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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; linguaggio</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>La societÃ  del rischio</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Aug 2008 04:47:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
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&#8220;Questo tentativo di costruire una fortezza occidentale contro tutti coloro che sono culturalmente diversi Ã¨ un fenomeno molto diffuso e destinato a crescere. Inoltre, potrebbe dar vita a una politica dell&#8217;autoritarismo statale (su base etnica), caratterizzata da un atteggiamento flessibile verso l&#8217;esterno e i mercati mondiali e autoritario verso l&#8217;interno. Di chi beneficia della globalizzazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/08/unbewusste-uberreste-t-watanabe.jpg" title="unbewusste Ãœberreste, avanzi inconsapevoli (T. Watanabe)"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/08/unbewusste-uberreste-t-watanabe.jpg" alt="unbewusste Ãœberreste, avanzi inconsapevoli (T. Watanabe)" /></a></p>
<p align="justify">&#8220;Questo tentativo di costruire una fortezza occidentale contro tutti coloro che sono culturalmente diversi Ã¨ un fenomeno molto diffuso e destinato a crescere. Inoltre, potrebbe dar vita a una politica dell&#8217;autoritarismo statale (su base etnica), caratterizzata da un atteggiamento flessibile verso l&#8217;esterno e i mercati mondiali e autoritario verso l&#8217;interno. Di chi beneficia della globalizzazione si fa carico il neoliberismo, per gli sconfitti si alimentano la paura del terrorismo e la xenofobia e si somministra a piccole dosi il veleno del razzismo. Tutto ciÃ² significherebbe la vittoria del terrorismo perchÃ© i paesi moderni si priverebbero di due conquiste che per loro sono motivo di vanto e superioritÃ : la libertÃ  e la democrazia.&#8221;<span id="more-128"></span></p>
<p align="justify">Torniamo ad occuparci strettamente dei processi di globalizzazione recensendo un saggio scritto alcuni anni fa da un noto sociologo tedesco, Ulrich Beck: <em>Un mondo a rischio</em> (Torino 2003).<br />
B. prende avvio dallâ€™attentato dellâ€™11 settembre per descrivere <strong>un nuovo modello di societÃ  mondiale che definisce â€œdel rischioâ€</strong>; una societÃ  di cui lâ€™autore delinea non solo i pericoli (terrorismo, crisi finanziarie, catastrofi ambientali), ma anche le opportunitÃ  di ulteriori sviluppi delle forme di convivenza umana.</p>
<p align="justify">Secondo B. lâ€™attacco alle â€˜Torri gemelleâ€™ ha messo in evidenza <strong>lâ€™inadeguatezza del nostro linguaggio</strong>: tale evento non puÃ² essere infatti pienamente afferrato con i termini guerra, crimine, nemico, vittoria. Nemmeno la parola terrorismo, pur comunemente usata per raccontare lâ€™accaduto, convince del tutto, in quanto il termine richiama anche particolari forme di lotta di liberazione sviluppatesi in contesti profondamente diversi da quello attuale. Dâ€™altra parte si capisce che gli attentatori hanno fatto ricorso alla <strong>mediatizzazione della</strong> <strong>lingua dellâ€™odio genocida</strong>, che esclude dal suo vocabolario parole come trattative, compromesso, dialogo e pace.<br />
In tal senso ci appare soprattutto <strong>difficile comprendere la coesistenza di concezioni antimoderniste e di comportamenti moderni e globali</strong> nelle figure degli attentatori. Questa difficoltÃ  a cogliere i significati dellâ€™attentato dellâ€™11 settembre e di altri eventi contemporanei dipende dal fatto che <strong>i nostri schemi di comprensione sono antiquati</strong>; ed elaborare delle risposte sulla base di tali schemi (ad es. una risposta militare a tali attacchi) potrebbe rivelarsi addirittura controproducente: per B. la â€˜grammatica nazionaleâ€™ della guerra e degli eserciti ha perso valore di fronte alla <strong>struttura e</strong> alla <strong>logica delle reti</strong> su cui si basano anche quelle peculiari organizzazioni non governative che sono i gruppi terroristici.<br />
La societÃ  mondiale del rischio Ã¨ da ultimo fondata proprio sulla <strong>â€˜discrepanzaâ€™</strong>, sul contrasto, <strong>tra i pericoli globali che la nostra civiltÃ  ha creato e lâ€™incapacitÃ  delle nostre attuali istituzioni di esercitare su essi un efficace controllo</strong>, a cominciare dalla possibilitÃ  di chiamare tali pericoli in maniera adeguata. Ed Ã¨ appunto la grande difficoltÃ  a mantenere la promessa di controllare le situazioni potenzialmente distruttive, create da processi che noi stessi abbiamo innescato, a provocare, di fronte a certi eventi, una diffusa <strong>sensazione di imprevedibilitÃ , incontrollabilitÃ  e incomunicabilitÃ </strong>.<br />
Non manca la possibilitÃ  di fornire delle risposte; tuttavia, perchÃ© esse siano realmente efficaci nel far fronte alle sfide odierne, Ã¨ necessaria la <strong>coscienza di una dimensione mondiale dei pericoli ambientali, economici e terroristici</strong> e della <strong>fluiditÃ  assunta dai quadri nazionali ed internazionali dellâ€™azione politica in seguito ai processi di globalizzazione</strong>.<br />
Ad es. sarebbe importante cogliere<strong> il processo di individualizzazione della guerra</strong>, per cui singoli individui possono ora combattere contro gli stati (Ã¨ il caso, per molti aspetti, di Bin Laden); ma Ã¨ soprattutto interessante prendere coscienza di un effetto di tale processo la cui percezione, pur inconsapevole, Ã¨ in realtÃ  ampiamente diffusa: in seguito a questa situazione, infatti, gli stati considerano ogni cittadino un potenziale pericolo (e non di rado anche un terrorista), tanto che B. prospetta la possibile alleanza tra governi contro i cittadini; unâ€™alleanza mortale per la democrazia. La risposta efficace a queste trasformazioni e ai pericoli connessi con il terrorismo non risiede per B. in forme di compressione della libertÃ , ma in elaborazioni di diritto internazionale, cioÃ¨ nella definizione di organi e procedure di azione su scala globale (come la Corte penale internazionale), in grado di affrontare efficacemente i nuovi pericoli.<br />
Un secondo ordine di problemi Ã¨ quello riguardante lâ€™economia: B. constata <strong>il fallimento del neoliberismo</strong>, che si Ã¨ mostrato <strong>incapace di gestire le situazioni di crisi</strong>. Non a caso negli ultimi anni Ã¨ <strong>riemersa la componente politica e statuale,</strong> accanto a quella del mercato, nellâ€™organizzazione degli scambi di risorse, prodotti, servizi e capitali su scala mondiale e regionale. Questo non vuol dire, peraltro, che tutte le risposte fornite dagli stati siano positive: ad es. il protezionismo sicuramente non lo Ã¨. Secondo B. la politica deve adeguarsi alla struttura aperta, metanazionale e reticolare, caratteristica di vari processi della globalizzazione, a partire da quelli economici e culturali. <span>Â </span>In questo senso vanno giÃ  gli esempi di apertura degli stati alla<strong> cooperazione transnazionale</strong> (nella stessa lotta contro il terrorismo) e quelli di <strong>indebolimento</strong>, in realtÃ  tuttâ€™altro che privi di resistenze, <strong>delle forme nazionali di organizzazione della politica</strong>. B. ritiene infatti che in un processo complessivo di globalizzazione e di costituzione della societÃ  mondiale del rischio una <strong>configurazione efficace degli stati Ã¨ quella cosmopolita</strong>, cioÃ¨ aperta verso lâ€™esterno e garante di tutte le componenti etniche, religiose e culturali allâ€™interno.<br />
B. conclude il saggio indicando <strong>tre prospettive di azione politica</strong>: 1) lâ€™alleanza di vari stati contro il terrorismo deve avvenire sulla base di un fondamento giuridico, che articoli forme di intervento, di accertamento delle responsabilitÃ  e di punizione degli individui e dei gruppi pericolosi; 2) la politica deve essere aperta al dialogo soprattutto con quelle forze che reagiscono in forme violente alla globalizzazione; 3) la sfida portata dai pericoli ambientali, terroristici e dalle crisi economiche deve facilitare la costituzione di ambiti regionali di cooperazione transnazionale, che siano in grado di produrre piÃ¹ efficaci azioni di risposta.</p>
<p align="justify">Azioni che, sottolineo in sede di commento, devono basarsi anche sullâ€™elaborazione di nuovi strumenti concettuali di comprensione dei processi. B. dice: &#8220;Ã¨ giunto il momento di porre fine a questo silenzio delle parole, non possiamo piÃ¹ permetterci di tacere&#8221;; non si tratta perÃ² soltanto di manifestare una presa di posizione politica di fronte ad eventi come lâ€™11 settembre, ma anche di trovare i modi di esprimere, e quindi di cogliere, i processi globali, che siano piÃ¹ aderenti alla realtÃ . Il fine di questa elaborazione Ã¨ quello di giungere ad una descrizione piÃ¹ adeguata della nostra societÃ  che, opportunamente divulgata, ci permetta di prendere piÃ¹ consapevolmente ed efficacemente le decisioni migliori per la nostra comunitÃ . Ed Ã¨ quello che, pur con tanti limiti, proviamo a fare con questo blog.<br />
In questo senso tale post costituisce un tassello ricco di â€˜ammorsatureâ€™, cui possono essere connesse non solo le recensioni giÃ  scritte sui libri di Stiglitz, Bauman e, da ultimo, Cassese, ma anche quelle che nei prossimi mesi pubblicheremo sui saggi di Paolo Mezzadra e di Naomi Klein.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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