong> gli esiti di questo processo che andava costruendo uno spazio laico assolutamente indipendente – almeno in linea di principio – dal suo potere: si trattava dell’asse portante della cosiddetta <strong>secolarizzazione</strong> delle società occidentali che si conclamò nella temperie culturale illuministica.<br />
La conseguenza inaccettabile per la chiesa di Roma era quella di vedersi relegata ad una componente tra le altre della società, cosa che avrebbe comportato la <strong>rinuncia all’universalità</strong> <strong>e al suo statuto privilegiato</strong> rispetto alle altre religioni. Nell’epoca dell’affermazione dei principi liberali e costituzionali, il XIX secolo, <strong>la chiesa si irrigidì</strong> – si pensi al dogma dell’infallibilità papale (1870) –, rifiutando un confronto con le trasformazioni sociali e politiche della piena modernità.<br />
Questo atteggiamento non poteva però durare senza rivelarsi particolarmente controproducente di fronte ai profondi cambiamenti avvenuti nella società industriale. Ecco dunque che, già alla fine dell’Ottocento, la chiesa, pur rimanendo ferma sulle posizioni di principio specie nelle alte gerarchie, <strong>si aprì alle esigenze degli strati sociali inferiori</strong>, verso i quali rinnovò la sua antica vocazione di aiuto, non da ultimo per <strong>contrastare il diffondersi del socialismo</strong>.<br />
La chiesa elaborò quindi <strong>una dottrina sociale</strong> – si pensi all’enciclica <em>Rerum novarum </em>di Leone XIII (1891) –, che non era più strettamente connessa con la questione fondamentale della salvezza delle anime, ma se ne svincolava riconoscendo la <strong>necessità di risolvere di per sé i problemi urgenti della società industriale</strong>. Benché il proposito di indicare una via mediana tra socialismo e capitalismo borghese rimanesse poi disatteso, per la tradizionale tendenza delle gerarchie a riavvicinarsi al potere costituito, fu questa <strong>una vera svolta che pose le basi per la partecipazione dei laici cattolici alla vita politica</strong>. Permanevano tuttavia forti riserve sulla democrazia che veniva spesso intesa dalle gerarchie come una paternalistica attenzione alle fasce più deboli della nuova società e non come un sistema atto a garantire la partecipazione a tutti cittadini su basi di uguaglianza e di libertà.<br />
Ma un ulteriore passo in avanti fu compiuto con il pontificato di <strong>Giovanni XXIII</strong> (1958-1963) e con il <strong>Concilio Vaticano II</strong> da lui fortemente voluto (1962-1965): in questa occasione <strong>le correnti riformatrici della Chiesa si aprirono ulteriormente alla modernità</strong> e cercarono di dare il proprio contributo alla risoluzione dei problemi del mondo concentrando l’azione pastorale sulla <strong>dignità di tutti gli uomini</strong>. La sollecitudine nei confronti dei diritti della persona si tradusse nel <strong>riconoscimento dell’esistenza di molteplici visioni del bene comune e quindi del pluralismo della società</strong>.<br />
Questa apertura fiduciosa verso i segni del tempo ha conosciuto tuttavia una battuta d’arresto; si registra infatti <strong>un’inversione di tendenza</strong> sempre più netta, coincidente con una crisi delle democrazie occidentali – una ‘crisi di crescita’ come abbiamo visto in altri post. Tale crisi ha <strong>rivitalizzato la tradizione conservatrice della chiesa</strong> che ne ha approfittato per <strong>mettere in discussione il moderno processo di secolarizzazione</strong> (cioè di distinzione dell’ambito sociale e politico, di tutti, dalla dimensione religiosa e dal potere ecclesiastico, di alcuni) e dunque <strong>lo spazio della laicità</strong>.<br />
Al riguardo Z. critica espressamente la <strong>tendenza annessionista della chiesa</strong>, che ha messo a frutto l’occasione per <strong>appropriarsi della nozione stessa di laicità</strong>, affermando di esserne la detentrice e bollando tutte le altre con la <strong>sprezzante etichetta di ‘laicismo’</strong>. Ma proprio considerando cosa significhi in realtà ‘laicismo’ per la chiesa, cioè tutto quello che non aggrada ai vertici ecclesiastici, si comprende la <strong>portata politica delle sue rinnovate ambizioni</strong>. Di fronte alla <strong>crisi delle democrazie liberali</strong>, che mostrerebbero per alcuni <strong>un’insufficienza dal punto di vista etico</strong>, la chiesa candida <strong>il cristianesimo cattolico</strong> al ruolo di <strong>nuova religione civile</strong>, la quale possa costituire <strong>il tessuto connettivo della società e il fondamento legittimante delle decisioni dei governanti</strong>. Insomma, <strong>una rinnovata tutela della chiesa sul potere delle istituzioni politiche</strong>.<br />
Questa offerta di salvezza volta agli incerti regimi democratici occidentali, e in particolare a quello italiano, implica chiaramente <strong>un condizionamento che mina i presupposti della libertà e dell’uguaglianza delle società democratiche pluralistiche</strong>. E tale pericolosa tendenza è sostenuta da <strong>un’insidiosa operazione concettuale</strong> esplicitata da Benedetto XVI sulla base dei presupposti messi già da Giovanni Paolo II: <strong>l’affermazione della coincidenza di verità (cattolica) e ragione</strong>. Di fronte alla debolezza della secolarizzazione, la chiesa si è gettata nell’arena e ha preso con decisione l’arma della ragione che prima era stata usata per criticarla. Ma, se si pretende di possedere la verità, divinamente fondata, e si sostiene che la verità è congruente con la ragione, si avanza <strong>una pretesa assoluta che finisce per destituire di validità tutti gli altri discorsi</strong>. Insomma, questo programma di verità non può portare che all’esclusione dell’altro che non si rassegni ad assimilarsi. E allora si comprende bene che non è un caso che in questo pontificato sia divenuto più difficile il dialogo interreligioso e si sia accresciuto il conflitto con altre posizioni laiche non credenti: a partire <strong>da questo presupposto non può infatti esserci che lo scontro</strong>, come testimoniano le crescenti reazioni anti-clericali. E allo stesso modo si capisce perché da questo assioma, verità cattolica = ragione, discenda quella <strong>freddezza che con sempre maggior frequenza si percepisce nei comportamenti della chiesa dogmatica e razionalista</strong>.<br />
Solo in questo quadro può quindi divenire chiaro il senso di un’espressione cara a questo pontefice: <strong>‘dittatura del relativismo’</strong>. Un’espressione contraddittoria in una visione laica, che tuttavia si comprende nell’ottica di una chiesa che pretende di imporre in maniera assoluta le proprie convinzioni: dal suo punto di vista diventa un sopruso il fatto che la sua sia una posizione tra le altre.<br />
Da questa concezione centrata sulla distinzione esclusiva del vero e del falso discendono i numerosi <strong>“non possumus”</strong> (‘non possiamo’) opposti dalla chiesa a determinate opzioni politiche, che <strong>in Italia, in particolare, finiscono per trasformarsi in veri e propri veti per l’ossequioso opportunismo delle nostre élite</strong>. E tutto ciò non può che mettere seriamente in discussione la laicità dello stato italiano, costituzionalmente sancita, <strong>sminuendo la posizione di tutti i cittadini, credenti di altre religioni o non credenti, che si vedono mutilati del proprio orizzonte politico perché offesi nei principi di uguaglianza e di libertà</strong>.</p>
<p>In sede di commento vorrei brevemente soffermarmi sulle implicazioni politiche di un caso di attualità in relazione a quanto detto in questo post: la pretesa di una replica dell’associazione pro-vita nella trasmissione “Vieni via con me”. È evidente che questa pretesa è assolutamente infondata una volta che si consideri il significato delle testimonianze presentate da Fazio e Saviano. Il punto nodale della questione non risiede infatti nell’esito di ‘morte’ delle esperienze della Englaro e di Welby, ma nello scegliere per la propria vita. Questi due casi sono divenuti emblematici, rispetto ad altri, perché si è voluta impedire la libera scelta. E questa scelta – come molte altre – è osteggiata dalla chiesa che è fondamentalmente contraria alla libera coscienza e alla libera determinazione degli individui. Qui agisce come veto un “non possumus” che impedisce non solo alla politica l’approvazione di una legge sul ‘fine vita’ che garantisca a tutti la libertà di scegliere, ma addirittura giunge ad esercitare forti pressioni sui comuni che, per rispondere ad una sentita esigenza sociale, hanno istituito dei registri per i testamenti biologici. E concludo – scusandomi ancora per la brevità – dicendo che questo e tanto altro non si spiega efficacemente con una questione di valori, perché i comportamenti di prelati e fedeli sarebbero allora diversi; ma con una questione di potere.  Un potere  di antica matrice imperiale, più o meno sublimato spiritualmente secondo i periodi, cui la chiesa costantemente aspira.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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		<title>Una proposta di cambiamento: Avere o essere? di Erich Fromm</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Sep 2010 20:13:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©nike" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/09/©nike.jpg" alt="Â©nike" />&#8220;Se le sfere economica e politica della società devono subordinarsi allo sviluppo umano, è evidente che a determinare il modello della nuova società saranno le esigenze dell&#8217;individuo non alienato, orientato verso l&#8217;essere. Ciò significa che gli uomini non dovranno né vivere in condizioni di inumana povertà (questo costituisce ancora il problema principale di gran parte degli abitanti della Terra) né dovranno essere obbligati (come accade invece ai benestanti del mondo industrializzato) a far proprio il modello dell&#8217;<em>Homo consumens</em> dalle leggi inerenti alla produzione capitalistica, le quali richiedono un continuo aumento della produzione e quindi obbligano a un consumo via via crescente. Se gli esseri umani debbono diventare liberi e cessare dall&#8217;alimentare l&#8217;industria mediante un consumismo patologico, è chiaramente indispensabile una trasformazione di carattere radicale del sistema economico; in altre parole, bisogna mettere fine all&#8217;attuale situazione, in forza della quale un&#8217;economia sana è possibile solo a prezzo della condizione patologica degli esseri umani. Il problema è dunque quello di costruire un&#8217;economia sana per gente sana.&#8221;<span id="more-724"></span></p>
<p>Al fine di raccogliere ulteriori spunti per una riforma etica della società presente, proponiamo anche in questo post la lettura di un ‘classico’, <em>Avere o essere?</em> (Milano 1977, ed. or. 1976), scritto da Erich Fromm, psicoanalista freudiano e pensatore appartenente alla cosiddetta ‘Scuola di Francoforte’.<br />
Il saggio di F. costituisce di fatto l’approdo di una lunga riflessione critica sulla famiglia, sulla società e soprattutto sulla crisi drammatica del mondo occidentale, e fornisce una proposta alternativa di convivenza, fondata su un nuovo equilibrio di valori che pongono al centro l’uomo (<strong>umanesimo radicale</strong>).</p>
<p>Nel corso del XX sec. è diventato sempre più evidente il <strong>fallimento della grande promessa di Progresso Illimitato</strong>, che era stata generata dalla rivoluzione industriale. La credenza nella possibilità di <strong>un’illimitata produzione</strong>, e quindi di <strong>illimitati consumi</strong>, aveva indotto a pensare alla <strong>trasformazione degli individui in superuomini</strong>, liberati da tutti i vincoli e finalmente padroni delle proprie esistenze.<br />
Il venir meno di una tale speranza risultò però ben presto evidente. Si è dunque presa coscienza negli ultimi due secoli che 1) <strong>la soddisfazione illimitata di tutti i desideri non comporta il vivere bene</strong>; 2) <strong>gli uomini sono tutt’altro che padroni nella ‘megamacchina’ economica e burocratica</strong> (tanto capitalistica, quanto socialista); 3) <strong>il progresso economico è rimasto limitato ai paesi ricchi</strong>; 4) <strong>il progresso tenico ha avuto come conseguenza il manifestarsi di pericoli per l’ambiente e per la stessa sopravvivenza della specie umana</strong>.<br />
Il fallimento non dipende, secondo F., soltanto da contraddizioni economiche del processo di industrializzazione, ma anche da due ‘assiomi’ psicologici che ad essa si accompagnano: 1) la felicità consiste nel raggiungimento del massimo piacere, inteso come soddisfazione di ogni bisogno soggettivo della persona (<strong>edonismo radicale</strong>); 2) l’egoismo e l’avidità generati dal sistema si compongono in uno stato finale di pace e armonia.<br />
Per F., che chiama a conforto della sua posizione il pensiero di sapienti, profeti e filosofi, è evidente che questi due presupposti sono erronei. E non solo conducono alla follia gli individui, ma annunciano una possibile autodistruzione che ovviamente, anche dal punto di vista puramente economico, è controproducente. Ovviamente, di fronte ad una tale situazione, <strong>le élite politiche del mondo dovrebbero agire, ma appaiono a F. anestetizzate o, più probabilmente, complici</strong> di questo sistema che con la sua propaganda impedisce di gettare lo sguardo oltre il soddisfacimento dei propri piaceri immediati.<br />
Per cogliere in tutta la sua profondità l’esigenza di un mutamento F. distingue due <strong>fondamentali modalità di esistenza dell’essere umano</strong>, che sono virtualità sempre compresenti negli individui: <strong>quella dell’avere e quella dell’essere</strong>.<br />
Nella <strong>modalità dell’avere</strong> il rapporto dell’uomo con il mondo è <strong>caratterizzato dal possesso e dalla proprietà</strong>: egli aspira quindi ad impadronirsi di ogni cosa e anche degli uomini. Tale modalità <strong>condiziona la stessa costruzione dell’identità</strong> che tende a coincidere con ciò che si possiede: ‘<strong>io sono ciò che ho</strong>’.<br />
Nella <strong>modalità dell’essere</strong> l’uomo vive invece <strong>un rapporto autentico con il mondo e con gli altri, caratterizzato da indipendenza, libertà e atteggiamento critico</strong>. La caratteristica fondamentale di tale modalità risiede nell’<strong>essere attivo</strong>, cioè nell’uso produttivo delle qualità specificamente umane. Essere attivi non significa però essere indaffarati, ma piuttosto <strong>esprimere facoltà e capacità in una crescita costante che si basa sull’esperienza e non sul possesso delle cose</strong>. Accanto all’attività si pone però anche <strong>un altro aspetto fondamentale dell’essere, quello per cui esso si contrappone all’apparenza</strong>, al di là della quale si può cogliere l’effettiva realtà di una persona o di una cosa.<br />
Da queste diverse modalità discendono <strong>due concezioni diverse della felicità</strong>: quando prevale l’avere, la felicità risiede nella superiorità sugli altri, nel potere e nella capacità di usare violenza per difendere i propri beni, conquistare, depredare, uccidere; quando è l’essere a prevalere la felicità consiste nell’amare, nel condividere, nel dare.<br />
F., influenzato al contempo dal pensiero religioso ebraico e cristiano, da quello psicoanalitico di Freud e da quello filosofico e sociale di Marx, auspica quindi <strong>un cambiamento profondo del carattere sociale</strong>, che è la risultante della fusione della sfera psichica e delle strutture socioeconomiche. L’autore tratteggia così <strong>il profilo di un uomo nuovo</strong> – per il quale si rinvia ad una mappa concettuale – e inoltre indaga le caratteristiche della <strong>nuova società</strong> in relazione alla condizioni della sua possibile realizzazione.<br />
È evidente che una tale riforma è difficile; eppure essa è necessaria se si vuole evitare la catastrofe per la specie umana. Perché si compia è indispensabile che <strong>le migliori menti si adoperino a realizzare progetti di ingegneria sociale</strong> che possano scongiurare l’avvento di quel ‘fascismo tecnologico dal volto sorridente’ che si profila come anticamera di un oscuro destino. Tutte le risorse devono quindi essere concentrate in una scienza umanistica dell’uomo che individui le basi attraverso le quali possa avvenire <strong>una ricostruzione della società basata sulla modalità dell’essere</strong>.<br />
Innanzitutto <strong>la produzione deve essere riorganizzata verso un consumo sano</strong>, che deve essere indotto da un processo educativo che mostri a tutti come molti dei nostri desideri siano suscitati dai produttori attraverso la pubblicità. Essi non corrispondono infatti ai bisogni reali dell’uomo, quelli cioè che corrispondono alla sua struttura essenziale e alle sue possibilità di sviluppo.<br />
La <strong>presa di coscienza</strong> dei cittadini è in tal senso fondamentale, come pure la loro <strong>partecipazione</strong>. Questa non deve essere però limitata solo all’ambito politico – cosa che F. ritiene comunque difficile –, ma deve addirittura estendersi a quello produttivo. L’autore parla esplicitamente di “<strong>democrazia industriale</strong>”: le imprese devono essere considerate non solo organizzazioni puramente economiche e tecniche, ma istituzioni sociali in cui tutti i membri devono avere parte attiva nelle decisioni basate su una piena informazione.<br />
L’<strong>informazione</strong> è del resto secondo F. un elemento imprescindibile della democrazia; essa è infatti l’unico modo per contrastare 1) il lavaggio del cervello attuato dalla propaganda pubblicitaria del mercato e della politica e 2) la mercificazione delle notizie compiuta dai media. Per questo motivo egli propone <strong>l’istituzione di un efficace sistema di diffusione delle informazioni utili </strong>– che oggi noi abbiamo: la rete.<br />
Un altro elemento determinante per il cambiamento è <strong>la riduzione della distanza tra i paesi ricchi e quelli poveri</strong>, che egli definisce un abisso carico di pericoli, quali la violenza terroristica ingenerata della disperazione. A tale obiettivo si devono ulteriormente accompagnare <strong>l’emancipazione piena delle donne</strong> (che destrutturi il paradigma maschile del potere); <strong>l’introduzione di un salario minimo per tutti</strong> (che consenta il pieno esercizio della libertà a partire dai diritti fondamentali al cibo e alla dimora); <strong>la liberazione della ricerca scientifica dalle immediate applicazioni industriali e militari</strong>, che piegano la conoscenza umana alla finalità dell’avere.</p>
<p>Purtroppo, nei limiti del post, la portata della proposta di Fromm non può risultare che ridimensionata: molti sono infatti gli aspetti che sono stati tralasciati, soprattutto per quanto riguarda la descrizione delle modalità dell’essere e dell’avere.<br />
In sede di commento mi limito a svolgere due brevi considerazioni. Innanzitutto devo ammettere che la rilettura della proposta di F., a distanza di parecchi anni, mette in evidenza i suoi limiti sotto tanti punti di vista. Anche questo testo, come <em>Lettera ad una professoressa</em>, va però contestualizzato, cioè ricollocato nel suo periodo, che è quello successivo ai movimenti studenteschi e alla crisi petrolifera degli anni ’70.<br />
Questi limiti, che talvolta fanno apparire il suo ragionamento un po’ troppo ‘semplice’, non intaccano tuttavia il valore politico complessivo della sua proposta. Oggi è infatti necessario un cambiamento radicale della costellazione dei valori, che scardini la dominante configurazione individualistica, egoista e avida, che non è la ‘natura’ dell’uomo, ma soltanto una delle possibili costruzioni culturali dell’umanità. Altre ce ne sono, e altre ancora se ne possono inventare, che non ci facciano correre il rischio di imboccare la strada dell’autodistruzione.</p>
<p style="text-align: right;">E. R.</p>
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