Posts Tagged ‘lavoro’

Costruzione di genere maschile e potere in Italia: Mimì metallurgico ferito nell’onore

venerdì, maggio 30th, 2014

©gloves“Voglio dire che razionalmente io ritenevo giusto, anzi sacrosanto, dare più spazio alle donne, eliminare la rigidità dei ruoli nel rapporto e così via; tuttavia, come uomo, io dovevo – devo – affrontare un problema di identità; io cedo loro molti territori, mi ritiro da parecchie posizioni, senza sapere bene dove andare. Un cedimento – una serie di cedimenti – non drammatico, non castrante, nella fase in cui la politica, vissuta come impegno totale, è a un livello molto alto; ma che sembra insostenibile quando questo livello si abbassa paurosamente.” (testimonianza relativa agli anni ‘70 raccolta in M. Rusconi, Amore plurale maschile, Milano 1990, p. 81; citato in M. Bellassai, L’invenzione della virilità. Politica e immaginario maschile nell’Italia contemporanea, Roma 2011, p. 134). (altro…)

Valorizzare le donne conviene

sabato, novembre 9th, 2013

©redholes“Valorizzare il lavoro delle donne fuori casa è un obiettivo cruciale oggi in Italia perché corrisponde non solo a principi di equità, ma anche di efficienza economica. Ridurre il divario nei tassi di attività tra uomini e donne è un’esigenza coerente con i principi di eguaglianza di genere, di pari opportunità e di giustizia sociale. Le giovani donne italiane hanno ormai un livello di istruzione addirittura più elevato di quello dei loro coetanei maschi e hanno quindi il diritto di realizzarsi nel lavoro e nella carriera al pari degli uomini. Ma, non meno importante, se le donne investono in capitale umano quanto gli uomini, la bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro implica uno spreco di quei talenti femminili in cui le famiglie e le istituzioni pubbliche hanno investito, con una conseguente perdita per l’economia.” (altro…)

Flessibilità: la copertura ideologica di una mercificazione globale del lavoro a fini di dominio

lunedì, dicembre 19th, 2011

©benttube

“Una politica del lavoro globale potrà affermarsi solamente quando diverranno maggioranza le persone consapevoli che la richiesta di utilizzare la forza di lavoro solo quando serve, e fintanto che serve, non è uno strumento isolato del conflitto sociale. È piuttosto uno dei più insidiosi tra i tanti inclusi nell’armamentario dell’attacco politico che all’ombra di sedicenti ragioni tecniche – manco a dirlo il suo costo, a fronte del deficit del bilancio pubblico – viene da tempo condotto allo Stato sociale, in Italia come in altri paesi europei, nelle sue varie componenti: sanità, scuola, pensioni. Con un successo ormai evidente, soprattutto nel caso di queste ultime”. (altro…)

Una battaglia di civiltà fondamentale per la sicurezza sul lavoro

mercoledì, ottobre 19th, 2011

©rope“[…] a questo proposito lascia stupefatti l’arretramento culturale avvenuto negli ultimi decenni, come se gli anni ’70 fossero lontani un’era geologica: «In quel periodo – osserva [Vezio] Ruggeri [psicofisiologo presso la facoltà di psicologia della Sapienza di Roma]  – si iniziava a fare strada una concezione innovativa, secondo la quale il lavoratore entrava nella progettualità generale del processo produttivo. Il lavoratore stesso attribuiva un valore al suo lavoro riconoscendosi delle competenze acquisite con la sua esperienza lavorativa nell’azienda o nel settore, da mettere al servizio di un miglioramento delle proprie condizioni lavorative. […]. È evidente che se il processo lavorativo non è collocato in quest’ottica perché considerata astratta dalle stesse organizzazioni dei lavoratori, diventa molto più semplice ‘monetizzare quello che è un diritto a condizioni lavorative umane’, inseguendo l’uovo oggi piuttosto che una gallina, considerata improbabile, domani […]»”. (altro…)

The Take, la presa

domenica, giugno 19th, 2011

©gloves

“Occupare. Resistere. Produrre. Nei sobborghi di Buenos Aires trenta lavoratori disoccupati “organizzati” entrano nella loro fabbrica inattiva, tirano fuori i materassini sui quali dormire e rifiutano di andarsene. Quello che vogliono? Riavviare le macchine ferme. Ma questo semplice gesto – the take – ha il potere di portare alla ribalta il problema della globalizzazione.” (altro…)

La cultura del nuovo capitalismo

domenica, marzo 20th, 2011

©hangedhead“Un Io orientato sul breve periodo, concentrato sulle abilità potenziali, disponibile ad abbandonare le esperienze passate è – per esprimersi con gentilezza – uno strano tipo di essere umano. La maggior parte delle persone non è fatta così: le persone hanno bisogno di una biografia coerente, sono orgogliose di saper fare bene determinate cose e danno valore alle esperienze che hanno fatto nel corso della loro vita. Perciò, l’ideale culturale promosso dalle nuove istituzioni danneggia molte persone che vivono in esse.” (altro…)

Orientamento – Storie del piccolo paese nel grande mondo

martedì, gennaio 11th, 2011

©island

I piccoli portinai del piccolo paese. “C’era una volta un piccolo paese. Nel piccolo paese” c’era una cooperativa di piccoli portinai: alcuni erano vecchi, altri giovani; alcuni indigeni, altri stranieri; ma soprattutto alcuni erano capi e altri erano sottoposti. Tra i piccoli portinai ce n’era uno più vecchio: questi beneficiava di un contratto che gli consentiva di avere uno stipendio dignitoso per il tempo dedicato allo svolgimento delle sue mansioni. I capi non sopportavano affatto questa situazione antica, perché ormai per i giovani che venivano assunti erano preparati contratti nuovi di zecca, con cui gli stipendi ammontavano alla metà di quelli del vecchio portinaio. I capi si adoperavano quindi per mandarlo in pensione, o comunque per ridurre il suo orario al minimo, sostituendolo per il restante monte-ore con uno dei giovani portinai. I capi scelsero allora una giovane piccola portinaia per fare il lavoro del vecchio collega. La giovane, però, non era contenta; con la sua formazione da cittadina non ancora del tutto sopita pensava e diceva: ‘Il contratto e lo stipendio del vecchio portinaio sono giusti e dignitosi. E li dovremmo avere tutti noi!’. Tuttavia, gli altri membri della cooperativa, compresi alcuni giovani portinai, persino quelli che avevano la stessa formazione della loro collega, l’accusavano di essere un’idealista e aggiungevano: ‘Non è giusto che esista ancora un portinaio che prenda uno stipendio dignitoso. Bisogna essere tutti uguali e ricevere tutti la stessa miserevole paga!’. Ironia della sorte (o perfida malignità), i capi fecero comunicare la riduzione di orario al vecchio portinaio dalla giovane portinaia. La collega avrebbe sottratto all’anziano collega tante ore fino al punto che in alcuni giorni avrebbe dovuto lavorarne dieci e talvolta persino undici o dodici. Questo monte-ore le ricordò allora una vecchia storia – e di storie lei ne sapeva, visto che in un altro mondo sarebbe stata proprio un’insegnante di storia –: nelle lotte dei lavoratori una delle prime conquiste fu la riduzione dell’orario delle donne e dei bambini a dieci ore. Ora tale storia era molto antica, molto più antica dell’antico contratto del vecchio portinaio: risaliva ad oltre centocinquant’anni prima, proprio al culmine finale di un’epoca definita delle Rivoluzioni. Questa parola le balenò per un attimo nella mente assonnata, prima di iniziare il lungo turno di lavoro in una città sempre più grigia. Era questo un fenomeno strano, ma sempre più diffuso: nonostante i capi e nonostante i giovani convinti masochisticamente a ritenere giusta la riduzione della dignità del proprio lavoro dagli stessi capi, dai politici, dalla televisione, nel piccolo paese c’erano sempre più persone attraversate da questi baleni, che presi tutt’insieme formavano un variopinto arcobaleno. Era l’annuncio esile che il sole sarebbe prima o poi tornato. (altro…)

Il futuro del ’68

sabato, novembre 29th, 2008

68.jpg

“La poderosa fabbrica – moderna e postmoderna – dell’idiozia a presa rapida, che depersonalizza gli individui (e le collettività) nella passività connivente, fa leva sulla rottura e il nascondimento del nesso causa-effetto. Occultato il rapporto esistente fra profitto-tecnica-potere da una parte e sfruttamento-alienazione-eterodirezione dall’altra, la condizione di impotenza delle persone appare come un risultato “naturale”, il portato di una situazione “normale” e inevitabile. […] Ecco un’altra ragione essenziale per cui il potere dominante ha un interesse strategico a distorcere e occultare il significato profondo del Sessantotto. Infatti: da lì – da allora – viene la dimostrazione, teorica e pratica, che il “re” può essere messo a nudo, e destituito. E che noi – ognuno di noi insieme agli altri – possiamo costruire un mondo nuovo. Di consapevoli, e di artefici del proprio futuro.” (altro…)


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