<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Attraverso lo Specchio &#187; geni</title>
	<atom:link href="http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/tag/geni/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.attraversolospecchio.eu</link>
	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
	<lastBuildDate>Wed, 01 Feb 2012 21:12:52 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.3</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>La democrazia della natura: il ruolo del caso nell&#8217;evoluzione</title>
		<link>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/scienza/2009/05/09/la-democrazia-della-natura-il-ruolo-del-caso-nell%e2%80%99evoluzione/</link>
		<comments>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/scienza/2009/05/09/la-democrazia-della-natura-il-ruolo-del-caso-nell%e2%80%99evoluzione/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 09 May 2009 09:28:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza e trasmissione del sapere]]></category>
		<category><![CDATA[divulgazione scientifica]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[geni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/scienza/2009/05/09/la-democrazia-della-natura-il-ruolo-del-caso-nell%e2%80%99evoluzione/</guid>
		<description><![CDATA[
&#8220;La selezione naturale rimane il filtro fondamentale che ogni novità  deve superare, ma il caso ha fatto irruzione sulla scena. La mutazione é casuale, la deriva genetica é casuale, ed é casuale anche un altro fondamentale fattore evolutivo, la ricombinazione, un fenomeno per cui il genoma paterno e materno si scambiano dei pezzi, prima di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/05/darwin.jpg" title="darwin.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/05/darwin.jpg" alt="darwin.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;La selezione naturale rimane il filtro fondamentale che ogni novità  deve superare, ma il caso ha fatto irruzione sulla scena. La mutazione é casuale, la deriva genetica é casuale, ed é casuale anche un altro fondamentale fattore evolutivo, la ricombinazione, un fenomeno per cui il genoma paterno e materno si scambiano dei pezzi, prima di dare origine alle cellure riproduttive, da cui potrà  nascere un nuovo individuo. [...] L&#8217;improvvisa irruzione del caso sulla scena della vita ha creato un disagio anche superiore all&#8217;idea di essere parenti delle scimmie. [...] A ben vedere, la preponderanza del caso porta possibilità  innumerevoli a ciascun essere vivente. E&#8217; come se ogni individuo godesse delle stesse probabilità  di progredire: una democrazia universale della natura, che forse tende anche a estendere la durata della vita di tutte le specie e di tutti gli individui. Ad ogni generazione, l&#8217;ambiente vaglia chi é in grado di vivere e chi no, poi con la nuova generazione si rimescolano di nuovo le carte.&#8221;<span id="more-208"></span></p>
<p>In occasione del centocinquantesimo anniversario della pubblicazione dell&#8217;opera di Charles Darwin <em>L&#8217;origine delle specie</em> (e del duecentesimo dalla nascita dello stesso studioso), presentiamo un breve saggio del genetista Luca Cavalli-Sforza e di suo figlio Francesco, regista e divulgatore, dal titolo <em>La selezione naturale e il caso (la democrazia della natura)</em>, pubblicato in un numero monografico di &#8220;Micromega. Almanacco di scienze&#8221; (2009), pp. 87-94.<br />
I due autori si occupano di un aspetto specifico della teoria dell&#8217;evoluzione, il <strong>caso</strong>, che é forse l&#8217;elemento che più turba le coscienze religiose, in quanto esclude l&#8217;esistenza di un disegno intelligente del mondo e a maggior ragione l&#8217;idea di una creazione divina centrata sull&#8217;uomo.</p>
<p>La <strong>teoria dell&#8217;evoluzione</strong> é ormai generalmente accettata in ambito scientifico; tuttavia, la sua efficace divulgazione risulta ancora <strong>contrastata da credenze e dogmi religiosi</strong>, i cui sostenitori si oppongono alla rivoluzione del pensiero che essa porta con sé, cioé il definitivo <strong>abbandono dell&#8217;antropocentrismo</strong>, quindi di una visione del mondo convergente e culminante nell&#8217;essere umano. Ed é perciò che ancora negli ultimi anni, con un impegno rinnovato, gruppi di potere religiosi e conservatori hanno cercato di impedire l&#8217;apprendimento della teoria evoluzionistica nelle scuole, al fine di inculcare ai bambini visioni più statiche, ordinate e gerarchizzate del mondo biologico &#8211; e indirettamente, aggiungo, di quello sociale, perché tale appare il loro scopo ultimo.<br />
Questa difficile ricezione si é tradotta purtroppo in <strong>fraintendimenti</strong> della teoria darwiniana: ad es. vi é chi l&#8217;ha accusata di essere piattamente deterministica; altri vi hanno invece visto, in positivo o in negativo, una concezione del mondo competitiva e poco solidale, in cui si legittima il dominio del più forte. La concezione evoluzionistica deve essere invece compresa come <strong>una serie di strumenti concettuali che ci permettono di comprendere meglio lo sviluppo della vita</strong> sulla Terra.<br />
Le indagini biologiche di Darwin scaturivano da una serie di riflessioni condotte a partire dal pensiero di un economista inglese, Thomas Malthus, il quale aveva osservato che <strong>la consistenza della prole degli esseri viventi é sempre superiore alle risorse disponibili per sfamarli</strong>. Tale fenomeno ha per conseguenza un&#8217;alta mortalità  dei figli, riscontrabile per lungo tempo anche nelle società  umane, nonostante le forme culturali di controllo delle nascite con metodi contraccettivi. Coloro che nella prole riescono a sopravvivere per una serie di favorevoli circostanze verificatesi nell&#8217;interazione tra individuo e ambiente, sono messi in condizione di riprodursi e di trasmettere il proprio patrimonio genetico con quelle caratteristiche che gli hanno consentito la sopravvivenza (ad es. la resistenza ad una particolare malattia). Ma gli esiti di questa complessa costruzione biologica non sono destinati ad un successo permanente e la situazione può essere messa in discussione dal mutamento delle condizioni in quel medesimo ambiente o semplicemente in un altro ambiente.<br />
La teoria darwiniana si concentrava quindi sostanzialmente sulla <strong>selezione naturale</strong>, intesa come <strong>un fenomeno demografico riguardante la mortalità  e la fecondità  di una popolazione</strong>. Il vantaggio posseduto da alcuni individui in una determinata situazione si traduceva in un&#8217;accresciuta possibilità  di riprodursi e diffondere il proprio patrimonio genetico. L&#8217;accumularsi di differenze nei gruppi appartenenti originariamente ad una stessa popolazione, ma poi diffusisi in ambienti diversi, avrebbe quindi comportato la costituzione di altre specie.<br />
Al tempo di Darwin non era ovviamente conosciuto il &#8216;veicolo&#8217; molecolare proteinico che trasmetteva queste caratteristiche; esisteva certo un sapere pratico relativo alle selezioni delle specie animali e vegetali, ma non vi era stata nessuna elaborazione teorica. Solo con il religioso boemo Gregor Mendel, nella seconda metà  del secolo XIX, si giunse ad un modello di distribuzione dei caratteri degli esseri viventi nella loro prole.<br />
Occorreva però attendere la metà del &#8216;900 perché venisse individuata la complessa struttura molecolare dell&#8217;acido desossiribosonucleico (DNA), presente in ogni cellula. Da allora si é impetuosamente sviluppata la biologia genetica, che negli ultimi anni é approdata alla <strong>mappatura del genoma</strong>, cioé del complesso dei geni trasmessi dalla molecola di DNA. Da tale mappatura é risultata la <strong>presenza di molte parti del genoma comuni a tutti gli esseri viventi</strong>, dai batteri all&#8217;uomo, e di altre parti invece da cui si può constatare il <strong>grande processo di differenziazione</strong> avvenuto nel corso di miliardi di anni; si sono peraltro rilevate molte aree della mappa genetica che sono dei <strong>residui di precedenti esperimenti della vita sulla Terra</strong>, ancora conservati nonostante la loro &#8211; solo apparente, direi &#8211; inutilità . Il fenomeno &#8216;vita&#8217; si é infatti manifestato in un&#8217;altissima varietà  di forme, tanto che la <strong>biodiversità </strong> constatabile in questo momento sul nostro pianeta darebbe conto soltanto dell&#8217; 1% delle specie che le hanno precedute. Tale biodiversità  é il risultato di costanti <strong>mutazioni genetiche</strong> provocate da cambiamenti, spesso minimi, delle strutture molecolari: la maggior parte di essi sono irrilevanti; alcuni possono invece essere significativi e portare con sè dei vantaggi o degli svantaggi per l&#8217;adattamento.<br />
Gli <strong>uomini</strong> oggi esistenti sulla terra sono uno degli esiti di questa multiforme evoluzione: essi hanno preso il posto di altre specie umane nel corso di un processo di diffusione, durato cinquantamila anni, che ha condotto nei cinque continenti i discendenti di un unico gruppo, composto da poche centinaia o migliaia di individui, originariamente stanziati in Africa orientale. La loro dispersione ha causato la progressiva differenziazione delle cinque-seimila popolazioni umane che si possono attualmente distinguere dal punto di vista genetico. L&#8217;isolamento ha infatti favorito l&#8217;uniformizzazione di determinati caratteri all&#8217;interno della popolazione a causa del<strong> processo di <em>drift</em>, di deriva genetica casuale</strong>. Da questo fenomeno deriverebbe l&#8217;80% delle differenze genetiche tra i gruppi umani; mentre solo per il restante 20% dei mutamenti avrebbe inciso il processo di selezione. Secondo gli autori ciò si spiega agevolmente con il fatto che la specie umana diffusa oggi sulla terra é molto giovane e la selezione non ha avuto il tempo per differenziare sottospecie diverse.<br />
E&#8217; dunque il <strong>caso</strong>, cioé l&#8217;interazione tra un complesso di fattori troppo numerosi e/o troppo poco visibili per poter essere considerati dall&#8217;osservatore, ad essere l&#8217;elemento decisivo nei mutamenti del patrimonio genetico. E sono appunto casuali i processi di differenziazione e di adattamento che si manifestano nell&#8217;interazione di un essere vivente o di un gruppo di esseri con un ambiente continuamente soggetto a mutamenti. In tal senso a qualsiasi individuo é data la potenziale opportunità  di vincere la propria sfida per la sopravvivenza e di riprodursi quindi con successo.</p>
<p>Gli autori definiscono metaforicamente &#8216;democratica&#8217; questa prevalenza del caso; e respingono al contempo qualsiasi ipotesi di disegno intelligente dell&#8217;universo. La pertinenza di questa qualifica non si coglie appieno, se non si comprende come le modellizzazioni del mondo che il sapere umano propone nel tempo sono il frutto di una complessiva costruzione sociale della realtà . La &#8216;democrazia&#8217; dell&#8217;evoluzionismo, della selezione naturale, del drift &#8211; con la loro libertà  dinamica e uguaglianza degli esseri viventi &#8211; destruttura profondamente la gerarchizzazione del cosmo, che per lungo tempo ha caratterizzato la visione dell&#8217;ordine del reale. La gerarchia e la fissità  degli esseri corrispondono quindi a quelle di una società organizzata per gruppi stratificati e formalmente chiusi, che nella tradizione giudaico-cristiana sono fondate dalla stessa creazione divina del mondo. Non é difficile dunque comprendere come le élites ecclesiastiche (accanto a quelle più ampiamente conservatrici) abbiano sempre contrastato l&#8217;evoluzionismo che pone da ultimo in discussione la loro pretesa ad un&#8217;immutabile supremazia nella società  degli uomini.</p>
<p align="right">E. R.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/scienza/2009/05/09/la-democrazia-della-natura-il-ruolo-del-caso-nell%e2%80%99evoluzione/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Siamo tutti africani</title>
		<link>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/societa/2008/12/29/siamo-tutti-africani/</link>
		<comments>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/societa/2008/12/29/siamo-tutti-africani/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 29 Dec 2008 22:50:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[divulgazione scientifica]]></category>
		<category><![CDATA[geni]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/societa/2008/12/29/siamo-tutti-africani/</guid>
		<description><![CDATA[&#8220;Gli ultimi risultati della paleontologia e della genetica non lasciano spazio a dubbi: siamo una specie africana, siamo tutti discendenti di un unico gruppo, probabilmente piccolo, che intorno a 50.000 anni fa ha lasciato l&#8217;Africa orientale spingendosi in Eurasia e poi nelle Americhe. Nel farlo i nostri antenati si sono sovrapposti alle specie umane extra-africane, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/12/origini.jpg" title="origini.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/12/origini.jpg" alt="origini.jpg" /></a><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/12/origini.jpg" title="origini.jpg"></a>&#8220;Gli ultimi risultati della paleontologia e della genetica non lasciano spazio a dubbi: siamo una specie africana, siamo tutti discendenti di un unico gruppo, probabilmente piccolo, che intorno a 50.000 anni fa ha lasciato l&#8217;Africa orientale spingendosi in Eurasia e poi nelle Americhe. Nel farlo i nostri antenati si sono sovrapposti alle specie umane extra-africane, cioÃ¨ all&#8217;uomo di Neandertal in Europa e all&#8217;<em>homo erectus</em> in Asia, portandole in pochi millenni all&#8217;estinzione. GiÃ , perchÃ© prima di allora i tre continenti erano abitati da tre o forse quattro forme umane molto diverse, tanto da giustificare la classificazione in specie diverse.â€ La ricerca scientifica &#8220;ci permette oggi di ricostruire molto meglio la storia evolutiva dell&#8217;umanitÃ , e ha spiegato definitivamente perchÃ© nessuno Ã¨ mai riuscito a mettersi d&#8217;accordo su un catalogo di razze umane. <strong>La grande maggioranza delle varianti del DNA Ã¨ cosmopolita</strong>, cioÃ¨ presente, con frequenze diverse, in tutti i continenti.&#8221;<span id="more-175"></span>
<p class="MsoNormal">Ci occupiamo direttamente della questione del razzismo dopo averla giÃ  sfiorata in altri post e lo facciamo attraverso un libro recentemente pubblicato da un docente di genetica dellâ€™UniversitÃ  di Ferrara, Guido Barbujani, e da un giornalista, Pietro Cheli: <em>Sono razzista, ma sto cercando di smettere</em> (Roma-Bari 2008).Partendo dalla descrizione di alcuni recenti episodi di cronaca che hanno avuto grande risalto nei media e hanno suscitato reazioni razzistiche, i due autori affermano che le razze non esistono come entitÃ  biologiche, anche se agiscono come fattori di costruzione delle identitÃ  individuali e comunitarie.</p>
<p class="MsoNormal"> Alcuni politici, soprattutto a livello locale, hanno approfittato delle ondate emotive conseguenti a questi episodi per compiere dichiarazioni razzistiche o di valore analogo, come â€“ per fare un esempio che ha suscitato grande scalpore â€“ quella di un consigliere che ha proposto di impiegare i metodi di rappresaglia delle SS contro gli immigrati. Gli autori ritengono che tali comportamenti politici non siano banali, ma rispondano invece a strategie comunicative complesse; dunque non ci si puÃ² limitare ad una contrapposizione frontale, ma bisogna cercare di comprendere il perchÃ© di un atteggiamento che mira a riscuotere (e riscuote) consensi. Ma nella nostra societÃ  non si rileva soltanto questo preoccupante fenomeno fatto di molte dichiarazioni sguaiatamente razziste e di poche (ma crescenti) manifestazioni di violenza a danni degli immigrati. Ãˆ infatti molto diffuso un <strong>razzismo morbido</strong>, che ad una superficiale tolleranza accompagna poi una demarcazione netta dei confini con i gruppi diversi, che si puÃ² tradurre facilmente in atteggiamenti discriminatori. Questi si generano a partire dai <strong>pregiudizi</strong>, che, come abbiamo visto nel post sullâ€™intercultura (<em>Educare allâ€™intercultura</em>), sono processi conoscitivi finalizzati ad orientare in maniera quasi automatica le routine quotidiane. Tali procedure â€˜economicheâ€™ di conoscenza per lâ€™azione, che spesso vanno sotto il nome complessivo di <strong>buon senso</strong>, hanno dunque una certa <strong>utilitÃ </strong>, ma mostrano non di rado tutti i loro <strong>limiti</strong> e le loro ambiguitÃ , in particolare quando sono messi a confronto con situazioni nuove o complesse.Contrastare le semplificate distinzioni prodotte dai pregiudizi, non vuol dire peraltro affermare che siamo tutti uguali. <strong>Le differenze sono infatti costitutive degli individui</strong>: esse sono in parte genetiche e in parte culturali. E sono soprattutto questâ€™ultime che solitamente ingenerano gli atteggiamenti razzistici, con cui si tende cioÃ¨ ad attribuire certe caratteristiche comportamentali di un singolo (ad es. un criminale albanese) ad un determinato gruppo definito su base biologica e territoriale (tutti gli albanesi).Â <span class="Apple-style-span" style="font-size: 13px">Tuttavia, <strong>non esistono nella specie umana gruppi distinti biologicamente e territorialmente</strong>: le differenze sfumano infatti una nellâ€™altra senza evidenti discontinuitÃ  e ciÃ² Ã¨ il risultato dei costanti contatti intercorsi tra gli uomini lungo decine di migliaia di anni. Si tratta di un fenomeno definito <strong>variabilitÃ  discordante</strong>, che spiega poi perchÃ© i numerosi cataloghi delle razze umane siano cosÃ¬ diversi lâ€™uno dallâ€™altro: essi ne individuano infatti di volta in volta da 3 fino 200. Câ€™Ã¨ insomma un totale disaccordo sul numero delle razze perchÃ©, secondo gli autori, non Ã¨ una realtÃ  rilevabile da un punto di vista scientifico. Le ricerche hanno mostrato chiaramente che i geni forniscono delle condizioni molteplici di possibilitÃ  che si realizzano poi concretamente nellâ€™interazione con lâ€™ambiente. Nonostante il fatto che queste conclusioni siano fondate e ampiamente condivise, si assiste purtroppo ad <strong>un ritorno del concetto di razza</strong> anche nei lavori scientifici: alcuni di essi mostrano gravi limiti (come nel caso delle ricerche del giovane e brillante ricercatore sino-americano Bruce Lahn sulla microcefalina); altri, invece, si basano su vere e proprie falsificazioni (come nel caso di Cyril Burt).Â Tuttavia, per quanto queste ricerche che reintroducevano distinzioni razziali siano state fortemente criticate, esse hanno esercitato (ed esercitano) una notevole influenza.CiÃ² accade perchÃ© il concetto di razza incontra <strong>un orizzonte di attesa favorevole</strong> nei valori diffusi nellâ€™opinione pubblica, come mostra ad es. la dichiarazione razzista rilasciata da James Watson, uno degli scopritori dellâ€™elica del DNA: secondo il premio Nobel per la medicina i neri sarebbero meno intelligenti dei bianchi ed Ã¨ per questo motivo che fallirebbero le politiche di aiuto in Africa.Queste posizioni erronee pseudoscientifiche â€“ Stiglitz e altri avrebbero ben altre idee sul fallimento delle politiche sociali in Africa â€“ rifluiscono in testi di divulgazione che hanno degli <strong>impliciti obiettivi politici di indirizzo conservatore</strong>. Il loro fine non Ã¨ solo quello di preservare lo <em>status quo</em>, ma quello di imporre agli immigrati, nella migliore delle ipotesi, unâ€™alternativa netta tra assimilazione o esclusione, senza prospettare invece la via dellâ€™integrazione. Questo programma Ã¨ strettamente associato ad una <strong>difesa dei privilegi di alcune fasce sociali</strong> <strong>determinate</strong>, tanto che gli autori individuano in queste tendenze razziste una parte di una piÃ¹ generale guerra condotta oggi dai ricchi contro i poveri. La questione del razzismo, cioÃ¨ della credenza in una superioritÃ  biologica su un altro gruppo, si traduce concretamente in una questione di diritti, che non devono essere allora uguali per tutti. E questo vale non solo per gli immigrati, ma anche per altri gruppi della societÃ .</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt">Si tratta insomma di un altro aspetto di quella piÃ¹ generale reazione di chiusura di fronte alla complessificazione della societÃ , che abbiamo giÃ  avuto modo di incontrare piÃ¹ volte nei post precedenti. Le nostre comunitÃ  si sono notevolmente trasformate e articolate e ciÃ² richiede una risposta da parte dei suoi membri e in particolare delle sue Ã©lite, che non puÃ² consistere semplicemente nel recuperare vecchi schemi o modelli.In questo senso ho avuto giÃ  modo di criticare una tendenza sempre piÃ¹ diffusa nel nostro paese, a mio avviso estremamente pericolosa: quella a costruire una democrazia identitaria, che si legittima su alcuni simboli della nazione come lâ€™inno e la bandiera. Questa tendenza, promossa in particolare nellâ€™ultimo decennio, porta a casi come quello â€“ citato nel libro â€“ del sindaco che fa cantare lâ€™inno di Mameli prima delle sedute consiliari. La forza di questo simbolo identitario non Ã¨ solo positiva, ma agisce decisamente anche per negativo nei confronti di chi sempre piÃ¹ spesso fa parte delle nostre comunitÃ , ma non si puÃ² riconoscere in quellâ€™inno.Essere â€œpronti alla morteâ€ per la patria â€“ disposizione che mi sembra stupidamente anacronistica â€“ e assistere quotidianamente attraverso i media a manifestazioni razziste costituiscono un mix estremamente pericoloso. In particolare per le nuove generazioni, sugli atteggiamenti futuri dei quali i due autori si interrogano.</span></p>
<p class="MsoNormal" align="right">E. R.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.attraversolospecchio.eu/index.php/argomenti/societa/2008/12/29/siamo-tutti-africani/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

