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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; Diritti</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Flessibilità: la copertura ideologica di una mercificazione globale del lavoro a fini di dominio</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 22:32:02 +0000</pubDate>
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&#8220;Una politica del lavoro globale potrà affermarsi solamente quando diverranno maggioranza le persone consapevoli che la richiesta di utilizzare la forza di lavoro solo quando serve, e fintanto che serve, non è uno strumento isolato del conflitto sociale. È piuttosto uno dei più insidiosi tra i tanti inclusi nell&#8217;armamentario dell&#8217;attacco politico che all&#8217;ombra di sedicenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©benttube" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/12/©benttube.jpg" alt="Â©benttube" /></p>
<p>&#8220;Una politica del lavoro globale potrà affermarsi solamente quando diverranno maggioranza le persone consapevoli che la richiesta di utilizzare la forza di lavoro solo quando serve, e fintanto che serve, non è uno strumento isolato del conflitto sociale. È piuttosto uno dei più insidiosi tra i tanti inclusi nell&#8217;armamentario dell&#8217;attacco politico che all&#8217;ombra di sedicenti ragioni tecniche &#8211; manco a dirlo il suo costo, a fronte del deficit del bilancio pubblico – viene da tempo condotto allo Stato sociale, in Italia come in altri paesi europei, nelle sue varie componenti: sanità, scuola, pensioni. Con un successo ormai evidente, soprattutto nel caso di queste ultime&#8221;.<span id="more-1127"></span></p>
<p>Con questo post chiudiamo il miniciclo dedicato al lavoro, presentando un altro libro del sociologo Luciano Gallino, dal titolo <em>Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità</em> (Roma-Bari 2010<sup>2</sup>).<br />
In tale saggio G. fornisce un quadro del <strong>fenomeno del mondo del lavoro che va sotto il nome di flessibilità</strong>. Ne illustra le cause (sintetizzabili in una ristrutturazione della produzione su scala mondiale avviatasi dagli anni ’80), gli effetti (consistenti soprattutto nella compressione dei costi e dei diritti del lavoro, che produce a cascata ulteriori danni umani e sociali), e gli usi ideologici (riassumibili nella celebrazione politica di virtù, dati alla mano infondate, sul piano della competitività e del miglioramento dell’occupazione).</p>
<p>In Italia e in altri paesi occidentali è ormai diventata <strong>costante la richiesta rivolta dalla politica alla società di ristrutturare le modalità di lavoro secondo una concezione ‘flessibile’</strong>. Ma cosa vuol dire precisamente flessibilità? Per G. si ricomprendono in questa categoria <strong>tutte le occupazioni che di fatto impongono alla persone di adattare l&#8217;organizzazione della propria esistenza alle esigenze della produzione di beni e servizi</strong>, sia nel settore privato che in quello pubblico. Questo adattamento può essere continuo e reiterato anche su tempi brevi, persino di mesi e settimane, così che è facile immaginare lo sconvolgimento delle normali condizioni di vita e, paradossalmente, il peggioramento delle stesse prestazioni lavorative.<br />
La varietà di queste occupazioni flessibili è molto ampia, ma si possono per G. distinguere <strong>tre grandi rami</strong>. Due sono quelli che comprendono i lavori regolari i quali si articolano secondo: 1) <strong>la flessibilità dell’occupazione</strong>, che è l’effetto della possibilità data alle imprese di adeguare costantemente la quantità di forza-lavoro impiegata, cioè di licenziare facilmente e di assumere (e riassumere) i lavoratori senza particolari garanzie grazie a una serie di contratti ‘atipici’; 2) <strong>la flessibilità della prestazione</strong>, che consente alle imprese di modulare le forme e i tempi del lavoro da parte dei dipendenti, anche quando assunti a tempo indeterminato. Il terzo ramo di occupazioni che risponde in sostanza ai canoni di questa tendenza alla flessibilità è quello costituito dal <strong>lavoro irregolare</strong>, in cui non esistono di fatto garanzie e diritti per i dipendenti. Le occupazioni flessibili regolari e il lavoro sommerso convivono spesso nello stesso sistema e si assiste di frequente a flussi che vanno dalle prime al secondo (e viceversa). Complessivamente, secondo le articolate valutazioni dei dati da parte di G., vi sarebbero circa 11 milioni di lavoratori in Italia che rientrerebbero in questi gruppi, distribuendosi all’incirca a metà: cinque/sei milioni di ‘flessibili’, cinque/sei milioni di ‘lavoratori in nero’.<br />
Alla base di questo fenomeno in netta crescita negli ultimi vent’anni sta, come accennato, <strong>una ristrutturazione mondiale delle forme di produzione</strong>. Questa ristrutturazione consiste in una <strong>riorganizzazione della catena produttiva</strong> che viene divisa in anelli sempre più stretti, cioè in piccole imprese, sparse per il mondo, che creano ognuna una parte del valore finale del prodotto. Tale scomposizione che porta tanti vantaggi alle cosiddette <em>corporations</em>, le quali raccolgono e guidano questi anelli disseminati, ha <strong>uno dei suoi obiettivi</strong> nella <strong>riduzione del costo del lavoro</strong>, che viene trattato come una qualsiasi merce e viene quindi adeguato al comandamento del <em>just on time</em>: la prestazione lavorativa viene applicata all’attività produttiva e remunerata secondo le strette esigenze di risposta produttiva ad una domanda del mercato. Ovvio che così <strong>si destrutturano le modalità tradizionali del lavoro</strong> che viene quindi più facilmente trasferito dai paesi avanzati in quelli in via di sviluppo dove il costo, i diritti, le tutele sono enormemente inferiori. Questa ristrutturazione ha messo così in concorrenza i lavoratori che vivono in condizioni dignitose nei paesi occidentali con quelli sfruttati delle aree dei paesi più poveri.<br />
La flessibilità è il nome che prende dunque tale <strong>concorrenza tra lavoratori che punta decisamente al ribasso dei salari e al peggioramento delle condizioni di lavoro</strong>. Essa è la figlia primogenita di una globalizzazione in cui vengono premiate le aziende che ricorrono alla maggior quota di questi lavoratori non garantiti. Si assiste in tal senso ad una sempre più diffusa <strong>deresponsabilizzazione delle imprese</strong> che, specie in un paese come l’Italia, scaricano il rischio sui lavoratori, coprendo con il manto ideologico della flessibilità le insufficienze sul piano della ricerca, dell’innovazione, della pianificazione industriale e delle relative strategie.<br />
Certo, non tutta la colpa è delle imprese, ma anche degli investitori, specie di quelli istituzionali, come i fondi pensione, i quali richiedono tassi altissimi, che costringono i produttori a ridurre i costi in maniera sconsiderata. Ma pure in questo caso interviene un’azione di copertura ideologica sulle modalità corrette di investimento. Ed è questo un compito assolto dai politici, tanto dagli esponenti di una destra più o meno liberale quanto dai socialdemocratici.<br />
È la politica infatti a <strong>porre la flessibilità come priorità, giustificandola con l’incremento dei posti di lavoro</strong>. Tuttavia, G. ha gioco facile nel mostrare ad esempio che spesso il numero delle ore lavorate nei paesi occidentali non è aumentato, ma è stato redistribuito nei flussi intermittenti delle occupazioni flessibili.<br />
Per raggiungere l’obiettivo della competitività attraverso la riduzione dei costi del lavoro l’agenda politica dei paesi occidentali, condizionata dal credo neoliberista, colloca al primo posto <strong>lo smantellamento della legislazione che garantisce i diritti dei lavoratori</strong>, frutto di battaglie sociali durate oltre un secolo. La nostra stessa Costituzione, con la centralità accordata al lavoro sin dall’art. 1, è un risultato altissimo di queste battaglie e mostra esemplarmente come esso costituisca<strong> la dimensione fondamentale della vita</strong>, sulla quale si può costruire la cittadinanza democratica. Non è dunque accettabile una sua mercificazione.<br />
G. segue quindi l’abbattimento delle garanzie e dei diritti dei lavoratori, iniziato in Italia nel 1993 e proseguito, dopo le brecce aperte dal centro-sinistra, con i provvedimenti del centro-destra nel primo decennio del XXI secolo, attraverso i quali si è data alle imprese la totale libertà di ricorrere alle forme di impiego in affitto, che sganciano il dipendente dalla realtà produttiva dove lavora.<br />
Ovviamente i politici nascondono o <strong>minimizzano la portata delle conseguenze delle occupazioni flessibili</strong>. Inoltre preferiscono curare gli effetti piuttosto che le cause della ristrutturazione produttiva, attraverso quella strategia europea che si chiama <strong>flessicurezza</strong>. La flessicurezza, che in Italia prende il nome di ‘ammortizzatori sociali’, è una soluzione che cerca di mantenere l’occupazione attraverso la formazione costante, la politica attiva del lavoro e  la generosità del sistema del welfare. Tuttavia appare <strong>una strategia di semplice contenimento</strong> anche negli stati più avanzati, come l’Olanda e la Danimarca. E certamente quello che si fa in questi paesi non è assolutamente possibile nel nostro per mancanza di risorse.<br />
Si tratta insomma solo di <strong>una riduzione dei danni</strong>, che sono gravissimi e si possono riassumere con il concetto di <strong>precarietà</strong>. Si tratta di <strong>uno stato di insicurezza oggettiva e soggettiva</strong>, che non permette di formulare progetti riguardo al futuro e intacca le condizioni di vita quotidiana, trasformando la stessa personalità dei lavoratori ed influendo decisivamente anche su quella dei figli che soffrono per l’insicurezza dei genitori, sviluppando addirittura strutture caratteriali asociali che si manifestano nella chiusura in se stessi o nella violenza. Per non parlare poi dei danni portati al lavoro stesso, dal momento che la flessibilità, cioè la precarietà, comporta demotivazione, scarsa qualificazione, mancanza di prospettive di avanzamento nella carriera, dispersione delle conoscenze.</p>
<p>Insomma questa nuova modalità di occupazione globale sta distruggendo sia sul lavoro sia, più in generale, nella società i fondamentali fattori di integrazione e prepara periodi di forte conflittualità. Nel nome della flessibilità si stanno disintegrando i legami coesivi del tessuto sociale da quelli sindacali, a quelli comunitari, per giungere addirittura ad intaccare quelli familiari. Mi sento di condividere dunque il giudizio di G. secondo cui si è in presenza di una regressione, cioè di una perdita di conquiste che sono costate gli sforzi (e spesso la vita) di milioni di persone tra Otto e Novecento. E concordo sul fatto che, come si viene scrivendo da qualche tempo sul blog, in realtà non si assiste ad una trasformazione sociale riconducibile a fattori puramente tecnico-economici, come vorrebbe farci credere l’ideologia della flessibilità. In realtà si scorge un tentativo di imporre una certa visione della società, estremamente inegualitaria e, da ultimo, antidemocratica. La battaglia sul lavoro è decisiva nella ‘guerra’, tutta politica, condotta ormai da alcuni decenni contro lo stato sociale, che è una condizione indispensabile alla fioritura di ogni cittadino in quanto persona.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Cipolle e democrazia: dal biototalitarismo al nuovo fascismo</title>
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		<pubDate>Fri, 29 May 2009 12:27:52 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
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&#8220;La globalizzazione ha fatto sparire i cittadini e ha ridotto lo stato a strumento del capitale globale. La persona fittizia ha rimpiazzato gli esseri umani su cui era stata modellata. L&#8217;unico ruolo degli esseri umani è oggi quello di consumatori; quello di membri di comunità produttive e culturali è stato cancellato. Da una parte ciò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="onionskin.jpg" href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/05/onionskin.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/05/onionskin.jpg" alt="onionskin.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;La globalizzazione ha fatto sparire i cittadini e ha ridotto lo stato a strumento del capitale globale. La persona fittizia ha rimpiazzato gli esseri umani su cui era stata modellata. L&#8217;unico ruolo degli esseri umani è oggi quello di consumatori; quello di membri di comunità produttive e culturali è stato cancellato. Da una parte ciò rende superflui gli esseri umani nel provvedere ai loro bisogni. Dall&#8217;altra, insidia le diversità culturali, cioè il modo in cui le persone sono state modellate dalla natura e interagiscono con essa per soddisfare i propri bisogni. [...] La politica, svuotata dai diritti economici, sfrutta la paura e l&#8217;insicurezza e fabbrica odio come capitale politico. L&#8217;India non è l&#8217;unico paese ad assistere alla crescita del fascismo e delle forze fondamentaliste, proprio mentre la globalizzazione nega alle persone il diritto di difendere le proprie vite e i propri mezzi di sostentamento con metodi democratici.&#8221;<span id="more-213"></span></p>
<p>Proseguiamo nel nostro percorso sui diritti globali, recensendo il testo di una conferenza tenuta dalla fisica quantistica ed economista indiana Vandana Shiva, dal titolo <em>Diritti alimentari, libero commercio e fascismo</em>, comparso nella raccolta <em>La debolezza del più forte. Globalizzazione e diritti umani</em> (Milano 2004), pp. 115-140. Secondo la S. l&#8217;attuale processo di <strong>globalizzazione</strong>, che promuove il libero commercio, ha <strong>conseguenze molto negative sui diritti umani</strong>; per difenderli è a suo avviso necessario combattere tanto le istituzioni politiche ed economiche quanto le grandi multinazionali che lo sostengono in vario modo.<br />
In particolare, la  S. ha individuato nel gioco al ribasso sui diritti umani due componenti. In primo luogo si può constatare una &#8216;<strong>naturalizzazione&#8217; di realtà che sono invece il frutto di determinate scelte politiche</strong>: la globalizzazione economica e il libero commercio non sono infatti fenomeni &#8216;naturali&#8217;, esiti irreversibili dello sviluppo delle società umane, ma sono forme ben precise di dominazione del Nord del mondo sul Sud. In questo senso la S. sottolinea l&#8217;insistenza dei leader mondiali nell&#8217;affermazione dell&#8217;inevitabilità della globalizzazione, che è però paradossalmente accompagnata da misure di incentivazione, difesa e sostegno: se fosse veramente così &#8216;naturale&#8217;, non ci sarebbe bisogno di promuoverla con tanto zelo. In secondo luogo si rileva <strong>una frammentazione dei diritti</strong> <strong>umani</strong>, che invece dovrebbero essere indivisibili. I sostenitori dell&#8217;attuale globalizzazione favoriscono infatti la scissione tra diritti civili, da una parte, e quelli socio-economici, dall&#8217;altra; e pure anche quest&#8217;ultimi sono stati sanciti nella <em>Dichiarazione universale</em> del 1948. Tale scissione è purtroppo la premessa per il loro disconoscimento: infatti il diritto alla libertà dalla fame ha la stessa dignità del diritto alla libertà di espressione; anzi, la realizzazione del primo è una condizione per il darsi del secondo.<br />
Il diritto umano alla vita attraverso la nutrizione è però considerato un <strong>ostacolo dal libero commercio</strong>, che di libero, secondo la  S., ha veramente poco per quanto riguarda gli individui e le comunità. I beneficiari della globalizzazione sono infatti soltanto delle entità fittizie, le grandi imprese, le <strong>multinazionali</strong>, i cui diritti finiscono per essere posti al di sopra di quelli di cittadini e stati. Questi <strong>diritti</strong> garantiti ai capitali e alle società sono &#8216;<strong>inumani&#8217;</strong> e inducono anche negli individui comportamenti asociali e aggressivi, dettati dall&#8217;avidità. L&#8217;autrice porta l&#8217;esempio della conoscenza che, creata per lo più collettivamente dagli uomini &#8211; dunque condivisa &#8211; viene ora sempre più privatizzata: è il caso dei tanti saperi dei contadini, che dopo esser stati saccheggiati della loro esperienza, sono costretti poi a pagarla alle multinazionali nella forma della vendita di prodotti (come le sementi) e tecnologie.<br />
Le conseguenze negative di questa situazione sono molte, in particolare nei paesi del <strong>Terzo Mondo</strong>: conversione della policoltura in monoculture destinate alla commercializzazione, aumento dei prezzi delle derrate alimentari, smantellamento dei sistemi di distribuzione pubblica. Si pongono quindi le condizioni di future <strong>crisi alimentari</strong> e di presenti situazioni di <strong>disagio sociale</strong>: la S. ricorda che la pressione economica e tecnologica esercitata dalle multinazionali ha provocato un&#8217;ondata di suicidi tra i contadini indiani alla fine degli anni &#8216;90.<br />
Gli esiti di questa situazione sono però negativi anche per i paesi ricchi: rientra ad es. tra le conseguenze del monopolio delle grandi multinazionali il conflitto tra Europa e Stati Uniti intorno agli OGM. I rappresentanti del governo americano hanno più volte attaccato l&#8217;obsoleta &#8216;cultura storica&#8217; dei cittadini del vecchio continente riguardo all&#8217;alimentazione, cui hanno contrapposto la &#8217;scienza ben fondata&#8217; che sta alla base delle nuove colture transgeniche. Si trattava in realtà di un argomento che coloriva la più seria minaccia di una grande guerra commerciale, se non si fossero aperte le frontiere alle importazioni statunitensi e se si fosse imposto l&#8217;obbligo di etichettatura sui prodotti.<br />
E&#8217; chiaro infatti che la questione economica si traduce sul <strong>piano politico</strong>. L&#8217;adesione delle maggioranze governative indiane al libero mercato ha provocato un aumento del prezzo delle cipolle da 2 a 100 rupie. Il malcontento per una tale linea economica è stato espresso alle elezioni successive; tuttavia, questa esplicita bocciatura democratica non ha sortito alcun effetto perché i nuovi governi hanno continuato sulla stessa strada; ed è particormente significativo il fatto che il primo ministro abbia minimizzato di fronte ai leader del commercio mondiale questa sconfitta elettorale alle amministrative definendola come un &#8220;dramma locale&#8221;.<br />
Secondo la S. la globalizzazione comporta una <strong>minaccia per la democrazia alimentare</strong>, consistente nelle limitazioni imposte alla scelta dei cibi o alla loro produzione. Il grado di costrizione imposto dal libero commercio è quanto mai evidente in ciò che l&#8217;autrice definisce la <strong>logica sterminatrice</strong> cui è approdato il monopolio delle <strong>sementi</strong>: in questo settore si è fatto ricorso a tecnologie che rendono sterili i semi ottenuti dalle coltivazioni, cosicché gli agricoltori sono sempre costretti a rifornirsi dalle grandi multinazionali, senza poter conservare una parte del prodotto e, come è sempre accaduto, senza poterlo selezionare personalmente per la nuova semina. Questo sistema di inibizione della riproduzione vegetale non garantisce la sicurezza alimentare e non permette lo sviluppo della biodiversità: si impone così un &#8216;<strong>biototalitarismo&#8217;</strong>.</p>
<p>Ma, per la S., le conseguenze della globalizzazione sono gravi per la democrazia <em>tout court</em>: i <strong>politici</strong>, che si piegano ai dettami delle istituzioni internazionali (Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Fondo Monetario Internazionale) e delle multinazionali, non possono più infatti prendere decisioni nella fondamentale sfera economica. Sono quindi costretti a cercare altri spazi di affermazione e, in particolare, ad alimentare tensioni che possano in qualche modo spezzare fronti di opposizione. Un ottimo terreno di diversione e di discordia è la religione, che nell&#8217;epoca della globalizzazione vede esponenzialmente aumentare l&#8217;intolleranza e la conflittualità: ed è qui che fiorisce il <strong>fondamentalismo</strong>, frutto della reale insicurezza economica e degli opportunismi di molte élite nazionali. Per la S. è questa una china molto pericolosa, che conduce ad un nuovo fascismo e che deve essere perciò contrastata sostenendo logiche inclusive che tengano conto dei diritti socio-economici di tutti.</p>
<p>Il quadro stilato dall&#8217;attivista e ambientalista indiana fornisce un&#8217;interpretazione complessa della situazione odierna. In particolare, il nesso tra libero mercato mondiale e logica dell&#8217;esclusione è un&#8217;ipotesi esplicativa che tiene insieme vari e concomitanti fenomeni attuali.<br />
Gli inequivocabili atti e le altrettanto inequivocabili dichiarazioni del presente governo italiano sono mosse senza dubbio da una logica dell&#8217;esclusione. Dichiarare che non si vuole un paese multietnico, quando esso lo è già, significa non solo compiere dei &#8216;disumani&#8217; respingimenti; perché tali sono dal momento che quelli che arrivano non sono dei criminali, ma persone disperate &#8211; e a trasformare la disperazione in deliquenza ci pensa poi il nostro paese. Esso implica il disconoscimento di una realtà che già esiste, coinvolgendo persone regolari ed integrate da tempo, che fanno parte dell&#8217;Italia multietnica.<br />
E questa condotta, che ha certo una sua ragione nell&#8217;ottica delle imminenti elezioni, può però essere efficace perché si àncora ad una diffusa insicurezza sociale determinata da una situazione economica oggettivamente grave, come testimoniano i dati ISTAT sul PIL e soprattutto quelli OCSE sul reddito molto basso degli italiani. Dati che l&#8217;attuale maggioranza politica fatica a nascondere. Fomentare attraverso i mezzi di comunicazione <strong>l&#8217;esclusione è</strong> una delle strategie percorse: &#8220;Finalmente cattivi&#8221;, così suonava il titolo di un quotidiano in seguito al primo respingimento, che trasuda di un odio suscitato per celare i più gravi problemi di una disastrosa situazione economica e sociale.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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		<title>Riconoscere globalmente i diritti per garantire il futuro della democrazia</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Apr 2009 04:44:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
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		<description><![CDATA[
&#8220;La realizzazione della Dichiarazione universale dipende moltissimo dai diritti espressi negli articoli 19 e 21: Â«ricevere e diffondere informazioni e idee, attraverso ogni mezzoÂ» e prendere parte a Â«elezioni genuineÂ» in ottemperanza al principio per cui la Â«volontÃ  popolare Ã¨ il fondamento dellâ€™autoritÃ  dei poteri pubbliciÂ». L&#8217;importanza di restringere il diritto alla libertÃ  di parola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/04/onpaperhill.jpg" title="onpaperhill.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/04/onpaperhill.jpg" alt="onpaperhill.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;La realizzazione della Dichiarazione universale dipende moltissimo dai diritti espressi negli articoli 19 e 21: Â«ricevere e diffondere informazioni e idee, attraverso ogni mezzoÂ» e prendere parte a Â«elezioni genuineÂ» in ottemperanza al principio per cui la Â«volontÃ  popolare Ã¨ il fondamento dellâ€™autoritÃ  dei poteri pubbliciÂ». L&#8217;importanza di restringere il diritto alla libertÃ  di parola e alla partecipazione democratica Ã¨ stata ben compresa dai potenti. Ãˆ una lunga storia, ma i problemi hanno assunto un&#8217;importanza maggiore in questo secolo, quando Â«le masse hanno promesso di diventare reÂ», una tendenza pericolosa, che poteva essere rovesciata, si pensÃ², da nuovi metodi di propaganda che dessero modo alle minoranze intelligenti &#8230; di plasmare le opinioni delle masse, &#8230; irregimentando l&#8217;opinione pubblica un po&#8217; per volta, come l&#8217;esercito irregimenta i corpi dei suoi soldatiÂ». [â€¦] Per questi motivi, il sistema dei media e quello dellâ€™istruzione sono un costante terreno di scontro.â€<span id="more-204"></span></p>
<p>Proseguiamo ancora con il tema della cittadinanza globale, tornando a trattare della <em>Dichiarazione universale dei diritti dellâ€™uomo</em>. Lo facciamo presentando alcune idee del grande intellettuale statunitense Noam Chomsky, esposte in una conferenza tenuta ad Oxford dal titolo<em> Riconoscere i diritti: un percorso accidentato</em>, pubblicata nella raccolta <em>La debolezza del piÃ¹ forte. Globalizzazione e diritti umani</em> (Milano 2004), pp. 61-108.<br />
C. descrive le difficoltÃ  che incontra lâ€™applicazione dei diritti umani e ricorda le sostanziali violazioni che essi hanno conosciuto nella seconda metÃ  del â€˜900. Egli punta in particolare un <strong>indice accusatorio contro gli Stati Uniti</strong>, le cui Ã©lites, interessate ad affermare unâ€™egemonia politica ed economica sul mondo, hanno disatteso e contestato i dettami della <em>Dichiarazione</em>.</p>
<p>E C. avvia il suo discorso proprio denunciando la condotta degli USA, in particolare in Asia sud-orientale e in Centro America. In questo secondo scenario lâ€™intenzione delle Ã©lite statunitensi di consolidare il controllo dellâ€™area ha indotto i governi americani a favorire <strong>politiche del terrore</strong> attraverso lâ€™impianto di regimi che soffocavano tutte le rivendicazioni sociali e politiche provenienti dal basso. Si sono costituite cosÃ¬ delle <strong>â€˜democrazie guardianeâ€™</strong>, Ã©litarie, violente, sostenute da consiglieri e agenti segreti stranieri.<br />
Anche quando i diritti umani sono stati richiamati da parte americana, ciÃ² Ã¨ stato spesso fatto in maniera opportunistica, come si Ã¨ visto nel recente caso delle accuse rivolte a Saddam per i crimini commessi contro i curdi. Tale questione era infatti da tempo nota e addirittura le persecuzioni del regime iracheno si erano svolte con lâ€™avallo del governo americano. La vera colpa di Saddam non era certo lâ€™aver fatto stragi di curdi, ma la sua mancata obbedienza. Purtroppo ne fornisce una controprova il fatto che le violenze collettive operate sulla stessa popolazione curda dal fedele alleato turco non hanno provocato analoghe reazioni statunitensi.<br />
Unâ€™opposizione piÃ¹ risoluta ed esplicita Ã¨ quella che gli americani hanno mostrato nei confronti degli <strong>artt. 22-27 della <em>Dichiarazione</em></strong>, in cui si affermano <strong>i diritti economici, sociali e culturali degli uomini</strong>. Non si tratta, come vorrebbero molti denigratori, di unâ€™ereditÃ  sovietica, ma di un cardine della <em>Dichiarazione</em>, che a suo tempo raccolse un vasto consenso, suscitato dalla tragica esperienza delle due guerre che avevano sconvolto il mondo.<br />
Tali diritti e la <em>Dichiarazione</em> nel suo complesso facevano parte di un piÃ¹ ampio progetto di rinnovamento dei rapporti internazionali, che aveva come altri pilastri gli accordi di Bretton Woods e la Carta delle Nazioni Unite.<br />
A <strong>Bretton Woods</strong> nel 1944 si erano gettate le basi del sistema economico mondiale, che avrebbe dovuto <strong>evitare gli squilibri</strong> generatisi tra le due guerre. La situazione successiva agli accordi aveva costituito la <strong>cornice di un grande sviluppo economico</strong> mondiale, durato fino agli anni â€™70, che va sotto il nome di <em>EtÃ  dellâ€™oro</em>. In questo periodo vi furono anche grandi <strong>progressi nei diritti socio-economici</strong> dei lavoratori e la <strong>diffusione del benessere</strong>. Uno degli elementi caratteristici del quadro economico definito dagli accordi era il <strong>controllo della finanza</strong>: si era infatti convinti che la liberalizzazione di questo settore avrebbe comportato seri rischi per la democrazia e le garanzie sociali dei cittadini. Il capitale finanziario sarebbe potuto diventare un &#8220;Senato di fatto&#8221;, capace di imporre i propri interessi agli stati.<br />
Lâ€™<strong>inversione di rotta</strong> rispetto a questo orientamento nel governo mondiale della moneta e della finanza incominciÃ² negli <strong>anni â€™70</strong> in USA e in Inghilterra. I suoi effetti furono una <strong>crescita economica inferiore a quella precedente</strong> e lo <strong>smantellamento dei diritti dei lavoratori</strong>, per i quali Ã¨ stata progressivamente ostacolata la partecipazione ad associazioni sindacali. Un altro esito emblematico Ã¨ stato <strong>lâ€™ineguale ripartizione del reddito</strong>: la tanto osannata crescita degli anni â€™80 e â€™90 Ã¨ andata a vantaggio soprattutto dellâ€™1% della popolazione statunitense, mentre oltre lâ€™80% della popolazione attiva ha visto diminuire il potere di acquisto del proprio reddito e aumentare lâ€™orario di lavoro.<br />
Un secondo pilastro del sistema internazionale organizzato nel secondo dopoguerra era costituito dalla <strong>Carta delle Nazioni Unite</strong>. Questa regolamentava tra lâ€™altro <strong>lâ€™uso della forza </strong>(art. 51), considerato legittimo soltanto in due casi: in seguito ad autorizzazione del Consiglio di Sicurezza e per autodifesa. Gli USA non hanno mai gradito quanto sancito dalla <em>Carta</em> e hanno preferito intervenire unilateralmente in caso di minaccia, vera o presunta, dei propri interessi. Con il venir meno degli equilibri della â€˜Guerra freddaâ€™, le politiche del governo americano si sono fatte ancora piÃ¹ spregiudicate, manifestando aperto disprezzo per le direttive internazionali; e ciÃ² non solo nel caso di amministrazioni repubblicane, ma anche durante le presidenze del democratico Clinton. E proprio negli ultimi venti anni si Ã¨ elaborato <strong>un concetto piuttosto ampio e doloso di â€˜intervento umanitarioâ€™</strong>, con cui si sono legittimate aggressioni legate a progetti egemonici, prevalentemente, ma non solo, statunitensi. Ãˆ chiaro ora, come lo era giÃ  sessantâ€™anni fa, che solo i piÃ¹ potenti possono permettersi di praticare simili â€˜interventi umanitariâ€™.<br />
Secondo C. gli <strong>stati</strong>, a cominciare appunto dagli USA, sono fortemente <strong>condizionati in queste scelte da societÃ  e gruppi di interesse economico-finanziari</strong> (banche, multinazionali), che hanno paradossalmente beneficiato di tutte le garanzie giuridiche concesse nel XX secolo agli individui in carne e ossa. Si sono cosÃ¬ formate per C. delle â€˜persone collettiveâ€™ inafferrabili e potenzialmente immortali, che operano per ottenere le condizioni di supremazia non solo nel mercato, ma anche nella societÃ . Uno degli ostacoli fondamentali contro cui tali poteri si sono dovuti confrontare Ã¨ stata proprio la spinta democratica che si Ã¨ verificata a partire dal dopoguerra in reazione ai regimi autoritari e nazi-fascisti.<br />
In tale contesto le Ã©lites sono costrette ad ottenere consenso. Per far ciÃ² cercano di porre sotto stretto controllo i canali di informazione, che permettono di ottenere il <strong>â€˜consenso senza consensoâ€™</strong>, cioÃ¨ di far accettare a forza (magari con un bombardamento mediatico) provvedimenti inizialmente sgraditi e contrari al bene pubblico. Il controllo dei mezzi di comunicazione e informazione va perÃ² oltre questa dimensione politica: esso intende promuovere una pedagogia che da una parte ha il suo cardine nellâ€™<strong>educazione al consumo</strong> e che dallâ€™altra dissuade i destinatari dal prendere parte ai processi decisionali, soprattutto per quanto riguarda la qualitÃ  della loro vita e del loro lavoro.<br />
La rilevanza strategica del settore Ã¨ mostrata dalla reazione violenta degli Stati Uniti ad un tentativo compiuto dallâ€™<u>UNESCO</u> per democratizzare il <strong>settore dei media, soggetto a concentrazioni pericolose</strong> per la democrazia. Per C. il campo di battaglia attuale Ã¨ il <strong>web</strong>: le Ã©lites mondiali vogliono limitare il pluralismo e la libertÃ  di questo mezzo, in modo che anchâ€™esso possa essere utilizzato come strumento di incentivazione al consumo e non come strumento alternativo di informazione critica.</p>
<p>C. denuncia quindi i gravi rischi per lo sviluppo democratico sul pianeta. In particolare esiste il pericolo che i poteri finanziari e i monopoli nellâ€™ambito dellâ€™informazione â€“ due circostanze a noi purtroppo ben presenti â€“ comprimano i valori di libertÃ , uguaglianza, solidarietÃ  e partecipazione che sono alla base dei diritti civili, politici, sociali e culturali dellâ€™uomo e del cittadino.<br />
Mi preme chiarire in sede di commento, e nella scia di quanto detto in altri post, che le Ã©lites mondiali (non solo quelle statunitensi) non stanno orchestrando un malefico complotto ai danni del resto del genere umana, ma tendono a compiere, in maniera quasi strutturale, una serie di scelte politiche per garantirsi una posizione di privilegio e quindi una superioritÃ  giuridico-sociale nei confronti della restante popolazione. Ma questa tendenza non puÃ² non scontrarsi con lâ€™idea di una cittadinanza globale che afferma sÃ¬ le differenze, ma si oppone al fatto che esse si traducano in gerarchie.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Una condizione per i diritti di cittadinanza globale: lâ€™equa distribuzione delle risorse</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Feb 2009 07:06:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
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		<category><![CDATA[Redistribuzione]]></category>

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&#8220;Un sistema basato sulla solidarietÃ  e non sulla caritÃ , fondato sui diritti e non sulla mischia di un mercato senza regole e sulla competizione si traduce in una tassazione che ridistribuisce ai meno privilegiati. Esso presuppone la creazione e il mantenimento di servizi che includano l&#8217;assistenza sanitaria e l&#8217;istruzione, ai quali tutti i cittadini abbiano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/02/equerisorse.jpg" title="equerisorse.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/02/equerisorse.jpg" alt="equerisorse.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;Un sistema basato sulla solidarietÃ  e non sulla caritÃ , fondato sui diritti e non sulla mischia di un mercato senza regole e sulla competizione si traduce in una tassazione che ridistribuisce ai meno privilegiati. Esso presuppone la creazione e il mantenimento di servizi che includano l&#8217;assistenza sanitaria e l&#8217;istruzione, ai quali tutti i cittadini abbiano libero accesso. Quando il capitale mobile internazionale sfugge alla tassazione, cosa che sta accadendo sempre piÃ¹ spesso, diventa piÃ¹ difficile finanziare la protezione sociale. In tal modo, esso esercita una pressione molto forte su diritti che la gente pensava di aver conquistato definitivamente. In pratica, tutte le conquiste degli ultimi cinquant&#8217;anni, se non dell&#8217;ultimo secolo e mezzo, diventano all&#8217;improvviso del primo che se ne appropria. Per riparare alle perdite causate dal degrado fiscale i governi stanno cercando di ridurre le proprie responsabilitÃ  e naturalmente aumentano pesantemente le tasse sugli stipendi, sui salari e sui consumi.&#8221;<span id="more-190"></span></p>
<p>Per continuare ad approfondire il tema dei diritti nellâ€™ottica di una cittadinanza globale, presentiamo i contenuti di una conferenza tenuta ad Oxford da Susan George, importante economista statunitense. Il testo di tale conferenza, intitolata <em>Globalizzare i diritti?</em>, Ã¨ stata pubblicata nella raccolta <em>La debolezza del piÃ¹ forte. Globalizzazione e diritti umani</em> (Milano 2004), pp. 25-46.<br />
In questo contributo la G. riflette sugli effetti negativi della globalizzazione intesa in senso neoliberista e sullâ€™esigenza di invertire la rotta per garantire maggiormente i diritti umani di centinaia di milioni di persone.<br />
I guasti provocati dalle pratiche economiche â€˜neoliberisteâ€™ sono tanti. Quello piÃ¹ evidente Ã¨ secondo la G. <strong>lâ€™aumento delle disuguaglianze tra ricchi e poveri</strong>, in quanto quote consistenti di risorse vengono trasferite dai secondi ai primi. CiÃ² non si verifica soltanto nelle zone periferiche del mondo (che sono sempre piÃ¹ escluse dai circuiti di scambio di capitali, beni e servizi), ma accade anche allâ€™interno dei paesi piÃ¹ sviluppati, dove si assiste ad un <strong>assottigliamento della classe media</strong>, che Ã¨ divenuto significativo a partire dal 1980. Allâ€™iniqua distribuzione delle ricchezze si accompagnano anche altre pericolose tendenze quali la <strong>sovrapproduzione</strong>, la <strong>diminuzione dei posti di lavoro</strong>, il <strong>peggioramento delle condizioni degli occupati</strong>, il <strong>deterioramento degli standard ambientali</strong>, la creazione finanziaria di <strong>ricchezze volatili</strong>, se non addirittura fittizie.<br />
La G. si sofferma soprattutto a criticare gli <strong>eccessi della competizione</strong> in tale sistema, che comportano <strong>lâ€™aumento consistente del numero dei perdenti</strong>, dei marginali. La concorrenza attuale Ã¨ infatti <strong>senza regole</strong>, alimentata dallâ€™unico obiettivo di <strong>accrescere gli utili degli azionisti</strong> (cosa che â€“ sia detto di passaggio â€“ abbiamo sentito pubblicamente dire da uno dei piÃ¹ importanti banchieri italiani, quando, prima dellâ€™attuale crisi, faceva gonfiare in maniera scriteriata il valore della sua banca in borsa grazie a manovre speculative).<br />
Aggrava ulteriormente il quadro il fatto che, come giÃ  si Ã¨ accennato in un precedente post dedicato a Bauman, <strong>il carattere meno territorializzato di queste Ã©lites le svincola sempre piÃ¹ dagli obblighi nei confronti del contesto sociale</strong> di appartenenza; in particolare: (1) dal dover mantenere la reputazione (che si perderebbe in seguito a imbrogli e malaffari) e (2) dallâ€™assumersi responsabilitÃ  di fronte ad una comunitÃ  di persone. E questa tendenza si accompagna non a caso a forme di caritÃ  e di filantropia, anche di dimensione globale, che purtroppo eludono in vario modo il fatto che lâ€™oggetto della beneficenza Ã¨ quasi sempre un diritto degli uomini aiutati; altre sarebbero dunque le direzioni in cui operare per risolvere quei problemi.<br />
Purtroppo, le istituzioni nazionali e internazionali, a cominciare dallo stato, hanno per lo piÃ¹ assecondato queste tendenze neoliberiste; come abbiamo giÃ  visto nel post sulla globalizzazione che funziona (Stiglitz), la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno incentivato politiche economiche squilibrate nei paesi in via di sviluppo, favorendo lâ€™ingenerarsi di situazioni critiche. La G. sottolinea in particolare come le dinamiche globali favorevoli alla rapida e incontrollata circolazione dei capitali abbiano ad esempio provocato condizioni di <strong>degrado fiscale</strong>: si tratta di una situazione in cui i paesi intenzionati ad attrarre capitali hanno diminuito la loro tassazione, provocando sbilanciamenti e contrazioni dei prelievi e, quindi, della redistribuzione delle loro risorse.<br />
In questo trend neoliberista il ruolo dello stato viene allora confinato a quello di â€˜guardiano notturnoâ€™: sorveglia dunque la societÃ  in modo che i protagonisti della vita economica possano agire indisturbati nella loro competizione senza esclusione di colpi. Se facesse qualcosa di piÃ¹, lo stato diventerebbe immediatamente â€˜cattivoâ€™ e â€˜spreconeâ€™; Ã¨ invece â€˜buonoâ€™ â€“ come noi abbiamo visto di recente â€“ solo quando interviene per sanare gli errori disastrosi compiuti dagli speculatori finanziari.<br />
Per la G. Ã¨ necessario <strong>cambiare queste dinamiche</strong> ponendo in cima ai programmi politici degli stati <strong>i valori della dignitÃ  umana</strong>, della realizzazione personale garantita a tutti, dellâ€™inclusione e non dellâ€™esclusione. E ciÃ² Ã¨ possibile solo se si contrasta questa competizione senza freni mossa dallâ€™aviditÃ .<br />
Lâ€™autrice individua dunque alcune condizioni necessarie per tale cambio di rotta. Innanzi tutto, <strong>ridimensionare lâ€™importanza del mercato</strong> che, pur rimanendo un fattore fondamentale, non puÃ² essere deificato. Il suo ruolo deve essere quindi di servizio e non di dominio. CiÃ² vuol dire anche contrastare quei perniciosi effetti collaterali della sua volatilitÃ  incontrollata, che Ã¨ il frutto delle speculazioni. Si deve quindi <strong>puntare al benessere complessivo del sistema-mondo</strong> in modo che non vi siano piÃ¹ aree marginali, aree sfruttate e, infine, aree prima sollevate e poi rapidamente abbandonate. Questa visione globale deve tradursi sul piano politico mondiale ad esempio: 1) in <strong>direttive generali riguardanti i sistemi di tassazione progressiva</strong>, in modo tale da evitare tanto il degrado dei sistemi di redistribuzione delle risorse statali quanto i paradisi fiscali; 2) nellâ€™<strong>imporre delle responsabilitÃ  agli attori economici nazionali internazionali</strong> nei confronti dei lavoratori, dei clienti, delle comunitÃ , dellâ€™ambiente.<br />
Per si puÃ² intervenire perchÃ© la globalizzazione economica attuale, con tutti i suoi guai, squilibri e soprattutto con tutte le sue ingiustizie, non Ã¨ nÃ© naturale nÃ© voluta da Dio. Ãˆ il frutto di decisioni degli uomini che possono essere cambiate. Non solo per Ã¨ dunque possibile agire perchÃ© esistono giÃ  le risorse disponibili per riparare le storture del sistema, ma Ã¨ urgente lâ€™azione in quanto, a suo avviso, l&#8217;attuale generazione Ã¨ l&#8217;ultima ad avere l&#8217;occasione di risolvere il problema. Continuando cosÃ¬, infatti, il sistema subirebbe crisi sempre piÃ¹ drammatiche, collassando infine sotto il proprio insostenibile peso.</p>
<p>Insomma, la G. ci fornisce un primo concreto suggerimento per una traduzione politica di unâ€™ideale battaglia per la cittadinanza globale: la necessitÃ  di una ripartizione piÃ¹ equa delle risorse attraverso delle direttive internazionali che condizionino i sistemi fiscali mondiali. Si tratta di una condizione fondamentale perchÃ© i diritti dellâ€™uomo siano garantiti e diventino lâ€™<em>humus</em> su cui possa fiorire il cittadino della Terra. Questo sarebbe un intervento politico veramente globale, da cui non si genererebbe quel comodo e spesso ipocrita rapporto asimmetrico di caritÃ , con cui i paesi ricchi cercano di mettere a tacere la propria cattiva coscienza. Con una politica fiscale mondiale non si produrrebbe perÃ² non un mondo di uguali, come qualcuno erroneamente teme, ma un mondo di uomini di pari dignitÃ  in grado di mostrarsi reciprocamente solidali.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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