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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; democrazia</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Salviamo l&#8217;Italia!</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 21:16:57 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Aggiungerei anche l&#8217;idea delle &#8220;riforme mobili&#8221; [...]. Non si tratterebbe di &#8220;riforme&#8221; come quelle di cui oggi si sente parlare &#8211; la riforma pensionistica (ossia i tagli alle pensioni), la riforma dell&#8217;equilibrio dei poteri (ossia distruggerlo), la riforma della Costituzione (no comment). Sarebbero invece riforme che coinvolgono i cittadini stessi in una dinamica di decision [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©pantheon" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/01/©pantheon.jpg" alt="Â©pantheon" />&#8220;Aggiungerei anche l&#8217;idea delle &#8220;riforme mobili&#8221; [...]. Non si tratterebbe di &#8220;riforme&#8221; come quelle di cui oggi si sente parlare &#8211; la riforma pensionistica (ossia i tagli alle pensioni), la riforma dell&#8217;equilibrio dei poteri (ossia distruggerlo), la riforma della Costituzione (no comment). Sarebbero invece riforme che coinvolgono i cittadini stessi in una dinamica di <em>decision making</em> che parte dal basso verso l&#8217;alto […]. Idealmente, le &#8220;riforme mobili&#8221; sono quelle che, strada facendo, portano la gente a interessarsi alla politica, ad autorganizzarsi, a prendere parte continuativa nel processo riformatore. In questo schema gli individui non sono solo i destinatari passivi delle politiche che discendono dall&#8217;alto, ma diventano rapidamente cittadini attivi, critici e dissenzienti. Un&#8217;idea simile porterebbe al capovolgimento della politica come la conosciamo ora, perché imporrebbe ai politici di diffondere il potere, invece di concentrarlo. Il concetto delle &#8220;riforme mobili&#8221; può essere applicato a molte sfere diverse &#8211; all&#8217;ambiente con la raccoltà differenziata, il risparmio energetico e altre misure che partono dalle famiglie stesse, alle politiche partecipative con la creazione di veri forum dei cittadini (non quelli fasulli della &#8220;consultazione&#8221;).&#8221;.<span id="more-1148"></span></p>
<p>Apriamo la serie di post di quest’anno presentando un altro libretto dello storico di origine inglese Paul Ginsborg, intitolato <em>Salviamo l’Italia </em> (Torino 2010).<br />
G., da poco divenuto cittadino italiano, constatando intorno a sé un diffuso sentimento di tristezza e di rassegnazione circa il destino del nostro paese, svolge una riflessione sull’attuale periodo di difficoltà, proponendo un serrato <strong>confronto con l’esperienza storica del Risorgimento</strong>.</p>
<p>Secondo G. ci<strong> </strong>sono indubbiamente dei punti in comune con quel travagliato periodo storico, durante il quale le società degli stati di antico regime e della Restaurazione vissero <strong>una profonda crisi</strong>. Tuttavia sono certamente maggiori le differenze. Oggi c’è ad esempio più libertà rispetto al XIX secolo; questo non vuol però dire che gli individui siano ora pienamente liberi, in quanto essi rimangono prigionieri dei modelli consumistici di vita. Per contro, prevale attualmente una concezione dello stato piuttosto negativa – frutto di una prolungata delusione per i fallimenti delle istituzioni politiche –, mentre allora lo stato rappresentava la maggiore conquista della modernità. A quel tempo era del resto in ascesa un’idea di progresso, mentre oggi si diffonde sempre più un’idea di declino.<br />
Un <strong>declino</strong> che in Italia non è solo economico, ma investe ampi settori della vita civile, politica e sociale. G. denuncia ad esempio la distribuzione estremamente diseguale della ricchezza; l’emanazione di una legislazione che deregolamenta la vita associata fino ai limiti dell’illegalità; la connessa espansione delle attività della criminalità organizzata soprattutto verso nord; il ruolo marginale delle donne, soggette ad un potere maschile che non riconosce i diritti e il rispetto dovuti.<br />
Una situazione così grave induce G. a <strong>chiedersi se valga veramente la pena di salvare l’Italia</strong> come forma politica fondata sullo stato-nazione che si costituì proprio con il Risorgimento.<br />
Per affrontare questa radicale domanda G. individua innanzi tutto <strong>una costellazione di quattro elementi positivi</strong> della storia italiana, che possono essere valorizzati per dare una risposta affermativa. Questi fattori, che vengono definiti nel loro complesso come <strong>nazione mite</strong>, sono: 1) <strong>la lunga tradizione di autogoverno urbano</strong>, indicata già nel Risorgimento da Carlo Cattaneo come la spina dorsale di una nazione che avrebbe dovuto organizzarsi politicamente come gli Stati Uniti; 2) <strong>la vocazione europea</strong>, che costituisce un potenziale finora ampiamente irrealizzato; 3) <strong>la ricerca dell’uguaglianza</strong>; 4) <strong>la mitezza come virtù sociale</strong>, che tuttavia, si badi, non ha nulla a che fare con il mito degli ‘italiani brava gente’.<br />
A questi quattro caratteri positivi che, seppure non dominanti, potrebbero essere coltivati dagli italiani, G. contrappone <strong>quattro grandi pericoli per il nostro paese</strong>: 1) <strong>una chiesa troppo forte in uno stato troppo debole</strong>; 2) <strong>la grande e pervasiva diffusione del clientelismo</strong>, che comporta forme di socializzazione caratterizzate dalla sottomissione e dall’ossequio alle gerarchie sociali, le quali favoriscono peraltro l’illegalità; 3) <strong>l’invenzione periodica di regimi dittatoriali</strong>, tra cui, per certi aspetti, va annoverata anche l’egemonia politica berlusconiana a causa della distorsione del processo democratico indotta dal suo potere; 4) <strong>la povertà delle sinistre</strong>, incapaci di essere veramente leali ai valori democratici.<br />
Compiuta questa radiografia delle potenziali virtù del nostro paese e dei possibili pericoli che corre, G. si interroga su chi possa essere il protagonista del salvataggio dell’Italia. Se gli attori del Risorgimento non furono solo i membri di un’élite intellettuale, ma anche molti giovani uomini di diversa estrazione e pure più donne di quel che normalmente si pensa, tutti mossi da una profonda adesione agli ideali della nazione romantica, oggi <strong>i possibili protagonisti di un rinnovamento profondo dell’Italia devono essere trovati nei ceti medi</strong>.</p>
<p>In realtà, come evidenzia lo stesso plurale, questo strato intermedio della società occidentale e italiano è oggi un soggetto molto complesso. G. individua <strong>una fascia specifica</strong> all’interno di questo grande gruppo, composta da professionisti, soprattutto impegnati nel campo delle professioni socialmente utili. Tra di essi si annoverano insegnanti, assistenti sociali, impiegati, studenti e anche precari. Ciò che caratterizza questa fascia è il fatto di essere <strong>una parte consistente del cosiddetto ‘ceto riflessivo’,</strong> cioè di quella parte della società che ha un’alta formazione e quindi gli strumenti per sottoporre a critica le eventuali distorsioni del processo di modernizzazione e democratizzazione della società.<br />
Secondo G. questo gruppo ha costituito <strong>la parte più consistente e agguerrita dell’opposizione a Berlusconi.</strong> Tuttavia, il suo carattere composito rende la partecipazione alle manifestazioni e alle altre iniziative civili piuttosto intermittente, instabile. I movimenti, nonostante i loro successi, <strong>necessitano di un adeguato referente politico</strong> che interpreti e traduca in un programma di governo le esigenze di democratizzazione e giustizia sociale. È alto allora <strong>il rischio</strong> che la perdurante assenza di una leadership politica adeguata porti ad <strong>un ripiegamento di questi ceti su se stessi</strong>, specie di fronte alle offensive violente, populiste e razziste che danno delle risposte semplici, ma false, ai problemi complessi del nostro tempo.<br />
In realtà, questa componente più consapevole della società italiana dovrebbe fungere da <strong>traino per una più vasta alleanza di gruppi sociali</strong> che si opponga ai guasti provocati dal modello neoliberista, specie nella declinazione berlusconiana, e alle conseguenze nefaste del “sado-monetarismo” che, dietro le parvenze dei funzionamenti oggettivi del mercato, sta affossando la democrazia.<br />
Per G. tale alleanza sociale non deve ricorrere alla violenza per far sentire la sua voce, per quanto quest’ultima possa avere un maggiore impatto mediatico. Questi gruppi di cittadini si devono piuttosto affidare a due virtù,<strong> la costanza e la creatività</strong>.</p>
<p>Costanza e creatività che, pur con tutti i limiti, animano la nostra iniziativa. Ancora una volta, quindi, mi sento in sintonia con la concezione della società proposta da G., anche se in questo libretto essa appare un po’ meno lucida rispetto ai saggi recensiti precedentemente. Tuttavia, quello che mi preme sottolineare in sede di commento è che esistono ancora delle risorse, per quanto confinate in alcune riserve della società e di ogni singolo individuo, che si possono valorizzare per cambiare il segno della vita democratica della nostra società. La resilienza dell’Italia è ancora possibile.</p>
<p align="right">
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
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		<title>Orientamento 2012 &#8211; Opporre lo scudo della democrazia alla violenza</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 21:37:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Violenze efferate. L’alba di questo nuovo anno si presenta purtroppo per tanti motivi con tinte fosche, cupe. Addirittura sanguigne: negli ultimi mesi abbiamo infatti assistito ad episodi di efferata violenza che testimoniano un disagio grandissimo, diffuso su tutto il pianeta. Basti porre qui mente a quanto successo solamente in Europa negli ultimi mesi: ad esempio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img title="Â©glass" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2012/01/©glass1.jpg" alt="Â©glass" />Violenze efferate.</strong> L’alba di questo nuovo anno si presenta purtroppo per tanti motivi con tinte fosche, cupe. Addirittura sanguigne: negli ultimi mesi abbiamo infatti assistito ad <strong>episodi di efferata violenza che testimoniano un disagio grandissimo</strong>, diffuso su tutto il pianeta. Basti porre qui mente a quanto successo solamente in Europa negli ultimi mesi: ad esempio alla strage di ragazzi in Norvegia, a quella recentissima in Belgio, a quella compiuta in Italia, a Firenze. Questi episodi sono tutti variamente apparentati, cioè presentano una combinazione di elementi in parte comuni e in parte diversi, che da un lato inducono ad una riflessione unica sul fenomeno, ma dall’altro non la rendono semplice proprio per le differenze di volta in volta riscontrabili.<span id="more-1141"></span></p>
<p><strong>Somiglianze.</strong> Tale violenza estrema è innanzi tutto segnata da una <strong>volontà di arrecare morte ad altri in maniera per lo più gratuita e indiscriminata</strong>: non ha cioè un particolare senso che si ponga fine alla vita di una persona piuttosto che di un’altra. <strong>Tuttavia gli obiettivi – cioè i gruppi di persone su cui infierire e i luoghi dove compiere la violenza – sono spesso scelti sulla base di una valutazione discriminante dell’altro</strong>, che si può basare su un giudizio di esclusione sociale dettato da atteggiamenti di fanatismo/integralismo religioso e politico. In questo secondo senso risulta spesso evidente <strong>la componente razzista</strong>, rilevabile ad esempio non solo a Firenze, ma anche in un recente episodio avvenuto a Torino. Qui, nel popolare quartiere Le Vallette, si è svolto, per fortuna senza vittime, una sorta di pogrom, cioè di violenza collettiva contro un gruppo etnico minoritario, i rom, sulla base di una falsa accusa alimentata da stereotipi estremamente negativi. Una ragazza, condizionata da un’esigenza fanatica di purezza dei genitori ossessionati dalla sua verginità, ha preferito dare innesco a questa ondata di violenza razzista, piuttosto che assumersi la responsabilità di aver fatto liberamente l’amore con un italiano. Questo odio del diverso, che è facile rilevare pressoché in tutti gli episodi, assume <strong>talvolta una precisa coloritura politica</strong>, <strong>quella nazi-fascista</strong>: tale tratto lo si ritrova ancora nel caso dei senegalesi uccisi a Firenze e soprattutto nella serie di omicidi di piccoli imprenditori e commercianti di origine straniera – questa volta, dunque, mirati –, compiuti negli scorsi anni in Germania da una cellula terroristica nazista che è stata solo recentemente scoperta.</p>
<p><strong>Esigenza di capire.</strong> Questo breve elenco di somiglianze, che, frutto di una prima riflessione, è ben lontano dall’essere completo, andrebbe ulteriormente arricchito e approfondito con il ricorso agli strumenti concettuali della psicologia individuale e sociale e a quelli della sociologia. Ma addirittura si sente il bisogno di ricorrere ai saperi dell’antropologia e della filosofia perché sembra di intravedere dietro molti di questi episodi <strong>un ‘culto della morte’</strong>,<strong> con cui si esprime una sorta di ‘vuoto’</strong>, cioè di mancanza di senso ‘positivo’ della vita umana. Tale atteggiamento viene proiettato sugli altri – la cui esistenza viene considerata di poco o di nessun valore –, ma prima ancora si estende sulla propria vita e viene a culminare in una tendenza non di rado suicida: una tendenza che giunge a compimento – si noti – solo dopo aver già inflitto la morte ad altri.</p>
<p><strong>Terreno di coltura della violenza. </strong>È facile intuire che la grave frustrazione sociale, alimentata dalla crisi economica e dalla disuguaglianza crescente – che, come abbiamo avuto modo di scrivere nel blog (e di appuntare nella bacheca) non sono funzionamenti e conseguenze oggettivi del mercato, ma fanno parte di un progetto politico, di un’immagine di società, antidemocratici – è il terreno di coltura di questo vuoto di senso e di questo odio contro il diverso che può giungere fino alla strage.</p>
<p><strong>Previsioni di lettura.</strong> Il tentativo di fornire degli strumenti di analisi di questo terreno di coltura e di altri, più o meno positivi, fenomeni e processi attuali costituirà il fine delle nostre proposte di lettura e approfondimento per l’anno 2012.<br />
Per quanto riguarda gli aspetti tecnologici, legati spesso alle nostre pratiche quotidiane, si continuerà a porre attenzione ad alcuni temi già toccati nei mesi scorsi nell’ambito della <strong><em>computer science</em></strong>, in particolare allo sviluppo informatico, alla questione della sicurezza dei nostri dati e dei nostri accessi al web, alle forme di socializzazione in rete.</p>
<p>Ci occuperemo anche di alcune <strong>scoperte scientifiche</strong>, prestando ad esempio attenzione agli esiti delle recenti sperimentazioni consentite dall’acceleratore di particelle di Ginevra e ai nuovi modelli esplicativi proposti a partire dai primi risultati.</p>
<p>Chiaramente affronteremo da diversi punti di vista anche le questioni riguardanti <strong>l’economia</strong>. Non tratteremo soltanto degli aspetti riguardanti più direttamente l’attuale <strong>crisi globale</strong>, soprattutto dal punto di vista delle conseguenze sul lavoro e sulla politica, ma anche dei <strong>nuovi modelli di imprenditoria</strong> che possano coniugarsi con forme di sviluppo sostenibile.</p>
<p>Saranno infine sviluppati due minicicli, come quelli che nello scorso anno hanno riguardato il Risorgimento (su cui torneremo brevemente anche nel prossimo post) e il lavoro all’epoca della globalizzazione. L’uno riguarderà <strong>la comunicazione contemporanea</strong> e in particolare <strong>la dimensione retorica</strong>, al fine di fornire alcune indicazioni per lo sviluppo di un metodo critico dei messaggi politici e pubblicitari.</p>
<p>Il secondo, più impegnativo, riguarderà ancora una volta la storia del nostro paese. Nell’ottobre di quest’anno ricorrerà il novantesimo anniversario della marcia su Roma (1922), cioè della presa di potere violenta da parte del <strong>fascismo</strong>. In questo clima così cupo, di cui si diceva all’inizio, si fanno sempre più ricorrenti i richiami a quel periodo, spesso venati da un’insensata nostalgia e talvolta caratterizzati da una vera e propria apologia, frutto di un sempre più diffuso atteggiamento antidemocratico. Presenteremo quindi alcuni saggi di studiosi contemporanei, italiani e stranieri, che possano offrire un’informazione corretta e aggiornata, utile per formarsi un’adeguata opinione critica di questa fase della storia d’Italia.</p>
<p>Premettiamo comunque che <strong>il nostro giudizio etico-politico</strong> su quell’esperienza storica, pronto ad arricchirsi con le letture, è già chiaro. Il fascismo, da un numero sempre più ampio di persone invocato come rimedio contro una situazione sociale, politica ed economica del nostro paese sempre più degradata, non è la soluzione, ma l’esito di quel degrado. Il fascismo o piuttosto il regime che ne dovesse assumere i tratti totalitari e dittatoriali, più o meno camuffati, comporterebbe piuttosto la stabilizzazione e l’intensificazione del peggioramento.<br />
E si manifesterebbe con esso una notevole differenza rispetto alla situazione presente: se ora possiamo infatti lamentarci dei problemi e addirittura protestare contro le ingiustizie, sotto un regime di tal fatta potremmo al massimo tacere, perché si potrebbe essere addirittura costretti a dichiarare che tutto va bene.</p>
<p>L’esercizio della libertà di pensiero e di espressione, imprescindibile per la sussistenza della cittadinanza democratica, è già un ottimo motivo – tra le decine che si potrebbero menzionare – per rifiutare il ritorno, sotto vesti più meno mutate, di un aborto politico della modernità novecentesca.</p>
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		<title>Orientamento – Mani nei capelli, perdita di controllo e scelta</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 11:39:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mani nei capelli. Da qualche tempo, in televisione e soprattutto su parecchi siti internet di informazione, si può vedere una vera e propria galleria di foto di operatori finanziari che esprimono lo sbigottimento, la perplessità, la preoccupazione, la disperazione. E la posa più gettonata è senza dubbio il mettersi le mani nei capelli. Ciò che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img title="Â©boat4" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/11/©boat4.jpg" alt="Â©boat4" />Mani nei capelli. </strong>Da qualche tempo, in televisione e soprattutto su parecchi siti internet di informazione, si può vedere una vera e propria galleria di foto di operatori finanziari che esprimono lo sbigottimento, la perplessità, la preoccupazione, la disperazione. E la posa più gettonata è senza dubbio il mettersi le mani nei capelli. Ciò che queste immagini, nell’uso quotidiano dei media, vogliono comunicare è il senso di impotenza di fronte a qualcosa che non si può controllare, che non si riesce a governare, quasi che si fosse di fronte ad una catastrofe ‘naturale’.<span id="more-1069"></span><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Istituzioni naturalizzate</strong><strong>. </strong>Ma è veramente ‘naturale’ quello che sta accadendo? O non si tratta piuttosto di una credenza indotta dalla cultura egemonica di questo tempo che maschera delle decisioni e dei rapporti di potere sotto le vesti di funzionamenti presuntamente oggettivi, in questo caso quelli del mercato? Per quanto si possa tirare in ballo l’automatismo di certe procedure, addirittura alcune informatizzate, per spiegare l’andamento dell’attuale crisi economico-finanziaria, non possiamo dimenticare che ci troviamo di fronte ad istituzioni umane che sono continuamente create e governate sulla base di scelte. Ora queste scelte – che qualcuno ha compiuto e compie – hanno come risultato un effetto di perdita di controllo.<strong></strong></p>
<p><strong>Perdita di controllo. </strong>Con ciò non si vuol dire che la perdita di controllo non sia realmente esperita, perché noi la viviamo così e probabilmente non pochi operatori finanziari la percepiscono così. Tuttavia sarebbe un interessante esperimento ideale poter aggiungere alla galleria propostaci dalla televisione e da internet le foto di tutti mediatori di una piazza d’affari per verificare se i loro gesti comunichino unanimemente il disappunto, la frustrazione e la disperazione. Temo che non pochi mostrerebbero le espressioni di chi sa quello che sta accadendo e soprattutto quello che sta facendo.<strong></strong></p>
<p><strong>La scelta.</strong><strong> </strong>Ora questa perdita di controllo sta ponendo i cittadini di fronte ad un’alternativa politica: 1) o accettare le condizioni imposte da quelle istituzioni che inducono la perdita di controllo e così vedere gradualmente compressi i propri diritti sociali, politici e infine civili, a vantaggio di poteri che progressivamente si manifestano sempre più oligarchici e autoritari; 2) o riformare radicalmente le istituzioni che inducono la perdita di controllo e che si stanno trasformando di fatto in strumenti di progetti politici antidemocratici, riformulando in maniera più equa per tutti alcuni fondamentali processi economici e sociali, al momento divenuti particolarmente ingiusti. <strong></strong></p>
<p>Il momento per compiere questa scelta è ormai giunto.</p>
<p><strong>Quattro anni. </strong>E il nostro blog, che compie quattro anni, vuole nel suo piccolo contribuire a chiarire ai lettori i termini di questa scelta, prendendo ovviamente posizione a favore della seconda opzione, quella della riforma democratica. <strong></strong></p>
<p><strong>Aspetti negativi.</strong><strong> </strong>Intanto il bilancio di quest’ultimo anno presenta luci ed ombre; e purtroppo sempre le stesse. Da un lato il numero dei partecipanti attivi è rimasto pressoché nullo, per quanto riguarda sia i post sia i commenti. Già da tempo siamo consapevoli del fatto che è proprio il nostro modo di veicolare le informazioni in testi lunghi e attraverso la recensione strutturata di libri e articoli a frenare la partecipazione; e per questo stiamo cercando di facilitare l’interattività degli utenti con gli strumenti offerti dai <em>social network</em>. Tuttavia, giudichiamo ancora positiva la nostra scelta ‘difficile’ perché offriamo qualcosa che in fase di lettura (e di scrittura) richiede un grado di ponderazione e di riflessione – quindi tempi più lunghi – che sono condizioni imprescindibili per un maturo esercizio della cittadinanza democratica. La democrazia è relativamente lenta e non segue i ritmi veloci della televisione; internet per contro offre le più diverse possibilità di utilizzo e di velocità, anche quella <em>slow</em>, che più si addice al ragionamento critico e alla qualità della vita pubblica e non.<strong></strong></p>
<p><strong>Dati positivi. </strong>Per fortuna rimangono anche i dati positivi: le statistiche mostrano numeri in significativa crescita. Per il 2011 è stato già superato in cifre assolute tanto il numero delle visite quanto quello delle pagine visitate; l’incremento previsto si aggira nel primo caso intorno al 20% annuo, nel secondo la percentuale è di gran lunga superiore, anche se il dato è meno significativo. Ma oltre ai dati quantitativi occorre mettere in evidenza anche un aspetto qualitativo, cioè la significatività tematica delle ricerche sul web che approdano al nostro blog: i problemi attuali trovano una risposta anche nella nostra offerta di informazioni e questo è senza dubbio un obiettivo prefissato per il blog che è stato raggiunto. <strong></strong></p>
<p>Siamo presenti dunque sulle questioni che interessano gli utenti-cittadini; ci mancano ancora scrittori e commentatori. Non resta che migliorare, perseverando.</p>
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		<title>La legittimazione democratica come parametro problematico degli interventi umanitari</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 06:11:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia globale]]></category>
		<category><![CDATA[intervento militare]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Abbiamo bisogno di regole e procedure che rendano l&#8217;intervento [umanitario] difficilmente giustificabile poiché [...] vi sono nazioni capaci di ingannare se stesse scambiando il desiderio di espandere la propria influenza nel mondo per una sincera preoccupazione altruistica di difesa della democrazia e dei diritti umani. Ma anche una volta soddisfatte tali regole e procedure, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©borderline" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/11/©borderline.jpg" alt="Â©borderline" />&#8220;Abbiamo bisogno di regole e procedure che rendano l&#8217;intervento [umanitario] difficilmente giustificabile poiché [...] vi sono nazioni capaci di ingannare se stesse scambiando il desiderio di espandere la propria influenza nel mondo per una sincera preoccupazione altruistica di difesa della democrazia e dei diritti umani. Ma anche una volta soddisfatte tali regole e procedure, la questione di fondo deve essere sempre: l&#8217;intervento apporta più benefici che danni?&#8221;.<span id="more-1061"></span></p>
<p>Continuiamo il ciclo sulla giustizia nel mondo globale presentando ancora una conferenza tenuta durante le <em>Oxford Amnesty Lectures </em>del 2002 dal filosofo australiano Peter Singer, dal titolo<em> Come possiamo impedire i crimini contro l’umanità?</em>. Il testo è stato pubblicato nella raccolta <em>Troppo umano. La giustizia nell’era della globalizzazione </em>(Milano 2005), pp. 106-156.<br />
Secondo una prospettiva problematica e orientata in senso pragmatico, S., noto per le sue riflessioni in campo etico, <strong>si interroga sulle condizioni di possibilità e di legittimità degli interventi armati atti ad impedire i crimini contro l’umanità</strong>.</p>
<p>Il filosofo australiano comincia innanzitutto col porsi la <strong>radicale questione delle ingiustizie umane</strong>, mettendo in discussione un consolidato paradigma esplicativo del XX secolo. Secondo tale <strong>paradigma ‘sociale’</strong> queste ingiustizie sono causate da condizioni di vita caratterizzate da povertà, ignoranza, oppressione, sfruttamento; per impedire quindi la violenza e i crimini sarebbe sufficiente agire migliorando tali condizioni.<br />
Tuttavia, per S., ci si è resi conto che vi sono <strong>cause più profonde, di ordine antropologico e socio-biologico</strong>, che predispongono certi individui della specie, soprattutto maschi, ad assumere comportamenti violenti che possono condurre all’eliminazione sistematica di gruppi di discendenza differenti, quindi potenzialmente al genocidio. Secondo S. non è questa fortunatamente la predisposizione principale degli uomini per <strong>affermare la propria discendenza</strong>, i quali preferiscono piuttosto <strong>raggiungere questo obiettivo interno alla specie stabilendo forme di cooperazione e di aiuto reciproco</strong>.<br />
Tutto ciò permette comunque di capire che, per quanto si possa efficacemente intervenire per sconfiggere la povertà, eliminare l’ingiustizia e migliorare l’istruzione, rimane comunque <strong>un pericoloso residuo potenziale di comportamenti violenti che richiede ancora un diritto e delle istituzioni</strong> che possano inibirli attraverso forme di deterrenza e di punizione.<br />
Emanare ed applicare delle leggi adeguate a questo scopo rimane ancora un problema aperto, soprattutto per i crimini commessi contro l’umanità. Infatti, nonostante i passi in avanti compiuti dal secondo dopoguerra, <strong>il diritto penale internazionale e</strong> soprattutto le istituzioni che possono esercitare <strong>la relativa giurisdizione non sono ancora realtà pienamente affermate e universalmente accettate</strong>.<br />
In questo contesto si cala per S. la questione dell’<strong>intervento armato</strong> per impedire tali crimini. Si tratta di <strong>un problema estremamente complesso</strong>, come mostrano già le difficoltà di definizione che si incontrano. Raccogliendo una serie di riflessioni, maturate soprattutto nell’ambito dell’attività delle Nazioni Unite e in particolare del suo segretario Kofi Annan (in carica dal 1997 al 2006), S. propone di ritenere giustificabile l’intervento “<strong>quando è la risposta (con ragionevoli speranze di successo) ad azioni che uccidono o provocano gravi lesioni fisiche o mentali a un gran numero di persone, o infliggono loro deliberatamente condizioni di vita che mirano a causare la loro distruzione fisica, e quando lo Stato nominalmente responsabile non ha i mezzi o la volontà di fermarle</strong>&#8220;.<br />
Se l’ONU costituisce indubbiamente il quadro di riferimento più legittimo nel quale si possono iscrivere tali interventi, tuttavia anche all’interno dei valori fondamentali di questa organizzazione vi sono istanze diverse e potenzialmente contraddittorie. Nel caso di episodi di violenza, che possono essere configurati come crimini contro l’umanità, è infatti <strong>difficile trovare un equilibrio politico tra la garanzia dell’autonomia degli stati nazionali e il rispetto dei diritti umani</strong>.<br />
Per S. vengono qui in questione soprattutto <strong>i limiti della legittimità dei comportamenti di un’organizzazione statale nei confronti degli individui e dei gruppi</strong>. Il filosofo australiano saggia quindi brevemente alcuni parametri di giustificazione di un possibile intervento armato; ad esempio: 1) la violazione dei diritti umani costituisce in sé un attentato alla pace internazionale anche se non sono coinvolti altri stati; 2) la stessa esistenza di una tirannia è già una minaccia alla pace, non essendoci finora mai stata una guerra tra due stati retti da sistemi politici democratici; 3) l’esercizio del potere da parte di uno stato non è più legittimo nel momento in cui commette direttamente crimini contro l’umanità o permette che siano commessi nel suo territorio.<br />
Dal vaglio di queste diverse possibilità S. passa ad approfondire <strong>il nesso tra democrazia, organizzazione statuale e legittimità</strong>. Se esiste infatti una tradizione di pensiero secondo cui la giustificazione di uno stato risiede nella capacità di controllare di fatto un territorio e quindi di governare i gruppi umani lì residenti, ne esiste un’altra secondo cui <strong>la sua legittimazione consiste nell’essere espressione dell’autogoverno di un popolo</strong>. Questa seconda corrente di pensiero, che ha radici secolari, ha trovato piena accettazione nella <em>Dichiarazione dei diritti dell’uomo</em> (1948) e anche nella più recente <em>Convenzione internazionale per i diritti civili e politici </em>(1976).<br />
A partire da questo principio <strong>il riconoscimento degli stati dovrebbe avvenire sulla base del rispetto di questo fondamento ‘popolare’</strong> <strong>e di un’attitudine inclusiva dell’organizzazione politica</strong> che trovano espressione nelle democrazie. Ma – si chiede S. – può l’ONU, al di là della promozione dei valori democratici, farne un requisito imprescindibile per diventare membro della sua organizzazione? Il rischio reale è infatti quello di lasciare fuori ancora molti stati e quindi di venir meno allo scopo fondamentale dell’organizzazione che è quello di mantenere la pace. Sono piuttosto altre le istituzioni internazionali che potrebbero far valere questo parametro, soprattutto quelle centrate sul controllo del commercio o della finanza globali.<br />
Nonostante che ci si stia muovendo in quella direzione, ci sono <strong>non poche obiezioni</strong> che possono essere sollevate contro la giustificazione di un intervento armato sulla base della difesa dei valori democratici. Al di là del fatto che più in generale il criterio costituito dalla democrazia occidentale potrebbe essere criticato come una forma di imperialismo culturale, per S. ci si può legittimamente interrogare sul fatto che tale organizzazione politica possa di per sé costituire una garanzia contro tali crimini. Il filosofo australiano risponde ancora una volta pragmaticamente che, pur non essendoci una certezza assoluta, il governo democratico di uno stato costringe comunque a dare conto pubblicamente del proprio operato politico: questa <strong>esigenza di trasparenza</strong> può concretamente diventare un efficace strumento di difesa dai crimini contro l’umanità.<br />
E proprio per la sua impostazione pragmatica di pensiero S. non si sottrae alla questione dei <strong>calcolo dei costi e dei benefici di un intervento</strong>. È infatti per lui evidente che ci sono situazioni in cui un intervento armato sarebbe giustificato in linea di principio, ma finirebbe per disattendere il criterio di ‘proporzionalità’, essendo i danni provocati di gran lunga maggiori di quelli che si cerca di impedire. <strong>S. distingue allora tra diritto di intervenire, che potrebbe configurarsi in molte circostanze, ed opportunità di esercitarlo</strong>, <strong>che potrebbe spesso indurre a rinunciare all’opzione militare per cercare strade diplomatiche</strong>.<br />
S. chiude quindi le sue considerazioni analizzando proprio <strong>i limiti di democraticità dell’</strong>istituzione più di altre indicata per determinare la legittimità di questi interventi umanitari, l’<strong>ONU</strong>. Questo difetto di democraticità va assolutamente corretto, procedendo da un lato alla <strong>destrutturazione del funzionamento del Consiglio di Sicurezza</strong>, con i suoi membri permanenti e con il diritto di veto, e dall’altro al <strong>potenziamento dell’Assemblea generale</strong>, che dovrebbe essere trasformata in un parlamento mondiale organizzato sul modello di quello dell’Unione Europea.</p>
<p>Se solo a questo punto S. si lascia andare a considerazioni ideali, che aprono ai possibili miglioramenti futuri nel senso di un’espansione globale della democrazia, il suo precedente ragionamento pragmatico costituisce un ottimo ingrediente per riflettere criticamente sulle recenti esperienze di intervento umanitario (Libia) e su quelle che sembrano prospettarsi (Siria? Iran?). Infatti, tale modo di ragionare potrebbe essere uno strumento per rendere cosciente l’opinione pubblica, che non si lascerebbe quindi “ingannare” da discorsi centrati sull’ ‘esportazione della democrazia’, dietro i quali spesso si nascondono ambizioni neo-imperialiste.</p>
<p style="text-align: right;">E. R.</p>
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		<title>Vincere la pace: l’ispirazione cristiana della democrazia</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Apr 2011 08:18:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Quel che importa è comprendere che lo scopo della presente guerra è non soltanto di farla finita col fascismo, il razzismo, il militarismo, ma di intraprendere decisamente la lenta e difficile costruzione d&#8217;un mondo in cui il timore e la miseria non pesino più sugli individui e sui popoli, in cui i nazionalismi ciecamente rivendicatori facciano posto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©flag" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/04/©flag-1.jpg" alt="Â©flag" />&#8220;Quel che importa è comprendere che lo scopo della presente guerra è non soltanto di farla finita col fascismo, il razzismo, il militarismo, ma di intraprendere decisamente la lenta e difficile costruzione d&#8217;un mondo in cui il timore e la miseria non pesino più sugli individui e sui popoli, in cui i nazionalismi ciecamente rivendicatori facciano posto a una solidarietà internazionale organizzata, in cui l&#8217;oppressione e lo sfruttamento dell&#8217;uomo da parte dell&#8217;uomo siano aboliti e in cui ciascuno possa avere quella parte del patrimonio ereditario comune della civiltà che gli consenta di vivere una vita veramente umana.&#8221;<span id="more-912"></span></p>
<p>In questo post ci ricolleghiamo al contempo al mini-ciclo sulla chiesa e sul cristianesimo, iniziato lo scorso anno, e alla recensione da poco pubblicata sul libro di Hessel, <em>Indignatevi</em>. Presentiamo infatti un breve saggio di uno dei maggiori filosofi cattolici del Novecento, Jacques Maritain, dal titolo <em>Cristianesimo e democrazia</em> (Milano 1977).<br />
Questo testo fu scritto nell’estate del 1942 e pubblicato nella primavera del 1943, cioè proprio nei mesi in cui la seconda guerra mondiale prese una piega favorevole per gli alleati. Pur riconoscendovi <strong>l’importanza di una vittoria militare contro i paesi nazi-fascisti</strong>, M. avvertiva tuttavia con inquietudine che <strong>essa non avrebbe risolto molto da sé</strong>: dopo la guerra ci sarebbero rimasti da risolvere i problemi, da guarire le malattie che avevano causato alla guerra. Insomma, si sarebbe dovuta vincere la pace.</p>
<p>E per fare ciò M. riteneva che fosse <strong>necessario investire una grande energia morale ed intellettuale</strong>: si trattava infatti di <strong>affrontare una lotta più profonda, quasi invisibile, tra correnti e forze storiche opposte</strong>, la quale, anche se momentaneamente aveva assunto le forme di un conflitto militare globale, sarebbe comunque continuata come una sorta di guerra civile anche dopo il termine delle operazioni belliche.<br />
Questo non voleva significare peraltro che <strong>la guerra</strong> non svolgesse una funzione fondamentale: essa per M. <strong>liquidava il mondo moderno</strong>, cioè un’epoca di grande avanzamento dell’uomo non solo sul piano tecnologico e scientifico, ma anche su quello della coscienza e in particolare dei sentimenti di libertà e di giustizia. Tuttavia, secondo il punto di vista cattolico di M., tale avanzamento si era accompagnato ad <strong>un errore fatale</strong>, quello di ritenere <strong>che l’uomo potesse salvarsi solo con i propri mezzi</strong> e quindi senza Dio. Ciò aveva comportato una <strong>scissione tra principi morali e comportamenti</strong> che ora andava ricucita; altrimenti <strong>il rischio</strong> era quello che, pur vincendo la guerra, magari si finisse per <strong>ricadere in un antico regime oppressore</strong>.<br />
Tale scissione era certo la causa precipua della tragedia delle <strong>democrazie</strong>, le quali <strong>avevano disconosciuto le loro radici evangeliche</strong>. Ma accanto ad essa si ponevano <strong>ulteriori ragioni di debolezza</strong> <strong>della vita democratica</strong>. Innanzi tutto (1) esistevano dei <strong>nemici acerrimi</strong>, che non avevano mai deposto le armi per combattere la loro guerra contro l’odiato popolo e contro la libertà. Questi nemici, che convergevano con “sordidi avventurieri” – già, sordidi avventurieri! – e “sadici del razzismo”, erano aggrappati ai privilegi e attaccati al denaro, al punto da essere resi folli da una paura cieca del comunismo. Inoltre, un ulteriore fattore di debolezza era certamente costituito dal (2) <strong>mancato compimento sociale ed economico della democrazia</strong>: l’egoismo delle classi abbienti impediva così la collaborazione con i lavoratori e di fatto rendeva la politica impotente di fronte allo sfruttamento e alla disumanizzazione del lavoro. Per M. era quindi necessario <strong>superare la forma democratica borghese, ormai inaridita, per passare ad una nuova vivificata dal “lievito evangelico”</strong>.<br />
Per il pensatore francese <strong>la democrazia</strong> non è del resto solo un sistema politico, ma è più in generale <strong>una filosofia della vita umana e uno stato d’animo</strong>; e come tale potrebbe essere compatibile anche con altri regimi, quali la monarchia. Tuttavia, essa tende verso la sua naturale realizzazione costituita dall’autogoverno del popolo nella forma repubblicana.<br />
Secondo M. questa <strong>ispirazione evangelica</strong> è del resto <strong>la condizione perché la coscienza profana, orientata alla democrazia, non sia deviata verso la barbarie</strong>. Ma – si badi – ciò non vuol dire che la forma di associazione politica debba essere caratterizzata in senso confessionale; tutt’altro: <strong>M. pensa infatti che lo stato debba essere assolutamente laico</strong>. È lo spirito che deve essere cristiano, perché esso fonda la <strong>democrazia compiuta su una costellazione di valori</strong>, quali l&#8217;unità del genere umano, l&#8217;uguaglianza naturale di tutti gli uomini, la dignità inalienabile di ogni anima creata a immagine di Dio, la dignità del lavoro e la dignità dei poveri, l&#8217;inviolabilità delle coscienze, l&#8217;attenta vigilanza della giustizia e della provvidenza di Dio, l&#8217;amore fraterno. Solo una democrazia basata appunto su questi valori può dare forza al sentimento di giustizia contro le iniquità e può consentire la fioritura degli uomini nella libertà.<br />
Da qui discende la <strong>posizione assolutamente centrale del popolo</strong> che – si ponga attenzione – non è sovrano in senso proprio perché in realtà non vi è sovrano né padrone in democrazia. La democrazia si esprime infatti, secondo M., in quei regimi in cui il popolo, avendo raggiunto la sua maggiore età sociale e politica, <strong>esercita il diritto di dirigersi da solo</strong>. Gli uomini che lo governano hanno quindi cariche di natura e durata determinata, sottoposte a regolare controllo da parte dello stesso popolo e dai suoi rappresentanti eletti nelle assemblee. E da qui pure deriva anche <strong>l’imprescindibilità del diritto</strong> che deve porre argine a qualsiasi tentativo di dominio.<br />
Non è certo semplice tradurre questi assunti nella concreta vita della comunità. Inoltre, non di rado, i <strong>“falsari della politica”</strong> sfruttano i buoni principi col fine di illudere il popolo, sviandone l’energia positiva attraverso i pregiudizi (di razza, di famiglia, di classe), i risentimenti collettivi, le passioni di casta.<br />
Se tali falsari promuovono da ultimo una filosofia schiavistica, quella opposta democratica si orienta invece verso lo sviluppo della ragione e la giustizia. E da ciò consegue che <strong>l’attività politica è opera di civiltà e cultura cui tutti devono partecipare su un piano di pari dignità</strong>.<br />
Questo non vuol dire che per M. non esistano <strong>élite della società e della politica</strong>: esse ci sono eccome; anzi sono le principali responsabili, a causa del loro parassitismo ed egoismo, della bancarotta morale che ha condotto alla guerra. Tuttavia, secondo il filosofo francese, non verranno semplicemente spazzate via con Hitler. C’è <strong>bisogno di un ricambio, cioè di nuove élite che vengano direttamente tratte dal popolo e si fondino sulla sua moralità semplice</strong>. Questi uomini che dovranno guidare le popolazioni dopo fine del conflitto dovranno emergere per M. dalle “profondità delle nazioni”. E sarà loro richiesto in maggior misura e permanentemente quello spirito di sacrificio e quell’eroismo umano che al tempo milioni di uomini stavano mostrando nelle condizioni eccezionali della guerra.<br />
<strong>Queste nuove élite non appartengono certo al comunismo</strong>, anche se potrebbero annoverare nelle loro fila uomini che si professano comunisti. Per M. il comunismo è una <strong>degenerazione della filosofia democratica</strong>, che più decisamente di tutte le altre ha abbandonato Dio. Lo slancio umanistico che lo muove ne risulta quindi pervertito. Tuttavia, la condanna del comunismo non è per M. la condanna dei comunisti, che hanno meritato come gli altri nella lotta senza quartiere contro i nemici assoluti del cristianesimo e della democrazia. Per il filosofo francese l’atteggiamento giusto da tenere nei loro confronti non è quindi quello dell’odio cieco, né, al contrario, quello dell’unione in un fronte unico, ma quello di mostrare loro gli errori commessi nella ricerca della soddisfazione delle legittime esigenze di giustizia in ambito economico e sociale.</p>
<p>In sede di commento suggerisco solo che non è difficile cogliere nelle idee di M. molte consonanze con i valori cui si ispira la nostra Costituzione, poiché sia le une che gli altri esprimevano le aspirazioni di coloro che si batterono contro i regimi nazi-fascisti. E le sue considerazioni, pur risalenti a settant’anni fa, ci spingono a riflettere sulle attuali tendenze politiche, particolarmente spiccate proprio in Italia, che vedono una nuova avanzata dei nemici della democrazia.<br />
Chiaramente, nella mia ottica non solo laica, ma assolutamente staccata da una confessione religiosa, non posso condividere la semplice derivazione della democrazia dal Vangelo. L’insegnamento di Gesù è stata solo una delle componenti – certo tra le principali – della formazione storica della democrazia moderna, specie per l’affermazione dei principi di uguaglianza e di giustizia. Ma certo questa componente non è stata – e non è – quella che le gerarchie ecclesiastiche si sono impegnate a promuovere. Anzi, non di rado non hanno disdegnato la connivenza con i “falsari della politica”.</p>
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		<title>Indignatevi! Un appello per una nuova resistenza</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 20:22:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="anti-fascist" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/03/anti-fascist-1.jpg" alt="anti-fascist" />“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti.” (Primo Levi, <em>Un passato che credevamo non dovesse tornare più</em>, in “Corriere della Sera” dell’8 maggio 1974).<span id="more-890"></span>Presentiamo in questo post un librettino che ha recentemente riscosso un grande successo in Francia e che è stato rapidamente tradotto anche in italiano. Si tratta di <em>Indignatevi! </em>(Torino 2011), un breve testo esortativo e polemico, scritto da Stéfane Hessel, novantatreenne diplomatico francese, che fu tra i protagonisti della Resistenza nel suo paese.<br />
H. intreccia alcune considerazioni sulle attuali tendenze politiche globali, che giudica in maniera estremamente negativa, con le proprie <strong>esperienze di vita</strong>, specialmente con quelle che lo hanno visto protagonista della <strong>lotta di liberazione contro i tedeschi</strong> e poi componente della commissione incaricata dall’ONU di <strong>redigere la  Dichiarazione dei diritti umani</strong> (1948).</p>
<p>E proprio il vissuto tragico<strong> della guerra</strong>, in particolare quello della deportazione nei campi di concentramento, subita in quanto partigiano ed ebreo, dà particolare forza alla sua <strong>denuncia</strong> dell’affievolirsi di quei valori per cui H. e tanti altri hanno combattuto anche a costo della propria vita.<br />
<strong>Il motore ideale della Resistenza fu l’indignazione contro i regimi totalitari nazi-fascisti.</strong> Di qui scaturirono una militanza e una lotta volte ad <strong>ottenere una maggiore giustizia sociale e una maggiore libertà</strong>. Nonostante gli ostacoli e le difficoltà, questa <strong>spinta emancipatrice</strong> non solo ha portato alla vittoria nella guerra, ma ha permesso di conseguire <strong>importanti successi</strong> nel corso della seconda metà del XX secolo, come ad esempio la fine della colonizzazione e quella dell’apartheid. Anche il crollo dei regimi comunisti, pure protagonisti di quella lotta di liberazione, è considerata da H. come un esito positivo dei processi avviatisi con la fine della seconda guerra mondiale.<br />
Tuttavia, H. ha rilevato con preoccupazione <strong>l’inversione di questa tendenza</strong>, specie nel primo decennio del XXI secolo, cioè proprio nella fase in cui si sarebbe dovuto darle un nuovo impulso nel senso indicato dall’ONU nel 2000 con gli otto obiettivi di sviluppo per il millennio.<br />
Tale inversione è causata dal <strong>ritorno sotto nuove vesti di antichi nemici</strong> che cercano di <strong>ridimensionare le conquiste conseguite dal dopoguerra ad oggi</strong>. Si tratta del “potere dei soldi”, come lo chiama H., che ora si presenta <strong>in maniera più sfuggente, più impersonale</strong> e quindi più difficile da contrastare in quanto non costituisce un obiettivo chiaro verso il quale i cittadini possono dirigere la loro giusta indignazione.<br />
Questi opachi centri di potere economico-finanziario mirano a <strong>mettere in discussione lo stato sociale</strong> che si era sviluppato dopo la fine del secondo conflitto mondiale. In particolare, H. denuncia con parole semplici <strong>il crescente divario tra ricchi e poveri</strong> che tende ad escludere fasce sempre più ampie di cittadini, ad esempio diminuendo il sostegno alle persone in condizioni di bisogno oppure comprimendo le pensioni.<br />
Ma <strong>l’attacco viene portato anche all’educazione</strong>: di fronte alle nuove riforme ‘classiste’ della scuola presentate dal governo francese – e non solo da quello –, l’autore ricorda di aver combattuto insieme ad altri affinché <strong>tutti i ragazzi potessero accedere alla migliore formazione scolastica possibile</strong>, quella mirante alla valorizzazione della creatività e dello spirito libero.<br />
H. non crede che tutte queste riforme siano rese necessarie dalla mancanza di risorse ingenerata dalle ultime crisi economico-finanziarie. A suo avviso, se si comparano le risorse, ne sono presenti oggi ben più che nell’immediato dopoguerra, quando l’Europa era ridotta ad un cumulo di macerie. La <strong>menzogna</strong> degli effetti della crisi può però essere convincentemente diffusa perché i media sono sempre più controllati da questi potentati: essi cercano ad esempio di asservire nuovamente la stampa, la cui libertà era stata uno degli obiettivi principali della Resistenza.<br />
Quindi H. dedica un breve capitolo ad una <strong>questione</strong> che gli preme molto per il ruolo di diplomatico internazionale svolto in passato, quella della <strong>Palestina</strong>. A suo avviso Israele sta tenendo un atteggiamento oppressivo nei confronti del popolo palestinese: l’esercito israeliano è giunto addirittura fino al punto di commettere crimini di guerra e forse anche contro l’umanità. Certo, occorre condannare risolutamente gli episodi di terrorismo islamico, ma questo fenomeno è più in generale la conseguenza di una situazione esasperata.<br />
Di questo esempio H. si serve per sottolineare che <strong>l’esasperazione e la violenza non servono</strong>; si devono piuttosto <strong>promuovere la non-violenza e la speranza</strong>. Solo la protesta pacifica può conseguire dei risultati contro l’oppressione. L’autore lancia quindi <strong>un appello ad un’insurrezione pacifica</strong> contro i monopoli nei mass-media, contro il consumismo di massa, contro il crescente disprezzo manifestato nei confronti dei più deboli e della cultura, contro un modo di vita basato sulla competizione ad oltranza di tutti contro tutti. Questo appello si rivolge soprattutto ai giovani, i quali devono svegliare le proprie e le altrui coscienze dal torpore dell’indifferenza, indignandosi. Perché l’indignazione, secondo H., è parte costitutiva dell’essere uomini.</p>
<p>Le poche paginette del testo di H. qui riassunte non si distinguono chiaramente per profondità di analisi. Esse hanno piuttosto il valore di una preziosa testimonianza che ci consente di suffragare una chiave interpretativa dei fenomeni di compressione della democrazia che si stanno verificando ora, specie in Italia. Una chiave che provo a riassumere brevemente nel commento e che può raccordare parte delle letture compiute negli ultimi mesi.<br />
È evidente che la massa di menzogne che gran parte delle élite italiane è costretta a propinare negli ultimi tempi ai cittadini ha dei costi politici, sociali ed umani elevatissimi. Certo, occorre in generale tener conto del fatto che il racconto della realtà differisce sempre dalla realtà stessa, in quanto seleziona soltanto alcuni aspetti e li connette tra loro narrativamente, secondo determinate prospettive. Tuttavia, nell’attuale situazione italiana (ma non solo in essa), la linea del racconto e quella degli accadimenti rilevanti divergono radicalmente in un orizzonte definito dai valori della cittadinanza democratica, creando un potenziale di energia sociale negativa molto pericoloso, direi quasi esplosivo.<br />
Ora viene da chiedersi perché così tanti membri dell’élite, alcuni dei quali sanno bene quel che fanno, imbocchino questa strada, assolutamente mortale per la libertà e l’uguaglianza tra gli uomini. Tutto fa pensare che queste azioni si compiano in funzione di un progetto, inteso non tanto come puntuale pianificazione di una presa di potere, quanto come generale disegno di una nuova società.<br />
La società immaginata dalle élite e per la quale esse sono costrette a mentire spesso e volentieri è una società profondamente diseguale e non libera, quel ciclico fascismo cui si riferisce l’anteprima di Levi, che nessun cittadino accetterebbe di buon grado. Questo progetto è infatti in netto contrasto con i valori democratici e con i diritti sociali affermatisi dopo la seconda guerra mondiale: valori e diritti espressi in maniera esemplare nella Costituzione italiana.<br />
Le forze uscite sconfitte dal secondo conflitto mondiale, che non furono solo le élite dei paesi nazi-fascisti (di cui peraltro non pochi membri mantennero la propria posizione), non accettarono mai veramente – per dirlo con le parole di H. – che “l’interesse generale” prevalesse “sull’interesse particolare”, che ci fosse una “equa distribuzione delle risorse delle ricchezze prodotte dal mondo del lavoro”. Tuttavia, pur disconoscendo la legittimità delle istituzioni democratiche, esse esercitarono pressioni sui partiti politici conservatori (in parte entrando nelle loro fila), al fine di impedire la piena applicazione di questa democrazia economica e sociale. Insomma, si adatta bene a questa situazione un motto di uno dei maggiori pensatori del ‘900, Michel Foucault: questi, invertendo la famosa frase del generale von Klausewitz (“la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”), ha sostenuto che la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. Ciò vuol dire che il conflitto, dopo che si era chiusa nel 1945 la fase bellica, è continuato all’interno dei sistemi politico-sociali, dove gli sconfitti si sono rafforzati nel corso dei decenni.<br />
Abbiamo già visto che in Italia tali componenti potrebbero essere descritte come ‘sommerso della repubblica’, cioè come blocco sociale in grado di produrre grosse spinte contro l’ordinamento costituzionale sin dall’immediato dopoguerra. Questo ‘sommerso della repubblica’ è venuto però pienamente alla luce solo con la frattura dell’arco costituzionale dei partiti accaduta con Tangentopoli e ha preso la forma dell’egemonia politica di Silvio Berlusconi.<br />
Ora, secondo tale chiave interpretativa (una delle molte possibili), è assolutamente comprensibile – tanto più in un momento di verità del potere come è quello che paradossalmente si mostra sotto la mole di menzogne di questi giorni – che ci sia stato il richiamo alla riforma dell’articolo 41 della Costituzione. In tale riforma, oltre che in quella della giustizia, si concretizza il progetto della nuova società ‘diseguale’: l’attacco viene portato infatti lì dove la libertà dell’iniziativa economica privata è sì affermata, ma in maniera subordinata rispetto al principio dell’utilità sociale. Una subordinazione che è resa possibile grazie alle leggi che determinano “i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.<br />
Ecco, dunque che, per dirla ancora con H., se il potere del denaro, nemico della Resistenza, si presenta più arrogante che mai per distruggere la libertà e l’uguaglianza democratiche, il conflitto si riaccende. Ed è auspicabile che, come in fondo le considerazioni di H. sottintendono, tale conflitto rimanga non violento; perché queste forze sono purtroppo capaci di scatenare terribili guerre.</p>
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
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		<title>La ´democrazia´ai tempi di Berlusconi</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 16:03:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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		<category><![CDATA[patrimonio]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;La visione che Berlusconi ha della politica si basa quindi su un miscuglio erosivo di libertà negativa e di democrazia formale, personalizzata. La combinazione è erosiva perché la libertà negativa, non affiancata dalla sua controparte positiva, mette fatalmente a repentaglio lo sforzo di imporre il rispetto degli interessi collettivi. Essa nega a una determinata società [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©newemblema" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/02/©newemblema.jpg" alt="Â©newemblema" />&#8220;La visione che Berlusconi ha della politica si basa quindi su un miscuglio erosivo di libertà negativa e di democrazia formale, personalizzata. La combinazione è erosiva perché la libertà negativa, non affiancata dalla sua controparte positiva, mette fatalmente a repentaglio lo sforzo di imporre il rispetto degli interessi collettivi. Essa nega a una determinata società la possibilità di intervenire in nome del bene comune e di stabilire dei limiti che costituiscano una base obbligata ai fini della realizzazione individuale. La libertà negativa, se non bilanciata, incoraggia piuttosto la nascita all&#8217;interno della società civile di individui dal potere sconfinato, restii a sottomettersi a uno stato di diritto notevolmente indebolito. Individui liberi, troppo liberi viene voglia di dire, di &#8216;fare da sé&#8217;.&#8221;<span id="more-859"></span></p>
<p>L’estrema criticità dell’attuale congiuntura politica italiana ci spinge ancora ad approfondire la radicale anomalia costituita dalla presenza di Silvio Berlusconi al governo del paese. Per questo motivo presentiamo <em>Berlusconi. Ambizioni patrimoniali in una democrazia mediatica</em> (Torino 2003), un saggio scritto dallo storico inglese Paul Ginsborg, docente presso l’Università di Firenze e animatore di iniziative di difesa della democrazia anche in questi giorni.<br />
G. scrive dopo la vittoria di Berlusconi alle elezioni politiche del 2001 e dopo i primi due anni di governo: dunque presenta un quadro politico piuttosto lontano da quello attuale, cui l’autore accompagna una più <strong>generale analisi del potere del Cavaliere</strong>, che invece è per noi molto interessante.</p>
<p>Tralascio quindi la disamina puntuale del voto del <strong>2001</strong>; al riguardo mi limito a sottolineare due aspetti. Il primo è che secondo G. <strong>il successo del centro-destra è stato il frutto del consolidamento del potere di Berlusconi</strong>, il quale per tutti gli anni ’90 si è impegnato (1) nel rafforzare il suo impero economico che, prima della ‘discesa in campo’ del 1994, versava in pessime condizioni finanziarie; (2) nel potenziare il proprio partito come macchina elettorale; (3) nel rinsaldare le alleanze, soprattutto quella con la Lega. Il secondo aspetto è costituito dalla condotta della parte politica avversa, quella di <strong>centro-sinistra</strong>, mostratasi (1) incapace di comprendere il pericolo per la democrazia costituito da Berlusconi e quindi di fare una legge sul suo abnorme conflitto di interessi; (2) sostenitrice di alcuni principi di mercato propri del modello berlusconiano di capitalismo consumistico; (3) diffidente rispetto alla partecipazione della base dei cittadini.<br />
Sulla base di questi e di altri presupposti Berlusconi vinse le elezioni raccogliendo consenso presso vaste fasce popolari, nel nord come nel sud del paese. Dietro l’immagine dinamica e apparentemente rassicurante proiettata con successo sull’elettorato, non c’è però una ‘casuale’ ascesa al governo di un brillante imprenditore, ma <strong>un progetto politico</strong> dai contorni relativamente precisi che si alimenta tanto di dottrine neoliberistiche, quanto di antichi luoghi comuni della cultura italiana. Ne scaturisce <strong>un disegno volto al controllo personale e carismatico dello Stato democratico</strong>, sostenuto da un linguaggio ammiccante derivato dalle <strong>strategie di comunicazione</strong> di massa adottate nella cultura consumistica statunitense. Un controllo che si traduce ad esempio nell’<strong>affermazione dello <em>spoil system</em> nella gestione degli apparati pubblici dell’amministrazione</strong> – cioè nella scelta di uomini fedeli più che competenti –, e che si vorrebbe applicato anche alla magistratura, rispetto alla quale, come tutti sanno, Berlusconi fatica a garantire la propria posizione legale.<br />
<strong>Questo progetto non è certo di facile realizzazione</strong>, tanto più che Berlusconi si avvale di collaboratori che spesso non sono all’altezza dei ruoli loro attribuiti. Esso si radica però su alcuni <strong>elementi che fanno presa sulla società italiana</strong>. Innanzitutto <strong>una concezione ‘negativa’ della libertà</strong>, intesa cioè come garanzia di non essere impediti da interferenze ed ostacoli nel fare ciò che si vuole. Secondo Berlusconi questa liberazione dai vincoli consentirebbe <strong>una piena espressione dell’individualità delle persone</strong> e genererebbe automaticamente un’etica dell’operosità nella concorrenza. Per contro <strong>scarsa considerazione incontrerebbe la libertà ‘positiva’</strong>, cioè quella per cui lo sviluppo dell’individuo avviene nel contesto di forme collettive di controllo della vita quotidiana.<br />
Di conseguenza <strong>Berlusconi non conferisce particolare valore alla sfera pubblica</strong> <strong>e nemmeno alla democrazia</strong>: a questo sistema chiede soltanto la regolarità delle elezioni, che tra l’altro, a suo avviso, dovrebbero esprimere quanto più direttamente un mandato popolare a colui che detiene il potere di governo. Tutto il resto non gli interessa, a cominciare dal problema dell’eventuale enorme diseguaglianza di risorse disponibili tra i concorrenti della campagna elettorale.<br />
Risorse ovviamente potenziate dal controllo dei <strong>mezzi di comunicazione e di informazione di massa, che costituiscono il pilastro fondamentale del progetto berlusconiano</strong>. Per G. il regime mediatico del Cavaliere è solo l’esempio più appariscente di una <strong>nuova forma di egemonia all’interno delle compagini democratiche</strong> che si basa soprattutto sul controllo delle televisioni. Attraverso processi di concentrazione è infatti ormai ben avviata <strong>la formazione di una vera e propria oligarchia televisiva globale</strong>, mossa da <strong>brama di possesso</strong>, attenta solo agli indici da ascolto e che propone per lo più <strong>prodotti ripetitivi e diseducativi dagli orizzonti culturali limitati e conformisti</strong>. Insomma, <strong>la TV</strong><strong> agisce come potente condizionatore della vita democratica</strong> e, per certi aspetti (non tutti), vi è incompatibile: la personalizzazione, i tempi stretti, la semplificazione di qualsiasi vicenda, le forme eccessivamente drammatizzate dei conflitti verbali collidono con i tempi più lunghi e ponderati e con i problemi più complessi della democrazia deliberativa.<br />
Chiaramente, <strong>la presa è più forte sulle famiglie culturalmente più povere</strong> (ma agisce anche sulle altre). Attraverso pubblicità, telefilm, cartoni animati e altre trasmissioni di intrattenimento viene <strong>veicolato uno stile di vita improntato ad un edonismo</strong> (cioè alla ricerca del piacere) che si esprime nel <strong>costante nutrimento immaginativo della sfera dei desideri</strong>: desideri da esaudire con un continuo ricorso ai consumi, sempre peraltro insoddisfacenti, così da alimentare il ciclo perpetuo dell’usa-e-getta. E così <strong>la famiglia diventa il luogo di espressione principale di una forma di libertà paradossale</strong>, discesa da quella negativa, che coniuga consumo spinto, egoismo e totale conformismo.<br />
Queste sono le “famiglie di Berlusconi” che proiettano il loro immaginario su di lui e su cui il Cavaliere cerca di <strong>costruire il proprio potere carismatico</strong>. Già, perché secondo la lettura G. egli non possiede questo carisma, ma <strong>in esso tenta di convertire il proprio potere di natura patrimoniale</strong>, le proprie ricchezze: cioè, se volessimo esemplificare in termini attuali, Berlusconi non è così bello (carisma/fascino, alla Sean Connery) da poter attrarre delle ventenni, ma ha così tanti beni (patrimonio) da poterli investire nel diffondere la credenza di esserlo (magari non nelle ragazze, ma nelle loro madri casalinghe).<br />
Quello che sorprende G. – e che lo affascina come studioso –  è <strong>il riproporsi di aspetti antichi del potere</strong>, i quali dovrebbero incontrare forti resistenze in un regime democratico moderno. In realtà, <strong>la forza della posizione patrimoniale di Berlusconi, che fa di lui più un compratore che un venditore, si coniuga con caratteri persistenti della società italiana</strong>, quali ad es. il <strong>clientelismo</strong>, cioè la diffusione pervasiva di relazioni diadiche verticali basate su valori in netto contrasto con quelli del cittadino. E <strong>la componente dell’accumulo di beni e di persone è anche più essenziale del populismo</strong>, che pure contraddistingue pienamente l’esperienza politica del Cavaliere.<br />
G., dopo aver considerato questi ed altri elementi del potere berlusconiano (ad es. il paternalismo; oppure la cultura permissiva di matrice ‘cattolica’ espressa nelle sanatorie e nei condoni), peraltro spesso difficilmente compatibili con i principi del neoliberismo, <strong>si domanda se nell’Italia governata da Berlusconi possa essere una democrazia in pericolo</strong>. Riprendendo una batteria di cinque criteri (garanzia delle libertà civili, parità di trattamento di fronte alla legge, indipendenza della magistratura, società civile aperta e pluralista, forze armate sotto controllo), con cui recenti studiosi distinguono le democrazie liberali da quelle solo elettorali, lo storico inglese ritiene che il sistema italiano non soddisfi il secondo, il terzo e il quattro fattore. <strong>Il pericolo di retrocessione del nostro paese a democrazia elettorale è quindi reale</strong> e – afferma G. – l’onere di difenderla non può essere lasciato solo a coraggiosi magistrati “lillipuziani”, ma se ne deve fare carico tutta la società civile.</p>
<p>Ma non è certo Gulliver il personaggio letterario che, se si volesse spingere oltre il paragone dell’autore, mi richiama alla mente Berlusconi. Piuttosto il Cavaliere mi appare come uno di quegli esseri mostruosi che è stato prima creato dalla bramosia umana e di cui poi il creatore ha perso il controllo. Un essere che per sopravvivere ha bisogno di assorbire le energie degli altri uomini. Tuttavia, quella sorta di golem plasmato dalle élite del paese con la materia informe del “sommerso della Repubblica” è ora diventato più potente di quelle stesse élite, le quali ora si affannano a cercare di fermarlo perché sta distruggendo la credibilità dell’Italia. Ma, purtroppo, la responsabilità è proprio la loro e sorge il dubbio che non sia possibile attendersi da queste forze una soluzione veramente positiva della drammatica situazione italiana. Piuttosto, come prospetta G., solo le istituzioni (a partire dal potere di controllo della magistratura) e i movimenti della società civile possono dar seguito ad una reale svolta democratica per il paese. </p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>I sogni infranti di Obama</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2011 06:05:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;[...] non c&#8217;è dubbio che rispetto ad altri anni, e ad altre temperie politiche, il tema del declino americano riemerge molto più spesso nelle conversazioni e soprattutto è vissuto collettivamente. [...] Essere superati dalla Cina è una prospettiva vissuta ormai con una certa fatalità. Ma per l&#8217;osservatore straniero quel che desta più preoccupazione non è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©uncleobama" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/01/©uncleobama.jpg" alt="Â©uncleobama" />&#8220;[...] non c&#8217;è dubbio che rispetto ad altri anni, e ad altre temperie politiche, il tema del declino americano riemerge molto più spesso nelle conversazioni e soprattutto è vissuto collettivamente. [...] Essere superati dalla Cina è una prospettiva vissuta ormai con una certa fatalità. Ma per l&#8217;osservatore straniero quel che desta più preoccupazione non è tanto il nuovo primato economico (e in prospettiva tecnologico) cinese che si profila. È che il modello politico-economico cinese stia diventando egemonico. E che cioè i tanti capitalismi Usa non siano disposti a riformare il sistema in senso più egualitario [...], ma che almeno alcuni di essi stiano gingillandosi con la possibilità di prosperare in un regime alla cinese, cioè con tutta la libertà dello stalinismo e con tutta l&#8217;uguaglianza dell&#8217;America di oggi, insomma il migliore dei mondi possibili.&#8221;<span id="more-830"></span></p>
<p>Torniamo a dedicare un post alla situazione degli Stati Uniti recensendo un articolo scritto dal giornalista Marco d’Eramo su “Micromega” n. 8 (2010), pp. 25-40, dal titolo <em>Il ‘tradimento’ di Obama</em>.<br />
D. fornisce un quadro sintetico degli <strong>ostacoli incontrati dalla politica del Presidente americano</strong> in questi due anni di mandato, durante i quali la posta in gioco è apparsa talvolta ancora più alta del ‘semplice’ superamento di una grave crisi congiunturale dell’economia statunitense. Infatti, le élite americane si devono probabilmente confrontare con <strong>una profonda esigenza di autoriforma della società capitalistica</strong>, che tuttavia incontra <strong>fortissime resistenze</strong>.<br />
Tali resistenze si sono concretizzate sul piano politico durante le <strong>elezioni di ‘medio termine’</strong>, in cui il partito democratico ha subito <strong>la più grave sconfitta dal 1946</strong>. La perdita della maggioranza alla Camera a vantaggio dei repubblicani prospetta infatti una <strong>situazione di stallo per l’amministrazione di Obama</strong> che dovrà venire peraltro a patti con un avversario politico nelle cui fila prevalgono sempre più le voci di estrema destra rispetto a quelle dei moderati.<br />
Intorno a questa sconfitta si è sviluppato <strong>un acceso dibattito</strong> politico sia tra gli opposti schieramenti, sia al loro interno. In particolare, <strong>nel partito democratico</strong> si confrontano due posizioni: l’una di centro-destra che attribuisce la sconfitta alle posizioni troppo di sinistra di Obama; l’altra di centro-sinistra che la riconduce alla cautela del presidente nel dar seguito al suo programma. Ad ogni modo, il dato elettorale mostra inequivocabilmente che <strong>il fattore decisivo nella sconfitta è stata l’astensione del ‘popolo di Obama’</strong> che nel 2008 era andato alle urne trasportato dall’entusiasmo e dalla speranza di rinnovamento espressi dal candidato democratico.<br />
Questo entusiasmo e questa speranza si sono tuttavia persi in <strong>una serie di cocenti delusioni</strong>. Certo, le <strong>sfide</strong> lasciate al termine del doppio mandato presidenziale di George W. Bush erano <strong>tutt’altro che semplici da affrontare</strong>. Si trattava infatti, come già accennato, di indurre <strong>un’autoriforma del sistema sociale degli Stati Uniti</strong>, la cui <strong>egemonia economica, politica e militare</strong> era stata <strong>fortemente scossa</strong> da un lato dalle <strong>crisi speculative</strong> del capitalismo finanziario – a cominciare da quella della <em>new economy</em> per finire con quella ancora nascosta delle carte di credito, passando naturalmente per quella dei mutui delle case – e dall’altro dalla <strong>crisi politica internazionale</strong> ingenerata dall’attentato dell’11 settembre 2001.<br />
L’elezione di <strong>Obama</strong> si è collocata proprio all’apice delle crisi finanziarie ed è per questo che è stato <strong>investito del compito di trovare una soluzione</strong>. Un’investitura che è giunta anche <strong>dagli stessi responsabili del sistema finanziario statunitense</strong>, nel settore bancario e assicurativo, che hanno appoggiato la candidatura di Obama fornendogli molte più risorse rispetto al suo avversario repubblicano.<br />
Questo appoggio significativo si è tradotto concretamente nell’immissione nella squadra di  consiglieri e nella compagine di governo di alcuni protagonisti della scena finanziaria, i quali avevano determinato non poche significative scelte tra gli anni ’90 e il primo decennio del nuovo secolo. Si concretizzava così la <strong>fiducia nella possibilità di una cooperazione tra amministrazione e grande finanza </strong>nel tentativo di un’autoriforma.<br />
Tuttavia, ciò non è accaduto. Infatti, nei salvataggi bancari avvenuti nei primi mesi dell’amministrazione Obama non si è scelta la strada di un aumento pubblico del capitale sociale delle banche, che avrebbe comportato una maggiore voce in capitolo dello stato, ma quella di <strong>dare ossigeno, attraverso immissione di liquidità a basso costo, proprio a quei meccanismi creditizi che avevano indotto la crisi</strong>. Insomma, potenzialmente si sono poste le basi per un nuovo scoppio della bolla.<br />
Purtroppo, la scelta di Obama di procedere ad <strong>un’autoriforma del sistema</strong> attraverso la collaborazione si è rivelata <strong>controproducente anche in altri settori</strong>. È il caso ad esempio della politica militare e di intelligence statunitense: qui le scelte del Presidente sono state fortemente osteggiate, tanto che <strong>il carcere disumano di Guantanamo non è stato chiuso</strong> e che la presenza di truppe americane in Afghanistan non è diminuita, anzi è aumentata.<br />
Ma certamente, ancora più emblematico è il caso <strong>della riforma sanitaria</strong>. È noto che Obama ha portato avanti con decisione <strong>uno dei punti più importanti del programma democratico da decenni</strong>: quello di giungere ad un sistema sanitario che assicuri assistenza a tutti i cittadini, sul modello di quello che accade in moltissimi altri paesi soprattutto dell’Occidente avanzato. Quel che è invece meno noto è che tale riforma ha <strong>un risvolto molto vantaggioso per le grandi industrie americane</strong>: infatti, nell’attuale sistema statunitense, esse si devono prendere carico delle spese assicurative dei propri lavoratori e ciò costituisce <strong>un capitolo di spesa estremamente pesante</strong>, decisivo ad esempio nelle crisi industriali dei colossi automobilistici americani. Con la riforma del sistema sanitario si trasferirebbero queste spese dalle aziende allo stato, ridistribuendole in definitiva su tutta la società.<br />
Anche in questo caso, nonostante l’impegno profuso da Obama per il salvataggio di General Motors e di Chrysler, le <strong>risposte sono state negative</strong>. Come i banchieri, anche gli assicuratori e i manager dell’industria, superato il momento di crisi più acuta, non hanno voluto rinunciare a quelle dinamiche, soprattutto speculative, che poco prima li avevano portati sull’orlo del baratro, <strong>senza sostenere scelte volte ad assicurare sul lungo periodo maggiori possibilità di crescita</strong>.<br />
Ma perché queste élite manageriali e proprietarie sono apparentemente così poco lungimiranti? In realtà, quello che emerge proprio dalle ultime pagine dell’articolo di D. è che <strong>una parte molto potente dell’élite americana è favorevole all’attuale tendenza sociale verso una distribuzione estremamente diseguale delle risorse</strong>, tanto che oggi l’1% della popolazione si appropria del 24% del reddito prodotto dagli Stati Uniti. È chiaro che le politiche di Obama vanno comunque nel senso di una redistribuzione più equa dei redditi, che è imprescindibile nell’orizzonte di una democrazia liberale di massa. L’alternativa di destra, che si delinea ancora in maniera piuttosto informe, è invece quella di <strong>una struttura politico-sociale di tipo oligarchico</strong>, nella quale contino sostanzialmente solo gruppi relativamente ristretti di persone verso i cui bisogni di lusso ostentato si concentri la produzione.<br />
Si tratta di <strong>un progetto cui stanno lavorando i cosiddetti ‘<em>think tanks</em>’ dell’estrema destra americana</strong>, cioè quelle fondazioni, quegli istituti, quelle iniziative ‘culturali’ che profondono, ad esempio, milioni di dollari per contrastare le teorie sul riscaldamento del pianeta: concretamente per non dover impegnarsi nel riconvertire le proprie attività inquinanti. <strong>L’estremo egoismo</strong> di queste posizioni, che si accompagnano spesso al razzismo, si manifesta emblematicamente nell’<strong>esplicita opposizione ad ogni forma tassazione</strong>. Questo cardine tradizionale della destra reazionaria è ora propugnato dal movimento politico del ‘Tea Party’, che prende nome della rivolta scoppiata a Boston nel 1773 contro le tasse imposte alle colonie americane dalla madre-patria inglese. Tale movimento, a differenza di molti altri che lo hanno preceduto, gode purtroppo di un notevole appoggio da parte di influenti mezzi di informazione, quali <em>Fox News</em> e soprattutto – guarda un po’ – il <em>Wall Street Journal</em>, l’organo della finanza statunitense che al momento sembra aver politicamente abbandonato Obama.</p>
<p>D. denuncia il rischio che le posizioni estreme della destra comportino un deterioramento del clima politico statunitense. L’attentato di Tucson non va certo ricondotto semplicemente a questo quadro generale, ma le reazioni a tale avvenimento, a partire da quella tanto efficace quanto accorata di Obama, dimostrano comunque che tale deterioramento è in corso. Come visto, questa tendenza alla chiusura oligarchica ed egoistica delle élite, che stiamo toccando in tanti post, è incompatibile con una concezione della democrazia incardinata sui valori di libertà, uguaglianza, solidarietà e partecipazione, che giudico al momento la più avanzata al fine di garantire la fioritura di tutte le persone. Occorre tenere la guardia alta perché non è possibile capire fino a che punto queste élite egoiste si spingeranno. L’accordo di Mirafiori – per fare un esempio italiano –, a prescindere dei suoi contenuti specifici, mostra da un punto di vista squisitamente politico il fascino che su tali élite esercita la reinterpretazione del modello ‘cinese’, in cui la compressione verso il basso di larghi strati della società si accompagna ad una concentrazione di ricchezze verso l’alto.</p>
<p align="right">E. R.</p>
<p align="right">
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		<title>L&#8217;Italia sul filo del rasoio</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 07:18:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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		<description><![CDATA[
&#8220;A nostro parere, la profonda crisi degli anni Novanta, che prosegue fino ai giorni nostri, pone l&#8217;Italia sul filo del rasoio, poiché si tratta di una crisi tanto nel sistema politico &#8211; il che implica che alcuni suoi fattori possano risolversi all&#8217;interno delle istituzioni &#8211; quanto del sistema politico, che esige una vasta trasformazione di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©thread" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/07/©thread.jpg" alt="Â©thread" /></p>
<p>&#8220;A nostro parere, la profonda crisi degli anni Novanta, che prosegue fino ai giorni nostri, pone l&#8217;Italia sul filo del rasoio, poiché si tratta di una crisi tanto <em>nel</em> sistema politico &#8211; il che implica che alcuni suoi fattori possano risolversi all&#8217;interno delle istituzioni &#8211; quanto <em>del</em> sistema politico, che esige una vasta trasformazione di insieme. In particolare, l&#8217;attuale crisi illustra una volta di più le ambivalenze della politica su un lasso di tempo relativamente lungo, nel caso specifico a partire dalla nascita della Repubblica. In effetti il cambiamento odierno, di considerevole portata, va a braccetto con la continuità. In una doppia direzione: da un lato, perché il contenuto del cambiamento è in parte determinato dalla traiettoria intrapresa dall&#8217;Italia repubblicana; dall&#8217;altro, perché le attuali mutazioni continuano a esprimersi con un linguaggio arcaico e vengono lette alla luce di stereotipi ormai del tutto sorpassati&#8221;.</p>
<p><span id="more-689"></span></p>
<p>Con questo post presentiamo un recente saggio sulla situazione politica attuale del nostro paese, <em>L’Italia sul filo del rasoio. La democrazia nel paese di Berlusconi</em> (Milano 2009), scritto da uno dei massimi esperti in materia, Marc Lazar, professore di Storia e sociologia politica a Parigi e alla Luiss di Roma.<br />
In questo libro L. cerca di descrivere <strong>l’incerto e, per certi aspetti, pericoloso orizzonte che si prospetta alla democrazia italiana dopo le elezioni del 2008</strong>, inquadrando però le vicende politiche recenti nel contesto più ampio della storia repubblicana.</p>
<p>In realtà, la tornata elettorale da cui prende le mosse l’autore si è caratterizzata per toni più blandi rispetto a quelli dell’ultimo quindicennio. Se si escludono gli ultimi giorni, in cui sono stati riproposti argomenti anticomunisti o antifascisti, si è delineata una convergenza politica, che ha fatto balenare anche la possibilità di riforme costituzionali condivise. Questa convergenza si è innanzitutto manifestata nella <strong>significativa semplificazione del quadro politico</strong> con la costituzione di due grandi formazioni partitiche, il Partito Democratico e il Popolo delle Libertà. Tuttavia, per definire questa situazione indubbiamente nuova, si può per L. rispolverare il concetto di <strong>bipartitismo imperfetto</strong>, già usato in passato per descrivere la dinamica politica italiana quando le forze egemoni che si confrontavano erano principalmente due: la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, attorniate come oggi da altre formazioni minori.<br />
Si può qui già notare lo schema interpretativo fondamentale impiegato da L., secondo cui <strong>le vicende politiche della repubblica italiana sarebbero sempre caratterizzate da un mix di tradizione e cambiamento che contraddistinguerebbe la modernizzazione del nostro paese</strong>. Se da un lato l’affermarsi di un’alternanza regolare delle maggioranze di governo a partire dal 1994, il profilo sociale di buona parte delle élite politiche, i processi di mediatizzazione, personalizzazione e presidenzializzazione, lo stile comunicativo e la fine delle forti contrapposizioni ideologiche, sono elementi nuovi, dall’altro ci sono evidenti continuità, quali, ad esempio, il radicamento territoriale dei bacini elettorali delle forze politiche, che ripropongono quelli del vecchio PCI e della DC.<br />
Secondo L. <strong>l’entrata in politica di Silvio Berlusconi</strong> ha certo costituito un fattore di assoluta innovazione del panorama politico, inserendosi peraltro nel vuoto apertosi dal crollo dei partiti politici tradizionali. Tuttavia, l’autore aggiunge che <strong>la partitocrazia, così come definita già negli anni ’50, è ben lungi dall’aver perso consistenza</strong> e, nonostante i cambiamenti nella costituzione materiale del paese e nella sua cultura politica, rimangono 1) la <strong>forte presa dei partiti sulle istituzioni e sull’amministrazione</strong>, da tempo degenerate in pratiche di clientelismo e corruzione; 2) le loro <strong>capacità di socializzazione e di mobilitazione</strong> superiori a quelle di altri paesi europei, nonostante il minore radicamento territoriale e lo spostamento degli interessi sui media; 3) il loro <strong>condizionamento del voto e della scelta dei candidati</strong>. Persino <strong>la presenza nella società</strong>, per quanto attenuata, si rileva tanto al nord – con la Lega –, al centro – roccaforte del centro-sinistra -,  e al sud – dove la destra rinnova le reti notabilari, facenti capo cioè alle figure locali eminenti nel tessuto sociale.</p>
<p>Secondo L. anche i caratteri di novità più evidenti nella recente vita democratica italiana si possono far risalire a processi avviatisi già negli anni ’80. È il caso della <strong>presidenzializzazione</strong>, cioè del protagonismo e della concentrazione di potere nelle mani del Presidente del Consiglio, che fu già avviata da Craxi e continuata da Giuliano Amato e da Carlo Azeglio Ciampi. E in parallelo anche della <strong>personalizzazione</strong>, che ha prima rovesciato il rapporto esistente tra partito e leader e poi ha fatto della televisione il luogo principale della politica. Diversamente va invece per L. – ma io direi solo perché il percorso è più carsico – per il <strong>federalismo</strong>.</p>
<p>Un fattore molto differente rispetto al passato, che tuttavia si connette con una tendenza internazionale in atto da circa un ventennio, è indubbiamente quello del <strong>prevalere della cultura (politica) di destra</strong> rispetto a quella di sinistra. Essa si nutre per L. di <strong>una costellazione di idee spesso contraddittorie</strong>, quali l’individualismo e la compassione sociale, il liberismo e il protezionismo, la modernità e la tradizione, la sicurezza e la lotta all&#8217;immigrazione, l’Europa e l’identità regionale/nazionale, la difesa della Repubblica e la revisione profonda della sua storia.</p>
<p>Soprattutto è intorno allo <strong>spiccato carattere valoriale assunto da questi ideali che la destra basa il proprio crescente consenso</strong>, mentre la sinistra sta perdendo la propria identità, finendo spesso per appiattirsi sulle posizioni dell’avversario. Intorno a questi valori si svolge parte di una ‘<strong>guerra civile</strong>’, intesa nel senso ampio del termine, che si combatte ora tra berlusconiani e antiberlusconiani. Anche questa guerra civile non è però una forma nuova della vita politica italiana; anzi, <strong>la ‘guerra civile’ in senso lato è una costante della vita repubblicana</strong>, che <strong>nascerebbe da una guerra civile vera e propria</strong>, quella del 1943-1945, a lungo rimossa come tale dalla memoria storica italiana. Essa si sarebbe riproposta in forme attenuate già nell’immediato dopoguerra <strong>durante il periodo più intenso della ‘guerra fredda’</strong>; poi <strong>ancora negli anni ’70 tra le contestazioni del ’68, l’autunno caldo, la strategia della tensione e gli anni di piombo</strong>; e infine sarebbe appunto riemersa in forma ‘simulata’ proprio a partire dal 1994. La guerra civile, alternata ad una corrispondente spiccata tendenza alla pacificazione e alla mediazione, sarebbe allora <strong>il sintomo</strong>, come L. si limita purtroppo soltanto a suggerire, <strong>di una difficoltà di gestire i conflitti e le divisioni</strong>, che vengono o condotti all’estremo o rimossi: insomma – aggiungo io – <strong>una prova delle difficoltà di gestire in maniera matura la vita democratica</strong>.</p>
<p>Ma L. non interpreta l’attuale situazione in termini di immaturità o di mancanza, quanto piuttosto di anomalia, di incertezza, di pericolosità, che non precludono la possibilità di sviluppi positivi, nonostante la costante tentazione, incarnata dallo stesso Berlusconi, di <strong>una modernizzazione elaborata ambiguamente secondo caratteri tradizionali</strong>. L’<strong>instabilità dell’attuale situazione italiana</strong> sarebbe per L. in particolare determinata da una serie di quattro fattori fondamentali: <strong>l’affermarsi della democrazia mediatica</strong>, che comporta tutti i problemi connessi con la spettacolarizzazione della politica (declino della territorialità dei partiti; disgregazione delle identità politiche tradizionali; aumento dell&#8217;elettorato imprevedibile; ruolo di leader sempre più potenti; crescente importanza di televisione e media; credito attribuito ai sondaggi; primato del sentimento sulla ragione; ricerca di soluzioni-ricette); <strong>la democrazia liberale e rappresentativa</strong>, che reagisce alla prima (si pensi al crescente ruolo del Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale); <strong>la diffidenza e la sfiducia crescente nei confronti delle istituzioni</strong> (che si manifesta in vario modo nella cosiddetta antipolitica); <strong>la democrazia partecipativa</strong>, che con il suo carattere utopistico testimonia l’esistenza di una forte aspirazione al cambiamento.</p>
<p>Il quadro proposto da L. è ovviamente molto più ricco di quello qui presentato e bisogna dirlo soprattutto in considerazione delle perplessità che per altri aspetti suscitano in me alcune parti della sua ricostruzione: ad esempio la sua interpretazione, peraltro resa con rapide pennellate, di ‘mani pulite’, quella degli anni ’70, quella delle epurazioni del dopoguerra, sono dissonanti rispetto a quelle proposte dagli storici italiani (di cui abbiamo dato nelle pagine di questo blog). E lo stesso concetto di “modernizzazione tradizionalista”, di cui Berlusconi sarebbe il ‘paladino’, mi appare piuttosto vago, poco efficace sul piano della comprensione.<br />
Detto questo, la ricostruzione di L. è comunque molto aggiornata, ben corredata dai risultati di recenti ricerche di sociologia politica e fornisce inoltre spunti molto interessanti: ad esempio quella del ruolo della paura nella politica italiana, paura del cambiamento e del futuro, oggi ancora più spiccata che nel passato tanto da tradursi in un profondo pessimismo. Una paura che non può allora non comportare l’incapacità di affrontare serenamente i punti di vista diversi degli altri in una dialettica democratica e che non può non trascinare con sé, nei tentativi più o meno fallimentari di cambiare le cose, la sua tradizione che, ormai obsoleta, diventa a mio avviso una viva radice di quella violenza che cova costantemente dietro la facciata conformistica della società e della politica italiana.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Un terzo Risorgimento? No, il primo</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 05:12:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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<p>“Il vero! L’Italia nascente non chiede se non quello, non può vivere senza quello. L’Italia nascente cerca in oggi il proprio <em>fine</em>, la norma della propria vita nell’avvenire, un criterio morale, un metodo di scelta fra il bene e il male, tra la verità e l’errore, senza il quale non può esistere responsabilità, quindi non libertà. […] L’Italia nascente ha bisogno d’uomini che incarnino in sé quel vero nel quale essa deve immedesimarsi; che lo predichino ad alta voce, lo rappresentino negli atti, lo confessino, checché avvenga, fino alla tomba: e voi [politici opportunisti] le date l’esempio d’uomini che dicono e disdicono, giurano e sgiurano, troncano a spicchi la verità, protestano contro i suoi violatori, e transigono a un’ora con essi. Così preparate al giogo del primo padrone straniero e domestico, che vorrà inforcarla di tirannide, una Italia fiacca, irresoluta, sfiduciata di se stessa e d’altrui, senza stimolo di onore e di gloria, senza religione di verità e senza coraggio per tradurla in opera.” (Giuseppe Mazzini, <em>A Francesco Crispi</em>, s.l. 1864)</p>
<p><span id="more-659"></span></p>
<p>Torniamo a parlare di educazione coniugando il tema con la questione della cittadinanza e con quella dell’identità italiana, che hanno recentemente assunto nuovo rilievo alla luce del 150° anniversario dell’unità nazionale. Per questo motivo presentiamo il libro <em>Rifare gli italiani. “Cittadinanza e Costituzione”</em> <em>: una risposta alla sfida educativa </em>(Bologna 2010), scritto da Antonio Nanni, docente di filosofia presso il Simi (Università Urbaniana), e Antonella Fucecchi, docente di lettere in un liceo ed esperta di letteratura interculturale.<br />
Gli autori partono da un recente progetto nazionale di rilancio dell’educazione civica, denominato “Cittadinanza e Costituzione”, che, dopo aver addirittura trovato un riconoscimento legislativo (art. 1 della L. 169/2008), si sta ora progressivamente arenando nelle secche letali dei tagli alla scuola.</p>
<p>N. e F. denunciano la gravità di questa situazione perché l’attuazione di tale progetto costituirebbe una delle risposte possibili all’<strong>emergenza educativa del nostro paese</strong>. L’istanza pedagogica della società contemporanea si sta infatti confrontando con la <strong>sfida portata dalla cultura post-moderna</strong> in cui, secondo un relativismo assoluto egemonizzato dal consumismo, tutto è valore e al contempo nulla lo è. Addirittura per gli autori si configurerebbe oggi una sorta di drammatica <strong>‘interruzione’ generazionale</strong>, in quanto gli adulti sono sempre meno in grado di trasmettere ai figli valori o ideali, limitandosi a dare cose, averi e strumenti.<br />
Spesso le famiglie non sono all’altezza di questo compito ed hanno bisogno dell’<strong>alleanza con la scuola</strong> che, in quanto istituzione deputata all’educazione, ha maggiori strumenti di orientamento e di intervento per <strong>fronteggiare le richieste formative di una società complessa e plurale</strong> e quindi per <strong>costruire il profilo di un cittadino aperto, democratico e, soprattutto, rispettoso delle diversità</strong>. Infatti, il <strong>problema nodale</strong> per il nostro paese è, per N. e F., proprio quello dell’<strong>integrazione degli immigrati</strong>, che si riannoda tanto con l’annosa ‘questione meridionale’, quanto soprattutto con la più recente ‘questione settentrionale’.<br />
La proposta di consentire <strong>un più facile accesso alla cittadinanza</strong> da parte degli <strong>stranieri</strong> – fortemente dibattuta dai politici – si fonda del resto sulla constatazione che i nuovi arrivati sono circa quattro milioni, di cui una buona parte costituisce <strong>una fetta fondamentale della popolazione attiva</strong>. E le nuove generazioni nate in Italia si candidano ad essere tra le forze più dinamiche del paese. Non tener conto di tutto ciò, escludendo gli immigrati e le loro energie dai processi decisionali, rischia di mettere seriamente a repentaglio l’economia, la vita democratica e la coesione sociale (e forse politica) dell’Italia.<br />
Occorre dunque <strong>ripensare il <em>demos</em>, il popolo</strong>, che non può essere più basato su una presunta identità etnica, ma che si deve connettere innanzi tutto con le persone, quale che sia poi il territorio e la formazione politica dove esse si possano di volta in volta trovare. È necessario perciò elaborare <strong>una concezione globale, transnazionale, cosmopolitica della cittadinanza</strong>, più aderente alla mobilità degli uomini contemporanei e alle loro forme planetarie di comunicazione.<br />
Per rispondere appunto a questa sfida i vertici del sistema scolastico italiano hanno pensato di <strong>rivitalizzare l’educazione civica</strong>, un ambito dell’insegnamento – voluto nel 1958 dall’allora ministro dell’Istruzione Aldo Moro – che è sempre stato debole e trascurato in Italia. Addirittura con il varo del progetto ‘Cittadinanza e costituzione’ l’educazione civica avrebbe dovuto assurgere al rango di disciplina, soggetta anche a valutazione: ma questi ultimi aspetti sono stati sottaciuti e dunque rimessi in discussione da un documento di indirizzo del marzo 2009.<br />
Ad ogni modo il nuovo curricolo di tale materia si dovrebbe iscrivere nel quadro delle “Competenze chiave per l’apprendimento permanente”, emanate con una Raccomandazione dell’Unione Europea nel 2006, in cui sono specificamente contemplate anche abilità sociali e civiche. Per N. e F. <strong>tali competenze dovrebbero essere apprese in un contesto assio-pratico</strong>, cioè in <strong>una scuola intesa come permanente palestra di cittadinanza</strong>, in cui si ponga attenzione alla dimensione democratica a partire dalla stessa quotidianità. Questa routine positiva dovrebbe essere poi costellata di <strong>incontri con ‘testimoni della cittadinanza’</strong>, cioè con personalità che ogni giorno vivono e difendono i valori della Costituzione, le quali possano fungere da <strong>esempi concreti</strong> per bambini e ragazzi e <strong>fortifichino la loro capacità di resilienza</strong> con la forza persuasiva dei modelli.<br />
Una Costituzione che non deve però essere mitizzata, ma vissuta ed interpretata con atteggiamento di apertura e spirito critico. Ciò in consonanza con una concezione di <strong>cittadinanza intesa in modo problematizzato come ‘paradigma incompiuto’</strong>, come un’esigenza mai soddisfatta che induce costantemente al ripensamento e al miglioramento.<br />
In tal senso è necessario <strong>riformulare i concetti fondamentali della convivenza civile</strong> – quali ad esempio cultura, laicità, identità etica pubblica –, che devono essere sempre più <strong>declinati in un’ottica interculturale</strong>, cioè di scambio costante con gli altri, al fine di approdare ad un nuovo pensiero umano, di dimensione planetaria, e dunque ad una nuova <strong>educazione alla cittadinanza globale</strong>. Cioè “un’educazione che contribuisce alla formazione di cittadine e cittadini responsabili impegnati per la giustizia e la sostenibilità del pianeta che promuove il rispetto e la valorizzazione della diversità come fonte di arricchimento umano, la difesa dell’ambiente e il consumo responsabile, il rispetto dei diritti umani individuali e collettivi, la parità di genere, la valorizzazione del dialogo come strumento per la risoluzione pacifica dei conflitti, la partecipazione, la corresponsabilità e l’impegno nella costruzione di una società equa, giusta e solidale” (p. 67).<br />
Per tale fine N. e F. sono convinti che “la scuola costituisca un attore sociale e politico imprescindibile; rappresenti uno spazio privilegiato per la formazione di cittadine e cittadini critici e partecipativi, capaci di dare forza alle trasformazioni che vogliamo promuovere; e infine, abbia un ruolo fondamentale nel rispondere alle sfide poste dalla nostra contemporaneità” (p. 67).<br />
Dunque, dalla scuola e dalla sua missione educativa dovrebbe partire secondo gli autori un <strong>terzo risorgimento in Italia</strong>, il quale dopo il primo, che portò all’unificazione nazionale, e il cosiddetto secondo (la <em>Resistenza</em>), che condusse alla liberazione dalla dittatura fascista, possa in ogni senso integrare il nostro paese più di quanto non sia avvenuto finora.</p>
<p>I risultati sia del primo che del secondo risorgimento non sono stati infatti pienamente soddisfacenti e la loro spinta ideale si è ben presto affievolita. In tal senso, in sede di commento, ritorno sull’anteprima che riporta un brano tratto da uno scritto di uno dei padri dell’unità d’Italia, Giuseppe Mazzini. Si tratta di un piccolo <em>pamphlet</em>, di una sorta di ‘lettera aperta’, inviata tre anni dopo l’unificazione ad un uomo a lui in precedenza vicino, ma poi divenuto uno dei capi della sinistra parlamentare, Francesco Crispi, al quale Mazzini rinfacciava un comportamento intenzionalmente contraddittorio e incoerente: “Voi siete, come oggi barbaramente dicono, <em>opportunista</em>”.<br />
Ma la parabola metamorfica del Crispi rivoluzionario repubblicano a contatto con il potere era ben lungi dall’essere compiuta nel 1864: qualche anno dopo la morte di Mazzini (1872), Crispi divenne infatti <em>leader </em>della sinistra storica e primo esempio di ‘uomo forte’ della storia dell’Italia unita, che si rese protagonista di un decennio di egemonia politica personale caratterizzato da autoritarismo, accentramento dei poteri ma anche da dura repressione delle manifestazioni del popolo, scandali bancari (Banca Romana, 1893), aggressive quanto disastrose pretese coloniali (sconfitta di Adua, 1896).<br />
Le parole di Mazzini e la traiettoria di Crispi mi confermano quindi nell’idea che in realtà ci siano problemi profondi – storicamente profondissimi – di cultura politica e di etica pubblica nelle élites politiche italiane, già presenti all’indomani del Risorgimento. L’unico modo per affrontarli alla radice è appunto l’educazione alla cittadinanza che – come suggeriscono gli stessi autori del libro – permetta di ripensare interamente, senza infingimenti, la storia del nostro paese e di valorizzarne le forze ideali più democratiche ed aperte, quali appunto il pensiero di Giuseppe Mazzini.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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