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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; adolescenti</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Ehi, bella, compra! Riviste per teenager e stili di consumo</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jan 2009 15:46:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
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â€œPossiamo quindi parlare di una politica editoriale che punta decisamente a costruire prodotti che possano colpire i giovani, divertendo e non annoiando, dando principalmente al lettore quello che egli si aspetta dalla rivista [â€¦], stando continuamente al passo con i tempi e, in definitiva, mutando al mutare dei gusti e delle tendenze, le quali sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/01/whoiswho.jpg" title="whoiswho.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/01/whoiswho.jpg" alt="whoiswho.jpg" /></a></p>
<p>â€œPossiamo quindi parlare di una politica editoriale che punta decisamente a costruire prodotti che possano colpire i giovani, divertendo e non annoiando, dando principalmente al lettore quello che egli si aspetta dalla rivista [â€¦], stando continuamente al passo con i tempi e, in definitiva, mutando al mutare dei gusti e delle tendenze, le quali sono altresÃ¬ influenzate dalle stesse azioni di magazine come questi che sollecitano continuamente nuovi bisogni, proponendo nuovi beni di consumo e nuove strategie comportamentali, anche importate dagli Usa. In un processo che Ã¨ tuttavia di tipo reticolare, in unâ€™azione che coinvolge lâ€™intero contesto comunicativo, dove vengono collocati anche gli altri media, e in cui tutti gli attori coinvolti contribuiscono in qualche misura a costruire un certo tipo di immaginario. In questo continuo scambio di input, i giornali per ragazzi si fanno al tempo stesso portavoci di certe tendenze e propositori di altre, in modo che il possesso di un determinato bene di consumo, lâ€™essere alla moda, lâ€™adottare un certo modello comportamentale (meglio se trasgressivo, inteso quindi come solo parzialmente disallineato) diventino un distintivo di appartenenza al gruppo o alla tribÃ¹.&#8221;<br />
<span id="more-179"></span><br />
In questo post presentiamo una microanalisi sociologica, che mostra la capacitÃ  di penetrazione nella vita quotidiana dei modelli di comportamento consumistico. Si tratta di un saggio di Mirco Peccenini, assegnista presso lâ€™UniversitÃ  di Ferrara, dal titolo <em>Rappresentazioni di stili di vita e di consumo nei periodici under 18</em>, comparso in â€œOrientamenti pedagogiciâ€ 54/1 (2007), pp. 51-76.<br />
In particolare, P. ha condotto unâ€™indagine sulle riviste femminili, sulla base di un campione di nove testate, per osservare un aspetto del rapporto tra giovani, nuovi media e nuove tecnologie.</p>
<p>In questa ampia rete di strumenti sofisticati, volti soprattutto, ma non esclusivamente, alla trasmissione di informazioni, <strong>i giovani</strong> non sono impigliati come in una tela di ragno, ma si <strong>muovono in maniera relativamente attiva</strong>. Lo provano le recenti ricerche di etnologia dei media, che mettono in evidenza delle <strong>modalitÃ  di selezione e di fruizione</strong> a prima vista inaspettate: ad esempio gli adolescenti relegano tendenzialmente in secondo piano la televisione, che pur rimane importante, a vantaggio di internet, della console e soprattutto del telefonino.<br />
CiÃ² non vuol dire che i condizionamenti di questa rete non siano forti. Del resto, i giovani sono diventati negli ultimi decenni <strong>un target privilegiato dei media</strong>: sono state infatti loro dedicate intere fasce di programmazione, se non addirittura interi canali (quelli che trasmettono prevalentemente videoclip musicali). Questa tendenza si puÃ² notare anche nellâ€™ambito delle riviste e <span>Â </span>delle pubblicazioni periodiche dedicate agli adolescenti: vi Ã¨ <strong>unâ€™offerta molto varia</strong> che risulta ulteriormente in espansione, come mostra la politica commerciale dei gruppi editoriali, orientata a sperimentare nuove soluzioni, per scovare o, meglio, creare nuove nicchie di mercato. I numeri che P. riporta per la pubblicistica destinata alle ragazze sono abbastanza impressionanti: 40 testate che vendono due milioni di copie al mese.<br />
Quali sono gli argomenti di queste riviste? Lâ€™autore individua <strong>tre principali orientamenti tematici</strong>: ci sono le testate che si occupano prevalentemente di spettacolo, gossip e attualitÃ  (anche se poi vi Ã¨ spazio per articoli e rubriche riguardanti le relazioni sociali, il look, la sessualitÃ ); altre, invece, sono espressamente generaliste e quindi trattano dei temi dellâ€™aspetto, del cuore, dei rapporti con i coetanei, servendosi spesso comunque di modelli celebri (attori, cantanti, ecc.) per presentare gli argomenti; infine, vi sono riviste che seguono dei temi specifici, come la cura del corpo.<br />
Per veicolare questi contenuti tali testate si sono servite, sin dalla fine degli anni â€™70 e poi soprattutto dagli anni â€™80, di <strong>modi espressivi americanizzanti</strong>, attraverso i quali sono stati promossi determinati stili di vita, connessi con una certa cultura del consumo, tramite lâ€™identificazione con divi del mondo dello spettacolo.<br />
Il consumo non Ã¨ infatti soltanto indotto dalla pubblicitÃ  esplicita e dal ricorso ai gadgets, che incentivano lâ€™acquisto di precisi prodotti; ma, in maniera ancora piÃ¹ efficace, Ã¨ promosso, allâ€™interno degli stessi servizi, lâ€™uso di determinati capi di abbigliamento, cosmetici, strumenti <em>hi-tech</em>. Attraverso questo <strong>mix di modelli espliciti e di messaggi subliminali</strong> si contribuisce in maniera consistente alla formazione degli stili di comportamento dei giovani.<br />
Gli adulti non hanno unâ€™effettiva consapevolezza di questo fenomeno, spesso immersi come sono in una rete <em>ad hoc</em> di stimoli consumistici. Eppure, si tratta di un problema rilevante, anche perchÃ© in queste riviste per ragazze si gioca una partita educativa di non secondaria importanza.<br />
Non ci sono infatti solo i servizi che si occupano delle stelle dello spettacolo, ma anche articoli e rubriche che si avvicinano ai <strong>problemi della vita quotidiana</strong>; cosÃ¬ pure fanno ad esempio le lettere delle lettrici oppure i test psicologici. Anche queste parti delle testate condizionano gli stili di comportamento delle adolescenti, pure se con unâ€™altra strategia. Ma soprattutto, come P. mette in rilievo, esse rivelano indirettamente <strong>lâ€™esigenza di risposte da parte delle <em>teenager</em></strong> su problemi riguardanti la sessualitÃ  e la contraccezione, lâ€™uso delle droghe e dellâ€™alcol, i rapporti interpersonali con i coetanei e i genitori. Nelle riviste, con un linguaggio vicino ed amico, magari infarcito di parole chiave del linguaggio giovanile, le ragazze trovano <strong>soluzioni che non sono offerte dalle agenzie educative tradizionali</strong>, in particolare dalla famiglia e dalla scuola. Tali soluzioni non possono perÃ² lasciare soddisfatte le istanze educative di tali agenzie: nelle rubriche, nei test, nei servizi si trovano infatti ricette sbrigative, risposte rapide e semplici, che spesso non agevolano un miglioramento, una maturazione nelle relazioni interpersonali delle giovani, ma rimangono di fatto <strong>superficiali</strong>. Ad esempio una maniera di affermazione che Ã¨ incentivata in modo prevalente nelle relazioni con gli altri rimane quella del look, dellâ€™apparenza e dellâ€™aspetto fisico: e questo valore si traduce ad esempio, sul piano delle pratiche, nel sempre piÃ¹ diffuso ricorso alla chirurgia estetica.</p>
<p>Come detto, ciÃ² non Ã¨ soltanto imputabile alle riviste, ma piuttosto ad una rete dei media che non solo offrono conoscenze e aprono tante possibilitÃ  di estendere la propria personalitÃ , ma spesso assumono, purtroppo, il ruolo di portavoce del mercato, insegnando ai giovani (e non solo a loro) stili di consumo che, con sguardo consapevole, non appaiono sostenibili. Come vedremo in un prossimo post sulla democrazia nella vita quotidiana, Ã¨ qui, anche nel modo di rapportarsi ogni giorno ai media in maniera cosciente e nella capacitÃ  di decidere riducendo i condizionamenti pubblicitari espliciti ed impliciti, che si combatterÃ  una battaglia decisiva per un mondo diverso e migliore. I genitori, gli insegnanti e gli educatori sono chiamati anche ad ascoltare e a far ascoltare ai nostri figli il canto delle sirene che invitano al consumo, ma Ã¨ bene, per resistere, aver un buon albero solido cui legarsi e fidi rematori con le orecchie turate di cera.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>L&#8217;epoca delle passioni tristi</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Feb 2008 23:10:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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Gli autori di questo saggio sono due psichiatri che operano in Francia, presso un centro per la cura delle malattie psichiche di bambini e adolescenti. Di fronte alla crescente richiesta di aiuto rivolta loro, hanno voluto interrogarsi sulla reale entitÃ  e sulle origini della massiccia diffusione delle patologie mentali tra i giovani (e gli adulti: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/02/occhio-terram.jpg" title="occhio-terram.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/02/occhio-terram.jpg" alt="occhio-terram.jpg" /></a></p>
<p align="justify">Gli autori di questo saggio sono due psichiatri che operano in Francia, presso un centro per la cura delle malattie psichiche di bambini e adolescenti. Di fronte alla crescente richiesta di aiuto rivolta loro, hanno voluto interrogarsi sulla reale entitÃ  e sulle origini della massiccia diffusione delle patologie mentali tra i giovani (e gli adulti: Ã¨ estremamente riduttivo considerare i giovani come unici &#8220;protagonisti&#8221; del libro). Dalle loro ricerche Ã¨ emersa la presenza di un malessere diffuso, di una tristezza comune a tutte le fasce sociali. Le cause di queste sensazioni di impotenza e di disgregazione sono dovute a vari fattori, il piÃ¹ importante dei quali sembra essere &#8220;il cambiamento di segno del futuro&#8221;, che da luminoso e promettente Ã¨ diventato oscuro e minaccioso. Il futuro, per quanto portatore di nuove conoscenze, non condurrÃ  alla soppressione delle sofferenze umane e neppure alla risoluzione della crisi della societÃ  che, da qualche decennio a questa parte, rende tutti instabili, insicuri e pieni di angosce di ogni genere. Le &#8220;passioni tristi&#8221; dei ragazzi sono il segno visibile di questa crisi. Esiste la possibilitÃ  di uscire dai &#8220;sintomi&#8221; che la rendono visibile, e cioÃ¨ dal dolore, dall&#8217;ansia, o addirittura dalla malattia mentale vera e propria? Il problema non Ã¨ uscirne, dicono gli autori: Ã¨ piuttosto quello di insegnare ai pazienti ad &#8220;assumere il proprio destino&#8221; e a scoprire le proprie potenzialitÃ , al di lÃ  di ciÃ² che li rende diversi rispetto alla cosiddetta &#8220;norma&#8221;.</p>
<p><span id="more-55"></span></p>
<p align="justify"><em>Lâ€™epoca delle passioni tristi </em>(Milano 2004) Ã¨ un saggio scritto da due psichiatri francesi: Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista di origine argentina, e GÃ©rard Schmit, professore di Psichiatria infantile e dellâ€™adolescenza allâ€™UniversitÃ  di Reims. B. e S. indagano sulla diffusione delle patologie psichiche tra i giovani, cercando di individuarne le cause e proponendo ai colleghi e ai lettori che abbiano a che fare con casi di grave disagio nuove piste e nuove pratiche cliniche.</p>
<p align="justify">Al centro di questo saggio si pone il problema della recente <strong>espansione delle patologie psichiche tra i giovani</strong>. B. e S. sottolineano alcune delle tendenze di fondo che determinano il disagio sociale dei bambini e degli adolescenti nella nostra societÃ : <strong>il cambiamento di segno del futuro</strong>, che non Ã¨ piÃ¹ pieno di promesse positive ma di oscure minacce (che gli adulti rendono spesso ancora piÃ¹ cupe e intollerabili per i figli), <strong>la necessitÃ  di essere ad ogni costo allâ€™altezza delle pressanti richieste della societÃ  contemporanea </strong>(per cui la maggior parte dei genitori non accetta che il proprio bambino non abbia <em>performances</em> <span></span>scolastiche pari a quelle dei suoi coetanei, o manifesti comportamenti socialmente non accettati), <strong>la formattazione degli individui mediante il ricorso ad etichette che tendono a livellare la loro molteplicitÃ . </strong>Molto interessante Ã¨ lâ€™idea che le persone vengano â€œetichettateâ€ a partire da una caratteristica che le rende ben riconoscibili, â€œdiverseâ€ rispetto agli altri, diciamo pure â€œal di fuori della normaâ€: in particolare, una persona affetta da patologia mentale verrÃ  arbitrariamente classificata come tale e tutto ciÃ² che riguarda la sua personalitÃ , anche quello che non ha nulla a che vedere con la diagnosi, verrÃ  identificato come <strong>sintomo</strong> di tale classificazione. â€œSi vedrÃ  uno schizofrenico che dipingeâ€ &#8211; spiegano gli autori â€“ â€œe la sua pittura sarÃ  quella di uno schizofrenico; si vedrÃ  un disabile impegnarsi in politica, e sarÃ  in primo luogo un disabile che fa politicaâ€. [â€¦] SarÃ  quindi lâ€™etichetta a strutturare, nella percezione sociale, lâ€™essere al mondo delle persone etichettateâ€. Ricevere unâ€™etichetta, dunque, significa essere imprigionati in una sorta di destino predeterminato: significa, per essere chiari, che una persona affetta da patologia psichica verrÃ  riconosciuta come â€œla sua malattiaâ€, non come essere dalle molteplici e magari inespresse potenzialitÃ . A partire da queste osservazioni, gli autori hanno elaborato proposte innovative per la presa in carico dei giovani pazienti con disagi psicologici.</p>
<p align="justify">Supponiamo che un ragazzo si presenti presso lo studio di uno dei nostri due psichiatri: egli lamenterÃ  senzâ€™altro la presenza di <strong>sintomi</strong> che gli rendono la vita insopportabile e chiederÃ  loro di farli sparire. Ma Ã¨ questo che Ã¨ giusto fare, sempre e comunque? No, perchÃ© quello che il paziente chiama sintomo Ã¨ spesso un elemento importante del suo â€œmodo di essere nel mondoâ€ e non Ã¨ detto che per lui sia un bene disfarsene. Il paziente verrÃ  accompagnato verso lâ€™accettazione della fragilitÃ  della vita in generale ed in particolare della sua, ma anche verso la scoperta delle potenzialitÃ  che possiede, o delle quali si riapproprierÃ  quando sarÃ  libero dallâ€™unidimensionalitÃ  dellâ€™etichetta<span> </span>e la molteplicitÃ  della sua persona potrÃ  venire alla luce; verrÃ  guidato verso lâ€™autonomia, verso la creazione di legami fondati su affinitÃ  elettive, â€œverso la gioia del fare disinteressato, del piacere di coltivare i propri talenti senza fini immediatiâ€. I sintomi che rendono â€œdiversoâ€ il paziente probabilmente non spariranno: sarÃ  piuttosto il paziente a cambiare il proprio atteggiamento verso i sintomi, ed insieme a lui, si spera, la sua famiglia e i suoi amici.</p>
<p align="justify">Unâ€™ultima osservazione: B. e S. parlano di â€œ<strong>assunzione del proprio destino</strong>â€, e spiegano che questa formulazione lascia inorriditi molti dei loro colleghi, per i quali il destino Ã¨ lâ€™esatto opposto della libertÃ . I nostri autori distinguono, invece, il destino dalla <strong>fatalitÃ </strong>: questâ€™ultima Ã¨ quella che si incontra ogni volta che si cerca di sfuggire al proprio destino, inteso come un insieme di condizioni, di storie e di desideri che determinano una singolaritÃ , una personalitÃ  ed il suo modo di essere nel mondo. Ãˆ inutile cercare di vincere il destino, perchÃ© si perde e ci si sente solo piÃ¹ impotenti: ci si sente in pace, invece, quando si cammina a fianco di esso [<em>augent volentem fata, nolentem trahunt</em>: il destino conduce chi acconsente e trascina chi si oppone].</p>
<p align="justify"><em>Lâ€™epoca delle passioni tristi </em>Ã¨ un libro pieno di idee e di spunti per chiunque voglia leggerlo. Tuttavia, ritengo che chi esercita la professione di psicologo, di educatore o di insegnante debba studiarlo con attenzione, per comprendere la gravitÃ  e la complessitÃ  della situazione che stiamo attraversando e per cogliere lâ€™innovazione profonda delle proposte avanzate dagli autori. La tristezza e, in molti casi, il disagio dei giovani sono ben noti a tutti, ma si mostrano con particolare evidenza a chi lavora presso i centri di psicologia e nella scuola; forse nella scuola diventano piÃ¹ incombenti, perchÃ© la maggior parte dei ragazzi e dei loro genitori (e qualche insegnante) chiude gli occhi di fronte <span></span>alla fragilitÃ  della vita, non gradisce la presenza di ragazzi che assumono comportamenti socialmente non accettati e desidera in modo piÃ¹ o meno palese che essi vengano â€œnormalizzatiâ€ oppure trasferiti in un altro istituto. A scuola si tende a â€œnormalizzareâ€ piÃ¹ di quanto accada negli studi degli specialisti, con effetti gravissimi per i bambini, per le loro famiglie e per coloro che li seguono.</p>
<p align="justify">Chi scrive lavora presso un Istituto comprensivo bolognese come insegnante di sostegno ed ha un allievo â€“ chiamiamolo Luca â€“ intelligentissimo. Luca presenta tuttavia i segni evidenti del grave disagio psicologico descritto da B. e S., le cui cause sono da ricercare nellâ€™ambiente famigliare deprivato al quale appartiene. La neuropsichiatra che lo cura non Ã¨ stata in grado finora (e si pensi che lo segue da molti anni) di indicare alcuna via che porti alla risoluzione non giÃ  dei suoi sintomi, ma delle situazioni che gli tolgono la serenitÃ  e lo rendono violento, chiuso e insicuro. La lettura di questo saggio Ã¨ stata di grande aiuto per chi scrive: perchÃ© non provare a togliere a Luca lâ€™etichetta di â€œmattoâ€ che tutti gli hanno affibbiato? PerchÃ© frenare sempre e comunque i sintomi del suo dolore, anche se sono veramente difficili da sopportare (lâ€™allievo Ã¨ iperattivo, offende i compagni, rifiuta con forza lâ€™aiuto, non parla con lâ€™insegnante di sostegno e non la vorrebbe tra i piedi, a ricordargli ogni giorno la sua diversitÃ )? PerchÃ© non cercare di farlo sentire amato cosÃ¬ comâ€™Ã¨? <span style="text-transform: uppercase">Ã¨</span> stato necessario chiedere alla Dirigente scolastica, ai colleghi delle varie discipline e agli altri alunni della classe di lasciare che il bambino manifestasse la sua personalitÃ : questo ha significato permettergli di lavorare da solo, accettare i suoi lunghi silenzi e le sue offese, consentirgli talvolta di uscire dalla classe e di non lavorare affatto, e comunque essere sempre pazienti, gentili e pronti a coinvolgerlo nelle varie attivitÃ , sperando di vedere prima o poi qualche risultato. E un risultato lâ€™abbiamo visto pochi giorni fa, quando Luca, durante una lezione di francese, ha guardato la sua insegnante di sostegno che stava in fondo alla classe e ha detto: â€œSimona, mi aiuti? Non so scrivere questa cosaâ€; un altro evento straordinario <span></span>Ã¨ accaduto proprio ieri, quando il bambino ha voluto giocare con un compagno che lo aveva invitato, ma che non gli era mai piaciuto e che aveva sempre ricoperto di insulti. Certo puÃ² trattarsi di due casi isolati, ma a chi scrive piace sperare che Luca stia gradualmente smettendo di sentirsi etichettato, che abbia percepito il tentativo degli adulti e dei compagni di avvicinarsi a lui, di non frenarlo, di non giudicarlo per il suo disagio.</p>
<p align="right">Simona C.</p>
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