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	<title>Attraverso lo Specchio</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>L’intransigenza come virtù etica necessaria per il rinnovamento della vita politica italiana</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 20:46:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;La radice del male è nella nostra abitudine, ormai secolare, a trovare con poca fatica accomodamenti con la nostra coscienza e con Dio, quando non tentiamo di ingannare senza vergogna e l&#8217;una e l&#8217;altro. Oltre al fatto che chi ritiene di poter ingannare Dio non crede in Dio […], chi è abituato a transigere con la coscienza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©aerial" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/05/©aerial.jpg" alt="Â©aerial" />&#8220;La radice del male è nella nostra abitudine, ormai secolare, a trovare con poca fatica accomodamenti con la nostra coscienza e con Dio, quando non tentiamo di ingannare senza vergogna e l&#8217;una e l&#8217;altro. Oltre al fatto che chi ritiene di poter ingannare Dio non crede in Dio […], chi è abituato a transigere con la coscienza e con Dio non può essere intransigente con gli uomini. Un popolo composto da individui siffatti è un popolo abituato a parlare in modo compiacente e accondiscendente, incline a dissimulare la proprie convinzioni, ostile alla franca e libera discussione: esattamente l&#8217;opposto di un popolo di cittadini [...] Porre i principi al secondo posto, e la vita al primo, passa in Italia come massima di raffinato realismo politico; in realtà è il modo di pensare dei servi. Questa nostra inveterata abitudine a scambiare la mentalità servile per realismo è una delle cause principali della nostra inettitudine a difendere la libertà politica e a lasciarci dominare.&#8221;<span id="more-1244"></span></p>
<p>Con questo post torniamo ad occuparci di etica civile, presentando <em>L’intransigente </em>(Roma-Bari 2012), un saggio di Maurizio Viroli, docente di teoria e comunicazione politica nelle università di Princeton e Lugano.<br />
Il nuovo contributo di V. intende fornire un complemento al suo precedente lavoro, <em>La</em> <em>libertà dei servi</em>. In tale saggio questo studioso si era occupato di alcuni effetti distorsivi sulla società italiana provocati dall’<strong>egemonia di Berlusconi</strong>, e in particolare della costituzione di una ‘corte’ di servi e adulatori al centro del sistema politico italiano. Nel suo nuovo libro V. tematizza invece <strong>l’atteggiamento di quell’opposizione morbida che non è stata in grado di contrastare con fermezza l’avvento di un tale potere</strong> che costituisce di per sé una seria minaccia della vita repubblicana.</p>
<p>Secondo V. gli oppositori di Berlusconi sono stati troppo accomodanti, incerti e pronti al compromesso, non affrontando con la dovuta determinazione un oggettivo pericolo per la democrazia italiana. Di fronte a un potere che si è posto in maniera distruttiva nei confronti del tessuto delle istituzioni repubblicane, non si può cercare l’accordo se non correndo il serio rischio di compiere un ‘suicidio’ politico, perché nessuna concessione accordata risulta mai sufficiente per un tale avversario.<br />
Non si tratta certo della prima volta che <strong>una tale mancanza di fermezza</strong> si è mostrata nella vita politica italiana nel corso del ‘900. Anche <strong>di fronte al fascismo</strong>, infatti, la politica e la società italiane si mostrarono troppo condiscendenti, perdendo poi il controllo della situazione di fronte ad un avversario che non aveva alcuna intenzione di raggiungere un compromesso, ma piuttosto quella di acquisire un’egemonia, in quel caso totalitaria, del paese. Né il re, né la classe dirigente liberale, né la chiesa contrastarono con decisione l’ascesa di Mussolini, pensando di poter servirsi opportunisticamente del suo movimento e della sua <em>leadership</em>.<br />
<strong>L’egemonia politica di Berlusconi si configura certamente in maniera molto diversa rispetto a quella del fascismo</strong>, pur presentando un indice di rischio molto elevato per la vita democratica. Anche in questo caso V. ravvisa una <strong>mancanza di determinazione</strong> e di fermezza nell’opporsi ad un’ascesa che soltanto una certa <strong>miopia politica</strong> poteva ritenere irreggimentabile nelle istituzioni repubblicane; una miopia politica che è frutto di una <strong>scarsa cultura repubblicana</strong> delle élite italiane. L’autore passa quindi rapidamente in rassegna alcuni momenti chiave di questa debole resistenza a Berlusconi che risalgono addirittura all’inizio degli anni ’80 – quando si sono poste le basi per la costituzione della concentrazione televisiva – e culminano nei lavori della commissione bicamerale del 1998, dopo i quali si è schiusa la strada ad una duratura presa di potere dell’imprenditore milanese nel primo decennio del sec. XXI.<br />
Questo atteggiamento ha avuto molte <strong>conseguenze deleterie sulle istituzioni</strong>, condizionando le stesse modalità di partecipazione alla vita politica. Sarebbe stato invece <strong>necessario mostrarsi intransigenti</strong>. <strong>L’intransigenza non è considerata normalmente una virtù politica</strong>; anzi, è spesso additata come un vizio. Secondo V. essa è invece una risorsa positiva della vita civile che deve essere coniugata sempre con una saggia valutazione delle situazioni. Ci sono infatti delle <strong>circostanze in cui la scelta più prudente dal punto di vista politico ed etico è una fermezza senza compromessi</strong>.<br />
C’è quindi per V. <strong>una buona intransigenza</strong> che è definita come <strong>una capacità di resistere alle pressioni, agli allettamenti, alle minacce, senza tuttavia essere chiusi, fanatici o fortemente condizionati da sistemi ideologici di pensiero</strong>. L’atteggiamento del buon intransigente è invece <strong>aperto agli altri, alla discussione e al dubbio</strong>, inteso come interrogazione costante dei limiti delle proprie posizioni. Esso si accompagna alla <strong>disponibilità all’ascolto</strong>, all’<strong>analisi rigorosa delle argomentazioni altrui</strong>, allo <strong>spirito critico</strong>, alla <strong>mitezza</strong> e al<strong> senso di responsabilità</strong>. L’intransigenza così definita è dunque un’espressione della saggezza politica, intesa come più generale capacità di comprendere le circostanze e di cogliere la geografia umana delle passioni. Essa si nutre di una conoscenza specifica dei contesti dell’azione, che diffida dei modelli troppo generali e si basa sull’esperienza storica. E non può essere tenuta con <strong>perseveranza</strong> se non grazie alla <strong>forza di passioni</strong> quali lo <strong>sdegno</strong> per l’ingiustizia, l’amore per <strong>libertà</strong>, l’amore della <strong>patria</strong> inteso come cura della libertà comune, il senso del <strong>dovere</strong> e del sacrificio.<br />
Questa complessa costellazione di valori, virtù e passioni, che va sotto il nome di intransigenza, non è certamente frequente da trovarsi ed è <strong>piuttosto rara soprattutto in Italia</strong>, dove le condizioni storiche non hanno mai favorito lo sviluppo di una simile struttura degli affetti. Nel nostro paese si giudica piuttosto l’intransigenza alla luce della <strong>prevalente ‘religione del cinismo’</strong>, e quindi come un atteggiamento da sconfitti: in quest’ottica si guarda al risultato utile e non al modo con cui esso si è conseguito né tanto meno al fine ideale per cui si è compiuta un’azione. Una tale critica è stata ad esempio rivolta all’esperienza storica del Partito d’Azione, le cui alte esigenze etico-politiche l’avrebbero condotto al fallimento in un immediato dopoguerra gravido di compromessi.<br />
Questa religione del cinismo, che finisce per promuovere <strong>una certa meschinità d’animo</strong>, colora di grigio la vita del nostro paese. V. avanza una critica radicale alla diffusa <strong>obbedienza degli italiani a convenzioni sociali cui sono sottese forme di potere non degne di una repubblica di cittadin</strong>i. La loro <strong>docilità</strong> e <strong>disponibilità alla sottomissione</strong> plasmano i modi di pensare e di agire, spingendoli verso la <strong>dissimulazione</strong>, il <strong>parlare ambiguo e accomodante</strong>. A questo atteggiamento si accompagnano come ulteriori tratti <strong>il consenso per un parlare volgare e deforme in determinate situazioni</strong> e <strong>la grande insofferenza nei confronti di persone che hanno ferme opinioni e parlano chiaro</strong>.<br />
Secondo V., che riprende sul piano dell’interpretazione etico-politica alcune conclusioni dello storico Adriano Prosperi, in <strong>epoca moderna</strong> le società della penisola italiana sarebbero state a lungo esposte ad <strong>una pressione da parte delle istituzioni della chiesa cattolica</strong>, in particolare da parte di inquisitori e confessori, che avrebbero plasmato la struttura degli affetti. Sarebbero allora stati massicciamente inoculati proprio quegli atteggiamenti di docilità, sottomissione, dissimulazione, che hanno determinato <strong>il carattere tendenzialmente servo di un popolo</strong> e <strong>quella tendenza alla mancata assunzione di responsabilità, che sono conseguenze di un rapporto indulgente e sempre accomodante</strong> nei confronti della propria coscienza e di Dio.<br />
Questo secolare condizionamento ha reso difficile l’emergere di caratteri intransigenti tra le élite politiche. Certamente un momento positivo vi fu proprio nell’immediato dopoguerra, quando la dignità dei valori antifascisti della Resistenza ha comunque creato uno spazio di discussione politica franca e aperto da cui è nata la Costituzione repubblicana.</p>
<p>Tuttavia, come accennato, questa tendenza si è presto spenta ed è tornata quella disponibilità costante al cattivo compromesso, all’opportunismo, all’azione irresponsabile, che trovano il loro unico limite nel perseguimento del proprio interesse. Si capisce chiaramente che il necessario sradicamento di una mentalità così perniciosa per la democrazia repubblicana e per l’affermazione di una società di liberi cittadini abbisogna, tra molti altri, di due presupposti fondamentali per provocare un cambiamento duraturo: 1) un grande investimento nell’educazione civile di bambini e ragazzi e dunque nella scuola; 2) un rinnovato impulso alla riforma della chiesa italiana nella direzione già segnata (ma negli ultimi tempi sempre più abbandonata) dal Concilio Vaticano II.</p>
<p align="right">E. R.</p>
<p align="right">
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		<title>Hacking Web</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 07:47:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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Alla fine degli anni ‘80 due ricercatori, Tim Berners-Lee e Dan Connolly, diedero vita al progetto HTML acronimo di HyperText Markup Language. Il progetto proseguì con lo sviluppo di HTTP (HyperText Transfer Protocol): uno schema essenziale che si basa sul sistema di indirizzi IP (Internet Protocol) per rintracciare contenuti secondo indirizzi di dominio e percorsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1237" title="Â©acrobat" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/04/acrobat-300x168.jpg" alt="Â©acrobat" width="450" height="230" /><br />
Alla fine degli anni ‘80 due ricercatori, Tim Berners-Lee e Dan Connolly, diedero vita al progetto <strong>HTML</strong> acronimo di <em>HyperText Markup Language</em>. Il progetto proseguì con lo sviluppo di <strong>HTTP</strong> (<em>HyperText Transfer Protocol</em>): uno schema essenziale che si basa sul sistema di indirizzi <strong>IP</strong> (<em>Internet Protocol</em>) per rintracciare contenuti secondo indirizzi di dominio e percorsi di file. Si stavano così creando le basi per la nascita del <strong>WWW</strong> (<em>WorldWideWeb</em>): era infatti il 1991 quando Tim Berners pubblicò un rudimentale browser che interpretava il linguaggio HTML e permetteva agli utenti la navigazione tra i contenuti di pagine con un click. Se paragoniamo  l’HTTP e HTML a progetti contemporanei come ENQUIRE, sicuramente la scelta di uno standard del genere è discutibile ma la forza dirompente del progetto WWW è stata proprio la sua semplicità. L’attenzione si spostò quindi sui browser che in poco tempo spadroneggiarono nel settore. Fu soprattutto la Microsoft a imporsi rubando la scena a Netscape Navigator e prendendo il controllo dell’80% del mercato. E’ proprio però questo predominio a essere divenuto un fattore chiave nella successiva evoluzione del settore: il venir meno della concorrenza ha infatti di molto rallentato lo sviluppo di Internet Explorer, tanto che per passare dalla versione 6 alla 7, ci sono voluti 5 anni. Per regolamentare questa situazione è nato un consorzio denominato W3C. A farla breve le quote del mercato dei browser sono ad oggi così distribuite: IE 49.82%, Firefox 19.00%, Chrome 17.17%, Safari 9.09%, Opera 1.51% secondo dati <a href="http://www.netmarketshare.com/browser-market-share.aspx?qprid=1"> Net Market Share </a>.<span id="more-1236"></span><br />
Torniamo a parlare del web e in maniera particolare facciamo un viaggio all’interno delle sue falle di sicurezza grazie all’esperienza di Michal Zalewski, cacciatore di bug ed esperto d’informatica, con la lettura di <em>Hacking Web. Sicurezza nel groviglio della rete</em> (Milano, 2011).<br />
Solo quindici anni fa il mondo del web era una realtà marginale, che riguardava  interessi circoscritti e di scarsa importanza internazionale. Da allora, però,  le cose sono cambiate enormemente: la sua crescita repentina e inaspettata ha fatto venir meno la possibilità di uno sviluppo organizzato e ha  piuttosto comportato l’intreccio non troppo ordinato di tecnologie interdipendenti.<br />
Z. elenca una serie di falle analizzando in profondità la struttura del web. La complessità degli url unita all’aggiunta di contenuti multimediali, come immagini e video, ha permesso di arricchire notevolmente la complessità del browser passando per l’implementazione di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Plugin_(informatica)">Plugin</a>, controlli<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/ActiveX">ActiveX</a>,  piuttosto che framework come Adobe Flash.<br />
Il funzionamento di un browser è regolato dall’uso di protocolli di comunicazione e linguaggi di programmazione che sono in continuo sviluppo per migliorare l’esperienza di navigazione e la condivisione di contenuti nello spazio web.<br />
Il primo elemento importante è sicuramente l<strong>’URL</strong> (<em>Uniform Resource Locator</em>): si tratta del testo che identifica in maniera univoca una risorsa su un server remoto.  La comprensione di come il browser interpreta un particolare URL è il primo passo verso la comprensione del web: la sua sintassi è definita dalla norma <a href="https://www.ietf.org/rfc/rfc3986.txt">rfc3986</a> e dalla norma <a href="https://www.ietf.org/rfc/rfc1738.txt">rfc1738</a>.<br />
I formati URL si possono raggruppare in due grandi famiglie: quelli assoluti, cioè quelli che contengono tutte le informazioni per accedere a una determinata risorsa e quelli relativi cioè quelli che omettono alcune risorse come ../file.php?text=attraverso+specchio.<br />
Un URL è composto da 8 elementi: <strong>1</strong>- nome del protocollo, <strong>2</strong>- Indicatore di URL gerarchico, <strong>3</strong>- credenziali di accesso <strong>4</strong>- server da cui scaricare i contenuti, <strong>5</strong>- numero di porta a cui connettersi (opzionale: di base 80 per www e 23 per ftp), <strong>6</strong>- percorso gerarchico con sintassi UNIX, <strong>7</strong>- stringa della query, <strong>8</strong> &#8211; frammento. Questi ultimi due elementi sono opzionali.<br />
Il protocollo più utilizzato per stabilire il trasferimento dei contenuti nel web è senza dubbio l’HTTP. Per dare un’idea di come funziona, possiamo riferirci ad un esempio dello standard HTTP 0.9 dove la richiesta di un client consisteva in una riga preceduta da GET  seguito dal percorso:<br />
GET /hackingweb.txt.<br />
Ora le cose si sono evolute di molto, tanto è vero che si parla di protocollo di comunicazione <a href="http://datatracker.ietf.org/wg/httpbis/charter/">HTTPbis</a> (per chi volesse sapere di più sulla sua sicurezza rimando al link <a href="http://www.w3.org/TR/UMP/">HTTPbisW3</a>) capace di gestire molte nuove funzioni in termini di accesso ai contenuti e alla gestione degli errori.<br />
Per ciò che riguarda il linguaggio, l’HTML è il principale mezzo utilizzato per l’authoriting di documenti online ma anche in questo caso il suo sviluppo è stato fortemente condizionato dalla forte lotta competitiva dei diversi browser. La sintassi di questo linguaggio è molto semplice in quanto si basa su una struttura gerarchica di tag. Un esempio in HTML potrebbe essere:<br />
&lt;html&gt;<br />
&lt;head&gt;<br />
&lt;title&gt; HAcking Web &lt;/title&gt;<br />
&lt;/head&gt;<br />
&lt;body&gt;<br />
&lt;h1&gt; Benvenuti nel nuovo post &lt;/h1&gt;<br />
&lt;a href=”http://www.attraversolospecchio.eu/&#8221;&gt; Attraverso lo specchio &lt;/a&gt;<br />
&lt;/body&gt;<br />
&lt;/html&gt;.<br />
Alla base di questo linguaggio esiste la visione di un web semantico, in cui cioè ogni porzione di un documento viene identificata in un blocco funzionale riconosciuto dal Pc tramite l’utilizzo di un tag esplicativo come <strong> h1 h2 &#8230; h6 e cite address</strong> etc. I tag di base come <strong>font</strong>, usati per definire il carattere, sono ormai obsoleti e sostituiti dagli stili <strong>CSS</strong>: tutto questo non per aver sposato la filosofia semantica ma per prestazioni migliori.<br />
L’HTML non è l’unico linguaggio leggibile dai browser anzi la tendenza è sicuramente quella di ampliare la capacità di convidere applicativi javascript, contenuti audio e video utilizzando i plugin a disposizione.<br />
L’interazione client server avviene tramite il browser ed è proprio su questo elemento che si concentrano tutte le attività di protezione web. Il concetto base della gestione della sicurezza avviene tramite l’isolamento dei contenuti, in altre parole due pagine che provengono da origini diverse non devono interferire tra loro. Se il concetto è semplice la realtà è molto più complessa perché in realtà non esiste una definizione univoca per definire che due contenuti abbiano una sorgente unica. A questo si aggiunge il problema di chiarire quali siano le azioni che dovrebbero essere controllate e tutto questo rende complesso il lavoro di protezione e sicurezza.<br />
Z. ci presenta una serie di azioni utili per gli ingegneri di sicurezza come: <strong>1</strong>- usare file <strong>crossdomain.xml</strong> di primo livello con il parametro <strong>permitted-cross-domain-policies</strong> impostato a <strong>by-content-type</strong>, <strong>2</strong>- utilizzare, nel caso di autenticazione tramite cookie HTTP, del flag <strong>httponly</strong>, progettando l’applicazione in modo che non abbia necessità di accedere automaticamente ai cookie di autenticazione, <strong>3</strong>- contrassegnare, nel caso di uso di HTTPS, i cookie con <strong>secure</strong>, <strong>4</strong>- evitare, nella comunicazione in javascript tra domini diversi, l’uso document.domain, ma piuttosto usare <strong>postMessage</strong> specificando in maniera appropriata l’origine e evitando di usare stringhe ovvie come <strong>msg.origin.indexOf(“.attraverso.eu”)</strong> perchè molto insicura, <strong>5</strong>- non usare postMessage per scambio dati sensibili, <strong>6</strong>- indicare al server web di aggiungere l’header <strong>X-content-Options: nosniff</strong> a tutte le richieste HTTP, <strong>7</strong>- configurare valori di default a <strong>charset</strong> e <strong>Content-type</strong>, <strong>8</strong>- restituire un valore di <strong>Content type</strong> esplicito.<br />
Tutti i punti elencati fino a qui sono solo alcuni degli elementi fondamentali per gestire il web dal punto di vista della sicurezza e il post non può sicuramente essere esaustivo da questo punto di vista e rimando al testo originale per un eventuale approfondimento. Se si vuol volgere il nostro sguardo verso il futuro ci rendiamo subito conto di quanto il rigore accademico sia stato sostituito da gruppi di lavoro che contribuiscono in maniera consona alle loro visioni. L’ultima versione HTML 5 potrebbe essere l’ultima definita dallo standard; si pensa infatti di passare a un documento in continuo mutare. Molte proposte recenti gravitano su hack veloci che sostituiscono il framework. E’ evidente che le priorità del web sono sicurezza e velocità di cambiamento, due concetti in contrasto spesso tra loro.<br />
In quest’ottica di continuo cambiamento è difficile pensare a degli standard e anche a gestire dei feedback per migliorare in maniera integrale il prodotto, diventando così sempre più importante la conoscenza individuale dell’utilizzatore che si trova solo davanti a queste scelte. Proprio in questa ottica il post vuole stimolare la conoscenza su tali temi che diventano di interesse comune perché ognuno di noi quotidianamente accede al web  e pertanto deve diventare sempre più consapevole delle sue azioni e delle conseguenze che esse determinano nella nostra società. Alla velocità di oggi è impensabile immaginarsi cosa possa diventare il web nei prossimi anni; ritengo comunque che sia un’esperienza da vivere e affrontare insieme.</p>
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		<title>Il ‘buon’ dittatore meteorologo: i falsi diari di Mussolini</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 20:58:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[diari falsi]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>

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“6 gennaio: «È il giorno della Befana – Un pallido sole si affaccia timido in un cielo liquefatto di stanchezza».
4 febbraio: «Il cielo stellato altissimo invita al riposo».
9 marzo: «Oggi piove – piovaschi e vento allegria della Natura – primavera vicina».
21 aprile: «L’aria è mite, il cielo sereno, esco per Roma subito».
17 maggio: «Piove – [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©mmmmussolininnn" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/04/©mmmmussolininnn.jpg" alt="Â©mmmmussolininnn" /></p>
<p>“6 gennaio: «È il giorno della Befana – Un pallido sole si affaccia timido in un cielo liquefatto di stanchezza».<br />
4 febbraio: «Il cielo stellato altissimo invita al riposo».<br />
9 marzo: «Oggi piove – piovaschi e vento allegria della Natura – primavera vicina».<br />
21 aprile: «L’aria è mite, il cielo sereno, esco per Roma subito».<br />
17 maggio: «Piove – Un allegro diluvio di primavera!».<br />
26 giugno: «sotto un sole implacabile mi muovo per un giro attraverso le terre romagnole».<br />
27 luglio: «Il sole è ritornato caldo e promettente il mare è un incanto».<br />
6 agosto: «È stata una giornata calda afosa e senza vento».<br />
22 settembre: «È una giornata piovosa e grigia – L’estate è quasi lontana – tutto finisce!».<br />
5 ottobre: «La pioggia declina il tempo sfugge senza lasciare traccia.».<br />
4 novembre: «Mattina piovosa – spira una brezza quasi gelida».<br />
30 dicembre: «Ieri pioveva sodo oggi esplode [un sole] che è un canto di vita sulla distesa impagabile dell’Urbe.».</p>
<p>Con simili osservazioni l’anonimo scrivano ha inteso dare verosimiglianza e naturalezza al suo prodotto, a costo di tramutare il dittatore in un meteorologo ansioso di ragguagliare i posteri sulle condizioni atmosferiche della penisola.” (selezione compiuta da M. Franzinelli, <em>Autopsia di un falso</em>, Torino 2011 pp. 114-115).</p>
<p><span id="more-1220"></span>Continuiamo il nostro mini-ciclo dedicato alla comprensione del fascismo in occasione del novantesimo anniversario della ‘marcia su Roma’, recensendo un saggio dello storico Mimmo Franzinelli dal titolo <em>Autopsia di un falso. I </em>Diari <em>di Mussolini e la manipolazione della storia</em> (Torino 2011).<br />
In questo post non si presentano però idee direttamente riguardanti il regime totalitario fascista, ma piuttosto attinenti alla sua controversa memoria nel periodo della Repubblica. In particolare F. ripercorre le vicende di <strong>alcuni falsi diari di Mussolini</strong> che, dopo essere stati più volte respinti dal mondo editoriale come inautentici nella seconda metà del ‘900, <strong>hanno trovato una prima accoglienza tra le pubblicazioni</strong> della casa editrice Bompiani, la quale nel 2010  ha pubblicato i contenuti di un’agenda apocrifa del 1939.</p>
<p>F. ricostruisce innanzi tutto la <strong>storia di una falsificazione</strong> e dei tentativi più volte compiuti di lucrare sui diritti di pubblicazione, approfittando della domanda di nostalgici del fascismo e di gruppi di potere, italiani e non, intenzionati ad <strong>accreditare una rappresentazione ‘addolcita’ del regime mussoliniano</strong> al fine di alimentare il consenso per una nuova svolta politica autoritaria.<br />
I falsi diari di Mussolini furono <strong>concepiti e realizzati nell’immediato dopoguerra in una famiglia di Vercelli</strong>, il cui padre era stato funzionario nella questura locale durante il fascismo. <strong>Le protagoniste di questa vicenda furono però soprattutto due donne, madre e figlia del funzionario</strong>, che cominciarono dal 1947 a fabbricare autografi mussoliniani e quindi una serie di diari-agende del ‘duce’. In particolare, al fine di promuovere queste ultime presso nostalgici e neo-fascisti, furono anche elaborate delle storie plausibili che potessero spiegare come esse fossero giunte in possesso della famiglia.<br />
I falsi diari <strong>attirarono l’attenzione e gli appetiti di molti</strong>, tanto di politici simpatizzanti del fascismo quanto di affaristi, che cercarono di <strong>promuoverne la pubblicazione</strong>. Tuttavia, nonostante la volontà di servirsi di tali documenti per contribuire in qualche modo a riabilitare Mussolini, <strong>si mostrarono sin da subito tutti i limiti propri di un falso realizzato da persone poco esperte e tali da non aver sufficienti strumenti culturali per elaborare un credibile, per quanto fittizio, quadro di autenticità</strong>. Il fallimento dell’operazione fu totale tanto che si arrivò all’arresto e alla condanna delle due donne che di fatto confessarono la loro attività di falsificazione.<br />
<strong>Questa sconfitta non fermò comunque le mire lucrative e politiche sui prodotti di questo dilettantistico laboratorio di falsi</strong> e già negli anni ’60 le due donne, incentivate da faccendieri, tornarono al lavoro al fine di produrre nuove annotazioni diaristiche di Mussolini. Anche questa volta l’iniziativa, che si cercò di promuovere con più decisione anche all’estero, in particolare in ambito anglo-americano, fallì, anche se parte dei materiali prodotti da questa officina di falsi fu portata in Svizzera.<br />
Le persone interessate a speculare su questi falsi diari attesero un po’ di anni prima di ripresentarli all’attenzione degli editori. <strong>La promozione ricominciò con decisione agli inizi degli anni ’80</strong> e venne condotta apertamente da un altolocato personaggio inglese e dalla consorte per conto di <strong>un ‘mister X’</strong>, di cui non si è mai acclarata l’identità. Questo anonimato dipende molto probabilmente dal fatto che, se si conoscesse il suo nome, si sarebbe in grado di ricostruire i passaggi con cui è entrato in possesso dei falsi diari vercellesi. In questa operazione venne coinvolto anche un importante storico americano, che tuttavia, al termine di valutazioni e di perizie specifiche, fu costretto ad ammettere l’inautenticità dei diari.<br />
L’attività di promozione non si arrestò e, nonostante l’iniziale denuncia di falsità  da parte di figli e nipoti di Mussolini &#8211; perché è chiaro che questi diari stravolgono e tradiscono la personalità del dittatore –, <strong>a partire dagli anni ’90 si oliarono vari attori sociali perché accreditassero una versione possibilista</strong>; compresi gli stessi discendenti che pochi anni prima l’avevano negata. Inventata poi una nuova storia per avvalorare la genuinità dei falsi diari – sarebbero venuti in possesso di un partigiano al momento della cattura di Mussolini nel 1945 –, <strong>si sono poste le condizioni perché negli ultimi anni i noti personaggi Lele Mora e Marcello dell’Utri mediassero economicamente l’acquisizione dei testi apocrifi e ne promuovessero la pubblicazione</strong> presso l’editore Bompiani che, delle cinque agende custodite in Svizzera per gli anni 1935-1939, ha pubblicato, sotto un titolo capziosamente ambiguo, solo quella dell’ultimo anno, il 1939. Dell’Utri ha poi ulteriormente sostenuto la pubblicizzazione dei falsi diari attraverso la distribuzione in fascicoli con il quotidiano “Libero” e attraverso conferenze in cui si propongono letture pubbliche di passi.<br />
In tutte queste sedi e occasioni di divulgazione <strong>si sostiene l’impossibilità di arrivare ad un giudizio conclusivo sull’autenticità</strong> dei diari. Tuttavia, F. e altri prima di lui hanno da tempo accumulato <strong>una mole di elementi che comprovano la falsità di questi scritti</strong>. Tali elementi si collocano <strong>su una molteplicità di piani</strong>: quello dei materiali (agende, inchiostri), quello della scrittura (grafia e soprattutto copiatura in sessioni lunghe e non quotidiane), quello dell’ortografia e della sintassi (errori gravissimi, ingiustificabili presso un maestro e un giornalista come Mussolini), quello del lessico (uso di termini stranieri che Mussolini non avrebbe mai utilizzato), quello dei contenuti (notizie che ricalcano la propaganda dei giornali e le notizie dei libri di divulgazione del ventennio e del dopoguerra), quello dei fatti storici (anacronismi, come nel caso del carro armato Tiger di cui non si poteva parlare nel 1939 essendo stato prodotto solo dal 1942), quello dello stile diaristico (essendo conservati altri appunti personali e veri propri diari di Mussolini, anteriori e posteriori, che sono molto differenti).<br />
<strong>Questa mole di anomalie, errori, contraddizioni, falsificazioni non consente di aver alcun ragionevole dubbio sulla falsità</strong>. E un’ulteriore conferma indiretta dell’inaffidabilità dei testi viene proprio dalle strategie adottate dai promotori della pubblicazione tanto nell’introduzione ai diari (che è anonima per l’incapacità di assumersi la responsabilità di accreditarli come veri), quanto negli scritti giustificativi o nelle conferenze (dove si valorizzano giudizi parziali o poco attendibili che prospettano la possibile autenticità).<br />
A parte le motivazioni economiche, <strong>la finalità principale di questa operazione di promozione di un falso è di ordine politico</strong>: si vuole infatti <strong>proporre una rappresentazione ‘positiva’ di Mussolini per indebolire il giudizio di valore negativo sul regime fascista e per porre in discussione i valori democratici su cui si fonda la Costituzione repubblicana</strong>. Ecco allora che, secondo cliché che furono elaborati già nel secondo dopoguerra, Mussolini diventa un uomo normale, tranquillo padre di famiglia, disinteressato al potere e volto al bene generale, autoironico, amante della pace, amico degli ebrei e soprattutto decisamente anti-tedesco e anti-hitleriano. Un quadro inattendibile sotto molteplici punti di vista, ma soprattutto sconfessato dai diari autentici della più importante amante di Mussolini, Claretta Petacci.</p>
<p>La questione dei falsi diari mussoliniani si apre chiaramente a molteplici riflessioni sullo scarso stato di salute della nostra democrazia e specialmente sulla carenza di un suo fondamentale ingrediente, il pensiero critico. Ma nello spazio del commento mi limito a tre considerazioni.<br />
Innanzi tutto c’è un’evidente irresponsabilità della cultura italiana e anche delle istituzioni statali nel permettere di divulgare un patente falso senza una messa in guardia. Sarebbe necessario – così come è stato fatto per i falsi diari di Hitler – una presa di posizione netta per dichiarare la falsità dei diari. Poi chi vuole pubblicare o leggere della pessima letteratura, infarcita di luoghi comuni di basso livello e di nostalgia mussoliniana, è libero di farlo.<br />
C’è quindi un piano politico: la volontà di rappresentare un Mussolini paterno e una dittatura benigna si accompagna all’occultamento della dimensione totalitaria del regime fascista, con il contorno di violenze, razzismo e soprattutto soppressione della libertà, che hanno calpestato la dignità e i diritti di milioni uomini. Tuttavia questa rappresentazione è strumentale ad un progetto politico, per quanto non espresso, finalizzato proprio a riproporre la compressione della libertà dei cittadini.<br />
Infine, c’è un ultima considerazione che tocca la questione della retorica. Dell’Utri e altri sostengono con delle argomentazioni debolissime, per non dire inconsistenti, la non falsificabilità dei diari, cioè il loro non poter essere giudicati falsi. Le loro forzature sono sostenute da ragionamenti capziosi, toni sloganistici e mancata discussione circa l’autenticità. Tuttavia, nei limiti dei ragionamenti riguardanti le cose umane, i diari possono essere valutati come falsi senza alcun ragionevole dubbio. Rimangono certo dei dubbi irragionevoli che aprono tuttavia le porte all’irrazionale: Mussolini che scriveva allucinato sotto l’effetto di sostanze stupefacenti; Mussolini sostituito con un sosia sgrammaticato dagli alieni che hanno rapito quello vero; Mussolini che si sperimentava la sera come poeta crepuscolare.<br />
Nel cercare di comprendere il perché di questa operazione, sorge allora un’ulteriore ragionevole questione: non è che i promotori di tale iniziativa vogliono scompaginare proprio il ragionamento argomentativo, per accreditare versioni false della storia recente e meno recente impedendone il trattamento critico?</p>
<p align="right">E. R.</p>
<p align="right">
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		<title>Facebook per tutti</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 07:05:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
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28 ottobre 2003: un diciannovenne di Havard dal nome Mark Zuckerberg  dà vita a Facemash. Il sito conteneva l’archivio fotografico universitario, scaricato illegalmente, con la possibilità di votare le ragazze più carine; il sito generò 22 mila visualizzazioni e 450 visitatori in solo poche ore. Ha inizio in questo modo un fenomeno imprevedibile che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/04/behind_f-300x168.jpg" alt="Â©behind_f" title="Â©behind_f" width="450" height="230" class="aligncenter size-medium wp-image-1218" /><br />
28 ottobre 2003: un diciannovenne di Havard dal nome <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Mark_Zuckerberg">Mark Zuckerberg</a>  dà vita a <strong>Facemash</strong>. Il sito conteneva l’archivio fotografico universitario, scaricato illegalmente, con la possibilità di votare le ragazze più carine; il sito generò 22 mila visualizzazioni e 450 visitatori in solo poche ore. Ha inizio in questo modo un fenomeno imprevedibile che prima diede vita <strong> Thefacebook</strong> e poi finalmente, nell’agosto del 2005, a <strong>Facebook</strong>. I numeri di questo social network sono impressionanti: <strong>842 milioni</strong>  di utenti, di cui più dell’80% sono fuori gli USA e Canada; <strong>483 milioni</strong>  gli accessi giornalieri e <strong>423 milioni</strong> di users attraverso prodotti <em>mobile</em>; disponibile in più di 70 lingue. Con queste cifre è senza dubbio il <em>social network</em>  per eccellenza: un luogo aperto per condividere con tutti, ciò che stai facendo e pensando.<span id="more-1216"></span><br />
Completiamo l’argomento dei <em>social network</em>  parlando di Facebook attraverso la lettura del libro <em>Facebook per tutti. Guida per divertirsi in sicurezza</em> di <a href="http://chiaracini.it/">Chiara Cini</a>, laureata in scienze delle comunicazione ed esperta in social media.<br />
La C. fornisce una guida pratica per muovere i primi passi su Facebook, partendo dalla definizione del nostro profilo, per la quale dedica particolare attenzione alla configurazione della <em>privacy</em>, fino all’utilizzazione delle applicazioni e alla gestione dei gruppi e pagine.<br />
Facebook è il social network generalista per eccellenza, che ha influenzato il nostro modo di relazionarci con gli altri e di condividere le esperienze. Costituisce infatti un prezioso archivio di contenuti da offrire ai nostri amici in maniera veloce e gratuita. Predisposto alla condivisione di interessi, registra la formazione di continui gruppi tematici e di pagine ad hoc per gestire informazioni e news.<br />
Se da una parte è quindi un luogo virtuale per incontrarsi, dall’altra il suo successo lo ha reso uno spazio di forti interessi. E inoltre, se esistono milioni di utenti, spesso molti non lo sanno usare al massimo delle proprie potenzialità trascurando soprattutto l’aspetto della sicurezza e della propria <em>privacy</em>.<br />
L’elemento più comunemente associato a Facebook e che ha fortemente contribuito alla sua diffusione è sicuramente il tasto <strong>“Mi Piace”</strong> (<strong>“Like”</strong> per gli anglofoni), con cui un utente esprime il suo assenso agli eventi che scorrono nella sua home page dalle foto ai video oppure agli stati delle persone con cui condivide la sua rete.<br />
Il primo passo per entrare a far parte di Facebook è senza dubbio la registrazione: un box all’interno del quale è richiesta la compilazione dei campi di identificazione come  il nome, il cognome, l’e-mail, la password per l’accesso e altri dati generali. Compilati i nostri dati siamo pronti ad intraprendere il nostro viaggio all’interno del social network e il primo passo è sicuramente quello di ricercare gli amici e la cosa più semplice e immediata è la ricerca tramite i contatti mail. Facebook fornisce un servizio di accesso a tutti gli account mail più diffusi come gmail, windows live oppure yahoo e non è necessario che l’account di sincronizzazione contatti sia quello di accesso iniziale: è sufficiente avere le credenziali. Una volta ricevuto l’elenco dei nostri contatti email avremo il tasto <strong>Aggiungi amici</strong> per creare la nostra rete sociale. Un secondo passo immediato è la compilazione del profilo fornendo i dati delle esperienze scolastiche e lavorative, al fine di meglio permettere a facebook di definire le relazioni più probabili. Aggiungendo a tale contenuti la foto completiamo la fase di iscrizione e siamo pronti a navigare.<br />
Definite tutte le nostre credenziali, l’accesso al nostro account ci presenta la nostra home page che prospetta le notizie collegate alla nostra rete, come le attività svolte dai nostri amici o gli aggiornamenti di pagine e persone. Il software mette in evidenza, nel caso sia configurato con l’opzione “notizie in evidenza per prime”, tutte le notizie che sono riconosciute avere una più stretta correlazione con noi, misurata in termini di rapporti intrattenuti e numero di commenti e mi piace. Nel momento in cui la nostra rete raggiunge dei valori consistenti è importante configurare efficacemente le liste per avere un filtro di lettura organizzato che risponda alle nostre esigenze. La formazione di una lista ci permetterà di nascondere o evidenziare solo gli argomenti di nostro interesse del momento. E’ molto importante ricordare che ogni aggiornamento riporta le seguenti informazioni: 1- con chi: chi sono le persone che condividono l’evento; 2- dove: il luogo in cui ci si trova a momento dell’aggiornamento; 3- quando: accanto ai pulsanti ‘Mi piace’ e ‘commenta’ sono indicate le date; 4- come: lo strumento utilizzato, quale il cellulare; 5- per chi: un’icona che indica le restrizione di visibilità dell’argomento.<br />
La finalità principale di un utente iscritto a Facebook è senza dubbio quella di coltivare le proprie amicizie e a tal fine esso mette a disposizione lo strumento ‘trova amici’ che ha tre sezioni distinte: la prima è la richiesta di amicizia, dove sono raccolte tutte le richieste in sospeso; la seconda è quella dei contatti personali degli amici; la terza riguarda le persone che potresti conoscere sulla base dei tratti in comune con il tuo profilo dal punto di vista degli interessi e delle relazioni.<br />
I risultati forniti dallo strumento ‘trova amici’ consentono operativamente di arricchire la propria rete di relazioni attraverso la ‘richiesta di amicizia’, a cui l’utente destinatario può rispondere in maniera negativa o positiva, inquadrando inoltre la relazione esistente all’interno di liste di appartenenza. Il meccanismo relazionale delle amicizie è molto simile a quello reale in quanto si basa sulla condivisione e sull’espressione di consenso. Quest’ultima è espressa dal già citato strumento del ‘mi piace’ o piuttosto da un commento. E’ comunque importante ricordarsi che i messaggi scritti si differenziano secondo il grado di condivisione, pubblico o privato secondo la configurazione di share impostata di default.<br />
Il coinvolgimento può avvenire, oltre che per messaggio privato o pubblico, anche tramite il tag: uno strumento efficace applicabile ad esempio alle foto e ai testi. Il metodo più facile per ‘taggare’ una persona è aggiungere il nome dopo il simbolo “@” oppure digitando il suo nome con la lettera Maiuscola oppure utilizzando l’apposito simbolo. La persona in questo caso chiamata in causa nell’eventuale risposta dovrà sempre curare l’aspetto di privacy, definendo il livello di share della risposta.<br />
L’ultimo strumento da considerare è sicuramente la gestione dei gruppi e delle pagine, che viene più spesso utilizzate da users attivi, cioè da chi vuole proporre idee o comunicare i propri interessi. L’appartenenza ai gruppi non è illimitata, ma c’è un tetto di 300 aderenze; inoltre, dando Facebook la possibilità di iscrivere amici a un gruppo senza la richiesta di autorizzazione, è bene non esagerare con gli inviti. Accedere a un gruppo è possibile previa richiesta di iscrizione.<br />
Per ciò che riguarda le pagine spesso quest’ultime sono gestite da aziende che utilizzano tale spazio per fare pubblicità e attrarre potenziali clienti. Gli strumenti messi a disposizione anche in questo caso sono sempre gli stessi; merita comunque di essere notato il fatto che nel caso di una pagina il mi piace può essere il mi piace di un singolo messaggio oppure il mi piace della pagina e in questo caso veniamo aggiornati di ogni contenuto ad essa collegato.<br />
Potremmo a questo punto parlare dei feed RSS per la distribuzione dei contenuti connessi a Facebook, ma il post non può essere esaustivo vista l’ampiezza dei temi e dei problemi. Il suo fine è ancora una volta quello di sensibilizzare l’utente all’uso di questi strumenti in maniera consapevole, riconoscendone le potenzialità ma allo stesso tempo evidenziandone le criticità. Spesso mi reco in libreria e mi soffermo a riflettere su quanto sia sproporzionato il  numero di utilizzatori di questi social network con quelli che ne approfondiscono gli argomenti correlati con un buon libro. La tecnologia comunicativa dei social network è uno strumento potentissimo: per questo motivo dobbiamo essere consapevoli di ciò che facciamo, altrimenti rischiamo di essere dei perfetti utilizzatori incapaci di comprendere la realtà che ci circonda. Buon Facebook a tutti!</p>
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		<title>Imparare retorica: l’importanza dell’argomentazione per la cittadinanza democratica</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 17:02:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[argomentazione]]></category>
		<category><![CDATA[cittadinanza]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[retorica]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;La teoria dell&#8217;argomentazione è lo studio metodico delle buone ragioni con cui gli uomini parlano e discutono di scelte che implicano il riferimento a valori quando hanno rinunciato ad imporle con la violenza o a strapparle con la coazione psicologica, cioè alla sopraffazione e all&#8217;indottrinamento&#8221; (N. Bobbio, Prefazione, in Ch. Perelman – L. Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©goldendevice" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/03/©goldendevice.jpg" alt="Â©goldendevice" />&#8220;La teoria dell&#8217;argomentazione è lo studio metodico delle buone ragioni con cui gli uomini parlano e discutono di scelte che implicano il riferimento a valori quando hanno rinunciato ad imporle con la violenza o a strapparle con la coazione psicologica, cioè alla sopraffazione e all&#8217;indottrinamento&#8221; (N. Bobbio, <em>Prefazione</em>, in Ch. Perelman – L. Olbrechts-Tyteca, <em>Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica</em>, Torino 1989, pp. XIII-XIV)<span id="more-1207"></span></p>
<p>Con il presente post si inaugura un ulteriore miniciclo del 2012, quello dedicato alla retorica. Non introdurrò però questo tema, come di consueto, con la recensione di un libro specifico, ma ricorrerò alla formula del post-esperienza, in quanto nel corso dell’ultimo anno, nel quadro di un progetto di ricerca, ho avuto l’opportunità di approfondire alcuni aspetti di questa antica disciplina che si occupa della comunicazione umana.<br />
Proprio per l’ampiezza e la ricchezza del suo campo, non è semplice dare una sintetica ed esaustiva definizione della retorica perché essa coinvolge molteplici dimensioni (linguistica, stilistica, argomentativa, psicologica, etica), incrociandosi con altri fondamentali ambiti dell’azione e della riflessione umana (la politica, il diritto, la letteratura, la filosofia, la storia). Tuttavia, in linea generale, si può affermare che <strong>la retorica è il sapere teorico e pratico che consente di costruire, di descrivere e di criticare i discorsi, orali o scritti, che hanno il fine di persuadere gli altri</strong>.</p>
<p>Visto che tutti gli uomini, a meno che non siano in qualche modo impediti nella facoltà e nell’uso del linguaggio, cercano di far aderire i propri interlocutori alle proprie ragioni, <strong>non è certo necessario aver studiato retorica per mettere in campo adeguate strategie persuasive</strong>. Tuttavia, lo studio della retorica riflette proprio su queste strategie, definendole, raffinandole e permettendo quindi anche di riconoscerle e criticarle.<br />
La necessità di questa riflessione fu compresa già durante l’antichità. Nella Grecia classica, dove si era sviluppata un’avanzata civiltà urbana, furono elaborate le prime teorie della retorica, centrate soprattutto sull’oratoria, cioè sull’arte di tener un discorso in pubblico al fine di difendere o accusare qualcuno, di prendere una decisione, di celebrare una persona.<br />
Si avviò quindi una tradizione dell’arte retorica, che ebbe tra i massimi e più influenti esponenti il filosofo Aristotele e il politico e oratore romano Marco Tullio Cicerone. Questa tradizione, preservata presso chiese e monasteri nel corso dell’alto medioevo, rifiorì con la nuova civiltà urbana dell’Europa del secolo XII e raggiunse un nuovo apice nel corso del Rinascimento. In epoca moderna, pur essendole indubbiamente riconosciuta una funzione formativa e, in certi ambiti, professionalizzante, la retorica conobbe una lenta svalorizzazione culturale di fronte alla crescente importanza accordata ai metodi dimostrativi (e matematici) del sapere scientifico. Questa tendenza culminò tra Otto e Novecento nel dominio delle logiche formali, elaborate nell’ambito del positivimo e del neopositivismo, le quali spesso finivano per accaparrarsi, sul piano delle gerarchie culturali, il monopolio della razionalità.<br />
Tuttavia, queste logiche non fornivano strumenti efficaci per costruire saperi adeguati nella maggior parte delle sfere di azione dell’uomo. E questa insufficienza, coniugata con un pregiudizio di superiorità, ebbe tra l’altro la nefasta conseguenza culturale di abbandonare tali sfere (ad esempio la politica, l’etica) al dominio dell’emozionale e dell’irrazionale.<br />
In reazione a questa tendenza dalla metà del secolo XX si è cominciata a proporre <strong>una nuova retorica</strong>, il cui fine è stato quello di mostrare che la ragione umana si applica a tanti ambiti diversi secondo differenti modalità. A partire da questa prospettiva risultava necessario riconoscere che (1) da un lato <strong>la dimostrazione formale</strong>, condotta con metodi matematici, <strong>era solo un caso particolare di applicazione delle potenti capacità conoscitive dell’uomo</strong>, e che (2), dall’altro, si doveva invece <strong>estendere il campo del ‘ragionevole’</strong>, cioè di quella qualità del sapere che non è tale in maniera assoluta e costrittiva (come nella dimostrazione), ma solo nella maggior parte dei casi e sulla base di accordi intercorsi tra gli uomini.<br />
Questa svolta ha portato ad una vera e propria rinascita della retorica che è divenuta l’oggetto di moltissimi studi, i quali si sono dedicati agli aspetti più diversi della comunicazione finalizzata alla persuasione, tra cui, in particolare, l’argomentazione. Rispetto all’ottica del nostro blog, tralascio però in questa sede gli aspetti più tecnici, per occuparmi di alcune implicazioni etiche e politiche di questo movimento di pensiero.<br />
<strong>Affermare che quanto sosteniamo quotidianamente circa fatti e valori riguardanti la nostra vita</strong> – che ciò avvenga di fronte un ampio uditorio, ad una sola persona, o anche a noi stessi – <strong>appartiene all’ambito della ragione</strong> ha molteplici conseguenze importanti.<br />
La prima, <strong>dal punto di vista del parlante, è la responsabilità</strong>, poiché se quello che si dice non è il frutto di una soggettività irrazionale, emotiva o del tutto privata, ma piuttosto una costruzione ‘ragionevole’ dei nostri desideri, delle nostre intenzioni e delle nostre opinioni, <strong>la comunicazione verso l’altro ci impegna eticamente al rispetto dell’altro – dunque alla sincerità &#8211; e alla ricerca della condivisione più ampia possibile</strong>.<br />
La seconda conseguenza, <strong>dal punto di vista del destinatario, è la possibilità di descrivere le modalità di una comunicazione ricevuta e di giudicarla, specie se ha una finalità persuasiva</strong>. Spesso molti messaggi veicolati dai media, a cominciare da quelli pubblicitari, nascondono delle strategie argomentative occultate, di cui occorre essere consci affinché l’adesione che viene implicitamente richiesta venga data consapevolmente o, se si ritiene opportuno, negata.<br />
La terza conseguenza è, <strong>dal punto di vista dell’interazione tra parlante e uditorio</strong>, che un tale sistema basato sulla responsabilità e il giudizio critico <strong>si dà soltanto in una società dove sussiste la libertà di pensiero o di opinione e in cui si parte dal presupposto che non si danno verità indiscutibili e assolute</strong>, ma si costruisce uno spazio di discussione a tutti livelli, da quello pubblico, a quello privato per giungere addirittura a quello interiore. Infatti, anche in quest’ultima dimensione, che potrebbe sembrare sulle prime estranea alla fase della discussione, è importante sviluppare un atteggiamento di responsabilità e di critica nei confronti dei moventi delle nostre scelte; atteggiamento che deve permettere di riconoscere anche le tendenze che vanno in senso contrario, spesso invece oggetto di repressione.<br />
<strong>Tale spazio aperto della discussione, che confina ai margini le opposte tendenze estreme dello scetticismo e del fanatismo, si costruisce a partire dall’educazione e dunque soprattutto dalla famiglia e dalla scuola</strong>. Quest’ultima, in particolare, deve essere il luogo dove gli individui devono essere formati (1) <strong>per comunicare e discutere con gli altri sulla base di argomentazioni</strong>, cioè di idee ragionevolmente avanzate che possono essere sempre soggette a revisione critica, e (2) <strong>per giudicare il valore di tali argomentazioni</strong>. E difficilmente può sfuggire come simili competenze rivestano una fondamentale importanza per il pieno esercizio della cittadinanza democratica.</p>
<p>In sede di conclusione intendo svolgere tre diverse considerazioni frutto di questa esperienza.<br />
In primo luogo, le conoscenze acquisite durante l’ultimo anno di studi mi hanno consentito di focalizzare meglio quanto da tempo si veniva già dicendo nel blog circa la libertà di pensiero e di opinione e la possibilità di valutare criticamente tutto ciò che attiene alla sfera pubblica (anche i comportamenti privati, quando e nella misura in cui la investono).<br />
In secondo luogo, tale prospettiva permette di comprendere meglio il precario stato di salute della democrazia. Per fare un esempio emblematico ed attuale, la questione No-Tav non si riduce ad una mera contrapposizione tra relazioni tecniche/visioni della modernità differenti. Il nodo del problema sembra risiedere piuttosto nel fatto che è stata colpevolmente insufficiente la fase di assunzione di responsabilità nella comunicazione da parte dei politici che sostengono il progetto. E in assenza di tale assunzione di responsabilità nei confronti dei cittadini, la politica ha poi deciso di ricorrere alla forza, suscitando, oltre che le resistenze, anche il più che lecito sospetto che ciò avvenga perché essa è sprovvista di argomenti in grado di persuadere veramente dell’opportunità di una tale opera.<br />
In terzo luogo, come mi sento in dovere di aggiungere, un rapporto parlante-uditorio che sia responsabile, critico e aperto non è sospeso nel vuoto, ma suppone come fondamento la costellazione dei valori democratici di libertà, uguaglianza, partecipazione e solidarietà. Questi valori storici, per quanto possa essere a fondo dibattuta la loro particolare calibratura e la loro reciproca relazione, non possono essere messi radicalmente in discussione senza correre il serio rischio di travolgere la dignità e i diritti di tutti gli uomini.  L’uso dell’argomentazione trova qui un suo limite che è prettamente etico-politico.</p>
<p style="text-align: right;">E. R.</p>
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		<title>LinkedIn</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 14:54:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Argomenti]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
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		<category><![CDATA[legami forti]]></category>
		<category><![CDATA[LinkedIn]]></category>
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		<description><![CDATA[
Marzo 1973: Mark Granovetter pubblicava sull’ “American Journal of Sociology”  l’articolo dal titolo  &#8220;The Strenght of weak ties&#8221; (la forza dei legami deboli), studiando così con largo anticipo le dinamiche delle relazioni sociali che governano il mondo dei social network. Le relazioni umane si possono dividere principalmente in forti e deboli: le prime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/03/binder-300x168.jpg" alt="Â©binder" title="Â©binder" width="450" height="230" class="aligncenter size-medium wp-image-1205" /><br />
Marzo 1973: Mark Granovetter pubblicava sull’ “American Journal of Sociology”  l’articolo dal titolo <a href="http://sociology.stanford.edu/people/mgranovetter/documents/granstrengthweakties.pdf"> &#8220;The Strenght of weak ties&#8221;</a> (la forza dei legami deboli), studiando così con largo anticipo le dinamiche delle relazioni sociali che governano il mondo dei social network. Le relazioni umane si possono dividere principalmente in forti e deboli: le prime che interessano familiari e amici intimi, mentre le seconde conoscenti, colleghi e persone con cui si entra in contatto sulla base di interazioni sporadiche. Lo studio di Granovetter metteva così in luce quanto quest’ultime fossero fondamentali ai fini lavorativi e di carriera potenziando le possibilità e le occasioni di fare affari.<br />
Su questo principio fa leva LinkedIn che permette di creare una rete relazionale di professionisti dove condividere obiettivi, interessi di lavoro e trovare esperti e risposte alle proprie problematiche professionali. LinkedIn non ha dinamiche di diffusione paragonabili a Facebook oppure <a href="http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/comunicazioneinformazione/2012/02/29/twitter-100/"> Twitter </a>  ci sono voluti ben sei anni (2003-2009) per raggiungere la soglia dei 50 milioni di utenti ma finalmente dal 2009, in un solo anno e mezzo, la cifra è raddoppiata. 22 Marzo 2011: il numero di utenti raggiunge il valore di <a href="http://blog.linkedin.com/2011/03/22/linkedin-100-million/"> 100 millioni</a><span id="more-1202"></span><br />
Torniamo a parlare di social network e in particolare di LinkedIn grazie al libro dal titolo: LinkedIn. La rete per trovare il lavoro dei sogni (Milano 2011) di Antonella Napolitano esperta di comunicazione <a href="http://svaroschi.blogspot.it/2012/03/linkedin-e-ggd-bologna.html">(linkedin-e-ggd-bologna)</a>.<br />
La N. ci fornisce una serie di consigli pratici e tanti esempi per introdurci all’interno del mondo di LinkedIn, il social network ideale per farci conoscere in ambito professionale, condividere e discutere di temi specifici. Utilizzato spesso per reclutare collaboratori contattare nuovi clienti e trovare un nuovo lavoro, LinkedIn è lo strumento ideale per sponsorizzare al mondo ciò che un utente fa e ciò che vorrebbe fare. La cosa che ogni utente deve tenere in considerazione per cogliere appieno le potenzialità di questo strumento è sicuramente l’importanza dei gradi di separazione tra i vari contatti, LinkedIn mette a disposizione uno strumento di ricerca dei contatti con cui mostra i collegamenti e i gradi di separazione da essi. Il software permette di vedere fino a tre gradi di separazione. Per dare conto della potenzialità di questo strumento prendiamo un esempio: un contatto con 516 collegamenti può raggiungere con due gradi di separazione, cioè amici di amici 109.100 utenti fino a raggiungere con tre gradi 4.894.800 utenti (tramite un amico e uno dei suoi amici) cioè in sintesi da 500 contatti a 5 milioni di contatti; immaginate che potenziale?<br />
LinkedIn è un business social network e come tale non ha un uso continuativo come Twitter oppure invasivo come Facebook, ma si contraddistingue per il suo focus molto specifico. Essendo di fatto il nostro biglietto da visita virtuale, è fondamentale arricchire il nostro profilo di ogni informazione importante: l’occupazione attuale e precedente, la formazione, le competenze. Spesso l’autopromozione non paga, ma parlare di sé in modo coinciso potrebbe essere il nostro migliore curriculum vitae (esistono strumenti specifici per i CV vv <a href="http://resume.linkedinlabs.com/">Resume Builder</a>).<br />
Il primo passo per creare una rete professionale è senza dubbio la ricerca di contatti a cui collegarsi e a questo fine LinkedIn mette a disposizione molti strumenti come la ricerca avanzata o il profilo di persone che potresti conoscere. L’imperativo di un utente deve essere quello di coltivare relazioni essendo il più possibile espliciti e condividere i propri contenuti per contribuire a influenzare la propria rete e non controllarla.<br />
pesso chi si avvicina a questo social network lo fa per cercare altri sbocchi professionali e in tal senso è fondamentale assumere un ruolo attivo: gli strumenti di ricerca avanzata aiutano a definire parole chiave per trovare nuovi contatti con cui condividere gli stessi interessi. Nella colonna a destra della home page di ogni contatto si trova una funzione di offerta lavoro compatibile con il profilo delineato.<br />
Particolarmente interessante è la sezione relativa alle pagine aziendali: uno studio pubblicato dalla FreshNetworks ha evidenziato l’esistenza di due milioni di pagine aziendali per un ammontare di 1,3 miliardi di connessioni <a href="http://www.freshnetworks.com/blog/2011/08/the-top-10-companies-on-linkedin/">(the-top-10-companies-on-linkedin)</a><br />
Ritengo che, in un momento di crisi occupazionale quale quello attuale, uno strumento di condivisione delle proprie competenze professionali, come quello offerto di LinkedIn, sia molto utile per raggiungere chi ci interessa e allo stesso tempo per trovare nuove opportunità di lavoro. E il libro della N. riporta diversi spunti per sfruttare al massimo questo strumento. In tal senso il post non può essere esaustivo ma intende fungere da stimolo ad approfondirne la conoscenza. Voglio così incitare tutti quelli che in questo momento di difficoltà si fanno prendere dallo sconforto o si arrendono a riflettere sul fatto che spesso la crisi costringe a cambiare e questo genera nuove opportunità. La tecnologia permette di essere sempre più informati e interconnessi; se quindi Twitter ci permette di essere informati LinkedIn ci permette di raggiungere le aziende e i professionisti di nostro interesse creando una rete di esperti nella quale poter mostrare a tutti le nostre capacità e &#8211; perché no? &#8211; trovare nuove opportunità di successo. Buon web2 a tutti! </p>
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		<title>L’errore del bruco: disuguaglianza, mutamento climatico e cosmopolitismo</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Mar 2012 21:24:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;L&#8217;ordine sociale premoderno si reggeva sull&#8217;assunto che le persone abbiano per natura un valore disuguale e che l&#8217;origine della disuguaglianza sociale vada cercata nella volontà di Dio. Con la rivendicazione illuministico-rivoluzionaria dell&#8217;uguaglianza naturale di tutte le persone, quest’idea venne meno. Cominciò così un&#8217;epoca di incertezza. Se le persone non sono disuguali bensì uguali per natura, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©apples?" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/03/©apples-.jpg" alt="Â©apples?" />&#8220;L&#8217;ordine sociale premoderno si reggeva sull&#8217;assunto che le persone abbiano per natura un valore disuguale e che l&#8217;origine della disuguaglianza sociale vada cercata nella volontà di Dio. Con la rivendicazione illuministico-rivoluzionaria dell&#8217;uguaglianza naturale di tutte le persone, quest’idea venne meno. Cominciò così un&#8217;epoca di incertezza. Se le persone non sono disuguali bensì uguali per natura, allora la disuguaglianza sociale è soggetta al cambiamento e i privilegiati di oggi possono essere gli emarginati di domani. In termini politici, ciò significa che per principio tutte le disuguaglianze possono essere modificate e richiedono di essere giustificate.&#8221;<span id="more-1196"></span></p>
<p>Con questo post torniamo a trattare il tema della globalizzazione presentando <em>Disuguaglianza senza confini </em>(Roma-Bari 2011), un breve saggio di Ulrich Beck, celebre sociologo tedesco, docente presso l’Università di Monaco di Baviera.<br />
B. intende mostrare come le attuali tensioni riguardanti l’uguaglianza dipendano dal contrasto tra le crescenti aspettative globali di una parificazione dei diritti e le forti disuguaglianze mondiali e nazionali, le quali sono aggravate dalle conseguenze discriminanti del mutamento climatico e dello scriteriato consumo di risorse.</p>
<p><strong>Il principio di uguaglianza universale</strong>, come è stato affermato sul piano politico-ideale dopo l’illuminismo e la rivoluzione francese, ha avuto finora un’applicazione ristretta, <strong>limitata pressoché sempre ai confini nazionali</strong>. Le disuguaglianze esistenti al loro esterno sono state per lungo tempo considerate politicamente irrilevanti.<br />
Ma da qualche tempo non è più così: <strong>la diffusa promozione dei diritti umani</strong> ha suscitato in tutto il pianeta legittime aspettative di miglioramento delle proprie condizioni e il quadro nazionale all’interno del quale si cercava di realizzare l’uguaglianza tende a perdere significato. Tuttavia questa prospettiva nazionale, che impediva di guardare all’uguaglianza fuori dei propri confini, non è ancora scomparsa. Anzi, tende a concretizzarsi in un rinnovato <strong>riarmo delle frontiere</strong> finalizzato a contrastare i flussi migratori.<br />
Se la visione inadeguata della disuguaglianza dipende dalla prospettiva nazionale e statale, risulta necessario un cambiamento di approccio nella comprensione di questa condizione, che deve essere iscritta in una cornice diversa. Secondo B. bisogna tener conto di alcuni nuovi fenomeni, tra cui il più rilevante è la <strong>separazione degli interessi economici dai vincoli imposti dagli stati-nazione</strong>. Tale separazione è parte di un più ampio processo di costruzione del dominio, cioè delle relazioni sociali di potere, al di fuori delle istituzioni politiche nazionali, che può assumere diverse forme, compresi i sempre più diffusi collegamenti orizzontali sul web.<br />
Nonostante queste nuove forme di solidarietà gli individui si trovano sempre più soli a fronteggiare i <strong>fenomeni di transnazionalizzazione</strong>, i quali secondo le risorse e le scelte di ciascuno possono essere vissuti <strong>attivamente o passivamente</strong>. Ci sono gruppi molti diversi, dalle élites economico-finanziarie ad alcune fasce della popolazione giovanile mondiale per giungere fino agli immigrati dei paesi più poveri, che cercano di <strong>trarre vantaggio dai flussi internazionali di uomini, beni, servizi e capitali</strong>. C’è poi una più ampia fetta della popolazione che rimane passiva. Solitamente appartenente al ceto medio, essa <strong>reagisce negativamente di fronte a tale situazione</strong> e, invece di assumere un atteggiamento di apertura cosmopolitica, accentua l’identificazione nazionale, spingendo le autorità politiche a rafforzare le frontiere.<br />
Le ripercussioni sulla disuguaglianza di queste trasformazioni sono emblematicamente testimoniate dal<strong> mutamento climatico</strong>. Le manifestazioni catastrofiche della natura non sono in realtà un fenomeno ‘naturale’, ma il prodotto di decisioni sociali: il carattere catastrofico si iscrive infatti nell’orizzonte di riferimento di gruppi sociali e popolazioni, di cui si rispecchia <strong>la vulnerabilità</strong> di fronte al mutamento climatico.<br />
In altri termini, i processi di trasformazione in corso producono un’esposizione diseguale degli individui a rischi che non sono facilmente determinabili. Agisce qui, secondo B., il <strong>principio degli effetti collaterali</strong> per cui persone, popolazioni, regioni sono colpite da fenomeni catastrofici sulla base di decisioni prese da soggetti appartenenti ad altri gruppi. Questi ultimi, infatti, compiono una sorta di <strong>esportazione dei rischi climatici</strong>, che vengono scaricati, magari oltre le frontiere nazionali, dove non sono più percepiti come effetti umani, ma occultati dietro la natura.<br />
Un’implicazione di questa esportazione è quindi <strong>una strutturale irresponsabilità delle élite</strong> che compiono queste scelte, cui per B. si deve invece <strong>opporre un responsabile imperativo ecologico</strong> che contrasti le conseguenze distruttive di un industrialismo esasperato.<br />
Le trasformazioni in corso mettono in discussione la stessa modernità, anche nei suoi cardini valoriali di uguaglianza e di emancipazione umana, arrivando a riproporre altri schemi di pensiero in cui <strong>le differenze sociali vengono di nuovo ricondotte alla natura</strong>. B. nota non solo che la disuguaglianza espressa nel mutamento climatico viene fatalisticamente accettata, ma rileva addirittura la tendenza alla colpevolizzazione delle vittime, che sarebbero artefici della loro sfortuna. Aggiungo io che il passo verso una concezione sociale discriminante fondata su un’intenzione sovrumana, sotto forma della volontà di un Dio che punisce i peccatori con le catastrofi, è breve.<br />
Se si vuole però continuare a riconoscere le responsabilità umane di quel che sta accadendo, è necessario che le scienze sociali superino definitivamente i limiti imposti loro dai confini nazionali e si aprano ad <strong>una nuova visione mondiale dell’uguaglianza e della disuguaglianza</strong>. Si tratta di attuare un nuovo programma illuministico che porti l’uomo a <strong>concepirsi in maniera cosmopolitica </strong>e a prendere coscienza delle grandi insidie della società del rischio in cui vive.<br />
Questo nuovo atteggiamento deve tradursi in <strong>una nuova apertura verso l’altro </strong>che la stessa globalizzazione impone come l’unica strada non ottusa. E lo impone nella stessa quotidianità sia nei confronti degli altri individui sia nei confronti della propria interiorità, sempre più molteplice. La repressione dell’altro, esterno ed interno, non può che accrescere le tensioni, le quali possono sfociare in manifestazioni violente. B. non esclude che in questa situazione gli stessi stati-nazionali, posti di fronte alla loro inadeguatezza, possano prendere in considerazione nuovamente l’opzione militare.<br />
Per disinnescare questa brutalità B. suggerisce ancora agli studiosi di scienze sociali di recuperare <strong>una concezione della modernità che sia discontinua</strong>. Oggi, infatti, siamo prigionieri di una visione dell’immutabilità del mutamento, cioè dell’idea di uno sviluppo continuo che è concepito solo come industrialismo esasperato e finanziarizzazione dell’economia.<br />
B. non è però del tutto pessimista, in quanto il mondo contemporaneo, da lui concepito come società del rischio, vive <strong>‘tempi incerti’</strong>, che, seppur gravidi di pericoli, portano con sé anche delle opportunità. L’importante è per lui non commettere <strong>l’errore del bruco</strong> che crede che la crisalide si trasformerà necessariamente in una farfalla: è fondamentale invece assumersi delle responsabilità e far proprio l’imperativo ecologico.</p>
<p>In sede di commento vorrei insistere solo su uno dei molteplici spunti che il saggio di B. offre. I respingimenti dei migranti, compiuti dallo stato italiano nel Mediterraneo, che sono stati recentemente condannati dalla Corte europea dei diritti umani, sono un esempio quanto mai emblematico della cecità indotta dalle prospettive statali-nazionali nei confronti della disuguaglianza. Il rafforzamento armato delle frontiere è un disperato tentativo di continuare a non voler vedere come un certo tenore di vita si sia sostenuto proprio sullo sfruttamento di ampie regioni del mondo, quindi sulla disuguaglianza, resa invisibile dalle barriere nazionali. L’unica soluzione ragionevole non è quindi la chiusura, ma l’apertura a questi individui che chiedono il rispetto dei diritti ed è su questo rispetto che si devono concentrare le risorse politiche e sociali, perché ne guadagneremmo tutti.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Twitter 100%</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Feb 2012 08:12:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
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		<description><![CDATA[
“ Breve come un SMS, veloce come una chat, potente come un blog: solo 140 caratteri per dire ciò che pensi a tutto il mondo a cui sei connesso.”
I numeri di twitter: 21 marzo 2006 Jack Dorsey (@jack) invia il primo Tweet e dopo tre anni due mesi e 1 giorno il numero totale di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/02/twitters-300x168.jpg" alt="Â©twitters" title="Â©twitters" width="430" height="250" class="aligncenter size-medium wp-image-1192" /><br />
“ Breve come un <strong>SMS</strong>, veloce come una <strong>chat</strong>, potente come un <strong>blog</strong>: solo <strong>140 caratteri</strong> per dire ciò che pensi a tutto il mondo a cui sei connesso.”<br />
I numeri di twitter: 21 marzo 2006 Jack Dorsey (@jack) invia il primo <strong>Tweet</strong> e dopo tre anni due mesi e 1 giorno il numero totale di tweet raggiunge il miliardo. Ad oggi un miliardo sono i messaggi inviati in una settimana, <strong>140 milioni</strong> i tweets inviati al giorno, <strong>456</strong> i tweets inviati per secondo (tps) il giorno della scomparsa di Micheal Jackson (25 Giugno 2009).<br />
Dalla Casa Bianca alle star di Hollywood, dalle aziende internazionali alle PMI, Twitter fa parte delle abitudini di milioni di persone che accedono al servizio per comunicare e far sentire la propria voce.<span id="more-1184"></span><br />
Grazie al libro Twitter 100% (Milano 2010) di Luca Conti (<a href="http://www.lucaconti.it/">blogsite</a>), blogger e giornalista attivo sulle tematiche del web 2.0, intraprendiamo questo viaggio alla scoperta delle infinite potenzialità di twitter.<br />
C. ci guida all’interno del mondo di Twitter affrontando step by step quelli che sono i passi e gli strumenti fondamentali per utilizzare questo social network al meglio. Partendo dalla creazione di un profilo fino alla scelta dei following e follower per avere un strumento efficace e sfuggire al pericolo di overload (sovraccarico) d’informazione.<br />
Per utilizzare al meglio Twitter esistono una serie di applicazioni che gestiscono l’interoperabilità con altri social  network e l’accesso da dispositivi alternativi al PC come tablet e mobile phone.<br />
La caratteristica che contraddistingue twitter da tutti gli altri social network è senza dubbio la forte apertura verso la condivisione, che si unisce alla sintesi dei messaggi.<br />
Twitter si inserisce perfettamente all’interno dei servizi web 2.0 con la sua capacità di connessione a diversi servizi esterni e la facilità di comunicare in tempo reale.<br />
Le sue caratteristiche base sono: 1- <strong>@nomeutente</strong>, che permette di rispondere ad un messaggio di un utente che seguiamo, e nel caso di un tweet recente viene messo a disposizione un link ‘rispondi’, che in gergo viene chiamato <strong>@reply</strong>; 2- <strong>@retweet</strong>, che permette di condividere un messaggio di un nostro following; 3- <strong>#tag</strong>, che rende ricercabile e tracciabile un argomento; 4- <strong>liste</strong>, che raggruppa gli utenti secondo ordine e priorità.<br />
L’elemento caratteristico della comunicazione di Twitter è, come detto, costituito dalla lunghezza di 140 caratteri, che, se inizialmente sembra un ostacolo insormontabile, ben presto diventa uno stimolo alla sintesi. Un’efficienza d’informazione che obbliga il lettore a utilizzare strumenti di comunicazione diversi per catturare l’interesse del pubblico con l’utilizzo di link, di tweet interrogativi oppure sistemi di integrazione come i widgets e l’arte di retweet. La necessità di sintesi all’interno di un tweet richiede la necessità di uno spazio di approfondimento esterno per cui il link ad un blog oppure a un sito esterno è un utile strumento di approfondimento. Esistono degli strumenti come <strong>Twitterfeed</strong>, che permettono di automatizzare la procedura di sincronizzazione tra i post e i tweet che però devono usati con cautela a secondo della frequenza di aggiornamento dello spazio esterno per evitare un’eccessiva ridondanza di informazioni. Nei primi anni i principali messaggi pubblicati erano dedicati alla descrizione di cosa l’utente stesse facendo oppure al racconto di aneddoti che, se da una parte aggiungono una componente relazionale importante, perdono di efficacia e di interesse senza la descrizione di un contesto. Un’altra forma di tweet in uso è sicuramente la descrizione delle opinioni sui nostri interessi cui viene data una particolare enfasi se lo spazio è dedicato alla visibilità personale.<br />
Esiste un’infinita serie di altri strumenti per aumentare l’utilizzo di tweet come il riduttore di link come il <strong>Bit.ly</strong> oppure come <strong>twitpic</strong> per aggiungere le immagini o l’estensione per facebook che collega il nostro profilo al twitter.<br />
La finalità di questo post non è sicuramente quella di esaurire l’analisi delle potenzialità di twitter ma di stimolare l’uso del social network che sta cambiando il modo di comunicare in tempo reale, dando inoltre la possibilità di connettersi a un numero di persone fino a poco fa impensabile.<strong> Facebook</strong>, <strong>LinkedIn</strong>, insieme a twitter sono gli strumenti che stanno trasformando il  mondo, rivelandosi indispensabili per essere informati e raggiungere in un click esperti di ogni settore di nostro interesse. E’ un dovere informarsi e iniziare a utilizzarli per rimanere al passo con i tempi e competitivi nel mondo a due velocità&#8230; buon viaggio nel mondo dei tweets.</p>
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		<title>Impegnarsi per comprendere il regime totalitario fascista</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 21:42:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[ideologia]]></category>
		<category><![CDATA[totalitarismo]]></category>

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&#8220;Il fascismo è un movimento che tende con tutti i mezzi a impadronirsi dello Stato e di tutta la vita nazionale per stabilire la sua dittatura assoluta ed unica. Il mezzo essenziale per riuscirvi è, nel programma e nello spirito dei capi e dei seguaci, la completa soppressione di tutte le libertà costituzionali pubbliche e private, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©file" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/02/©file.jpg" alt="Â©file" /></p>
<p>&#8220;Il fascismo è un movimento che tende con tutti i mezzi a impadronirsi dello Stato e di tutta la vita nazionale per stabilire la sua dittatura assoluta ed unica. Il mezzo essenziale per riuscirvi è, nel programma e nello spirito dei capi e dei seguaci, la completa soppressione di tutte le libertà costituzionali pubbliche e private, che è quanto dire la distruzione dello Statuto [Albertino] e di tutta l&#8217;opera liberale del Risorgimento italiano. Quando la dittatura fosse stabilita in modo che non una istituzione potesse esistere, <strong>non un atto compiersi, non un parola pronunciarsi se non di totale</strong> <strong>dedizione</strong> <strong>e obbedienza </strong>al fascismo, allora questo sarebbe disposto a sospendere <strong>l&#8217;uso della violenza</strong>, per mancanza di obiettivo, riservandosi sempre di riprenderlo al primo cenno di <strong>rinnovata resistenza</strong>.&#8221; (Anonimo [ma Luigi Salvatorelli?], <em>Il Governo e la Destra</em>, in &#8220;La Stampa&#8221;, 18 luglio 1922)<span id="more-1178"></span></p>
<p>Come annunciato, avviamo quest’anno un mini-ciclo di letture dedicato al fascismo nel novantesimo anniversario della sua presa del potere. Per introdurre tale questione ci affidiamo ad un saggio di uno dei più importanti storici di questo tema, Emilio Gentile, dal titolo <em>Il fascismo: una definizione orientativa</em>, raccolto nel volume dello stesso autore: <em>Fascismo. Storia e interpretazione</em> (Roma-Bari 2005<sup>2</sup>), pp. 54-73.<br />
In queste poche pagine G. cerca da un lato (1) di dar conto delle <strong>nuove prospettive interpretative</strong> sul regime totalitario fondato in Italia da Mussolini e dal suo partito e dall’altro (2) di <strong>fornire una definizione di questo fenomeno</strong> dal punto di vista storico.</p>
<p>Con il crollo dell’impero sovietico e lo sgretolamento del blocco dei paesi comunisti <strong>alcuni pregiudizi ideologici che condizionavano le analisi del fascismo sono venuti meno.</strong> Si sono riscontrati <strong>indubbi progressi</strong> in seguito a questa liberazione dell’orizzonte storiografico e culturale. Tuttavia, essi si sono accompagnati ad <strong>alcuni inevitabili effetti collaterali negativi</strong>, come le tendenze a ‘defascistizzare’ il fascismo, cioè a rappresentarlo come una sorta di dittatura ‘benigna’, oppure ad apparentarlo strettamente al comunismo.<br />
Tuttavia, <strong>la presunta affinità genetica tra fascismo e comunismo non ha secondo G. alcun fondamento storico</strong>. Essi costituirono <strong>due formazioni politiche e culturali opposte</strong>, l’una con una vocazione universalista e internazionale, l’altra con una visione nazionalista e razzista. È certo esistito all’interno della cultura fascista un filone di pensiero, che non fu certo maggioritario, sostenitore di un cambiamento sociale più radicale. Tuttavia, anche all’interno di questa concezione non si giunse mai a mettere in discussione le strutture gerarchiche della vita associata, come invece voleva il progetto utopistico comunista, volto a conseguire l’uguaglianza e l’emancipazione degli uomini. <strong>Alcune significative somiglianze</strong> si trovano invece tra fascismo e comunismo bolscevico per quanto riguarda <strong>l’organizzazione di un regime a partito unico che assunse i tratti comuni di una costruzione totalitaria</strong>.<br />
Ed è proprio sul <strong>totalitarismo come nucleo centrale dell’esperienza storica fascista</strong> che G. concentra la propria attenzione. A suo avviso si tratta infatti dell’elemento cardine attraverso il quale comprendere tanto l’organizzazione sociale e politica quanto la cultura del fascismo. Con totalitarismo G. intende <strong>“un esperimento di dominio politico”</strong> che è attuato con la forza da un partito rivoluzionario dotato di <strong>una “concezione integralista della politica”</strong>: il fine di questo esperimento è la <strong>subordinazione, integrazione e omogeneizzazione dei cittadini</strong> nei quali si vuole indurre un radicale cambiamento antropologico volto a creare una nuova razza dominatrice.<br />
Purtroppo l’interpretazione del fascismo come totalitarismo non è ancora molto diffusa, anzi è spesso contrastata. Ciò è in parte dovuto alle conseguenze postume della ‘Guerra fredda’, durante la quale l’uso polemico di questo concetto indusse molti studiosi ad abbandonarlo. Inoltre, pesa ancora sulla mancata definizione del fascismo come totalitarismo la posizione assunta da Hannah Arendt: secondo questa filosofa il regime mussoliniano non fu totalitario almeno fino al 1938; e nella scia di tale pensatrice si sono inseriti – più o meno opportunisticamente – alcuni storici e politologi.<br />
Secondo G. la Arendt era però scarsamente documentata sul fascismo. In realtà, da un punto di vista strettamente storico, <strong>l’esperienza fascista è stata sin dall’inizio interpretata come totalitaria sia dai suoi avversari sia dai suoi stessi membri</strong>. Furono infatti alcuni antifascisti ad individuare già nelle prime fasi di affermazione di questo movimento la peculiare vocazione dittatoriale del partito fascista che voleva conquistare il monopolio del potere politico e imporre la sua ideologia come una sorta di religione laica integralista, che non tollerava l’esistenza di altri movimenti o partiti.<br />
Per sviluppare qualsiasi più generale considerazione sul fascismo e sul totalitarismo è dunque necessario partire da un’adeguata conoscenza della situazione italiana. Solo così si possono evitare<strong> altre pericolose insidie quali il richiamo ad un fascismo ‘generico’</strong>, attribuito anche a gruppi e movimenti che non erano tali, <strong>o ‘elastico’</strong>, cioè soggetto a costanti estensioni o contrazioni cronologiche o spaziali.<br />
Per G., in sintesi, il fascismo è un movimento politico nato storicamente in Italia dopo la prima guerra mondiale, che si è organizzato ben presto in un partito caratterizzato da una cultura nazionalista e modernista, fortemente segnata da elementi mitici, da motivi anti-individualistici, da pronunciate tendenze discriminatorie nei confronti delle persone poste ai margini della comunità, e incentrata sul culto carismatico del suo capo, Benito Mussolini. Tale movimento, una volta preso il potere con la violenza sociale e con la forzatura politica delle istituzioni dello stato liberale, ha strutturato un regime antiparlamentare, e quindi antidemocratico, fondato su un partito unico che pretendeva di avere il controllo totale della società, e quindi anche dell’economia, attraverso la mobilitazione permanente, la propaganda e un apparato di polizia finalizzato a reprimere tutte le manifestazioni di dissenso.<br />
Per G. è importante che si tengano presenti tutti questi caratteri dell’esperienza storica fascista, i quali possono essere raggruppati <strong>in tre dimensioni egualmente rilevanti e strettamente intrecciate</strong>: 1) la dimensione <strong>culturale e ideologica</strong>; 2) quella <strong>organizzativa e sociale</strong>; 3) quella <strong>istituzionale e politica</strong>. Se non si considerano assieme queste componenti, c’è l’evidente rischio di distorsioni, come quando, ad esempio, si accentua eccessivamente la rilevanza del pensiero irrazionale dell’ideologia fascista, perdendo di vista altre componenti razionalistiche e moderniste di quel regime, specie dal punto di vista dell’organizzazione della società.</p>
<p>Ciò che mi preme dunque sottolineare in sede di commento a questo primo post sono due aspetti. Da un lato la complessità del fascismo come esperimento di una società totalitaria avvenuto in Italia tra l’inizio degli anni ’20 e la metà degli anni ’40. Una complessità di cui bisogna tener conto per non cadere in insidiose visioni riduttive che spesso tendono ad essere strumentali rispetto a specifiche posizioni politiche attuali.<br />
Dall’altro, il suo carattere distintivo, quello totalitario, che si è concretizzato in un’azione violenta, fisica e simbolica, volta a costruire una società contraria ai valori della democrazia e alla sua pluralità. Per quanto l’esperienza storica del fascismo non abbia raggiunto una forma totalitaria perfetta &#8211; un ideale negativo per fortuna inarrivabile –, ha proceduto su quella strada abbattendo il parlamentarismo, calpestando i diritti civili e politici dei cittadini e più in generale quelli umani, comprimendo i salari e eliminando i sindacati, proponendo una visione tragica e oscura dell’uomo. Una visione contraria a quella critica ma positiva attraverso la quale, in un orizzonte democratico, ci si impegna per la fioritura di ogni persona.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>La freccia del tempo</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 20:43:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Scienza e trasmissione del sapere]]></category>
		<category><![CDATA[freccia del tempo]]></category>
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Il tempo da sempre rappresenta la grandezza fisica che più di ogni altra è avvolta dal mistero e la cui comprensione ha permesso di fare grandi passi avanti nella scienza.
Il  mistero della freccia del tempo lo si può sintetizzare con tre relazioni fondamentali della termodinamica:

l’equazione della dinamica delle molecole di gas
l’instabilità caotica dell’equazione della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/02/ash-300x168.jpg" alt="Â©ash" title="Â©ash" width="450" height="230" class="aligncenter size-medium wp-image-1173" /><br />
Il tempo da sempre rappresenta la grandezza fisica che più di ogni altra è avvolta dal mistero e la cui comprensione ha permesso di fare grandi passi avanti nella scienza.<br />
Il  mistero della freccia del tempo lo si può sintetizzare con tre relazioni fondamentali della termodinamica:</p>
<ol>
<li>l’equazione della dinamica delle molecole di gas</li>
<li>l’instabilità caotica dell’equazione della dinamica</li>
<li>l’inevitabile perturbazione delle molecole del gas</li>
</ol>
<p>E’ evidente quanto siamo lontani dalla comprensione dell’evoluzione del tempo in termini  fisici matematici. Le equazioni delle fisica quantistica spesso descrivono la grandezza del tempo in termini di simmetria che sta indicare che nella soluzione non viene esplicitata la direzione temporale dell’evoluzione del sistema.<br />
Pertanto invito tutti a partecipare a questo viaggio meraviglioso nella comprensione del tempo.<span id="more-1169"></span><br />
Parliamo del mistero della freccia del tempo grazie alla pubblicazione di Y. Charles Li e Hong Yang dal titolo: On the Arrow of Time pubblicato sul sito di pubblicazioni scientifiche: <a href=" http://arxiv.org">http://arxiv.org </a>(Gennaio 2012).<br />
La freccia del tempo è definita dalla seconda legge della termodinamica: in un sistema isolato l’entropia tende sempre ad aumentare. Se pensiamo all’entropia in termini di misura del disordine di un sistema microscopico, ne deriva che il tempo è assimetrico e pertanto il sistema tende a svilupparsi verso uno stato statisticamente più disordinato. Questa assimetria diventa il sistema empirico utilizzato per discernere la linea che divide il futuro dal passato. Purtroppo però l’entropia non è un sistema di misura molto efficace dal momento che il suo valore pur aumentando sempre nel suo complesso può avere variazioni locali inverse. Se pensiamo alla dinamica dei gas in un sistema caotico le piccole perturbazioni non generano nessun effetto e i moti delle molecole sono perfettamente reversibili. Trasferendo questo concetto al tempo troviamo che le molecole potrebbero invertire la loro direzione temporale ma in un sistema macroscopico questo non si verifica mai.<br />
Per comprendere meglio il concetto prendiamo in esame l’esperimento di diffusione libera delle particelle di gas all’interno di un intervallo [0,1], che collidono elasticamente. Dopo l’urto tra particella-particella le velocità variano mentre invertono la velocità dopo l’urto con le parete.<br />
Per comprendere l’affascinante comportamento delle particelle nel campo della reversibilità termodinamica vengono proposti da L. e Y. tre esperimenti correlati tra loro.<br />
<strong>Il primo esperimento </strong> prende in considerazione particelle posizionate nell’intervallo [0, 0.5] e con velocità iniziali scelte tra [-0.5, +0.5]; dopo ogni collisione viene introdotta una perturbazione della velocità di grandezza minore a 10^-6 e nessuna perturbazione per ciò che concerne la posizione. Dopo 10.000 collisioni la velocità e il tempo sono reversibili. Dopo ogni nuova collisione si controlla se le particelle sono all’interno dell’intervallo [0, 0.5]. Le probabilità Pr è data dalla divisione del numero totale di collisioni dopo della quale le particelle sono ancora tutte all’interno del mezzo box nell’intervallo [0, 0.5] e 10.000  per cui Pr= Np/10.000.<br />
<strong>Il secondo esperimento</strong> esamina il comportamento di particelle posizionate all’interno dell’intervallo [0,1] con le velocità iniziali scelte casualmente tra [-0.5,+0.5] e senza perturbazione. Dopo ogni collisione viene verificata se le particelle sono all’interno del semi-intervallo [0, 0.5]. L’esperimento termina dopo 10.000 collisioni. La probabilità è sempre la stessa Pr =Np/10.000. L’esperimento viene ripetuto per dieci volte.<br />
<strong>Nell’ultimo esperimento</strong> viene svolto un’ulteriore serie di prove in cui si prendono in considerazioni inizialmente tutte le particelle uniformemente posizionate nell’intervallo [0,1] e le velocità iniziali casuali nell’intervallo [-0.5, +0.5]. Dopo ogni collisione viene introdotta una perturbazione casuale di grandezza inferiore a 10^-6 per la velocità mentre nessuna perturbazione per la posizione. Viene registrata ogni collisione all’interno del semi-spazio [0,0.5] e l’esperimento termina dopo 50.000 collisioni.<br />
La correlazione di questi risultati può essere così riassunta:</p>
<ol>
<li> nel caso in cui <strong>non vengono introdotti turbamenti</strong> non influisce nel risultato il numero iniziale delle particelle presenti nel semi-intervallo e non influisce nemmeno il numero totale delle collisioni; la <strong>reversibilità</strong>  è sempre possibile limitatamente alla precisione di calcolo del computer. </li>
<li> nel caso in cui <strong>introduciamo delle perturbazioni</strong> la reversibilità nel semi intervallo è possibile solo per un piccolo numero di particelle (Np < 16). Per un numero di particelle superiore a 16 anche una minima perturbazione (inferiore a 10^-6) induce <strong>irreversibilità</strong>. Le orbite matematiche sono ancora simmetriche ma dal momento che le perturbazioni hanno una forta dipendenza dalle condizioni iniziali anche una piccola variazione induce la irreversibilità.</li>
<p>Dinamica caotica: se osserviamo la serie temporale di due particelle in 4 condizioni iniziali si osserva immediatamente l’andamento caotico anche se non in senso classico. Se si introducono piccole perturbazioni solo nella posizione iniziale delle particelle si evidenziano differenti istanti di tempo tra le collisioni perturbate e non, ma solo l’introduzione di perturbazioni nella velocità inducono irreversibilità. Quello che si osserva è la sensibilità del comportamento delle particelle rispetto alle condizioni iniziali che invece di avere un andamento esponenziale tipico di un comportamento caotico classico hanno un andamento lineare nel tempo: più la perturbazione è intensa prima avviene l’irreversibilità.<br />
L’esperimento di estende anche nel campo bidimensionale che ancora di più mostra bizzarri  comportamenti nello sviluppo temporale.<br />
L’intento di queste ricerche è quello di evidenziare con semplici esperimenti la difficoltà di comprendere la freccia temporale e quanto i comportamenti statistici si discostino dalle previsioni. Sul principio dell’assimetria temporale si basano i principali scontri tra fisica quantistica e relativistica, la cui concezione sfugge al nostro senso comune in termini di dilatazioni percettive. Il fine del post è quindi quello di far riflettere su alcuni concetti che vengono percepiti come ovvi, ma che ancora non hanno nella scienza una formulazione certa e chiara. Solitamente dividiamo il tempo in unità ben precise per misurarlo, ma forse dentro di sé il tempo cela un significato molto profondo. </p>
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