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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; intercultura</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Educare all&#8217;intercultura</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jun 2008 22:01:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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		<description><![CDATA[â€œLâ€™orizzonte della convivenza, se Ã¨ davvero impostato su basi democratiche, ammette anche il dissenso che puÃ² utopicamente arrivare a ipotizzare una trasformazione radicale (fino al ribaltamento) dei sistemi e dellâ€™organizzazione sociale esistente, puÃ² sopportare la separazione volontaria e la non collaborazione (di cui sono manifestazioni oggi, per esempio, lâ€™astensionismo giovanile), ma rifiuta la violenza e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/07/intercultura.jpg" title="intercultura in Campo.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/07/intercultura.jpg" alt="intercultura in Campo.jpg" align="top" /></a><span style="font-size: 10pt; color: black"><font face="Arial">â€œLâ€™orizzonte della convivenza, se Ã¨ davvero impostato su basi democratiche, ammette anche il dissenso che puÃ² utopicamente arrivare a ipotizzare una trasformazione radicale (fino al ribaltamento) dei sistemi e dellâ€™organizzazione sociale esistente, puÃ² sopportare la separazione volontaria e la non collaborazione (di cui sono manifestazioni oggi, per esempio, lâ€™astensionismo giovanile), ma rifiuta la violenza e la sopraffazione, siano esse individuali, collettive o perfino di stato.â€</font></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; color: black"><font face="Arial"><span id="more-110"></span><br />
</font></span><span style="font-size: 10pt"><font face="Arial">La rilevanza che nel panorama politico occidentale e, in particolare, italiano sta assumendo il confronto con le minoranze etniche e culturali rende utile presentare un agile saggio, <em>Per una pedagogia interculturale. Dalla stereotipia dei pregiudizi allâ€™impegno dellâ€™incontro</em> (Bologna 2003), scritto da un docente di pedagogia interculturale dellâ€™universitÃ  di Bologna, Antonio Genovese.<br />
<o:p></o:p></font></span><span style="font-size: 10pt"><font face="Arial">Con lâ€™intenzione di progettare un confronto non violento tra culture, G. analizza le condizioni dei contatti sempre piÃ¹ frequenti e spesso conflittuali tra gruppi di identitÃ  etnica, religiosa e culturale diversa, descrive le <strong>modalitÃ  di costruzione delle immagini dellâ€™altro</strong> (specie quelle negative) e propone alcuni valori di ispirazione democratica da porre alla base dellâ€™incontro con lâ€™altro.</font></span><span style="font-size: 10pt"></span><span style="font-size: 10pt"><font face="Arial"><o:p></o:p></font></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial"></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial">G. avvia le sue considerazioni dallâ€™attentato alle â€˜Torri Gemelleâ€™, constatando la presenza crescente dellâ€™<strong>odio</strong>, del <strong>conflitto distruttivo</strong>, dellâ€™aspirazione ad una purezza e ad una incontaminazione artificiali, che stanno sempre piÃ¹ spesso dietro a certi atteggiamenti e condotte, individuali e collettive, nel mondo contemporaneo. La comprensione di questa situazione non puÃ² essere garantita dalle spiegazioni semplicistiche che ci veicolano i media e che si riassumono per lo piÃ¹ nella categoria dello <strong>â€˜scontro di civiltÃ â€™</strong>, in particolare quello che opporrebbe lâ€™Occidente allâ€™Islam. Si tratterebbe infatti unâ€™interpretazione fuorviante e limitante delle attuali trasformazioni politiche e sociali che investono il globo.<br />
<o:p></o:p></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial">Questa situazione di conflittualitÃ  va innanzi tutto riconosciuta e quindi <strong>analizzata criticamente</strong>, perchÃ© solo cosÃ¬ Ã¨ possibile, secondo G., comprendere adeguatamente i complessi fenomeni in corso; e ciÃ² significa innanzi tutto partire da una considerazione di due ineludibili componenti del pensiero umano: i <strong>pregiudizi</strong> e gli <strong>stereotipi</strong>. Tali componenti sono strettamente connesse: infatti il pregiudizio Ã¨ <strong>unâ€™opinione preconcetta</strong> in assenza di unâ€™adeguata esperienza, i cui contenuti sono gli stereotipi, cioÃ¨ delle <strong>idee fisse e standardizzate</strong>. Pregiudizi e stereotipi accompagnano la vita quotidiana di tutti e sono solitamente intesi in maniera negativa: il pregiudizio Ã¨ infatti una tendenza a considerare le persone in modo ingiustificatamente sfavorevole; tendenza che si concretizza in credenze rigide che un gruppo ha riguardo ad un altro gruppo.<br />
<o:p></o:p></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial">Dal punto di vista concettuale mi preme mettere in evidenza che il pregiudizio e lo stereotipo rispondono alle esigenze e ai limiti del pensiero dellâ€™uomo, che <strong>riduce cosÃ¬ la complessitÃ  della societÃ  attraverso giudizi ed immagini semplificate</strong>. Inoltre, dal punto di vista collettivo, queste modalitÃ  e questi contenuti del pensare servono per <strong>consolidare la coesione interna di un gruppo</strong> (<strong>effetto di assimilazione</strong>), <strong>accentuando le differenze con gli altri gruppi (effetto di contrasto)</strong>. La forza di pregiudizi e stereotipi risiede nel loro <strong>radicarsi nelle emozioni</strong>, cosa che non permette un loro facile cambiamento, perchÃ© su di essi si fondano <strong>aspetti dellâ€™identitÃ  connessi con lâ€™appartenenza ai propri gruppi di riferimento</strong> (famiglia, amici, comunitÃ ). Nellâ€™ottica di un educatore non Ã¨ quindi sufficiente comunicare delle conoscenze che dimostrino lâ€™infondatezza di pregiudizi razziali o di stereotipi culturali. Lâ€™educatore, per essere efficace, deve infatti trovare il modo di comunicare le conoscenze agganciandole alla dimensione emotiva delle persone che ha di fronte.<br />
<o:p></o:p></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial">Come detto, stereotipi e pregiudizi sono ineludibili, facendo parte della quotidianitÃ  di ogni essere umano nellâ€™organizzare la conoscenza del mondo circostante. Non pochi di essi vanno perÃ² contrastati, cercando prima di tutto di prenderne coscienza; questo perchÃ© alcuni pregiudizi e stereotipi possono rivelarsi <strong>il pericoloso terreno di coltura di discriminazioni e violenze</strong>, specie in certi frangenti storici. Ãˆ il caso ad es. degli attuali rapporti con individui e gruppi di religione islamica; oppure quello dellâ€™<strong>immigrazione</strong>, che sta diventando un fenomeno sempre piÃ¹ importante nel nostro paese. GiÃ , importante: ma fino a che punto? Ãˆ proprio sullâ€™importanza che ad esempio agiscono negativamente gli stereotipi e i pregiudizi; infatti, la nostra percezione dellâ€™immigrazione Ã¨ allo stesso tempo selettiva e abnorme. Câ€™Ã¨ in effetti una tendenza tanto ad accentuare solo alcuni aspetti del fenomeno â€“ quello della microcriminalitÃ , quello dellâ€™inadeguatezza dei modi civili degli stranieri, quello dellâ€™ingiusta concorrenza nel campo lavorativo o delle prestazioni sociali â€“, quanto a trascurarne le cause. Il risultato Ã¨ la crescente frequenza di episodi di conflitto distruttivo, violento, non rispettoso dei valori democratici.<br />
<o:p></o:p></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial">Per opporsi a queste tendenze pericolose, occorre prendere coscienza che lâ€™immigrazione si iscrive in una serie di trasformazioni piÃ¹ ampie che stanno investendo tutto il pianeta e a cui, genericamente, diamo il nome di <strong>globalizzazione</strong>: si tratta di mutamenti che riguardano non solo lâ€™economia, ma i modi di vita di tutti gli uomini; uomini che si spostano ora sul globo secondo flussi che creano â€˜panorami etniciâ€™ complessi e che hanno la possibilitÃ  di entrare in comunicazione immediata con tutte le parti del globo. Lâ€™esito, per quello che ci riguarda da vicino, Ã¨ <strong>la trasformazione dellâ€™Italia in un paese multiculturale</strong>, cioÃ¨ in una realtÃ  sociale e politica in cui coesistono persone di etnie e culture diverse.<br />
<o:p></o:p></span><span style="font-size: 10pt"><font face="Arial">Questa â€˜situazione di fattoâ€™ non Ã¨ di per sÃ© negativa, ma lo puÃ² diventare se questi gruppi etnici e culturali diversi non entrano in <strong>una reciproca relazione costruttiva e aperta</strong>: altrimenti, la coesistenza puÃ² allora svilupparsi in modalitÃ  conflittuali addirittura distruttive per tutti i gruppi che entrano in relazione. Qui puÃ² intervenire la proposta di <strong>incontro</strong> offerta dallâ€™impostazione politica ed educativa dellâ€™<strong>intercultura</strong>. Si tratta di unâ€™accettazione delle <strong>differenze</strong>, del <strong>pluralismo</strong>, che non consiste in una tollerante sopportazione del diverso, ma che Ã¨ piuttosto <strong>una disponibilitÃ  allâ€™ascolto e al dialogo</strong>, in cui si Ã¨ capaci di mettere in gioco se stessi e di arricchire in questo modo la propria identitÃ  personale e di gruppo. In altri termini, si tratta di comprendere che non bisogna solo accogliere degli immigrati in condizione di indigenza e compiere interventi di tipo assistenziale e compensativo, ma che siamo piÃ¹ in generale <strong>immersi in un mondo diverso, molto piÃ¹ interdipendente</strong>, in cui vecchie forme di identitÃ  (ad es. quella nazionale) hanno per molti aspetti perso molta efficacia. Una politica interculturale non solo si organizza per affrontare lâ€™emergenza dei flussi dei migranti, ad esempio assistendo i clandestini che arrivano sui barconi, oppure sostenendo socialmente la loro presenza con un trattamento analogo a quello di ogni altro cittadino; ma si impegna ad educare la maggioranza etnica e culturale di un paese a prendere coscienza dei propri pregiudizi, favorendo, attraverso la consapevolezza, la disponibilitÃ  allâ€™apertura alla pluralitÃ  del mondo contemporaneo.</font></span><span style="font-size: 10pt"></span><span style="font-size: 10pt"></span><span style="font-size: 10pt"><font face="Arial"><o:p></o:p></font></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial"></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial">Quali sono i limiti critici dellâ€™apertura? Fino a che punto puÃ² arrivare il riconoscimento dei diritti culturali di comunitÃ  differenti compresenti in uno stesso spazio geopolitico, diritti che costituiscono una delle frontiere per la costruzione di una rinnovata comunitÃ  politica?<br />
<o:p></o:p></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial">G. insiste espressamente sullâ€™aspetto del contenimento della violenza: il limite nel riconoscimento si costituisce nel controllo dellâ€™ineludibile dimensione conflittuale dei rapporti umani, che deve esprimersi senza evolvere nella sopraffazione, non solo fisica, ma anche simbolica.<br />
<o:p></o:p></span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial">A mio avviso, su un piano positivo e piÃ¹ ampio (cioÃ¨ non di semplice contenimento della violenza), questo si traduce nellâ€™intenzione di attuare i valori democratici di libertÃ , uguaglianza e solidarietÃ , che possano mettere tutti i membri di una comunitÃ  multiculturale in condizione di partecipare pienamente alla vita sociale e politica: questa costellazione, su cui si Ã¨ piÃ¹ volte ritornati nei post precedenti, non puÃ² non creare conflitti, forse anche duri, sia con altre culture sia con alcune componenti della nostra, che pure ha prodotto tale costellazione. Per questo motivo risulta assolutamente strategica nel mondo contemporaneo lâ€™elaborazione e la promozione di una pedagogia democratica (vedi il post <em>Imparare democrazia</em>), che arricchisca il suo nocciolo duro di valori nellâ€™incontro con gli altri, educando tutti i cittadini allâ€™intercultura.</span></p>
<p align="right"><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial">E.R.</span></p>
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