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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; crisi economica</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>I sogni infranti di Obama</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2011 06:05:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;[...] non c&#8217;è dubbio che rispetto ad altri anni, e ad altre temperie politiche, il tema del declino americano riemerge molto più spesso nelle conversazioni e soprattutto è vissuto collettivamente. [...] Essere superati dalla Cina è una prospettiva vissuta ormai con una certa fatalità. Ma per l&#8217;osservatore straniero quel che desta più preoccupazione non è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©uncleobama" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/01/©uncleobama.jpg" alt="Â©uncleobama" />&#8220;[...] non c&#8217;è dubbio che rispetto ad altri anni, e ad altre temperie politiche, il tema del declino americano riemerge molto più spesso nelle conversazioni e soprattutto è vissuto collettivamente. [...] Essere superati dalla Cina è una prospettiva vissuta ormai con una certa fatalità. Ma per l&#8217;osservatore straniero quel che desta più preoccupazione non è tanto il nuovo primato economico (e in prospettiva tecnologico) cinese che si profila. È che il modello politico-economico cinese stia diventando egemonico. E che cioè i tanti capitalismi Usa non siano disposti a riformare il sistema in senso più egualitario [...], ma che almeno alcuni di essi stiano gingillandosi con la possibilità di prosperare in un regime alla cinese, cioè con tutta la libertà dello stalinismo e con tutta l&#8217;uguaglianza dell&#8217;America di oggi, insomma il migliore dei mondi possibili.&#8221;<span id="more-830"></span></p>
<p>Torniamo a dedicare un post alla situazione degli Stati Uniti recensendo un articolo scritto dal giornalista Marco d’Eramo su “Micromega” n. 8 (2010), pp. 25-40, dal titolo <em>Il ‘tradimento’ di Obama</em>.<br />
D. fornisce un quadro sintetico degli <strong>ostacoli incontrati dalla politica del Presidente americano</strong> in questi due anni di mandato, durante i quali la posta in gioco è apparsa talvolta ancora più alta del ‘semplice’ superamento di una grave crisi congiunturale dell’economia statunitense. Infatti, le élite americane si devono probabilmente confrontare con <strong>una profonda esigenza di autoriforma della società capitalistica</strong>, che tuttavia incontra <strong>fortissime resistenze</strong>.<br />
Tali resistenze si sono concretizzate sul piano politico durante le <strong>elezioni di ‘medio termine’</strong>, in cui il partito democratico ha subito <strong>la più grave sconfitta dal 1946</strong>. La perdita della maggioranza alla Camera a vantaggio dei repubblicani prospetta infatti una <strong>situazione di stallo per l’amministrazione di Obama</strong> che dovrà venire peraltro a patti con un avversario politico nelle cui fila prevalgono sempre più le voci di estrema destra rispetto a quelle dei moderati.<br />
Intorno a questa sconfitta si è sviluppato <strong>un acceso dibattito</strong> politico sia tra gli opposti schieramenti, sia al loro interno. In particolare, <strong>nel partito democratico</strong> si confrontano due posizioni: l’una di centro-destra che attribuisce la sconfitta alle posizioni troppo di sinistra di Obama; l’altra di centro-sinistra che la riconduce alla cautela del presidente nel dar seguito al suo programma. Ad ogni modo, il dato elettorale mostra inequivocabilmente che <strong>il fattore decisivo nella sconfitta è stata l’astensione del ‘popolo di Obama’</strong> che nel 2008 era andato alle urne trasportato dall’entusiasmo e dalla speranza di rinnovamento espressi dal candidato democratico.<br />
Questo entusiasmo e questa speranza si sono tuttavia persi in <strong>una serie di cocenti delusioni</strong>. Certo, le <strong>sfide</strong> lasciate al termine del doppio mandato presidenziale di George W. Bush erano <strong>tutt’altro che semplici da affrontare</strong>. Si trattava infatti, come già accennato, di indurre <strong>un’autoriforma del sistema sociale degli Stati Uniti</strong>, la cui <strong>egemonia economica, politica e militare</strong> era stata <strong>fortemente scossa</strong> da un lato dalle <strong>crisi speculative</strong> del capitalismo finanziario – a cominciare da quella della <em>new economy</em> per finire con quella ancora nascosta delle carte di credito, passando naturalmente per quella dei mutui delle case – e dall’altro dalla <strong>crisi politica internazionale</strong> ingenerata dall’attentato dell’11 settembre 2001.<br />
L’elezione di <strong>Obama</strong> si è collocata proprio all’apice delle crisi finanziarie ed è per questo che è stato <strong>investito del compito di trovare una soluzione</strong>. Un’investitura che è giunta anche <strong>dagli stessi responsabili del sistema finanziario statunitense</strong>, nel settore bancario e assicurativo, che hanno appoggiato la candidatura di Obama fornendogli molte più risorse rispetto al suo avversario repubblicano.<br />
Questo appoggio significativo si è tradotto concretamente nell’immissione nella squadra di  consiglieri e nella compagine di governo di alcuni protagonisti della scena finanziaria, i quali avevano determinato non poche significative scelte tra gli anni ’90 e il primo decennio del nuovo secolo. Si concretizzava così la <strong>fiducia nella possibilità di una cooperazione tra amministrazione e grande finanza </strong>nel tentativo di un’autoriforma.<br />
Tuttavia, ciò non è accaduto. Infatti, nei salvataggi bancari avvenuti nei primi mesi dell’amministrazione Obama non si è scelta la strada di un aumento pubblico del capitale sociale delle banche, che avrebbe comportato una maggiore voce in capitolo dello stato, ma quella di <strong>dare ossigeno, attraverso immissione di liquidità a basso costo, proprio a quei meccanismi creditizi che avevano indotto la crisi</strong>. Insomma, potenzialmente si sono poste le basi per un nuovo scoppio della bolla.<br />
Purtroppo, la scelta di Obama di procedere ad <strong>un’autoriforma del sistema</strong> attraverso la collaborazione si è rivelata <strong>controproducente anche in altri settori</strong>. È il caso ad esempio della politica militare e di intelligence statunitense: qui le scelte del Presidente sono state fortemente osteggiate, tanto che <strong>il carcere disumano di Guantanamo non è stato chiuso</strong> e che la presenza di truppe americane in Afghanistan non è diminuita, anzi è aumentata.<br />
Ma certamente, ancora più emblematico è il caso <strong>della riforma sanitaria</strong>. È noto che Obama ha portato avanti con decisione <strong>uno dei punti più importanti del programma democratico da decenni</strong>: quello di giungere ad un sistema sanitario che assicuri assistenza a tutti i cittadini, sul modello di quello che accade in moltissimi altri paesi soprattutto dell’Occidente avanzato. Quel che è invece meno noto è che tale riforma ha <strong>un risvolto molto vantaggioso per le grandi industrie americane</strong>: infatti, nell’attuale sistema statunitense, esse si devono prendere carico delle spese assicurative dei propri lavoratori e ciò costituisce <strong>un capitolo di spesa estremamente pesante</strong>, decisivo ad esempio nelle crisi industriali dei colossi automobilistici americani. Con la riforma del sistema sanitario si trasferirebbero queste spese dalle aziende allo stato, ridistribuendole in definitiva su tutta la società.<br />
Anche in questo caso, nonostante l’impegno profuso da Obama per il salvataggio di General Motors e di Chrysler, le <strong>risposte sono state negative</strong>. Come i banchieri, anche gli assicuratori e i manager dell’industria, superato il momento di crisi più acuta, non hanno voluto rinunciare a quelle dinamiche, soprattutto speculative, che poco prima li avevano portati sull’orlo del baratro, <strong>senza sostenere scelte volte ad assicurare sul lungo periodo maggiori possibilità di crescita</strong>.<br />
Ma perché queste élite manageriali e proprietarie sono apparentemente così poco lungimiranti? In realtà, quello che emerge proprio dalle ultime pagine dell’articolo di D. è che <strong>una parte molto potente dell’élite americana è favorevole all’attuale tendenza sociale verso una distribuzione estremamente diseguale delle risorse</strong>, tanto che oggi l’1% della popolazione si appropria del 24% del reddito prodotto dagli Stati Uniti. È chiaro che le politiche di Obama vanno comunque nel senso di una redistribuzione più equa dei redditi, che è imprescindibile nell’orizzonte di una democrazia liberale di massa. L’alternativa di destra, che si delinea ancora in maniera piuttosto informe, è invece quella di <strong>una struttura politico-sociale di tipo oligarchico</strong>, nella quale contino sostanzialmente solo gruppi relativamente ristretti di persone verso i cui bisogni di lusso ostentato si concentri la produzione.<br />
Si tratta di <strong>un progetto cui stanno lavorando i cosiddetti ‘<em>think tanks</em>’ dell’estrema destra americana</strong>, cioè quelle fondazioni, quegli istituti, quelle iniziative ‘culturali’ che profondono, ad esempio, milioni di dollari per contrastare le teorie sul riscaldamento del pianeta: concretamente per non dover impegnarsi nel riconvertire le proprie attività inquinanti. <strong>L’estremo egoismo</strong> di queste posizioni, che si accompagnano spesso al razzismo, si manifesta emblematicamente nell’<strong>esplicita opposizione ad ogni forma tassazione</strong>. Questo cardine tradizionale della destra reazionaria è ora propugnato dal movimento politico del ‘Tea Party’, che prende nome della rivolta scoppiata a Boston nel 1773 contro le tasse imposte alle colonie americane dalla madre-patria inglese. Tale movimento, a differenza di molti altri che lo hanno preceduto, gode purtroppo di un notevole appoggio da parte di influenti mezzi di informazione, quali <em>Fox News</em> e soprattutto – guarda un po’ – il <em>Wall Street Journal</em>, l’organo della finanza statunitense che al momento sembra aver politicamente abbandonato Obama.</p>
<p>D. denuncia il rischio che le posizioni estreme della destra comportino un deterioramento del clima politico statunitense. L’attentato di Tucson non va certo ricondotto semplicemente a questo quadro generale, ma le reazioni a tale avvenimento, a partire da quella tanto efficace quanto accorata di Obama, dimostrano comunque che tale deterioramento è in corso. Come visto, questa tendenza alla chiusura oligarchica ed egoistica delle élite, che stiamo toccando in tanti post, è incompatibile con una concezione della democrazia incardinata sui valori di libertà, uguaglianza, solidarietà e partecipazione, che giudico al momento la più avanzata al fine di garantire la fioritura di tutte le persone. Occorre tenere la guardia alta perché non è possibile capire fino a che punto queste élite egoiste si spingeranno. L’accordo di Mirafiori – per fare un esempio italiano –, a prescindere dei suoi contenuti specifici, mostra da un punto di vista squisitamente politico il fascino che su tali élite esercita la reinterpretazione del modello ‘cinese’, in cui la compressione verso il basso di larghi strati della società si accompagna ad una concentrazione di ricchezze verso l’alto.</p>
<p align="right">E. R.</p>
<p align="right">
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		<title>Per un pianeta sociale</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Sep 2009 06:59:13 +0000</pubDate>
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&#8220;Lo Stato è oggi incapace, e/o non disposto, a garantire ai soggetti la sicurezza esistenziale («la libertà dalla paura», come recita la famosa frase di Franklin Delano Roosevelt). Raggiungere la sicurezza esistenziale &#8211; ottenere e mantenere un legittimo e dignitoso posto nella società umana ed evitare la minaccia dell&#8217;esclusione – è ora un compito lasciato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©windmill" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/09/windmill.jpg" alt="Â©windmill" /></p>
<p>&#8220;Lo Stato è oggi incapace, e/o non disposto, a garantire ai soggetti la sicurezza esistenziale («la libertà dalla paura», come recita la famosa frase di Franklin Delano Roosevelt). Raggiungere la sicurezza esistenziale &#8211; ottenere e mantenere un legittimo e dignitoso posto nella società umana ed evitare la minaccia dell&#8217;esclusione – è ora un compito lasciato alle abilità e alle risorse individuali di ciascuno; il che significa essere esposti a rischi enormi e soffrire la straziante incertezza che questi compiti inevitabilmente comportano. La paura che lo Stato sociale aveva promesso di estirpare è ritornata con tutta la sua forza. La maggior parte di noi teme oggigiorno la minaccia, seppur vaga, di rimanere escluso, di risultare inadeguato alla sfida, di essere mortificato, umiliato e di vedere negata la propria dignità &#8230;&#8221;.<span id="more-312"></span>Proseguiamo il nostro percorso sui diritti globali di cittadinanza presentando ai lettori del blog una bella intervista rilasciata da uno dei massimi sociologi viventi, Zygmunt Bauman. Questa conversazione, curata da Mariapaola Leporale, è comparsa con il titolo <em>Per un Welfare planetario</em> su “Micromega” 4 (2009), pp. 175-194.</p>
<p>B. risponde alla sollecitazioni poste dall’intervistatrice su alcune questioni intorno alle quali il sociologo ha riflettuto negli ultimi anni e ha costruito la sua nota <strong>teoria della ‘modernità liquida’</strong>; vengono trattate quindi in successione le trasformazioni dei rapporti sociali e politici (in particolare l’arretramento del pubblico rispetto al privato), la mercificazione della cultura, la globalizzazione e l’insicurezza diffusa, la crisi economica, la proposta del ‘pianeta sociale’.</p>
<p>B. descrive innanzi tutto la <strong>parabola della ‘cultura’</strong> nella storia occidentale degli ultimi secoli: intesa prima dall’Illuminismo come strumento di emancipazione e poi divenuta nell’epoca degli Stati-nazione una sorta di agente di conservazione, negli ultimi decenni – l’epoca della modernità liquida o post-modernità – si è mutata ulteriormente in uno <strong>strumento di seduzione del mondo consumistico</strong>. La cultura è quindi divenuta un’industria che sforna prodotti commercializzati come tutte le altre merci; e come tutte le altre merci, appunto, tali prodotti conoscono la volatilità dei gusti e dei consumi alla moda, che favoriscono <strong>flessibilità, incoerenza, irregolarità e instabilità</strong>. Su queste basi è dunque difficile costruire forme solide di vita; ed è così che si sviluppa una società in cui <strong>l’accelerazione della modernità rende liquide le configurazioni e le identificazioni sociali</strong>. È del resto il progressivo sganciamento dell’economia da gran parte dei vincoli sociali e politici che consente la mercificazione della cultura: essa subisce come altri settori la moltiplicazione costante delle offerte e soprattutto il loro rapido invecchiamento. In tale contesto di scambi <strong>il potere di seduzione è a rapida dissipazione e ne consegue la prevalenza di sprechi e perdite</strong>.<br />
Tali trasformazioni della cultura, che dunque non ha più né lo scopo di promuovere l’emancipazione né quello opposto di conservare uno <em>status quo</em>, si inseriscono in un contesto sociale e politico dominato dalla <strong>paura</strong> e dall’<strong>insicurezza</strong>. La politica di deregolamentazione e di flessibilità, dominante negli ultimi anni, ha prodotto <strong>la ricerca di un nemico</strong> che, in epoca di globalizzazione, è spesso identificato con i membri di quelle masse costrette a spostarsi da una parte all’altra del globo. Lo <strong>straniero immigrato</strong> è divenuto un bersaglio da colpire non tanto perché, come si dice apertamente, sarebbe un criminale, sottrarrebbe il lavoro agli autoctoni o sarebbe un diverso che inquina la purezza della comunità, quanto perché, ad un livello subconscio, <strong>renderebbe visibile proprio quegli effetti di povertà, di sradicamento sociale e di emarginazione</strong>, che incombono anche su ampi strati delle società ricche.<br />
Tuttavia, molti poteri politici ed economici, che spesso condizionano fortemente l’azione dello stato, <strong>cavalcano opportunisticamente queste paure superficiali</strong>. Nulla fanno invece contro i problemi di insicurezza più profondi che suscitano e agitano veramente il malessere dei cittadini: anzi, tali poteri fomentano queste paure per trovare una facile legittimazione.<br />
Quel che è peggio, però, è che tale politica implica anche <strong>una tendenza liberticida</strong>: ossessionati dalla sicurezza, i cittadini sono infatti disposti a rinunciare ai propri diritti. Secondo B. si tratta di una perversa conseguenza del fatto che la questione della libertà non venga sollevata a livello planetario: per il sociologo non è ormai più possibile difendere e coltivare tale valore innalzando barriere con il resto del mondo. Perché la libertà sia rispettata, è richiesta invece un’integrazione planetaria.<br />
Sollecitato ulteriormente dall’intervistatrice, B. svolge alcune considerazioni sulla <strong>crisi economica attuale</strong>. A suo avviso, la reazione al collasso è stata in sostanza soltanto quella di ricapitalizzare i creditori e di rendere i debitori ancora degni di ricevere credito. Purtroppo, gli aiuti dello stato non sono stati portati, come accadde invece al tempo del <em>New Deal</em> di Roosevelt tra gli anni ’30 e ’40, a sostegno dell’industria, ma delle agenzie finanziarie, e in particolare delle banche, le quali stanno già riproponendo quelle pratiche non virtuose che hanno condotto l’economia mondiale al collasso. Con un’immagine efficace B. definisce questa situazione come il tentativo di uscire dal mercato della droga riprendendo l’offerta della droga: si ritornerebbe così alla ‘dipendenza’, cioè a quel sistema di mercato, sostenuto dalla finanza, che alimenta il modo di vivere artificioso e alienato dei consumatori indebitati.<br />
Non si tratta certo di una strada senza via d’uscita. Non è però possibile affidarsi alla capacità di autocorrezione del mercato finanziario, perché non esiste se non nella forma della <strong>distruzione periodica di bolle speculative</strong>. E questa è una tendenza permanente almeno finché gli attori che agiscono sulla scena finanziaria si concentrano sul <strong>guadagno a breve termine</strong>. Il fatto che questo sia un trend purtroppo riscontrabile anche al momento attuale rende necessario un intervento efficace sul piano politico, che non può essere semplicemente compiuto dagli stati (messi fuori gioco dalla delocalizzazione dei flussi globali), ma che deve essere attuato a livello mondiale. Un intervento che si fondi su &#8211; ma al tempo stesso promuova – un mutamento nei valori. B. fa ad esempio espresso riferimento alla <strong>‘frugalità’</strong>, precisando tuttavia subito che i nostri politici attuali spingono nella direzione contraria, quella cioè di un continuo aumento del consumo.<br />
Per B. è quindi <strong>necessario riprendere la via del <em>Welfare </em>o <em>social state</em></strong>, che è stata interrotta a partire dagli anni ’70, superando però gli angusti limiti dello stato-nazione. Ciò che di positivo occorre recuperare di quell’esperienza è la possibilità di <strong>ristabilire delle relazioni comunitarie</strong>, in cui cioè i cittadini non siano semplicemente interessati alla dimensione privata, ma acquisiscano nuovamente un’attenzione prioritaria per la dimensione pubblica. La tendenza attuale è infatti quella di abbattere i legami di solidarietà orizzontale e di promuovere <strong>comportamenti anticomunitari ed individualistici</strong>, basati sul binomio consumatore-mercato.<br />
La <strong>privatizzazione eccessiva degli spazi sociali</strong> scarica completamente sui singoli il compito di affermarsi e di reagire ai problemi generatisi nella società: è evidente però che nella maggior parte dei casi le risorse a disposizione degli individui sono insufficienti e inadeguate. Una <strong>prospettiva comunitaria</strong>, come quella da ultimo sostenuta dallo stato sociale, consente invece di proteggere uomini e donne dalle paure della povertà, dell’impotenza, dell’umiliazione, dell’esclusione.<br />
Posti per contro in balia di tali preoccupazioni, privati cioè di fondamentali diritti sociali, B. prevede che i cittadini si cureranno meno dei propri diritti politici. Per evitare questo pericolo è <strong>necessario promuovere i diritti sociali e assumersi di nuovo collettivamente responsabilità che ora sono caricate sulle spalle degli individui</strong>. Adesso, i singoli devono trovare la soluzione personale per problemi generali sulla base della propria capacità e dei propri beni; si genera così ovunque <strong>una competizione che annienta la solidarietà e polarizza le condizioni degli individui</strong>.<br />
La positività di tale concezione è veicolata in particolare dai <strong>nuovi media</strong>, e soprattutto dalla <strong>televisione</strong>, che spingono ad un costante confronto con gli stili di vita di personaggi ricchi e potenti. Su questi <strong>irraggiungibili esempi di successo</strong> si misura il proprio destino personale e si diffonde così un crescente senso di insoddisfazione e frustrazione, in quanto si innalzano le aspettative, ma diminuiscono le possibilità di realizzazione.</p>
<p>Le riflessioni di B. appaiono estremamente penetranti e, pur riguardando processi di evoluzione della società mondiale, ben si attagliano all’Italia, la cui situazione il sociologo ha del resto chiaramente presente. Non a caso si fa riferimento alle linee politiche recentemente assunte dal governo italiano circa l’immigrazione, che ben esemplificano la tendenza ad assecondare le paure dei cittadini senza cercare una concreta soluzione per le radici delle loro ansie.<br />
E per esemplificare anche un’altra tendenza descritta da B., cioè quella al protagonismo delle organizzazioni non governative e delle istituzioni internazionali, è possibile ricordare la riflessione di Gino Strada che nei giorni scorsi festeggiava i quindici anni di <em>Emergency</em>: i processi del mondo contemporaneo, che prima hanno spinto ad assumere delle iniziative umanitarie nelle ‘periferie’, inducono ora purtroppo a tornare verso il ‘centro’, da ‘noi’, dove vi è un crescente bisogno di forme di solidarietà gratuita.</p>
<p>Per un’integrazione di quanto detto, si rinvia anche al post <em>Dentro la globalizzazione</em>, dedicato ad un altro libro di B. sulla società contemporanea.</p>
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
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