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	<title>Attraverso lo Specchio</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>La sfida dell’educazione e dell’istruzione nell’età postmoderna</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 06:08:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[apprendimento]]></category>
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&#8220;«Preparare per la vita», compito perenne e invariabile di ogni educazione, deve significare [oggi] per prima cosa coltivare la capacità di convivere giorno per giorno e pacificamente con l&#8217;incertezza e l&#8217;ambivalenza, con una pluralità di punti di vista e con l&#8217;assenza di autorità infallibili e attendibili; deve significare inculcare la tolleranza della differenza e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©spectrum3" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/01/©spectrum3.jpg" alt="spectrum3" /></p>
<p>&#8220;«Preparare per la vita», compito perenne e invariabile di ogni educazione, deve significare [oggi] per prima cosa coltivare la capacità di convivere giorno per giorno e pacificamente con l&#8217;incertezza e l&#8217;ambivalenza, con una pluralità di punti di vista e con l&#8217;assenza di autorità infallibili e attendibili; deve significare inculcare la tolleranza della differenza e la volontà di rispettare il diritto a essere differenti; deve significare il rafforzamento delle facoltà di critica e autocritica e del coraggio necessario per assumersi le responsabilità delle proprie scelte e delle relative conseguenze; deve significare l&#8217;addestramento alla capacità di cambiare i contesti e di resistere alla tentazione di rifuggire la libertà, con l&#8217;ansia dell&#8217;indecisione che questa si porta dietro assieme alle gioie del nuovo  e dell&#8217;inesplorato.&#8221;.</p>
<p><span id="more-1159"></span></p>
<p>Torniamo ad occuparci di problemi riguardanti l’educazione e l’istruzione, presentando un breve saggio sull’argomento del sociologo Zygmunt Bauman, <em>L’istruzione nell’età postmoderna</em>, pubblicato nella raccolta dello stesso autore, <em>La società individualizzata</em> (Bologna 2002), pp. 157-176.<br />
In questo studio B. descrive in sintesi alcuni processi del mondo postmoderno e globalizzato che stanno radicalmente trasformando il modello di educazione così come era stato concepito nei progetti della modernità.</p>
<p>Innanzi tutto B. svolge alcune considerazioni sulla base delle riflessioni e concettualizzazioni di due grandi studiosi dell’uomo e della società, Margaret Mead e Gregory Bateson. In particolare egli riprende l’idea dei <strong>livelli in cui si articola l’attività apprendimento</strong>: c’è un piano primario (o <strong>proto-appredimento</strong>) che riguarda i <strong>contenuti</strong> che in una società vengono trasmessi; ce n’è poi un secondo (o <strong>deutero-apprendimento</strong>), che riguarda <strong>le modalità con cui questi contenuti vengono trasmessi</strong>. Questo secondo livello è più importante del primo in quanto determina i criteri di selezione dei contesti e delle sequenze significative di fenomeni nel flusso caotico degli eventi, strutturando di fatto in profondità le abitudini dell’apprendere ad apprendere.<br />
Ma per Bateson c’è anche un <strong>terzo livello dell’apprendimento</strong>: questo si dà quando il soggetto acquisisce le competenze per modificare l&#8217;insieme di alternative che ha appreso, cioè per cambiare i set di criteri impiegati per agire nelle diverse situazioni di vita. Secondo le riflessioni di Bateson <strong>questa possibilità ha delle conseguenze potenzialmente patogenetiche</strong>, in quanto possono crearsi le condizioni per lo sviluppo di personalità schizofreniche.<br />
Proprio nella società e nella cultura qualificate come postmoderne si dà una condizione generale per questo ulteriore sviluppo in quanto si verifica lo smantellamento delle abitudini di apprendimento e di vita che si accompagna alla liquefazione dei modelli di riferimento. Si è in presenza infatti di una costante trasformazione e di una messa in discussione delle routine al punto che <strong>si ha l’impressione che si giochino molti giochi contemporaneamente e che nel corso del gioco vengano cambiate le regole</strong>.<br />
L’apprendimento terziario viene quindi ad essere oggi in primo piano, come mostrano le <strong>tendenze diffuse a violare le regole, a strutturare l’esperienza in maniera episodica, a giocare con i propri modelli di comportamento</strong>. Insomma, l’apprendimento terziario consiste nell’educare a fare a meno delle abitudini e ad abbandonare una concezione lineare, coerente e ricorsiva del tempo.<br />
In questa nuova situazione <strong>si perde anche un chiaro modello di trasmissione e ricezione nei rapporti educativi</strong>: essi non sono infatti più nettamente distinti dagli altri impegni relazionali e ciò ha tra l’altro come conseguenza una diffusa perdita di senso di responsabilità rispetto ai fini pedagogici. Questa destrutturazione ha certamente <strong>effetti in linea di principio negativi anche per la democrazia moderna</strong> che si è sempre pensata come comunità educante dei cittadini: le istituzioni da essa preposte a tal fine – ma più in generale tutte le agenzie educative – si trovano in grande difficoltà in questo quadro nebuloso.<br />
B. decide allora di illustrare le conseguenze della profonda trasformazione in corso attraverso <strong>l’esempio dell’università</strong>. L’università costituisce un pilastro del progetto della società moderna, in cui si è elaborato quel sapere che ha fondato la legittimità del potere dello stato nazionale. In esse i professionisti della conoscenza hanno prodotto <strong>i valori strumentali all’integrazione sociale e addestrato gli educatori</strong> che avrebbero poi propagato tali valori nell’attività di insegnamento-apprendimento.<br />
Tuttavia <strong>l’abdicazione da parte dello stato di molte delle sue funzioni</strong>, in particolare quelle integrative, che sono state cedute a forze esterne al circuito politico, ha comportato anche <strong>l’abbandono della missione educativa e della formazione</strong> <strong>delle gerarchie culturali</strong>, cedute all’alleanza strettasi tra mercato e media. L’università è stata quindi spiazzata da questa trasformazione e la fondamentale componente della <strong>reputazione sociale</strong> si è formata sempre più spesso all’esterno delle sue mura, rapportata ora non al parametro della rilevanza culturale ma a quello della<strong> notorietà</strong> <strong>costruita dalle agenzie mediatiche specializzate</strong>. Tali agenzie valorizzano infatti appetiti e timori dei consumatori contemporanei, per i quali la cultura universalista di cui l’università pretendeva di avere il monopolio ha perso gran parte del suo valore.<br />
Su un piano concreto questo vuol dire anche la <strong>perdita di certi canoni professionali consolidati</strong>, che le università certificavano. La rivoluzione tecnologica permanente rende del resto le conoscenze e le competenze acquisite nell’accademia già obsolete prima che sia finito un normale ciclo di studi. Dunque, la formazione professionale si allontana sempre più dall’università, al punto che B. arriva a prevedere un futuro calo delle immatricolazioni, che finora non si sarebbe verificato solo perché la disoccupazione strutturale renderebbe le accademie dei parcheggi per giovani senza sbocco lavorativo.<br />
Le trasformazioni in atto investono quindi anche il funzionamento delle università e non solo i suoi valori ideali di riferimento. <strong>Le stesse reputazioni accademiche sono ora trasferite nelle direzioni delle case editrici</strong> ed esse si affermano secondo logiche e tempi giornalistici, per cui i successi si traducono in notizie di massimo impatto, ma anche ad alta obsolescenza.<br />
Nelle università c’è già chi si è orientato in questa direzione e ha cominciato a riformarle fornendo loro dei caratteri più attraenti per il mercato della formazione al lavoro. Questa tendenza comporta ad esempio <strong>la paradossale degradazione dell’autorità del sapere accademico e dei suoi valori</strong> <strong>di riferimento</strong>, tanto che alcuni tra gli stessi professori arrivano a denigrarlo apertamente all’interno delle loro strategie di affermazione mediatica.<br />
A tale atteggiamento di completa adesione se ne oppone un altro, estremo, che consiste invece nel <strong>cercare di tagliare i ponti verso questa nuova realtà</strong> e che comporta spesso delle posizioni teoriche assolutamente autoreferenziali, per cui non si cerca alcun <em>feedback</em> presso un più vasto pubblico. Per B. questi opposti orientamenti annunciano già <strong>la fine della centralità del lavoro intellettuale e l’estinzione dell’autonomia delle istituzioni universitarie</strong> che sembrano troppo specializzate per potersi facilmente adattare ad un contesto in così rapido movimento.<br />
Secondo B. l’unica strada percorribile in questa situazione è quella di <strong>garantire il massimo pluralismo di posizioni all’interno dell’accademia e a anche al di fuori di essa</strong>, presso altre istituzioni dedicate a studi e ricerche. Solo il sostegno alla ‘polifonia’ dei modelli e delle forme di pensiero può consentire di sperare di vincere la sfida posta dal nuovo modo di pensare e di agire postmoderno. Dunque anche per le istituzioni accademiche sarebbe importante muoversi sul piano terziario, cioè aver la possibilità di disporre di una pluralità di opzioni diverse rispetto al sapere con cui poter far fronte alle mutevoli domande della società.<br />
Questa pluralità deve corrispondere ad <strong>un più generale atteggiamento di apertura</strong>, che deve contraddistinguere l’intera pedagogia. La possibilità di superare le sfide poste all’educazione risiede per B. nel concepire il processo formativo come non guidato da mete fisse in anticipo, non volto a fornire un prodotto specifico, e timoroso di fronte a qualsiasi conclusione definitiva.</p>
<p>Non si può non condividere in generale l’idea che solo l’apertura può essere il giusto atteggiamento dell’attività educativa nei confronti delle sfide della postmodernità. Tuttavia, mi sembra importante ribadire che questa apertura verso la differenza, questa disponibilità alla tolleranza, questa disposizione alla critica e all’autocritica, non sono atteggiamenti primari e spontanei, ma sono frutto di un’educazione fondata su una costellazione di valori, innanzi tutto quelli di uguaglianza, libertà e solidarietà. Senza questo fondamento l’apertura non regge e allora si corre il rischio di incappare in questa schizofrenia strutturale, per cui convivono nelle persone dei set di comportamenti e di valori compatibili con la democrazia e con i diritti umani, assieme a set assolutamente contrari alla democrazia e segnati da irresponsabilità e violenza, fisica o simbolica. E a mio avviso se si dà la possibilità di essere irresponsabili in certi settori, si genera una ferita che lede prima o poi anche negli altri ambiti di vita in cui invece si mostra di essere persone e cittadini maturi.</p>
<p style="text-align: right;">E. R.</p>
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		<title>Salviamo l&#8217;Italia!</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 21:16:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Aggiungerei anche l&#8217;idea delle &#8220;riforme mobili&#8221; [...]. Non si tratterebbe di &#8220;riforme&#8221; come quelle di cui oggi si sente parlare &#8211; la riforma pensionistica (ossia i tagli alle pensioni), la riforma dell&#8217;equilibrio dei poteri (ossia distruggerlo), la riforma della Costituzione (no comment). Sarebbero invece riforme che coinvolgono i cittadini stessi in una dinamica di decision [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©pantheon" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/01/©pantheon.jpg" alt="Â©pantheon" />&#8220;Aggiungerei anche l&#8217;idea delle &#8220;riforme mobili&#8221; [...]. Non si tratterebbe di &#8220;riforme&#8221; come quelle di cui oggi si sente parlare &#8211; la riforma pensionistica (ossia i tagli alle pensioni), la riforma dell&#8217;equilibrio dei poteri (ossia distruggerlo), la riforma della Costituzione (no comment). Sarebbero invece riforme che coinvolgono i cittadini stessi in una dinamica di <em>decision making</em> che parte dal basso verso l&#8217;alto […]. Idealmente, le &#8220;riforme mobili&#8221; sono quelle che, strada facendo, portano la gente a interessarsi alla politica, ad autorganizzarsi, a prendere parte continuativa nel processo riformatore. In questo schema gli individui non sono solo i destinatari passivi delle politiche che discendono dall&#8217;alto, ma diventano rapidamente cittadini attivi, critici e dissenzienti. Un&#8217;idea simile porterebbe al capovolgimento della politica come la conosciamo ora, perché imporrebbe ai politici di diffondere il potere, invece di concentrarlo. Il concetto delle &#8220;riforme mobili&#8221; può essere applicato a molte sfere diverse &#8211; all&#8217;ambiente con la raccoltà differenziata, il risparmio energetico e altre misure che partono dalle famiglie stesse, alle politiche partecipative con la creazione di veri forum dei cittadini (non quelli fasulli della &#8220;consultazione&#8221;).&#8221;.<span id="more-1148"></span></p>
<p>Apriamo la serie di post di quest’anno presentando un altro libretto dello storico di origine inglese Paul Ginsborg, intitolato <em>Salviamo l’Italia </em> (Torino 2010).<br />
G., da poco divenuto cittadino italiano, constatando intorno a sé un diffuso sentimento di tristezza e di rassegnazione circa il destino del nostro paese, svolge una riflessione sull’attuale periodo di difficoltà, proponendo un serrato <strong>confronto con l’esperienza storica del Risorgimento</strong>.</p>
<p>Secondo G. ci<strong> </strong>sono indubbiamente dei punti in comune con quel travagliato periodo storico, durante il quale le società degli stati di antico regime e della Restaurazione vissero <strong>una profonda crisi</strong>. Tuttavia sono certamente maggiori le differenze. Oggi c’è ad esempio più libertà rispetto al XIX secolo; questo non vuol però dire che gli individui siano ora pienamente liberi, in quanto essi rimangono prigionieri dei modelli consumistici di vita. Per contro, prevale attualmente una concezione dello stato piuttosto negativa – frutto di una prolungata delusione per i fallimenti delle istituzioni politiche –, mentre allora lo stato rappresentava la maggiore conquista della modernità. A quel tempo era del resto in ascesa un’idea di progresso, mentre oggi si diffonde sempre più un’idea di declino.<br />
Un <strong>declino</strong> che in Italia non è solo economico, ma investe ampi settori della vita civile, politica e sociale. G. denuncia ad esempio la distribuzione estremamente diseguale della ricchezza; l’emanazione di una legislazione che deregolamenta la vita associata fino ai limiti dell’illegalità; la connessa espansione delle attività della criminalità organizzata soprattutto verso nord; il ruolo marginale delle donne, soggette ad un potere maschile che non riconosce i diritti e il rispetto dovuti.<br />
Una situazione così grave induce G. a <strong>chiedersi se valga veramente la pena di salvare l’Italia</strong> come forma politica fondata sullo stato-nazione che si costituì proprio con il Risorgimento.<br />
Per affrontare questa radicale domanda G. individua innanzi tutto <strong>una costellazione di quattro elementi positivi</strong> della storia italiana, che possono essere valorizzati per dare una risposta affermativa. Questi fattori, che vengono definiti nel loro complesso come <strong>nazione mite</strong>, sono: 1) <strong>la lunga tradizione di autogoverno urbano</strong>, indicata già nel Risorgimento da Carlo Cattaneo come la spina dorsale di una nazione che avrebbe dovuto organizzarsi politicamente come gli Stati Uniti; 2) <strong>la vocazione europea</strong>, che costituisce un potenziale finora ampiamente irrealizzato; 3) <strong>la ricerca dell’uguaglianza</strong>; 4) <strong>la mitezza come virtù sociale</strong>, che tuttavia, si badi, non ha nulla a che fare con il mito degli ‘italiani brava gente’.<br />
A questi quattro caratteri positivi che, seppure non dominanti, potrebbero essere coltivati dagli italiani, G. contrappone <strong>quattro grandi pericoli per il nostro paese</strong>: 1) <strong>una chiesa troppo forte in uno stato troppo debole</strong>; 2) <strong>la grande e pervasiva diffusione del clientelismo</strong>, che comporta forme di socializzazione caratterizzate dalla sottomissione e dall’ossequio alle gerarchie sociali, le quali favoriscono peraltro l’illegalità; 3) <strong>l’invenzione periodica di regimi dittatoriali</strong>, tra cui, per certi aspetti, va annoverata anche l’egemonia politica berlusconiana a causa della distorsione del processo democratico indotta dal suo potere; 4) <strong>la povertà delle sinistre</strong>, incapaci di essere veramente leali ai valori democratici.<br />
Compiuta questa radiografia delle potenziali virtù del nostro paese e dei possibili pericoli che corre, G. si interroga su chi possa essere il protagonista del salvataggio dell’Italia. Se gli attori del Risorgimento non furono solo i membri di un’élite intellettuale, ma anche molti giovani uomini di diversa estrazione e pure più donne di quel che normalmente si pensa, tutti mossi da una profonda adesione agli ideali della nazione romantica, oggi <strong>i possibili protagonisti di un rinnovamento profondo dell’Italia devono essere trovati nei ceti medi</strong>.</p>
<p>In realtà, come evidenzia lo stesso plurale, questo strato intermedio della società occidentale e italiano è oggi un soggetto molto complesso. G. individua <strong>una fascia specifica</strong> all’interno di questo grande gruppo, composta da professionisti, soprattutto impegnati nel campo delle professioni socialmente utili. Tra di essi si annoverano insegnanti, assistenti sociali, impiegati, studenti e anche precari. Ciò che caratterizza questa fascia è il fatto di essere <strong>una parte consistente del cosiddetto ‘ceto riflessivo’,</strong> cioè di quella parte della società che ha un’alta formazione e quindi gli strumenti per sottoporre a critica le eventuali distorsioni del processo di modernizzazione e democratizzazione della società.<br />
Secondo G. questo gruppo ha costituito <strong>la parte più consistente e agguerrita dell’opposizione a Berlusconi.</strong> Tuttavia, il suo carattere composito rende la partecipazione alle manifestazioni e alle altre iniziative civili piuttosto intermittente, instabile. I movimenti, nonostante i loro successi, <strong>necessitano di un adeguato referente politico</strong> che interpreti e traduca in un programma di governo le esigenze di democratizzazione e giustizia sociale. È alto allora <strong>il rischio</strong> che la perdurante assenza di una leadership politica adeguata porti ad <strong>un ripiegamento di questi ceti su se stessi</strong>, specie di fronte alle offensive violente, populiste e razziste che danno delle risposte semplici, ma false, ai problemi complessi del nostro tempo.<br />
In realtà, questa componente più consapevole della società italiana dovrebbe fungere da <strong>traino per una più vasta alleanza di gruppi sociali</strong> che si opponga ai guasti provocati dal modello neoliberista, specie nella declinazione berlusconiana, e alle conseguenze nefaste del “sado-monetarismo” che, dietro le parvenze dei funzionamenti oggettivi del mercato, sta affossando la democrazia.<br />
Per G. tale alleanza sociale non deve ricorrere alla violenza per far sentire la sua voce, per quanto quest’ultima possa avere un maggiore impatto mediatico. Questi gruppi di cittadini si devono piuttosto affidare a due virtù,<strong> la costanza e la creatività</strong>.</p>
<p>Costanza e creatività che, pur con tutti i limiti, animano la nostra iniziativa. Ancora una volta, quindi, mi sento in sintonia con la concezione della società proposta da G., anche se in questo libretto essa appare un po’ meno lucida rispetto ai saggi recensiti precedentemente. Tuttavia, quello che mi preme sottolineare in sede di commento è che esistono ancora delle risorse, per quanto confinate in alcune riserve della società e di ogni singolo individuo, che si possono valorizzare per cambiare il segno della vita democratica della nostra società. La resilienza dell’Italia è ancora possibile.</p>
<p align="right">
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
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		<title>Orientamento 2012 &#8211; Opporre lo scudo della democrazia alla violenza</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 21:37:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Argomenti]]></category>
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		<description><![CDATA[Violenze efferate. L’alba di questo nuovo anno si presenta purtroppo per tanti motivi con tinte fosche, cupe. Addirittura sanguigne: negli ultimi mesi abbiamo infatti assistito ad episodi di efferata violenza che testimoniano un disagio grandissimo, diffuso su tutto il pianeta. Basti porre qui mente a quanto successo solamente in Europa negli ultimi mesi: ad esempio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img title="Â©glass" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/01/©glass1.jpg" alt="Â©glass" />Violenze efferate.</strong> L’alba di questo nuovo anno si presenta purtroppo per tanti motivi con tinte fosche, cupe. Addirittura sanguigne: negli ultimi mesi abbiamo infatti assistito ad <strong>episodi di efferata violenza che testimoniano un disagio grandissimo</strong>, diffuso su tutto il pianeta. Basti porre qui mente a quanto successo solamente in Europa negli ultimi mesi: ad esempio alla strage di ragazzi in Norvegia, a quella recentissima in Belgio, a quella compiuta in Italia, a Firenze. Questi episodi sono tutti variamente apparentati, cioè presentano una combinazione di elementi in parte comuni e in parte diversi, che da un lato inducono ad una riflessione unica sul fenomeno, ma dall’altro non la rendono semplice proprio per le differenze di volta in volta riscontrabili.<span id="more-1141"></span></p>
<p><strong>Somiglianze.</strong> Tale violenza estrema è innanzi tutto segnata da una <strong>volontà di arrecare morte ad altri in maniera per lo più gratuita e indiscriminata</strong>: non ha cioè un particolare senso che si ponga fine alla vita di una persona piuttosto che di un’altra. <strong>Tuttavia gli obiettivi – cioè i gruppi di persone su cui infierire e i luoghi dove compiere la violenza – sono spesso scelti sulla base di una valutazione discriminante dell’altro</strong>, che si può basare su un giudizio di esclusione sociale dettato da atteggiamenti di fanatismo/integralismo religioso e politico. In questo secondo senso risulta spesso evidente <strong>la componente razzista</strong>, rilevabile ad esempio non solo a Firenze, ma anche in un recente episodio avvenuto a Torino. Qui, nel popolare quartiere Le Vallette, si è svolto, per fortuna senza vittime, una sorta di pogrom, cioè di violenza collettiva contro un gruppo etnico minoritario, i rom, sulla base di una falsa accusa alimentata da stereotipi estremamente negativi. Una ragazza, condizionata da un’esigenza fanatica di purezza dei genitori ossessionati dalla sua verginità, ha preferito dare innesco a questa ondata di violenza razzista, piuttosto che assumersi la responsabilità di aver fatto liberamente l’amore con un italiano. Questo odio del diverso, che è facile rilevare pressoché in tutti gli episodi, assume <strong>talvolta una precisa coloritura politica</strong>, <strong>quella nazi-fascista</strong>: tale tratto lo si ritrova ancora nel caso dei senegalesi uccisi a Firenze e soprattutto nella serie di omicidi di piccoli imprenditori e commercianti di origine straniera – questa volta, dunque, mirati –, compiuti negli scorsi anni in Germania da una cellula terroristica nazista che è stata solo recentemente scoperta.</p>
<p><strong>Esigenza di capire.</strong> Questo breve elenco di somiglianze, che, frutto di una prima riflessione, è ben lontano dall’essere completo, andrebbe ulteriormente arricchito e approfondito con il ricorso agli strumenti concettuali della psicologia individuale e sociale e a quelli della sociologia. Ma addirittura si sente il bisogno di ricorrere ai saperi dell’antropologia e della filosofia perché sembra di intravedere dietro molti di questi episodi <strong>un ‘culto della morte’</strong>,<strong> con cui si esprime una sorta di ‘vuoto’</strong>, cioè di mancanza di senso ‘positivo’ della vita umana. Tale atteggiamento viene proiettato sugli altri – la cui esistenza viene considerata di poco o di nessun valore –, ma prima ancora si estende sulla propria vita e viene a culminare in una tendenza non di rado suicida: una tendenza che giunge a compimento – si noti – solo dopo aver già inflitto la morte ad altri.</p>
<p><strong>Terreno di coltura della violenza. </strong>È facile intuire che la grave frustrazione sociale, alimentata dalla crisi economica e dalla disuguaglianza crescente – che, come abbiamo avuto modo di scrivere nel blog (e di appuntare nella bacheca) non sono funzionamenti e conseguenze oggettivi del mercato, ma fanno parte di un progetto politico, di un’immagine di società, antidemocratici – è il terreno di coltura di questo vuoto di senso e di questo odio contro il diverso che può giungere fino alla strage.</p>
<p><strong>Previsioni di lettura.</strong> Il tentativo di fornire degli strumenti di analisi di questo terreno di coltura e di altri, più o meno positivi, fenomeni e processi attuali costituirà il fine delle nostre proposte di lettura e approfondimento per l’anno 2012.<br />
Per quanto riguarda gli aspetti tecnologici, legati spesso alle nostre pratiche quotidiane, si continuerà a porre attenzione ad alcuni temi già toccati nei mesi scorsi nell’ambito della <strong><em>computer science</em></strong>, in particolare allo sviluppo informatico, alla questione della sicurezza dei nostri dati e dei nostri accessi al web, alle forme di socializzazione in rete.</p>
<p>Ci occuperemo anche di alcune <strong>scoperte scientifiche</strong>, prestando ad esempio attenzione agli esiti delle recenti sperimentazioni consentite dall’acceleratore di particelle di Ginevra e ai nuovi modelli esplicativi proposti a partire dai primi risultati.</p>
<p>Chiaramente affronteremo da diversi punti di vista anche le questioni riguardanti <strong>l’economia</strong>. Non tratteremo soltanto degli aspetti riguardanti più direttamente l’attuale <strong>crisi globale</strong>, soprattutto dal punto di vista delle conseguenze sul lavoro e sulla politica, ma anche dei <strong>nuovi modelli di imprenditoria</strong> che possano coniugarsi con forme di sviluppo sostenibile.</p>
<p>Saranno infine sviluppati due minicicli, come quelli che nello scorso anno hanno riguardato il Risorgimento (su cui torneremo brevemente anche nel prossimo post) e il lavoro all’epoca della globalizzazione. L’uno riguarderà <strong>la comunicazione contemporanea</strong> e in particolare <strong>la dimensione retorica</strong>, al fine di fornire alcune indicazioni per lo sviluppo di un metodo critico dei messaggi politici e pubblicitari.</p>
<p>Il secondo, più impegnativo, riguarderà ancora una volta la storia del nostro paese. Nell’ottobre di quest’anno ricorrerà il novantesimo anniversario della marcia su Roma (1922), cioè della presa di potere violenta da parte del <strong>fascismo</strong>. In questo clima così cupo, di cui si diceva all’inizio, si fanno sempre più ricorrenti i richiami a quel periodo, spesso venati da un’insensata nostalgia e talvolta caratterizzati da una vera e propria apologia, frutto di un sempre più diffuso atteggiamento antidemocratico. Presenteremo quindi alcuni saggi di studiosi contemporanei, italiani e stranieri, che possano offrire un’informazione corretta e aggiornata, utile per formarsi un’adeguata opinione critica di questa fase della storia d’Italia.</p>
<p>Premettiamo comunque che <strong>il nostro giudizio etico-politico</strong> su quell’esperienza storica, pronto ad arricchirsi con le letture, è già chiaro. Il fascismo, da un numero sempre più ampio di persone invocato come rimedio contro una situazione sociale, politica ed economica del nostro paese sempre più degradata, non è la soluzione, ma l’esito di quel degrado. Il fascismo o piuttosto il regime che ne dovesse assumere i tratti totalitari e dittatoriali, più o meno camuffati, comporterebbe piuttosto la stabilizzazione e l’intensificazione del peggioramento.<br />
E si manifesterebbe con esso una notevole differenza rispetto alla situazione presente: se ora possiamo infatti lamentarci dei problemi e addirittura protestare contro le ingiustizie, sotto un regime di tal fatta potremmo al massimo tacere, perché si potrebbe essere addirittura costretti a dichiarare che tutto va bene.</p>
<p>L’esercizio della libertà di pensiero e di espressione, imprescindibile per la sussistenza della cittadinanza democratica, è già un ottimo motivo – tra le decine che si potrebbero menzionare – per rifiutare il ritorno, sotto vesti più meno mutate, di un aborto politico della modernità novecentesca.</p>
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		<title>Email Security</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 14:14:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Scienza e trasmissione del sapere]]></category>
		<category><![CDATA[IMAP]]></category>
		<category><![CDATA[PGP]]></category>
		<category><![CDATA[POP3]]></category>
		<category><![CDATA[SMTP]]></category>
		<category><![CDATA[SSL]]></category>
		<category><![CDATA[TLS]]></category>

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		<description><![CDATA[
L’era del Pc ha completamente stravolto la comunicazione prima con l’avvento delle chat e poi con l’arrivo dei social network. Tuttavia rimane ancora oggi la mail lo strumento preferito per comunicare e pertanto non va assolutamente trascurato in termini di sicurezza.
L’aspetto più delicato della sicurezza parlando di email è quello relativo al social engineering: in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/12/letterbox2-300x168.jpg" alt="Â©letterbox2" title="Â©letterbox2" width="450" height="230" class="aligncenter size-medium wp-image-1146" /><br />
L’era del Pc ha completamente stravolto la comunicazione prima con l’avvento delle chat e poi con l’arrivo dei social network. Tuttavia rimane ancora oggi la mail lo strumento preferito per comunicare e pertanto non va assolutamente trascurato in termini di sicurezza.<br />
L’aspetto più delicato della sicurezza parlando di email è quello relativo al social engineering: in questo ambito, attraverso l’uso degli ormai familiari phishing trick, l’attacco viene portato convincendo utenti poco smaliziati a cliccare su URL dannosi oppure su allegati contenenti codice malevolo.<span id="more-1131"></span><br />
Torniamo a parlare di sicurezza informatica questa volta in particolare di uno dei servizi più diffusi in assoluto su internet: la posta elettronica, attraverso la lettura di un’articolo pubblicato da Julian Evans <a href="https://plus.google.com/107626977802185757746/about">Google+</a> su “Hackin9” (n° 9, 2010).<br />
I servizi mail si contraddistinguono in due gruppi principali: email client e webmail.<br />
Se la vostra mail  è @gmail oppure @hotmail vuol dire che stiamo parlando di una webmail, nel caso in cui invece state utilizzando programmi come Microsoft Outlook piuttosto che Windows Live Mail o Mozilla Thurnderbird per gestire le vostre mail stiamo parlando di email client. Entrambi  i servizi nascono per inviare e ricevere mail, ma mentre la  webmail nasce per operare tramite internet e il browser senza la necessità di nessun software aggiuntivo, la email client richiede un programma installato in una macchina locale.<br />
Lo sviluppo di servizi mobili, come gli smartphone, ha spinto la maggior diffusione delle webmail perché permette la lettura di messaggi contemporaneamente da più dispositivi lasciando il corpo del messaggio nello spazio cloud messo a disposizione. Il protocollo utilizzato dalle webmail è l’IMAP, mentre per i mail client si parla di POP3 (Post Office Protocol version 3): in entrambi i casi i dati sono inviati senza criptazione. La mancanza di elevate misure di sicurezza unita al fatto che le webmail contengono al loro interno tutti i dati dei messaggi rendono le email contenuti appetibili per i pirati informatici ed è quindi necessario disporre di adeguate contromisure.<br />
Il protocollo di comunicazione più usato dai mail client è sicuramente SMTP (Simple Mail Transfer Protocol) il linguaggio che si occupa di comunicare con un server mail  tramite un ISP oppure un corporate service provider. L’SMTP è un protocollo del server mail in uscita che si occupa principalmente di tre funzioni: 1- verificare la configurazione e le credenziali dell’account; 2- inviare un messaggio a una destinazione definita; 3- occuparsi di tracciare il successo dell’operazione. Ogni server SMTP ha un suo indirizzo identificativo ad esempio parlando di hotmail il codice smtp sarà smtp.hotmail.com. Per ciò che riguarda invece la ricezione delle mail, il protocollo di comunicazione usato è il POP3. La funzione principale di questo linguaggio è quella di permettere il download di un messaggio inviato da un server SMTP. Anche in questo caso l’utente deve avere a disposizione un software come Outlook oppure Thunderbird configurato con un identificativo che nel caso di hotmail è del tipo mail.hotmail.com. Nel caso di client mail il messaggio rimane all’interno del server mail fino a che non viene scaricato nel computer locale pertanto l’aspetto critico di questo metodo è sicuramente il backup delle mail che deve essere fatto dal client. Un client configurato correttamente in termini di codici di SMTP e POP3 è in grado, utilizzando un software di posta elettronica, di inviare e ricevere mail, un esempio di un identificatore potrebbe essere helios1@hotmail.it.<br />
Una comunicazione SMTP completa potrebbe essere del tipo:<br />
Server: 220 smtp.attraversolospecchio.com ESMTP Postfix<br />
Client: HELO relay.attraversolospecchio.org<br />
S: 250 Hello relay.attraversolospecchio I am glade to meet you<br />
C: MAIL FROM: <bob@attraversolospecchio.org><br />
S: 250 Ok<br />
C: RCP TO: <alice@attraversolospecchio.com><br />
S: 250 Ok<br />
C: DATA<br />
S: 354 End data with <CR><LF>,<CR><LF><br />
C: From: “Bob Attraversolospecchio” <bob@example.org><br />
C: To “Alice Attraversolospecchio” <alice@attraversolospecchio.com><br />
C: Cc: theboss@attraversolospecchio.com<br />
C: Date: Tue, 27 Dec 2011 16:02:43 -0500<br />
C: Subject: Test message<br />
C:<br />
C: Hello Alice<br />
C: This is a test message with 5 header fields and 4 lines in the message body.<br />
C: Your friend,<br />
C: Bob<br />
C:<br />
S: 250 Ok queued as 12345<br />
C: Quit<br />
S: Bye<br />
{The server closes the connection}<br />
Analizzando il contenuto completo del messaggio va evidenziato: 1- <strong>l’indirizzo del mittente</strong> che è indicato all’interno del comando <strong>MAIL FROM</strong>; 2- <strong>l’indirizzo dei riceventi</strong>; nell’esempio riportato la mail è inviata a due mailbox appartenenti allo stesso server SMTP e i riceventi sono identificati dagli <strong>headers To e Cc</strong>; 3- <strong>l’avvenuta ricezione</strong> del messaggio che è indicata dal comando <strong>RCPT TO</strong>; 4- <strong>il codice identificativo di ogni operazione</strong> eseguita che nell’esempio è <strong>250 Ok</strong> che sta ad indicare operazione eseguito con risultato positivo; 5- <strong>il corpo del messaggio</strong> è riportato all’interno del comando <strong>DATA</strong> che viene trasmesso in linea per linea; 6-<strong>fine trasmissione</strong> con il comando <strong>QUIT</strong>.<br />
Per ciò che concerne invece le webmail il portocollo più utilizzato è l’IMAP. L’idea che supporta questo protocollo è quella di permettere ad un singolo account di leggere le mail presenti nello spazio cloud. In altre parole il protocollo IMAP permette di accedere tramite diverse interfacce web alle stesse mail che rimangono nel server fino a quando non vengono cancellate.<br />
Questa sua caratteristica spiega la sua diffusione nell’era dei smartphone dando la possibilità di accedere agli stessi contenuti in modalità diverse.<br />
Poichè però IMAP mantiene le mail nel server e permette l’accesso ai contenuti da diversi dispositivi richiede una maggiore attenzione dal punto di vista della sicurezza.<br />
Il problema nasce dal fatto che l’SMTP non cripta i contenuti dei messaggi anche se il server supporta la criptazione TLS (Trasport Layer Security).  Le credenziali di identificazione come account e password non sono crittografate e nel caso in cui la richiesta dei dettagli di login degli utenti viene accettata dal server &#8211; cosa che ahimè capita spesso &#8211; vengono inviate le credenziali in formato testo. I messaggi tramite SMTP includono inoltre informazioni sul dispositivo utilizzato per la richiesta. Una possibile soluzione dal punto di vista della difesa dei contenuti potrebbe essere sicuramente quello di utilizzare software specifici di criptazione come PGP, per chi voglia saperne di più rimando al post <a href="http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/comunicazioneinformazione/2010/06/28/cloud-computing-vs-security/">cloud-computing-vs-security</a> (giugno 2010). Rimane però da risovere nel caso di webmail il discorso del protocollo di criptazione dei dati di accesso al portale web. In tal senso esistono protocolli criptografici del tipo TLS o SSL: in entrambi i casi il fine è quello di prevenire le intrusioni e la falsificazione delle comunicazioni client server tramite TCP/IP. Il metodo prevede di verificare<br />
l’autenticità dell’indirizzo tramite scambio di certificati, che nella maggior parte dei casi è unidirezionale. Il sistema si basa sull’univocità del certificato rilasciato contenente l’URL verificato che essendo criptato non può essere falsificato. In altre parole l’uso del protocollo TLS ci permette: 1-<strong> la cifratura di tutto il traffico</strong> (messaggio e password) tra il vostro client e server di posta; 2- <strong>autenticazione del server</strong>, per cui si verrà avvertiti nel caso in cui il collegamento non avvenga con il server originale; 3- <strong>prevenzione dello spam</strong>.<br />
In ultima analisi vorrei mettere in luce quanto sia importante prestare attenzione nell’uso delle mail  e quante falle di sicurezza si possono celare dietro questo servizio che usiamo quotidianamente. Il protocollo TLS non può assicurare la riservatezza dei nostri messaggi dal momento che sarebbe necessario che tutti i server di transito utilizzassero TLS. Inoltre va ricordato che all’interno del server i messaggi sono leggibili quindi è necessarioi intervenire con strumenti a livello di messaggio come già citato PGP oppure S/MIME. Alcuni fornitori di servizi webmail propongono servizi di sicurezza complementari come quello proposto da gmail che propone una identificazione tramite codice inviato per SMS. Quest’ultimo caso è emblematico perché testimonia l’esigenza di fare di più in tal senso. Tuttavia voglio in conclusione come sempre ricordare che il primo strumento vero di sicurezza è l’utente che deve essere cosciente delle azioni che intraprende.</p>
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		<title>Flessibilità: la copertura ideologica di una mercificazione globale del lavoro a fini di dominio</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 22:32:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Flessibilità]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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&#8220;Una politica del lavoro globale potrà affermarsi solamente quando diverranno maggioranza le persone consapevoli che la richiesta di utilizzare la forza di lavoro solo quando serve, e fintanto che serve, non è uno strumento isolato del conflitto sociale. È piuttosto uno dei più insidiosi tra i tanti inclusi nell&#8217;armamentario dell&#8217;attacco politico che all&#8217;ombra di sedicenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©benttube" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/12/©benttube.jpg" alt="Â©benttube" /></p>
<p>&#8220;Una politica del lavoro globale potrà affermarsi solamente quando diverranno maggioranza le persone consapevoli che la richiesta di utilizzare la forza di lavoro solo quando serve, e fintanto che serve, non è uno strumento isolato del conflitto sociale. È piuttosto uno dei più insidiosi tra i tanti inclusi nell&#8217;armamentario dell&#8217;attacco politico che all&#8217;ombra di sedicenti ragioni tecniche &#8211; manco a dirlo il suo costo, a fronte del deficit del bilancio pubblico – viene da tempo condotto allo Stato sociale, in Italia come in altri paesi europei, nelle sue varie componenti: sanità, scuola, pensioni. Con un successo ormai evidente, soprattutto nel caso di queste ultime&#8221;.<span id="more-1127"></span></p>
<p>Con questo post chiudiamo il miniciclo dedicato al lavoro, presentando un altro libro del sociologo Luciano Gallino, dal titolo <em>Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità</em> (Roma-Bari 2010<sup>2</sup>).<br />
In tale saggio G. fornisce un quadro del <strong>fenomeno del mondo del lavoro che va sotto il nome di flessibilità</strong>. Ne illustra le cause (sintetizzabili in una ristrutturazione della produzione su scala mondiale avviatasi dagli anni ’80), gli effetti (consistenti soprattutto nella compressione dei costi e dei diritti del lavoro, che produce a cascata ulteriori danni umani e sociali), e gli usi ideologici (riassumibili nella celebrazione politica di virtù, dati alla mano infondate, sul piano della competitività e del miglioramento dell’occupazione).</p>
<p>In Italia e in altri paesi occidentali è ormai diventata <strong>costante la richiesta rivolta dalla politica alla società di ristrutturare le modalità di lavoro secondo una concezione ‘flessibile’</strong>. Ma cosa vuol dire precisamente flessibilità? Per G. si ricomprendono in questa categoria <strong>tutte le occupazioni che di fatto impongono alla persone di adattare l&#8217;organizzazione della propria esistenza alle esigenze della produzione di beni e servizi</strong>, sia nel settore privato che in quello pubblico. Questo adattamento può essere continuo e reiterato anche su tempi brevi, persino di mesi e settimane, così che è facile immaginare lo sconvolgimento delle normali condizioni di vita e, paradossalmente, il peggioramento delle stesse prestazioni lavorative.<br />
La varietà di queste occupazioni flessibili è molto ampia, ma si possono per G. distinguere <strong>tre grandi rami</strong>. Due sono quelli che comprendono i lavori regolari i quali si articolano secondo: 1) <strong>la flessibilità dell’occupazione</strong>, che è l’effetto della possibilità data alle imprese di adeguare costantemente la quantità di forza-lavoro impiegata, cioè di licenziare facilmente e di assumere (e riassumere) i lavoratori senza particolari garanzie grazie a una serie di contratti ‘atipici’; 2) <strong>la flessibilità della prestazione</strong>, che consente alle imprese di modulare le forme e i tempi del lavoro da parte dei dipendenti, anche quando assunti a tempo indeterminato. Il terzo ramo di occupazioni che risponde in sostanza ai canoni di questa tendenza alla flessibilità è quello costituito dal <strong>lavoro irregolare</strong>, in cui non esistono di fatto garanzie e diritti per i dipendenti. Le occupazioni flessibili regolari e il lavoro sommerso convivono spesso nello stesso sistema e si assiste di frequente a flussi che vanno dalle prime al secondo (e viceversa). Complessivamente, secondo le articolate valutazioni dei dati da parte di G., vi sarebbero circa 11 milioni di lavoratori in Italia che rientrerebbero in questi gruppi, distribuendosi all’incirca a metà: cinque/sei milioni di ‘flessibili’, cinque/sei milioni di ‘lavoratori in nero’.<br />
Alla base di questo fenomeno in netta crescita negli ultimi vent’anni sta, come accennato, <strong>una ristrutturazione mondiale delle forme di produzione</strong>. Questa ristrutturazione consiste in una <strong>riorganizzazione della catena produttiva</strong> che viene divisa in anelli sempre più stretti, cioè in piccole imprese, sparse per il mondo, che creano ognuna una parte del valore finale del prodotto. Tale scomposizione che porta tanti vantaggi alle cosiddette <em>corporations</em>, le quali raccolgono e guidano questi anelli disseminati, ha <strong>uno dei suoi obiettivi</strong> nella <strong>riduzione del costo del lavoro</strong>, che viene trattato come una qualsiasi merce e viene quindi adeguato al comandamento del <em>just on time</em>: la prestazione lavorativa viene applicata all’attività produttiva e remunerata secondo le strette esigenze di risposta produttiva ad una domanda del mercato. Ovvio che così <strong>si destrutturano le modalità tradizionali del lavoro</strong> che viene quindi più facilmente trasferito dai paesi avanzati in quelli in via di sviluppo dove il costo, i diritti, le tutele sono enormemente inferiori. Questa ristrutturazione ha messo così in concorrenza i lavoratori che vivono in condizioni dignitose nei paesi occidentali con quelli sfruttati delle aree dei paesi più poveri.<br />
La flessibilità è il nome che prende dunque tale <strong>concorrenza tra lavoratori che punta decisamente al ribasso dei salari e al peggioramento delle condizioni di lavoro</strong>. Essa è la figlia primogenita di una globalizzazione in cui vengono premiate le aziende che ricorrono alla maggior quota di questi lavoratori non garantiti. Si assiste in tal senso ad una sempre più diffusa <strong>deresponsabilizzazione delle imprese</strong> che, specie in un paese come l’Italia, scaricano il rischio sui lavoratori, coprendo con il manto ideologico della flessibilità le insufficienze sul piano della ricerca, dell’innovazione, della pianificazione industriale e delle relative strategie.<br />
Certo, non tutta la colpa è delle imprese, ma anche degli investitori, specie di quelli istituzionali, come i fondi pensione, i quali richiedono tassi altissimi, che costringono i produttori a ridurre i costi in maniera sconsiderata. Ma pure in questo caso interviene un’azione di copertura ideologica sulle modalità corrette di investimento. Ed è questo un compito assolto dai politici, tanto dagli esponenti di una destra più o meno liberale quanto dai socialdemocratici.<br />
È la politica infatti a <strong>porre la flessibilità come priorità, giustificandola con l’incremento dei posti di lavoro</strong>. Tuttavia, G. ha gioco facile nel mostrare ad esempio che spesso il numero delle ore lavorate nei paesi occidentali non è aumentato, ma è stato redistribuito nei flussi intermittenti delle occupazioni flessibili.<br />
Per raggiungere l’obiettivo della competitività attraverso la riduzione dei costi del lavoro l’agenda politica dei paesi occidentali, condizionata dal credo neoliberista, colloca al primo posto <strong>lo smantellamento della legislazione che garantisce i diritti dei lavoratori</strong>, frutto di battaglie sociali durate oltre un secolo. La nostra stessa Costituzione, con la centralità accordata al lavoro sin dall’art. 1, è un risultato altissimo di queste battaglie e mostra esemplarmente come esso costituisca<strong> la dimensione fondamentale della vita</strong>, sulla quale si può costruire la cittadinanza democratica. Non è dunque accettabile una sua mercificazione.<br />
G. segue quindi l’abbattimento delle garanzie e dei diritti dei lavoratori, iniziato in Italia nel 1993 e proseguito, dopo le brecce aperte dal centro-sinistra, con i provvedimenti del centro-destra nel primo decennio del XXI secolo, attraverso i quali si è data alle imprese la totale libertà di ricorrere alle forme di impiego in affitto, che sganciano il dipendente dalla realtà produttiva dove lavora.<br />
Ovviamente i politici nascondono o <strong>minimizzano la portata delle conseguenze delle occupazioni flessibili</strong>. Inoltre preferiscono curare gli effetti piuttosto che le cause della ristrutturazione produttiva, attraverso quella strategia europea che si chiama <strong>flessicurezza</strong>. La flessicurezza, che in Italia prende il nome di ‘ammortizzatori sociali’, è una soluzione che cerca di mantenere l’occupazione attraverso la formazione costante, la politica attiva del lavoro e  la generosità del sistema del welfare. Tuttavia appare <strong>una strategia di semplice contenimento</strong> anche negli stati più avanzati, come l’Olanda e la Danimarca. E certamente quello che si fa in questi paesi non è assolutamente possibile nel nostro per mancanza di risorse.<br />
Si tratta insomma solo di <strong>una riduzione dei danni</strong>, che sono gravissimi e si possono riassumere con il concetto di <strong>precarietà</strong>. Si tratta di <strong>uno stato di insicurezza oggettiva e soggettiva</strong>, che non permette di formulare progetti riguardo al futuro e intacca le condizioni di vita quotidiana, trasformando la stessa personalità dei lavoratori ed influendo decisivamente anche su quella dei figli che soffrono per l’insicurezza dei genitori, sviluppando addirittura strutture caratteriali asociali che si manifestano nella chiusura in se stessi o nella violenza. Per non parlare poi dei danni portati al lavoro stesso, dal momento che la flessibilità, cioè la precarietà, comporta demotivazione, scarsa qualificazione, mancanza di prospettive di avanzamento nella carriera, dispersione delle conoscenze.</p>
<p>Insomma questa nuova modalità di occupazione globale sta distruggendo sia sul lavoro sia, più in generale, nella società i fondamentali fattori di integrazione e prepara periodi di forte conflittualità. Nel nome della flessibilità si stanno disintegrando i legami coesivi del tessuto sociale da quelli sindacali, a quelli comunitari, per giungere addirittura ad intaccare quelli familiari. Mi sento di condividere dunque il giudizio di G. secondo cui si è in presenza di una regressione, cioè di una perdita di conquiste che sono costate gli sforzi (e spesso la vita) di milioni di persone tra Otto e Novecento. E concordo sul fatto che, come si viene scrivendo da qualche tempo sul blog, in realtà non si assiste ad una trasformazione sociale riconducibile a fattori puramente tecnico-economici, come vorrebbe farci credere l’ideologia della flessibilità. In realtà si scorge un tentativo di imporre una certa visione della società, estremamente inegualitaria e, da ultimo, antidemocratica. La battaglia sul lavoro è decisiva nella ‘guerra’, tutta politica, condotta ormai da alcuni decenni contro lo stato sociale, che è una condizione indispensabile alla fioritura di ogni cittadino in quanto persona.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Air Pollution</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 19:51:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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Una serie di dati significativa, raccolta nel corso di dieci anni, permette di mostrare le relazioni esistenti tra la presenza di agenti inquinanti in atmosfera e l’andamento delle precipitazioni.
La ricerca condotta dal Department of Energy’s Atmospheric Radiation Measurement ha messo in luce gli effetti devastanti, in termini di condizionamento climatico, che si possono generare in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/12/ashspiral-300x168.jpg" alt="Â©ashspiral" title="Â©ashspiral" width="450" height="230" class="aligncenter size-medium wp-image-1125" /><br />
Una serie di dati significativa, raccolta nel corso di dieci anni, permette di mostrare le relazioni esistenti tra la presenza di agenti inquinanti in atmosfera e l’andamento delle precipitazioni.<br />
La ricerca condotta dal Department of Energy’s Atmospheric Radiation Measurement ha messo in luce gli effetti devastanti, in termini di condizionamento climatico, che si possono generare in seguito ad una forte concentrazione di particolato in atmosfera, determinando uno squilibrio nel normale andamento delle precipitazioni. Lo studio ha dimostrato che l’altezza media di una nuvola convettiva in condizioni di inquinamento è mediamente il doppio di quella in condizioni normalI: in altri termini le probabilità di pioggia in un cielo non inquinato sono il doppio in certe condizioni mentre diventano bassissime in altre.<span id="more-1121"></span><br />
Torniamo a parlare di climatologia questa volta tramite la lettura di un articolo pubblicato su “Nature Geoscience” (13 Novembre 2011) dal titolo Rising air pollution worsens drought, flooding, new study finds (“Nuovi studi mettono in evidenza la relazione esistente tra l&#8217;aumento dell&#8217;inquinamento atmosferico e l’intensificarsi di fenomeni di siccità, inondazioni”), Università del Maryland, scritto da Zhanqing Li, Feng Niu, Jiwen Fan, Yangang Liu, Daniel Rosenfeld, Yanni Ding.<br />
Il team di ricerca capitanato da Zhanqing Li ha evidenziato la relazione esistente tra la presenza di aerosol, la densità delle nuvole e il bilanciamento delle radiazioni dell’atmosfera. Questa interazione conduce ad un cambiamento nel comportamento fisico dell’atmosfera, avendo un forte impatto nello sviluppo delle nuvole e nell’andamento delle precipitazioni. Anche se non si è ancora ben compreso quale possa essere l’effetto globale a medio e lungo termine, ciò che al momento si è potuto dimostrare è invece l’importanza della concentrazione dell’aerosol nello sviluppo verticale delle nuvole e nella frequenza di precipitazioni. E’ stato in particolare provato che l’altezza e lo spessore delle nuvole aumenta con la concentrazione degli aerosol misurati vicino alla superficie terrestre: si producono così nuvole a multi-fase, che contengono cioè acqua in fase liquida e ghiaccio e che hanno una base calda. L’effetto che si determina in tale dinamica è un aumento dei venti ascensionali molto più pronunciato nei periodi estivi (base calda). Per contro la concentrazione di aerosol non induce nessun effetto in nuvole dalla base fredda oppure che non hanno una bifase con presenza di ghiaccio. Inoltre la ricerca dimostra come la pioggia sia in quantità che in velocità dipenda dalla presenza di aerosol. In sostanza si può affermare che la pioggia aumenta con la concentrazione di aerosol in nuvole spesse che hanno un alto contenuto di acqua mentre diminuisce in nuvole a basso contenuto di acqua.<br />
Busalacchi, insigne professore e direttore dell’Università del Maryland Earth System Science Interdisciplinarity Center, definisce la comprensione di questi fenomeni un significativo passo avanti per lo sviluppo della scienza del clima e  della sostenibilità dello sviluppo. Sappiamo ormai quale sia l’’impatto che la concentrazione di areosol nell’atmosfera genera in termini di raffreddamento e condensazione della nuvola e quanto questo sia influente nel determinare l’intensificazione o l’inibizione delle attività di precipitazione. Le conseguenze sono molto semplici: una elevata concentrazione di aerosol intensifica la siccità nei paesi con già forti problemi di precipitazione, mentre ne intensifica in paesi con già problemi di attività piovose troppo intense. Gli studi di L. e dei suoi colleghi evidenziano la necessità di limitare in ogni modo le emissioni di inquinanti come sulfuri, azoto e idrocarburi per evitare l’intensificazione di fenomeni di precipitazione dalle conseguenze devastanti.<br />
La ricerca permette di avere un quadro più completo delle dinamiche indotte dalla presenza di agenti inquinanti nell’aria e non fa che confermare la consapevolezza, ormai da anni maturata in ambito scientifico, della correlazione esistente tra l’inquinamento e il cambiamento climatico. Se in una prospettiva puramente scientifica è necessario affinare ulteriormente le conoscenze, soprattutto in termini di dinamiche a lungo periodo, il lavoro compiuto dal team del Maryland è comunque sufficiente per dimostrare scientificamente quanto sia necessario intervenire tempestivamente sull’inquinamento. Il post nel suo piccolo vuole sensibilizzare le persone a questa tematica per prendere coscienza di quanto le scelte quotidiane determinino effetti sull’ambiente circostante sperando che in breve accordi internazionali possano portare a degli interventi massicci di riduzione dell’inquinamento. Tali interventi appaiono sempre più necessari e, anche se viviamo in tempi di crisi economica che tende a porli in secondo piano, dovrebbero diventare una priorità dell’agenda dei politici, i quali dovrebbero promuovere con scelte più caraggiose una svolta verso un modello di sviluppo mondiale ecosostenibile.</p>
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		<title>Il Risorgimento: dal mito nazionale alla complessità della storia</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 22:32:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Caserta, 9 novembre [1860]. Sera [...]
Ora odo dire che il Generale [Garibaldi] parte, che se ne va a Caprera, a vivere come in un altro pianeta; e mi par che cominci a tirar un vento di discordie tremende. Guardo gli amici. Questo vento ci piglierà tutti, ci mulinerà un pezzo come foglie, andremo a cadere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©characters3" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/11/©characters3.jpg" alt="Â©characters3" />&#8220;Caserta, 9 novembre [1860]. Sera [...]<br />
Ora odo dire che il Generale [Garibaldi] parte, che se ne va a Caprera, a vivere come in un altro pianeta; e mi par che cominci a tirar un vento di discordie tremende. Guardo gli amici. Questo vento ci piglierà tutti, ci mulinerà un pezzo come foglie, andremo a cadere ciascuno sulla porta di casa nostra. Fossimo come foglie davvero, ma di quelle della Sibilla; portasse ciascuna una parola: potessimo ancora raccoglierci a formar qualcosa che avesso senso, un dì; povera carta! &#8230; rimani pur bianca&#8230; Finiremo poi &#8230;&#8221; (Giuseppe Cesare Abba, <em>Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille</em>, Palermo 2010, pp. 109-110)<span id="more-1114"></span></p>
<p>Chiudiamo il breve ciclo di letture sul Risorgimento, che abbiamo proposto per i 150 anni dall’Unità d’Italia, presentando un libro di una studiosa irlandese, Lucy Ryall, dal titolo <em>Risorgimento. Storia e interpretazione</em> (Roma 1997). Anche questo saggio, come i precedenti libri di Banti e di Cafagna riguardanti lo stesso tema, è stato volutamente scelto tra i lavori già vecchi di qualche anno per sfuggire a qualsiasi rischio di assecondare una tendenza celebrativa (o polemica) eventualmente presente negli studi la cui pubblicazione è legata all’anniversario.<br />
E il libro della R. fornisce certamente un antidoto quanto mai forte contro ogni intenzione del genere, in quanto <strong>smonta pressoché completamente il mito storiografico del Risorgimento</strong> <strong>e le interpretazioni che a favore o contro di esso</strong> si sono succedute a partire dai primi decenni dello stato unitario e per gran parte del Novecento.</p>
<p>La R. fornisce inizialmente <strong>una sintesi della storia del ‘Risorgimento’</strong>, che si avvia con la crisi dell’<em>ancien régime</em> conclamatasi con l’occupazione francese alla fine del XVIII secolo. L’arrivo delle truppe di Napoleone diede una spinta traumatica ai processi di modernizzazione degli stati della penisola che si erano rivelati molto lenti, se non fallimentari.<br />
Il <strong>periodo della Restaurazione</strong>, successiva alla caduta dell’impero napoleonico e al Congresso di Vienna (1815), <strong>non va appiattito sui luoghi comuni</strong> dell’arretratezza e della reazione. Certo, vi furono governi degli stati preunitari orientati in senso fortemente conservatore, specie quelli dei pontefici, ma <strong>coesisterono o si succedettero nel tempo politiche molto diverse</strong>, non di rado volte ad introdurre, nel solco delle innovazioni francesi, un’amministrazione moderna. Si ebbero tuttavia <strong>molte resistenze</strong> sia nei settori più reazionari sia in quelli più progressisti e riformatori. Le frange più radicali di questi ultimi si raccolsero spesso in <strong>associazioni politiche, più o meno segrete</strong>, che organizzarono moti rivoluzionari (1820-1821, 1831, 1848-1849): il più importante esponente di questi gruppi fu senza dubbio <strong>Mazzini</strong>, ma accanto a lui, come capo militare, si affermò la figura di <strong>Garibaldi</strong>.<br />
Tutti <strong>gli stati preunitari si mostrarono però estremamente deboli</strong> sia sul piano interno, dove faticavano ad imporre una politica modernizzatrice per l’opposizione trasversale delle comunità locali, sia sul piano internazionale, dove forte era la dipendenza dall’egemonia austriaca.<br />
<strong>Lo stato più indipendente e certamente più equilibrato fu il Piemonte sabaudo</strong>, che sottratto alla diretta influenza dell’impero asburgico, costruì un regime parzialmente costituzionale e parlamentare che si rinsaldò negli anni ’50 del sec. XIX. Le <strong>ambizioni di espansione del regno sul Nord dell’Italia, supportate dall’Inghilterra e dalla Francia</strong>, condussero la monarchia dei Savoia a contrapporsi all’Austria. La politica del primo ministro <strong>Cavour</strong> e la costituzione della <strong>Società Nazionale</strong> &#8211; un’organizzazione patriottica – riuscirono a <strong>raccogliere il consenso delle élite democratiche e liberali, ma anche di quelle più moderate</strong>, che aderirono alla causa dell’unificazione nazionale intravedendovi la possibilità di procedere sulla strada della modernizzazione.<br />
L’esito fu l’unificazione quasi completa della penisola in seguito 1) alla vittoriosa <strong>‘seconda guerra di indipendenza’</strong> (1859), condotta con l’imprescindibile sostegno della Francia; 2) alla <strong>spedizione dei Mille </strong>guidati da Garibaldi, che portò ad unire al regno sabaudo anche la Sicilia e il Meridione (1860); e 3) <strong>ai plebiscit</strong>i attraverso cui le regioni centrali aderirono alla monarchia piemontese (1860).<br />
<strong>L’unità d’Italia non portò però alla risoluzione dei problemi</strong> che avevano gli stati preunitari, anzi, per molti aspetti essi ne furono <strong>aggravati per l’estrema diversità delle regioni che erano state rapidamente aggregate in un’unica entità politica</strong>. Le difficoltà indotte dalla fragilità finanziaria, dalla lenta industrializzazione, dalla centralizzazione statale, dalle proteste sociali (si pensi al banditismo), <strong>posero al centro della riflessione storiografica la questione</strong> del Risorgimento e delle sue conseguenze (in particolare l’avvento del regime fascista).<br />
<strong>Due interpretazioni principali </strong>si confrontarono nei primi decenni del secolo XX: <strong>quella del filosofo Benedetto Croce</strong>, che difese le conquiste liberali dell’Italia risorgimentale e postrisorgimentale, spiegando l’affermazione del fascismo come un effetto della prima guerra mondiale; <strong>quella dell’intellettuale comunista Antonio Gramsci</strong>, che interpretò il Risorgimento come una ‘rivoluzione passiva’, in cui la borghesia non seppe assumere quella funzione di guida, quella ‘egemonia’, la cui mancanza costrinse a ricorrere alla forza contro una classe contadina non coinvolta nella trasformazione politica nazionale.<br />
Nell’alveo di queste interpretazioni, per lunga parte del ‘900 <strong>si sono quindi susseguite ricostruzioni di impronta marxista o liberale</strong>, che hanno cercato di spiegare le insufficienze o i meriti politici dell’Italia unita (fino all’esito nella dittatura fascista) e i suoi ritardi e le sue debolezze nell’industrializzazione.<br />
La R. mostra efficacemente <strong>i grandi limiti di queste ricerche storiografiche: fortemente condizionate da ideologie politiche</strong>, <strong>caratterizzate in senso teleologico</strong> (cioè orientate ad interpretare il passato risorgimentale a partire dalle situazioni successive), <strong>basate su spiegazioni tendenzialmente monocausali</strong>, <strong>marcate dalla preminente rilevanza del fattore economico</strong>(-sociale) al quale l’evoluzione politica veniva forzatamente ‘armonizzata’. In sintesi, <strong>il dibattito si muoveva intorno alla ‘deviazione’ dell’Italia da un modello borghese di società che si sarebbe affermato in altri paesi europei</strong>.<br />
A partire dagli anni ’70-‘80, nel quadro di una più profonda trasformazione degli studi storici, sono state condotte ricerche sempre più numerose che hanno di fatto <strong>completamente disgregato il quadro di questo dibattito</strong>. Sono stati individuati <strong>nuovi campi di indagine</strong> della società del sec. XIX, quali ad esempio la famiglia; sono state riformulate le domande sulla sfera politica ed economica, ponendole su base locale e regionale e centrandole sulla dimensione comunitaria; sono state riviste le immagini tradizionali di arretratezza che tanto i liberali quanto i marxisti proiettavano sugli stati e sulle economie preunitari; sono stati indagati i governi ricostituiti dopo la Restaurazione; sono stati fatti confronti con le altre realtà europee, riscontrando fenomeni e problemi analoghi. Insomma, quello che questi nuovi studi hanno compiuto è stato <strong>l’accantonamento della nozione stessa di Risorgimento, con tutto il carico di giudizi di valore sull’unità d’Italia</strong>, il cui posto è stato preso da uno studio della società dell’epoca in una prospettiva più aperta.<br />
Ciò non vuol dire che questa ampia corrente di ricerca non abbia dei <strong>limiti</strong> (che peraltro nell’ultimo quindicennio sono stati in parte superati): ad esempio l’attenzione prevalente alle componenti strutturali della società; lo scarso interesse per i fattori culturali e ideologici che hanno condotto all’unità italiana; l’inadeguata valutazione del peso della chiesa. Tuttavia, essa ha l’indubbio merito di aver riformulato <strong>un più articolato questionario di ricerca intorno ai processi politici e sociali della ‘costruzione dello stato’ </strong>(<em>state building</em>), che non furono in Italia molto diversi dal resto dell’Europa.</p>
<p>In sede di commento vorrei aggiungere che la costruzione dello stato è a sua volta parte di un più generale fascio di processi secolari che può essere definito ‘modernizzazione’. I fenomeni che vi possono essere ascritti devono essere indagati in tutta la loro complessità, fatta non solo di avanzamenti, ma pure di arretramenti, di deviazioni, di percorsi che hanno condotto anche a binari morti, i quali sono un esito sempre possibile. Tuttavia, questa complessità, che ci fa giustamente abbandonare le prospettive monocausali e ideologiche del dibattito marxista e liberale sul Risorgimento, non ci deve far dimenticare che le nostre domande sulla storia (ma in generale sul mondo) operano tagli e selezioni sui fenomeni che sono necessari per cercare di comprendere la realtà. Queste operazioni di scelta nel caos degli eventi sono da ultimo riconducibili ai valori dell’individuo e, specificamente, dello studioso e a quelli della comunità politica e, eventualmente, scientifica di appartenenza. L’orizzonte di valori in cui deve essere iscritta l’indagine di quel gruppo di eventi mitizzati che va sotto l’etichetta di Risorgimento è quello della democrazia moderna, plurale e aperta.<br />
Questo astratto e condensato ragionamento di epistemologia della storia (e non solo della storia) l’ho fatto semplicemente per richiamare l’attenzione su un possibile effetto collaterale di questo benemerito e indispensabile lavoro di revisione storiografica: non vorrei che fosse possibile un uso politico di questa prospettiva più ricca, più critica e più complessa della storia, che faccia passare l’idea che si potesse stare meglio prima, nell’<em>Ancien Régime</em> o sotto i governi della Restaurazione. In un orizzonte democratico questo giudizio di valore non è assolutamente condivisibile. Ma potrebbe essere molto utile per i nuovi progetti politici non democratici che, dopo un periodo di latenza, di questi tempi ritornano in forze.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Orientamento – Mani nei capelli, perdita di controllo e scelta</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 11:39:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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		<description><![CDATA[Mani nei capelli. Da qualche tempo, in televisione e soprattutto su parecchi siti internet di informazione, si può vedere una vera e propria galleria di foto di operatori finanziari che esprimono lo sbigottimento, la perplessità, la preoccupazione, la disperazione. E la posa più gettonata è senza dubbio il mettersi le mani nei capelli. Ciò che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img title="Â©boat4" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/11/©boat4.jpg" alt="Â©boat4" />Mani nei capelli. </strong>Da qualche tempo, in televisione e soprattutto su parecchi siti internet di informazione, si può vedere una vera e propria galleria di foto di operatori finanziari che esprimono lo sbigottimento, la perplessità, la preoccupazione, la disperazione. E la posa più gettonata è senza dubbio il mettersi le mani nei capelli. Ciò che queste immagini, nell’uso quotidiano dei media, vogliono comunicare è il senso di impotenza di fronte a qualcosa che non si può controllare, che non si riesce a governare, quasi che si fosse di fronte ad una catastrofe ‘naturale’.<span id="more-1069"></span><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Istituzioni naturalizzate</strong><strong>. </strong>Ma è veramente ‘naturale’ quello che sta accadendo? O non si tratta piuttosto di una credenza indotta dalla cultura egemonica di questo tempo che maschera delle decisioni e dei rapporti di potere sotto le vesti di funzionamenti presuntamente oggettivi, in questo caso quelli del mercato? Per quanto si possa tirare in ballo l’automatismo di certe procedure, addirittura alcune informatizzate, per spiegare l’andamento dell’attuale crisi economico-finanziaria, non possiamo dimenticare che ci troviamo di fronte ad istituzioni umane che sono continuamente create e governate sulla base di scelte. Ora queste scelte – che qualcuno ha compiuto e compie – hanno come risultato un effetto di perdita di controllo.<strong></strong></p>
<p><strong>Perdita di controllo. </strong>Con ciò non si vuol dire che la perdita di controllo non sia realmente esperita, perché noi la viviamo così e probabilmente non pochi operatori finanziari la percepiscono così. Tuttavia sarebbe un interessante esperimento ideale poter aggiungere alla galleria propostaci dalla televisione e da internet le foto di tutti mediatori di una piazza d’affari per verificare se i loro gesti comunichino unanimemente il disappunto, la frustrazione e la disperazione. Temo che non pochi mostrerebbero le espressioni di chi sa quello che sta accadendo e soprattutto quello che sta facendo.<strong></strong></p>
<p><strong>La scelta.</strong><strong> </strong>Ora questa perdita di controllo sta ponendo i cittadini di fronte ad un’alternativa politica: 1) o accettare le condizioni imposte da quelle istituzioni che inducono la perdita di controllo e così vedere gradualmente compressi i propri diritti sociali, politici e infine civili, a vantaggio di poteri che progressivamente si manifestano sempre più oligarchici e autoritari; 2) o riformare radicalmente le istituzioni che inducono la perdita di controllo e che si stanno trasformando di fatto in strumenti di progetti politici antidemocratici, riformulando in maniera più equa per tutti alcuni fondamentali processi economici e sociali, al momento divenuti particolarmente ingiusti. <strong></strong></p>
<p>Il momento per compiere questa scelta è ormai giunto.</p>
<p><strong>Quattro anni. </strong>E il nostro blog, che compie quattro anni, vuole nel suo piccolo contribuire a chiarire ai lettori i termini di questa scelta, prendendo ovviamente posizione a favore della seconda opzione, quella della riforma democratica. <strong></strong></p>
<p><strong>Aspetti negativi.</strong><strong> </strong>Intanto il bilancio di quest’ultimo anno presenta luci ed ombre; e purtroppo sempre le stesse. Da un lato il numero dei partecipanti attivi è rimasto pressoché nullo, per quanto riguarda sia i post sia i commenti. Già da tempo siamo consapevoli del fatto che è proprio il nostro modo di veicolare le informazioni in testi lunghi e attraverso la recensione strutturata di libri e articoli a frenare la partecipazione; e per questo stiamo cercando di facilitare l’interattività degli utenti con gli strumenti offerti dai <em>social network</em>. Tuttavia, giudichiamo ancora positiva la nostra scelta ‘difficile’ perché offriamo qualcosa che in fase di lettura (e di scrittura) richiede un grado di ponderazione e di riflessione – quindi tempi più lunghi – che sono condizioni imprescindibili per un maturo esercizio della cittadinanza democratica. La democrazia è relativamente lenta e non segue i ritmi veloci della televisione; internet per contro offre le più diverse possibilità di utilizzo e di velocità, anche quella <em>slow</em>, che più si addice al ragionamento critico e alla qualità della vita pubblica e non.<strong></strong></p>
<p><strong>Dati positivi. </strong>Per fortuna rimangono anche i dati positivi: le statistiche mostrano numeri in significativa crescita. Per il 2011 è stato già superato in cifre assolute tanto il numero delle visite quanto quello delle pagine visitate; l’incremento previsto si aggira nel primo caso intorno al 20% annuo, nel secondo la percentuale è di gran lunga superiore, anche se il dato è meno significativo. Ma oltre ai dati quantitativi occorre mettere in evidenza anche un aspetto qualitativo, cioè la significatività tematica delle ricerche sul web che approdano al nostro blog: i problemi attuali trovano una risposta anche nella nostra offerta di informazioni e questo è senza dubbio un obiettivo prefissato per il blog che è stato raggiunto. <strong></strong></p>
<p>Siamo presenti dunque sulle questioni che interessano gli utenti-cittadini; ci mancano ancora scrittori e commentatori. Non resta che migliorare, perseverando.</p>
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		<title>La legittimazione democratica come parametro problematico degli interventi umanitari</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 06:11:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia globale]]></category>
		<category><![CDATA[intervento militare]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Abbiamo bisogno di regole e procedure che rendano l&#8217;intervento [umanitario] difficilmente giustificabile poiché [...] vi sono nazioni capaci di ingannare se stesse scambiando il desiderio di espandere la propria influenza nel mondo per una sincera preoccupazione altruistica di difesa della democrazia e dei diritti umani. Ma anche una volta soddisfatte tali regole e procedure, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©borderline" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/11/©borderline.jpg" alt="Â©borderline" />&#8220;Abbiamo bisogno di regole e procedure che rendano l&#8217;intervento [umanitario] difficilmente giustificabile poiché [...] vi sono nazioni capaci di ingannare se stesse scambiando il desiderio di espandere la propria influenza nel mondo per una sincera preoccupazione altruistica di difesa della democrazia e dei diritti umani. Ma anche una volta soddisfatte tali regole e procedure, la questione di fondo deve essere sempre: l&#8217;intervento apporta più benefici che danni?&#8221;.<span id="more-1061"></span></p>
<p>Continuiamo il ciclo sulla giustizia nel mondo globale presentando ancora una conferenza tenuta durante le <em>Oxford Amnesty Lectures </em>del 2002 dal filosofo australiano Peter Singer, dal titolo<em> Come possiamo impedire i crimini contro l’umanità?</em>. Il testo è stato pubblicato nella raccolta <em>Troppo umano. La giustizia nell’era della globalizzazione </em>(Milano 2005), pp. 106-156.<br />
Secondo una prospettiva problematica e orientata in senso pragmatico, S., noto per le sue riflessioni in campo etico, <strong>si interroga sulle condizioni di possibilità e di legittimità degli interventi armati atti ad impedire i crimini contro l’umanità</strong>.</p>
<p>Il filosofo australiano comincia innanzitutto col porsi la <strong>radicale questione delle ingiustizie umane</strong>, mettendo in discussione un consolidato paradigma esplicativo del XX secolo. Secondo tale <strong>paradigma ‘sociale’</strong> queste ingiustizie sono causate da condizioni di vita caratterizzate da povertà, ignoranza, oppressione, sfruttamento; per impedire quindi la violenza e i crimini sarebbe sufficiente agire migliorando tali condizioni.<br />
Tuttavia, per S., ci si è resi conto che vi sono <strong>cause più profonde, di ordine antropologico e socio-biologico</strong>, che predispongono certi individui della specie, soprattutto maschi, ad assumere comportamenti violenti che possono condurre all’eliminazione sistematica di gruppi di discendenza differenti, quindi potenzialmente al genocidio. Secondo S. non è questa fortunatamente la predisposizione principale degli uomini per <strong>affermare la propria discendenza</strong>, i quali preferiscono piuttosto <strong>raggiungere questo obiettivo interno alla specie stabilendo forme di cooperazione e di aiuto reciproco</strong>.<br />
Tutto ciò permette comunque di capire che, per quanto si possa efficacemente intervenire per sconfiggere la povertà, eliminare l’ingiustizia e migliorare l’istruzione, rimane comunque <strong>un pericoloso residuo potenziale di comportamenti violenti che richiede ancora un diritto e delle istituzioni</strong> che possano inibirli attraverso forme di deterrenza e di punizione.<br />
Emanare ed applicare delle leggi adeguate a questo scopo rimane ancora un problema aperto, soprattutto per i crimini commessi contro l’umanità. Infatti, nonostante i passi in avanti compiuti dal secondo dopoguerra, <strong>il diritto penale internazionale e</strong> soprattutto le istituzioni che possono esercitare <strong>la relativa giurisdizione non sono ancora realtà pienamente affermate e universalmente accettate</strong>.<br />
In questo contesto si cala per S. la questione dell’<strong>intervento armato</strong> per impedire tali crimini. Si tratta di <strong>un problema estremamente complesso</strong>, come mostrano già le difficoltà di definizione che si incontrano. Raccogliendo una serie di riflessioni, maturate soprattutto nell’ambito dell’attività delle Nazioni Unite e in particolare del suo segretario Kofi Annan (in carica dal 1997 al 2006), S. propone di ritenere giustificabile l’intervento “<strong>quando è la risposta (con ragionevoli speranze di successo) ad azioni che uccidono o provocano gravi lesioni fisiche o mentali a un gran numero di persone, o infliggono loro deliberatamente condizioni di vita che mirano a causare la loro distruzione fisica, e quando lo Stato nominalmente responsabile non ha i mezzi o la volontà di fermarle</strong>&#8220;.<br />
Se l’ONU costituisce indubbiamente il quadro di riferimento più legittimo nel quale si possono iscrivere tali interventi, tuttavia anche all’interno dei valori fondamentali di questa organizzazione vi sono istanze diverse e potenzialmente contraddittorie. Nel caso di episodi di violenza, che possono essere configurati come crimini contro l’umanità, è infatti <strong>difficile trovare un equilibrio politico tra la garanzia dell’autonomia degli stati nazionali e il rispetto dei diritti umani</strong>.<br />
Per S. vengono qui in questione soprattutto <strong>i limiti della legittimità dei comportamenti di un’organizzazione statale nei confronti degli individui e dei gruppi</strong>. Il filosofo australiano saggia quindi brevemente alcuni parametri di giustificazione di un possibile intervento armato; ad esempio: 1) la violazione dei diritti umani costituisce in sé un attentato alla pace internazionale anche se non sono coinvolti altri stati; 2) la stessa esistenza di una tirannia è già una minaccia alla pace, non essendoci finora mai stata una guerra tra due stati retti da sistemi politici democratici; 3) l’esercizio del potere da parte di uno stato non è più legittimo nel momento in cui commette direttamente crimini contro l’umanità o permette che siano commessi nel suo territorio.<br />
Dal vaglio di queste diverse possibilità S. passa ad approfondire <strong>il nesso tra democrazia, organizzazione statuale e legittimità</strong>. Se esiste infatti una tradizione di pensiero secondo cui la giustificazione di uno stato risiede nella capacità di controllare di fatto un territorio e quindi di governare i gruppi umani lì residenti, ne esiste un’altra secondo cui <strong>la sua legittimazione consiste nell’essere espressione dell’autogoverno di un popolo</strong>. Questa seconda corrente di pensiero, che ha radici secolari, ha trovato piena accettazione nella <em>Dichiarazione dei diritti dell’uomo</em> (1948) e anche nella più recente <em>Convenzione internazionale per i diritti civili e politici </em>(1976).<br />
A partire da questo principio <strong>il riconoscimento degli stati dovrebbe avvenire sulla base del rispetto di questo fondamento ‘popolare’</strong> <strong>e di un’attitudine inclusiva dell’organizzazione politica</strong> che trovano espressione nelle democrazie. Ma – si chiede S. – può l’ONU, al di là della promozione dei valori democratici, farne un requisito imprescindibile per diventare membro della sua organizzazione? Il rischio reale è infatti quello di lasciare fuori ancora molti stati e quindi di venir meno allo scopo fondamentale dell’organizzazione che è quello di mantenere la pace. Sono piuttosto altre le istituzioni internazionali che potrebbero far valere questo parametro, soprattutto quelle centrate sul controllo del commercio o della finanza globali.<br />
Nonostante che ci si stia muovendo in quella direzione, ci sono <strong>non poche obiezioni</strong> che possono essere sollevate contro la giustificazione di un intervento armato sulla base della difesa dei valori democratici. Al di là del fatto che più in generale il criterio costituito dalla democrazia occidentale potrebbe essere criticato come una forma di imperialismo culturale, per S. ci si può legittimamente interrogare sul fatto che tale organizzazione politica possa di per sé costituire una garanzia contro tali crimini. Il filosofo australiano risponde ancora una volta pragmaticamente che, pur non essendoci una certezza assoluta, il governo democratico di uno stato costringe comunque a dare conto pubblicamente del proprio operato politico: questa <strong>esigenza di trasparenza</strong> può concretamente diventare un efficace strumento di difesa dai crimini contro l’umanità.<br />
E proprio per la sua impostazione pragmatica di pensiero S. non si sottrae alla questione dei <strong>calcolo dei costi e dei benefici di un intervento</strong>. È infatti per lui evidente che ci sono situazioni in cui un intervento armato sarebbe giustificato in linea di principio, ma finirebbe per disattendere il criterio di ‘proporzionalità’, essendo i danni provocati di gran lunga maggiori di quelli che si cerca di impedire. <strong>S. distingue allora tra diritto di intervenire, che potrebbe configurarsi in molte circostanze, ed opportunità di esercitarlo</strong>, <strong>che potrebbe spesso indurre a rinunciare all’opzione militare per cercare strade diplomatiche</strong>.<br />
S. chiude quindi le sue considerazioni analizzando proprio <strong>i limiti di democraticità dell’</strong>istituzione più di altre indicata per determinare la legittimità di questi interventi umanitari, l’<strong>ONU</strong>. Questo difetto di democraticità va assolutamente corretto, procedendo da un lato alla <strong>destrutturazione del funzionamento del Consiglio di Sicurezza</strong>, con i suoi membri permanenti e con il diritto di veto, e dall’altro al <strong>potenziamento dell’Assemblea generale</strong>, che dovrebbe essere trasformata in un parlamento mondiale organizzato sul modello di quello dell’Unione Europea.</p>
<p>Se solo a questo punto S. si lascia andare a considerazioni ideali, che aprono ai possibili miglioramenti futuri nel senso di un’espansione globale della democrazia, il suo precedente ragionamento pragmatico costituisce un ottimo ingrediente per riflettere criticamente sulle recenti esperienze di intervento umanitario (Libia) e su quelle che sembrano prospettarsi (Siria? Iran?). Infatti, tale modo di ragionare potrebbe essere uno strumento per rendere cosciente l’opinione pubblica, che non si lascerebbe quindi “ingannare” da discorsi centrati sull’ ‘esportazione della democrazia’, dietro i quali spesso si nascondono ambizioni neo-imperialiste.</p>
<p style="text-align: right;">E. R.</p>
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		<title>The Lean StartUp</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 13:48:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[Eric Ries]]></category>
		<category><![CDATA[Genchi gembutsu]]></category>
		<category><![CDATA[Lean StartUp]]></category>

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		<description><![CDATA[
La situazione economica mondiale ci pone davanti a un bivio: o scegliere di affrontare la sfida della globalizzazione adeguandosi alle dinamiche mondiali oppure reagire chiudendosi in una situazione locale per offrire servizi con un valore aggiunto nel contesto regionale. Qualunque sia la vostra scelta è necessario però cambiare il modello aziendale e facilitare nuove iniziative: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1055" title="Â©whitecircle" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/11/©whitecircle-300x169.jpg" alt="Â©whitecircle" width="450" height="230" /><br />
La situazione economica mondiale ci pone davanti a un bivio: o scegliere di affrontare la sfida della globalizzazione adeguandosi alle dinamiche mondiali oppure reagire chiudendosi in una situazione locale per offrire servizi con un valore aggiunto nel contesto regionale. Qualunque sia la vostra scelta è necessario però cambiare il modello aziendale e facilitare nuove iniziative: da qui nasce il concetto di StartUp.<br />
Eric Ries definisce la startUp come un’<strong>organizzazione dedicata alla creazione di qualcosa di nuovo in un contesto di estrema incertezza</strong>: è il caso tanto di quelle persone che iniziano in un garage quanto di grosse aziende che vogliono percorrere nuove strade che al momento non sono battute sul mercato. L’approccio di un’azienda di questo tipo deve fondarsi su una maggiore efficienza degli investimenti e far leva principalmente sulla <strong>creatività</strong>, ma ha bisogno anche di un <strong>metodo scientifico</strong> per imparare <strong>sperimentalmente</strong> a misurare il proprio progresso unito alla capacità di apprendere ciò che il cliente realmente vuole. Invito chiunque fosse interessato a questo argomento alla lettura di un meraviglioso libro che tenta un viaggio all’interno di un’esperienza di business con un’ottica totalmente nuova e ricca di insegnamenti per ognuno di noi.<span id="more-1053"></span><br />
Parliamo di economia nel mondo della globalizzazione attraverso la lettura di un libro innovativo nel suo genere  dal titolo The Lean StratUp: come intrapredere oggi una iniziativa di continua innovazione per creare un business di successo (USA 2011), scritto da Eric Ries autore del popolare blog <a href="http://www.startuplessonslearned.com/"><em>StartUp Lessons Lerned</em></a>.<br />
Potremmo riassumere così i tre passi fondamentali per uno StartUp di successo:<br />
1- <strong>l’iterazione settimanale</strong>: l’innovazione aziendale spesso ha come forte vincolo la lentezza dello sviluppo. Il Nordstrom Innovation Lab rompe questo schema lavorando per obiettivi iterativi fino ad arrivare a costruire un intero prodotto in una settimana;<br />
2- <strong>Genchi gembutsu</strong>: il concetto preferito dal team di sviluppo della Toyota. Il termine indica letteralmente “andare a vedere di persona”, che rappresenta la rivisitazione della ditta giapponese del motto: “get out of the building”.  L’obiettivo è quello di confrontarsi faccia a faccia con i clienti, venditori manager e sviluppatori, tutti all’interno di un ‘negozio’ fisico per poter identificare con rapidità le opportunità da perseguire. L’intento è quello di costruire prodotti e testarne le caratteristiche al fine di ottenere un feedback il più velocemente possibile e il tutto alla luce del sole.<br />
3- <strong>esperimenti semplici e rapidi</strong>: pensare in grande e agire in piccolo, suddividendo l’obiettivo in esperimenti parziali, come fa il team di sviluppatori della Nordstrom Innovation Lab (Nordstrom Lab), i quali, per ottimizzare il tempo di sviluppo, hanno usato due iPad: uno nelle mani dei venditori  e l’altro degli sviluppatori. In questo modo il passaggio dalla richiesta del cliente all’aggiornamento del prodotto avviene in real time.Il metodo The Lean StartUp si basa su cinque principi fondamentali: 1- <strong>gli imprenditori sono ovunque</strong>: non è necessario partire da un garage per essere una startup, il concetto di imprenditorialità si estende a chiunque lavora per progettare nuovi prodotti e servizi in condizioni di grande incertezza di business; 2- <strong>l’imprenditorialità è management</strong>: una startup non si può identificare con il lancio di un prodotto, bensì definisce un’ istituzione e come tale richiede una gestione specifica per garantire il successo in dinamiche sempre più complesse; 3- <strong>l’apprendimento consolidato</strong>: la startup consiste in una struttura che non solo fa business ma che necessita di una serie di know-how consolidati da una continua sperimentazione scientifica per testare ogni elemento della visione di business; 4- <strong>il costruisci-misura-impara</strong>: l’attività fondamentale di uno startup è quella di trasformare un’idea in un prodotto misurando la risposta di gradimento del cliente e quindi di distinguere quando è il caso di cambiare  o di perseverare; 5- <strong>innovazione</strong>: una startup deve essere capace di fissare i traguardi e saper dare priorità ai lavori da eseguire.  Oggigiorno ci sono miriadi di startup che falliscono nel loro business non per la mancanza di idee ma per l’inadeguatezza degli strumenti a supporto delle strategie imprenditoriali. La pianificazione e la previsione a lungo termine, che sono state fino ad oggi le principali strategie di gestione, devono essere sostituite da sistemi di iterazione e controllo per poter ottimizzare la trasformazione di frutti dell’immaginazione in realtà di successo.<br />
Una startUp ha inizio da un’idea che deve essere convalidata dal mercato attraverso la progettazione di una serie di esperimenti atti a comprendere le potenzialità in termini di risposta della clientela. Se l’idea rimane il passo più importante, è altrettanto fondamentale progettare una serie di esperimenti per convalidare la validità della visione. Il motto che deve animare la fase sperimentale è: pensare in grande per agire in piccolo. Il metodo Lean StartUp propone di partire con la progettazione di un prodotto che non è tanto importante in se stesso, quanto piuttosto adatto a convalidare l’idea di core business. Immettere un prodotto sul mercato permette di avere: 1- un feedback dei clienti piuttosto che tante ipotesi teoriche; 2- interagire con i clienti comprendendone subito le necessità; 3- determinare il comportamento dei clienti anche se inaspettato. L’esperimento presenta in sé un prodotto vendibile. In questo modo si può generare un <em>feedback loop</em> del tipo <strong>Build-Measure-Learn</strong>, cioè costruire per misurare la validità e imparare ad agire in futuro.<br />
Il momento cruciale di ogni esperienza di sviluppo è la decisione di cambiare oppure continuare sulla stessa linea. Un imprenditore deve mantenere continuamente la tensione al mantenimento degli obiettivi prefissati e verificare costantemente se le ipotesi iniziali sono corrette; e in caso negativo deve avere il coraggio di cambiare.<br />
R. propone un modello imprenditoriale del tutto nuovo per rispondere alle  esigenze di sviluppo dove la creatività è il primo fondamento e l’innovazione è il motore del cambiamento. L’Italia deve avere la forza di cambiare lasciando spazio a queste nuove idee e aprire le porte a una competizione globale nel proprio paese. Ritengo che le riflessioni mosse da R. siano uno spunto per chi come me vuole aprirsi verso iniziative di innovazione e sviluppo.</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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