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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; Casta</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>L&#8217;università  truccata</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 04:15:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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&#8220;Il tema essenziale di questo libro è che l&#8217;università italiana non si riforma con gli appelli al civismo né con una nuova ondata di regole, prescrizioni e controlli, né con azioni della magistratura. Ciò che serve all&#8217;università italiana è una cosa sola: un sistema di incentivi e disincentivi adeguati, per cui sia nell&#8217;interesse stesso degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="couldyouentry.jpg" href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/06/couldyouentry.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/06/couldyouentry.jpg" alt="couldyouentry.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;Il tema essenziale di questo libro è che l&#8217;università italiana non si riforma con gli appelli al civismo né con una nuova ondata di regole, prescrizioni e controlli, né con azioni della magistratura. Ciò che serve all&#8217;università italiana è una cosa sola: un sistema di incentivi e disincentivi adeguati, per cui sia nell&#8217;interesse stesso degli individui cercare di fare buona ricerca e buona didattica, ed evitare comportamenti clientelari. Ma come far sì che gli individui, facendo il proprio interesse, attuino automaticamente comportamenti virtuosi? Basta applicare un principio molto semplice: «le risorse seguano la qualità», sia (e questo è importante) a livello di individui che a livello di atenei. Il vero indice della decadenza dell&#8217;università italiana non è tanto il famoso <em>brain drain</em>, cioè l&#8217;esodo di ricercatori all&#8217;estero, quanto il fatto che pochi studenti e ricercatori stranieri vogliono venire da noi a studiare e fare ricerca.&#8221;<span id="more-217"></span></p>
<p>Dopo esserci occupati dei problemi della scuola, volgiamo la nostra attenzione al settore terziario dell&#8217;istruzione e della formazione, quello universitario. Lo facciamo recensendo <em>L&#8217;università truccata. Gli scandali del malcostume accademico e le ricette per rilanciare l&#8217;università</em> (Torino 2008), un saggio scritto da Roberto Perotti già docente di economia alla Columbia University e ora alla Bocconi di Milano.<br />
Ripercorrendo alcuni recenti scandali del nostro mondo accademico, P. presenta ai lettori la <strong>situazione di grande difficoltà</strong> in cui si trova l&#8217;università italiana. Il suo saggio non si limita però alla denuncia, ma propone un progetto di riforma a partire da un&#8217;analisi dei problemi delle istituzioni universitarie, dai falsi miti che le giustificano, dai limiti delle soluzioni solitamente avanzate e delle velleità delle riforme che si sono susseguite.</p>
<p>Come mostrano gli scandali scoppiati all&#8217;università di <strong>Bari</strong>, i problemi che affliggono gli atenei italiani sono molteplici e tutti interconnessi. Il caso pugliese si contraddistingue in particolare per gli episodi di <strong>nepotismo</strong>, cioè l&#8217;attribuzione di posti a congiunti e parenti senza che nelle procedure di selezione concorsuale si tenga conto dei meriti. Non solo: figli, nipoti e altri parenti prima accedono senza solidi requisiti scientifici al ruolo accademico, poi bruciano le tappe della carriera, giungendo in brevissimo tempo a ricoprire l&#8217;incarico di professore ordinario.<br />
Tali comportamenti sono per P. il risultato di <strong>un sistema che non fornisce incentivi alle pratiche virtuose</strong>; anzi, il funzionamento delle istituzioni accademiche si basa su un &#8216;<strong>equilibrio perverso</strong>&#8216;: poiché si ritiene che tutti gli altri ricorrano a mezzi scorretti per imporre i loro candidati, ci si sente autorizzati ad usare gli stessi metodi per far vincere i propri. Ad aggravare la situazione si aggiunge il fatto che buona parte dei docenti non direttamente o marginalmente coinvolti in queste vicende non può denunciarle perché fortemente condizionato dalla minaccia di veder la propria carriera rovinata. Si crea dunque un <strong>clima di omertà</strong>, che P. non esita a definire &#8216;mafioso&#8217;.<br />
Questi e altri problemi connessi con il funzionamento dell&#8217;università sono da tempo riconosciuti da addetti ai lavori e da politici. Si rileva tuttavia la costante tendenza a limitarne la portata. Ed è appunto nel senso del ridimensionamento che agiscono quattro &#8220;<strong>falsi miti</strong>&#8220;, nei quali si ripone una diffusa, ma erronea, credenza.<br />
Innanzi tutto la <strong>penuria delle risorse</strong>: la denuncia della mancanza di fondi è, come è noto, un ritornello frequente; tuttavia, una considerazione non superficiale dei dati a disposizione dimostra che il problema italiano non risiede nella scarsità degli investimenti (la spesa per studente e quella per docente sono in linea con quelle europee), ma nella loro distribuzione: si favorisce ad es. <strong>l&#8217;aumento degli stipendi secondo l&#8217;anzianità</strong> e non secondo criteri determinati dalla produttività; ci sono quindi persone che rendono poco, ma guadagnano moltissimo.<br />
A questo lamento sulle scarse risorse si unisce un&#8217;orgogliosa rivendicazione, quella per cui, pur essendo &#8216;poveri&#8217;, <strong>i ricercatori italiani sono bravi</strong>. Per P. si tratta semplicemente di &#8216;retorica&#8217;, in quanto i criteri internazionali di misurazione dell&#8217;attività di ricerca, a partire da quello bibliometrico, mostrano per il nostro paese una posizione di retrovia. L&#8217;Italia non svolge affatto un ruolo di primo piano nella ricerca mondiale.<br />
E ciò va di pari passo con ciò che P. definisce <strong>l&#8217;incomprensione della ricerca</strong>. Le pratiche di <strong>nepotismo</strong> e <strong>clientelismo</strong> si attuano proprio lì dove non si capisce veramente quello che è il compito delle istituzioni universitarie: un lavoro costante di ricerca, fatto di abnegazione e sacrificio, che potrebbe anche non condurre da nessuna parte. Questa incomprensione crea quindi una condizione di &#8216;<strong>selezione avversa</strong>&#8216;, che spinge i migliori ad abbandonare un  campo in cui non ci si può far valere attraverso la competizione.<br />
L&#8217;ultimo falso mito è quello dell&#8217;<strong>università egalitaria</strong>, garantita da tasse non elevate. Solitamente si ritiene infatti che l&#8217;aumento delle rette possa pregiudicare l&#8217;accesso dei meno abbienti all&#8217;istruzione terziaria; tuttavia, per l&#8217;autore, con il sistema dell&#8217;università gratuita (o quasi) ci si trova paradossalmente di fronte ad una struttura di prelievo regressiva: si tratta cioè di un sistema di cui beneficiano sostanzialmente i ricchi, che pagano poco, e da cui non traggono effettivi vantaggi i poveri.<br />
Al contrario per P. le rette devono essere di molto aumentate per gli abbienti, in modo da <strong>sostenere i costi di un sistema universitario competitivo</strong>; i ragazzi con minori possibilità devono essere invece aiutati attraverso una politica di sussidi e di <strong>prestiti ad onore</strong> condizionati al reddito futuro. In altri termini, accanto al sostegno per le persone più disagiate economicamente, si deve istituire un sistema di prestiti per la maggior parte degli studenti, che dovranno rifondere nel tempo le somme ricevute secondo le capacità economiche raggiunte nella carriera lavorativa.<br />
E&#8217; questo uno dei cardini della riforma proposta da P., che prende le distanze da quelle avanzate dalla Moratti nel 2004 e da Mussi nel 2007. Tali tentativi di rinnovamento delle istituzioni accademiche si sono infatti inseriti nel solco di una delle <strong>tradizionali strategie </strong>adottate per affrontare i problemi dell&#8217;università: quella dell&#8217;<strong>intervento normativo</strong>. Per P., tuttavia, tale strategia si è rivelata più volte fallimentare, in quanto le varie riforme non si sono mai accompagnate ad una serie di incentivi che potessero in qualche modo far desistere dal costante aggiramento delle regole. E senza un complesso di incentivi si rivelano velleitari tanto i richiami ad un comportamento più morale e responsabile, quanto il ricorso alla magistratura, che fatica a formulare capi di imputazione di fronte a concorsi formalmente corretti, ma nella sostanza corrotti.<br />
La proposta di riforma di P. si fonda quindi sulla <strong>presenza di incentivi, di natura economica,</strong> a comportarsi in maniera tale da produrre una buona didattica ed una buona ricerca. Si tratta quindi di eliminare le posizioni acquisite e gli stipendi garantiti dall&#8217;anzianità e di valutare invece il merito nella produzione scientifica, in modo tale da poter pagare più un promettente ricercatore che un professore ordinario. Per fare ciò occorre accentuare la competizione attraverso <strong>una consistente distribuzione dei fondi secondo valutazioni della produttività</strong> <strong>in ambito scientifico</strong>. A questo punto gli atenei avrebbero tutto l&#8217;interesse ad acquisire i migliori ricercatori per ottenere più denaro dallo stato.<br />
Tuttavia, tale denaro non dovrebbe essere attribuito sulla base di criteri uniformi e centralistici, ma attraverso <strong>una valutazione compiuta da scienziati indipendenti</strong>, che tengano conto, per quanto possibile, delle specificità del singolo dipartimento sottoposto a giudizio e della qualità del singolo ricercatore. A questo provvedimento, integrato con il già accennato aumento delle rette universitarie, si accompagnano inoltre: 1) <strong>l&#8217;aumento della mobilità</strong> degli studenti, che è bassissima in Italia; 2) la <strong>liberalizzazione degli stipendi</strong> dei docenti, che devono essere messi alla prova; 3) <strong>l&#8217;eliminazione dei concorsi</strong>, che presuppone 4) <strong>l&#8217;abolizione della validità legale del titolo di studio</strong>; 5) la <strong>liberalizzazione della didattica</strong>; 6) l&#8217;<strong>estensione del numero chiuso</strong>.<br />
Da questa riforma deriverebbero a cascata le soluzioni per una serie di problemi: la questione della struttura dei corsi (3+2); il non facile rapporto tra università e imprese; la razionalizzazione e diminuzione dei corsi accademici; la riduzione dei tempi per la laurea; gli abusi delle lauree <em>honoris causa</em> e di quelle &#8216;facili&#8217;; il rapporto tra impieghi a tempo pieno e a tempo parziale per i docenti; la scarsa internazionalizzazione; il mancato ricorso alla <strong><em>peer review</em></strong> (cioè alla valutazione di attività scientifica individuale e di dipartimento da parte di altri scienziati); la piramide rovesciata dei ruoli accademici, caratterizzata cioè da uno strato troppo ampio al vertice (un numero di ordinari pari quasi a quello dei ricercatori).</p>
<p>Per la dettagliata trattazione di tutti questi aspetti si rinvia al libro; si rimanda inoltre alle conclusioni per l&#8217;individuazione di alcune criticità della riforma proposta, quali il possibile aumento dei costi, le nuove forme di favoritismo (per i figli dei finanziatori), la commercializzazione della cultura (influenza delle grandi corporations<strong> </strong>sull&#8217;attività di ricerca).<br />
In sede di commento mi limito ad una sola osservazione. La puntuale ricostruzione di P. non considera che il funzionamento delle istituzioni universitarie è di fatto in sintonia con una società, quella italiana, ancora basata sul rango. I potenti accademici non considerano la propria posizione come determinata solo da una professionalità personale, ma piuttosto come una dignità nobiliare: vocata quindi all&#8217;ereditarietà, foss&#8217;anche a favore di &#8216;figli adottivi&#8217;. In questo senso non sono convinto che la soluzione &#8216;tecnologica&#8217; e, per così dire, &#8216;comportamentista&#8217; di P. (incentivi-rinforzo) sia efficace. In realtà il piano decisivo rimane a mio avviso quello etico, che l&#8217;autore ritiene invece velleitario. Sono i valori della democrazia e della modernità, che, posti alla base della &#8220;scienza come professione&#8221;, devono essere condivisi dai membri della comunità di ricercatori. Riconoscere di fatto l&#8217;avidità come movente è invece molto rischioso, come mostra l&#8217;odierna crisi economica. E, dal mio punto di vista, non si tratta di una via obbligata perché la brama, per quanto sia un istinto importante, non è certo l&#8217;unico impulso fondamentale delle azioni umane.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Lo specchio della casta</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jul 2008 04:27:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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â€œNon Ã¨ nemmeno necessario che l&#8217;informazione sia tutta servile e sistematicamente ossequiosa (cosa peraltro probabilmente impossibile in una societÃ  e in un apparato di potere complesso,  articolato e persino sconnesso come quello italiano). Ãˆ sufficiente che la gran parte delle porzioni e dei segmenti del sistema informativo &#8211; a cominciare da quelli piÃ¹ importanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/07/spidernews.jpg" title="spidernews.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/07/spidernews.jpg" alt="spidernews.jpg" /></a></p>
<p>â€œNon Ã¨ nemmeno necessario che l&#8217;informazione sia tutta servile e sistematicamente ossequiosa (cosa peraltro probabilmente impossibile in una societÃ  e in un apparato di potere complesso,  articolato e persino sconnesso come quello italiano). Ãˆ sufficiente che la gran parte delle porzioni e dei segmenti del sistema informativo &#8211; a cominciare da quelli piÃ¹ importanti e autorevoli &#8211; facciano parte integrante del sistema di potere, siano intrinseci a una qualche sua importante componente o anche solo a un suo marginale frammento, servano interessi comunque consolidati, appoggino strategie in ogni caso interne alle dinamiche del Potere, perseguano obiettivi organici allo status quo anche se in termini di alternanza, ma mai di alternativa. In questo quadro Ã¨ consentita persino la rappresentazione ripetitiva e scandalizzata di una situazione istituzionale sgangherata e di una corruzione diffusa, ma a patto di non illuminare adeguatamente vie d&#8217;uscita che siano estranee al gioco degli interessi in concorrenza all&#8217;interno dello stesso sistema, o comunque capaci di far saltare il tappo del senso d&#8217;impotenza o dell&#8217;assuefazione della massa.â€<span id="more-122"></span></p>
<p>Recensiamo un altro libro di denuncia sulle degenerazioni della politica e della societÃ  italiana, <em>La casta dei giornali</em> (Viterbo-Roma 2007), scritto dal giornalista ed esperto di stampa ed editoria Beppe Lopez.<br />
Nel suo saggio L. descrive la situazione â€œscandalosaâ€ della stampa italiana, che gode di grandi aiuti pubblici (â€˜<strong>provvidenzeâ€™</strong>) in una misura che travalica qualsiasi logica di positivo sostegno alle attivitÃ  di informazione. Da questo stato di cose risulta seriamente <strong>danneggiata la stessa vita democratica del paese</strong>, in quanto non si configura una situazione di indipendenza dei giornali dal potere politico.</p>
<p>Se non fosse stato per unâ€™inchiesta della trasmissione â€œReportâ€, andata in onda nellâ€™aprile del 2006, i cittadini saprebbero ben poco di questa vicenda, nei cui confronti parecchi organi di informazione, a cominciare proprio dai piÃ¹ importanti quotidiani, si mostrano ovviamente molto reticenti. Una vicenda che in realtÃ  si radica nel passato della societÃ  italiana, in cui vi Ã¨ stata <strong>una perdurante tradizione di controllo e di dipendenza dellâ€™informazione dal potere politico</strong> (e non solo durante il fascismo).<br />
Tuttavia, Ã¨ proprio nella storia piÃ¹ recente della Repubblica che si sono verificate alcune gravi distorsioni, generate da un groviglio di norme inestricabile. Sicuramente risulta fondamentale, per comprendere questo quadro, la legge 416 del 5 agosto 1981, con cui si cercava di razionalizzare i rapsodici interventi assistenziali dei decenni precedenti attraverso un sistema di contributi, facilitazioni, rimborsi e sostegni per lâ€™innovazione, che avrebbero dovuto sorreggere le testate medio-piccole. Un <strong>sistema temporaneo</strong>, che sarebbe rimasto in funzione per cinque anni, un arco di tempo ritenuto sufficiente per il decollo delle iniziative editoriali.<br />
Da subito vi furono perÃ² altri interventi normativi che corressero e distorsero le buone intenzioni del legislatore: intenzioni che forse miravano anche al contrasto di eventuali forme di controllo non democratiche dei mezzi informativi, quali quelle prospettate dai piani della P2, scoperti proprio nel marzo del 1981. Tra questi provvedimenti Ã¨ certamente rilevante la legge 250 del 1990: essa consentiva in sostanza lâ€™istituzione di un organo di informazione sulla base della costituzione di un movimento politico, per cui era sufficiente la firma di due parlamentari. Ãˆ cosÃ¬ che nacquero tantissimi movimenti, che diedero vita a giornali largamente sostenuti finanziariamente dallo stato: ad es. <em>La  Convezione per la giustizia</em>, <em>Le ragioni del socialismo</em>, <em>Il movimento mediterraneo</em>. Alla crescita esponenziale di movimenti e soprattutto di testate sovvenzionate cercÃ² di portare un correttivo il governo Amato nella finanziaria del 2000; ma la forza degli interessi in gioco spinse di fatto ad una sanatoria per i giornali che giÃ  godevano dei contributi e degli altri vantaggi: per usufruire dei benefici gli organi dei movimenti avrebbero dovuto costituirsi in cooperative.<br />
L. tiene tuttavia a sottolineare che 1) la parte piÃ¹ consistente degli â€˜aiuti di statoâ€™ non riguarda i giornali di partito e che 2) lo scandalo piÃ¹ grande non sta nelle â€˜cooperative fasulleâ€™. I maggiori beneficiari delle â€˜provvidenzeâ€™ sono infatti i grandi gruppi editoriali, che sono giÃ  quelli che raccolgono la maggior parte della pubblicitÃ  che il sistema italiano dei media, sbilanciato sulla televisione, concede alla carta stampata.<br />
Ãˆ in realtÃ  molto <strong>difficile determinare con precisione lâ€™ammontare di queste forme di sostegno</strong> proprio per il groviglio legislativo che vi sta alla base. Secondo L. le â€˜provvidenzeâ€™ si aggirano intorno ai 700 milioni e sono principalmente costitute da rimborsi per la carta utilizzata, per le spese postali, per le comunicazioni telefoniche; da forme di credito di imposta (cioÃ¨ un credito di cui Ã¨ titolare il contribuente nei confronti dello stato) e di credito agevolato per le innovazioni tecnologiche; da fondi per la mobilitÃ  dei giornalisti; da aliquote fiscali agevolate per la vendita di molti prodotti (ad es. libri e videocassette). A ciÃ² si aggiungono i contributi per alcune radio e televisioni e varie forme di convenzioni per lo svolgimento di servizi di pubblico interesse: ad es. Radio Radicale riceve consistenti contributi per il servizio di trasmissione delle dirette parlamentari. Sempre da questa anomala situazione deriva tra lâ€™altro il fatto che in Italia vi sono ben <strong>dieci agenzie di stampa</strong> â€“ cosa che, a detta di Lopez, non si verifica in altri paesi. E proprio in ragione delle â€˜convenzioniâ€™ esse sono comunque dipendenti dal potere politico.<br />
Da questi presupposti, piÃ¹ o meno recenti, si Ã¨ costituito un sistema dellâ€™informazione e, in particolare, della stampa, che non pensa in maniera prioritaria a fornire un prodotto che possa essere accattivante per il lettore. In tal senso non Ã¨ un caso che a questa anomala situazione corrisponda in Italia <strong>una percentuale di vendita di quotidiani molto bassa</strong>: i prodotti commercializzati non sono infatti abbastanza attraenti, o sufficientemente vicini agli interessi dei lettori. Dâ€™altra parte, i grandi gruppi editoriali finiscono per soffocare o fagocitare i piccoli giornali locali (regionali e interregionali), restringendo cosÃ¬ lâ€™offerta sul mercato; e la stessa tendenza sta accadendo nei giornali <em>free press</em>, distribuiti nelle grandi cittÃ . Unâ€™ovvia conseguenza di questa situazione Ã¨ lâ€™<strong>omologazione informativa</strong>: un effetto contrario a quel pluralismo che le leggi di sostegno allâ€™editoria e alla stampa avrebbero dovuto promuovere. Queste <strong>concentrazioni di potere informativo influenzano fortemente la vita del paese</strong>, tanto che i gruppi che controllano i piÃ¹ grandi giornali, specie in questa fase di debolezza dellâ€™Ã©lite partitica italiana, hanno preso espressamente posizione nellâ€™agone politico (Ã¨ il caso tanto del â€œCorriere della seraâ€, quanto de â€œLa Repubblica&#8221;); in questo modo hanno portato allâ€™estremo la <strong>tradizione di politicizzazione della stampa del nostro paese</strong>, poco propensa a distinguere nelle sue linee editoriali tra fatti e opinioni (si veda al riguardo il post <em>La scomparsa dei fatti</em>).</p>
<p>Quale migliore specchio dunque per la casta della politica che una casta dei giornali? Il problema della situazione denunciata da L. non risiede tanto negli sprechi, che pure risultano cosÃ¬ insopportabili in un frangente economico difficile quale quello presente: ad es. migliaia di copie sovvenzionate dallo stato vengono regalate, cedute al prezzo simbolico di un centesimo o addirittura mandate direttamente al macero, perchÃ© assolutamente invendibili sul mercato, ma necessarie per i contributi. Lâ€™aspetto piÃ¹ grave della situazione consiste piuttosto nel <strong>condizionamento del normale svolgimento della vita democratica</strong>, in quanto Ã¨ difficile immaginare che unâ€™editoria cosÃ¬ assistita possa essere libera.<br />
Le grandi difficoltÃ  di riordinare il settore si sono palesate negli ultimi tre anni, quando si Ã¨ tentato di elaborare una normativa che cercasse di semplificare la selva di leggi con cui si alimentano le casse dei giornali, anche di quelli che non avrebbero bisogno. Come hanno mostrato, nel 2007, le travagliate vicende della riforma sullâ€™editoria elaborata dal sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo Prodi, Ricardo Franco Levi, il rischio Ã¨ non solo quello che i nuovi interventi non facciano chiarezza, ma che con essi si cerchino di controllare anche le forme alternative di informazione supportate dal web, quali i blog. Un controllo da esercitare in futuro con opportuni soffocamenti, burocratizzazioni e, magari, sovvenzioni.<br />
Cercheremo di tornare nei prossimi mesi su questâ€™ultimo argomento, visto che per ottobre si prospetta lâ€™intervento del nuovo governo sulla questione in assoluta continuitÃ  con quelli precedenti.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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		<title>Casta</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Dec 2007 18:50:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Casta]]></category>
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		<category><![CDATA[Politici]]></category>
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Casta! O forse sarebbe meglio dire: basta! In questo termine con cui due giornalisti, Rizzo e Stella, hanno cercato brillantemente di descrivere e denunciare la posizione e l&#8217;attività dell&#8217;élite politica italiana troviamo espressa la nostra insofferenza di cittadini, nonostante tutto democraticamente educati, per la condizione di inaccettabile separatezza dei nostri rappresentanti nel governo della cosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="©lacasta" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2007/12/©lacasta.jpg" alt="©lacasta" /></p>
<p>Casta! O forse sarebbe meglio dire: basta! In questo termine con cui due giornalisti, Rizzo e Stella, hanno cercato brillantemente di descrivere e denunciare la posizione e l&#8217;attività dell&#8217;élite politica italiana troviamo espressa la nostra insofferenza di cittadini, nonostante tutto democraticamente educati, per la condizione di inaccettabile separatezza dei nostri rappresentanti nel governo della cosa pubblica. Non è ammissibile la costituzione sistematica di privilegi, di reti di relazioni fondate su favori e parentele, di commistioni oscure con il potere economico e mediatico, e soprattutto di regimi di immunità  che diventa impunità  in barba allo spirito delle garanzie formali concesse ai deputati. La democrazia non è costituita solo da forme e procedure che preservano valori, ma è anche e soprattutto la sostanza di quei valori.</p>
<p><span id="more-28"></span></p>
<p>Cominciamo il nostro percorso verso una migliore conoscenza della politica italiana con un libro di grandissimo successo, La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili (Milano 2007), che è stato scritto da due stimati giornalisti, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, firme del Corriere della Sera.<br />
Il libro costituisce una sorta di &#8216;galleria fotografica&#8217; che immortala gli &#8216;orrori&#8217; della classe politica italiana negli ultimi 15-20 anni. Attraverso il racconto di una lunga serie di episodi i due autori mostrano come tale classe sia diventata un gruppo sociale separato, una &#8216;casta&#8217;, tutto proteso a: 1) accrescere i propri privilegi; 2) conseguire un facile consenso per conservare la propria posizione, per lo più a scapito di un&#8217;efficiente amministrazione del paese.<br />
Secondo gli autori la degenerazione della classe politica italiana è diventata sempre più evidente a partire dagli anni &#8216;80. Le cause sono diverse e vanno dallo scarso senso di responsabilità e cultura civica, all&#8217;arretratezza politico-istituzionale, per giungere ad alcune riforme inefficaci, applicate male o addirittura &#8216;dolose&#8217;.<br />
R. e S. paragonano i comportamenti della classe politica attuale a quelli più sobri dei loro predecessori nel secondo dopoguerra; fanno inoltre confronti, naturalmente sconfortanti, con le attuali élites di altri paesi; evidenziano infine alcune somiglianze degli atteggiamenti dei nostri politici con quelli di principi di  Antico Regime (precedenti cioè la Rivoluzione francese e l&#8217;egemonia europea di Napoleone). A questo riguardo si possono elencare alcuni tratti dei nostri deputati, ministri e amministratori vari, che ben si attaglierebbero alla descrizione di un potente d&#8217;altri tempi, tutto impegnato nella manifestazione, conservazione e trasmissione del rango: la grandezza del seguito (composto di uomini armati e concubine), il lusso, la distribuzione di cibo, lo sfoggio della titolatura, la conservazione dei privilegi anche dopo il venir meno della carica, la dinastizzazione (trasmissione di padre in figlio o nipote).<br />
Ma i due autori, più che ad illustrare gli atteggiamenti, si dedicano soprattutto ad esemplificare i privilegi e le &#8216;malefatte&#8217;: gli alti livelli delle indennità; i rimborsi per l&#8217;uso privato di beni e servizi pubblici; il mantenimento di portaborse in nero; l&#8217;assunzione di protetti e favoriti in ruoli inutili o inadeguati per le competenze dell&#8217;assunto; gli scandalosi finanziamenti ai partiti; i compensi d&#8217;oro per i dirigenti, ecc. Ma il diffondersi di questi comportamenti porta ad ulteriori perversioni del sistema pubblico: aumento inutile degli organici, assunzione di incapaci, mancata valutazione di rendimenti e meriti, forme di riciclaggio di politici sconfitti o esclusi in enti pubblici; e soprattutto la crescita delle spese che conduce a deficit insanabili.<br />
Diventa quindi chiara la necessità di un ricambio dei vertici politici a tutti i livelli e di una radicale rieducazione alla gestione della cosa pubblica; a ciò si deve accompagnare anche un&#8217;opportuna riforma istituzionale. Un caso positivo presentato da R. e S. è ad es. quello della politica dei tagli attuata dal governatore della Sardegna Soru; caso sul quale cercheremo di trovare informazioni da scrivere nei prossimi posts.</p>
<p>Senza dubbio <em>La Casta</em> costituiva un punto di partenza quasi obbligato per la nostra iniziativa, perché in fondo nasce dal medesimo humus. Tuttavia, il libro di R. e S. assolve soprattutto il compito di formulare dettagliatamente una denuncia che occorre conoscere ma, tenuto conto dei fini del blog, non basta; è necessario infatti procedere oltre, verso la comprensione dei processi politico-sociali in corso attualmente in Italia.<br />
Per questo motivo nei prossimi due post dedicati alla politica presenteremo un quadro più articolato della situazione italiana attraverso lo sguardo portatovi da alcune recenti ricerche sociologiche.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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