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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; disagio</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>L&#8217;epoca delle passioni tristi</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Feb 2008 23:10:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
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Gli autori di questo saggio sono due psichiatri che operano in Francia, presso un centro per la cura delle malattie psichiche di bambini e adolescenti. Di fronte alla crescente richiesta di aiuto rivolta loro, hanno voluto interrogarsi sulla reale entitÃ  e sulle origini della massiccia diffusione delle patologie mentali tra i giovani (e gli adulti: [...]]]></description>
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<p align="justify">Gli autori di questo saggio sono due psichiatri che operano in Francia, presso un centro per la cura delle malattie psichiche di bambini e adolescenti. Di fronte alla crescente richiesta di aiuto rivolta loro, hanno voluto interrogarsi sulla reale entitÃ  e sulle origini della massiccia diffusione delle patologie mentali tra i giovani (e gli adulti: Ã¨ estremamente riduttivo considerare i giovani come unici &#8220;protagonisti&#8221; del libro). Dalle loro ricerche Ã¨ emersa la presenza di un malessere diffuso, di una tristezza comune a tutte le fasce sociali. Le cause di queste sensazioni di impotenza e di disgregazione sono dovute a vari fattori, il piÃ¹ importante dei quali sembra essere &#8220;il cambiamento di segno del futuro&#8221;, che da luminoso e promettente Ã¨ diventato oscuro e minaccioso. Il futuro, per quanto portatore di nuove conoscenze, non condurrÃ  alla soppressione delle sofferenze umane e neppure alla risoluzione della crisi della societÃ  che, da qualche decennio a questa parte, rende tutti instabili, insicuri e pieni di angosce di ogni genere. Le &#8220;passioni tristi&#8221; dei ragazzi sono il segno visibile di questa crisi. Esiste la possibilitÃ  di uscire dai &#8220;sintomi&#8221; che la rendono visibile, e cioÃ¨ dal dolore, dall&#8217;ansia, o addirittura dalla malattia mentale vera e propria? Il problema non Ã¨ uscirne, dicono gli autori: Ã¨ piuttosto quello di insegnare ai pazienti ad &#8220;assumere il proprio destino&#8221; e a scoprire le proprie potenzialitÃ , al di lÃ  di ciÃ² che li rende diversi rispetto alla cosiddetta &#8220;norma&#8221;.</p>
<p><span id="more-55"></span></p>
<p align="justify"><em>Lâ€™epoca delle passioni tristi </em>(Milano 2004) Ã¨ un saggio scritto da due psichiatri francesi: Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista di origine argentina, e GÃ©rard Schmit, professore di Psichiatria infantile e dellâ€™adolescenza allâ€™UniversitÃ  di Reims. B. e S. indagano sulla diffusione delle patologie psichiche tra i giovani, cercando di individuarne le cause e proponendo ai colleghi e ai lettori che abbiano a che fare con casi di grave disagio nuove piste e nuove pratiche cliniche.</p>
<p align="justify">Al centro di questo saggio si pone il problema della recente <strong>espansione delle patologie psichiche tra i giovani</strong>. B. e S. sottolineano alcune delle tendenze di fondo che determinano il disagio sociale dei bambini e degli adolescenti nella nostra societÃ : <strong>il cambiamento di segno del futuro</strong>, che non Ã¨ piÃ¹ pieno di promesse positive ma di oscure minacce (che gli adulti rendono spesso ancora piÃ¹ cupe e intollerabili per i figli), <strong>la necessitÃ  di essere ad ogni costo allâ€™altezza delle pressanti richieste della societÃ  contemporanea </strong>(per cui la maggior parte dei genitori non accetta che il proprio bambino non abbia <em>performances</em> <span></span>scolastiche pari a quelle dei suoi coetanei, o manifesti comportamenti socialmente non accettati), <strong>la formattazione degli individui mediante il ricorso ad etichette che tendono a livellare la loro molteplicitÃ . </strong>Molto interessante Ã¨ lâ€™idea che le persone vengano â€œetichettateâ€ a partire da una caratteristica che le rende ben riconoscibili, â€œdiverseâ€ rispetto agli altri, diciamo pure â€œal di fuori della normaâ€: in particolare, una persona affetta da patologia mentale verrÃ  arbitrariamente classificata come tale e tutto ciÃ² che riguarda la sua personalitÃ , anche quello che non ha nulla a che vedere con la diagnosi, verrÃ  identificato come <strong>sintomo</strong> di tale classificazione. â€œSi vedrÃ  uno schizofrenico che dipingeâ€ &#8211; spiegano gli autori â€“ â€œe la sua pittura sarÃ  quella di uno schizofrenico; si vedrÃ  un disabile impegnarsi in politica, e sarÃ  in primo luogo un disabile che fa politicaâ€. [â€¦] SarÃ  quindi lâ€™etichetta a strutturare, nella percezione sociale, lâ€™essere al mondo delle persone etichettateâ€. Ricevere unâ€™etichetta, dunque, significa essere imprigionati in una sorta di destino predeterminato: significa, per essere chiari, che una persona affetta da patologia psichica verrÃ  riconosciuta come â€œla sua malattiaâ€, non come essere dalle molteplici e magari inespresse potenzialitÃ . A partire da queste osservazioni, gli autori hanno elaborato proposte innovative per la presa in carico dei giovani pazienti con disagi psicologici.</p>
<p align="justify">Supponiamo che un ragazzo si presenti presso lo studio di uno dei nostri due psichiatri: egli lamenterÃ  senzâ€™altro la presenza di <strong>sintomi</strong> che gli rendono la vita insopportabile e chiederÃ  loro di farli sparire. Ma Ã¨ questo che Ã¨ giusto fare, sempre e comunque? No, perchÃ© quello che il paziente chiama sintomo Ã¨ spesso un elemento importante del suo â€œmodo di essere nel mondoâ€ e non Ã¨ detto che per lui sia un bene disfarsene. Il paziente verrÃ  accompagnato verso lâ€™accettazione della fragilitÃ  della vita in generale ed in particolare della sua, ma anche verso la scoperta delle potenzialitÃ  che possiede, o delle quali si riapproprierÃ  quando sarÃ  libero dallâ€™unidimensionalitÃ  dellâ€™etichetta<span> </span>e la molteplicitÃ  della sua persona potrÃ  venire alla luce; verrÃ  guidato verso lâ€™autonomia, verso la creazione di legami fondati su affinitÃ  elettive, â€œverso la gioia del fare disinteressato, del piacere di coltivare i propri talenti senza fini immediatiâ€. I sintomi che rendono â€œdiversoâ€ il paziente probabilmente non spariranno: sarÃ  piuttosto il paziente a cambiare il proprio atteggiamento verso i sintomi, ed insieme a lui, si spera, la sua famiglia e i suoi amici.</p>
<p align="justify">Unâ€™ultima osservazione: B. e S. parlano di â€œ<strong>assunzione del proprio destino</strong>â€, e spiegano che questa formulazione lascia inorriditi molti dei loro colleghi, per i quali il destino Ã¨ lâ€™esatto opposto della libertÃ . I nostri autori distinguono, invece, il destino dalla <strong>fatalitÃ </strong>: questâ€™ultima Ã¨ quella che si incontra ogni volta che si cerca di sfuggire al proprio destino, inteso come un insieme di condizioni, di storie e di desideri che determinano una singolaritÃ , una personalitÃ  ed il suo modo di essere nel mondo. Ãˆ inutile cercare di vincere il destino, perchÃ© si perde e ci si sente solo piÃ¹ impotenti: ci si sente in pace, invece, quando si cammina a fianco di esso [<em>augent volentem fata, nolentem trahunt</em>: il destino conduce chi acconsente e trascina chi si oppone].</p>
<p align="justify"><em>Lâ€™epoca delle passioni tristi </em>Ã¨ un libro pieno di idee e di spunti per chiunque voglia leggerlo. Tuttavia, ritengo che chi esercita la professione di psicologo, di educatore o di insegnante debba studiarlo con attenzione, per comprendere la gravitÃ  e la complessitÃ  della situazione che stiamo attraversando e per cogliere lâ€™innovazione profonda delle proposte avanzate dagli autori. La tristezza e, in molti casi, il disagio dei giovani sono ben noti a tutti, ma si mostrano con particolare evidenza a chi lavora presso i centri di psicologia e nella scuola; forse nella scuola diventano piÃ¹ incombenti, perchÃ© la maggior parte dei ragazzi e dei loro genitori (e qualche insegnante) chiude gli occhi di fronte <span></span>alla fragilitÃ  della vita, non gradisce la presenza di ragazzi che assumono comportamenti socialmente non accettati e desidera in modo piÃ¹ o meno palese che essi vengano â€œnormalizzatiâ€ oppure trasferiti in un altro istituto. A scuola si tende a â€œnormalizzareâ€ piÃ¹ di quanto accada negli studi degli specialisti, con effetti gravissimi per i bambini, per le loro famiglie e per coloro che li seguono.</p>
<p align="justify">Chi scrive lavora presso un Istituto comprensivo bolognese come insegnante di sostegno ed ha un allievo â€“ chiamiamolo Luca â€“ intelligentissimo. Luca presenta tuttavia i segni evidenti del grave disagio psicologico descritto da B. e S., le cui cause sono da ricercare nellâ€™ambiente famigliare deprivato al quale appartiene. La neuropsichiatra che lo cura non Ã¨ stata in grado finora (e si pensi che lo segue da molti anni) di indicare alcuna via che porti alla risoluzione non giÃ  dei suoi sintomi, ma delle situazioni che gli tolgono la serenitÃ  e lo rendono violento, chiuso e insicuro. La lettura di questo saggio Ã¨ stata di grande aiuto per chi scrive: perchÃ© non provare a togliere a Luca lâ€™etichetta di â€œmattoâ€ che tutti gli hanno affibbiato? PerchÃ© frenare sempre e comunque i sintomi del suo dolore, anche se sono veramente difficili da sopportare (lâ€™allievo Ã¨ iperattivo, offende i compagni, rifiuta con forza lâ€™aiuto, non parla con lâ€™insegnante di sostegno e non la vorrebbe tra i piedi, a ricordargli ogni giorno la sua diversitÃ )? PerchÃ© non cercare di farlo sentire amato cosÃ¬ comâ€™Ã¨? <span style="text-transform: uppercase">Ã¨</span> stato necessario chiedere alla Dirigente scolastica, ai colleghi delle varie discipline e agli altri alunni della classe di lasciare che il bambino manifestasse la sua personalitÃ : questo ha significato permettergli di lavorare da solo, accettare i suoi lunghi silenzi e le sue offese, consentirgli talvolta di uscire dalla classe e di non lavorare affatto, e comunque essere sempre pazienti, gentili e pronti a coinvolgerlo nelle varie attivitÃ , sperando di vedere prima o poi qualche risultato. E un risultato lâ€™abbiamo visto pochi giorni fa, quando Luca, durante una lezione di francese, ha guardato la sua insegnante di sostegno che stava in fondo alla classe e ha detto: â€œSimona, mi aiuti? Non so scrivere questa cosaâ€; un altro evento straordinario <span></span>Ã¨ accaduto proprio ieri, quando il bambino ha voluto giocare con un compagno che lo aveva invitato, ma che non gli era mai piaciuto e che aveva sempre ricoperto di insulti. Certo puÃ² trattarsi di due casi isolati, ma a chi scrive piace sperare che Luca stia gradualmente smettendo di sentirsi etichettato, che abbia percepito il tentativo degli adulti e dei compagni di avvicinarsi a lui, di non frenarlo, di non giudicarlo per il suo disagio.</p>
<p align="right">Simona C.</p>
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