<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Attraverso lo Specchio &#187; democrazia</title>
	<atom:link href="http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/tag/democrazia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.attraversolospecchio.eu</link>
	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
	<lastBuildDate>Thu, 09 Sep 2010 11:59:22 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.3</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>L&#8217;Italia sul filo del rasoio</title>
		<link>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2010/07/29/litalia-sul-filo-del-rasoio/</link>
		<comments>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2010/07/29/litalia-sul-filo-del-rasoio/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 07:18:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[federalismo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.attraversolospecchio.eu/?p=689</guid>
		<description><![CDATA[
&#8220;A nostro parere, la profonda crisi degli anni Novanta, che prosegue fino ai giorni nostri, pone l&#8217;Italia sul filo del rasoio, poiché si tratta di una crisi tanto nel sistema politico &#8211; il che implica che alcuni suoi fattori possano risolversi all&#8217;interno delle istituzioni &#8211; quanto del sistema politico, che esige una vasta trasformazione di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©thread" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/07/©thread.jpg" alt="Â©thread" /></p>
<p>&#8220;A nostro parere, la profonda crisi degli anni Novanta, che prosegue fino ai giorni nostri, pone l&#8217;Italia sul filo del rasoio, poiché si tratta di una crisi tanto <em>nel</em> sistema politico &#8211; il che implica che alcuni suoi fattori possano risolversi all&#8217;interno delle istituzioni &#8211; quanto <em>del</em> sistema politico, che esige una vasta trasformazione di insieme. In particolare, l&#8217;attuale crisi illustra una volta di più le ambivalenze della politica su un lasso di tempo relativamente lungo, nel caso specifico a partire dalla nascita della Repubblica. In effetti il cambiamento odierno, di considerevole portata, va a braccetto con la continuità. In una doppia direzione: da un lato, perché il contenuto del cambiamento è in parte determinato dalla traiettoria intrapresa dall&#8217;Italia repubblicana; dall&#8217;altro, perché le attuali mutazioni continuano a esprimersi con un linguaggio arcaico e vengono lette alla luce di stereotipi ormai del tutto sorpassati&#8221;.</p>
<p><span id="more-689"></span></p>
<p>Con questo post presentiamo un recente saggio sulla situazione politica attuale del nostro paese, <em>L’Italia sul filo del rasoio. La democrazia nel paese di Berlusconi</em> (Milano 2009), scritto da uno dei massimi esperti in materia, Marc Lazar, professore di Storia e sociologia politica a Parigi e alla Luiss di Roma.<br />
In questo libro L. cerca di descrivere <strong>l’incerto e, per certi aspetti, pericoloso orizzonte che si prospetta alla democrazia italiana dopo le elezioni del 2008</strong>, inquadrando però le vicende politiche recenti nel contesto più ampio della storia repubblicana.</p>
<p>In realtà, la tornata elettorale da cui prende le mosse l’autore si è caratterizzata per toni più blandi rispetto a quelli dell’ultimo quindicennio. Se si escludono gli ultimi giorni, in cui sono stati riproposti argomenti anticomunisti o antifascisti, si è delineata una convergenza politica, che ha fatto balenare anche la possibilità di riforme costituzionali condivise. Questa convergenza si è innanzitutto manifestata nella <strong>significativa semplificazione del quadro politico</strong> con la costituzione di due grandi formazioni partitiche, il Partito Democratico e il Popolo delle Libertà. Tuttavia, per definire questa situazione indubbiamente nuova, si può per L. rispolverare il concetto di <strong>bipartitismo imperfetto</strong>, già usato in passato per descrivere la dinamica politica italiana quando le forze egemoni che si confrontavano erano principalmente due: la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, attorniate come oggi da altre formazioni minori.<br />
Si può qui già notare lo schema interpretativo fondamentale impiegato da L., secondo cui <strong>le vicende politiche della repubblica italiana sarebbero sempre caratterizzate da un mix di tradizione e cambiamento che contraddistinguerebbe la modernizzazione del nostro paese</strong>. Se da un lato l’affermarsi di un’alternanza regolare delle maggioranze di governo a partire dal 1994, il profilo sociale di buona parte delle élite politiche, i processi di mediatizzazione, personalizzazione e presidenzializzazione, lo stile comunicativo e la fine delle forti contrapposizioni ideologiche, sono elementi nuovi, dall’altro ci sono evidenti continuità, quali, ad esempio, il radicamento territoriale dei bacini elettorali delle forze politiche, che ripropongono quelli del vecchio PCI e della DC.<br />
Secondo L. <strong>l’entrata in politica di Silvio Berlusconi</strong> ha certo costituito un fattore di assoluta innovazione del panorama politico, inserendosi peraltro nel vuoto apertosi dal crollo dei partiti politici tradizionali. Tuttavia, l’autore aggiunge che <strong>la partitocrazia, così come definita già negli anni ’50, è ben lungi dall’aver perso consistenza</strong> e, nonostante i cambiamenti nella costituzione materiale del paese e nella sua cultura politica, rimangono 1) la <strong>forte presa dei partiti sulle istituzioni e sull’amministrazione</strong>, da tempo degenerate in pratiche di clientelismo e corruzione; 2) le loro <strong>capacità di socializzazione e di mobilitazione</strong> superiori a quelle di altri paesi europei, nonostante il minore radicamento territoriale e lo spostamento degli interessi sui media; 3) il loro <strong>condizionamento del voto e della scelta dei candidati</strong>. Persino <strong>la presenza nella società</strong>, per quanto attenuata, si rileva tanto al nord – con la Lega –, al centro – roccaforte del centro-sinistra -,  e al sud – dove la destra rinnova le reti notabilari, facenti capo cioè alle figure locali eminenti nel tessuto sociale.</p>
<p>Secondo L. anche i caratteri di novità più evidenti nella recente vita democratica italiana si possono far risalire a processi avviatisi già negli anni ’80. È il caso della <strong>presidenzializzazione</strong>, cioè del protagonismo e della concentrazione di potere nelle mani del Presidente del Consiglio, che fu già avviata da Craxi e continuata da Giuliano Amato e da Carlo Azeglio Ciampi. E in parallelo anche della <strong>personalizzazione</strong>, che ha prima rovesciato il rapporto esistente tra partito e leader e poi ha fatto della televisione il luogo principale della politica. Diversamente va invece per L. – ma io direi solo perché il percorso è più carsico – per il <strong>federalismo</strong>.</p>
<p>Un fattore molto differente rispetto al passato, che tuttavia si connette con una tendenza internazionale in atto da circa un ventennio, è indubbiamente quello del <strong>prevalere della cultura (politica) di destra</strong> rispetto a quella di sinistra. Essa si nutre per L. di <strong>una costellazione di idee spesso contraddittorie</strong>, quali l’individualismo e la compassione sociale, il liberismo e il protezionismo, la modernità e la tradizione, la sicurezza e la lotta all&#8217;immigrazione, l’Europa e l’identità regionale/nazionale, la difesa della Repubblica e la revisione profonda della sua storia.</p>
<p>Soprattutto è intorno allo <strong>spiccato carattere valoriale assunto da questi ideali che la destra basa il proprio crescente consenso</strong>, mentre la sinistra sta perdendo la propria identità, finendo spesso per appiattirsi sulle posizioni dell’avversario. Intorno a questi valori si svolge parte di una ‘<strong>guerra civile</strong>’, intesa nel senso ampio del termine, che si combatte ora tra berlusconiani e antiberlusconiani. Anche questa guerra civile non è però una forma nuova della vita politica italiana; anzi, <strong>la ‘guerra civile’ in senso lato è una costante della vita repubblicana</strong>, che <strong>nascerebbe da una guerra civile vera e propria</strong>, quella del 1943-1945, a lungo rimossa come tale dalla memoria storica italiana. Essa si sarebbe riproposta in forme attenuate già nell’immediato dopoguerra <strong>durante il periodo più intenso della ‘guerra fredda’</strong>; poi <strong>ancora negli anni ’70 tra le contestazioni del ’68, l’autunno caldo, la strategia della tensione e gli anni di piombo</strong>; e infine sarebbe appunto riemersa in forma ‘simulata’ proprio a partire dal 1994. La guerra civile, alternata ad una corrispondente spiccata tendenza alla pacificazione e alla mediazione, sarebbe allora <strong>il sintomo</strong>, come L. si limita purtroppo soltanto a suggerire, <strong>di una difficoltà di gestire i conflitti e le divisioni</strong>, che vengono o condotti all’estremo o rimossi: insomma – aggiungo io – <strong>una prova delle difficoltà di gestire in maniera matura la vita democratica</strong>.</p>
<p>Ma L. non interpreta l’attuale situazione in termini di immaturità o di mancanza, quanto piuttosto di anomalia, di incertezza, di pericolosità, che non precludono la possibilità di sviluppi positivi, nonostante la costante tentazione, incarnata dallo stesso Berlusconi, di <strong>una modernizzazione elaborata ambiguamente secondo caratteri tradizionali</strong>. L’<strong>instabilità dell’attuale situazione italiana</strong> sarebbe per L. in particolare determinata da una serie di quattro fattori fondamentali: <strong>l’affermarsi della democrazia mediatica</strong>, che comporta tutti i problemi connessi con la spettacolarizzazione della politica (declino della territorialità dei partiti; disgregazione delle identità politiche tradizionali; aumento dell&#8217;elettorato imprevedibile; ruolo di leader sempre più potenti; crescente importanza di televisione e media; credito attribuito ai sondaggi; primato del sentimento sulla ragione; ricerca di soluzioni-ricette); <strong>la democrazia liberale e rappresentativa</strong>, che reagisce alla prima (si pensi al crescente ruolo del Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale); <strong>la diffidenza e la sfiducia crescente nei confronti delle istituzioni</strong> (che si manifesta in vario modo nella cosiddetta antipolitica); <strong>la democrazia partecipativa</strong>, che con il suo carattere utopistico testimonia l’esistenza di una forte aspirazione al cambiamento.</p>
<p>Il quadro proposto da L. è ovviamente molto più ricco di quello qui presentato e bisogna dirlo soprattutto in considerazione delle perplessità che per altri aspetti suscitano in me alcune parti della sua ricostruzione: ad esempio la sua interpretazione, peraltro resa con rapide pennellate, di ‘mani pulite’, quella degli anni ’70, quella delle epurazioni del dopoguerra, sono dissonanti rispetto a quelle proposte dagli storici italiani (di cui abbiamo dato nelle pagine di questo blog). E lo stesso concetto di “modernizzazione tradizionalista”, di cui Berlusconi sarebbe il ‘paladino’, mi appare piuttosto vago, poco efficace sul piano della comprensione.<br />
Detto questo, la ricostruzione di L. è comunque molto aggiornata, ben corredata dai risultati di recenti ricerche di sociologia politica e fornisce inoltre spunti molto interessanti: ad esempio quella del ruolo della paura nella politica italiana, paura del cambiamento e del futuro, oggi ancora più spiccata che nel passato tanto da tradursi in un profondo pessimismo. Una paura che non può allora non comportare l’incapacità di affrontare serenamente i punti di vista diversi degli altri in una dialettica democratica e che non può non trascinare con sé, nei tentativi più o meno fallimentari di cambiare le cose, la sua tradizione che, ormai obsoleta, diventa a mio avviso una viva radice di quella violenza che cova costantemente dietro la facciata conformistica della società e della politica italiana.</p>
<p align="right">E. R.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2010/07/29/litalia-sul-filo-del-rasoio/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Un terzo Risorgimento? No, il primo</title>
		<link>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2010/06/09/un-terzo-risorgimento-no-il-primo/</link>
		<comments>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2010/06/09/un-terzo-risorgimento-no-il-primo/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 05:12:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[cittadinanza]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.attraversolospecchio.eu/?p=659</guid>
		<description><![CDATA[
“Il vero! L’Italia nascente non chiede se non quello, non può vivere senza quello. L’Italia nascente cerca in oggi il proprio fine, la norma della propria vita nell’avvenire, un criterio morale, un metodo di scelta fra il bene e il male, tra la verità e l’errore, senza il quale non può esistere responsabilità, quindi non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©puzzle" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/06/©puzzle.jpg" alt="Â©puzzle" /></p>
<p>“Il vero! L’Italia nascente non chiede se non quello, non può vivere senza quello. L’Italia nascente cerca in oggi il proprio <em>fine</em>, la norma della propria vita nell’avvenire, un criterio morale, un metodo di scelta fra il bene e il male, tra la verità e l’errore, senza il quale non può esistere responsabilità, quindi non libertà. […] L’Italia nascente ha bisogno d’uomini che incarnino in sé quel vero nel quale essa deve immedesimarsi; che lo predichino ad alta voce, lo rappresentino negli atti, lo confessino, checché avvenga, fino alla tomba: e voi [politici opportunisti] le date l’esempio d’uomini che dicono e disdicono, giurano e sgiurano, troncano a spicchi la verità, protestano contro i suoi violatori, e transigono a un’ora con essi. Così preparate al giogo del primo padrone straniero e domestico, che vorrà inforcarla di tirannide, una Italia fiacca, irresoluta, sfiduciata di se stessa e d’altrui, senza stimolo di onore e di gloria, senza religione di verità e senza coraggio per tradurla in opera.” (Giuseppe Mazzini, <em>A Francesco Crispi</em>, s.l. 1864)</p>
<p><span id="more-659"></span></p>
<p>Torniamo a parlare di educazione coniugando il tema con la questione della cittadinanza e con quella dell’identità italiana, che hanno recentemente assunto nuovo rilievo alla luce del 150° anniversario dell’unità nazionale. Per questo motivo presentiamo il libro <em>Rifare gli italiani. “Cittadinanza e Costituzione”</em> <em>: una risposta alla sfida educativa </em>(Bologna 2010), scritto da Antonio Nanni, docente di filosofia presso il Simi (Università Urbaniana), e Antonella Fucecchi, docente di lettere in un liceo ed esperta di letteratura interculturale.<br />
Gli autori partono da un recente progetto nazionale di rilancio dell’educazione civica, denominato “Cittadinanza e Costituzione”, che, dopo aver addirittura trovato un riconoscimento legislativo (art. 1 della L. 169/2008), si sta ora progressivamente arenando nelle secche letali dei tagli alla scuola.</p>
<p>N. e F. denunciano la gravità di questa situazione perché l’attuazione di tale progetto costituirebbe una delle risposte possibili all’<strong>emergenza educativa del nostro paese</strong>. L’istanza pedagogica della società contemporanea si sta infatti confrontando con la <strong>sfida portata dalla cultura post-moderna</strong> in cui, secondo un relativismo assoluto egemonizzato dal consumismo, tutto è valore e al contempo nulla lo è. Addirittura per gli autori si configurerebbe oggi una sorta di drammatica <strong>‘interruzione’ generazionale</strong>, in quanto gli adulti sono sempre meno in grado di trasmettere ai figli valori o ideali, limitandosi a dare cose, averi e strumenti.<br />
Spesso le famiglie non sono all’altezza di questo compito ed hanno bisogno dell’<strong>alleanza con la scuola</strong> che, in quanto istituzione deputata all’educazione, ha maggiori strumenti di orientamento e di intervento per <strong>fronteggiare le richieste formative di una società complessa e plurale</strong> e quindi per <strong>costruire il profilo di un cittadino aperto, democratico e, soprattutto, rispettoso delle diversità</strong>. Infatti, il <strong>problema nodale</strong> per il nostro paese è, per N. e F., proprio quello dell’<strong>integrazione degli immigrati</strong>, che si riannoda tanto con l’annosa ‘questione meridionale’, quanto soprattutto con la più recente ‘questione settentrionale’.<br />
La proposta di consentire <strong>un più facile accesso alla cittadinanza</strong> da parte degli <strong>stranieri</strong> – fortemente dibattuta dai politici – si fonda del resto sulla constatazione che i nuovi arrivati sono circa quattro milioni, di cui una buona parte costituisce <strong>una fetta fondamentale della popolazione attiva</strong>. E le nuove generazioni nate in Italia si candidano ad essere tra le forze più dinamiche del paese. Non tener conto di tutto ciò, escludendo gli immigrati e le loro energie dai processi decisionali, rischia di mettere seriamente a repentaglio l’economia, la vita democratica e la coesione sociale (e forse politica) dell’Italia.<br />
Occorre dunque <strong>ripensare il <em>demos</em>, il popolo</strong>, che non può essere più basato su una presunta identità etnica, ma che si deve connettere innanzi tutto con le persone, quale che sia poi il territorio e la formazione politica dove esse si possano di volta in volta trovare. È necessario perciò elaborare <strong>una concezione globale, transnazionale, cosmopolitica della cittadinanza</strong>, più aderente alla mobilità degli uomini contemporanei e alle loro forme planetarie di comunicazione.<br />
Per rispondere appunto a questa sfida i vertici del sistema scolastico italiano hanno pensato di <strong>rivitalizzare l’educazione civica</strong>, un ambito dell’insegnamento – voluto nel 1958 dall’allora ministro dell’Istruzione Aldo Moro – che è sempre stato debole e trascurato in Italia. Addirittura con il varo del progetto ‘Cittadinanza e costituzione’ l’educazione civica avrebbe dovuto assurgere al rango di disciplina, soggetta anche a valutazione: ma questi ultimi aspetti sono stati sottaciuti e dunque rimessi in discussione da un documento di indirizzo del marzo 2009.<br />
Ad ogni modo il nuovo curricolo di tale materia si dovrebbe iscrivere nel quadro delle “Competenze chiave per l’apprendimento permanente”, emanate con una Raccomandazione dell’Unione Europea nel 2006, in cui sono specificamente contemplate anche abilità sociali e civiche. Per N. e F. <strong>tali competenze dovrebbero essere apprese in un contesto assio-pratico</strong>, cioè in <strong>una scuola intesa come permanente palestra di cittadinanza</strong>, in cui si ponga attenzione alla dimensione democratica a partire dalla stessa quotidianità. Questa routine positiva dovrebbe essere poi costellata di <strong>incontri con ‘testimoni della cittadinanza’</strong>, cioè con personalità che ogni giorno vivono e difendono i valori della Costituzione, le quali possano fungere da <strong>esempi concreti</strong> per bambini e ragazzi e <strong>fortifichino la loro capacità di resilienza</strong> con la forza persuasiva dei modelli.<br />
Una Costituzione che non deve però essere mitizzata, ma vissuta ed interpretata con atteggiamento di apertura e spirito critico. Ciò in consonanza con una concezione di <strong>cittadinanza intesa in modo problematizzato come ‘paradigma incompiuto’</strong>, come un’esigenza mai soddisfatta che induce costantemente al ripensamento e al miglioramento.<br />
In tal senso è necessario <strong>riformulare i concetti fondamentali della convivenza civile</strong> – quali ad esempio cultura, laicità, identità etica pubblica –, che devono essere sempre più <strong>declinati in un’ottica interculturale</strong>, cioè di scambio costante con gli altri, al fine di approdare ad un nuovo pensiero umano, di dimensione planetaria, e dunque ad una nuova <strong>educazione alla cittadinanza globale</strong>. Cioè “un’educazione che contribuisce alla formazione di cittadine e cittadini responsabili impegnati per la giustizia e la sostenibilità del pianeta che promuove il rispetto e la valorizzazione della diversità come fonte di arricchimento umano, la difesa dell’ambiente e il consumo responsabile, il rispetto dei diritti umani individuali e collettivi, la parità di genere, la valorizzazione del dialogo come strumento per la risoluzione pacifica dei conflitti, la partecipazione, la corresponsabilità e l’impegno nella costruzione di una società equa, giusta e solidale” (p. 67).<br />
Per tale fine N. e F. sono convinti che “la scuola costituisca un attore sociale e politico imprescindibile; rappresenti uno spazio privilegiato per la formazione di cittadine e cittadini critici e partecipativi, capaci di dare forza alle trasformazioni che vogliamo promuovere; e infine, abbia un ruolo fondamentale nel rispondere alle sfide poste dalla nostra contemporaneità” (p. 67).<br />
Dunque, dalla scuola e dalla sua missione educativa dovrebbe partire secondo gli autori un <strong>terzo risorgimento in Italia</strong>, il quale dopo il primo, che portò all’unificazione nazionale, e il cosiddetto secondo (la <em>Resistenza</em>), che condusse alla liberazione dalla dittatura fascista, possa in ogni senso integrare il nostro paese più di quanto non sia avvenuto finora.</p>
<p>I risultati sia del primo che del secondo risorgimento non sono stati infatti pienamente soddisfacenti e la loro spinta ideale si è ben presto affievolita. In tal senso, in sede di commento, ritorno sull’anteprima che riporta un brano tratto da uno scritto di uno dei padri dell’unità d’Italia, Giuseppe Mazzini. Si tratta di un piccolo <em>pamphlet</em>, di una sorta di ‘lettera aperta’, inviata tre anni dopo l’unificazione ad un uomo a lui in precedenza vicino, ma poi divenuto uno dei capi della sinistra parlamentare, Francesco Crispi, al quale Mazzini rinfacciava un comportamento intenzionalmente contraddittorio e incoerente: “Voi siete, come oggi barbaramente dicono, <em>opportunista</em>”.<br />
Ma la parabola metamorfica del Crispi rivoluzionario repubblicano a contatto con il potere era ben lungi dall’essere compiuta nel 1864: qualche anno dopo la morte di Mazzini (1872), Crispi divenne infatti <em>leader </em>della sinistra storica e primo esempio di ‘uomo forte’ della storia dell’Italia unita, che si rese protagonista di un decennio di egemonia politica personale caratterizzato da autoritarismo, accentramento dei poteri ma anche da dura repressione delle manifestazioni del popolo, scandali bancari (Banca Romana, 1893), aggressive quanto disastrose pretese coloniali (sconfitta di Adua, 1896).<br />
Le parole di Mazzini e la traiettoria di Crispi mi confermano quindi nell’idea che in realtà ci siano problemi profondi – storicamente profondissimi – di cultura politica e di etica pubblica nelle élites politiche italiane, già presenti all’indomani del Risorgimento. L’unico modo per affrontarli alla radice è appunto l’educazione alla cittadinanza che – come suggeriscono gli stessi autori del libro – permetta di ripensare interamente, senza infingimenti, la storia del nostro paese e di valorizzarne le forze ideali più democratiche ed aperte, quali appunto il pensiero di Giuseppe Mazzini.</p>
<p align="right">E. R.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2010/06/09/un-terzo-risorgimento-no-il-primo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Un laboratorio di analisi politica sulle forme di democrazia: il processo a Gesù</title>
		<link>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2010/04/29/un-laboratorio-di-analisi-politica-sulle-forme-di-democrazia-il-processo-a-gesu/</link>
		<comments>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2010/04/29/un-laboratorio-di-analisi-politica-sulle-forme-di-democrazia-il-processo-a-gesu/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 29 Apr 2010 18:20:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[populismo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.attraversolospecchio.eu/?p=579</guid>
		<description><![CDATA[&#8220;Blandire la folla, allora, può essere, in certe circostanze, non un cedimento ma un accorgimento prudente di quanti hanno a cuore prima di tutto la salvezza del governo. Pilato non si è sbagliato a rimettersi alla voce della folla radunata davanti al Pretorio. Voleva sapere da che parte in quel momento spirasse il favore popolare, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©laboratory" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/04/©laboratory.jpg" alt="Â©laboratory" />&#8220;Blandire la folla, allora, può essere, in certe circostanze, non un cedimento ma un accorgimento prudente di quanti hanno a cuore prima di tutto la salvezza del governo. Pilato non si è sbagliato a rimettersi alla voce della folla radunata davanti al Pretorio. Voleva sapere da che parte in quel momento spirasse il favore popolare, per potercisi conformare. Pilato democratico, dunque […]? Per nulla. Per andar dietro al favore popolare e assecondare il popolo, non è affatto necessario essere dei demòcrati. Si può, all&#8217;opposto, essere dei perfetti autocrati. È degli autocrati di ogni tempo l&#8217;ossessione della &#8216;presa diretta&#8217; sul popolo, della gommosa aderenza allo spirito popolare. Alla fine, Pilato è più vicino allo spirito popolare di quanto non sia Gesù il profeta. I profeti che vengono a &#8216;mettere il fuoco in terra&#8217; (Lc 12, 49) sono messi a morte dalla folla, a preferenza degli autocrati che si sforzano di blandirla.&#8221;<span id="more-579"></span></p>
<p>In questo post approfondiamo ancora il tema delle forme della democrazia, recensendo un saggio di grande successo <em>Il «crucifige!» e la democrazia</em> (Torino 2007<sup>2</sup>), scritto dal costituzionalista Gustavo Zagrebelsky.<br />
Z. propone <strong>un’analisi dei brani evangelici</strong> riguardanti la condanna di Gesù alla crocifissione <strong>per esplorare</strong>, attraverso la loro narrazione paradigmatica, <strong>le attuali tendenze della democrazia</strong>, con particolare riferimento all’Italia.</p>
<p>Nel nostro paese <strong>la cultura politica democratica</strong> sembra ormai generalmente accettata. Tuttavia, dietro a questa <strong>apparente condivisione</strong>, si nascondono dei profondi contrasti circa la concezione di questo sistema politico ormai trionfante in tutto l’occidente. In particolare, secondo Z., si assiste alla <strong>preoccupante manifestazione di atteggiamenti antidemocratici</strong> che, sotto mutate vesti (magari anche scientifiche), finiscono per riproporre argomenti analoghi a quelli che furono elaborati a cavallo del ‘900 e che condussero alla costruzione di regimi politici totalitari. Inoltre, l’<strong>evoluzione tecnologica dei media</strong> ha come conseguenze alcuni pericolosi sviluppi nel rapporto tra governanti e governati, che si potrebbero ascrivere ad una nuova configurazione dell’autoritarismo antidemocratico, fondato su un ampio consenso – di tipo ‘televisivo’, mi permetto di aggiungere.<br />
Per cercare di dissolvere queste ambiguità quanto mai pericolose, Z. allestisce <strong>un laboratorio di analisi politica</strong> nei racconti evangelici del processo e della condanna di Gesù. Attraverso la disamina dei ruoli assunti dall’imputato, dal Sinedrio, da Pilato e dalla folla – disamina che qui non si può certo seguire puntualmente – l’autore distingue <strong>tre fondamentali forme di democrazia: quella dogmatica, quella scettica e quella critica</strong>.<br />
In realtà, la scelta di tali ‘luoghi testuali’ per sviluppare riflessioni politiche non è originale: il processo a Gesù è stato infatti spesso discusso come un episodio che supporta argomenti contrari alla democrazia, in quanto la decisione del popolo di liberare Barabba invece che il Cristo dimostrerebbe la possibile incompatibilità tra procedura democratica, da una parte, e valori di verità e giustizia, dall’altra. Ma secondo Z. non si può ritenere che quella adottata per la condanna di Gesù sia stata una procedura democratica – nemmeno in senso formale, come vorrebbe ad esempio il grande teorico del diritto Kelsen –, se non in un senso molto degradato dell’espressione.<br />
Per l’autore è invece più importante cogliere nella condotta del sinedrio (assemblea dell’oligarchia locale israelita) e in quella di Pilato (rappresentante del potere imperiale) due differenti istanze politiche, che solo strumentalmente si coniugano con la democrazia: quella dogmatica e quella scettica. Il <strong>sinedrio</strong> si opponeva duramente a Gesù, perché l’insegnamento di questi contraddiceva alcuni pilastri fondanti della religione ebraica – e quindi della struttura sociale e dell’identità comunitaria –, a partire dallo stesso monoteismo: la condanna del ‘figlio dell’uomo’ derivava quindi dalla difesa dei dogmi. <strong>Pilato</strong>, coinvolto nella vicenda dal sinedrio, non intervenne invece sulla base di capi di imputazione religiosa e nemmeno procedette in seguito a circostanziate accuse di sedizione, ma si trovò di fatto ad assecondare la condanna per ragioni di opportunismo politico, una volta che la folla, chiamata in causa dallo stesso procuratore, si era pronunciata per la liberazione di Barabba e la crocifissione di Gesù. Z. si sofferma quindi sul <strong>profilo paradigmatico</strong> di Pilato, che rappresenta in fondo l’uomo politico che, pur conoscendo la verità, persegue il suo interesse, accampando come giustificazione il non poter fare altrimenti in una determinata situazione.<br />
La <strong>necessità dogmatica</strong> del Sinedrio e la <strong>necessità opportunistica e relativistica</strong> dell’uomo politico – per cui il potere e il governo sono dei fini –, pur partendo da posizioni diametralmente opposte, convergono nell’uso strumentale della democrazia e nella manipolazione del popolo. La <strong>folla</strong> che condanna Gesù è infatti <strong>un’arma di cui si usa la forza</strong>; non si richiede un suo giudizio ponderato, frutto di discussione, ma essa viene stimolata a <strong>produrre una reazione immediata</strong> di fronte ad un’alternativa che non si è mai posta, inducendo così <strong>una presa di posizione estremistica</strong>, magari orientata da una minoranza interna ben organizzata. L’urlo della folla – ‘Crucifige! Crucifige!’ – non lascia spazio a dissenzienti, che pur dovevano esserci, e ciò conferma <strong>l’effetto di trascinamento e quello di deresponsabilizzazione</strong> indotti in una massa omologata e manovrabile.<br />
Dal laboratorio testuale dei Vangeli emergono quindi due forme insidiose della democrazia, quella dogmatica e quella scettico-relativistica, cui Z. contrappone quella critica. La <strong>democrazia critica</strong> <strong>si fonda sullo spirito della possibilità</strong> che costituisce un principio alternativo rispetto a quello di necessità, sia questo connotato dogmaticamente, sia opportunisticamente. Questo spirito diverso muta l’orizzonte della comunità politica, in quanto presuppone che <strong>in ogni situazione vi sia qualcosa che manca</strong>, che non sia compiuto, aprendosi così al <strong>costante miglioramento</strong>. Esiste dunque sempre la possibilità di mettere in discussione ciò che è stato conseguito e di impegnarsi per superarlo.<br />
Cambia quindi radicalmente anche <strong>il valore del soggetto politico popolo</strong> che non è più solo passivo o chiamato semplicemente a reagire, ma <strong>può progettare di propria iniziativa</strong>. Inoltre, in tale prospettiva, <strong>esso non è più blandito, adulato dai falsi amici della democrazia</strong>, siano essi dogmatici o scettici: la sua voce non è più quella assolutizzata di Dio (<em>vox populi, vox Dei</em>), ma quella degli uomini (<em>vox populi, vox hominum</em>), che sono esseri manchevoli. In tal senso <strong>il riconoscimento della limitatezza, della fallibilità di tutti gli individui e del popolo</strong> stesso diventano i capisaldi di <strong>una politica democratica pronta a fare costante autocritica, a rivedere le proprie decisioni che devono essere sempre revocabili, reversibili</strong>: è per questo motivo che la pena di morte, la guerra, la dissipazione di risorse che non possono essere rigenerate, l’unilateralità di scelte di politica sociale ed economica, non sono compatibili con la democrazia critica. Infatti, essa fiorisce quando le decisioni prese bruciano il minor numero di possibilità per il futuro.<br />
Solo in questa forma di democrazia si dà la <strong>libertà</strong>, fondata sulla <strong>possibilità</strong>, la <strong>reversibilità</strong>, il <strong>ripensamento</strong>. Una libertà che non si estrinseca nello spontaneismo del popolo – solitamente funzionale agli opportunisti e ai dogmatici –, ma nell’<strong>esercizio all’interno delle istituzioni</strong>. Senza istituzioni il popolo rischia di essere isolato, di non poter progettare costruttivamente il futuro rispetto alle finalità del bene comune e di essere manipolato attraverso la sollecitazione di istinti pre-politici, che lo pongono in una condizione di “minorità infantile”. Se l’istituzione che per lungo tempo ha garantito la partecipazione organizzata del popolo, cioè il partito, è in crisi, sono comunque possibili per Z. <strong>nuove forme di associazione a fini politic</strong>i attraverso le sempre più diffuse tecnologie di comunicazione.<br />
<strong>Forme di mediazione istituzionale</strong>, derivate da una secolare tradizione di costituzionalismo, <strong>sono ad ogni modo imprescindibili</strong> se non si vuole correre il rischio che siano i demagoghi a condurre strumentalmente il popolo. L’insidia oggi portata dalle forze antidemocratiche (o peculiarmente ‘democratiche’) – che attaccano il parlamento, le altre istituzioni di garanzia e di controllo, e, in ultimo, lo stesso stato di diritto – è la <strong>deistituzionalizzazione</strong>, cioè l’indebolimento dei nodi tradizionali della vita pubblica. Non c’è dunque più l’ipertrofia statalista dei regimi totalitari novecenteschi, anche se il risultato sembra essere lo stesso: l’annichilimento del pluralismo e l’imposizione di un’omologazione che ora passa per il controllo delle opinioni politiche attraverso i media.</p>
<p>È quindi facile dedurre da questo quadro che in Italia sono presenti tante forze dogmatiche e scettiche – o, direi io, negativamente nichiliste –, che concorrono a indebolire o addirittura a soffocare le possibilità di sviluppo di una democrazia piena. Non è semplice però fare nette distinzioni: le diverse componenti delle élite italiane (politiche, economiche, culturali, ecclesiastiche) danno vita a movimenti di opinione, che intrecciano arditamente ragioni politiche opportunistiche a posizioni fondamentaliste. Un mix quasi letale per la nostra democrazia.</p>
<p>Il quadro delineato dall’analisi di Z. può essere utilmente integrato e fatto reagire con la descrizione della forma di ‘democrazia identitaria’ di Azzariti e con la proposta di democrazia della ‘vita quotidiana’ di Ginsborg, di cui abbiamo dato conto in alcuni post precedenti.</p>
<p align="right">E. R.</p>
<p align="right">
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2010/04/29/un-laboratorio-di-analisi-politica-sulle-forme-di-democrazia-il-processo-a-gesu/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La fattoria degli italiani</title>
		<link>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2010/04/09/la-fattoria-degli-italiani/</link>
		<comments>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2010/04/09/la-fattoria-degli-italiani/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 09 Apr 2010 07:58:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[istituzioni]]></category>
		<category><![CDATA[populismo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.attraversolospecchio.eu/?p=532</guid>
		<description><![CDATA[&#8220;Oggi il populismo ha perso quelle ingenuità [del pieno Novecento] e si presenta in una forma più sofisticata e quindi più insidiosa. Si ammanta infatti di una domanda di &#8220;vera democrazia&#8221;, al posto di quella attuale, consunta dalla grettezza di una classe politica inetta. Chiede strumenti di partecipazione diretta per far sentire la voce del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-533" title="Â©thebigpig" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/04/©thebigpig.jpg" alt="" />&#8220;Oggi il populismo ha perso quelle ingenuità [del pieno Novecento] e si presenta in una forma più sofisticata e quindi più insidiosa. Si ammanta infatti di una domanda di &#8220;vera democrazia&#8221;, al posto di quella attuale, consunta dalla grettezza di una classe politica inetta. Chiede strumenti di partecipazione diretta per far sentire la voce del popolo. Richieste giuste e condivisibili, in linea di principio. Solo che &lt;<span style="text-decoration: line-through;">, in</span>&gt; questa esaltazione del pan-partecipazionismo incappa in una domanda impossibile quando invoca la rimozione di ogni barriera che si interponga tra la volontà dei cittadini e la sua messa in atto: il che significa spazzar via tutti gli istituti di rappresentanza, tutte le istituzioni che rendono possibile il bilanciamento tra i poteri e impediscono il prevalere dell&#8217;uno sull&#8217;altro. Invece i pesi e i contrappesi sono stati inventati proprio per tenere a freno il popolo il quale, come già sapevano i classici greci, se aizzato dai demagoghi può provocare grandi disastri.&#8221;<span id="more-532"></span></p>
<p>Torniamo ad occuparci della situazione politica dell’Italia attuale presentando <em>La fattoria degli italiani. I rischi della seduzione populista</em> (Milano 2009), un libro che raccoglie alcuni articoli scritti da Piero Ignazi, docente di Politica Comparata all’Università di Bologna.<br />
Commentando singoli avvenimenti e fenomeni politici avvenuti negli ultimi anni, dal G8 di Genova al caso Alitalia, I. svolge una serie di riflessioni sull’<strong>anomalo sviluppo democratico</strong> del nostro paese, favorito in particolare da una peculiare cultura politica di destra, incarnata da Silvio Berlusconi.</p>
<p>Infatti, al di là della crisi di crescita che i sistemi democratici stanno conoscendo in tutto il mondo, l’Italia mostra spiccate tendenze verso <strong>un’evoluzione pericolosa del modello rappresentativo liberale</strong>, che è oggi assolutamente prevalente.<br />
Nel nostro paese la delusione per la politica – che si riscontra peraltro un po’ ovunque nei paesi occidentali e che dipende dalle più alte esigenze e dalla più grande consapevolezza dei cittadini postmoderni –, ha assunto delle forme di espressione che contrastano con i cardini valoriali democratici. La richiesta di trasparenza, l’esigenza di partecipazione, l’irritazione per i privilegi dei politici di professione sono qui distorti da una sorta di <strong>immatura immedesimazione tra ‘capo’ e ‘popolo’</strong>, che configura appunto una nuova forma di populismo.<br />
Tale identificazione fa sì che la volontà del ‘capo’ coincida con quella del popolo e, una volta posta questa idea a fondamento della democrazia, <strong>tutto ciò che contrasta il volere del capo va contro il popolo</strong>. In quest’ottica <strong>le mediazioni istituzionali sono considerate inutili se non negative</strong> e viene meno così uno degli assiomi delle democrazie mature, quello di essere sistemi del limite, fondati sull’autocontenimento da parte di tutti e strutturate con organi di controllo e di bilanciamento (<strong><em>checks and balances</em></strong>).<br />
È facile comprendere dunque che i portatori di <strong>questa cultura politica</strong> possano considerare <strong>le istituzioni come soggetti di parte</strong> quando si oppongono alla loro volontà: ed è proprio tale la sorte toccata negli ultimi tempi al Capo dello Stato, alla Corte Costituzionale, agli organi giudiziari. Questi ultimi, in particolare, vengono significativamente delegittimati anche sulla base dell’assunto che i suoi membri non sono direttamente nominati dal popolo; quindi il loro mandato, pure sancito nella Costituzione, avrebbe minor valore rispetto a quello degli eletti che, in tale visione della politica, non sono più concepiti come semplici ‘delegati’, ma quasi ‘consacrati’  o, come si è detto, ‘unti’.<br />
È questa una concezione che, con chiare risonanze pre-moderne, <strong>pone in discussione l’assioma della divisione dei poteri</strong>, affermato già da Montesquieu nel secolo XVIII. Concretamente – come si è visto anche in tempi recentissimi –, ciò vuol dire che <strong>l’applicazione delle norme può essere interpretata (e stravolta) dal potere esecutivo</strong>, sopraffacendo le competenze degli organi giudiziari con un uso ‘arbitrario’ e ‘principesco’ della legge.<br />
Questi elementi dal sapore arcaico si coniugano con le linee generali di sviluppo del potere nella società postmoderna, in particolare con l’efficacia pervasiva dei media: un mix che in Italia si incarna perfettamente nella persona di <strong>Silvio Berlusconi</strong>. Secondo I. &#8220;il Cavaliere è alieno, per la sua storia personale e professionale, alla cultura del confronto e del limite. Il suo impero economico, fondato su una linea di comando personale e familiare, estraneo al mercato sia in quanto concessionario e nulla più (di terreni, di etere, di spazi pubblicitari, ecc.), sia in quanto limitato alla &#8211; e protetto dalla &#8211; dimensione nazionale, riflette, e allo stesso tempo rinforza, una cultura padronal-aziendalista vecchio stampo, di cameratismo se si è ossequienti, di emarginazione se si osano critiche: perché «il Capo ha sempre ragione».&#8221; (p. 19).<br />
Insomma, la sua politica non sarebbe caratterizzata da posizioni liberiste e liberali, ma da <strong>pulsioni “anarcoidi”</strong>; in essa il valore centrale sarebbe allora quello dell’arricchimento personale compiuto al di fuori delle regole e quindi, in fondo, contro la comunità. Si comprende quindi facilmente l’insofferenza per le leggi – almeno per quelle che impediscono l’aumento del proprio potere economico, sociale e politico –, atteggiamento che lo distingue da altre posizioni della destra occidentale.<br />
Per costruire il consenso intorno a questa cultura politica – deleteria per lo sviluppo democratico –, Berlusconi si avvale della forza della comunicazione mediatica attraverso cui muove <strong>“potentissime leve simboliche-affettive”</strong>, quali la casa, la famiglia, la vita (si pensi al caso Englaro), che sono organizzate spesso intorno ad elementari dicotomie: amico-nemico, bene-male e, recentemente, amore-odio. Dicotomie – sia detto di passaggio – che non possono assolutamente risolvere i problemi politici complessi di quest’epoca.<br />
Purtroppo, questa egemonia politica, caratterizzata in senso neo-populista, converge ancora con le tendenze globali in quella che I. definisce la <strong>nuova “lotta di classe”</strong>, condotta dai ricchi contro i poveri: con essa i detentori delle risorse economiche e politiche puntano a rafforzare le posizioni di dominio acquisite non solo contro gli strati inferiori, ma anche contro quelli medi. E per fare questo non si ricorre più in maniera privilegiata alle vie contrattuali – che pure sono proprio in questi giorni utilizzate ancora una volta per comprimere i diritti dei lavoratori –, ma al <strong>connubio tra corporazioni economiche e potere politico</strong>. In concreto, ciò si traduce nel fatto che, a parte pochi settori che competono veramente sul piano internazionale, la maggior parte degli imprenditori del nostro paese beneficiano di reti di protezione pubblica consistenti in tariffe, concessioni e barriere.<br />
La degenerazione del sistema italiano non si ferma però qui, perché investe più in generale la società civile, sempre più contraddistinta da uno “<strong>spirito incivico</strong>”. Anche I. si richiama ad una mutazione profonda, “antropologica”, del paese – che abbiamo già visto nel post su Crainz –, caratterizzata dal prevalere dell’individualismo, del familismo, del cinismo, affermati al di sopra di tutti gli interessi collettivi, dello Stato e della legalità. Lo sfogo ipertrofico di questo ego, che risulta per certi aspetti infantile, non può non opporsi alla divisione e al bilanciamento dei poteri, al pluralismo delle idee e degli interessi, al rispetto delle norme. Insomma, alla democrazia del limite.<br />
E tutto quello che in tal senso sta accadendo all’Italia incuriosisce e preoccupa al contempo le opinioni pubbliche straniere e, in particolare, gli studiosi di altri paesi. Questi ultimi non si interrogano soltanto sull’abnorme conflitto di interessi e sull’incapacità degli italiani di riconoscere la fallimentarietà di una classe politica, a cominciare dallo stesso Silvio Berlusconi. Essi osservano con inquietudine l’impianto di un vero e proprio <strong>laboratorio politico</strong> in cui si compie <strong>un pericoloso esperimento populistico all’interno di un’importante democrazia occidentale</strong>, che potrebbe diventare un modello negativo.</p>
<p>Ciò che I. accenna appena, ma non sviluppa, concentrato giustamente sull’attualità, è il fatto che i processi descritti hanno forti analogie con forme di poteri antichi, pre-moderni, che comprimono l’identità politica del cittadino. Perché qui è il punto chiave cui si possono ricondurre le varie tematiche trattate in molti degli ultimi post: la cultura politica delle élite politiche di questo paese non accetta l’autodeterminazione libera di tutti, frutto di un secolare processo di democratizzazione centrato sui valori di libertà e uguaglianza, partecipazione e solidarietà.<br />
E il prevalere di questa posizione deriva da un retaggio storico profondo, da cui non è estraneo il sempre perdurante condizionamento esercitato da tutte le forze retrive, comprese le stesse gerarchie ecclesiastiche, che cercano di immobilizzare la società italiana, di impedirne l’emancipazione.</p>
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2010/04/09/la-fattoria-degli-italiani/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Critica della democrazia identitaria</title>
		<link>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/09/09/critica-della-democrazia-identitaria/</link>
		<comments>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/09/09/critica-della-democrazia-identitaria/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 05:23:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Esclusione]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento]]></category>
		<category><![CDATA[valori]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.attraversolospecchio.eu/?p=280</guid>
		<description><![CDATA[
&#8220;Pulsioni plebiscitarie e critiche del regime parlamentare, ricerca di identità e insofferenza nei confronti del sistema politico-rappresentativo, volontà decisioniste ed irritazione nei confronti della ricerca del compromesso, preferenza per la legittimità contro una legalità ritenuta un ostacolo alla sovranità ed ai poteri, esasperazione della contrapposizione tra l&#8217; &#8216;amico&#8217; e il &#8216;nemico&#8217;. Sono queste alcune delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="monolite" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/09/monolite1.jpg" alt="monolite" /></p>
<p>&#8220;Pulsioni plebiscitarie e critiche del regime parlamentare, ricerca di identità e insofferenza nei confronti del sistema politico-rappresentativo, volontà decisioniste ed irritazione nei confronti della ricerca del compromesso, preferenza per la legittimità contro una legalità ritenuta un ostacolo alla sovranità ed ai poteri, esasperazione della contrapposizione tra l&#8217; &#8216;amico&#8217; e il &#8216;nemico&#8217;. Sono queste alcune delle caratteristiche che sostengono la visione di &#8216;democrazia identitaria&#8217;, così come definite dal suo teorizzatore più raffinato[, Karl Schmitt].&#8221;</p>
<p><span id="more-280"></span></p>
<p>Presentiamo ai lettori del blog un saggio di teoria politica, <em>Critica della democrazia identitaria. Lo Stato costituzionale schmittiano e la crisi del parlamentarismo </em>(Roma-Bari 2005), scritto da Gaetano Azzariti, professore di Diritto costituzionale all’Università La Sapienza di Roma.<br />
A. propone un’analisi attenta della concezione della democrazia di un grande pensatore politico tedesco del Novecento, Karl Schmitt, la quale per tanti aspetti appare purtroppo nuovamente attuale. Schmitt (1888-1985) fu portatore di un’idea di stato fortemente autoritario e, anche per questo motivo, aderì convintamente al regime nazista.</p>
<p>A. intende dunque ritracciare i caratteri ideali della costruzione teorica di Schmitt. Tali caratteri, pur conoscendo oscillazioni nel corso di una riflessione protrattasi per gran parte del secolo scorso, rispondono ad una visione abbastanza coerente del mondo, elaborata in stretta relazione con <strong>un complesso nodo problematico</strong> delle democrazie liberali dell’Occidente: <strong>la crisi dello stato moderno connessa all’accentuato pluralismo della società industrializzata e di massa</strong> – due fenomeni conclamatisi a partire dalla fine del sec. XIX.<br />
Il primo elemento caratterizzante della concezione di Schmitt è la <strong>distinzione tra principi del liberalismo</strong> da una parte – in sostanza i diritti fondamentali dell’individuo – <strong>e democrazia</strong> dall’altra. I principi liberali sarebbero in realtà degli elementi di disgregazione del corpo politico, la cui consistenza è peraltro piuttosto formale. La democrazia avrebbe invece <strong>una dimensione ben più concreta, esistenziale</strong>, connessa strettamente ad <strong>un agire politico fondato sull’opposizione ‘amico/nemico’</strong>. In tale forma democratica prevarrebbe <strong>il principio di omogeneità</strong>, che <strong>comporterebbe l’esclusione e l’annientamento del diverso</strong>. La guerra diventerebbe uno dei mezzi di presidio dello stato contro il pluralismo; uno stato che assumerebbe caratteri totalitari, tali cioè da non tollerare una forte società civile e quindi nemmeno la possibilità che gli individui possano avere più appartenenze (cioè essere allo stesso tempo membri di più gruppi).<br />
L’esigenza di fondo è dunque quella di <strong>assicurare a tutti i costi l’unità</strong>, comprimendo le diversità; in tal senso vi è un’assoluta identità, purtroppo perversa, tra dominati e dominanti: questi ultimi sono infatti autorizzati ad incarnare la volontà del popolo nella decisione. Non è quindi importante come i dominanti prendano la decisione (legalità), ma che si ritenga che la prendano in nome di tutto il popolo (legittimità).<br />
Questa identità supera le forme liberali della rappresentanza, cioè quelle che le democrazie moderne hanno solitamente assunto per delegare alcune persone a governare la comunità politica. Nel caso di Schmitt <strong>la rappresentanza è in qualche modo trascendente</strong>, fondata, per così dire, in un atto di fede nei confronti di rappresentanti del popolo che si autoproclamano tali. <strong>Il popolo</strong> non sceglie veramente i suoi rappresentanti e, da ultimo, nella concezione di Schmitt <strong>non è affatto un soggetto reale</strong>. Esso diviene parzialmente attivo soltanto quando è <strong>interpellato attraverso dei referendum plebiscitari</strong>: dunque assolutamente predeterminati dai dominanti.<br />
In questa concezione il fondamento dell’azione politica e del sistema ‘democratico’ è, come accennato, la <strong>decisione</strong>, che è <strong>totale, assolutamente in-fondata</strong> e presa <strong>senza alcuna attenzione per il consenso</strong>. Rispetto a quest’ultimo tratto <strong>la politica non consiste nella ricerca di un compromesso, ma nel combatterlo</strong>: la decisione è un puro atto di forza. E la stessa costituzione è considerata una decisione politica dell’assoluto potere costituente.<br />
È logico quindi il <strong>duro attacco rivolto da Schmitt al parlamento</strong>: esso si basa certo su penetranti osservazioni critiche, ma poi si piega ad una sua forte condanna pregiudiziale ed ideologica. A partire infatti dal riconoscimento delle effettive disfunzioni delle assemblee politiche degli stati liberali Schmitt giunge infatti ad una <strong>condanna definitiva dei parlamenti</strong>. Questi organi non sono in grado di garantire l’unità e l’identità, in quanto riflettono il pluralismo della società, un pluralismo che si esprime nella discussione, nella libertà di stampa, di espressione e di informazione. Insomma, Schmitt conduce <strong>un attacco frontale alle modalità discorsive della democrazia liberale</strong>. È dunque conseguente che la minoranza debba essere annullata e la sua posizione discordante ricondotta alla sua vera volontà, quella dell’unico popolo e dei suoi dominatori.<br />
La <strong>logica dominativa</strong>, necessaria per mantenere l’unità dell’unico popolo, si esprime al meglio in <strong>un sistema presidenziale</strong>, che individua una sola persona come guida – il <em>Führer</em> –, in grado di incarnare la volontà del popolo, che lo sceglie e lo conferma per acclamazione. Il presidente può assolvere il compito della decisione senza rimanere legato nelle pastoie delle procedure parlamentari.<br />
A questo modello A. oppone quello del più noto avversario intellettuale di Schmitt, <strong>Hans Kelsen</strong>, uno dei più grandi giuristi del Novecento. L’autore mette in rilievo una particolare concezione della democrazia – non l’unica – che emerge da alcune opere del giurista praghese. Per Kelsen, alla base di un corretto funzionamento democratico si pone il bilanciato rispetto dei valori di libertà e di uguaglianza: esso si concretizza nel confronto tra gli interessi di tutti che si ottiene attraverso la discussione. Il rischio di un dominio assoluto della maggioranza è dunque impedito dalla <strong>tutela costante dei diritti della minoranza</strong>, che si traduce nelle modalità di decisione: esattamente al contrario di quanto sostenuto da Schmitt, <strong>l’importante per Kelsen non è cosa si decide, ma come si decide</strong>.<br />
Una sede specificamente deputata alla definizione della decisione è <strong>il parlamento</strong>, in cui si deve rappresentare, per quanto possibile, il ventaglio delle posizioni politiche di una società complessa e pluralistica. È importante che il parlamento <strong>sia aperto quanto più possibile</strong>, altrimenti le forze sociali non rappresentate troverebbero altre forme di espressione ad esso esterne.<br />
L’assemblea politica democratica <strong>non è però il solo luogo del compromesso</strong>: in una democrazia strutturata esso si forma anche e soprattutto al di fuori del parlamento. Insomma, è il dialogo tra i gruppi della società civile a porre le basi per la composizione degli interessi contrastanti dei cittadini. Ed è attraverso questo confronto diffuso nella società, culminante nelle decisioni del parlamento, che avviene quell’integrazione politica, che Schmitt pretenderebbe di imporre con la forza.<br />
A. conclude il suo saggio sviluppando alcune considerazioni sulla presente crisi della democrazia: il fatto che alcuni caratteri del tipo identitario tracciato da Schmitt si possano ritrovare attualmente costituisce indubbiamente <strong>un sintomo di sofferenza</strong>. La questione dell’integrazione politica della comunità – che sta alla base della posizione estrema del giurista tedesco – è certo un problema reale, cui non si può però dare una risposta che tradisca i valori fondamentali della democrazia: non si può insomma delegare la presa di decisione ad un ‘capo’ in grado di incarnare la volontà di tutto il popolo. <strong>Il pluralismo delle nostre società va accolto come un dato preliminare, sulla base del quale deve essere costruita l’unità</strong>. Il cemento di questa unità è per A. il <strong>testo costituzionale, portatore dei valori fondamentali che devono essere quanto più estesamente condivisi dai membri della società</strong> e dalle forze politiche che essi esprimono. Il parlamento diventa un luogo elettivo del confronto tra tali forze condotto a partire dal quadro di valori definito dalla costituzione.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Questa posizione si accorda con quanto abbiamo scritto sulla democrazia negli ultimi due anni. La democrazia è per noi non solo forma, procedura, ma ha innanzi tutto una sostanza fatta di valori, che sono la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà e la partecipazione, i quali riguardano tutta la vita sociale e non solo determinati luoghi o momenti istituzionali: “in democrazia nessun fatto si sottrae alla politica”. In tal senso si può ad esempio integrare il quadro teorico presentato da A. con la proposta della democrazia nella vita quotidiana di Ginsborg, illustrata qualche tempo fa sul blog.<br />
Ora, è evidente che quanto sta accadendo negli ultimi anni e specie negli ultimi mesi in Italia va invece nella direzione della democrazia identitaria: in vari settori si spinge verso l’esclusione, l’omologazione, l’intolleranza del diverso (razziale, sessuale, politico), il disprezzo delle dinamiche parlamentari, il decisionismo assoluto (si ricordi il caso Englaro e le decisioni prese dal governo in aperta rottura della legalità costituzionale), l’insofferenza per la libertà di espressione, di stampa e di informazione. E tutto ciò accade sotto la <em>leadership</em> di un Presidente del Consiglio che crede di incarnare in sé – naturalmente all’ennesima potenza – la volontà degli italiani. Quelli che si oppongono alle sue scelte sono ‘anormali’ e vogliono il male del paese. Tutti i suoi comportamenti da quelli della politica estera a quelli privati – che, si badi, egli stesso ha reso in vario modo pubblici – confermano purtroppo l’idea di chi, qualche anno fa, sosteneva l’estraneità di Berlusconi alla democrazia liberale. Egli è purtroppo molto vicino alla pericolosa democrazia identitaria.</p>
<p align="right">E.R.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/09/09/critica-della-democrazia-identitaria/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Rianimare la democrazia: contro i pericoli del capitalismo consumistico</title>
		<link>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/06/29/rianimare-la-democrazia-contro-i-pericoli-del-capitalismo-consumistico/</link>
		<comments>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/06/29/rianimare-la-democrazia-contro-i-pericoli-del-capitalismo-consumistico/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 06:29:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[consumismo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[partecipazione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/06/29/rianimare-la-democrazia-contro-i-pericoli-del-capitalismo-consumistico/</guid>
		<description><![CDATA[
&#8220;La democrazia ha molti nemici in attesa tra le quinte, politici e movimenti per il momento costretti a giocare secondo le sue regole ma il cui intento reale è tutt&#8217;altro &#8211; populista, di manipolazione mediatica, intollerante e autoritario. Conquisteranno molto spazio, se non riformeremo rapidamente le nostre democrazie. E non c&#8217;è ambito in cui questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="boundaries.jpg" href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/06/boundaries.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/06/boundaries.jpg" alt="boundaries.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;La democrazia ha molti nemici in attesa tra le quinte, politici e movimenti per il momento costretti a giocare secondo le sue regole ma il cui intento reale è tutt&#8217;altro &#8211; populista, di manipolazione mediatica, intollerante e autoritario. Conquisteranno molto spazio, se non riformeremo rapidamente le nostre democrazie. E non c&#8217;è ambito in cui questa riforma sia più necessaria che in seno alla stessa Unione Europea.&#8221;<span id="more-219"></span></p>
<p>Torniamo ad occuparci del tema della democrazia nel mondo contemporaneo, presentando un altro libro dello storico inglese Paul Ginsborg, <em>La democrazia che non c&#8217;è </em>(Torino 2006).<br />
In questo saggio G. parte dal confronto con le posizioni di due grandi filosofi del secolo XIX, il liberale John Stuart Mill e il socialista Karl Marx, per riproporre il problema dell&#8217;<strong>inadeguatezza delle forme attuali di vita politica democratica</strong>. Il richiamo ai due grandi pensatori dell&#8217;Ottocento funge da espediente per discutere i principi e i valori fondamentali della democrazia, che negli ultimi tempi stanno diventando sempre più sbiaditi fino quasi a scomparire.</p>
<p>G. avvia il suo discorso sulla democrazia a partire dalle radici storiche di alcune situazioni paradossali manifestatesi negli ultimi venti anni. Dal 1989, con il progressivo <strong>crollo</strong> <strong>dei regimi comunisti</strong> in Unione Sovietica e nei paesi dell&#8217;Europa orientale, è infatti caduta l&#8217;alternativa concreta ai sistemi liberali occidentali. Gli esperimenti di democrazia diretta che avevano caratterizzato l&#8217;alba della rivoluzione russa nei soviet, consigli locali composti soprattutto da operai, furono precocemente soffocati dall&#8217;élite bolscevica. Da questo <strong>deficit originario di democrazia</strong> erano poi scaturiti regimi autoritari, retti da partiti unici, che anestetizzarono la vita politica di intere nazioni.<br />
Senza più avversari la <strong>democrazia liberale occidentale</strong> poteva così celebrare il proprio trionfo, confermato sul piano quantitativo dal <strong>significativo aumento di paesi retti da istituzioni democratiche</strong> nel corso di tutti gli anni &#8216;90 del secolo scorso. Tuttavia, in concomitanza con questa diffusione, si è palesata <strong>una profonda crisi qualitativa</strong> di tale sistema politico; una crisi che aveva radici profonde.<br />
La democrazia aveva infatti conosciuto a partire dal sec. XIX una lenta evoluzione verso forme di partecipazione sempre più ampia. Tale partecipazione assumeva (e assume) però le forme della rappresentanza, determinata attraverso variabili procedure di elezione. Sin dall&#8217;inizio si comprese che i rappresentanti dovevano essere costantemente controllati per impedire i più diversi abusi di potere. Tuttavia, non si definirono mai chiaramente istituti o procedure che potessero assolvere questa funzione. Dopo la seconda guerra mondiale, che aveva visto la vittoria finale delle democrazie occidentali e dell&#8217;URSS contro i regimi nazi-fascisti, gli stati europei erano riusciti addirittura a coniugare gli istituti democratici con la garanzia di diritti sociali ed economici per tutti i cittadini (<em>welfare state</em>). La tendenza cambiò però già  con gli anni &#8216;70, che pure furono un periodo in cui la richiesta di una maggior partecipazione alla vita istituzionale fu altissima. E&#8217; da lì che si avviò la crisi pienamente conclamatasi solo negli anni &#8216;90.<br />
La <strong>disaffezione per la vita politica</strong> e la <strong>perdita di fiducia nelle istituzioni</strong> si possono ricondurre a vari fattori: 1) la costituzione di un corpo di politici professionisti lontano dai cittadini; 2) la dipendenza di tali politici da gruppi affaristici che, in cambio di appalti o aiuti, finanziano partiti e singoli esponenti politici (capitalismo delle amicizie strumentali, <em>crony capitalism</em>); 3) la debolezza della democrazia statunitense, la più importante del mondo, la cui legittimità  si è recentemente persa in guerre imperialistiche, in provvedimenti e condotte lesivi dei diritti dell&#8217;uomo, in ferme opposizioni a linee di <em>governance</em> mondiale (sull&#8217;ecologia, sui diritti umani, sull&#8217;ONU). Ma soprattutto è stata determinante <strong>l&#8217;affermazione di un modello culturale dettato dal capitalismo consumistico</strong>, che ha comportato un ripiegamento sulla sfera familiare e un&#8217;organizzazione della vita intorno all&#8217;imperativo del &#8216;lavora e spendi&#8217;. Tale modello culturale è veicolato soprattutto dalla <strong>televisione commerciale</strong> e viene imposto da nuove oligarchie nazionali e transnazionali, che poco o nulla hanno a che fare con la democrazia.<br />
Per contrastare questo consumismo, che compensa il senso di impotenza nella sfera pubblica, e gli altri elementi generatori di indifferenza e di passività dei cittadini, è necessaria una <strong>rivitalizzazione della partecipazione democratica</strong> che comporti la formazione di cittadini attivi, critici, indipendenti e capaci di organizzarsi, la cui azione deve essere finalizzata, come sosteneva il liberale Mill, a &#8220;<strong>saper vivere insieme come degli eguali</strong>&#8220;.<br />
Come abbiamo già  avuto modo di notare nel post dedicato all&#8217;altro libro di G., <em>Tempo di cambiare</em>, lo storico inglese insiste molto sulla <strong>funzione della famiglia</strong> come centro propulsore della vita pubblica. Sui nuclei familiari si deve basare quel <strong>sistema di connessioni</strong> che sostiene la <strong>società  civile</strong>, cioè quello spazio compreso tra individui, istituzioni economiche e politiche, in cui agiscono gruppi organizzati di cittadini. Con società civile non si intende però solo questo spazio, ma anche un programma di azione politica alla base di molte associazioni, finalizzato a promuovere la diffusione del potere, l&#8217;uso di mezzi pacifici per risolvere i conflitti, la fine delle discriminazioni e la costituzione di solidarietà  orizzontali. E&#8217; sulla base di questi interessi organizzati che si possono esercitare controlli e pressioni sulla politica e sull&#8217;economia.<br />
Come fare concretamente per favorire la partecipazione? Più che fornire delle soluzioni, G. porta degli esempi e individua alcuni nodi problematici. Secondo lo storico inglese è necessario dare consistenza ai tanti discorsi riguardanti l&#8217;<strong><em>empowerment</em></strong>, cioè il potenziamento della fase decisionale di una comunità  politica attraverso una partecipazione più ampia. Efficaci processi di <em>empowerment</em> avvierebbero infatti circoli virtuosi nella formazione di cittadini responsabili, consapevoli e attivi.<br />
I <strong>metodi di partecipazione alle decisioni</strong> sperimentati su scala locale sono stati molti. Alcuni di essi si basano sull&#8217;individuazione di un gruppo di membri della comunità, sulla base di un campionamento casuale, che possano concorrere alla processo di decisione: è il caso delle <strong>giurie di cittadini</strong>, ristrette numericamente e finalizzate alla risoluzione di problema specifici; oppure quello del <strong><em>town meeting</em></strong>, che coinvolge un maggior numero di persone e fornisce delle direttrici per le più complessive <em>policy </em>urbane. Questi strumenti istituzionali, nonostante offrano la possibilità di partecipazione a persone appartenenti a tutte la fasce sociali, trovano però un grosso limite nella loro saltuarietà, che non permette una continuità di azione politica ai cittadini, e nel loro carattere consultivo.<br />
Altri metodi invece sono aperti dal punto di vista della partecipazione. E&#8217; il caso ad es. del <strong><em>community policing</em></strong> di Chicago, che ha cercato di coinvolgere i cittadini in questioni riguardanti la sicurezza e l&#8217;istruzione, e soprattutto quello della città brasiliana di <strong>Porto Alegre</strong>. Quest&#8217;ultimo è per G. un esperimento di democrazia combinata, diretta e indiretta, molto interessante: qui la partecipazione alla definizione di parte del bilancio cittadino (<em>Orçamento partecipativo</em>) si dispiega nel corso dell&#8217;anno attraverso un complesso meccanismo di assemblee pubbliche. Nel 2002 hanno partecipato a questa attività oltre 31.000 persone, che potrebbero apparire poche, in termini assoluti, rispetto ad una popolazione di un 1.300.000 abitanti; ma in termini di qualità e quantità di democrazia locale è un risultato eccezionale.<br />
Per elevare la qualità della democrazia questi metodi non bastano. Occorre inoltre, secondo G., (1) ristrutturare il funzionamento della politica in maniera da <strong>garantire una piena partecipazione delle donne</strong>, in modo che essa tenga conto della loro &#8216;differenza&#8217;; (2) <strong>democratizzare la vita economica</strong> attraverso la partecipazione più attiva dei lavoratori-cittadini alla produzione di beni e servizi.<br />
In questa complessa sfida portata alla democrazia dal tempo presente G. riconosce un ruolo fondamentale all&#8217;<strong>Unione Europea</strong>, che tuttavia è per ora come un &#8216;gigante addormentato&#8217; dalle enormi potenzialità. Questo letargo è dovuto al fatto che purtroppo, sin dalla nascita, l&#8217;Unione Europea è stata affetta da un deficit di democrazia, tuttora persistente, come mostrano i recenti fenomeni di astensionismo alle elezioni e di avanzata di movimenti euroscettici. I cittadini non credono insomma nelle attuali forme di partecipazione e G. auspica che i vertici della UE, resisi conto di ciò, stimolino nuove sperimentazioni democratiche, che coniughino forme dirette e rappresentative.</p>
<p>In sede di commento mi preme mettere in evidenza ancora una volta un messaggio che si evince dai libri di G.: la democrazia è una questione che non riguarda solo le procedure, pure indispensabili, ma concerne fondamentalmente i valori.<br />
Riportata all&#8217;attualità questa affermazione mi induce a due ulteriori considerazioni. Discutere pubblicamente della legge elettorale, proporre dei referendum per determinarne le caratteristiche sono indubbiamente aspetti importanti della vita democratica di uno stato; e non sono assolutamente materie di per sé riservate al parlamento o a tecnici, una volta che i quesiti siano posti chiaramente. I recenti referendum erano quindi, a prescindere dai loro contenuti, assolutamente legittimi: tuttavia, il loro oggettivo fallimento, avvenuto per il concorso di tante cause, mi appare il segno evidente del gravissimo stato della democrazia italiana, che dipende non dalle procedure, ma dalla debolezza dei valori che la sostanziano.<br />
Valori il cui evidente tradimento non si può per contro coprire con una vittoria elettorale: dimostrazione ulteriore, se ve ne fosse bisogno, che le procedure sono contenitori che vengono riempiti dalla sostanza civile e morale di una società.</p>
<p align="right">E.R.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/06/29/rianimare-la-democrazia-contro-i-pericoli-del-capitalismo-consumistico/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Cipolle e democrazia: dal biototalitarismo al nuovo fascismo</title>
		<link>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/globalizzazione/2009/05/29/cipolle-e-democrazia-dal-biototalitarismo-al-nuovo-fascismo/</link>
		<comments>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/globalizzazione/2009/05/29/cipolle-e-democrazia-dal-biototalitarismo-al-nuovo-fascismo/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 29 May 2009 12:27:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[OGM]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/globalizzazione/2009/05/29/cipolle-e-democrazia-dal-biototalitarismo-al-nuovo-fascismo/</guid>
		<description><![CDATA[
&#8220;La globalizzazione ha fatto sparire i cittadini e ha ridotto lo stato a strumento del capitale globale. La persona fittizia ha rimpiazzato gli esseri umani su cui era stata modellata. L&#8217;unico ruolo degli esseri umani è oggi quello di consumatori; quello di membri di comunità produttive e culturali è stato cancellato. Da una parte ciò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="onionskin.jpg" href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/05/onionskin.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/05/onionskin.jpg" alt="onionskin.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;La globalizzazione ha fatto sparire i cittadini e ha ridotto lo stato a strumento del capitale globale. La persona fittizia ha rimpiazzato gli esseri umani su cui era stata modellata. L&#8217;unico ruolo degli esseri umani è oggi quello di consumatori; quello di membri di comunità produttive e culturali è stato cancellato. Da una parte ciò rende superflui gli esseri umani nel provvedere ai loro bisogni. Dall&#8217;altra, insidia le diversità culturali, cioè il modo in cui le persone sono state modellate dalla natura e interagiscono con essa per soddisfare i propri bisogni. [...] La politica, svuotata dai diritti economici, sfrutta la paura e l&#8217;insicurezza e fabbrica odio come capitale politico. L&#8217;India non è l&#8217;unico paese ad assistere alla crescita del fascismo e delle forze fondamentaliste, proprio mentre la globalizzazione nega alle persone il diritto di difendere le proprie vite e i propri mezzi di sostentamento con metodi democratici.&#8221;<span id="more-213"></span></p>
<p>Proseguiamo nel nostro percorso sui diritti globali, recensendo il testo di una conferenza tenuta dalla fisica quantistica ed economista indiana Vandana Shiva, dal titolo <em>Diritti alimentari, libero commercio e fascismo</em>, comparso nella raccolta <em>La debolezza del più forte. Globalizzazione e diritti umani</em> (Milano 2004), pp. 115-140. Secondo la S. l&#8217;attuale processo di <strong>globalizzazione</strong>, che promuove il libero commercio, ha <strong>conseguenze molto negative sui diritti umani</strong>; per difenderli è a suo avviso necessario combattere tanto le istituzioni politiche ed economiche quanto le grandi multinazionali che lo sostengono in vario modo.<br />
In particolare, la  S. ha individuato nel gioco al ribasso sui diritti umani due componenti. In primo luogo si può constatare una &#8216;<strong>naturalizzazione&#8217; di realtà che sono invece il frutto di determinate scelte politiche</strong>: la globalizzazione economica e il libero commercio non sono infatti fenomeni &#8216;naturali&#8217;, esiti irreversibili dello sviluppo delle società umane, ma sono forme ben precise di dominazione del Nord del mondo sul Sud. In questo senso la S. sottolinea l&#8217;insistenza dei leader mondiali nell&#8217;affermazione dell&#8217;inevitabilità della globalizzazione, che è però paradossalmente accompagnata da misure di incentivazione, difesa e sostegno: se fosse veramente così &#8216;naturale&#8217;, non ci sarebbe bisogno di promuoverla con tanto zelo. In secondo luogo si rileva <strong>una frammentazione dei diritti</strong> <strong>umani</strong>, che invece dovrebbero essere indivisibili. I sostenitori dell&#8217;attuale globalizzazione favoriscono infatti la scissione tra diritti civili, da una parte, e quelli socio-economici, dall&#8217;altra; e pure anche quest&#8217;ultimi sono stati sanciti nella <em>Dichiarazione universale</em> del 1948. Tale scissione è purtroppo la premessa per il loro disconoscimento: infatti il diritto alla libertà dalla fame ha la stessa dignità del diritto alla libertà di espressione; anzi, la realizzazione del primo è una condizione per il darsi del secondo.<br />
Il diritto umano alla vita attraverso la nutrizione è però considerato un <strong>ostacolo dal libero commercio</strong>, che di libero, secondo la  S., ha veramente poco per quanto riguarda gli individui e le comunità. I beneficiari della globalizzazione sono infatti soltanto delle entità fittizie, le grandi imprese, le <strong>multinazionali</strong>, i cui diritti finiscono per essere posti al di sopra di quelli di cittadini e stati. Questi <strong>diritti</strong> garantiti ai capitali e alle società sono &#8216;<strong>inumani&#8217;</strong> e inducono anche negli individui comportamenti asociali e aggressivi, dettati dall&#8217;avidità. L&#8217;autrice porta l&#8217;esempio della conoscenza che, creata per lo più collettivamente dagli uomini &#8211; dunque condivisa &#8211; viene ora sempre più privatizzata: è il caso dei tanti saperi dei contadini, che dopo esser stati saccheggiati della loro esperienza, sono costretti poi a pagarla alle multinazionali nella forma della vendita di prodotti (come le sementi) e tecnologie.<br />
Le conseguenze negative di questa situazione sono molte, in particolare nei paesi del <strong>Terzo Mondo</strong>: conversione della policoltura in monoculture destinate alla commercializzazione, aumento dei prezzi delle derrate alimentari, smantellamento dei sistemi di distribuzione pubblica. Si pongono quindi le condizioni di future <strong>crisi alimentari</strong> e di presenti situazioni di <strong>disagio sociale</strong>: la S. ricorda che la pressione economica e tecnologica esercitata dalle multinazionali ha provocato un&#8217;ondata di suicidi tra i contadini indiani alla fine degli anni &#8216;90.<br />
Gli esiti di questa situazione sono però negativi anche per i paesi ricchi: rientra ad es. tra le conseguenze del monopolio delle grandi multinazionali il conflitto tra Europa e Stati Uniti intorno agli OGM. I rappresentanti del governo americano hanno più volte attaccato l&#8217;obsoleta &#8216;cultura storica&#8217; dei cittadini del vecchio continente riguardo all&#8217;alimentazione, cui hanno contrapposto la &#8217;scienza ben fondata&#8217; che sta alla base delle nuove colture transgeniche. Si trattava in realtà di un argomento che coloriva la più seria minaccia di una grande guerra commerciale, se non si fossero aperte le frontiere alle importazioni statunitensi e se si fosse imposto l&#8217;obbligo di etichettatura sui prodotti.<br />
E&#8217; chiaro infatti che la questione economica si traduce sul <strong>piano politico</strong>. L&#8217;adesione delle maggioranze governative indiane al libero mercato ha provocato un aumento del prezzo delle cipolle da 2 a 100 rupie. Il malcontento per una tale linea economica è stato espresso alle elezioni successive; tuttavia, questa esplicita bocciatura democratica non ha sortito alcun effetto perché i nuovi governi hanno continuato sulla stessa strada; ed è particormente significativo il fatto che il primo ministro abbia minimizzato di fronte ai leader del commercio mondiale questa sconfitta elettorale alle amministrative definendola come un &#8220;dramma locale&#8221;.<br />
Secondo la S. la globalizzazione comporta una <strong>minaccia per la democrazia alimentare</strong>, consistente nelle limitazioni imposte alla scelta dei cibi o alla loro produzione. Il grado di costrizione imposto dal libero commercio è quanto mai evidente in ciò che l&#8217;autrice definisce la <strong>logica sterminatrice</strong> cui è approdato il monopolio delle <strong>sementi</strong>: in questo settore si è fatto ricorso a tecnologie che rendono sterili i semi ottenuti dalle coltivazioni, cosicché gli agricoltori sono sempre costretti a rifornirsi dalle grandi multinazionali, senza poter conservare una parte del prodotto e, come è sempre accaduto, senza poterlo selezionare personalmente per la nuova semina. Questo sistema di inibizione della riproduzione vegetale non garantisce la sicurezza alimentare e non permette lo sviluppo della biodiversità: si impone così un &#8216;<strong>biototalitarismo&#8217;</strong>.</p>
<p>Ma, per la S., le conseguenze della globalizzazione sono gravi per la democrazia <em>tout court</em>: i <strong>politici</strong>, che si piegano ai dettami delle istituzioni internazionali (Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Fondo Monetario Internazionale) e delle multinazionali, non possono più infatti prendere decisioni nella fondamentale sfera economica. Sono quindi costretti a cercare altri spazi di affermazione e, in particolare, ad alimentare tensioni che possano in qualche modo spezzare fronti di opposizione. Un ottimo terreno di diversione e di discordia è la religione, che nell&#8217;epoca della globalizzazione vede esponenzialmente aumentare l&#8217;intolleranza e la conflittualità: ed è qui che fiorisce il <strong>fondamentalismo</strong>, frutto della reale insicurezza economica e degli opportunismi di molte élite nazionali. Per la S. è questa una china molto pericolosa, che conduce ad un nuovo fascismo e che deve essere perciò contrastata sostenendo logiche inclusive che tengano conto dei diritti socio-economici di tutti.</p>
<p>Il quadro stilato dall&#8217;attivista e ambientalista indiana fornisce un&#8217;interpretazione complessa della situazione odierna. In particolare, il nesso tra libero mercato mondiale e logica dell&#8217;esclusione è un&#8217;ipotesi esplicativa che tiene insieme vari e concomitanti fenomeni attuali.<br />
Gli inequivocabili atti e le altrettanto inequivocabili dichiarazioni del presente governo italiano sono mosse senza dubbio da una logica dell&#8217;esclusione. Dichiarare che non si vuole un paese multietnico, quando esso lo è già, significa non solo compiere dei &#8216;disumani&#8217; respingimenti; perché tali sono dal momento che quelli che arrivano non sono dei criminali, ma persone disperate &#8211; e a trasformare la disperazione in deliquenza ci pensa poi il nostro paese. Esso implica il disconoscimento di una realtà che già esiste, coinvolgendo persone regolari ed integrate da tempo, che fanno parte dell&#8217;Italia multietnica.<br />
E questa condotta, che ha certo una sua ragione nell&#8217;ottica delle imminenti elezioni, può però essere efficace perché si àncora ad una diffusa insicurezza sociale determinata da una situazione economica oggettivamente grave, come testimoniano i dati ISTAT sul PIL e soprattutto quelli OCSE sul reddito molto basso degli italiani. Dati che l&#8217;attuale maggioranza politica fatica a nascondere. Fomentare attraverso i mezzi di comunicazione <strong>l&#8217;esclusione è</strong> una delle strategie percorse: &#8220;Finalmente cattivi&#8221;, così suonava il titolo di un quotidiano in seguito al primo respingimento, che trasuda di un odio suscitato per celare i più gravi problemi di una disastrosa situazione economica e sociale.</p>
<p align="right">E.R.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/globalizzazione/2009/05/29/cipolle-e-democrazia-dal-biototalitarismo-al-nuovo-fascismo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Riconoscere globalmente i diritti per garantire il futuro della democrazia</title>
		<link>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/globalizzazione/2009/04/19/riconoscere-globalmente-i-diritti-per-garantire-il-futuro-della-democrazia/</link>
		<comments>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/globalizzazione/2009/04/19/riconoscere-globalmente-i-diritti-per-garantire-il-futuro-della-democrazia/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2009 04:44:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[cittadinanza]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/globalizzazione/2009/04/19/riconoscere-globalmente-i-diritti-per-garantire-il-futuro-della-democrazia/</guid>
		<description><![CDATA[
&#8220;La realizzazione della Dichiarazione universale dipende moltissimo dai diritti espressi negli articoli 19 e 21: Â«ricevere e diffondere informazioni e idee, attraverso ogni mezzoÂ» e prendere parte a Â«elezioni genuineÂ» in ottemperanza al principio per cui la Â«volontÃ  popolare Ã¨ il fondamento dellâ€™autoritÃ  dei poteri pubbliciÂ». L&#8217;importanza di restringere il diritto alla libertÃ  di parola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/04/onpaperhill.jpg" title="onpaperhill.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/04/onpaperhill.jpg" alt="onpaperhill.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;La realizzazione della Dichiarazione universale dipende moltissimo dai diritti espressi negli articoli 19 e 21: Â«ricevere e diffondere informazioni e idee, attraverso ogni mezzoÂ» e prendere parte a Â«elezioni genuineÂ» in ottemperanza al principio per cui la Â«volontÃ  popolare Ã¨ il fondamento dellâ€™autoritÃ  dei poteri pubbliciÂ». L&#8217;importanza di restringere il diritto alla libertÃ  di parola e alla partecipazione democratica Ã¨ stata ben compresa dai potenti. Ãˆ una lunga storia, ma i problemi hanno assunto un&#8217;importanza maggiore in questo secolo, quando Â«le masse hanno promesso di diventare reÂ», una tendenza pericolosa, che poteva essere rovesciata, si pensÃ², da nuovi metodi di propaganda che dessero modo alle minoranze intelligenti &#8230; di plasmare le opinioni delle masse, &#8230; irregimentando l&#8217;opinione pubblica un po&#8217; per volta, come l&#8217;esercito irregimenta i corpi dei suoi soldatiÂ». [â€¦] Per questi motivi, il sistema dei media e quello dellâ€™istruzione sono un costante terreno di scontro.â€<span id="more-204"></span></p>
<p>Proseguiamo ancora con il tema della cittadinanza globale, tornando a trattare della <em>Dichiarazione universale dei diritti dellâ€™uomo</em>. Lo facciamo presentando alcune idee del grande intellettuale statunitense Noam Chomsky, esposte in una conferenza tenuta ad Oxford dal titolo<em> Riconoscere i diritti: un percorso accidentato</em>, pubblicata nella raccolta <em>La debolezza del piÃ¹ forte. Globalizzazione e diritti umani</em> (Milano 2004), pp. 61-108.<br />
C. descrive le difficoltÃ  che incontra lâ€™applicazione dei diritti umani e ricorda le sostanziali violazioni che essi hanno conosciuto nella seconda metÃ  del â€˜900. Egli punta in particolare un <strong>indice accusatorio contro gli Stati Uniti</strong>, le cui Ã©lites, interessate ad affermare unâ€™egemonia politica ed economica sul mondo, hanno disatteso e contestato i dettami della <em>Dichiarazione</em>.</p>
<p>E C. avvia il suo discorso proprio denunciando la condotta degli USA, in particolare in Asia sud-orientale e in Centro America. In questo secondo scenario lâ€™intenzione delle Ã©lite statunitensi di consolidare il controllo dellâ€™area ha indotto i governi americani a favorire <strong>politiche del terrore</strong> attraverso lâ€™impianto di regimi che soffocavano tutte le rivendicazioni sociali e politiche provenienti dal basso. Si sono costituite cosÃ¬ delle <strong>â€˜democrazie guardianeâ€™</strong>, Ã©litarie, violente, sostenute da consiglieri e agenti segreti stranieri.<br />
Anche quando i diritti umani sono stati richiamati da parte americana, ciÃ² Ã¨ stato spesso fatto in maniera opportunistica, come si Ã¨ visto nel recente caso delle accuse rivolte a Saddam per i crimini commessi contro i curdi. Tale questione era infatti da tempo nota e addirittura le persecuzioni del regime iracheno si erano svolte con lâ€™avallo del governo americano. La vera colpa di Saddam non era certo lâ€™aver fatto stragi di curdi, ma la sua mancata obbedienza. Purtroppo ne fornisce una controprova il fatto che le violenze collettive operate sulla stessa popolazione curda dal fedele alleato turco non hanno provocato analoghe reazioni statunitensi.<br />
Unâ€™opposizione piÃ¹ risoluta ed esplicita Ã¨ quella che gli americani hanno mostrato nei confronti degli <strong>artt. 22-27 della <em>Dichiarazione</em></strong>, in cui si affermano <strong>i diritti economici, sociali e culturali degli uomini</strong>. Non si tratta, come vorrebbero molti denigratori, di unâ€™ereditÃ  sovietica, ma di un cardine della <em>Dichiarazione</em>, che a suo tempo raccolse un vasto consenso, suscitato dalla tragica esperienza delle due guerre che avevano sconvolto il mondo.<br />
Tali diritti e la <em>Dichiarazione</em> nel suo complesso facevano parte di un piÃ¹ ampio progetto di rinnovamento dei rapporti internazionali, che aveva come altri pilastri gli accordi di Bretton Woods e la Carta delle Nazioni Unite.<br />
A <strong>Bretton Woods</strong> nel 1944 si erano gettate le basi del sistema economico mondiale, che avrebbe dovuto <strong>evitare gli squilibri</strong> generatisi tra le due guerre. La situazione successiva agli accordi aveva costituito la <strong>cornice di un grande sviluppo economico</strong> mondiale, durato fino agli anni â€™70, che va sotto il nome di <em>EtÃ  dellâ€™oro</em>. In questo periodo vi furono anche grandi <strong>progressi nei diritti socio-economici</strong> dei lavoratori e la <strong>diffusione del benessere</strong>. Uno degli elementi caratteristici del quadro economico definito dagli accordi era il <strong>controllo della finanza</strong>: si era infatti convinti che la liberalizzazione di questo settore avrebbe comportato seri rischi per la democrazia e le garanzie sociali dei cittadini. Il capitale finanziario sarebbe potuto diventare un &#8220;Senato di fatto&#8221;, capace di imporre i propri interessi agli stati.<br />
Lâ€™<strong>inversione di rotta</strong> rispetto a questo orientamento nel governo mondiale della moneta e della finanza incominciÃ² negli <strong>anni â€™70</strong> in USA e in Inghilterra. I suoi effetti furono una <strong>crescita economica inferiore a quella precedente</strong> e lo <strong>smantellamento dei diritti dei lavoratori</strong>, per i quali Ã¨ stata progressivamente ostacolata la partecipazione ad associazioni sindacali. Un altro esito emblematico Ã¨ stato <strong>lâ€™ineguale ripartizione del reddito</strong>: la tanto osannata crescita degli anni â€™80 e â€™90 Ã¨ andata a vantaggio soprattutto dellâ€™1% della popolazione statunitense, mentre oltre lâ€™80% della popolazione attiva ha visto diminuire il potere di acquisto del proprio reddito e aumentare lâ€™orario di lavoro.<br />
Un secondo pilastro del sistema internazionale organizzato nel secondo dopoguerra era costituito dalla <strong>Carta delle Nazioni Unite</strong>. Questa regolamentava tra lâ€™altro <strong>lâ€™uso della forza </strong>(art. 51), considerato legittimo soltanto in due casi: in seguito ad autorizzazione del Consiglio di Sicurezza e per autodifesa. Gli USA non hanno mai gradito quanto sancito dalla <em>Carta</em> e hanno preferito intervenire unilateralmente in caso di minaccia, vera o presunta, dei propri interessi. Con il venir meno degli equilibri della â€˜Guerra freddaâ€™, le politiche del governo americano si sono fatte ancora piÃ¹ spregiudicate, manifestando aperto disprezzo per le direttive internazionali; e ciÃ² non solo nel caso di amministrazioni repubblicane, ma anche durante le presidenze del democratico Clinton. E proprio negli ultimi venti anni si Ã¨ elaborato <strong>un concetto piuttosto ampio e doloso di â€˜intervento umanitarioâ€™</strong>, con cui si sono legittimate aggressioni legate a progetti egemonici, prevalentemente, ma non solo, statunitensi. Ãˆ chiaro ora, come lo era giÃ  sessantâ€™anni fa, che solo i piÃ¹ potenti possono permettersi di praticare simili â€˜interventi umanitariâ€™.<br />
Secondo C. gli <strong>stati</strong>, a cominciare appunto dagli USA, sono fortemente <strong>condizionati in queste scelte da societÃ  e gruppi di interesse economico-finanziari</strong> (banche, multinazionali), che hanno paradossalmente beneficiato di tutte le garanzie giuridiche concesse nel XX secolo agli individui in carne e ossa. Si sono cosÃ¬ formate per C. delle â€˜persone collettiveâ€™ inafferrabili e potenzialmente immortali, che operano per ottenere le condizioni di supremazia non solo nel mercato, ma anche nella societÃ . Uno degli ostacoli fondamentali contro cui tali poteri si sono dovuti confrontare Ã¨ stata proprio la spinta democratica che si Ã¨ verificata a partire dal dopoguerra in reazione ai regimi autoritari e nazi-fascisti.<br />
In tale contesto le Ã©lites sono costrette ad ottenere consenso. Per far ciÃ² cercano di porre sotto stretto controllo i canali di informazione, che permettono di ottenere il <strong>â€˜consenso senza consensoâ€™</strong>, cioÃ¨ di far accettare a forza (magari con un bombardamento mediatico) provvedimenti inizialmente sgraditi e contrari al bene pubblico. Il controllo dei mezzi di comunicazione e informazione va perÃ² oltre questa dimensione politica: esso intende promuovere una pedagogia che da una parte ha il suo cardine nellâ€™<strong>educazione al consumo</strong> e che dallâ€™altra dissuade i destinatari dal prendere parte ai processi decisionali, soprattutto per quanto riguarda la qualitÃ  della loro vita e del loro lavoro.<br />
La rilevanza strategica del settore Ã¨ mostrata dalla reazione violenta degli Stati Uniti ad un tentativo compiuto dallâ€™<u>UNESCO</u> per democratizzare il <strong>settore dei media, soggetto a concentrazioni pericolose</strong> per la democrazia. Per C. il campo di battaglia attuale Ã¨ il <strong>web</strong>: le Ã©lites mondiali vogliono limitare il pluralismo e la libertÃ  di questo mezzo, in modo che anchâ€™esso possa essere utilizzato come strumento di incentivazione al consumo e non come strumento alternativo di informazione critica.</p>
<p>C. denuncia quindi i gravi rischi per lo sviluppo democratico sul pianeta. In particolare esiste il pericolo che i poteri finanziari e i monopoli nellâ€™ambito dellâ€™informazione â€“ due circostanze a noi purtroppo ben presenti â€“ comprimano i valori di libertÃ , uguaglianza, solidarietÃ  e partecipazione che sono alla base dei diritti civili, politici, sociali e culturali dellâ€™uomo e del cittadino.<br />
Mi preme chiarire in sede di commento, e nella scia di quanto detto in altri post, che le Ã©lites mondiali (non solo quelle statunitensi) non stanno orchestrando un malefico complotto ai danni del resto del genere umana, ma tendono a compiere, in maniera quasi strutturale, una serie di scelte politiche per garantirsi una posizione di privilegio e quindi una superioritÃ  giuridico-sociale nei confronti della restante popolazione. Ma questa tendenza non puÃ² non scontrarsi con lâ€™idea di una cittadinanza globale che afferma sÃ¬ le differenze, ma si oppone al fatto che esse si traducano in gerarchie.</p>
<p align="right">E. R.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/globalizzazione/2009/04/19/riconoscere-globalmente-i-diritti-per-garantire-il-futuro-della-democrazia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Tempo di cambiare: lâ€™individuo, le famiglie e il futuro della democrazia</title>
		<link>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/02/09/tempo-di-cambiare-l%e2%80%99individuo-le-famiglie-e-il-futuro-della-democrazia/</link>
		<comments>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/02/09/tempo-di-cambiare-l%e2%80%99individuo-le-famiglie-e-il-futuro-della-democrazia/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2009 11:53:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[consumismo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[partecipazione]]></category>
		<category><![CDATA[società  civile]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/02/09/tempo-di-cambiare-l%e2%80%99individuo-le-famiglie-e-il-futuro-della-democrazia/</guid>
		<description><![CDATA[
&#8220;Lo stato neoliberale, nel delicatissimo ambito dei rapporti tra famiglie, societÃ  civile e stato, fondamentalmente invita le famiglie a cavarsela da sole. CosÃ¬ facendo esso punta a un duplice risultato politico: incoraggia le famiglie a ragionare, piÃ¹ o meno esclusivamente, in termini privati (assistenza sanitaria privata, scuole private, spiagge private, e cosÃ¬ via) e nega [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/02/no-on.jpg" title="no-on.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/02/no-on.jpg" alt="no-on.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;Lo stato neoliberale, nel delicatissimo ambito dei rapporti tra famiglie, societÃ  civile e stato, fondamentalmente invita le famiglie a cavarsela da sole. CosÃ¬ facendo esso punta a un duplice risultato politico: incoraggia le famiglie a ragionare, piÃ¹ o meno esclusivamente, in termini privati (assistenza sanitaria privata, scuole private, spiagge private, e cosÃ¬ via) e nega l&#8217;essenza della moderna societÃ  civile intesa come sfera dedicata a solidarietÃ  orizzontali, all&#8217;equitÃ  sociale e alla diffusione del potere. Non che l&#8217;associazionismo in questo modello cessi di esistere, ma esso assume un carattere prevalentemente <em>bonding</em> [cioÃ¨ orientato verso lâ€™interno e il rafforzamento dellâ€™identitÃ ], piuttosto che <em>bridging</em> [cioÃ¨ orientato verso lâ€™esterno e quindi aperto], essendo costituito da gruppi al servizio di interessi particolari, attivi a fini sia caritatevoli che non. Il potenziale trasformativo della societÃ  civile viene cosÃ¬ a scemare o addirittura sparisce. Le famiglie sono decisamente staccate da qualunque dinamica analoga e saldamente ancorate invece a itinerari improntati al &#8216;lavora e spendi&#8217;.&#8221;<span id="more-187"></span></p>
<p><em>l tempo di cambiare. Politica e potere nella vita quotidiana</em> (Torino 2004) Ã¨ un ampio saggio scritto da unâ€™importante storico inglese che insegna da tempo allâ€™UniversitÃ  di Firenze, Paul Ginsborg.<br />
In questo libro G., cosciente dei limiti degli attuali sistemi democratici e dei loro pericolosi sviluppi recenti (specie in Italia), descrive i rapporti intercorrenti tra lâ€™individuo, la famiglia, i gruppi che costituiscono la societÃ  civile e lo stato. Il suo fine Ã¨ quello di rendere consapevoli i cittadini della <strong>rilevanza politica delle scelte compiute nella loro vita quotidiana</strong>, in particolare per quanto riguarda il consumo.<br />
Scelte che possono incidere piÃ¹ di quel che si immagini sulle attuali dinamiche globali, che a G. proprio non piacciono: secondo lo storico inglese, infatti, â€œnon si puÃ² andare avanti cosÃ¬â€. E per illustrare i nodi problematici dellâ€™odierna situazione mondiale, G. organizza le questioni secondo sette coppie di concetti: ricchezza/povertÃ , potere/mancanza di potere, maschio/femmina, profitti/etica, legalitÃ /illegalitÃ , consumo umano/ conservazione dellâ€™ambiente, guerra/pace.<br />
Non Ã¨ putroppo possibile seguire lâ€™autore nelle sue puntuali analisi, ma certamente il quadro da lui descritto Ã¨ tuttâ€™altro che roseo. In sintesi, si delinea un complesso di <strong>effetti negativi indotti soprattutto dalla politica neoliberista</strong>, affermatasi progressivamente dalla fine degli anni â€™70: essa ha portato ad <strong>accentuare le differenze tra ricchi e poveri</strong> (sia tra i paesi che tra i gruppi sociali di uno stesso paese); ha causato <strong>squilibri nellâ€™economia</strong>, sempre piÃ¹ disgiunta dallâ€™etica; ha ravvivato le <strong>relazioni personalistiche e verticali</strong>; ha rallentato lâ€™emancipazione femminile; ha agevolato i <strong>traffici illegali</strong> di capitali, beni e uomini su scala mondiale; ha mostrato la <strong>precarietÃ  delle nostre risorse</strong> (in primo luogo energetiche) a causa dei nostri modelli di consumo; ha riportato in auge la <strong>guerra</strong> come mezzo di risoluzione dei problemi internazionali.<br />
Al cuore di queste dinamiche non si colloca tanto il sistema finanziario â€“ pur importante â€“, quanto lo <strong>sterminato mondo di beni e servizi che viene offerto al consumatore</strong>. Questo mondo esercita un grande fascino sugli individui, che vedono in esso lo spazio per lâ€™esercizio della libertÃ  e il campo per lâ€™autodefinizione di se stessi. Nonostante lâ€™incertezza e la flessibilitÃ  che tale mondo porta con sÃ©, il consumatore Ã¨ facilmente colto dalla <strong>sindrome del â€˜lavora e spendiâ€™</strong>, incentivato soprattutto dai modelli forniti dalla pubblicitÃ , che stimola costantemente dei sogni ad occhi aperti.<br />
Ãˆ perÃ² possibile resistere a queste pressioni, tanto piÃ¹ che si va diffondendo <strong>una sensazione di disagio</strong> di fronte al modello di consumo scriteriato promosso dalle televisioni commerciali. E al disagio si accompagna timidamente <strong>una nuova consapevolezza</strong>, che comporta alleanze tra consumatori e produttori locali, investimenti in fondi etici, acquisto di prodotti del commercio equo solidale.<br />
Queste scelte non sono compiute dallâ€™individuo in maniera isolata, ma solitamente allâ€™interno della famiglia, unâ€™entitÃ  sociale per G. tanto fondamentale quanto molteplice nelle sue forme. La <strong>sfera intima familiare</strong> Ã¨ certo un valore, tuttavia le dinamiche neoliberiste hanno favorito fenomeni come lâ€™<strong>isolamento</strong>, il <strong>comportamento privatizzato</strong> e il <strong>familismo</strong> (cioÃ¨ delle strategie che mirano allâ€™affermazione degli interessi familiari non tenendo conto di quelli piÃ¹ generali). <strong>La televisione Ã¨ certamente lâ€™agente fondamentale di privatizzazione delle famiglie</strong> che sono sempre meno connesse tra loro. Lâ€™autore propone invece di sviluppare <strong>una versione piÃ¹ porosa</strong> della famiglia, meno centrata su se stessa, meno frustrata da modelli irraggiungibili e piÃ¹ aperta verso lâ€™esterno: unâ€™apertura che puÃ² concretizzarsi ad esempio nella semplice-difficile pratica di mettere in comune con altri nuclei familiari lâ€™automobile.<br />
A questo livello la famiglia si incontra con i gruppi della <strong>societÃ  civile</strong>, che possono essere rivolti a rafforzare la propria identitÃ  (<em>bonding</em>) o aperti verso lâ€™esterno (<em>bridging</em>). Con il termine societÃ  civile non si intende perÃ² indicare indiscriminatamente lâ€™intero ventaglio dellâ€™associazionismo, ma solo quello che ha un particolare orientamento verso i valori della cittadinanza. Secondo la definizione di G. la societÃ  civile â€œpromuove la diffusione piuttosto che la concentrazione del potere, indica mezzi pacifici anzichÃ© violenti, agisce per la paritÃ  di genere e l&#8217;equitÃ  sociale, costruisce solidarietÃ  orizzontali piuttosto che verticali incoraggia la tolleranza, il dibattito e l&#8217;autonomia di giudizio anzichÃ© il conformismo e l&#8217;obbedienzaâ€. PerchÃ© si possano costituire dei gruppi cosÃ¬ caratterizzati, si deve garantire la presenza di alcune condizioni, quali <strong>la capacitÃ  di dialogo e di ascolto</strong>, <strong>la limitazione della leadership</strong> (specie quella carismatica), <strong>lâ€™uso di un tempo adeguato e ben regolamentato</strong>, che permetta la partecipazione piÃ¹ ampia possibile. Questi gruppi di cittadini attivi sono perÃ² fortemente contrastati dalle famiglie privatizzate (con le loro logiche personalistiche), dalle <em>corporation</em>, dagli imperi mediatici, dai partiti, dagli stati (non solo quelli non democratici).<br />
Lo sviluppo della societÃ  civile Ã¨ di unâ€™importanza vitale, in quanto costituisce la <strong>polpa della democrazia</strong>, che altrimenti sarebbe ridotta ad uno scheletro di procedure formali. E qui, sul piano politico, si colloca un problema centrale per il futuro di questa forma di governo, quello di <strong>coniugare le istituzioni rappresentative con nuove forme di partecipazione dei cittadini</strong>. CiÃ² non Ã¨ facile perchÃ© il populismo mediatico, gli stili di consumo, la degenerazione dei partiti, i rapporti patrono-cliente si oppongono a questi sviluppi partecipati delle democrazie. Essi appaiono perÃ² fondamentali per il loro rinnovamento e, in questo senso, dei politici onesti e consapevoli dovrebbero <strong>favorire le assemblee deliberative dei cittadini</strong>, mettendo a disposizione luoghi e strutture, fornendo informazioni imparziali e dettagliate, stabilendo modi e tempi precisi di accoglimento delle istanze provenienti dal basso, mostrando responsabilitÃ  nella gestione delle risorse pubbliche.</p>
<p>G. riconosce insomma una diffusa volontÃ  di agire da parte dei cittadini, ma anche le loro difficoltÃ  nel trovare i modi adeguati di azione. Per contrastare il conseguente senso di impotenza, lâ€™autore cerca di mostrare ai lettori come il globale, il locale e lâ€™individuale siano strettamente interconnessi. Scelte politiche rilevanti si possono allora compiere nel guardare la televisione (e magari, qualche volta, nel non guardarla), nel fare la spesa, nel cercare contatti con altre famiglie, nellâ€™interessarsi ai problemi del territorio, dellâ€™amministrazione locale, della scuola.<br />
Ãˆ purtroppo evidente che ciÃ² risulta particolarmente difficile in Italia, dove la partitocrazia e, in generale, le Ã©lites cercano di soffocare le iniziative dal basso per la difesa delle proprie posizioni di privilegio. Ma proprio nel nostro paese, forse piÃ¹ che in altri stati occidentali, la degenerazione della democrazia in populismo mediatico dovrebbe essere contrastata attraverso una mole di decisioni minime, molecolari (come dice G. riprendendo Gramsci), in grado di provocare una trasformazione politica profonda.</p>
<p align="right">E. R.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/02/09/tempo-di-cambiare-l%e2%80%99individuo-le-famiglie-e-il-futuro-della-democrazia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sperare in un responsabile senso di realtÃ : lâ€™America di Obama</title>
		<link>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/01/29/sperare-in-un-responsabile-senso-di-realta-l%e2%80%99america-di-obama/</link>
		<comments>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/01/29/sperare-in-un-responsabile-senso-di-realta-l%e2%80%99america-di-obama/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2009 16:37:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[realtà]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/01/29/sperare-in-un-responsabile-senso-di-realta-l%e2%80%99america-di-obama/</guid>
		<description><![CDATA[
&#8220;Cyril Connolly [critico letterario] ebbe a dire una volta che dentro ogni uomo grasso ce n&#8217;Ã¨ uno magro che lotta per uscire. SarÃ  Obama (quel &#8216;tipo ossuto con un nome buffo&#8217;, come dice egli stesso) quell&#8217;uomo magro per gli Stati Uniti? RappresenterÃ  quell&#8217;America agile, libera, sveglia che vuole liberarsi e uscire dal gigante obeso, sovradimensionato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/01/globama.jpg" title="globama.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/01/globama.jpg" alt="globama.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;Cyril Connolly [critico letterario] ebbe a dire una volta che dentro ogni uomo grasso ce n&#8217;Ã¨ uno magro che lotta per uscire. SarÃ  Obama (quel &#8216;tipo ossuto con un nome buffo&#8217;, come dice egli stesso) quell&#8217;uomo magro per gli Stati Uniti? RappresenterÃ  quell&#8217;America agile, libera, sveglia che vuole liberarsi e uscire dal gigante obeso, sovradimensionato e lento di comprendonio le cui forze armate fanno disastri in tutto il mondo, il cui credito esaurito trascina giÃ¹ con sÃ© l&#8217;economia mondiale, le cui scorie stanno intossicando l&#8217;atmosfera nazionale e internazionale, il cui obsoleto arsenale nucleare (insieme a quello della Russia) minaccia ancora oggi ogni forma di vita?â€<br />
â€œEppure c&#8217;Ã¨ una scelta che si sovrappone a tutte le altre, collegandole tra loro, e che in un certo senso viene prima di tutte le altre: occorre decidere se gli Stati Uniti, fino ad oggi soffocati da una fitta nebbia di illusioni, sapranno disciplinarsi fino a percepire e trattare con il mondo esterno cosÃ¬ com&#8217;Ã¨ o se, abbandonando una volta per tutte ogni ragionevolezza, si tufferanno definitivamente in un mondo seducente di fantasia. Questo era l&#8217;interrogativo piÃ¹ immediato che si poneva agli elettori e l&#8217;elezione di Obama non ha fornito che una risposta temporanea e parziale.&#8221;<span id="more-185"></span></p>
<p>Ci affacciamo per un attimo sulla piÃ¹ stretta attualitÃ , occupandoci del recente insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Per far ciÃ² ci serviamo di un articolo recentemente scritto dal pubblicista Jonathan Schell, <em>Lâ€™america di Obama: un paese da salvare</em>, comparso su â€œMicromegaâ€ 6 (2008), pp. 9-19.<br />
S. si concentra su un aspetto specifico ma centrale, a suo avviso, per il futuro politico degli Stati Uniti, quello del rapporto della politica americana con <strong>una visione responsabile della realtÃ </strong>.</p>
<p>Ãˆ in questo senso che S. spera che la <strong>presidenza di Obama</strong> sia al contempo (1) <strong>la fine</strong> di un periodo in cui il senso della realtÃ , connesso con alcuni valori fondanti della democrazia americana, si Ã¨ andato perdendo, e (2) <strong>lâ€™inizio</strong> di un modo diverso di far politica. Tale questione si pone per lâ€™autore come condizione preliminare per la risoluzione delle molteplici <strong>situazioni critiche</strong> in cui versano gli Stati Uniti: dalle fallimentari guerre di posizione in Iraq e in Afghanistan al tracollo del sistema bancario; dagli strattoni dati al tessuto costituzionale durante la presidenza Bush agli stili di vita inquinanti e non sostenibili della societÃ  americana; per finire con la crisi etica, culminata nelle torture perpetrate da agenti e soldati statunitensi in tutto il mondo in spregio delle convenzioni internazionali e dei diritti umani.<br />
Per venire a capo di tutti questi problemi, in una prospettiva democratica, bisogna secondo S. <strong>recuperare la fiducia nellâ€™azione politica</strong>. E ciÃ² sarÃ  possibile <strong>abbandonando il mondo fittizio</strong> che ha avvolto e confuso la societÃ  americana negli ultimi anni in cambio di effimere consolazioni emotive ed intellettuali.<br />
Alla creazione di questo mondo fittizio ha non da ultimo contribuito il <strong>prolungato ricorso alla menzogna da parte della politica</strong>, di cui si Ã¨ fatto uso soprattutto in campo repubblicano. S. stila una tipologia di bugie, falsificazioni, dissimulazioni, che sono state utilizzate durante la campagna elettorale da John McCain, Sarah Palin e dai loro consiglieri, al fine di condizionare lâ€™opinione pubblica. Lâ€™impiego di questi mezzi Ã¨ stato addirittura sfrontato, tanto che alcuni esponenti <strong>repubblicani</strong> di primo piano hanno messo esplicitamente in secondo piano certi fatti comprovati rispetto allâ€™affermazione della loro visione della realtÃ .<br />
Purtroppo i <strong>democratici</strong> non sono stati spesso da meno dei loro avversari, in quanto si sono serviti degli stessi professionisti delle strategie mediatiche: pubblicitari, consulenti dellâ€™immagine, sondaggisti. E la questione in cui questo adeguamento ai metodi in voga presso i repubblicani Ã¨ stato piÃ¹ evidente Ã¨ certo quella della <strong>sicurezza nazionale</strong>. Per non sembrare poco autorevoli i democratici hanno infatti dovuto spesso accettare delle guerre chiaramente illegittime: meglio essere <strong>forti nel torto</strong> che deboli nel giusto â€“ questa lâ€™inaccettabile giustificazione.<br />
Neanche <strong>Obama</strong> si Ã¨ sottratto a questo atteggiamento in campagna elettorale, specie quando ha sostenuto che il ritiro dallâ€™Iraq si sarebbe accompagnato ad un piÃ¹ intenso impegno militare in Afghanistan; e ancora meno tranquillizzante appare la volontÃ  di inseguire i ribelli al governo del presidente Karzai fin dentro il Pakistan, correndo il grosso rischio di allargare il conflitto. Per S. Obama si sarebbe costruito delle insidiose trappole con le sue stesse mani; tuttavia fa sperare in meglio la voce circolata ufficiosamente in ambienti vicini al nuovo presidente americano, secondo cui sarebbe sua intenzione procedere a negoziati regionali con i talibani.<br />
Lâ€™attenzione dellâ€™autore si appunta poi su unâ€™espressione particolare: â€˜<strong>togliersi i guanti</strong>â€™. Essa Ã¨ stata usata dai repubblicani in campagna elettorale &#8211; ma giÃ  prima dallâ€™amministrazione Bush â€“ per manifestare lâ€™intenzione di ricorrere alle maniere forti. Cosa significa in concreto? Durante la presidenza appena terminata tale espressione trasfigurava lâ€™impiego della tortura per trovare pezze dâ€™appoggio della propria politica. Ãˆ il caso, ad esempio, del rapimento di un collaboratore di Osama Bin Laden, Ibn al-shaykh al-Libi, che Ã¨ stato torturato finchÃ© non ha ammesso per disperazione ciÃ² che non era vero: i legami tra Al-Quaeda e Saddam Hussein e il piano per la realizzazione di armi di distruzione di massa. Questa falsa informazione, estorta con la tortura, fu presentata allâ€™ONU per sostenere la legittimitÃ  di un attacco americano allâ€™Iraq.<br />
Per S. gli Stati Uniti possiedono tuttavia <strong>una base di valori costituzionali</strong> che possono pemettere una reazione contro questa pericolosa tendenza alla violenza (fisica e simbolica) e alla menzogna. Secondo lâ€™autore Obama deve dare quindi dei segnali forti e inequivocabili di una volontÃ  di inversione di rotta a cominciare dalla chiusura di uno dei simboli di questa degenerazione politica americana: il campo di prigionia di Guantanamo.</p>
<p>Uno dei primi atti â€“ come ora sappiamo â€“ del neopresidente Ã¨ stato quello di sospendere per quattro mesi il sistema giudiziario connesso con questo campo: Ã¨ stato un passo importante, ma prudente, come sembra essere piÃ¹ in generale lâ€™atteggiamento di Obama. Bene, dunque, ma Ã¨ ancora una volta tutto da verificare.<br />
In sede di commento mi interessa perÃ² tornare sul problema nodale posto da S., quello del distacco della politica dalla realtÃ  o, meglio, quello del distacco tra le narrazioni e le descrizioni che la politica fa pubblicamente e la realtÃ  fattuale. In non pochi paesi occidentali le Ã©lites stanno raccontando delle storielle che difficilmente reggono di fronte ad una lettura della realtÃ  informata ai valori fondanti della democrazia: la libertÃ , lâ€™uguaglianza, la solidarietÃ  e la partecipazione.<br />
La situazione piÃ¹ grave sembra essere proprio quella dellâ€™Italia dove, a mio avviso, piÃ¹ che altrove, a causa di uno sviluppato populismo mediatico, il racconto della realtÃ  fornito dai mezzi di informazione, egemonizzati dalla politica, piÃ¹ si distacca dai fatti, come abbiamo avuto modo di rilevare nel primo post del nostro blog dedicato alla loro â€˜scomparsaâ€™ nei giornali e nei telegiornali italiani.</p>
<p align="right">E.R.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/la-politica-da-gramsci-a-grillo-argomenti/2009/01/29/sperare-in-un-responsabile-senso-di-realta-l%e2%80%99america-di-obama/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
