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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; finanza</title>
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		<title>Le regole sociali dei mercati finanziari</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 11:40:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
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&#8220;I mercati finanziari, data l&#8217;elevata incertezza che li caratterizza, risultano, più di altri mercati, permeati da idee e teorie che assumono sovente la valenza di mode e manie, cioè di convergenze parossistiche su schemi e comportamenti comuni. Tali mode vengono potenziate dal fatto che il gioco delle aspettative e delle anticipazioni delle aspettative altrui da [...]]]></description>
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<p>&#8220;I mercati finanziari, data l&#8217;elevata incertezza che li caratterizza, risultano, più di altri mercati, permeati da idee e teorie che assumono sovente la valenza di mode e manie, cioè di convergenze parossistiche su schemi e comportamenti comuni. Tali mode vengono potenziate dal fatto che il gioco delle aspettative e delle anticipazioni delle aspettative altrui da parte degli speculatori, crea facilmente ‘profezie’ che si autoavverano e, così, bolle speculative positive, se inducono rapidi rialzi nel valore dei titoli, negative, se ne producono la repentina caduta. Le bolle speculative […] si verificano allorquando alti e bassi corsi dei titoli sono sostenuti più da ondate di eccessiva fiducia o di eccessiva sfiducia degli investitori che da una stima coerente e realistica del loro valore.&#8221;<span id="more-450"></span></p>
<p>Torniamo ad occuparci dei mercati finanziari, che tanta parte hanno ormai assunto nello scenario in cui si muove il cittadino globale, recensendo il libro <em>Finanza sregolata? Le dimensioni sociali dei mercati finanziari</em> (Bologna 2008), scritto da Antonio Mutti, docente di sociologia economica all’Università di Pavia.<br />
M. esorta ad avviare l’esplorazione di uno dei più rilevanti ambiti della vita economica e politica attuale, quello della finanza, (1) in cui si manifesta chiaramente <strong>la centralità assunta dal rischio e dall’informazione nel mondo contemporaneo</strong>, e (2) di cui l’autore mostra <strong>le basi e i funzionamenti sociali</strong>, spesso taciuti o dimenticati.</p>
<p>L’indagine di M., chiaramente sollecitata dai <strong>recenti andamenti critici della finanza globale</strong>, propone <strong>nuovi strumenti interpretativi</strong>, quali i concetti di fiducia, sfiducia, reputazione, che provengono da discipline diverse dalla scienza economica, quali la sociologia e la psicologia sociale. In tal senso M. asseconda la più generale tendenza a <strong>criticare e abbandonare le teorie neoclassiche</strong> che avevano elaborato spiegazioni di ordine puramente economico per comprendere i processi e i fenomeni del mercato. Spiegazioni che, tuttavia, si fondavano spesso su fattori poco realistici.<br />
Poste queste premesse, M. definisce il<strong> mercato finanziario</strong> come quel mercato dove si negoziano titoli a lungo termine, come obbligazioni e azioni; distingue quindi un mercato <strong>primario</strong>, dove sono scambiati titoli appena emessi, e uno <strong>secondario</strong>, in cui sono contrattati titoli già emessi per facilitarne la compravendita. Il ‘luogo’ deputato a queste negoziazioni è la <strong>borsa valori</strong>. Inoltre, come è noto, con l’<strong>affermazione delle nuove tecnologie</strong>, le transazioni di titoli avvengono ormai per lo più telematicamente; si sono quindi notevolmente accresciute e complessificate le reti di relazioni e al contempo si sono ridotti i rapporti <em>face-to-face</em>, tanto che è emersa la necessità di ricorrere a nuove forme di controllo.<br />
Nonostante ciò, la base sociale degli scambi e delle relazioni tra gli operatori è al fondo rimasta la stessa. Una sua descrizione accurata richiede che si abbandonino tutte le modellizzazioni che contemplano condizioni perfette (massima razionalità e completa informazione degli attori), per accogliere al suo interno le condizioni reali in cui avviene la concorrenza. Sono allora da <strong>prendere in considerazione i limiti cognitivi dei soggetti</strong>, le loro <strong>condizioni di razionalità limitata</strong> e soprattutto i comportamenti dettati da <strong>opportunismo</strong>, cioè dalla <strong>capacità di trarre vantaggio personale dalle asimmetrie informative a scapito degli altri</strong>. La portata delle condotte opportunistiche è per M. molto ampia, tanto che si può rilevarne un andamento ciclico per lo più corrispondente con quello delle bolle speculative: queste sono infatti in gran parte l’effetto di comportamenti diffusi miranti a perseguire interessi a breve piuttosto che a lungo termine.<br />
Occorre dunque considerare gli <strong>operatori del settore economico</strong> come <strong>soggetti condizionati da limiti cognitivi e da disposizioni emotive</strong>, che possono dar luogo ad <strong>effetti di distorsione</strong>: l’<span style="text-decoration: underline;">incorniciamento</span>, cioè la propensione al rischio secondo il contesto (ad es. si rischia di più quando si è in perdita); la <span style="text-decoration: underline;">dotazione</span>, cioè l’attribuzione di un valore superiore ad un bene quando lo si possiede; la <span style="text-decoration: underline;">sovrastima</span>, cioè la sopravvalutazione delle proprie capacità previsionali; l’<span style="text-decoration: underline;">estrapolazione</span>, cioè la proiezione delle tendenze del recente passato nel futuro.<br />
Per contrastare tali condizionamenti, cognitivi ed emotivi, gli attori economici ricorrono ai <strong>modelli teorici</strong> che hanno <strong>la principale funzione di compiere una riduzione dell’incertezza</strong>. Questi modelli – ne sono stati individuati sei fondamentali – non sono però utilizzati in maniera rigida, ma elastica, talvolta addirittura creativa, al fine di operare al meglio nei diversi contesti: con essi infatti non si descrive propriamente un’ineluttabile realtà economica, ma piuttosto si agisce su essa.<br />
La rilevanza di tutti questi fattori si è significativamente accentuata con la <strong>globalizzazione dell’economia e della finanza</strong>, acceleratasi nell’ultimo decennio del secolo scorso, quando fattori di ordine politico (fine della guerra fredda), tecnologico (diffusione delle reti telematiche che hanno permesso la negoziazione continua), finanziario (facilitazioni per movimenti e tassazioni dei capitali), culturale e psicologico (clima di grande fiducia nel mercato e nelle capacità previsionali) hanno inciso profondamente sulla struttura del mercato, soprattutto nel senso dell’incertezza. È in questo momento che si sono creati degli <strong>strumenti non regolamentati</strong>, pensati non solo per fini speculativi, ma anche per la copertura del rischio, che si sono rivelati però, a causa di diffuse condotte opportunistiche, il principale fattore scatenante delle ultime crisi: derivati, <em>hedge funds</em>, cartolarizzazioni, ecc.<br />
Di fronte ai <strong>sempre più frequenti crolli</strong> (Wall Street 1987, Asia 1997-1998, <em>new economy</em> 2000-2001, Argentina 2001-2002, <em>subprime</em> 2007-2008) <strong>il sistema economico-finanziario ha reagito</strong> di volta in volta prendendo una serie di provvedimenti per contrastare il precedente rilassamento: ha richiesto la diffusione di una maggiore quantità di informazioni; ha consentito l’intervento dello stato per regolamentare determinati aspetti degli scambi; ha individuato le regioni e i settori sicuri per gli investimenti; ha distinto tra buoni e cattivi intermediari. Ma ciò è avvenuto solo per un periodo limitato di tempo, perché si è poi tornati al rilassamento precedente. Ed è riflettendo su questa complessa situazione che gli studiosi hanno rilevato la significatività di fattori non strettamente economici, quali la <strong>fiducia</strong>, la <strong>sfiducia</strong> e soprattutto la <strong>reputazione</strong>, che si fondano sull’interpretazione ‘autorevole’ di analisti, banche centrali e agenzie specializzate.<br />
M. analizza quindi in particolare il ruolo e il funzionamento di questi ultimi attori, tra cui si distinguono le <strong>società di revisione contabile</strong> (<em>auditing</em>) e quelle di valutazione del credito (<em>rating</em>).<br />
Le prime controllano la regolare tenuta della contabilità da parte delle aziende, certificandone i bilanci al fine di diminuire le asimmetrie informative nel mercato. M. da un lato 1) sottolinea la <strong>monopolizzazione di questi servizi</strong> da parte di quattro grandi imprese (per lo più angloamericane), situazione che implica <strong>la concentrazione di una funzione fondamentale di garanzia del mercato in mani private</strong>; e dall’altro 2) mette in evidenza un <strong>pericoloso conflitto di interessi</strong>, dovuto all’<strong>assunzione di compiti di consulenza in materia fiscale e di <em>management</em> strategico</strong> da parte di queste stesse imprese di <em>auditing</em> presso le medesime aziende controllate. È forte quindi il rischio che per non perdere i cospicui compensi derivanti dalle consulenze possano essere addolcite le certificazioni sui bilanci delle aziende.<br />
Una situazione analoga si ritrova nelle seconde<strong> agenzie, quelle di <em>rating</em></strong>: esse sono deputate a stimare il grado di rischio di inadempienza relativo ad un determinato debitore privato o pubblico, classificandolo secondo una scala di gradazione che indica la sua capacità di onorare gli impegni connessi ai suoi debiti. Anche qui si registra una <strong>notevole concentrazione</strong>: sebbene ci siano nove agenzie che operano a livello mondiale, due di esse egemonizzano il mercato, <em>Moody’s</em> e <em>Standard &amp; Poor’s</em>. E pure in questo caso si rileva un <strong>potenziale conflitto di interessi</strong>, dovuto da un lato al fatto che dagli anni ’70 le valutazioni sono pagate dagli stessi enti valutati, che possono dunque esercitare pressione sulle agenzie per ottenere giudizi benevoli, e dall’altro all’erogazione di consulenze, il cui mantenimento può facilmente indurre ad emettere giudizi ammorbiditi.<br />
L’analisi sociologica di M. svela <strong>la funzione principale di queste agenzie</strong>, che non è primariamente quella di mettere in guardia da situazioni pericolose: infatti esse non sono riuscite a prevedere i più rilevanti cambiamenti economici, le maggiori crisi finanziarie e i fallimenti di molte grandi imprese avvenuti dal secondo dopoguerra. Ad esempio, <em>Moody’s</em> ed <em>Standard &amp; Poor’s</em> hanno valutato positivamente la <em>Enron</em> fino a quattro giorni prima del suo crac. L’incapacità di previsione dipende dal fatto che esse riflettono e consolidano gli stessi equilibri di potere del mercato, condannando in realtà duramente solo chi è già pubblicamente fallito (vedi caso <em>Parmalat</em>). La loro funzione è allora un’altra, quella cioè di <strong>delimitare gli effetti dell’incertezza nell’azione degli operatori attraverso delle funzioni di rassicurazione cognitiva ed emotiva:</strong> sono cioè agenzie che <strong>distribuiscono soprattutto fiducia e sfiducia</strong>, come pure <strong>reputazione positiva e negativa</strong>; non controlli e previsioni efficaci.</p>
<p>È evidente, come lo stesso M. afferma, che quella delle agenzie è una soluzione solo parziale e insufficiente per il problema dell’incertezza in sistemi economico-finanziari ipercomplessi che necessitano di costanti certificazioni. Una soluzione offerta da privati che hanno occupato uno spazio certo libero, ma la cui rilevanza strategica meriterebbe maggiore attenzione da parte dei poteri pubblici.<br />
In senso più generale la prospettiva dello studio di M. è feconda proprio perché svela in realtà i fondamenti sociali del potere della finanza: non si tratta insomma di un’area di funzionamento autoreferenziale, basata, come normalmente si vuol far credere, su fattori solamente economici e caratterizzata da processi e comportamenti razionali.<br />
Questa credenza nell’oggettività economica del mercato è in parte un meccanismo di mascheramento dei poteri che controllano lo spostamento di capitali e di altre risorse sul pianeta, cioè il processo più avanzato di strutturazione dei rapporti di forza nella società globale. Non dobbiamo però pensare che tale meccanismo interessi solo sfere alte e inaccessibili della società: esso condiziona pervasivamente anche i consulenti finanziari, più o meno consapevoli, che incontriamo ogni giorno nelle nostre banche.</p>
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
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		<title>Subprime: da crisi finanziaria a recessione globale</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Dec 2008 05:22:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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<p>&#8220;Mi sorprende l&#8217;ottusitÃ  del genere umano. Questa era una crisi annunciata ma fare soldi a breve era piÃ¹ importante della certezza di stabilitÃ  nel lungo termine. E&#8217; stata colpa nostra, Ã¨ Wall Street ad aver aperto la strada al disastro su cui si Ã¨ poi messo il resto del mondo. Sono stati i nostri professori, alcuni dei miei allievi al Mit, ad aver sviluppato teorie per la distribuzione del rischio, che sarebbero poi risultate fatali per un semplice errore: non hanno tenuto conto dell&#8217;insaziabilitÃ  del genere umano.&#8221; (intervista a Paul Samuelson, premio Nobel per l&#8217;economia nel 1970, pubblicata il 5 novembre 2008 su &#8220;Il sole 24 ore&#8221;).<span id="more-171"></span></p>
<p>Prendendo spunto da uno dei tantissimi articoli apparsi in questi mesi sulla crisi finanziaria, quello che il giornalista Claudio Gatti ha pubblicato su &#8220;Il Sole 24 ore&#8221; del 23 settembre 2008 (<em>Washington epicentro del crack</em>), Â mi propongo con il presente post di spiegare brevemente quali sono stati gli eventi e i comportamenti che hanno condotto alla situazione attuale e di provare a capire se quanto accaduto fosse in qualche modo evitabile.</p>
<p>Nel novembre del 1999 Phil Gramm, presidente della &#8220;Commissione banche, edilizia e affari urbani&#8221; del senato americano, Â ottenne Â la ratifica da parte dell&#8217;allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, del <em>Gramm-Leach-Bliley act</em>. Il provvedimento era teso a <strong>ridurre la regolamentazione del sistema finanziario</strong>. L&#8217;anno dopo Gramm riuscÃ¬ ad ottenere anche la deregolamentazione del mercato dei derivati. Attualmente Phil Gramm Ã¨ il principale consigliere economico di John McCain, ormai ex-candidato alla presidenza degli Stati Uniti d&#8217;America. Nel 2002 il successore di Clinton, George W. Bush proclamÃ² la sua intenzione di <strong>allargare il mercato del credito anche alle fasce meno abbienti</strong> della popolazione americana spiegando che il vero <em>sogno</em> <em>americano</em> si sarebbe realizzato con la proprietÃ  della prima casa.<br />
I due riferimenti storici sono necessari a sostenere la tesi che l&#8217;attuale crisi dei mercati finanziari Ã¨ riconducibile in parte alla deregolamentazione in parte all&#8217;aviditÃ  di chi guida le banche. <strong>All&#8217;origine ci sono le case</strong>, e in particolare le case americane. Per facilitarne l&#8217;acquisto, la finanza americana, non adeguatamente supervisionata, cominciÃ² a offrire mutui pari al 100% del valore, ma soprattutto mutui senza accertare l&#8217;affidabilitÃ  di chi riceveva i soldi.<br />
Ma perchÃ© le banche davano soldi a chi non poteva restituirli? PerchÃ©, e qui sta il secondo problema, <strong>il rischio del non pagamento veniva trasferito ad altri</strong>. Le banche impacchettavano questi mutui in obbligazioni che venivano poi vendute sul mercato ad altri investitori; in questo modo gli istituti finanziari potevano rientrare subito dei soldi prestati, e fare altri prestiti. E cosÃ¬ si alimentava la bolla immobiliare, mentre veniva peggiorando la qualitÃ  dei mutui. La cosa non poteva durare, e non durÃ²: <strong>nell&#8217;agosto del 2007</strong> i nodi vennero al pettine e <strong>quei titoli appoggiati sui mutui persero di valore</strong>. Il mercato si accorse che molti mutuatari non avrebbero potuto restituire i soldi, e questo timore contagiÃ² tutte le obbligazioni in circolazione, sia quelle che avevano dietro mutui cattivi che quelle che avevano dietro mutui buoni. E c&#8217;Ã¨ di piÃ¹: quell&#8217;idea di trasferire il rischio non riguardava solo i mutui immobiliari. Anche altri impieghi delle banche erano stati impacchettati e trasferiti in obbligazioni vendute sul mercato: prestiti per l&#8217;acquisto di auto, carte di credito, prestiti per finanziare fusioni e acquisizioni.<br />
Proveremo adesso a spiegare come si Ã¨ concretizzato il trasferimento del rischio e qual Ã¨ stato lo strumento che lo ha consentito. Forse non a tutti Ã¨ noto il funzionamento dei cosiddetti <strong>CDO</strong> (<em>collateralized debt obligations</em>). Prendiamo il caso di una banca che possiede un portafoglio crediti derivanti, ipotizziamo, da operazioni di finanziamento erogate a favore della propria clientela: ad es. un mutuo). Al fine di ottenere liquiditÃ , l&#8217;istituto crea degli strumenti finanziari (CDO) che consentono, a tutti coloro i qualiÂ li acquistano, di ottenere degli interessi che fanno capo ad un pacchetto di crediti â€“ cioÃ¨, nel nostro caso, agli interessi pagati per il mutuo. L&#8217;acquisto del titolo perÃ² non garantisce solo benefici (interessi) al cliente, ma implica l&#8217;accollo di parte del rischio di insolvenza del debitore (nella nostra ipotesi il mutuatario). I CDO, dunque, permettono di trasferire il rischio di credito, originariamente in capo ad una singola banca (che inizialmente ha erogato il finanziamento), su piÃ¹ soggetti, vale a dire i compratori dei CDO.</p>
<p>Il motivo per cui questa attivitÃ  di cartolarizzazione, cioÃ¨ di impacchettamento di debiti in prodotti finanziari,Â non era sottoposta ai controlli delle autoritÃ  di vigilanza Ã¨ la <strong>creazione di societÃ  ad hoc (Conduit o SIV)</strong>, che si occupavano dell&#8217;attivitÃ  di <em>securitization</em> (cartolarizzazione) senza lasciare alcuna traccia nei bilanci delle banche per cui prestavano il servizio, pur essendo di proprietÃ  delle stesse.<br />
In sintesi: si Ã¨ creato un processo che ha dato, da una parte, la possibilitÃ  di ottenere costantemente nuova liquiditÃ  da impiegare per gli istituti di credito e dall&#8217;altra la <strong>possibilitÃ  di trasferire il rischio</strong> di controparte. Inoltre, la totale <strong>assenza di un mercato secondario per questi strumenti</strong>, cioÃ¨ di un mercato in cui le attivitÃ  finanziarie vengono scambiate regolarmente dopo la loro emissione, ha fatto sÃ¬ che il loro prezzo si formasse non in base al tradizionale metodo della domanda e dell&#8217;offerta, ma in base ad un giudizio sintetico fornito dalle agenzie di rating sulla possibilitÃ  di defaultÂ dei clienti della banca che aveva emesso tali strumenti. I rating attribuiti a questi strumenti erano generalmente molto alti per via della garanzia reale (l&#8217;immobile) a fronte della quale venivano emessi.<br />
Terminata la fase di politica monetaria accomodante, durata circa quattro anni, dal 2001 al 2004, e riconducibile ad Alan Greenspan, allora presidente della Fed, il rialzo costante dei tassi di interesse, che aveva avuto inizio nel 2005, ha reso via via piÃ¹ onerose le rate dei finanziamenti concessi negli anni precedenti, causando piÃ¹ di una insolvenza da parte delle famiglie che avevano contratto i prestiti. La mancanza di un mercato secondario sui CDO ha impedito che il loro prezzo si adeguasse progressivamente alle mutate condizioni di rischio come avviene per qualunque attivitÃ  finanziaria quotata su un mercato regolamentato, provocando un adeguamento del loro prezzoÂ in una sola voltaÂ e rendendo questi titoli totalmente illiquidi e quindi privi di valore.<br />
Si Ã¨ creata <strong>una bolla speculativa all&#8217;inverso</strong>. Solitamente si ha una bolla speculativa quando tutti vogliono comperare un&#8217;attivitÃ  finanziaria e il suo prezzo aumenta esponenzialmente in relazione all&#8217;aumento della domanda. In questa crisi si Ã¨ creata una bolla speculativa perchÃ© c&#8217;Ã¨ stata una grandissima offerta di collaterali a fronte di una domanda nulla che ne ha azzerato il prezzo.<br />
Questo ha portato ad <strong>una crisi di liquiditÃ </strong> nel settore del credito senza precedenti e ad una paralisi del mercato interbancario dovuta alla mancanza di fiducia tra gli operatori stessi. Il mancato funzionamento del mercato in relazione alle fonti di approvvigionamento per gli operatori ha fatto sÃ¬ che la ricerca della liquiditÃ  necessaria per far fronte alle esigenze di pagamento immediate venisse reperita sugli unici mercati che avessero in questo periodo di profonda crisi, un funzionamento regolare. Ci stiamo riferendo ai <strong>mercati azionari</strong> che sono crollati progressivamente da agosto 2007 ad oggi, piÃ¹ per necessitÃ  di realizzo che per prezzi dei corsi fuori dal loro valore intrinseco. Oggi i prezzi dei titoli azionari quotati sulle principali borse mondiali sono gli stessi che si trovavano sul mercato tra il 1997 e il 1998.<br />
Dall&#8217;inizio della crisi ad oggi sono passati piÃ¹ di quindici mesi, ciononostante la situazione non sembra ancora assumere carattere di normalitÃ . Basti pensare che solo un paio di settimaneÂ fa, Citigroup, la piÃ¹ grossa banca americana Ã¨ stata salvata dal tesoro statunitense con un intervento di oltre 300 miliardi di dollari. Warren Buffett, noto uomo d&#8217;affari americano, in un&#8217;intervista recente al <em>Times</em>, assimila la situazione attuale delle banche internazionali a quella di un gruppo di bagnanti e dice che solo quando Â sarÃ  rientrata la marea si vedrÃ  chi sta nuotando nudo e chi no.</p>
<p>Concludiamo con una riflessione. La crisi finanziaria globale, che ha portato all&#8217;attuale recessione economica internazionale, ha generato la necessitÃ  di interventi congiunti da parte di governi e banche centrali. Riteniamo che gli interventi siano stati utili e in certi casi indispensabili. Oggi si discute sullo stringente bisogno di regolamentazione dei mercati affinchÃ© non accadano piÃ¹ fenomeni del genere e si parla sempre piÃ¹ spesso di interventi dello stato a riequilibrio e vigilanza dei mercati per il fallimento delle regole che ne garantirebbero gli aggiustamenti automatici.<br />
L&#8217;utilizzo della leva finanziaria (indebitamento) e la creazione di strumenti in grado di trasferire il rischio da un unico soggetto a una pluralitÃ  di operatori (derivati) non sono di per sÃ© nocivi per la salute del sistema economico. Le opportunitÃ  di sfruttamento di questi strumenti, al fine di ottenere notevoli profitti nel breve termine, in mano ad una ristretta elite dirigenziale, possono invece portare a conseguenze disastrose e questa crisi ne Ã¨ stata la prova. Se il sistema di remunerazione dei top manager delle banche internazionali Ã¨ legato ai profitti che costoro sono in grado di far ottenere ai propri azionisti, probabilmente Ã¨ piÃ¹ utile chiedersi se sia sostenibile un determinato livello di redditivitÃ  e a cosa sia dovuto piuttosto che scandalizzarsi perchÃ¨ taluni dirigenti abbiano uno &#8220;stipendio&#8221; che equivale all&#8217;utile prodotto da un&#8217;azienda virtuosa con un migliaio di dipendenti.</p>
<p align="right">Domenico C.</p>
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		<title>La Borsa: ieri,oggi&#8230;. e domani</title>
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		<pubDate>Mon, 19 May 2008 20:59:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Dopo dieci anni dal compimento della riforma e della privatizzazione della Borsa Italiana, le autoritÃ  italiane esprimono preoccupazione per le dimensioni dei conflitti di interesse. Si voleva creare un mercato borsistico, a livello nazionale ed europeo, a misura delle imprese e degli investitori di ogni dimensione. Al contrario, si Ã¨ creata una Borsa a misura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/05/immaginepost.jpg" title="immaginepost.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/05/immaginepost.jpg" alt="immaginepost.jpg" /></a><br />
Dopo dieci anni dal compimento della riforma e della privatizzazione della Borsa Italiana, le autoritÃ  italiane esprimono preoccupazione per le dimensioni dei conflitti di interesse. Si voleva creare un mercato borsistico, a livello nazionale ed europeo, a misura delle imprese e degli investitori di ogni dimensione. Al contrario, si Ã¨ creata una Borsa a misura oligarchica per pochi istituti bancari. Istituti che finanziano le imprese, le quotano in Borsa, le sponsorizzano con ricerca e supporto alle negoziazioni, sono pure loro quotati in Borsa e contemporaneamente azionisti di riferimento della Borsa stessa e, infine, amministrano oltre il 90% del risparmio gestito.â€ Il quadro finanziario diventa ancora piÃ¹ grave se si analizza la direttiva della commissione europea proposta da Bulkestein, che va verso un potenziamento degli intermediari a dispetto dei veri protagonisti del mercato cioÃ¨ le imprese e i risparmiatori.  <span id="more-97"></span></p>
<p>Parliamo di un argomento â€œscottanteâ€, ma nuovo per il blog: il mercato borsistico. Con questo post cerchiamo di comprendere alcuni dei fenomeni finanziari, a detta della stessa Banca d&#8217;Italia, piÃ¹ preoccupanti di questi ultimi anni. Partendo da un&#8217;intervista pubblicata su Aiaf di Malcolm Duncan, collaboratore attivo della Borsa di Milano per le relazioni internazionali e fondatore/presidente del Comitato d&#8217;Economia e Statistica della FESE (la federazione delle Borse Europee), cerchiamo di analizzare e trovare le cause del cattivo stato di salute della Borsa.                                                         D. denuncia il venir meno di tutte le promesse di trasparenza e sottolinea, condividendola, la preoccupazione della Banca d&#8217;Italia per le dimensioni dei conflitti d&#8217;interesse presenti attualmente nel mercato mobiliare italiano e nella gestione del risparmio.<br />
L&#8217;unica via per evitare una specie di â€œWatergate Finanziarioâ€ Ã¨ un intervento preventivo e non solo correttivo che riconosca i limiti all&#8217;effettiva capacitÃ  di autoregolamentazione delle borse.                                                                    La riforma approvata nel 1996 ha permesso la privatizzazione della Borsa italiana che, per motivi economico-politici, non Ã¨ avvenuta in stile svedese (con una Borsa super partes), ma, come spesso accade in Italia, nello stretto controllo clientelare della politica. Questo ha spinto/portato il futuro della Borsa nelle mani di un numero ristretto di banche. Incoraggiando la formazione di un ristretto numero di operatori per facilitarne il controllo e scongiurare i pericoli di inadempienze varie, si Ã¨ favorito un inarrestabile fiume di continue modifiche della regolamentazione che ha aggravato i costi amministrativi inducendo fusioni tra imprese d&#8217;intermediazione e quelle di gestione. E&#8217; venuta a mancare, dunque, una delle regole fondamentali dell&#8217;efficienza di un mercato: il pluralismo di soggetti concorrenti (venditori compratori intermediari), che perseguono interessi diversi.<br />
Il quadro diventa ancora piÃ¹ drammatico se al caso specifico italiano si aggiunge un allineamento europeo: D. si ricollega alle nuove direttive che, con il dichiarato intento di accelerare l&#8217;integrazione dei mercati finanziari europei e difendere meglio gli interessi dei risparmiatori, finiscono per creare reti parallele alla Borsa dove i maggiori operatori sono allo stesso tempo i maggiori azionisti. Il problema Ã¨ globale, anche se il peso di questi conflitti ha un maggior effetto in un paese come lâ€™Italia piuttosto che in America od in Inghilterra dove si puÃ² contare su un numero ingente di investitori completamente indipendente.<br />
Si rischia un ritorno al passato, â€œai mercati dei saldiâ€œ, alla frammentazione della domanda e dellâ€™offerta. In passato l&#8217;80% del volume delle contrattazioni avveniva fuori della Borsa; questo scoraggiava da parte degli investitori l&#8217;immissione sul mercato di ordini con limite di prezzo, dal momento che gli ordini inseriti su un mercato non si rivelavano reperibili su un altro.            Non Ã¨ stata sufficiente la crisi degli investimenti del 2000-2001 e i crack legati ai bond Parmalat, Cirio, My Way 4You per fermare la produzione da parte delle banche di strumenti finanziari, a volte troppo complicati, proposti a risparmiatori inesperti. Il problema nasce da unâ€™errata percezione dei protagonisti del mercato borsistico: le banche non devono essere gli attori del sistema, ma devono svolgere il ruolo che gli compete ovvero intermediarie tra i due veri protagonisti del mercato: gli investitori da una parte, e le imprese (grandi, medie e piccole) dall&#8217;altra. D. ritiene discutibile l&#8217;auspicata riduzione dei costi di intermediazione a beneficio del consumatore evidenziando il pericolo del venir meno dell&#8217;integritÃ  dei mercati e dei servizi.<br />
La ricerca indipendente in campo finanziario, incoraggiata in passato (1994-1998), Ã¨ scomparsa provocando una concentrazione di interesse sulle imprese principali â€œblue chipsâ€ e una perdita di visibilitÃ  da parte delle piccole aziende che probabilmente usciranno dalla Borsa. L&#8217;esito di questo andamento Ã¨ giÃ  stato sperimentato negli anni Novanta nella stessa Borsa di Londra, la cui liquiditÃ , pur considerevole, ha subito una vertiginosa diminuzione.<br />
Si puÃ² quindi riassumere che i pericoli intrinseci a questa tendenza europea sono i seguenti:</p>
<ul>
<li> un aggravamento dei conflitti di interesse tra operatori ed investitori, con la concreta possibilitÃ  per gli intermediari di gestire a proprio vantaggio gli ordini di acquisto e vendita;</li>
<li> il perdurare dell&#8217;esposizione dei risparmiatori ai consigli interessati degli operatori bancari che presentano prodotti sempre piÃ¹ articolati;</li>
<li> un possibile conflitto di interesse tra le Borse e i loro maggiori operatori, spesso loro 	stessi azionisti di riferimento (si veda il caso di <em>multilateral trading systems</em>);</li>
<li> una possibile ulteriore riduzione degli operatori;</li>
<li> una minor trasparenza e precisione dei prezzi;</li>
<li> unâ€™ulteriore riduzione di liquiditÃ ;</li>
<li> un	ridotto potere di indicare un trend effettivo di mercato da parte degli indici azionari.</li>
</ul>
<p>Per evitare un â€œWatergate Finanziarioâ€ Ã¨ necessario (1) recuperare una trasparenza degli ordini di acquisto e di vendita â€“ in modo da ottenere mercati piÃ¹ liquidi e una maggiore valutabilitÃ  delle imprese quotate e dei loro bilanci che devono essere debitamente certificati â€“, (2) sostenere lo sviluppo di uffici studi nuovi e (3) aumentare il numero di investitori indipendenti. <span style="text-decoration: none">In sintesi,</span> lo sforzo di suddividere il potere in diverse istituzioni con l&#8217;intento di ridar anima a quel pluralismo che Ã¨ l&#8217;unica via per uscire da unâ€™oligarchia finanziaria che genera solo conflitti d&#8217;interesse, riduce liquiditÃ  e favorisce l&#8217;arricchimento di poche imprese a discapito delle piccole e medie che costituiscono il fondamento della nostra struttura imprenditoriale.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm" align="justify">&nbsp;</p>
<p align="right">M. T.</p>
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		<title>La scomparsa dell&#8217;Italia industriale</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jan 2008 20:47:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
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Il tracollo catastrofico della chimica italiana: &#8220;Trattative triangolari occulte, tra finanza politica e industria, condotte a suon di tangenti per concordare alleanze e fusioni, acquisizioni e salvataggi, che hanno distorto in un vastissimo raggio i comportamenti e la mentalità di persone, imprese e istituzioni. Centinaia di chilometri quadrati di splendidi litorali e di ottime superfici [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal" align="justify">Il tracollo catastrofico della chimica italiana: &#8220;Trattative triangolari occulte, tra finanza politica e industria, condotte a suon di tangenti per concordare alleanze e fusioni, acquisizioni e salvataggi, che hanno distorto in un vastissimo raggio i comportamenti e la mentalità di persone, imprese e istituzioni. Centinaia di chilometri quadrati di splendidi litorali e di ottime superfici agricole in molte regioni italiane sacrificati per costruire stabilimenti condannati ad arrugginire dopo pochi anni perché nati obsoleti o perché ne duplicavano inutilmente altri, o erano balordamente sovradimensionati. Migliaia di vittime, oggi sofferenti oppure defunte, a causa degli elevati tassi di inquinamento di atmosfera, acqua e terra da parte di innumeri sostanze nocive che i poli chimici hanno per decenni spensieratamente diffuso attorno a sé, da Gela a Brindisi, da Ravenna a Porto Marghera, da Augusta Priolo a Mantova.&#8221; Così, in poche righe, Luciano Gallino condensa una vicenda esemplare della parabola industriale italiana.</p>
<p class="MsoNormal" align="justify"><span id="more-35"></span></p>
<p>Incominciamo la nostra ricognizione sull&#8217;attuale situazione economica italiana con un breve saggio scritto alcuni anni fa da un grande sociologo italiano, Luciano Gallino, <em>La scomparsa dell&#8217;Italia industriale</em> (Torino 2003).<br />
G. vi richiama l&#8217;attenzione su una pericolosa tendenza, quella che porta alla trasformazione dell&#8217;Italia in un paese senza industria nei settori-chiave della produzione (informatica, chimica, elettromeccanica, industria farmaceutica, elettronica di consumo) e quindi in una sorta di colonia. E miopi, se non forse intenzionalmente fuorvianti, sono le idee di coloro che giustificano questo smantellamento con l&#8217;avvento di un&#8217;epoca post-industriale.<br />
Occorre invece riconoscere ancora <strong>l&#8217;importanza della grande industria</strong>, soprattutto per la sua capacità di <strong>sviluppare la ricerca necessaria all&#8217;innovazione tecnologica</strong>. I distretti industriali italiani rischiano infatti di soccombere di fronte alle sfide lanciate dal mercato globalizzato, perché <strong>mancano prodotti ad alta intensità di conoscenza</strong>.<br />
Questa situazione è l&#8217;esito di una serie di errori e di insuccessi dovuti all&#8217;<strong>incapacità</strong> <strong>strategica</strong> <strong>ed imprenditoriale</strong> delle élites politiche ed economiche italiane: <strong>progetti ed investimenti dissennati</strong>; <strong>privatizzazioni irragionevoli </strong>di aziende leaders mondiali nei loro settori, cedute a società straniere;<span> </span><strong>managers</strong> inseriti in posti per i quali non avevano competenze &#8211; sulla base dell&#8217;idea sbagliata della loro intercambiabilità -; ricorso a <strong>forza lavoro poco qualificata</strong>; <strong>scarso incentivo alla ricerca</strong>; preferenza per la <strong>soluzione finanziaria di problemi industriali</strong> ricercata attraverso commistioni non trasparenti con i vertici della politica.<br />
Il risultato di tutto ciò è stato il rapido declino dell&#8217;industria italiana nella seconda metà  del &#8216;900, che annoverava molte eccellenze in vari settori produttivi. G. racconta quindi la parabola di grandi imprese, cominciando con la Olivetti, che a metà degli anni &#8216;50 era leader mondiale nelle macchine per ufficio. L&#8217;azienda di Ivrea proprio in quel periodo era assolutamente all&#8217;altezza degli altri <em>competitors</em> del settore nella costruzione di prototipi di grandi calcolatori elettronici e, nonostante le prime difficoltà degli anni &#8216;60, era ancora in grado di presentare nel 1965-66 il primo, anche se ancora rudimentale rispetto agli standards cui siamo abituati, apparecchio definibile come personal computer. Le difficoltà dell&#8217;Olivetti portarono, dopo un primo salvataggio finanziario italiano, alla sua cessione agli americani, senza che le élites del paese comprendessero la necessità della difesa del settore. Emblematica, dopo gli ultimi sussulti degli anni &#8216;80, Ã¨ l&#8217;estinzione finanziaria dell&#8217;Olivetti, divenuta un contenitore vuoto per le grandi operazioni di acquisizione della Telecom della seconda metà degli anni &#8216;90: nel 2003 Tronchetti Provera ha eliminato il marchio per semplificare la catena di società attraverso la quale controlla la<span> </span>Telecom.<br />
In questo come in altri settori (aeronautica, chimica, elettronica di consumo) si è tenuta quindi una condotta contraria al rafforzamento imprenditoriale e industriale, che oltre a causare il fallimento di molte aziende ha comportato la dissipazione di molte competenze umane, tecniche ed organizzative. E questo secondo G. perché &#8220;la classe politica italiana ha sempre avuto idee vaghe su ciò che significhi essere un imprenditore, il tipo che si assume un rischio collegando tra loro diversi fattori di produzione&#8221;.<br />
Rimandando al libro per la presentazione di molti casi eloquenti, facciamo un breve cenno alla questione Fiat: il libro di G., che dedica l&#8217;ultimo capitolo al gruppo automobilistico, è stato infatti scritto nel momento di più profonda crisi della maggiore industria italiana; G. indicava il madornale errore commesso dalla dirigenza del gruppo: quello della diversificazione delle sue attività, che presuppone un malinteso circa la stessa natura dell&#8217;industria automobilistica che, per la sua complessità, richiede la concentrazione di forze ed investimenti intorno alla produzione dell&#8217;auto. E in fondo questa indicazione, che appare piuttosto elementare, proprio quella che ha portato in brevissimo tempo la Fiat a recuperare gran parte del terreno perduto.</p>
<p>Proprio il caso positivo della Fiat mostra l&#8217;urgenza di non dissipare un capitale industriale che, per quanto disastrato, conta ancora su molte componenti valide, costituite soprattutto da quegli uomini con alte competenze tecniche formatisi nei periodi migliori dell&#8217;industria italiana. Sembra monotono il dirlo, ma ancora una volta la responsabilità maggiore è quella delle élites politiche italiane che, come mostrano ad es. i catastrofici casi Parmalat e Cirio, non hanno promosso l&#8217;aspetto produttivo &#8211; fatto normale in altri paesi -, ma hanno favorito soluzioni finanziarie o industriali sbagliate, che permettevano loro di consolidare la loro rete di consensi.<br />
Torneremo ancora a inframezzare periodicamente ai nostri post sulla globalizzazione l&#8217;esposizione di letture dedicate all&#8217;economia italiana, posta di fronte alle sfide del mercato mondiale.<br />
E. R.<span></span></p>
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