<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Attraverso lo Specchio &#187; consumismo</title>
	<atom:link href="http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/tag/consumismo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.attraversolospecchio.eu</link>
	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
	<lastBuildDate>Wed, 08 Feb 2012 20:48:14 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.3</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>Crescete e prostituitevi: la prostituzione come categoria dello spirito nell’Italia odierna</title>
		<link>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/societa/2011/02/10/crescete-e-prostituitevi-la-prostituzione-come-categoria-dello-spirito-nell%e2%80%99italia-odierna/</link>
		<comments>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/societa/2011/02/10/crescete-e-prostituitevi-la-prostituzione-come-categoria-dello-spirito-nell%e2%80%99italia-odierna/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 10 Feb 2011 10:21:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[consumismo]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[denaro]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.attraversolospecchio.eu/?p=847</guid>
		<description><![CDATA[&#8220;Per questo, semplicemente per questo, oggi il plutocrate di palazzo Chigi è imparagonabilmente più leggero di Bettino [Craxi], perché ha resettato dal suo computer personale il concetto di morale isolandolo dalla politica, così da non dover più preoccuparsi di contraddire valori etici non commerciabili. Berlusconi, in sostanza, non si sente in colpa, ma si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©thedoll" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/02/©thedoll.jpg" alt="Â©thedoll" />&#8220;Per questo, semplicemente per questo, oggi il plutocrate di palazzo Chigi è imparagonabilmente più leggero di Bettino [Craxi], perché ha resettato dal suo computer personale il concetto di morale isolandolo dalla politica, così da non dover più preoccuparsi di contraddire valori etici non commerciabili. Berlusconi, in sostanza, non si sente in colpa, ma si è ormai del tutto convinto di essere nel giusto risolvendo prima i suoi problemi personal-imprenditoriali con il sistema del monitor legislativo e poi pensando a un Paese a sua immagine e somiglianza, un Paese già così immorale da essere appunto adattissimo al salto di qualità del nuovo millennio: diventiamo amorali e non pensiamoci più. Compriamoci la nostra amoralità personale al mercato, favorito e organizzato dalla ‘nuova’ politica.&#8221;.<span id="more-847"></span></p>
<p>Sull’onda dei recentissimi fatti che hanno scosso (?!?) il nostro paese rispolveriamo un libro che, pur avendo già qualche anno, risulta quanto mai attuale: <em>Crescete e prostituitevi </em>(Milano 2005), scritto dal giornalista Oliviero Beha.<br />
B. pubblica, per sua stessa ammissione, un pamphlet moralistico sulla <strong>degradazione della politica e dell’etica in Italia</strong>, insistendo sull’idea che la vita degli individui e delle collettività si sia da tempo messa a <strong>rotolare lungo un piano inclinato che ci sta conducendo verso un disastro innanzitutto e soprattutto umano</strong>.</p>
<p>L’autore, mettendosi sotto l’egida delle denunce dell’ultimo Pasolini sulla degenerazione della società italiana e sulla sua mutazione antropologica, passa in rassegna vari ambiti, a cominciare da quello che lo riguarda professionalmente, la <strong>stampa</strong>. B. ne tratteggia in poche pagine le attuali miserie: salvo poche eccezioni, essa è ormai <strong>una sorta di appendice pubblicitaria dei poteri economici e politici</strong>, che spesso tende a ridurre tutto, per interessata comodità, al ‘derby’ tra berlusconiani e antiberlusconiani. Il servilismo dei giornalisti è purtroppo indotto da <strong>un precariato che fiacca ogni resistenza etica dei giovani</strong> e che dunque vanifica spesso qualsiasi codice deontologico dei futuri professionisti. Con sempre maggior frequenza, quindi, le notizie escono solo se non è possibile fare altrimenti – insomma se sono troppo grosse – o se fanno l’interesse di qualcuno.<br />
B. ritiene che al momento <strong>la rete</strong> possa costituire una valida alternativa per garantire il diritto all’informazione dei cittadini. Egli teme però che vi si possano riprodurre gli stessi meccanismi che si rinvengono nella stampa perché i poteri economici e politici stanno al contempo comprimendo e accaparrandosi gli spazi del web.<br />
Tuttavia, è bene ricordare che persino la stampa e più in generale l’informazione ebbero <strong>una loro stagione di maggior libertà</strong> durante <strong>Tangentopoli</strong>, quando, in seguito al crollo della struttura partitica che aveva egemonizzato fino ad allora la vita repubblicana, si prospettò per l’Italia la concreta possibilità di cambiare in meglio. Emerse allora un quadro generalizzato di <strong>commistione illegale tra politica ed affari</strong>, che permeava di corruzione l’intero paese: si trattava di <strong>una vera e propria ‘prostituzione’ diffusa</strong>, esercitata quindi non solo dalle élite, ma penetrata non di rado sino ai livelli inferiori della società.<br />
Purtroppo, il <strong>forte desiderio di un rinnovamento etico</strong> fu ben presto soffocato dai resti di una classe politica e di un ceto imprenditoriale che, superata la tempesta, ritennero di poter <strong>tornare a malversare come prima</strong>, magari approntando preventivamente gli strumenti legislativi con cui potersi fare scudo contro nuove indagini condotte dalla magistratura sulla corruzione. E se Silvio Berlusconi fu il protagonista indiscusso di questa nuova tendenza politica, la cosiddetta sinistra – che in realtà si stava già progressivamente spostando verso il centro-destra – non seppe opporre resistenze, anzi si prestò a frequenti connivenze.<br />
Narrando questo passaggio storico fondamentale per il nostro paese, B. coglie l’occasione per sottolineare le <strong>differenze</strong> tra <strong>(1)</strong> i principali esponenti della classe politica uscita di scena con ‘mani pulite’, <strong>Craxi e Andreotti</strong>, e <strong>(2) Berlusconi</strong>: se i primi si sono resi responsabili di misfatti fors’anche peggiori dei ‘malaffari’ in cui è coinvolto il secondo, certo essi avevano <strong>un’educazione al potere</strong> che al sedicente imprenditore manca completamente. In altre parole, se <strong>i primi si comportarono in maniera immorale</strong> rispetto ad un’etica pubblica che pure conoscevano, <strong>il secondo</strong> <strong>si muove nella totale amoralità</strong>, ignorando completamente quella stessa etica pubblica.<br />
<strong>Non si è così avuta più alcuna consistente mediazione tra il denaro e la politica</strong>, la quale <strong>con Berlusconi è diventata una “questione contabile”</strong>, come mostrano tantissimi recenti episodi di <strong>vendita di persone</strong>. Questa tendenza, tutt’altro che assente in precedenza, è negli ultimi anni divenuta così prevalente (1) da costituire il <strong>modello di riferimento per molti comportamenti di individui e gruppi</strong> nel nostro paese e (2) da <strong>far assurgere la ‘prostituzione’</strong>, cioè la vendita di se stessi in corpo e anima, <strong>a paradigma di relazioni sociali sempre più diffuse e significative</strong>. E tutto ciò ha avuto molteplici conseguenze negative per l’etica degli italiani, su cui B. si dilunga per molte pagine.<br />
La <strong>mercificazione</strong> di parti sempre più ampie della propria vita e addirittura dell’intera persona comporta certamente <strong>un’alienazione da sé</strong>: si subiscono così <strong>un estraniamento ed un allontanamento da valori che non dovrebbero essere commerciati</strong>. Il nocciolo etico che racchiude tali valori diviene per B. sempre più sepolto da <strong>strati di consumismo</strong>, i quali sono <strong>depositati da un discorso pubblicitario veicolato soprattutto dal principale induttore di ‘prostituzione’</strong>, la <strong>televisione</strong>.<br />
È ovvio che un tale <strong>calo di tensione etica</strong>, dovuto al fatto che tutto può essere comprato, implica un <strong>crollo del senso di responsabilità</strong>, per cui <strong>non ci si sente più in colpa per aver commesso determinate azioni</strong>: l’importante è infatti raggiungere l’intento che ci si è prefissi. Si possono facilmente immaginare le conseguenze di un tale modello sui comportamenti: 1) <strong>tutte le attività vengono così parametrate al denaro</strong> e su quel criterio è quindi misurata la rilevanza di quel che uno fa: uno non guadagna molto perché è bravo, ma è bravo perché guadagna molto; 2) tali attività non possono che essere <strong>permeate di un alone di inautenticità e di menzogna</strong> – si pensi proprio al Presidente del Consiglio –, visto che il fine esclusivo è il tornaconto personale, poco sostenibile in una società orientata (sulla carta) da valori democratici; 3) si diffonde quindi <strong>la diffidenza</strong>, perché, per perseguire solo il proprio interesse personale, ci si deve imporre contro gli altri e non progredire con gli altri: e così la fiducia che rinsalda la comunità viene meno, con effetti letali per la democrazia.<br />
Paradossalmente – ma fino ad un certo punto –, <strong>il volano di questa ‘prostituzione’ generalizzata non è segreto</strong>, ma è davanti agli occhi di tutti: si tratta, come detto, della <strong>televisione, la grande meretrice</strong> secondo B., che prende da tutti e dà solo a qualcuno. <strong>Le trasmissioni di intrattenimento e specialmente i format dei <em>reality</em> stanno infatti veicolando un sistema di valori pubblicitario che plasma in senso consumistico ed egoistico i comportamenti delle persone</strong>, soprattutto dei giovani. E contro questi modelli, sempre più amorali, poco possono fare le agenzie educative tradizionali (come la famiglia, la parrocchia e soprattutto la scuola), spesso a loro volta già infiltrate da forme di vita pubblicitarie.<br />
B. dedica specificamente alcune pagine alle <strong>miserie della scuola e dell’università italiane</strong>, che, oltre ad essere letterali – non hanno soldi –, sono provocate anche da situazioni di privilegio certamente non utili per una riscossa morale del paese. In particolare, l’autore si sofferma sull’<strong>incapacità dell’educazione scolastica di far sviluppare negli allievi un dialogo interiore</strong>, quello con la propria coscienza, che possa far crescere il senso di vivere responsabilmente nel rispetto di sé e degli altri.<br />
Pur prospettando in chiusura scenari pessimistici, B. propone anche una possibile reazione a tale stato di cose: quella di <strong>propagandare la nostra più grande ricchezza, la cultura</strong>, che nell’epoca di Berlusconi ha subito un regresso impressionante. Come hanno fatto gli agenti di Publitalia per fondare il partito del loro padrone, sarebbe necessario impegnarsi in azioni ‘porta a porta’ di diffusione di un patrimonio di idee, di valori, che nonostante tutto ancora possediamo. Ed è, nel suo piccolo, ciò che tentiamo di fare anche con il blog.</p>
<p>Molte sarebbero le considerazioni da sviluppare in sede di commento per attualizzare ancora di più le riflessioni di B.; mi limito soltanto a rilevare che, al di là degli aspetti penali che le vicende di questi giorni coinvolgenti Silvio Berlusconi certamente implicano, la questione si pone soprattutto sul piano etico-politico. Ed eccone un risvolto: è infatti indubbio che le giovani prostitute recatesi ad Arcore, per quanto possano avere esercitato intenzionalmente una ‘professione’ antichissima (ma, a mio avviso, molto raramente compatibile con la dignità di una donna moderna ed emancipata), sono state indotte dall’ambiente a percorrere quella strada per cercare la realizzazione personale, nonostante ‘lauree a pieni voti’, ‘bella presenza’, speranze e sogni propri di quell’età, etc. Le principali responsabilità per questa mercificazione dei corpi e delle anime e per il correlativo disprezzo dei meriti, dai costi umani elevatissimi, è indubbiamente (1) di coloro che sostengono un capitalismo consumistico sfrenato, (2) di coloro che controllano i media (in particolare televisivi) e la comunicazione pubblicitaria e (3) di coloro che fanno politica. È evidente che non si può trovare quindi persona più colpevolmente responsabile di questa situazione che l’attuale Presidente del Consiglio, tanto più che è proprio lui che ha approfittato di questa configurazione del potere per abusare concretamente della dignità di persone libere che a queste ragazze spetterebbe di diritto in una società democratica.</p>
<p align="right">E. R.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/societa/2011/02/10/crescete-e-prostituitevi-la-prostituzione-come-categoria-dello-spirito-nell%e2%80%99italia-odierna/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Rianimare la democrazia: contro i pericoli del capitalismo consumistico</title>
		<link>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/06/29/rianimare-la-democrazia-contro-i-pericoli-del-capitalismo-consumistico/</link>
		<comments>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/06/29/rianimare-la-democrazia-contro-i-pericoli-del-capitalismo-consumistico/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 06:29:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[consumismo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[partecipazione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/06/29/rianimare-la-democrazia-contro-i-pericoli-del-capitalismo-consumistico/</guid>
		<description><![CDATA[
&#8220;La democrazia ha molti nemici in attesa tra le quinte, politici e movimenti per il momento costretti a giocare secondo le sue regole ma il cui intento reale è tutt&#8217;altro &#8211; populista, di manipolazione mediatica, intollerante e autoritario. Conquisteranno molto spazio, se non riformeremo rapidamente le nostre democrazie. E non c&#8217;è ambito in cui questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="boundaries.jpg" href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/06/boundaries.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/06/boundaries.jpg" alt="boundaries.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;La democrazia ha molti nemici in attesa tra le quinte, politici e movimenti per il momento costretti a giocare secondo le sue regole ma il cui intento reale è tutt&#8217;altro &#8211; populista, di manipolazione mediatica, intollerante e autoritario. Conquisteranno molto spazio, se non riformeremo rapidamente le nostre democrazie. E non c&#8217;è ambito in cui questa riforma sia più necessaria che in seno alla stessa Unione Europea.&#8221;<span id="more-219"></span></p>
<p>Torniamo ad occuparci del tema della democrazia nel mondo contemporaneo, presentando un altro libro dello storico inglese Paul Ginsborg, <em>La democrazia che non c&#8217;è </em>(Torino 2006).<br />
In questo saggio G. parte dal confronto con le posizioni di due grandi filosofi del secolo XIX, il liberale John Stuart Mill e il socialista Karl Marx, per riproporre il problema dell&#8217;<strong>inadeguatezza delle forme attuali di vita politica democratica</strong>. Il richiamo ai due grandi pensatori dell&#8217;Ottocento funge da espediente per discutere i principi e i valori fondamentali della democrazia, che negli ultimi tempi stanno diventando sempre più sbiaditi fino quasi a scomparire.</p>
<p>G. avvia il suo discorso sulla democrazia a partire dalle radici storiche di alcune situazioni paradossali manifestatesi negli ultimi venti anni. Dal 1989, con il progressivo <strong>crollo</strong> <strong>dei regimi comunisti</strong> in Unione Sovietica e nei paesi dell&#8217;Europa orientale, è infatti caduta l&#8217;alternativa concreta ai sistemi liberali occidentali. Gli esperimenti di democrazia diretta che avevano caratterizzato l&#8217;alba della rivoluzione russa nei soviet, consigli locali composti soprattutto da operai, furono precocemente soffocati dall&#8217;élite bolscevica. Da questo <strong>deficit originario di democrazia</strong> erano poi scaturiti regimi autoritari, retti da partiti unici, che anestetizzarono la vita politica di intere nazioni.<br />
Senza più avversari la <strong>democrazia liberale occidentale</strong> poteva così celebrare il proprio trionfo, confermato sul piano quantitativo dal <strong>significativo aumento di paesi retti da istituzioni democratiche</strong> nel corso di tutti gli anni &#8216;90 del secolo scorso. Tuttavia, in concomitanza con questa diffusione, si è palesata <strong>una profonda crisi qualitativa</strong> di tale sistema politico; una crisi che aveva radici profonde.<br />
La democrazia aveva infatti conosciuto a partire dal sec. XIX una lenta evoluzione verso forme di partecipazione sempre più ampia. Tale partecipazione assumeva (e assume) però le forme della rappresentanza, determinata attraverso variabili procedure di elezione. Sin dall&#8217;inizio si comprese che i rappresentanti dovevano essere costantemente controllati per impedire i più diversi abusi di potere. Tuttavia, non si definirono mai chiaramente istituti o procedure che potessero assolvere questa funzione. Dopo la seconda guerra mondiale, che aveva visto la vittoria finale delle democrazie occidentali e dell&#8217;URSS contro i regimi nazi-fascisti, gli stati europei erano riusciti addirittura a coniugare gli istituti democratici con la garanzia di diritti sociali ed economici per tutti i cittadini (<em>welfare state</em>). La tendenza cambiò però già  con gli anni &#8216;70, che pure furono un periodo in cui la richiesta di una maggior partecipazione alla vita istituzionale fu altissima. E&#8217; da lì che si avviò la crisi pienamente conclamatasi solo negli anni &#8216;90.<br />
La <strong>disaffezione per la vita politica</strong> e la <strong>perdita di fiducia nelle istituzioni</strong> si possono ricondurre a vari fattori: 1) la costituzione di un corpo di politici professionisti lontano dai cittadini; 2) la dipendenza di tali politici da gruppi affaristici che, in cambio di appalti o aiuti, finanziano partiti e singoli esponenti politici (capitalismo delle amicizie strumentali, <em>crony capitalism</em>); 3) la debolezza della democrazia statunitense, la più importante del mondo, la cui legittimità  si è recentemente persa in guerre imperialistiche, in provvedimenti e condotte lesivi dei diritti dell&#8217;uomo, in ferme opposizioni a linee di <em>governance</em> mondiale (sull&#8217;ecologia, sui diritti umani, sull&#8217;ONU). Ma soprattutto è stata determinante <strong>l&#8217;affermazione di un modello culturale dettato dal capitalismo consumistico</strong>, che ha comportato un ripiegamento sulla sfera familiare e un&#8217;organizzazione della vita intorno all&#8217;imperativo del &#8216;lavora e spendi&#8217;. Tale modello culturale è veicolato soprattutto dalla <strong>televisione commerciale</strong> e viene imposto da nuove oligarchie nazionali e transnazionali, che poco o nulla hanno a che fare con la democrazia.<br />
Per contrastare questo consumismo, che compensa il senso di impotenza nella sfera pubblica, e gli altri elementi generatori di indifferenza e di passività dei cittadini, è necessaria una <strong>rivitalizzazione della partecipazione democratica</strong> che comporti la formazione di cittadini attivi, critici, indipendenti e capaci di organizzarsi, la cui azione deve essere finalizzata, come sosteneva il liberale Mill, a &#8220;<strong>saper vivere insieme come degli eguali</strong>&#8220;.<br />
Come abbiamo già  avuto modo di notare nel post dedicato all&#8217;altro libro di G., <em>Tempo di cambiare</em>, lo storico inglese insiste molto sulla <strong>funzione della famiglia</strong> come centro propulsore della vita pubblica. Sui nuclei familiari si deve basare quel <strong>sistema di connessioni</strong> che sostiene la <strong>società  civile</strong>, cioè quello spazio compreso tra individui, istituzioni economiche e politiche, in cui agiscono gruppi organizzati di cittadini. Con società civile non si intende però solo questo spazio, ma anche un programma di azione politica alla base di molte associazioni, finalizzato a promuovere la diffusione del potere, l&#8217;uso di mezzi pacifici per risolvere i conflitti, la fine delle discriminazioni e la costituzione di solidarietà  orizzontali. E&#8217; sulla base di questi interessi organizzati che si possono esercitare controlli e pressioni sulla politica e sull&#8217;economia.<br />
Come fare concretamente per favorire la partecipazione? Più che fornire delle soluzioni, G. porta degli esempi e individua alcuni nodi problematici. Secondo lo storico inglese è necessario dare consistenza ai tanti discorsi riguardanti l&#8217;<strong><em>empowerment</em></strong>, cioè il potenziamento della fase decisionale di una comunità  politica attraverso una partecipazione più ampia. Efficaci processi di <em>empowerment</em> avvierebbero infatti circoli virtuosi nella formazione di cittadini responsabili, consapevoli e attivi.<br />
I <strong>metodi di partecipazione alle decisioni</strong> sperimentati su scala locale sono stati molti. Alcuni di essi si basano sull&#8217;individuazione di un gruppo di membri della comunità, sulla base di un campionamento casuale, che possano concorrere alla processo di decisione: è il caso delle <strong>giurie di cittadini</strong>, ristrette numericamente e finalizzate alla risoluzione di problema specifici; oppure quello del <strong><em>town meeting</em></strong>, che coinvolge un maggior numero di persone e fornisce delle direttrici per le più complessive <em>policy </em>urbane. Questi strumenti istituzionali, nonostante offrano la possibilità di partecipazione a persone appartenenti a tutte la fasce sociali, trovano però un grosso limite nella loro saltuarietà, che non permette una continuità di azione politica ai cittadini, e nel loro carattere consultivo.<br />
Altri metodi invece sono aperti dal punto di vista della partecipazione. E&#8217; il caso ad es. del <strong><em>community policing</em></strong> di Chicago, che ha cercato di coinvolgere i cittadini in questioni riguardanti la sicurezza e l&#8217;istruzione, e soprattutto quello della città brasiliana di <strong>Porto Alegre</strong>. Quest&#8217;ultimo è per G. un esperimento di democrazia combinata, diretta e indiretta, molto interessante: qui la partecipazione alla definizione di parte del bilancio cittadino (<em>Orçamento partecipativo</em>) si dispiega nel corso dell&#8217;anno attraverso un complesso meccanismo di assemblee pubbliche. Nel 2002 hanno partecipato a questa attività oltre 31.000 persone, che potrebbero apparire poche, in termini assoluti, rispetto ad una popolazione di un 1.300.000 abitanti; ma in termini di qualità e quantità di democrazia locale è un risultato eccezionale.<br />
Per elevare la qualità della democrazia questi metodi non bastano. Occorre inoltre, secondo G., (1) ristrutturare il funzionamento della politica in maniera da <strong>garantire una piena partecipazione delle donne</strong>, in modo che essa tenga conto della loro &#8216;differenza&#8217;; (2) <strong>democratizzare la vita economica</strong> attraverso la partecipazione più attiva dei lavoratori-cittadini alla produzione di beni e servizi.<br />
In questa complessa sfida portata alla democrazia dal tempo presente G. riconosce un ruolo fondamentale all&#8217;<strong>Unione Europea</strong>, che tuttavia è per ora come un &#8216;gigante addormentato&#8217; dalle enormi potenzialità. Questo letargo è dovuto al fatto che purtroppo, sin dalla nascita, l&#8217;Unione Europea è stata affetta da un deficit di democrazia, tuttora persistente, come mostrano i recenti fenomeni di astensionismo alle elezioni e di avanzata di movimenti euroscettici. I cittadini non credono insomma nelle attuali forme di partecipazione e G. auspica che i vertici della UE, resisi conto di ciò, stimolino nuove sperimentazioni democratiche, che coniughino forme dirette e rappresentative.</p>
<p>In sede di commento mi preme mettere in evidenza ancora una volta un messaggio che si evince dai libri di G.: la democrazia è una questione che non riguarda solo le procedure, pure indispensabili, ma concerne fondamentalmente i valori.<br />
Riportata all&#8217;attualità questa affermazione mi induce a due ulteriori considerazioni. Discutere pubblicamente della legge elettorale, proporre dei referendum per determinarne le caratteristiche sono indubbiamente aspetti importanti della vita democratica di uno stato; e non sono assolutamente materie di per sé riservate al parlamento o a tecnici, una volta che i quesiti siano posti chiaramente. I recenti referendum erano quindi, a prescindere dai loro contenuti, assolutamente legittimi: tuttavia, il loro oggettivo fallimento, avvenuto per il concorso di tante cause, mi appare il segno evidente del gravissimo stato della democrazia italiana, che dipende non dalle procedure, ma dalla debolezza dei valori che la sostanziano.<br />
Valori il cui evidente tradimento non si può per contro coprire con una vittoria elettorale: dimostrazione ulteriore, se ve ne fosse bisogno, che le procedure sono contenitori che vengono riempiti dalla sostanza civile e morale di una società.</p>
<p align="right">E.R.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/06/29/rianimare-la-democrazia-contro-i-pericoli-del-capitalismo-consumistico/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Tempo di cambiare: lâ€™individuo, le famiglie e il futuro della democrazia</title>
		<link>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/02/09/tempo-di-cambiare-l%e2%80%99individuo-le-famiglie-e-il-futuro-della-democrazia/</link>
		<comments>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/02/09/tempo-di-cambiare-l%e2%80%99individuo-le-famiglie-e-il-futuro-della-democrazia/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2009 11:53:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[consumismo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[partecipazione]]></category>
		<category><![CDATA[società  civile]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/02/09/tempo-di-cambiare-l%e2%80%99individuo-le-famiglie-e-il-futuro-della-democrazia/</guid>
		<description><![CDATA[
&#8220;Lo stato neoliberale, nel delicatissimo ambito dei rapporti tra famiglie, societÃ  civile e stato, fondamentalmente invita le famiglie a cavarsela da sole. CosÃ¬ facendo esso punta a un duplice risultato politico: incoraggia le famiglie a ragionare, piÃ¹ o meno esclusivamente, in termini privati (assistenza sanitaria privata, scuole private, spiagge private, e cosÃ¬ via) e nega [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/02/no-on.jpg" title="no-on.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/02/no-on.jpg" alt="no-on.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;Lo stato neoliberale, nel delicatissimo ambito dei rapporti tra famiglie, societÃ  civile e stato, fondamentalmente invita le famiglie a cavarsela da sole. CosÃ¬ facendo esso punta a un duplice risultato politico: incoraggia le famiglie a ragionare, piÃ¹ o meno esclusivamente, in termini privati (assistenza sanitaria privata, scuole private, spiagge private, e cosÃ¬ via) e nega l&#8217;essenza della moderna societÃ  civile intesa come sfera dedicata a solidarietÃ  orizzontali, all&#8217;equitÃ  sociale e alla diffusione del potere. Non che l&#8217;associazionismo in questo modello cessi di esistere, ma esso assume un carattere prevalentemente <em>bonding</em> [cioÃ¨ orientato verso lâ€™interno e il rafforzamento dellâ€™identitÃ ], piuttosto che <em>bridging</em> [cioÃ¨ orientato verso lâ€™esterno e quindi aperto], essendo costituito da gruppi al servizio di interessi particolari, attivi a fini sia caritatevoli che non. Il potenziale trasformativo della societÃ  civile viene cosÃ¬ a scemare o addirittura sparisce. Le famiglie sono decisamente staccate da qualunque dinamica analoga e saldamente ancorate invece a itinerari improntati al &#8216;lavora e spendi&#8217;.&#8221;<span id="more-187"></span></p>
<p><em>l tempo di cambiare. Politica e potere nella vita quotidiana</em> (Torino 2004) Ã¨ un ampio saggio scritto da unâ€™importante storico inglese che insegna da tempo allâ€™UniversitÃ  di Firenze, Paul Ginsborg.<br />
In questo libro G., cosciente dei limiti degli attuali sistemi democratici e dei loro pericolosi sviluppi recenti (specie in Italia), descrive i rapporti intercorrenti tra lâ€™individuo, la famiglia, i gruppi che costituiscono la societÃ  civile e lo stato. Il suo fine Ã¨ quello di rendere consapevoli i cittadini della <strong>rilevanza politica delle scelte compiute nella loro vita quotidiana</strong>, in particolare per quanto riguarda il consumo.<br />
Scelte che possono incidere piÃ¹ di quel che si immagini sulle attuali dinamiche globali, che a G. proprio non piacciono: secondo lo storico inglese, infatti, â€œnon si puÃ² andare avanti cosÃ¬â€. E per illustrare i nodi problematici dellâ€™odierna situazione mondiale, G. organizza le questioni secondo sette coppie di concetti: ricchezza/povertÃ , potere/mancanza di potere, maschio/femmina, profitti/etica, legalitÃ /illegalitÃ , consumo umano/ conservazione dellâ€™ambiente, guerra/pace.<br />
Non Ã¨ putroppo possibile seguire lâ€™autore nelle sue puntuali analisi, ma certamente il quadro da lui descritto Ã¨ tuttâ€™altro che roseo. In sintesi, si delinea un complesso di <strong>effetti negativi indotti soprattutto dalla politica neoliberista</strong>, affermatasi progressivamente dalla fine degli anni â€™70: essa ha portato ad <strong>accentuare le differenze tra ricchi e poveri</strong> (sia tra i paesi che tra i gruppi sociali di uno stesso paese); ha causato <strong>squilibri nellâ€™economia</strong>, sempre piÃ¹ disgiunta dallâ€™etica; ha ravvivato le <strong>relazioni personalistiche e verticali</strong>; ha rallentato lâ€™emancipazione femminile; ha agevolato i <strong>traffici illegali</strong> di capitali, beni e uomini su scala mondiale; ha mostrato la <strong>precarietÃ  delle nostre risorse</strong> (in primo luogo energetiche) a causa dei nostri modelli di consumo; ha riportato in auge la <strong>guerra</strong> come mezzo di risoluzione dei problemi internazionali.<br />
Al cuore di queste dinamiche non si colloca tanto il sistema finanziario â€“ pur importante â€“, quanto lo <strong>sterminato mondo di beni e servizi che viene offerto al consumatore</strong>. Questo mondo esercita un grande fascino sugli individui, che vedono in esso lo spazio per lâ€™esercizio della libertÃ  e il campo per lâ€™autodefinizione di se stessi. Nonostante lâ€™incertezza e la flessibilitÃ  che tale mondo porta con sÃ©, il consumatore Ã¨ facilmente colto dalla <strong>sindrome del â€˜lavora e spendiâ€™</strong>, incentivato soprattutto dai modelli forniti dalla pubblicitÃ , che stimola costantemente dei sogni ad occhi aperti.<br />
Ãˆ perÃ² possibile resistere a queste pressioni, tanto piÃ¹ che si va diffondendo <strong>una sensazione di disagio</strong> di fronte al modello di consumo scriteriato promosso dalle televisioni commerciali. E al disagio si accompagna timidamente <strong>una nuova consapevolezza</strong>, che comporta alleanze tra consumatori e produttori locali, investimenti in fondi etici, acquisto di prodotti del commercio equo solidale.<br />
Queste scelte non sono compiute dallâ€™individuo in maniera isolata, ma solitamente allâ€™interno della famiglia, unâ€™entitÃ  sociale per G. tanto fondamentale quanto molteplice nelle sue forme. La <strong>sfera intima familiare</strong> Ã¨ certo un valore, tuttavia le dinamiche neoliberiste hanno favorito fenomeni come lâ€™<strong>isolamento</strong>, il <strong>comportamento privatizzato</strong> e il <strong>familismo</strong> (cioÃ¨ delle strategie che mirano allâ€™affermazione degli interessi familiari non tenendo conto di quelli piÃ¹ generali). <strong>La televisione Ã¨ certamente lâ€™agente fondamentale di privatizzazione delle famiglie</strong> che sono sempre meno connesse tra loro. Lâ€™autore propone invece di sviluppare <strong>una versione piÃ¹ porosa</strong> della famiglia, meno centrata su se stessa, meno frustrata da modelli irraggiungibili e piÃ¹ aperta verso lâ€™esterno: unâ€™apertura che puÃ² concretizzarsi ad esempio nella semplice-difficile pratica di mettere in comune con altri nuclei familiari lâ€™automobile.<br />
A questo livello la famiglia si incontra con i gruppi della <strong>societÃ  civile</strong>, che possono essere rivolti a rafforzare la propria identitÃ  (<em>bonding</em>) o aperti verso lâ€™esterno (<em>bridging</em>). Con il termine societÃ  civile non si intende perÃ² indicare indiscriminatamente lâ€™intero ventaglio dellâ€™associazionismo, ma solo quello che ha un particolare orientamento verso i valori della cittadinanza. Secondo la definizione di G. la societÃ  civile â€œpromuove la diffusione piuttosto che la concentrazione del potere, indica mezzi pacifici anzichÃ© violenti, agisce per la paritÃ  di genere e l&#8217;equitÃ  sociale, costruisce solidarietÃ  orizzontali piuttosto che verticali incoraggia la tolleranza, il dibattito e l&#8217;autonomia di giudizio anzichÃ© il conformismo e l&#8217;obbedienzaâ€. PerchÃ© si possano costituire dei gruppi cosÃ¬ caratterizzati, si deve garantire la presenza di alcune condizioni, quali <strong>la capacitÃ  di dialogo e di ascolto</strong>, <strong>la limitazione della leadership</strong> (specie quella carismatica), <strong>lâ€™uso di un tempo adeguato e ben regolamentato</strong>, che permetta la partecipazione piÃ¹ ampia possibile. Questi gruppi di cittadini attivi sono perÃ² fortemente contrastati dalle famiglie privatizzate (con le loro logiche personalistiche), dalle <em>corporation</em>, dagli imperi mediatici, dai partiti, dagli stati (non solo quelli non democratici).<br />
Lo sviluppo della societÃ  civile Ã¨ di unâ€™importanza vitale, in quanto costituisce la <strong>polpa della democrazia</strong>, che altrimenti sarebbe ridotta ad uno scheletro di procedure formali. E qui, sul piano politico, si colloca un problema centrale per il futuro di questa forma di governo, quello di <strong>coniugare le istituzioni rappresentative con nuove forme di partecipazione dei cittadini</strong>. CiÃ² non Ã¨ facile perchÃ© il populismo mediatico, gli stili di consumo, la degenerazione dei partiti, i rapporti patrono-cliente si oppongono a questi sviluppi partecipati delle democrazie. Essi appaiono perÃ² fondamentali per il loro rinnovamento e, in questo senso, dei politici onesti e consapevoli dovrebbero <strong>favorire le assemblee deliberative dei cittadini</strong>, mettendo a disposizione luoghi e strutture, fornendo informazioni imparziali e dettagliate, stabilendo modi e tempi precisi di accoglimento delle istanze provenienti dal basso, mostrando responsabilitÃ  nella gestione delle risorse pubbliche.</p>
<p>G. riconosce insomma una diffusa volontÃ  di agire da parte dei cittadini, ma anche le loro difficoltÃ  nel trovare i modi adeguati di azione. Per contrastare il conseguente senso di impotenza, lâ€™autore cerca di mostrare ai lettori come il globale, il locale e lâ€™individuale siano strettamente interconnessi. Scelte politiche rilevanti si possono allora compiere nel guardare la televisione (e magari, qualche volta, nel non guardarla), nel fare la spesa, nel cercare contatti con altre famiglie, nellâ€™interessarsi ai problemi del territorio, dellâ€™amministrazione locale, della scuola.<br />
Ãˆ purtroppo evidente che ciÃ² risulta particolarmente difficile in Italia, dove la partitocrazia e, in generale, le Ã©lites cercano di soffocare le iniziative dal basso per la difesa delle proprie posizioni di privilegio. Ma proprio nel nostro paese, forse piÃ¹ che in altri stati occidentali, la degenerazione della democrazia in populismo mediatico dovrebbe essere contrastata attraverso una mole di decisioni minime, molecolari (come dice G. riprendendo Gramsci), in grado di provocare una trasformazione politica profonda.</p>
<p align="right">E. R.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/02/09/tempo-di-cambiare-l%e2%80%99individuo-le-famiglie-e-il-futuro-della-democrazia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

