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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; Esclusione</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Critica della democrazia identitaria</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 05:23:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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&#8220;Pulsioni plebiscitarie e critiche del regime parlamentare, ricerca di identità e insofferenza nei confronti del sistema politico-rappresentativo, volontà decisioniste ed irritazione nei confronti della ricerca del compromesso, preferenza per la legittimità contro una legalità ritenuta un ostacolo alla sovranità ed ai poteri, esasperazione della contrapposizione tra l&#8217; &#8216;amico&#8217; e il &#8216;nemico&#8217;. Sono queste alcune delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="monolite" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/09/monolite1.jpg" alt="monolite" /></p>
<p>&#8220;Pulsioni plebiscitarie e critiche del regime parlamentare, ricerca di identità e insofferenza nei confronti del sistema politico-rappresentativo, volontà decisioniste ed irritazione nei confronti della ricerca del compromesso, preferenza per la legittimità contro una legalità ritenuta un ostacolo alla sovranità ed ai poteri, esasperazione della contrapposizione tra l&#8217; &#8216;amico&#8217; e il &#8216;nemico&#8217;. Sono queste alcune delle caratteristiche che sostengono la visione di &#8216;democrazia identitaria&#8217;, così come definite dal suo teorizzatore più raffinato[, Karl Schmitt].&#8221;</p>
<p><span id="more-280"></span></p>
<p>Presentiamo ai lettori del blog un saggio di teoria politica, <em>Critica della democrazia identitaria. Lo Stato costituzionale schmittiano e la crisi del parlamentarismo </em>(Roma-Bari 2005), scritto da Gaetano Azzariti, professore di Diritto costituzionale all’Università La Sapienza di Roma.<br />
A. propone un’analisi attenta della concezione della democrazia di un grande pensatore politico tedesco del Novecento, Karl Schmitt, la quale per tanti aspetti appare purtroppo nuovamente attuale. Schmitt (1888-1985) fu portatore di un’idea di stato fortemente autoritario e, anche per questo motivo, aderì convintamente al regime nazista.</p>
<p>A. intende dunque ritracciare i caratteri ideali della costruzione teorica di Schmitt. Tali caratteri, pur conoscendo oscillazioni nel corso di una riflessione protrattasi per gran parte del secolo scorso, rispondono ad una visione abbastanza coerente del mondo, elaborata in stretta relazione con <strong>un complesso nodo problematico</strong> delle democrazie liberali dell’Occidente: <strong>la crisi dello stato moderno connessa all’accentuato pluralismo della società industrializzata e di massa</strong> – due fenomeni conclamatisi a partire dalla fine del sec. XIX.<br />
Il primo elemento caratterizzante della concezione di Schmitt è la <strong>distinzione tra principi del liberalismo</strong> da una parte – in sostanza i diritti fondamentali dell’individuo – <strong>e democrazia</strong> dall’altra. I principi liberali sarebbero in realtà degli elementi di disgregazione del corpo politico, la cui consistenza è peraltro piuttosto formale. La democrazia avrebbe invece <strong>una dimensione ben più concreta, esistenziale</strong>, connessa strettamente ad <strong>un agire politico fondato sull’opposizione ‘amico/nemico’</strong>. In tale forma democratica prevarrebbe <strong>il principio di omogeneità</strong>, che <strong>comporterebbe l’esclusione e l’annientamento del diverso</strong>. La guerra diventerebbe uno dei mezzi di presidio dello stato contro il pluralismo; uno stato che assumerebbe caratteri totalitari, tali cioè da non tollerare una forte società civile e quindi nemmeno la possibilità che gli individui possano avere più appartenenze (cioè essere allo stesso tempo membri di più gruppi).<br />
L’esigenza di fondo è dunque quella di <strong>assicurare a tutti i costi l’unità</strong>, comprimendo le diversità; in tal senso vi è un’assoluta identità, purtroppo perversa, tra dominati e dominanti: questi ultimi sono infatti autorizzati ad incarnare la volontà del popolo nella decisione. Non è quindi importante come i dominanti prendano la decisione (legalità), ma che si ritenga che la prendano in nome di tutto il popolo (legittimità).<br />
Questa identità supera le forme liberali della rappresentanza, cioè quelle che le democrazie moderne hanno solitamente assunto per delegare alcune persone a governare la comunità politica. Nel caso di Schmitt <strong>la rappresentanza è in qualche modo trascendente</strong>, fondata, per così dire, in un atto di fede nei confronti di rappresentanti del popolo che si autoproclamano tali. <strong>Il popolo</strong> non sceglie veramente i suoi rappresentanti e, da ultimo, nella concezione di Schmitt <strong>non è affatto un soggetto reale</strong>. Esso diviene parzialmente attivo soltanto quando è <strong>interpellato attraverso dei referendum plebiscitari</strong>: dunque assolutamente predeterminati dai dominanti.<br />
In questa concezione il fondamento dell’azione politica e del sistema ‘democratico’ è, come accennato, la <strong>decisione</strong>, che è <strong>totale, assolutamente in-fondata</strong> e presa <strong>senza alcuna attenzione per il consenso</strong>. Rispetto a quest’ultimo tratto <strong>la politica non consiste nella ricerca di un compromesso, ma nel combatterlo</strong>: la decisione è un puro atto di forza. E la stessa costituzione è considerata una decisione politica dell’assoluto potere costituente.<br />
È logico quindi il <strong>duro attacco rivolto da Schmitt al parlamento</strong>: esso si basa certo su penetranti osservazioni critiche, ma poi si piega ad una sua forte condanna pregiudiziale ed ideologica. A partire infatti dal riconoscimento delle effettive disfunzioni delle assemblee politiche degli stati liberali Schmitt giunge infatti ad una <strong>condanna definitiva dei parlamenti</strong>. Questi organi non sono in grado di garantire l’unità e l’identità, in quanto riflettono il pluralismo della società, un pluralismo che si esprime nella discussione, nella libertà di stampa, di espressione e di informazione. Insomma, Schmitt conduce <strong>un attacco frontale alle modalità discorsive della democrazia liberale</strong>. È dunque conseguente che la minoranza debba essere annullata e la sua posizione discordante ricondotta alla sua vera volontà, quella dell’unico popolo e dei suoi dominatori.<br />
La <strong>logica dominativa</strong>, necessaria per mantenere l’unità dell’unico popolo, si esprime al meglio in <strong>un sistema presidenziale</strong>, che individua una sola persona come guida – il <em>Führer</em> –, in grado di incarnare la volontà del popolo, che lo sceglie e lo conferma per acclamazione. Il presidente può assolvere il compito della decisione senza rimanere legato nelle pastoie delle procedure parlamentari.<br />
A questo modello A. oppone quello del più noto avversario intellettuale di Schmitt, <strong>Hans Kelsen</strong>, uno dei più grandi giuristi del Novecento. L’autore mette in rilievo una particolare concezione della democrazia – non l’unica – che emerge da alcune opere del giurista praghese. Per Kelsen, alla base di un corretto funzionamento democratico si pone il bilanciato rispetto dei valori di libertà e di uguaglianza: esso si concretizza nel confronto tra gli interessi di tutti che si ottiene attraverso la discussione. Il rischio di un dominio assoluto della maggioranza è dunque impedito dalla <strong>tutela costante dei diritti della minoranza</strong>, che si traduce nelle modalità di decisione: esattamente al contrario di quanto sostenuto da Schmitt, <strong>l’importante per Kelsen non è cosa si decide, ma come si decide</strong>.<br />
Una sede specificamente deputata alla definizione della decisione è <strong>il parlamento</strong>, in cui si deve rappresentare, per quanto possibile, il ventaglio delle posizioni politiche di una società complessa e pluralistica. È importante che il parlamento <strong>sia aperto quanto più possibile</strong>, altrimenti le forze sociali non rappresentate troverebbero altre forme di espressione ad esso esterne.<br />
L’assemblea politica democratica <strong>non è però il solo luogo del compromesso</strong>: in una democrazia strutturata esso si forma anche e soprattutto al di fuori del parlamento. Insomma, è il dialogo tra i gruppi della società civile a porre le basi per la composizione degli interessi contrastanti dei cittadini. Ed è attraverso questo confronto diffuso nella società, culminante nelle decisioni del parlamento, che avviene quell’integrazione politica, che Schmitt pretenderebbe di imporre con la forza.<br />
A. conclude il suo saggio sviluppando alcune considerazioni sulla presente crisi della democrazia: il fatto che alcuni caratteri del tipo identitario tracciato da Schmitt si possano ritrovare attualmente costituisce indubbiamente <strong>un sintomo di sofferenza</strong>. La questione dell’integrazione politica della comunità – che sta alla base della posizione estrema del giurista tedesco – è certo un problema reale, cui non si può però dare una risposta che tradisca i valori fondamentali della democrazia: non si può insomma delegare la presa di decisione ad un ‘capo’ in grado di incarnare la volontà di tutto il popolo. <strong>Il pluralismo delle nostre società va accolto come un dato preliminare, sulla base del quale deve essere costruita l’unità</strong>. Il cemento di questa unità è per A. il <strong>testo costituzionale, portatore dei valori fondamentali che devono essere quanto più estesamente condivisi dai membri della società</strong> e dalle forze politiche che essi esprimono. Il parlamento diventa un luogo elettivo del confronto tra tali forze condotto a partire dal quadro di valori definito dalla costituzione.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Questa posizione si accorda con quanto abbiamo scritto sulla democrazia negli ultimi due anni. La democrazia è per noi non solo forma, procedura, ma ha innanzi tutto una sostanza fatta di valori, che sono la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà e la partecipazione, i quali riguardano tutta la vita sociale e non solo determinati luoghi o momenti istituzionali: “in democrazia nessun fatto si sottrae alla politica”. In tal senso si può ad esempio integrare il quadro teorico presentato da A. con la proposta della democrazia nella vita quotidiana di Ginsborg, illustrata qualche tempo fa sul blog.<br />
Ora, è evidente che quanto sta accadendo negli ultimi anni e specie negli ultimi mesi in Italia va invece nella direzione della democrazia identitaria: in vari settori si spinge verso l’esclusione, l’omologazione, l’intolleranza del diverso (razziale, sessuale, politico), il disprezzo delle dinamiche parlamentari, il decisionismo assoluto (si ricordi il caso Englaro e le decisioni prese dal governo in aperta rottura della legalità costituzionale), l’insofferenza per la libertà di espressione, di stampa e di informazione. E tutto ciò accade sotto la <em>leadership</em> di un Presidente del Consiglio che crede di incarnare in sé – naturalmente all’ennesima potenza – la volontà degli italiani. Quelli che si oppongono alle sue scelte sono ‘anormali’ e vogliono il male del paese. Tutti i suoi comportamenti da quelli della politica estera a quelli privati – che, si badi, egli stesso ha reso in vario modo pubblici – confermano purtroppo l’idea di chi, qualche anno fa, sosteneva l’estraneità di Berlusconi alla democrazia liberale. Egli è purtroppo molto vicino alla pericolosa democrazia identitaria.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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		<title>Per una rivoluzione femminile della politica</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Mar 2008 18:12:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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â€œAppare certa tutta lâ€™assurditÃ  e lâ€™insopportabilitÃ  di unâ€™organizzazione politica della societÃ  che per secoli ha pressochÃ© escluso la metÃ  del genere umanoâ€. GiÃ , la nostra consapevolezza democratica non puÃ² far a meno di giudicare la condizione tradizionale di esclusione delle donne dal potere politico come unâ€™ingiustizia incomprensibile. Ma questa presa di coscienza Ã¨ possibile solo [...]]]></description>
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<p>â€œAppare certa tutta lâ€™assurditÃ  e lâ€™insopportabilitÃ  di unâ€™organizzazione politica della societÃ  che per secoli ha pressochÃ© escluso la metÃ  del genere umanoâ€. GiÃ , la nostra consapevolezza democratica non puÃ² far a meno di giudicare la condizione tradizionale di esclusione delle donne dal potere politico come unâ€™ingiustizia incomprensibile. Ma questa presa di coscienza Ã¨ possibile solo ora, nel momento in cui giunge lentamente a maturazione una critica radicale della gerarchia dei sessi avviatasi solo qualche decennio fa. La scena politica mondiale dellâ€™inizio del sec. XXI mostra i primi segni di un cambiamento: vi si scorge il ruolo di primo piano assunto da alcune donne &#8211; circostanza il cui rilievo non Ã¨ tanto quello di portare a compimento lâ€™emancipazione femminile, quanto quello di fornire unâ€™opportunitÃ  di rivoluzione della politica per tutto il genere umano. Le donne possono essere infatti le protagoniste di un mutamento profondo e quanto mai necessario dellâ€™essenza e dei modi del governo del mondo.</p>
<p><span id="more-75"></span></p>
<p align="justify">La ricorrenza della festa delle donne assurge a pretesto per parlare della condizione femminile, un elemento quanto mai critico in ambito politico e sociale. Lo facciamo prendendo spunto da un libro recente della giornalista Ritanna Armeni, <em>Prime donne. PerchÃ© in politica non câ€™Ã¨ spazio per il secondo sesso</em> (Milano 2008).</p>
<p align="justify">Lo scritto della A. cerca fornire unâ€™interpretazione del nuovo protagonismo femminile sulla scena politica mondiale. I casi di SegolÃ¨ne Royal, di Hillary Clinton, di Angela Merkel e di altre donne salite ai vertici della vita istituzionale nei rispettivi paesi (13 nel complesso) offrono lâ€™occasione per una riflessione sul carattere maschile del potere; un carattere profondo, radicato, forse incarnito e per certi aspetti anche incancrenito.</p>
<p align="justify">Dunque, una diversa possibilitÃ  Ã¨ fornita proprio dalla nuova entrata in scena delle donne, che hanno di fatto patito <strong>unâ€™esclusione secolare dal potere politico</strong>, per lo meno nellâ€™orizzonte storico della nostra civiltÃ . Tale esclusione Ã¨ un elemento strutturale, cioÃ¨ Ã¨ una colonna portante del dominio degli uomini, che hanno interpretato come una rottura dellâ€™ordine ogni tentativo di irruzione dellâ€™elemento femminile in questo ambito.</p>
<p align="justify">Tale condizione fondamentale dellâ€™organizzazione del potere Ã¨ stata espressa efficacemente in <strong>miti</strong>, cioÃ¨ in narrazioni fondamentali riguardanti il senso ultimo delle forme di relazione sociale: lâ€™esclusione della donna Ã¨ stata di volta in volta giustificata per la sua debolezza (fragilitÃ ), per la sua pericolositÃ  (seduzione), per i suoi eccessi (passioni), insomma per il suo fungere da elemento di disordine nel mondo politico. Si Ã¨ dunque sedimentato un immaginario culturale profondo, secondo cui la partecipazione della donna Ã¨ stata spesso considerata contro natura; e questa costruzione culturale Ã¨ stata spesso accettata dalle dirette interessate, che hanno quindi â€˜sviluppatoâ€™ un <strong>senso di indifferenza e di ostilitÃ  verso certi ruoli, rituali e linguaggi politici</strong>.</p>
<p align="justify">In realtÃ , nelle diverse configurazioni culturali assunte dal potere nella nostra civiltÃ , non sono mai mancate donne che hanno assunto posizioni politiche di primo piano. Tuttavia, queste eccezioni, perchÃ© tali rimangono, sono caratterizzate in senso maschile: per imporsi le donne hanno dovuto infatti dismettere i propri panni e indossare quelli di un uomo. CiÃ² Ã¨ accaduto anche nel corso del sec. XX, quando lâ€™emancipazione della donna si Ã¨ progressivamente completata nei paesi occidentali. Grandi figure politiche femminili, quali Indira Gandhi, Golda Meir, Margaret Thatcher, hanno dovuto dimostrare la capacitÃ  di padroneggiare la piÃ¹ importante qualitÃ  maschile del potere, la forza. Non si tratta solo della disponibilitÃ  a fare la guerra, ma anche dellâ€™accettazione di tutte quelle ritualitÃ  belliche che strutturano la vita politica. Ancora una volta si Ã¨ confermato cosÃ¬, cioÃ¨ attraverso queste <strong>eccezioni femminili</strong>, la regola maschile; e del resto sono stati (e sono) proprio gli uomini a favorire per lo piÃ¹ lâ€™assunzione del potere da parte delle donne tramite la cooptazione.</p>
<p align="justify">Tuttavia, di fronte alla pronunciata crisi politica del mondo contemporaneo, il modello maschile non convince piÃ¹. E quindi il protagonismo politico delle donne si propone come una reale alternativa per uscire da alcune pericolose impasse. La A., che mette in evidenza la significativitÃ  del ruolo politico svolto da alcune donne in tempi recenti (Benazir Bhutto, Hillary Clinton, Angela Merkel), si concentra soprattutto sulla figura di SegolÃ¨ne Royal, la candidata sconfitta da Sarkozy nelle ultime elezioni francesi. Secondo la A. la Royal avrebbe portato nella politica una carica innovativa, data dalla sua femminilitÃ : Ã¨ stata la â€˜<strong>differenza femminile</strong>â€™ a farle guadagnare tanto il consenso di un ampio elettorato (il risultato migliore del partito socialista dallâ€™inizio degli anni â€™80), quanto lâ€™avversione feroce dei suoi colleghi maschi.</p>
<p align="justify">In cosa consiste la differenza femminile? Si tratta di una <strong>costellazione di qualitÃ  </strong>che culturalmente caratterizzano lâ€™identitÃ  e la condotta delle donne, quali la maternitÃ , la capacitÃ  di comprensione, la pazienza, la valorizzazione dellâ€™ascolto, la concretezza, la cura degli altri, la capacitÃ  di mediazione ecc. La novitÃ  piÃ¹ importante nello scenario politico attuale Ã¨ che le donne protagoniste, anche quando come nel caso della Clinton e della Merkel assumono spesso posture maschili, entrano nel gioco del potere con la <strong>consapevolezza del valore aggiunto della propria femminilitÃ </strong>. Una consapevolezza che si traduce anche nel <strong>distacco crescente dalle modalitÃ  maschili dellâ€™attivitÃ  politica</strong> e nellâ€™assunzione di atteggiamenti e comportamenti piÃ¹ sobri e piÃ¹ aderenti alla vita quotidiana (<em>life politics</em>).</p>
<p align="justify">Questa novitÃ  viene percepita con <strong>un misto di attesa e timore</strong>. Lâ€™attesa per le risposte che unâ€™inversione femminile della politica potrebbe dare Ã¨ infatti contrastata da una <strong>misoginia dei detentori maschili del potere</strong>: tanto quelli di destra, che sono piÃ¹ espliciti nella loro avversione, quanto quelli di sinistra, che utilizzano motivazioni generali o politiche per velare la loro opposizione di fondo.</p>
<p align="justify">In questo contesto generale la situazione italiana Ã¨ tuttâ€™altro che confortante. Il tentativo di costituire le <strong>quote rosa</strong>, cioÃ¨ una quantitÃ  percentualmente determinata di donne partecipanti alla vita politica nel parlamento e nelle istituzioni, Ã¨ stato respinto da entrambi i principali schieramenti politici. Un provvedimento del genere potrebbe essere invece particolarmente utile per <strong>rompere il blocco del potere maschile in Italia</strong>, dove spesso si impedisce anche alle donne giÃ  emerse sulla scena politica di essere pienamente protagoniste e di contestare apertamente la leadership degli uomini.</p>
<p align="justify">La A. parla quindi di un â€˜<strong>duplice salto mortale</strong>â€™ per le donne: con il primo devono conquistare le posizioni di potere, con il secondo devono destrutturarlo. Solo in seguito a tale destrutturazione sarÃ  possibile poi affrontare una ricostruzione quanto mai necessaria della vita politica, che appare sempre piÃ¹ connotata dagli aspetti piÃ¹ aggressivi e bellici della tradizione maschile del potere. Il protagonismo femminile nella politica puÃ² essere una delle piÃ¹ grandi risorse a disposizione della comunitÃ  mondiale e di quelle nazionali per superare con strategie alternative le tante impasse della democrazia.</p>
<p>Tuttavia, la paura per questa avanzata delle donne Ã¨ tanta, specie presso Ã©lite piÃ¹ â€˜maschilisteâ€™, piÃ¹ arroccate cioÃ¨ su posizioni retrive, come accade in Italia. E non Ã¨ un caso &#8211; Ã¨ un mio giudizio etico e politico &#8211; che le donne &#8211; come protagoniste delle loro scelte, come soggetti di diritti sociali e politici pieni &#8211; siano considerate un grande pericolo dalle gerarchie ecclesiastiche che, del resto, da circa mille anni, hanno costruito il loro potere su uno statuto sacerdotale â€˜supermaschileâ€™.</p>
<p align="right"> E. R.</p>
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