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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; giustizia</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Indignatevi! Un appello per una nuova resistenza</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 20:22:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="anti-fascist" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/03/anti-fascist-1.jpg" alt="anti-fascist" />“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti.” (Primo Levi, <em>Un passato che credevamo non dovesse tornare più</em>, in “Corriere della Sera” dell’8 maggio 1974).<span id="more-890"></span>Presentiamo in questo post un librettino che ha recentemente riscosso un grande successo in Francia e che è stato rapidamente tradotto anche in italiano. Si tratta di <em>Indignatevi! </em>(Torino 2011), un breve testo esortativo e polemico, scritto da Stéfane Hessel, novantatreenne diplomatico francese, che fu tra i protagonisti della Resistenza nel suo paese.<br />
H. intreccia alcune considerazioni sulle attuali tendenze politiche globali, che giudica in maniera estremamente negativa, con le proprie <strong>esperienze di vita</strong>, specialmente con quelle che lo hanno visto protagonista della <strong>lotta di liberazione contro i tedeschi</strong> e poi componente della commissione incaricata dall’ONU di <strong>redigere la  Dichiarazione dei diritti umani</strong> (1948).</p>
<p>E proprio il vissuto tragico<strong> della guerra</strong>, in particolare quello della deportazione nei campi di concentramento, subita in quanto partigiano ed ebreo, dà particolare forza alla sua <strong>denuncia</strong> dell’affievolirsi di quei valori per cui H. e tanti altri hanno combattuto anche a costo della propria vita.<br />
<strong>Il motore ideale della Resistenza fu l’indignazione contro i regimi totalitari nazi-fascisti.</strong> Di qui scaturirono una militanza e una lotta volte ad <strong>ottenere una maggiore giustizia sociale e una maggiore libertà</strong>. Nonostante gli ostacoli e le difficoltà, questa <strong>spinta emancipatrice</strong> non solo ha portato alla vittoria nella guerra, ma ha permesso di conseguire <strong>importanti successi</strong> nel corso della seconda metà del XX secolo, come ad esempio la fine della colonizzazione e quella dell’apartheid. Anche il crollo dei regimi comunisti, pure protagonisti di quella lotta di liberazione, è considerata da H. come un esito positivo dei processi avviatisi con la fine della seconda guerra mondiale.<br />
Tuttavia, H. ha rilevato con preoccupazione <strong>l’inversione di questa tendenza</strong>, specie nel primo decennio del XXI secolo, cioè proprio nella fase in cui si sarebbe dovuto darle un nuovo impulso nel senso indicato dall’ONU nel 2000 con gli otto obiettivi di sviluppo per il millennio.<br />
Tale inversione è causata dal <strong>ritorno sotto nuove vesti di antichi nemici</strong> che cercano di <strong>ridimensionare le conquiste conseguite dal dopoguerra ad oggi</strong>. Si tratta del “potere dei soldi”, come lo chiama H., che ora si presenta <strong>in maniera più sfuggente, più impersonale</strong> e quindi più difficile da contrastare in quanto non costituisce un obiettivo chiaro verso il quale i cittadini possono dirigere la loro giusta indignazione.<br />
Questi opachi centri di potere economico-finanziario mirano a <strong>mettere in discussione lo stato sociale</strong> che si era sviluppato dopo la fine del secondo conflitto mondiale. In particolare, H. denuncia con parole semplici <strong>il crescente divario tra ricchi e poveri</strong> che tende ad escludere fasce sempre più ampie di cittadini, ad esempio diminuendo il sostegno alle persone in condizioni di bisogno oppure comprimendo le pensioni.<br />
Ma <strong>l’attacco viene portato anche all’educazione</strong>: di fronte alle nuove riforme ‘classiste’ della scuola presentate dal governo francese – e non solo da quello –, l’autore ricorda di aver combattuto insieme ad altri affinché <strong>tutti i ragazzi potessero accedere alla migliore formazione scolastica possibile</strong>, quella mirante alla valorizzazione della creatività e dello spirito libero.<br />
H. non crede che tutte queste riforme siano rese necessarie dalla mancanza di risorse ingenerata dalle ultime crisi economico-finanziarie. A suo avviso, se si comparano le risorse, ne sono presenti oggi ben più che nell’immediato dopoguerra, quando l’Europa era ridotta ad un cumulo di macerie. La <strong>menzogna</strong> degli effetti della crisi può però essere convincentemente diffusa perché i media sono sempre più controllati da questi potentati: essi cercano ad esempio di asservire nuovamente la stampa, la cui libertà era stata uno degli obiettivi principali della Resistenza.<br />
Quindi H. dedica un breve capitolo ad una <strong>questione</strong> che gli preme molto per il ruolo di diplomatico internazionale svolto in passato, quella della <strong>Palestina</strong>. A suo avviso Israele sta tenendo un atteggiamento oppressivo nei confronti del popolo palestinese: l’esercito israeliano è giunto addirittura fino al punto di commettere crimini di guerra e forse anche contro l’umanità. Certo, occorre condannare risolutamente gli episodi di terrorismo islamico, ma questo fenomeno è più in generale la conseguenza di una situazione esasperata.<br />
Di questo esempio H. si serve per sottolineare che <strong>l’esasperazione e la violenza non servono</strong>; si devono piuttosto <strong>promuovere la non-violenza e la speranza</strong>. Solo la protesta pacifica può conseguire dei risultati contro l’oppressione. L’autore lancia quindi <strong>un appello ad un’insurrezione pacifica</strong> contro i monopoli nei mass-media, contro il consumismo di massa, contro il crescente disprezzo manifestato nei confronti dei più deboli e della cultura, contro un modo di vita basato sulla competizione ad oltranza di tutti contro tutti. Questo appello si rivolge soprattutto ai giovani, i quali devono svegliare le proprie e le altrui coscienze dal torpore dell’indifferenza, indignandosi. Perché l’indignazione, secondo H., è parte costitutiva dell’essere uomini.</p>
<p>Le poche paginette del testo di H. qui riassunte non si distinguono chiaramente per profondità di analisi. Esse hanno piuttosto il valore di una preziosa testimonianza che ci consente di suffragare una chiave interpretativa dei fenomeni di compressione della democrazia che si stanno verificando ora, specie in Italia. Una chiave che provo a riassumere brevemente nel commento e che può raccordare parte delle letture compiute negli ultimi mesi.<br />
È evidente che la massa di menzogne che gran parte delle élite italiane è costretta a propinare negli ultimi tempi ai cittadini ha dei costi politici, sociali ed umani elevatissimi. Certo, occorre in generale tener conto del fatto che il racconto della realtà differisce sempre dalla realtà stessa, in quanto seleziona soltanto alcuni aspetti e li connette tra loro narrativamente, secondo determinate prospettive. Tuttavia, nell’attuale situazione italiana (ma non solo in essa), la linea del racconto e quella degli accadimenti rilevanti divergono radicalmente in un orizzonte definito dai valori della cittadinanza democratica, creando un potenziale di energia sociale negativa molto pericoloso, direi quasi esplosivo.<br />
Ora viene da chiedersi perché così tanti membri dell’élite, alcuni dei quali sanno bene quel che fanno, imbocchino questa strada, assolutamente mortale per la libertà e l’uguaglianza tra gli uomini. Tutto fa pensare che queste azioni si compiano in funzione di un progetto, inteso non tanto come puntuale pianificazione di una presa di potere, quanto come generale disegno di una nuova società.<br />
La società immaginata dalle élite e per la quale esse sono costrette a mentire spesso e volentieri è una società profondamente diseguale e non libera, quel ciclico fascismo cui si riferisce l’anteprima di Levi, che nessun cittadino accetterebbe di buon grado. Questo progetto è infatti in netto contrasto con i valori democratici e con i diritti sociali affermatisi dopo la seconda guerra mondiale: valori e diritti espressi in maniera esemplare nella Costituzione italiana.<br />
Le forze uscite sconfitte dal secondo conflitto mondiale, che non furono solo le élite dei paesi nazi-fascisti (di cui peraltro non pochi membri mantennero la propria posizione), non accettarono mai veramente – per dirlo con le parole di H. – che “l’interesse generale” prevalesse “sull’interesse particolare”, che ci fosse una “equa distribuzione delle risorse delle ricchezze prodotte dal mondo del lavoro”. Tuttavia, pur disconoscendo la legittimità delle istituzioni democratiche, esse esercitarono pressioni sui partiti politici conservatori (in parte entrando nelle loro fila), al fine di impedire la piena applicazione di questa democrazia economica e sociale. Insomma, si adatta bene a questa situazione un motto di uno dei maggiori pensatori del ‘900, Michel Foucault: questi, invertendo la famosa frase del generale von Klausewitz (“la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”), ha sostenuto che la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. Ciò vuol dire che il conflitto, dopo che si era chiusa nel 1945 la fase bellica, è continuato all’interno dei sistemi politico-sociali, dove gli sconfitti si sono rafforzati nel corso dei decenni.<br />
Abbiamo già visto che in Italia tali componenti potrebbero essere descritte come ‘sommerso della repubblica’, cioè come blocco sociale in grado di produrre grosse spinte contro l’ordinamento costituzionale sin dall’immediato dopoguerra. Questo ‘sommerso della repubblica’ è venuto però pienamente alla luce solo con la frattura dell’arco costituzionale dei partiti accaduta con Tangentopoli e ha preso la forma dell’egemonia politica di Silvio Berlusconi.<br />
Ora, secondo tale chiave interpretativa (una delle molte possibili), è assolutamente comprensibile – tanto più in un momento di verità del potere come è quello che paradossalmente si mostra sotto la mole di menzogne di questi giorni – che ci sia stato il richiamo alla riforma dell’articolo 41 della Costituzione. In tale riforma, oltre che in quella della giustizia, si concretizza il progetto della nuova società ‘diseguale’: l’attacco viene portato infatti lì dove la libertà dell’iniziativa economica privata è sì affermata, ma in maniera subordinata rispetto al principio dell’utilità sociale. Una subordinazione che è resa possibile grazie alle leggi che determinano “i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.<br />
Ecco, dunque che, per dirla ancora con H., se il potere del denaro, nemico della Resistenza, si presenta più arrogante che mai per distruggere la libertà e l’uguaglianza democratiche, il conflitto si riaccende. Ed è auspicabile che, come in fondo le considerazioni di H. sottintendono, tale conflitto rimanga non violento; perché queste forze sono purtroppo capaci di scatenare terribili guerre.</p>
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
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		<title>I costi sociali e morali della riforma della giustizia</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 21:33:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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&#8220;A questo punto i nostri politici hanno avuto un colpo di genio (quello che, sciaguratamente, stanno avendo anche adesso, a circa dieci anni di distanza). Se non riusciamo a fare quello che vogliamo perché la Costituzione ce lo impedisce, beh, che problema c&#8217;è? Cambiamo la Costituzione nella parte in cui reca i principi che non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©soap" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/11/soap.jpg" alt="Â©soap" /></p>
<p>&#8220;A questo punto i nostri politici hanno avuto un colpo di genio (quello che, sciaguratamente, stanno avendo anche adesso, a circa dieci anni di distanza). Se non riusciamo a fare quello che vogliamo perché la Costituzione ce lo impedisce, beh, che problema c&#8217;è? Cambiamo la Costituzione nella parte in cui reca i principi che non ci permettono di fare quello che vogliamo. E poi facciamo quello che vogliamo. Insomma: se la Costituzione dice che è irragionevole non considerare prova valida nel processo quello che è stato acquisito come prova nella fase delle indagini dal Pubblico Ministero, cambiamo la Costituzione e facciamole dire una cosa diversa.”<br />
“Quello che nessuno dice mai [...] è che l&#8217;autonomia e l&#8217;indipendenza dei Giudici, il loro non dover rispondere a nessuno (a nessun politico, nessun ricco, nessun potente; ma al CSM sì, eccome!), il loro indagare, decidere, &#8220;giudicare&#8221; senza pressioni, istruzioni, segnalazioni ecc.; tutto questo costituisce una garanzia per i cittadini. Non per i Giudici, per i cittadini.&#8221;<span id="more-381"></span></p>
<p>Come nel post dello scorso 9 novembre, ci accostiamo ad una tematica di stretta attualità, la riforma delle istituzioni giudiziarie in Italia. Lo facciamo presentando un libro pubblicato all’inizio di quest’anno <em>La questione immorale. Perché la politica vuole controllare la magistratura </em>(Milano 2009), scritto da un ex-magistrato, Bruno Tinti.<br />
L’autore intende da un lato spiegare i <strong>reali obiettivi dei politici nell’avanzare proposte di riforma della magistratura</strong> – obiettivi che, per quanto palesi, non sono di solito adeguatamente esposti dai mezzi di informazione –; dall’altro porre in evidenza i limiti di funzionamento dell’attuale sistema giudiziario italiano che, con opportuni e semplici correttivi, potrebbe essere rapidamente messo in condizione di diventare più efficiente.</p>
<p>T. inizia il suo saggio lodando la nostra <strong>Costituzione</strong> che, elaborata all’indomani della caduta di uno dei peggiori regimi del XX secolo, si distingue nel panorama delle carte fondamentali come <strong>capolavoro di ingegneria giuridica</strong>, garante di una piena vita democratica e <strong>‘scudo’ per i cittadini di fronte agli abusi del potere</strong> – quegli abusi che avevano sostanziato il ventennio fascista. Secondo T. è purtroppo evidente che a non pochi membri dell’élite del nostro paese certe parti della Costituzione sono sgradite, in particolare quelle che rendono il potere giudiziario svincolato dagli altri due, quello legislativo e quello esecutivo. L’indipendenza della magistratura, soggetta solo alla legge, fu però voluta dai padri costituenti proprio perché non si riproponessero dei soprusi; si tratta quindi un istituto forte, pensato per i cittadini e non per i giudici e i pubblici ministeri (PM).<br />
Nell’esercizio della sua attività di PM deputato ad indagare sui reati economici, T. ha accumulato una certa esperienza degli ordinamenti giudiziari stranieri, soprattutto grazie al diretto confronto con i colleghi con cui collaborava. Dalla <strong>comparazione tra i diversi sistemi emerge nettamente la superiorità di quello italiano</strong> in ordine al perseguimento del fine della giustizia. E questo perché nessuno può imporre ai nostri magistrati le modalità di indagine e di giudizio, e nemmeno decidere al posto loro quali reati essi possano perseguire: il PM in Italia ‘beneficia’, se così si può dire, dell’obbligo dell’azione penale, cioè della responsabilità di intervento di fronte alla conoscenza di<span style="text-decoration: underline;"> un’infrazione di legge</span>. All’estero i PM sono invece per lo più sottoposti al potere politico (parlamento e/o governo), che di fatto condiziona l’esercizio dell’attività giudiziaria, ovviamente nel senso di non danneggiare chi è al potere e magari, talvolta, di dare il via libera ad alcuni processi contro gli avversari.<br />
Di fronte a questo sistema potenzialmente in grado di rispettare meglio degli altri i principi fondamentali della democrazia, in quanto garante dell’uguaglianza di tutti i cittadini al cospetto della legge, i politici nostrani, specie a partire dagli anni ’80, hanno cercato di trovare degli <em>escamotages</em> che garantissero sempre più l’impunità a loro e ai loro ‘amici’, soprattutto rispetto ai reati di corruzione e concussione e a quelli connessi (ad es. il falso in bilancio). Questa tendenza si è acuita negli ultimi anni sotto la spinta dell’egemonia politica di Berlusconi, giovandosi però anche di atteggiamenti ambigui da parte delle opposizioni. Secondo T. sono tre le strade che si stanno battendo per conseguire questi obiettivi, il cui disastroso effetto collaterale è il degrado della convivenza civile:<br />
1)      <strong>le leggi specifiche o <em>ad personam</em></strong> che, per risolvere problemi di singoli esponenti dell’élite politica, hanno provocato effetti dannosi sull’intero sistema, perché poi alcune di esse si sono spesso potute estendere a tutti i cittadini, specie i delinquenti. Si tratta di provvedimenti che hanno diminuito la possibilità di perseguire i colpevoli di falso in bilancio, abuso di ufficio, finanziamento illecito ai partiti; della prescrizione rapida; dell’allungamento dei tempi processuali con apposite procedure per facilitare le prescrizioni.<br />
2)      <strong>la delegittimazione dei magistrati</strong>, le cui azioni e decisioni sono state ridotte ad atti politici e non considerati, come invece dovrebbero, atti volti a preservare la vita della comunità: lo scopo ultimo di questa cosciente distorsione è quello di porre sullo stesso piano la sentenza frutto di indagini, dibattimenti e garanzie per gli imputati, con la semplice autocertificazione di innocenza di un politico indagato; è evidente che ciò fa crollare un pilastro fondamentale della nostra comunità democratica: quello di regolarsi sulla legge garantita dai magistrati.<br />
3)      <strong>la delegittimazione della legge stessa</strong>, che viene spesso calpestata da inviti, più o meno espressi, dell’élite a non rispettarla.<br />
Riconoscendo le grandi difficoltà e lentezze del sistema giudiziario italiano – provocate certo da queste posizioni dei politici e dalle loro conseguenti decisioni, ma in parte imputabili agli stessi magistrati –, T. delinea alcune <strong>possibili e semplici riforme</strong>, criticando al contempo quelle attualmente in discussione, che mirano a far scempio della democrazia costituzionale italiana. Non si possono qui seguire nel dettaglio gli aggiustamenti suggeriti dall’autore, ma è evidente che vi sono delle assurdità da eliminare: ad es. l’impossibilità di utilizzare nelle udienze tenute davanti al giudice le dichiarazioni rilasciate di fronte al PM dagli interrogati (magari ottenute sull’onda emotiva del fermo). A mesi e mesi di distanza i testimoni possono infatti essere stati opportunamente minacciati o adeguatamente oliati; ma per facilitare questo compito disonesto i politici italiani hanno fatto sì che la falsa testimonianza, ancora formalmente perseguibile come reato, non lo sia più di fatto; cioè si può dire il falso in un processo con un’altissima probabilità di farla franca per i termini della prescrizione. Ed è chiaro che questo non vale solo per i politici (circostanza gravissima), ma per tutti (circostanza quantitativamente ancora più grave).<br />
Secondo T., al contrario, oltre ad eliminare tutte le pastoie in cui si è avvinghiato il processo, bisognerebbe compiere alcune <strong>operazioni di razionalizzazione</strong>, tra l’altro da lui stesso proposte senza successo durante la sua carriera: <strong>l’ottimizzazione delle circoscrizioni giudiziarie</strong> (alcune troppo piccole, altre troppo grandi), <strong>la riorganizzazione del funzionamento degli uffici</strong>, <strong>il più ampio ricorso agli strumenti informatici nel trattamento della documentazione</strong>; <strong>la depenalizzazione</strong>: non del falso in bilancio, però, ma di reati quali la guida in stato di ebbrezza, l’infortunistica sul lavoro o il mancato versamento dei contributi, per i quali i colpevoli spessissimo non scontano una pena a causa i termini di prescrizione troppo brevi; bisognerebbe invece sanzionarli con pesanti multe e sequestri disposti immediatamente dalle forze dell’ordine, senza alcun iter processuale. Ma, osserva T. i politici non intervengono in questo senso perché sennò i magistrati avrebbero più tempo da dedicare ad altri reati per loro più delicati. La loro intenzione è invece quella di attuare <strong>una contro-riforma che anestetizzi tutto il sistema</strong>.<br />
Le due ultime battute – ma questo saggio consentirebbe di dire ancora tantissime cose interessanti che tutti dovrebbero sapere – le lascio per le intercettazioni telefoniche e per la separazione delle carriere tra PM e giudici. Le <strong>intercettazioni</strong> sono molto pericolose per i criminali perché attualmente sono la prova di un reato più vicina alla constatazione diretta; per i politici hanno inoltre un costo molto elevato perché finiscono quasi sempre sui giornali (spesso in maniera indebita): perciò i politici devono eliminarle per non avere prove di malaffare a carico e per non divulgarle pubblicamente. Ma certo non si possono eliminarle tutte; e, anzi, ve ne è un tipo nuovo e più utile, in mano solo alle forze dell’ordine, che T. definisce un mezzo di controllo da stato non democratico in grado di colpire tutti.<br />
La separazione delle carriere è un altro nodo della contro-riforma e un grave errore per la democrazia italiana, in quanto sottoponendo i PM al potere dei politici non verrebbero più perseguiti i reati di quest’ultimi; inoltre, tale proposta è insaporita da due improvvidi condimenti: 1) <strong>l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale</strong>, con cui i politici deciderebbero di fatto quali crimini far perseguire; 2) <strong>l’eliminazione dell’autonomia della polizia giudiziaria</strong>, cioè del braccio indipendente della magistratura nelle indagini.</p>
<p>Il commento a questo libro potrebbe essere lunghissimo per i tanti riferimenti a vicende di questi giorni. Mi limito ad un’osservazione soltanto: il modello americano, cui qualcuno si ispira – ma in maniera molto lontana – per alcune di queste riforme, non convince, perché il PM non deve essere considerato l’avvocato dell’accusa: non deve cioè cercare di far condannare l’imputato, ma accertare, per quanto possibile, i fatti. Il processo penale come delineato dalla costituzione – chissà per quanto ancora – promuove la ricerca della ‘verità’, con tutti i limiti che gli uomini hanno nel fare ciò; non di stabilire che la persona imputata è colpevole, ma di far emergere le responsabilità effettive e, se l’imputato è innocente, scagionarlo. Il tutto per il bene pubblico. Non c’è quindi alcuna simmetria – checché ne dicano tanti opinionisti – con l’avvocato difensore, che agisce comunque in vista degli interessi privati dei clienti, anche quando criminali.<br />
L’indipendenza della magistratura è quindi vitale per l’esistenza della comunità democratica in Italia; ma con l’attacco alla ‘giustizia’, unitamente a quello alla libertà di informazione, è evidente che buona parte delle élite del nostro paese non vuole una democrazia basata sui valori di libertà, uguaglianza, partecipazione e solidarietà. È un altro tipo di ‘democrazia’ cui tende soprattutto l’egemonia di Berlusconi, quella identitaria, che comprime la cittadinanza nel nome di un popolo inteso come contenitore vuoto.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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		<title>Un mondo diverso è possibile</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Nov 2007 21:23:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
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		<description><![CDATA[
&#8220;Un altro mondo è possibile&#8221;. Queste poche parole devono diventare una convinzione radicata di tutti coloro che non accettano le ingiustizie causate dai processi di mondializzazione che vanno sotto il nome di globalizzazione. Tali processi non sono inevitabili, non sono decisi dal fato, ma sono il frutto di scelte di élites politiche, economiche e culturali.
Ecco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img title="Â©flowers" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2007/11/©flowers.jpg" alt="Â©flowers" /></p>
<p>&#8220;Un altro mondo è possibile&#8221;. Queste poche parole devono diventare una convinzione radicata di tutti coloro che non accettano le ingiustizie causate dai processi di mondializzazione che vanno sotto il nome di globalizzazione. Tali processi non sono inevitabili, non sono decisi dal fato, ma sono il frutto di scelte di élites politiche, economiche e culturali.<br />
Ecco il nocciolo del pensiero di J. E. Stiglitz, che con le sue alte competenze in ambito economico illustra il fallimento di una politica neoliberista sconsiderata e spesso criminale, fortemente voluta dagli USA negli anni &#8216;90. Questa politica deve essere sostituita da una nuova linea progettuale mondiale, decisa quanto più possibile in maniera democratica e volta a garantire giustizia ed equità per tutti i popoli attraverso la ridistribuzione delle ricchezze. Non si tratta di una utopia, ma di riforme concrete che secondo Stiglitz si <strong><em>possono</em></strong> <strong>fare</strong>.<span id="more-22"></span></p>
<p>Introduciamo l&#8217;area tematica del blog &#8216;la globalizzazione per noi&#8217; presentando un libro recentemente pubblicato, <em>La globalizzazione che funziona</em> (Torino 2006), da <span style="text-decoration: underline;">J. E. Stiglitz</span>, economista della Columbia University, già  premio Nobel nel 2001.<br />
In questo saggio S. offre una chiara descrizione dei grandi problemi emersi durante i recenti processi economici globali ed avanza una serie di <strong>proposte di riforma</strong>, che si caratterizzano tanto per la duttilità, quanto per il deciso perseguimento del <strong>fine dell&#8217;equità </strong>, cioè di una giustizia derivante da scambi di beni, servizi, capitali e manodopera, tra soggetti posti in condizione di godere di pari diritti. L&#8217;equità costituisce il fulcro di &#8216;<strong>un altro mondo</strong>&#8216;, cioè di un&#8217;alternativa alle tendenze negative degli ultimi anni.<br />
L&#8217;altro mondo di S. è il frutto della <strong>consapevolezza di un fallimento</strong>, quello di una politica economica mondiale, caratterizzata dal &#8216;<strong>fondamentalismo del mercato</strong>&#8216;, che si è imposta negli anni &#8216;90 ed è nota come &#8216;<span style="text-decoration: underline;">Washington Consensus&#8217;</span>. Il governo USA e due organi internazionali da quello strettamente controllati, la <span style="text-decoration: underline;">Banca Mondiale</span> e soprattutto il <span style="text-decoration: underline;">Fondo Monetario Internazionale</span> (FMI), più l&#8217;<span style="text-decoration: underline;">Organizzazione Mondiale del Commercio</span> (OMC o WTO), costituita proprio in quegli anni (1995), sono riusciti ad imporre una politica di liberalizzazioni parziali, riguardanti soprattutto i capitali, che hanno messo in seria difficoltà  i paesi in via di sviluppo, perché le conseguenti speculazioni hanno aggravato la loro situazione economica complessiva.<br />
S. ripercorre in breve le grandi crisi degli ultimi anni: quella russa, quella argentina, quella africana e quella asiatica, mostrando i danni apportati da una politica di apertura ai mercati condotta a tutto vantaggio dei paesi avanzati e le ingiustizie sociali create in quelli più poveri. L&#8217;attenzione di S. si appunta però anche sulla <strong>reazione dei paesi asiatici</strong> alla crisi, i quali sono stati in grado di risollevarsi, svincolandosi dalle direttive del FMI. E questa lezione è stata appresa pure dall&#8217;Argentina, capace di rinegoziare autonomamente il debito che l&#8217;ha portata al collasso, riuscendo al contempo a rilanciare la propria economia senza essere &#8217;soffocata&#8217; dai dettami degli organi internazionali.<br />
S. invita quindi a una duplice presa di coscienza da cui si può avviare una riforma dell&#8217;economia globale: 1) il riconoscimento del<strong> carattere positivo dell&#8217;intervento statale</strong> in ambito economico, in quanto il mercato &#8211; che non risponde mai alle condizioni ideali dei suoi fautori &#8211; non riesce da solo a creare situazioni stabili, ma finisce per aumentare lo squilibrio, portando al paradosso di paesi ricchi pieni di gente povera; 2) l&#8217;esigenza di costituire <strong>nuove istituzioni internazionali</strong>, che consentano di controllare efficacemente i processi economici, garantendo al contempo il maggior grado possibile di democraticità e trasparenza nelle decisioni.<br />
Dunque non è la globalizzazione ad essere sotto accusa, ma una particolare piega che essa ha preso negli ultimi quindici anni; una piega che ha un suo segno emblematico nella crescente importanza politica assunta dal <span style="text-decoration: underline;">PIL</span> nella valutazione dello stato di un&#8217;economia.<br />
S. denuncia concretamente le distorsioni attuali:<strong> le liberalizzazioni asimmetriche</strong> &#8211; ad es. le sovvenzioni all&#8217;agricoltura dei paesi occidentali che soffocano la produzione dei paesi poveri; oppure le <strong>forme di protezionismo mascherato</strong> -; il<strong> controllo dei brevetti</strong>, specie farmaceutici, che nega l&#8217;accesso a conoscenze fondamentali ai paesi poveri, peraltro depredati dalle multinazionali delle proprie tradizioni terapeutiche (<span style="text-decoration: underline;">biopirateria</span>); il<strong> saccheggio delle risorse dei paesi in via di sviluppo</strong> a beneficio di quelli industrializzati e di ristrette élites politiche locali, spesso non democratiche.<br />
<strong>Le risorse andrebbero infatti gestite su scala planetaria</strong>, con progetti complessivi,penalizzando coloro che si comportano in maniera scorretta &#8211; sostenendo ad es. le inefficienze del proprio sistemaindustriale attraverso la mancata adesione al <span style="text-decoration: underline;">protocollo di Kyoto</span> &#8211; e incentivando coloro che adottano comportamenti virtuosi, ad es. la protezione delle foreste dal disboscamento.<br />
E&#8217; necessario quindi <strong>sottoporre a pressione le multinazionali</strong>, creando le condizioni perché maturi <strong>un&#8217;etica della responsabilità  sociale</strong> di quelle imprese. Il sistema economico andrebbe quindi ulteriormente stabilizzato attraverso una <strong>gestione migliore dei prestiti</strong>, tale da non &#8217;strozzare&#8217; la crescita dei paesi più poveri, e anche attraverso un <strong>rafforzamento delle riserve</strong>, magari costituite con una <strong>nuova banconota universale</strong>. Questo permetterebbe di non ricorrere più al dollaro come principale moneta costitutiva delle riserve, circostanza che ha ingenerato <strong>una complessa interdipendenza tra USA e paesi in via di sviluppo</strong>, tale che questi ultimi finiscono per sostenere con flussi di denaro e risorse l&#8217;economia e la società americane, sempre più indebitate, ma abituate anche a vivere al di sopra delle proprie possibilità . E S. profetizza per gli Stati Uniti un &#8216;giorno della resa dei conti&#8217;.</p>
<p>Il discorso di S. sugli USA vale in gran parte anche per l&#8217;Europa: pure noi stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità. E se non si vogliono fronteggiare crisi politiche ed economiche sempre più pericolose, bisogna mettersi nell&#8217;ordine di idee di distribuire ad altri popoli una parte della nostra ricchezza. L&#8217;altra parte invece va invece meglio ripartita all&#8217;interno, dove tanti lavoratori stanno sempre peggio.<br />
La politica statale negativa descritta da S. corrisponde proprio a quella perseguita in Italia negli ultimi anni: imposte regressive (cioè in diminuzione per i ricchi), indebolimento degli ammortizzatori sociali, diminuzione degli investimenti nella ricerca, scarso incentivo ai laureati nelle discipline scientifico-tecnologiche. Bisogna riformulare attraverso una volontà politica democratica, che si rafforza per S. solo attraverso l&#8217;informazione dei cittadini, le basi di una convivenza comunitaria, nazionale e internazionale fondata sui principi di equità.<br />
Al PIL occorre sostituire altri indici, come il <span style="text-decoration: underline;">PNNV</span> (Prodotto Nazionale Netto Verde), che tiene conto dei costi sociali e ambientali, oppure inserire tra i criteri di valutazione economica elementi come la qualità del tempo libero, il numero dei libri letti e dei concerti ascoltati, il tempo trascorso con i figli o dedicato alla comunità.<br />
Torneremo su alcuni di questi aspetti, specie sulle conseguenze sociali della globalizzazione, con un saggio di Bauman, in una prossima tappa del nostro percorso.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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