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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; lavoro</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Flessibilità: la copertura ideologica di una mercificazione globale del lavoro a fini di dominio</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 22:32:02 +0000</pubDate>
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&#8220;Una politica del lavoro globale potrà affermarsi solamente quando diverranno maggioranza le persone consapevoli che la richiesta di utilizzare la forza di lavoro solo quando serve, e fintanto che serve, non è uno strumento isolato del conflitto sociale. È piuttosto uno dei più insidiosi tra i tanti inclusi nell&#8217;armamentario dell&#8217;attacco politico che all&#8217;ombra di sedicenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©benttube" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/12/©benttube.jpg" alt="Â©benttube" /></p>
<p>&#8220;Una politica del lavoro globale potrà affermarsi solamente quando diverranno maggioranza le persone consapevoli che la richiesta di utilizzare la forza di lavoro solo quando serve, e fintanto che serve, non è uno strumento isolato del conflitto sociale. È piuttosto uno dei più insidiosi tra i tanti inclusi nell&#8217;armamentario dell&#8217;attacco politico che all&#8217;ombra di sedicenti ragioni tecniche &#8211; manco a dirlo il suo costo, a fronte del deficit del bilancio pubblico – viene da tempo condotto allo Stato sociale, in Italia come in altri paesi europei, nelle sue varie componenti: sanità, scuola, pensioni. Con un successo ormai evidente, soprattutto nel caso di queste ultime&#8221;.<span id="more-1127"></span></p>
<p>Con questo post chiudiamo il miniciclo dedicato al lavoro, presentando un altro libro del sociologo Luciano Gallino, dal titolo <em>Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità</em> (Roma-Bari 2010<sup>2</sup>).<br />
In tale saggio G. fornisce un quadro del <strong>fenomeno del mondo del lavoro che va sotto il nome di flessibilità</strong>. Ne illustra le cause (sintetizzabili in una ristrutturazione della produzione su scala mondiale avviatasi dagli anni ’80), gli effetti (consistenti soprattutto nella compressione dei costi e dei diritti del lavoro, che produce a cascata ulteriori danni umani e sociali), e gli usi ideologici (riassumibili nella celebrazione politica di virtù, dati alla mano infondate, sul piano della competitività e del miglioramento dell’occupazione).</p>
<p>In Italia e in altri paesi occidentali è ormai diventata <strong>costante la richiesta rivolta dalla politica alla società di ristrutturare le modalità di lavoro secondo una concezione ‘flessibile’</strong>. Ma cosa vuol dire precisamente flessibilità? Per G. si ricomprendono in questa categoria <strong>tutte le occupazioni che di fatto impongono alla persone di adattare l&#8217;organizzazione della propria esistenza alle esigenze della produzione di beni e servizi</strong>, sia nel settore privato che in quello pubblico. Questo adattamento può essere continuo e reiterato anche su tempi brevi, persino di mesi e settimane, così che è facile immaginare lo sconvolgimento delle normali condizioni di vita e, paradossalmente, il peggioramento delle stesse prestazioni lavorative.<br />
La varietà di queste occupazioni flessibili è molto ampia, ma si possono per G. distinguere <strong>tre grandi rami</strong>. Due sono quelli che comprendono i lavori regolari i quali si articolano secondo: 1) <strong>la flessibilità dell’occupazione</strong>, che è l’effetto della possibilità data alle imprese di adeguare costantemente la quantità di forza-lavoro impiegata, cioè di licenziare facilmente e di assumere (e riassumere) i lavoratori senza particolari garanzie grazie a una serie di contratti ‘atipici’; 2) <strong>la flessibilità della prestazione</strong>, che consente alle imprese di modulare le forme e i tempi del lavoro da parte dei dipendenti, anche quando assunti a tempo indeterminato. Il terzo ramo di occupazioni che risponde in sostanza ai canoni di questa tendenza alla flessibilità è quello costituito dal <strong>lavoro irregolare</strong>, in cui non esistono di fatto garanzie e diritti per i dipendenti. Le occupazioni flessibili regolari e il lavoro sommerso convivono spesso nello stesso sistema e si assiste di frequente a flussi che vanno dalle prime al secondo (e viceversa). Complessivamente, secondo le articolate valutazioni dei dati da parte di G., vi sarebbero circa 11 milioni di lavoratori in Italia che rientrerebbero in questi gruppi, distribuendosi all’incirca a metà: cinque/sei milioni di ‘flessibili’, cinque/sei milioni di ‘lavoratori in nero’.<br />
Alla base di questo fenomeno in netta crescita negli ultimi vent’anni sta, come accennato, <strong>una ristrutturazione mondiale delle forme di produzione</strong>. Questa ristrutturazione consiste in una <strong>riorganizzazione della catena produttiva</strong> che viene divisa in anelli sempre più stretti, cioè in piccole imprese, sparse per il mondo, che creano ognuna una parte del valore finale del prodotto. Tale scomposizione che porta tanti vantaggi alle cosiddette <em>corporations</em>, le quali raccolgono e guidano questi anelli disseminati, ha <strong>uno dei suoi obiettivi</strong> nella <strong>riduzione del costo del lavoro</strong>, che viene trattato come una qualsiasi merce e viene quindi adeguato al comandamento del <em>just on time</em>: la prestazione lavorativa viene applicata all’attività produttiva e remunerata secondo le strette esigenze di risposta produttiva ad una domanda del mercato. Ovvio che così <strong>si destrutturano le modalità tradizionali del lavoro</strong> che viene quindi più facilmente trasferito dai paesi avanzati in quelli in via di sviluppo dove il costo, i diritti, le tutele sono enormemente inferiori. Questa ristrutturazione ha messo così in concorrenza i lavoratori che vivono in condizioni dignitose nei paesi occidentali con quelli sfruttati delle aree dei paesi più poveri.<br />
La flessibilità è il nome che prende dunque tale <strong>concorrenza tra lavoratori che punta decisamente al ribasso dei salari e al peggioramento delle condizioni di lavoro</strong>. Essa è la figlia primogenita di una globalizzazione in cui vengono premiate le aziende che ricorrono alla maggior quota di questi lavoratori non garantiti. Si assiste in tal senso ad una sempre più diffusa <strong>deresponsabilizzazione delle imprese</strong> che, specie in un paese come l’Italia, scaricano il rischio sui lavoratori, coprendo con il manto ideologico della flessibilità le insufficienze sul piano della ricerca, dell’innovazione, della pianificazione industriale e delle relative strategie.<br />
Certo, non tutta la colpa è delle imprese, ma anche degli investitori, specie di quelli istituzionali, come i fondi pensione, i quali richiedono tassi altissimi, che costringono i produttori a ridurre i costi in maniera sconsiderata. Ma pure in questo caso interviene un’azione di copertura ideologica sulle modalità corrette di investimento. Ed è questo un compito assolto dai politici, tanto dagli esponenti di una destra più o meno liberale quanto dai socialdemocratici.<br />
È la politica infatti a <strong>porre la flessibilità come priorità, giustificandola con l’incremento dei posti di lavoro</strong>. Tuttavia, G. ha gioco facile nel mostrare ad esempio che spesso il numero delle ore lavorate nei paesi occidentali non è aumentato, ma è stato redistribuito nei flussi intermittenti delle occupazioni flessibili.<br />
Per raggiungere l’obiettivo della competitività attraverso la riduzione dei costi del lavoro l’agenda politica dei paesi occidentali, condizionata dal credo neoliberista, colloca al primo posto <strong>lo smantellamento della legislazione che garantisce i diritti dei lavoratori</strong>, frutto di battaglie sociali durate oltre un secolo. La nostra stessa Costituzione, con la centralità accordata al lavoro sin dall’art. 1, è un risultato altissimo di queste battaglie e mostra esemplarmente come esso costituisca<strong> la dimensione fondamentale della vita</strong>, sulla quale si può costruire la cittadinanza democratica. Non è dunque accettabile una sua mercificazione.<br />
G. segue quindi l’abbattimento delle garanzie e dei diritti dei lavoratori, iniziato in Italia nel 1993 e proseguito, dopo le brecce aperte dal centro-sinistra, con i provvedimenti del centro-destra nel primo decennio del XXI secolo, attraverso i quali si è data alle imprese la totale libertà di ricorrere alle forme di impiego in affitto, che sganciano il dipendente dalla realtà produttiva dove lavora.<br />
Ovviamente i politici nascondono o <strong>minimizzano la portata delle conseguenze delle occupazioni flessibili</strong>. Inoltre preferiscono curare gli effetti piuttosto che le cause della ristrutturazione produttiva, attraverso quella strategia europea che si chiama <strong>flessicurezza</strong>. La flessicurezza, che in Italia prende il nome di ‘ammortizzatori sociali’, è una soluzione che cerca di mantenere l’occupazione attraverso la formazione costante, la politica attiva del lavoro e  la generosità del sistema del welfare. Tuttavia appare <strong>una strategia di semplice contenimento</strong> anche negli stati più avanzati, come l’Olanda e la Danimarca. E certamente quello che si fa in questi paesi non è assolutamente possibile nel nostro per mancanza di risorse.<br />
Si tratta insomma solo di <strong>una riduzione dei danni</strong>, che sono gravissimi e si possono riassumere con il concetto di <strong>precarietà</strong>. Si tratta di <strong>uno stato di insicurezza oggettiva e soggettiva</strong>, che non permette di formulare progetti riguardo al futuro e intacca le condizioni di vita quotidiana, trasformando la stessa personalità dei lavoratori ed influendo decisivamente anche su quella dei figli che soffrono per l’insicurezza dei genitori, sviluppando addirittura strutture caratteriali asociali che si manifestano nella chiusura in se stessi o nella violenza. Per non parlare poi dei danni portati al lavoro stesso, dal momento che la flessibilità, cioè la precarietà, comporta demotivazione, scarsa qualificazione, mancanza di prospettive di avanzamento nella carriera, dispersione delle conoscenze.</p>
<p>Insomma questa nuova modalità di occupazione globale sta distruggendo sia sul lavoro sia, più in generale, nella società i fondamentali fattori di integrazione e prepara periodi di forte conflittualità. Nel nome della flessibilità si stanno disintegrando i legami coesivi del tessuto sociale da quelli sindacali, a quelli comunitari, per giungere addirittura ad intaccare quelli familiari. Mi sento di condividere dunque il giudizio di G. secondo cui si è in presenza di una regressione, cioè di una perdita di conquiste che sono costate gli sforzi (e spesso la vita) di milioni di persone tra Otto e Novecento. E concordo sul fatto che, come si viene scrivendo da qualche tempo sul blog, in realtà non si assiste ad una trasformazione sociale riconducibile a fattori puramente tecnico-economici, come vorrebbe farci credere l’ideologia della flessibilità. In realtà si scorge un tentativo di imporre una certa visione della società, estremamente inegualitaria e, da ultimo, antidemocratica. La battaglia sul lavoro è decisiva nella ‘guerra’, tutta politica, condotta ormai da alcuni decenni contro lo stato sociale, che è una condizione indispensabile alla fioritura di ogni cittadino in quanto persona.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Una battaglia di civiltà fondamentale per la sicurezza sul lavoro</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 20:29:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;[...] a questo proposito lascia stupefatti l&#8217;arretramento culturale avvenuto negli ultimi decenni, come se gli anni &#8216;70 fossero lontani un&#8217;era geologica: «In quel periodo &#8211; osserva [Vezio] Ruggeri [psicofisiologo presso la facoltà di psicologia della Sapienza di Roma]  - si iniziava a fare strada una concezione innovativa, secondo la quale il lavoratore entrava nella progettualità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©rope" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/10/©rope.jpg" alt="Â©rope" />&#8220;[...] a questo proposito lascia stupefatti l&#8217;arretramento culturale avvenuto negli ultimi decenni, come se gli anni &#8216;70 fossero lontani un&#8217;era geologica: «In quel periodo &#8211; osserva [Vezio] Ruggeri [psicofisiologo presso la facoltà di psicologia della Sapienza di Roma]  - si iniziava a fare strada una concezione innovativa, secondo la quale il lavoratore entrava nella progettualità generale del processo produttivo. Il lavoratore stesso attribuiva un valore al suo lavoro riconoscendosi delle competenze acquisite con la sua esperienza lavorativa nell&#8217;azienda o nel settore, da mettere al servizio di un miglioramento delle proprie condizioni lavorative. [...]. È evidente che se il processo lavorativo non è collocato in quest&#8217;ottica perché considerata astratta dalle stesse organizzazioni dei lavoratori, diventa molto più semplice &#8216;monetizzare quello che è un diritto a condizioni lavorative umane&#8217;, inseguendo l&#8217;uovo oggi piuttosto che una gallina, considerata improbabile, domani […]»&#8221;.<span id="more-1048"></span></p>
<p>Riprendiamo il ciclo sul lavoro presentando <em>Uno ogni sette ore. Perché di lavoro si muore</em> (Roma 2008), un libretto scritto da Gianni Pagliarini, già parlamentare e presidente della Commissione Lavoro della Camera, e Paolo Repetto, giornalista che si è occupato di temi sindacali e del lavoro.<br />
P. e R. intendono illustrare i vari aspetti di <strong>una vera e propria emergenza sociale</strong>, quella delle <strong>morti e degli infortuni sul lavoro</strong> in Italia. P., promuovendo dalla sua posizione parlamentare l’adozione di un testo unico sulla sicurezza del lavoro durante l’ultimo governo Prodi (2006-2008), ha cercato di focalizzare il problema a partire dalla concreta esperienza degli individui e ha così potuto tracciare alcune linee di trasformazione della cultura del lavoro degli ultimi tempi.</p>
<p>Tale emergenza scaturisce secondo gli autori da un <strong>cortocircuito tra organizzazione del lavoro, apparati ispettivi e meccanismi di controllo politico e sociale</strong>. La risonanza ottenuta sui media dagli incidenti più eclatanti avvenuti negli ultimi anni, come quello recentissimo di Barletta, è per lo più risultata effimera, centrata com’è sull’evento e sulla sua tragicità, e non ha saputo far riflettere sulle radici del problema. Più incisivo nel far prendere <strong>coscienza dell’intollerabilità sociale della morte</strong> sul lavoro sono stati i costanti richiami del Presidente della Repubblica ai principi della Costituzione. <strong>La Repubblica italiana è infatti fondata sul lavoro</strong> (art. 1) e si adopera per la sua tutela in tutte le forme e applicazioni (art. 35), nel quadro di un’attività economica la cui libertà non può svolgersi in contrasto con l&#8217;utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (art. 41).<br />
La riaffermazione dei principi, per quanto importante, deve prendere corpo in una norma giuridica specifica ed è così che P. si è impegnato per <strong>promuovere un testo unico sulla sicurezza</strong>, che ha preso forma nella <strong>legge n. 81/2008</strong> (<strong><em>Testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro</em></strong>). A spingere verso questo intervento normativo di riorganizzazione e rinnovamento di questo fondamentale ambito sociale è stata <strong>la consapevolezza che gli incidenti si ingenerano non in situazioni eccezionali</strong>, ma da una quotidianità pesante, fatta di stress, di ritmi ossessivi di lavoro, di precarizzazione dei rapporti di impiego, di compressione dei salari e dei diritti. Il testo unico nasce dalla consapevolezza di questa situazione e dalla volontà di <strong>operare una svolta culturale</strong> da opporre al clima di crescente rassegnazione, generata soprattutto da una condizione di più o meno implicito ricatto operato ai danni dei lavoratori.<strong> Un ricatto</strong> spesso accettato da coloro che preferiscono monetizzare i propri diritti, assumendosi carichi di lavori più pesanti e pericolosi, al posto di garantirsi la qualità e la sicurezza del proprio lavoro.<br />
Più operativamente il Testo Unico cerca innanzi tutto di <strong>potenziare i controlli</strong>, aumentando il numero degli ispettori del tutto insufficiente per far fronte alla miriade di aziende sul territorio italiano. Ma è soprattutto nelle fasi della <strong>prevenzione</strong> e della <strong>repressione</strong> che sono stati predisposti strumenti più efficaci, specie nel settore degli appalti, dove la corsa ai massimi ribassi porta ad una contrazione dei costi per la sicurezza. Inoltre, la norma promuove <strong>le attività di informazione e formazione</strong> e appronta anche dei metodi di <strong>verifica dell’efficacia delle sue disposizioni</strong>, perché non rimangano dopo l’emanazione lettera morta.<br />
È ovvio che un intervento legislativo del genere <strong>comporta dei costi immediati</strong>. Tuttavia, è bene sottolineare che la sicurezza va di pari passo con una competitività basata sull’innovazione e sull’integrazione dei processi di produzione di beni e servizi, cioè su un aumento di produttività orientato verso l’alto e non verso il basso. Ed inoltre, l’efficace applicazione delle misure di sicurezza sul lavoro implicherebbe la drastica diminuzione dei costi sociali dell’infortunistica, che dagli autori (nel 2008) venivano computati a 40 miliardi di euro.<br />
Purtroppo, questa norma e la svolta culturale che promuove hanno degli <strong>avversari</strong>. In primo luogo <strong>l’indifferenza</strong>, che viene alimentata dall’assuefazione alle condizioni di insicurezza del lavoro e dalla credenza nella fatalità degli episodi tragici. Contro tale atteggiamento non si può far altro che <strong>cercare di sensibilizzare i cittadini</strong>, mostrando loro che un così alto numero di incidenti dipende da un generale abbassamento della qualità del lavoro.<br />
Il Testo Unico ha poi incontrato <strong>un grande avversario nell’attuale maggioranza politica</strong>, che da una parte tende a minimizzare il fenomeno e dall’altra ha neutralizzato alcuni strumenti della nuova normativa che riteneva penalizzanti per <strong>gli imprenditori</strong>.<br />
Una parte non trascurabile di questi ultimi costituisce <strong>l’ultimo avversario</strong> della legge sulla sicurezza i cui oneri sarebbero inutili e troppo gravosi e le cui pene troppo pesanti. Questo atteggiamento è riconducibile ad <strong>una cultura economica e produttiva</strong> che in nome delle idee di sviluppo, di flessibilità, di <em>core-business</em>, di produzione <em>on-time</em> sta di fatto <strong>provocando un’involuzione delle condizioni di lavoro</strong>: <strong>il lavoratore diventa così una variabile dipendente</strong>, sulla quale si opera la riduzione dei costi e, se del caso, si scaricano i rischi di impresa.<br />
Si è imposto quindi, soprattutto a partire dagli anni ’90, un modello generatore di incertezza sul lavoro basato su processi di <strong>precarizzazione</strong>, di <strong>esternalizzazione</strong>, di <strong>delocalizzazione</strong>, che hanno finito per frantumare il fronte dei lavoratori anche all’interno di comparti contigui con effetti negativi sul piano dell’organizzazione. Ma tutto ciò non ha avuto solo effetti sulla sicurezza. Ha <strong>inciso anche sulla qualità del lavoro</strong> perché strutture produttive di beni e di servizi – e in questo secondo, amplissimo, campo rientrano anche settori sociali come la sanità o addirittura i vigili del fuoco – hanno conosciuto un <strong>abbassamento degli standard</strong> nel loro funzionamento per l’eccessiva mobilità degli operatori, per la difficoltà del loro inquadramento e per la conseguente difficile trasmissione delle competenze tra esperti e giovani.<br />
Questi processi prendono ad esempio corpo in <strong>fenomeni di intermediazione del lavoro</strong> che sono giunti addirittura a riproporre il caporalato, assente per lungo tempo da gran parte dell’Italia. Ma ci sono anche più sofisticate forme di fornitura di manodopera – non solo di operai e di manovali, ma anche di infermieri, operatori di <em>call center</em> o, ricordate, portinai –, che si servono strumentalmente dell’istituto della cooperativa, svuotandolo di tutti i suoi significati sociali mutualistici.<br />
Lo scopo complessivo di tutto ciò è <strong>una <em>deregulation</em> dell’attività economica, che non sia quindi più volta a fini sociali</strong>, come recita l’art. 41 (che l’attuale maggioranza vuole tanto cambiare), <strong>e che non tuteli più il lavoro</strong>. C’è chiaramente alla base una cultura basata sull’egoismo sociale e territoriale, che è uno dei cardini valoriali delle formazioni politiche che sostengono l’attuale governo. Purtroppo, è una cultura che attraversa tutti i gruppi sociali, anche quei lavoratori pronti, secondo P. e R., alla monetizzazione dei rischi o alla garanzia degli interessi del proprio ristretto gruppo. Una cultura che consente di spiegare fenomeni altrimenti incomprensibili come la richiesta di risarcimento avanzata dalla Umbria Olii ai parenti delle vittime dell’incidente di Campello sul Clitunno, con il completo disconoscimento delle proprie pressoché esclusive responsabilità.</p>
<p>Detto <em>en passant</em> che uno degli effetti di questo egoismo sociale è la progressiva estinzione di una cultura del lavoro, che era molto forte in Italia e in Europa nei tre-quattro decenni successivi alla seconda guerra mondiale, mi preme ribadire in sede di commento che questi fenomeni sono il segno evidente di una involuzione sociale. Dalle interviste che costituiscono la seconda parte del libro, specie da quelle delle persone che hanno un’esperienza riflessiva nell’ambito del lavoro e della sicurezza, emerge la consapevolezza di un arretramento rispetto agli anni ’70 e ’80. Oggi, dietro il paravento di una nuova ideologia – quella centrata intorno all’uso strumentale dei concetti di flessibilità e di crescita –, si sta operando una compressione della società verso il basso che viene fatta passare subdolamente come una necessità per la competitività. Ma è evidente che la competitività positiva, in quanto preordinata “ai fini sociali” del benessere di tutti cittadini, si fonda sulla ricerca e sull’innovazione e quindi sull’organizzazione e sulla sicurezza del lavoro. Purtroppo – è chiaro –, il fine non è quello, ma – come veniamo dicendo ormai da tempo – l’instaurazione di una nuova forma di predominio sociale basata sulla concentrazione delle risorse in poche mani.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>The Take, la presa</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jun 2011 12:52:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
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“Occupare. Resistere. Produrre. Nei sobborghi di Buenos Aires trenta lavoratori disoccupati “organizzati” entrano nella loro fabbrica inattiva, tirano fuori i materassini sui quali dormire e rifiutano di andarsene. Quello che vogliono? Riavviare le macchine ferme. Ma questo semplice gesto – the take – ha il potere di portare alla ribalta il problema della globalizzazione.”
Inauguriamo, come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©gloves" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/06/©gloves.jpg" alt="Â©gloves" /></p>
<p>“Occupare. Resistere. Produrre. Nei sobborghi di Buenos Aires trenta lavoratori disoccupati “organizzati” entrano nella loro fabbrica inattiva, tirano fuori i materassini sui quali dormire e rifiutano di andarsene. Quello che vogliono? Riavviare le macchine ferme. Ma questo semplice gesto – <em>the take </em>– ha il potere di portare alla ribalta il problema della globalizzazione.”<span id="more-952"></span></p>
<p>Inauguriamo, come da tempo annunciato, un ciclo di post sul lavoro, presentando un film-documentario dal titolo <em>The Take </em>(2004), realizzato da due giornalisti canadesi Avi Lewis e Naomi Klein, autrice quest’ultima di libri di successo internazionale sugli effetti della globalizzazione, come <em>No logo</em> e <em>The Shock Doctrine</em>.<br />
Il film, accompagnato anche da un libro che racconta la situazione dell’Argentina sotto vari punti di vista (<em>Argentina fuori dell’ordinario</em>), si concentra sulle vicende di trenta operai disoccupati dell’acciaieria Forja San Martin, i quali decidono di far ripartire la produzione negli impianti dismessi in seguito alla crisi economica del 2001.</p>
<p>La <strong>chiusura di molte fabbriche</strong> e quindi <strong>la perdita di migliaia posti di lavoro</strong> sono state infatti tra le conseguenze più pesanti del tracollo che la nazione più ricca del Sudamerica ha subito dieci anni fa. L’Argentina si è così trasformata nel “<strong>paese fantasma globalizzato</strong>”, cioè nel ‘laboratorio’ politico, sociale ed economico in cui è stato <strong>portato alle sue ultime (negative) conseguenze il modello del capitalismo mondiale contemporaneo</strong>. In tal senso, tengono a precisare gli autori, si sarebbe potuti essere ovunque, e non solo in America Latina.<br />
Ma in Argentina, in maniera esemplare, è stato reso povero un paese dotato di grandissime risorse. La situazione di questo paese si è aggravata soprattutto durante le presidenze di <strong>Carlos Menem</strong>, la cui politica economica è stata caratterizzata da <strong>tagli alle spese sociali</strong>, <strong>vendita di beni pubblici</strong> e <strong>favori alle grande imprese</strong>. Il Fondo Monetario Internazionale, propugnatore di questa forma di capitalismo globale, aveva indicato l’Argentina di Menem come <strong>un modello perché aveva tra l’altro consentito una circolazione di capitali pienamente libera</strong>. Libera al punto che in una notte le banche hanno potuto portare via dal paese quaranta miliardi di dollari, lasciando gli argentini senza più alcun credito e costringendo le autorità a chiudere gli sportelli bancari e a congelare i conti dei cittadini. Un fatto emblematico del selvaggio capitalismo finanziario globale che non solo schiaccia senza riguardo milioni di persone, ma approda infine all’esito paradossale di impedire crescita e sviluppo pur in presenza di grandi ricchezze.<br />
Secondo gli autori le forti proteste della popolazione e addirittura le rivolte sono però servite fino ad un certo punto. È infatti un altro il fenomeno significativo su cui K. e L. hanno appuntato l’attenzione: <strong>la riattivazione degli impianti dismessi da parte di gruppi operai</strong>, che si sono opposti alla <strong>decisione delle proprietà</strong>, per lunghi anni agevolate e addirittura sostenute dal governo argentino, <strong>di</strong> <strong>limitarsi a vendere i macchinari piuttosto che di provare a rilanciare la produzione</strong>. Cosa del resto difficile da fare se nell’ambito imprenditoriale si era consolidata ormai l’abitudine ad avere vita facile grazie al sostegno esterno di stato e banche.<br />
Diversa invece la visione degli operai che non hanno veramente capito perché realtà produttive funzionanti sul territorio dovessero chiudere. Ed è questo anche il caso dell’acciaieria Forja San Martin, di cui nel documentario si seguono le vicende al termine delle quali gli operai rileveranno la fabbrica per continuare a lavorare.<br />
Questi lavoratori hanno potuto imitare un esempio, quello dell’industria di ceramiche <strong>Zanon</strong>, gestita dai 300 dipendenti. Alla Zanon le decisioni sull’attività imprenditoriale sono infatti prese direttamente dagli operai che ricevono tutti lo stesso stipendio. E la produzione è potuta ripartire così bene, che l’azienda è riuscita anche a fare anche delle nuove assunzioni. Di fronte a questa evoluzione il proprietario ha deciso di tornare alla guida della fabbrica, ma gli operai della Zanon si sono opposti a tale decisione soprattutto grazie all’aiuto della comunità: migliaia di persone pronte ad intervenire per difendere l’azienda autogestita dai tentativi compiuti dalla polizia di restituirla al proprietario che l’aveva chiusa e di fatto abbandonata.<br />
Questa esperienza di conduzione da parte degli operai non si è tuttavia molto estesa: al tempo della produzione del film solo 15.000 operai lavoravano in imprese autogestite. Tuttavia, gli autori hanno compreso <strong>la significatività di questo modello di organizzazione di lavoro non imposto dall’alto, ma nato dal basso</strong>. E soprattutto <strong>ancorato al territorio</strong>, nel quale <strong>non viene solo redistribuita ricchezza</strong>, ma <strong>si ricostituisce un tessuto di servizi alle persone in precedenza squassati dalle politiche neoliberiste</strong>. Dietro queste sperimentazioni K. e L. intravedono quindi la possibilità di creare un’economia alternativa e, più in generale, una diversa struttura del potere sociale e politico: <strong>non più un’organizzazione piramidale che decide nel suo vertice ristretto</strong> e fa ricadere le conseguenze delle sue decisioni su una vasta base che subisce passivamente, ma <strong>una rete orizzontale di imprese e istituzioni ben radicate nelle comunità locali che partono dalle esigenze e dalle potenzialità di queste ultime</strong>.<br />
Chiaramente, come è facile immaginarsi, le élite del capitalismo finanziario globale non sono state a guardare e il Fondo Monetario Internazionale, che aveva fornito la ‘copertura’ al precedente sfruttamento indiscriminato dell’Argentina, è tornato a riproporre la stessa ricetta precedente, quella che ha probabilmente indotto la crisi: tagli al welfare e ai posti di lavoro; aumento delle tariffe, soprattutto quelle dell’acqua privatizzata e dell’energia.<br />
Ma non si tratta dell’unico ritorno: gli autori hanno seguito anche <strong>le elezioni presidenziali argentine del 2003</strong>, dove si è ripresentato Carlos Menem, il principale artefice politico della crisi argentina negli anni ‘90. E questo ritorno è sembrato sulle prime poter essere coronato da successo, in quanto il vecchio presidente ha cercato di far leva sulla nostalgia dei suoi periodi presidenziali, quando era diffuso un effimero benessere consumistico, che è stato purtroppo l’anticamera della grave crisi successiva. Tuttavia, la parte dell’elettorato animata da indignazione nei confronti di Menem ha prevalso nelle elezioni, consegnando il paese all’avversario, Nestor Kirchner. L’Argentina si è data così almeno la possibilità, a detta degli autori, di recuperare dopo aver appreso dai propri errori.</p>
<p>A dieci anni di distanza da quella crisi si può ormai estendere a tutto il mondo la logica che soggiace agli eventi argentini. Il capitalismo globale, come abbiamo avuto occasione di vedere in alcuni post precedenti (Stiglitz, Baumann, Mutti e altri), muove rapidamente il denaro in cerca di profitti immediati che sono più finanziari che industriali.<br />
Certo, si assiste alla concreta dislocazione della produzione in aree più povere della terra; ma questo non sarebbe in sé un male, anzi potrebbe essere un bene, se ciò non si accompagnasse sempre allo sfruttamento delle popolazioni presso cui si impiantano i nuovi stabilimenti e alla perdita di diritti e del lavoro di coloro presso i quali le fabbriche sono dismesse. È quindi logico, riguardo a quest’ultimo punto, che la destrutturazione di un tessuto produttivo, quale ad esempio si sta verificando anche in alcune zone d’Italia, si connetta con una progressiva rarefazione dei servizi alle persone.<br />
Il racconto dell’esperienza produttiva positiva delle aziende chiuse, riaperte e gestite dagli operai argentini non fornisce tanto un modello alternativo (la cui applicabilità andrebbe verificata su più ampia scala), quanto svela a mio avviso, per utilizzare un termine espressivo del golf, lo ‘shank’, cioè l’errore distruttivo nell’impostazione dei colpi, che caratterizza il comportamento delle élite economiche e politiche mondiali in questa fase storica. Per lo meno distruttivo rispetto ad una concezione del mondo informata da una filosofia democratica, volta cioè a porre le basi per la fioritura di tutte le persone. Ma purtroppo ci sono ormai forti sospetti che queste élite abbiano concepito una nuova visione oligarchica e disegualitaria del mondo, travestita nelle nuove forme di populismo pseudo-democratico.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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		<title>La cultura del nuovo capitalismo</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Mar 2011 17:14:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[cittadinanza]]></category>
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		<description><![CDATA[“Un Io orientato sul breve periodo, concentrato sulle abilità potenziali, disponibile ad abbandonare le esperienze passate è &#8211; per esprimersi con gentilezza &#8211; uno strano tipo di essere umano. La maggior parte delle persone non è fatta così: le persone hanno bisogno di una biografia coerente, sono orgogliose di saper fare bene determinate cose e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©hangedhead" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/03/©hangedhead.jpg" alt="Â©hangedhead" />“Un Io orientato sul breve periodo, concentrato sulle abilità potenziali, disponibile ad abbandonare le esperienze passate è &#8211; per esprimersi con gentilezza &#8211; uno strano tipo di essere umano. La maggior parte delle persone non è fatta così: le persone hanno bisogno di una biografia coerente, sono orgogliose di saper fare bene determinate cose e danno valore alle esperienze che hanno fatto nel corso della loro vita. Perciò, l&#8217;ideale culturale promosso dalle nuove istituzioni danneggia molte persone che vivono in esse.&#8221;<span id="more-886"></span></p>
<p>In questo post torniamo ad occuparci di globalizzazione in relazione all’economia e al lavoro, presentando <em>La cultura del nuovo capitalismo</em> (Bologna 2006), un libro scritto da Richard Sennett, docente di sociologia presso il MIT, sulla base delle lezioni tenute all’università di Yale.<br />
S. vi svolge una serie di considerazioni sulle <strong>forme di vita, individuali e collettive, che la cultura economica ha plasmato negli ultimi quarant’anni</strong>, concentrandosi in particolare sul funzionamento e sull’organizzazione delle aziende, sulla valutazione dei lavoratori in connessione con la sempre più diffusa sensazione di inutilità, sulle modalità consumistiche assunte dalla politica.</p>
<p>Secondo S. lo sviluppo economico verificatosi in questi ultimi decenni ha certo comportato una maggiore produzione di ricchezza; ma esso ha avuto anche <strong>effetti negativi</strong> che non si riducono solo al ben noto aumento delle disuguaglianze sociali. Le tendenze del capitalismo contemporaneo hanno infatti <strong>destabilizzato profondamente il quadro biografico delle persone</strong>, intervenendo soprattutto sul fattore tempo e sulla qualifica professionale.<br />
La ‘nuova pagina’ del capitalismo, palesatasi pienamente solo con la <em>new economy</em>, ha sostituito il precedente modello, sviluppatosi alla fine del XIX secolo, che S. definisce ‘<strong>capitalismo sociale</strong>’. Questo sistema era caratterizzato da una <strong>‘militarizzazione’ dei ruoli nelle organizzazioni pubbliche e private</strong>, che tuttavia <strong>conferiva stabilità e mirava soprattutto all’integrazione</strong>: si costituirono così grosse e solide strutture piramidali che garantivano un <strong>inquadramento biografico alle persone</strong>, disposte ad essere leali nei confronti delle istituzioni in cambio di una <strong>gratificazione differita</strong> (ad esempio l’avanzamento di carriera per anzianità). Anche se queste strutture possono essere descritte come <strong>‘gabbie di acciaio’</strong>, esse, costruite al fine di mantenere una pacificazione sociale, erano in grado di <strong>dare un orientamento agli individui</strong>.<br />
La <strong>liberazione dalle ‘gabbie’</strong>, avvenuta progressivamente dagli anni ’70 in avanti, è riconducibile tra l’altro a tre processi interconnessi: 1) lo <strong>spostamento del potere dai manager agli azionisti</strong>, derivato dalla <strong>libera circolazione internazionale dei capitali</strong>, che ha comportato (a) l’affinamento degli strumenti finanziari e (b) l’attenzione concentrata sul corso delle azioni (cioè sulle plusvalenze monetizzabili per le loro fluttuazioni) e non sui dividendi (cioè sulle entrate derivanti dal più solido rapporto tra quotazioni e andamento dell’impresa); 2) questo “capitale impaziente” ha cominciato a <strong>condizionare fortemente la guida e l’organizzazione delle aziende</strong> che, per attirarlo, si sono rese più dinamiche e instabili a costo di perdere solidità; 3) il tutto si è coniugato con l’avvento delle <strong>nuove tecnologie di produzione e comunicazione</strong>, che stanno conducendo a strutture organizzative del lavoro ‘destratificate’ (<em>delayered</em>), caratterizzate al contempo da centralizzazione e concentrazione su processi di volta in volta diversi – strutture assimilabili secondo S. a quelle di un lettore MP3.<br />
La ristrutturazione complessiva delle organizzazioni socio-economiche ha avuto <strong>un forte impatto sulle persone</strong>, a cominciare dai <strong>tagli</strong>, dalla <strong>perdita della prospettiva del lavoro a lungo termine</strong>, dalla <strong>variabilità e precarietà degli impieghi</strong>. Ma ci sono stati altri <strong>danni collaterali</strong>, magari meno immediatamente tangibili, tuttavia non meno gravi: la riduzione degli spazi di negoziazione sul posto di lavoro; le valutazioni (non di rado erronee) prese dall’alto; il disprezzo per la costanza degli obiettivi (che spesso sono ora più confusi e non strategici); il venir meno della lealtà nei confronti di aziende ed istituzioni; il deficit di fiducia informale, cioè quella che matura tra colleghi; la perdita delle conoscenze sociali connesse con il lavoro, cioè il sapere posseduto dai dipendenti di lungo corso e dagli uffici stabili.<br />
In questa trasformazione assume per S. un significato emblematico <strong>il ruolo assunto dai consulenti</strong>: essi dovrebbero fornire consigli e suggerire strategie; invece sono innestati dall’esterno nella burocrazia delle società per compiere, sulla base di <strong>posizioni molto spesso astratte e distanti dalle realtà su cui intervengono</strong>, delle riorganizzazioni per conto dei vertici aziendali. Questi ultimi mostrano così di esercitare il loro potere, ma al contempo si deresponsabilizzano rispetto alle scelte. S. riconosce in questa dinamica <strong>una scissione tra potere e autorità che purtroppo si sta estendendo anche alle istituzioni pubbliche</strong>.<br />
In tale quadro si inserisce anche <strong>una nuova concezione della meritocrazia</strong> che va di pari passo con l’ingigantirsi dello <strong>spettro dell’inutilità dei lavoratori</strong>, comprese le persone molto qualificate. L’acuirsi di tale inutilità è prodotta dall’interazione di tre fattori: 1) <strong>l’offerta mondiale di forza-lavoro</strong> che comporta lo spostamento dell’occupazione dall’Occidente verso aree dove i salari sono sì inferiori, ma dove non di rado le qualifiche sono uguali se non superiori (ad esempio nei call-center indiani); 2) <strong>l’automazione</strong> che, con le ultime accelerazioni tecnologiche, diventa un pericolo concreto per l’occupazione diffusa; 3) <strong>il prolungamento delle prospettive di vita</strong> che ha una serie di ricadute negative sul mondo del lavoro per come oggi è organizzato.<br />
Di fronte a tali fenomeni si constata <strong>l’inadeguatezza del potere politico contemporaneo</strong>, che non solo subisce passivamente la delegittimazione dei bisognosi, ma non è nemmeno in grado di dare risposte alle sempre più frequenti situazioni di sottoccupazione o semi-occupazione, non solo dei giovani, ma anche delle persone di mezz’età.<br />
Nella cultura del nuovo capitalismo <strong>non conta infatti l’esperienza pregressa</strong>, ma <strong>piuttosto</strong> <strong>la capacità di muoversi da un compito all’altro</strong>, anche a costo che poi tali compiti siano fatti superficialmente e dunque male. S. svolge quindi una serie di complesse considerazioni sulla meritocrazia che si è ormai concentrata sulla ricerca di <strong>una particolare forma di talento, quella relativa alle capacità potenziali</strong>. Tali capacità potenziali non devono essere però intese in senso pedagogico e formativo, come possibilità di sviluppo pieno delle persone nella loro attività (secondo la concezione del filosofo ed educatore Abraham Maslow), ma come <strong>capacità di adattamento superficiale alle situazioni più diverse</strong>, compiuto al prezzo di eliminare molte dimensioni dell’interazione umana, a cominciare da quella emotiva.<br />
Secondo S. queste profonde trasformazioni del mondo economico hanno avuto significative <strong>ripercussioni anche sulla politica</strong>. Le forme e le dinamiche più innovative di conduzione delle comunità vengono infatti accostate dall’autore a quelle proprie della grande distribuzione commerciale (in particolare la catena Wal-Mart), caratterizzate da una struttura di potere centralizzata, dalla prevalenza del marketing della bella confezione, dalla gentile impersonalità dei commessi. Dopo aver analizzato alcuni aspetti del rapporto tra consumatore e prodotto, quali ad esempio la funzione del marchio, la tecnica della piattaforma (cioè di prodotti che sono sostanzialmente uguali, ma differiscono solo in superficie), l’acquisto della potenza (cioè di oggetti le cui possibilità superano le capacità di gestione dell’utente), S. vi compara <strong>la condizione attuale del cittadino</strong> che è <strong>sempre più assimilabile ad un soggetto sottoposto a ‘pressioni all’acquisto’</strong>. Tale soggetto è costretto (1) a ‘consumare’ piattaforme politiche sempre più uguali tra loro, che (2) sono rese differenti solo da una ‘doratura’ di differenze superficiali. Inoltre, egli è (3) preda di una crescente insoddisfazione per il prodotto politico acquistato, che tuttavia non si traduce in una maggiore partecipazione perché (4) non ha più una conoscenza diretta (artigianale) dei problemi della sfera pubblica. E  quindi (5) matura un senso di sfiducia di fronte ad un’offerta politica sempre più incompresibilmente variabile (non c’è un’impostazione di lunga durata), come quella che hanno ad esempio proposto i laburisti ‘blairiani’ in Inghilterra sulla base del modello manageriale.<br />
In conclusione, S. dà brevemente conto di <strong>alcune risposte</strong> già elaborate o in corso di elaborazione da parte delle società investite da questi processi e propone <strong>alcuni valori che possono riorientare le forme di vita individuali e collettive</strong>. Tra le risposte S. menziona (a) la costituzione di <strong>nuove modalità di associazionismo</strong> tra i lavoratori che sostituiscono l’inquadramento venuto meno nel posto di lavoro e offrono maggiori servizi rispetto ai sindacati; (b) la realizzazione di un mercato del lavoro caratterizzato dal <strong><em>job sharing</em>,</strong> cioè dalla ripartizione dei posti di lavoro in segmenti che possono essere attribuiti flessibilmente ma con continuità a diverse persone; (c) il possibile <strong>conferimento di un reddito-base a tutti i cittadini</strong> (nessuno escluso), i quali possono poi decidere liberamente come investire questo capitale minimo in formazione e servizi. Le proposte di S. per cercare di contrastare la frammentazione, il disorientamento e la precarietà diffusi nel nuovo sistema socio-economico sono invece: (i) <strong>la valorizzazione (anche monetizzata) dell’utilità sociale delle persone</strong>, cioè il riconoscimento di uno status per quello che fanno, anche nella loro quotidianità, soprattutto per gli altri: da qui l’idea di S. che le risorse della società, soprattutto quelle pubbliche, convergano sui lavori di cura e di educazione (a cominciare da quelli svolti dalle casalinghe); (ii) <strong>la promozione dell’abilità artigianale nel lavoro</strong>, cioè del fare qualcosa bene per se stessa, un modo di agire che fa sentire gli individui realizzati: infatti questa modalità del far bene una cosa, e non di farla rapidamente per poi passare ad altro, <strong>genera impegno</strong>, cioè una motivazione intrinseca alla propria azione che l’attuale mondo neoliberista sta affogando nella cinica ricerca di performance immediate che sono però, come tutti vedono, di livello sempre più basso.</p>
<p>Per riassumere, peraltro succintamente, le molte idee di S., non rimane più spazio per il commento. Mi limito soltanto a dire che la politica si dovrebbe concentrare su questi problemi e sulle possibili soluzioni. Tuttavia la convergenza dei politici con l’élite finanziaria e manageriale impedisce una svolta che appare invece sempre più necessaria.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Orientamento &#8211; Storie del piccolo paese nel grande mondo</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 20:21:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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I piccoli portinai del piccolo paese. “C’era una volta un piccolo paese. Nel piccolo paese” c’era una cooperativa di piccoli portinai: alcuni erano vecchi, altri giovani; alcuni indigeni, altri stranieri; ma soprattutto alcuni erano capi e altri erano sottoposti. Tra i piccoli portinai ce n’era uno più vecchio: questi beneficiava di un contratto che gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©island" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/01/©island.jpg" alt="Â©island" /></p>
<p><strong>I piccoli portinai del piccolo paese. </strong>“C’era una volta un piccolo paese. Nel piccolo paese” c’era una cooperativa di piccoli portinai: alcuni erano vecchi, altri giovani; alcuni indigeni, altri stranieri; ma soprattutto alcuni erano capi e altri erano sottoposti. Tra i piccoli portinai ce n’era uno più vecchio: questi beneficiava di un contratto che gli consentiva di avere uno stipendio dignitoso per il tempo dedicato allo svolgimento delle sue mansioni. I capi non sopportavano affatto questa situazione antica, perché ormai per i giovani che venivano assunti erano preparati contratti nuovi di zecca, con cui gli stipendi ammontavano alla metà di quelli del vecchio portinaio. I capi si adoperavano quindi per mandarlo in pensione, o comunque per ridurre il suo orario al minimo, sostituendolo per il restante monte-ore con uno dei giovani portinai. I capi scelsero allora una giovane piccola portinaia per fare il lavoro del vecchio collega. La giovane, però, non era contenta; con la sua formazione da cittadina non ancora del tutto sopita pensava e diceva: ‘Il contratto e lo stipendio del vecchio portinaio sono giusti e dignitosi. E li dovremmo avere tutti noi!’. Tuttavia, gli altri membri della cooperativa, compresi alcuni giovani portinai, persino quelli che avevano la stessa formazione della loro collega, l’accusavano di essere un’idealista e aggiungevano: ‘Non è giusto che esista ancora un portinaio che prenda uno stipendio dignitoso. Bisogna essere tutti uguali e ricevere tutti la stessa miserevole paga!’. Ironia della sorte (o perfida malignità), i capi fecero comunicare la riduzione di orario al vecchio portinaio dalla giovane portinaia. La collega avrebbe sottratto all’anziano collega tante ore fino al punto che in alcuni giorni avrebbe dovuto lavorarne dieci e talvolta persino undici o dodici. Questo monte-ore le ricordò allora una vecchia storia – e di storie lei ne sapeva, visto che in un altro mondo sarebbe stata proprio un’insegnante di storia –: nelle lotte dei lavoratori una delle prime conquiste fu la riduzione dell’orario delle donne e dei bambini a dieci ore. Ora tale storia era molto antica, molto più antica dell’antico contratto del vecchio portinaio: risaliva ad oltre centocinquant’anni prima, proprio al culmine finale di un’epoca definita delle Rivoluzioni. Questa parola le balenò per un attimo nella mente assonnata, prima di iniziare il lungo turno di lavoro in una città sempre più grigia. Era questo un fenomeno strano, ma sempre più diffuso: nonostante i capi e nonostante i giovani convinti masochisticamente a ritenere giusta la riduzione della dignità del proprio lavoro dagli stessi capi, dai politici, dalla televisione, nel piccolo paese c’erano sempre più persone attraversate da questi baleni, che presi tutt’insieme formavano un variopinto arcobaleno. Era l’annuncio esile che il sole sarebbe prima o poi tornato.<span id="more-811"></span><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Novità per Società e Globalizzazione per noi. </strong>Questa favola vera, ispirata nel suo stile narrativo alle storie di Ascanio Celestini, racconta uno dei nuclei tematici del nuovo anno di letture, quello del lavoro. La compressione dei salari, la riduzione di diritti acquisiti al termine di decennali battaglie, la perdita della dignità personale nell’occupazione lavorativa sono tutti elementi di estrema gravità per la sopravvivenza della democrazia. Il caso, enorme, della FIAT sta lì ad insegnarcelo quotidianamente. E in parte collegato anche al tema del lavoro si svilupperà un altro filone tematico nuovo riguardante la giustizia nel mondo globale.</p>
<p><strong>Tra cosmologia quantistica e nuove tecnologie. </strong>Nell’ambito delle tematiche propriamente scientifiche si procederà da un lato ad approfondire ancora le implicazioni cosmologiche dei modelli quantistici dell’universo; dall’altro si tratteranno le conseguenze dell’introduzione delle più recenti tecnologie sulla vita umana, in particolare concentrandosi sul rapporto quotidiano sempre più stretto tra uomo ed apparecchiature elettroniche personali, quali ipod o computer.</p>
<p><strong>Continuità di alcuni cicli: chiesa e storia della Repubblica.</strong> Nel 2011 si proseguiranno inoltre il miniciclo di letture riguardanti la chiesa e anche la più lunga serie dedicata alla storia della Repubblica italiana, il cui scopo è quello di illuminare un presente politico e sociale quanto mai incerto, approfondendo le radici di determinati processi, le continuità e le rotture recenti.</p>
<p><strong>Unità d’Italia e Risorgimento. </strong>Ma almeno un paio di post, a cominciare dal primo, li dedicheremo ad un passato ancora più lontano, ritornato prepotentemente alla ribalta nell’ultimo anno con la preparazione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità d’Italia. La questione meriterebbe certo maggior attenzione proprio per il significato attuale che stanno assumendo sul piano politico le critiche al Risorgimento, in seguito agli interventi polemici della Lega e di altre forze di ispirazione autonomista che si richiamano a presunti fasti di formazioni politiche preunitarie. L’unica risposta a polemiche per tanti aspetti pretestuose, che nascondono a fatica l’egoismo, l’opportunismo e non di rado anche il facile rifiuto di proprie responsabilità storiche, è quella di dare suggerimenti per una corretta informazione sulla storia di quel tempo, che metta in evidenza come l’unificazione dell’Italia non fu un esito inevitabile, ma il frutto di una costruzione politico-culturale complessa e spesso drammatica, portata a compimento da tanti uomini nel corso dei primi decenni del secolo XIX. Una costruzione dunque, non una sorta di essenza già precostituita, quella di un’eterna nazione italiana da riscattare. Così, una volta costituitasi una base di conoscenza affidabile su quel periodo (dove affidabile per noi vuol dire caratterizzata dai criteri di intersoggettività propri del discorso scientifico), ci si può formare un giudizio personale di ordine etico-politico che, pur fondandosi sulla ricostruzione storiografica, sia al contempo ben distinto da esso. E i parametri di formazione di questo giudizio ci sono chiaramente dati dalla nostra bussola democratica, il cui ago, come è noto, si muove lungo gli assi libertà-uguaglianza e partecipazione-solidarietà.</p>
<p>Dunque, buone letture e buoni giudizi!</p>
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		<title>Il futuro del &#8216;68</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 23:08:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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&#8220;La poderosa fabbrica &#8211; moderna e postmoderna &#8211; dell&#8217;idiozia a presa rapida, che depersonalizza gli individui (e le collettivitÃ ) nella passivitÃ  connivente, fa leva sulla rottura e il nascondimento del nesso causa-effetto. Occultato il rapporto esistente fra profitto-tecnica-potere da una parte e sfruttamento-alienazione-eterodirezione dall&#8217;altra, la condizione di impotenza delle persone appare come un risultato &#8220;naturale&#8221;, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/11/68.jpg" title="68.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/11/68.jpg" alt="68.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;La poderosa fabbrica &#8211; moderna e postmoderna &#8211; dell&#8217;idiozia a presa rapida, che depersonalizza gli individui (e le collettivitÃ ) nella passivitÃ  connivente, fa leva sulla rottura e il nascondimento del nesso causa-effetto. Occultato il rapporto esistente fra profitto-tecnica-potere da una parte e sfruttamento-alienazione-eterodirezione dall&#8217;altra, la condizione di impotenza delle persone appare come un risultato &#8220;naturale&#8221;, il portato di una situazione &#8220;normale&#8221; e inevitabile. [...] Ecco un&#8217;altra ragione essenziale per cui il potere dominante ha un interesse strategico a distorcere e occultare il significato profondo del Sessantotto. Infatti: da lÃ¬ &#8211; da allora &#8211; viene la dimostrazione, teorica e pratica, che il &#8220;re&#8221; puÃ² essere messo a nudo, e destituito. E che noi &#8211; ognuno di noi insieme agli altri &#8211; possiamo costruire un mondo nuovo. Di consapevoli, e di artefici del proprio futuro.&#8221;<span id="more-167"></span></p>
<p>Ancora una ricorrenza anniversaria dÃ  impulso alla pubblicazione di un post. Dopo il ricordo dei sessantâ€™anni della Costituzione e della Dichiarazione universale dei diritti umani, ravviviamo la memoria del â€˜68. Come nei casi precedenti, cerchiamo di farlo non assumendo un taglio prevalentemente storico, ma proiettando i significati di questi eventi sulla vita politica odierna. Per far questo recensiamo un libro scritto da un noto leader studentesco di allora, Mario Capanna, dal titolo <em>Sessantotto al futuro</em> (Milano 2008).<br />
C. cerca di racchiudere nelle sue parole le vibrazioni e le atmosfere, che contrassegnarono <strong>una stagione di intensa partecipazione politica e civile</strong>. Ma, dopo aver delineato alcuni tratti fondamentali di quella rivoluzione culturale, C. ne ripropone esplicitamente lâ€™attualitÃ  rispetto alle sfide poste dalle conseguenze di uno sfruttamento scriteriato delle risorse del pianeta.<br />
La <strong>carica simbolica emancipatoria</strong> del â€™68 Ã¨ perÃ² ancora fortemente avversata da molti poteri costituiti, che si impegnano costantemente, specie in occasione degli anniversari, a denigrarne o a distorcerne la memoria. Sono soprattutto i â€˜<strong>pentitiâ€™</strong>, cioÃ¨ i protagonisti di quella stagione che poi hanno cambiato orientamento, a farsi portavoce della condanna del movimento, non di rado associato alle forme di violenza politica di tipo terroristico che sarebbero seguite negli anni â€™70. Ma sono altre ancora le <strong>colpe</strong> che vengono imputate al â€™68: aver diffuso il relativismo intellettuale e morale, <span>Â </span>aver indotto atteggiamenti cinici, aver provocato la svalutazione del merito e del lavoro, aver ingenerato una confusione tra diritti e doveri.<br />
Per C. queste accuse sono naturalmente infondate e danno una visione distorta e parziale di una rivoluzione culturale che ha cercato di <strong>smascherare i presupposti oppressivi del potere istituzionalizzato</strong> e, al contempo, di <strong>rinnovare</strong> tanto <strong>le categorie</strong> di comprensione del mondo quanto <strong>le modalitÃ  di convivenza </strong>tra gli uomini.<br />
Questo movimento di scala planetaria mise in evidenza <strong>le storture dei cosiddetti paesi democratici</strong>, corrodendo pacificamente â€“ ad es. anche attraverso la sperimentazione di nuovi modi di associazione e di partecipazione â€“ alcuni presupposti di legittimitÃ  dei poteri statali: Ã¨ il caso ad es. degli ideali di sviluppo e di progresso che invece celavano (e celano) una realtÃ  di sfruttamento di gran parte delle popolazioni del pianeta.<br />
Da qui muoveva <strong>la critica radicale alla guerra</strong>, che si espresse soprattutto nelle manifestazioni pacifiste contro il conflitto in Vietnam. La contestazione dei giovani fece ben presto proprie anche le rivendicazioni dei diritti delle donne e dei lavoratori. E pure in questo caso furono toccati dei gangli vitali del potere, che reagÃ¬ con dure repressioni. Secondo C. si trattava di una controffensiva diretta a soffocare <strong>il sorgere di una coscienza globale</strong>, che avrebbe scosso le fondamenta di un sistema di rapporti di forza planetari molto squilibrato.<br />
Lâ€™autore riconosce peraltro che dal movimento del â€˜68 furono commessi degli <strong>errori</strong>, quali le esagerazioni ideologiche, le analisi sbagliate sul socialismo, la ricerca esasperata di atteggiamenti controcorrente, la sopravvalutazione delle forze delle masse rispetto a quelle dei conservatori. Ma per lâ€™autore tanti sono i meriti di quella stagione, che possono essere sintetizzati appunto nellâ€™<strong>acquisizione di una nuova e generalizzata consapevolezza politica</strong> da riversare nel governo del mondo.<br />
Lâ€™intatta forza del messaggio del â€™68 si comprende quindi nellâ€™<strong>attualitÃ  della sua denuncia</strong> dellâ€™esito auto-distruttivo del sistema di produzione e consumo del capitalismo avanzato. C. si richiama al rapporto presentato allâ€™ONU nel 2007 da 2500 scienziati in cui si parla di <strong>pericoloso avvicinamento ad una soglia irreversibile nel rapporto tra uomo e ambiente</strong>. La cecitÃ  ecologica dei governi mondiali Ã¨ certo funzionale al mantenimento di una distribuzione estremamente diseguale delle risorse sul pianeta, per cui un 10% della popolazione detiene lâ€™85% della ricchezza, costringendo la gran parte dei restanti individui a vivere nella povertÃ  e nella fame.<br />
Questo sistema profondamente ingiusto Ã¨ stato naturalizzato da una dottrina del <strong>mercato</strong> che appare in realtÃ  assolutamente autoreferenziale; lâ€™uomo vi assume unâ€™importanza secondaria in funzione di un meccanismo di crescita illimitata della produzione (e della distruzione), che Ã¨ strumentale allâ€™arricchimento e potenziamento solo di gruppi relativamente ristretti. La concezione <strong>TINA</strong> (<em>There Is No Alternative</em>, â€˜non câ€™Ã¨ alternativaâ€™) Ã¨ di fatto avallata dai piÃ¹ importanti mezzi di informazione, ormai assimilati pienamente alla logica della produzione continua di merce.<br />
Lâ€™uso dissennato delle risorse porta tra lâ€™altro ad una <strong>concorrenza</strong> <strong>fortissima</strong> per il loro accaparramento; ed ecco quindi le guerre preventive â€“ incubatrici del terrorismo, il quale ne dovrebbe essere la causa â€“, che tra poco si combatteranno non solo per il petrolio, ma anche per lâ€™acqua.<br />
Nel rapporto dellâ€™ONU C. sottolinea la <strong>perentoria richiesta di una triplice svolta da parte degli scienziati</strong>: una <strong>rivoluzione della coscienza</strong>, una <strong>rivoluzione dellâ€™economia</strong> e una <strong>rivoluzione della politica</strong>. Il primo cambiamento radicale deve riguardare noi stessi, il nostro atteggiamento verso il mondo: per C. dobbiamo <strong>abbandonare la coscienza separata</strong>, che ci divide dalle cose e ci dispone a dominarle; Ã¨ necessario invece proporre una coscienza globale che ci unisca allâ€™insieme degli esseri e delle cose che formano il nostro ambiente (qualcosa insomma di simile allâ€™ecologia della mente, aggiungo io).<br />
Questa coscienza non deve solo mutare la direzione della tecnica, ma anche le modalitÃ  degli scambi economici e sociali. Una soluzione concreta esiste giÃ  per C. ed Ã¨ il <strong>commercio equo e solidale</strong>, che cerca di impedire lo sfruttamento in nome di un onesto guadagno. Tale forma di commercio deve peraltro costruirsi secondo delle reti continue di uomini e prodotti, che non creino squilibri, ma si ancorino ai territori. Unâ€™altra conseguenza di questa rivoluzione nellâ€™economia, su cui C. insiste molto, dovrebbe riguardare il <strong>lavoro</strong>: esso non dovrebbe essere vissuto come unâ€™ossessione, che porta nei paesi occidentali al suo accaparramento, ma dovrebbe essere piuttosto distribuito e <strong>soprattutto vissuto come un servizio per gli altri</strong>.<br />
Ma per interrompere questa tendenza autodistruttiva e poco umana che guida il sistema socio-economico mondiale Ã¨ appunto necessaria una rivoluzione della politica. Bisogna opporsi dunque a fenomeni negativi quali la sterilizzazione della democrazia attraverso forme di plebiscito mediatico, per cui conta piÃ¹ la moglie di un candidato che le sue idee o il suo programma. Lâ€™atteggiamento giusto da assumere secondo C. Ã¨ allora quello dellâ€™ <strong><em>I care</em></strong> (io mi prendo cura), che deve riguardare tutte le dimensioni della vita; un atteggiamento condiviso che porti ad una <strong>ricoesione sociale</strong> che contrasti la tendenza a costituire isole di interesse di gruppi ristretti.</p>
<p>Ed Ã¨ proprio questo il senso che attribuisco alla frase di Gandhi posta in epigrafe al nostro blog. La coscienza globale, lâ€™ecologia della mente, lâ€™ <em>I care</em> sono modi diversi di esprimere lâ€™opposizione allâ€™egoismo che, pur sempre presente nella vicende umane, Ã¨ stato enormente incentivato, nelle nostre societÃ  occidentali, dal consumismo, tanto da giungere fino alle soglie dellâ€™assurdo e dellâ€™inumano.<br />
Per questo motivo si puÃ² facilmente declinare il â€™68 al futuro, perchÃ© le sfide posteci attualmente ripropongono la necessitÃ  di invertire con coraggio la rotta, come allora si tentÃ² di fare. E diventa quindi un ennesimo sintomo dellâ€™atteggiamento conservatore della nostra Ã©lite di fronte a tali sfide globali, atteggiamento di cui tante volte abbiamo parlato, il coro di voci che, durante tutto questâ€™anno, da destra e da sinistra, ha mirato a ridimensionare o a rendere folkloristica quellâ€™esperienza storica cui invece dobbiamo tanto.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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