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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; ambiente</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Il futuro del &#8216;68</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 23:08:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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&#8220;La poderosa fabbrica &#8211; moderna e postmoderna &#8211; dell&#8217;idiozia a presa rapida, che depersonalizza gli individui (e le collettivitÃ ) nella passivitÃ  connivente, fa leva sulla rottura e il nascondimento del nesso causa-effetto. Occultato il rapporto esistente fra profitto-tecnica-potere da una parte e sfruttamento-alienazione-eterodirezione dall&#8217;altra, la condizione di impotenza delle persone appare come un risultato &#8220;naturale&#8221;, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/11/68.jpg" title="68.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/11/68.jpg" alt="68.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;La poderosa fabbrica &#8211; moderna e postmoderna &#8211; dell&#8217;idiozia a presa rapida, che depersonalizza gli individui (e le collettivitÃ ) nella passivitÃ  connivente, fa leva sulla rottura e il nascondimento del nesso causa-effetto. Occultato il rapporto esistente fra profitto-tecnica-potere da una parte e sfruttamento-alienazione-eterodirezione dall&#8217;altra, la condizione di impotenza delle persone appare come un risultato &#8220;naturale&#8221;, il portato di una situazione &#8220;normale&#8221; e inevitabile. [...] Ecco un&#8217;altra ragione essenziale per cui il potere dominante ha un interesse strategico a distorcere e occultare il significato profondo del Sessantotto. Infatti: da lÃ¬ &#8211; da allora &#8211; viene la dimostrazione, teorica e pratica, che il &#8220;re&#8221; puÃ² essere messo a nudo, e destituito. E che noi &#8211; ognuno di noi insieme agli altri &#8211; possiamo costruire un mondo nuovo. Di consapevoli, e di artefici del proprio futuro.&#8221;<span id="more-167"></span></p>
<p>Ancora una ricorrenza anniversaria dÃ  impulso alla pubblicazione di un post. Dopo il ricordo dei sessantâ€™anni della Costituzione e della Dichiarazione universale dei diritti umani, ravviviamo la memoria del â€˜68. Come nei casi precedenti, cerchiamo di farlo non assumendo un taglio prevalentemente storico, ma proiettando i significati di questi eventi sulla vita politica odierna. Per far questo recensiamo un libro scritto da un noto leader studentesco di allora, Mario Capanna, dal titolo <em>Sessantotto al futuro</em> (Milano 2008).<br />
C. cerca di racchiudere nelle sue parole le vibrazioni e le atmosfere, che contrassegnarono <strong>una stagione di intensa partecipazione politica e civile</strong>. Ma, dopo aver delineato alcuni tratti fondamentali di quella rivoluzione culturale, C. ne ripropone esplicitamente lâ€™attualitÃ  rispetto alle sfide poste dalle conseguenze di uno sfruttamento scriteriato delle risorse del pianeta.<br />
La <strong>carica simbolica emancipatoria</strong> del â€™68 Ã¨ perÃ² ancora fortemente avversata da molti poteri costituiti, che si impegnano costantemente, specie in occasione degli anniversari, a denigrarne o a distorcerne la memoria. Sono soprattutto i â€˜<strong>pentitiâ€™</strong>, cioÃ¨ i protagonisti di quella stagione che poi hanno cambiato orientamento, a farsi portavoce della condanna del movimento, non di rado associato alle forme di violenza politica di tipo terroristico che sarebbero seguite negli anni â€™70. Ma sono altre ancora le <strong>colpe</strong> che vengono imputate al â€™68: aver diffuso il relativismo intellettuale e morale, <span>Â </span>aver indotto atteggiamenti cinici, aver provocato la svalutazione del merito e del lavoro, aver ingenerato una confusione tra diritti e doveri.<br />
Per C. queste accuse sono naturalmente infondate e danno una visione distorta e parziale di una rivoluzione culturale che ha cercato di <strong>smascherare i presupposti oppressivi del potere istituzionalizzato</strong> e, al contempo, di <strong>rinnovare</strong> tanto <strong>le categorie</strong> di comprensione del mondo quanto <strong>le modalitÃ  di convivenza </strong>tra gli uomini.<br />
Questo movimento di scala planetaria mise in evidenza <strong>le storture dei cosiddetti paesi democratici</strong>, corrodendo pacificamente â€“ ad es. anche attraverso la sperimentazione di nuovi modi di associazione e di partecipazione â€“ alcuni presupposti di legittimitÃ  dei poteri statali: Ã¨ il caso ad es. degli ideali di sviluppo e di progresso che invece celavano (e celano) una realtÃ  di sfruttamento di gran parte delle popolazioni del pianeta.<br />
Da qui muoveva <strong>la critica radicale alla guerra</strong>, che si espresse soprattutto nelle manifestazioni pacifiste contro il conflitto in Vietnam. La contestazione dei giovani fece ben presto proprie anche le rivendicazioni dei diritti delle donne e dei lavoratori. E pure in questo caso furono toccati dei gangli vitali del potere, che reagÃ¬ con dure repressioni. Secondo C. si trattava di una controffensiva diretta a soffocare <strong>il sorgere di una coscienza globale</strong>, che avrebbe scosso le fondamenta di un sistema di rapporti di forza planetari molto squilibrato.<br />
Lâ€™autore riconosce peraltro che dal movimento del â€˜68 furono commessi degli <strong>errori</strong>, quali le esagerazioni ideologiche, le analisi sbagliate sul socialismo, la ricerca esasperata di atteggiamenti controcorrente, la sopravvalutazione delle forze delle masse rispetto a quelle dei conservatori. Ma per lâ€™autore tanti sono i meriti di quella stagione, che possono essere sintetizzati appunto nellâ€™<strong>acquisizione di una nuova e generalizzata consapevolezza politica</strong> da riversare nel governo del mondo.<br />
Lâ€™intatta forza del messaggio del â€™68 si comprende quindi nellâ€™<strong>attualitÃ  della sua denuncia</strong> dellâ€™esito auto-distruttivo del sistema di produzione e consumo del capitalismo avanzato. C. si richiama al rapporto presentato allâ€™ONU nel 2007 da 2500 scienziati in cui si parla di <strong>pericoloso avvicinamento ad una soglia irreversibile nel rapporto tra uomo e ambiente</strong>. La cecitÃ  ecologica dei governi mondiali Ã¨ certo funzionale al mantenimento di una distribuzione estremamente diseguale delle risorse sul pianeta, per cui un 10% della popolazione detiene lâ€™85% della ricchezza, costringendo la gran parte dei restanti individui a vivere nella povertÃ  e nella fame.<br />
Questo sistema profondamente ingiusto Ã¨ stato naturalizzato da una dottrina del <strong>mercato</strong> che appare in realtÃ  assolutamente autoreferenziale; lâ€™uomo vi assume unâ€™importanza secondaria in funzione di un meccanismo di crescita illimitata della produzione (e della distruzione), che Ã¨ strumentale allâ€™arricchimento e potenziamento solo di gruppi relativamente ristretti. La concezione <strong>TINA</strong> (<em>There Is No Alternative</em>, â€˜non câ€™Ã¨ alternativaâ€™) Ã¨ di fatto avallata dai piÃ¹ importanti mezzi di informazione, ormai assimilati pienamente alla logica della produzione continua di merce.<br />
Lâ€™uso dissennato delle risorse porta tra lâ€™altro ad una <strong>concorrenza</strong> <strong>fortissima</strong> per il loro accaparramento; ed ecco quindi le guerre preventive â€“ incubatrici del terrorismo, il quale ne dovrebbe essere la causa â€“, che tra poco si combatteranno non solo per il petrolio, ma anche per lâ€™acqua.<br />
Nel rapporto dellâ€™ONU C. sottolinea la <strong>perentoria richiesta di una triplice svolta da parte degli scienziati</strong>: una <strong>rivoluzione della coscienza</strong>, una <strong>rivoluzione dellâ€™economia</strong> e una <strong>rivoluzione della politica</strong>. Il primo cambiamento radicale deve riguardare noi stessi, il nostro atteggiamento verso il mondo: per C. dobbiamo <strong>abbandonare la coscienza separata</strong>, che ci divide dalle cose e ci dispone a dominarle; Ã¨ necessario invece proporre una coscienza globale che ci unisca allâ€™insieme degli esseri e delle cose che formano il nostro ambiente (qualcosa insomma di simile allâ€™ecologia della mente, aggiungo io).<br />
Questa coscienza non deve solo mutare la direzione della tecnica, ma anche le modalitÃ  degli scambi economici e sociali. Una soluzione concreta esiste giÃ  per C. ed Ã¨ il <strong>commercio equo e solidale</strong>, che cerca di impedire lo sfruttamento in nome di un onesto guadagno. Tale forma di commercio deve peraltro costruirsi secondo delle reti continue di uomini e prodotti, che non creino squilibri, ma si ancorino ai territori. Unâ€™altra conseguenza di questa rivoluzione nellâ€™economia, su cui C. insiste molto, dovrebbe riguardare il <strong>lavoro</strong>: esso non dovrebbe essere vissuto come unâ€™ossessione, che porta nei paesi occidentali al suo accaparramento, ma dovrebbe essere piuttosto distribuito e <strong>soprattutto vissuto come un servizio per gli altri</strong>.<br />
Ma per interrompere questa tendenza autodistruttiva e poco umana che guida il sistema socio-economico mondiale Ã¨ appunto necessaria una rivoluzione della politica. Bisogna opporsi dunque a fenomeni negativi quali la sterilizzazione della democrazia attraverso forme di plebiscito mediatico, per cui conta piÃ¹ la moglie di un candidato che le sue idee o il suo programma. Lâ€™atteggiamento giusto da assumere secondo C. Ã¨ allora quello dellâ€™ <strong><em>I care</em></strong> (io mi prendo cura), che deve riguardare tutte le dimensioni della vita; un atteggiamento condiviso che porti ad una <strong>ricoesione sociale</strong> che contrasti la tendenza a costituire isole di interesse di gruppi ristretti.</p>
<p>Ed Ã¨ proprio questo il senso che attribuisco alla frase di Gandhi posta in epigrafe al nostro blog. La coscienza globale, lâ€™ecologia della mente, lâ€™ <em>I care</em> sono modi diversi di esprimere lâ€™opposizione allâ€™egoismo che, pur sempre presente nella vicende umane, Ã¨ stato enormente incentivato, nelle nostre societÃ  occidentali, dal consumismo, tanto da giungere fino alle soglie dellâ€™assurdo e dellâ€™inumano.<br />
Per questo motivo si puÃ² facilmente declinare il â€™68 al futuro, perchÃ© le sfide posteci attualmente ripropongono la necessitÃ  di invertire con coraggio la rotta, come allora si tentÃ² di fare. E diventa quindi un ennesimo sintomo dellâ€™atteggiamento conservatore della nostra Ã©lite di fronte a tali sfide globali, atteggiamento di cui tante volte abbiamo parlato, il coro di voci che, durante tutto questâ€™anno, da destra e da sinistra, ha mirato a ridimensionare o a rendere folkloristica quellâ€™esperienza storica cui invece dobbiamo tanto.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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