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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; media</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Lo stato seduttore</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jul 2011 12:19:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Informazione]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Non è assolutamente certo che uno Stato accelerato, sovraeccitato e clippato, dunque decerebrato (quali che siano il sangue freddo e la serenità personale del capo, sia di Stato che di governo), sia in grado di far fronte alla gerarchia reale dei compiti e delle priorità. Queste ultime corrispondono assai raramente alla percezione spontanea che ne danno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©eye" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/07/©eye.jpg" alt="Â©eye" />&#8220;Non è assolutamente certo che uno Stato accelerato, sovraeccitato e clippato, dunque decerebrato (quali che siano il sangue freddo e la serenità personale del capo, sia di Stato che di governo), sia in grado di far fronte alla gerarchia reale dei compiti e delle priorità. Queste ultime corrispondono assai raramente alla percezione spontanea che ne danno i bombardieri delle news&#8221;.<span id="more-974"></span></p>
<p>Torniamo ad occuparci di comunicazione, informazione e potere presentando un libro dell’intellettuale francese, specialista di mass media, Régis Debray, dal titolo <em>Lo stato seduttore. Le rivoluzioni mediologiche del potere</em> (Roma 2003, ed. or. fr. 1993).<br />
In questo saggio D. ricorre alla disciplina da lui chiamata <strong>mediologia</strong>, cioè alla <strong>studio delle forme e delle dinamiche tecniche della mediazione dei messaggi</strong>, per mostrare la formazione di <strong>un nuovo tipo di organizzazione politica occidentale, lo stato seduttore</strong>.</p>
<p>La produzione di messaggi in una società, e quindi anche da parte del potere che la struttura, obbedisce a dei forti condizionamenti tecnologici che dettano le condizioni di possibilità della comunicazione di individui e gruppi.<br />
A partire da questo presupposto D. descrive il processo di trasformazione dello stato che ha progressivamente perso di consistenza e rispettabilità a partire dal <strong>predominio progressivamente assunto dall’immagine</strong>, prima fotografica, poi cinematografica, quindi televisiva, che hanno desacralizzato la componente simbolica del potere. Questo processo, venuto a maturazione nella seconda metà del ‘900 con l’affermazione della <strong>videosfera</strong>, ha in particolare comportato <strong>l’esaltazione ostentata dell’individuo portatore del potere</strong>, comprimendo al contempo i significati connessi alla sua funzione: nell’inquadratura in primo piano entrano il capo del governo o il capo dello stato sempre più deprivati, dalle nuove modalità tecnologiche dei messaggi, di quel secondo corpo che è il ruolo istituzionale che svolgono.<br />
Tale processo di affermazione della videosfera nella società e nelle strutture di potere è andato a scapito del predominio in precedenza avuto dalle forme scritte (grafosfera) all’interno delle quali si era costituito nel corso di un processo secolare la forma politica statuale. Il <strong>rovesciamento del rapporto tra immagine e scritto</strong> comporta per lo stato contemporaneo la <strong>produzione e la gestione di una grande quantità di audiovisivi</strong> <strong>centrati su un’effimera attualità</strong>. Ciò comporta la breve durata delle comunicazioni su temi rilevanti, ma poco telegenici, e la sopravvalutazione di aspetti secondari ma spettacolari dell’attività di governo.<br />
Gli effetti di questa trasformazione, tratteggiata da D. con felici intuizioni, sono sotto gli occhi di tutti. La videocrazia fa sì che il governo dello stato si muti in una sorta di dagherrotipo gigante, che cerca di replicare la società civile: nello stato-specchio o stato-kodak il politico, secondo una consolidata strategia del marketing pubblicitario, si concentra sulla domanda delle persone: <strong>vuole insomma quello che vuole la “gente”</strong>. Prevalgono così le componenti emotive (e i tempi brevi) su quelle raziocinative (molto più lente), che caratterizzano appunto la pubblicità.<br />
La comunicazione ufficiale si adegua quindi a queste modalità effimere e spazza via le componenti simboliche e astratte del potere per <strong>concentrarsi sulla fisicità corporea</strong>, tanto che, suggerisce ironicamente D., l’ideale di questo tipo di comunicazione potrebbe essere il parto del ministro della famiglia trasmesso in diretta alle 20.05. Questa domanda di fisicità si traduce in <strong>un’impressionante produzione di corpi umani</strong>, sempre più rispondenti ai criteri della telegenia, che diventano strumenti di competizione per il successo individuale e al contempo luoghi di benessere intimo/privato; essi sono tonici, abbronzati, bioenergetici e controllati. Ma ancora una volta effimeri, perché depauperati di componenti simboliche stabili e votati solo al gioco immediato della seduzione. Insomma, corpi soggetti all’alta deperibilità di una vita senza gravità, caratterizzata secondo D. da una biofilia estrema e da un correlativo rifiuto della morte che hanno poco di umano. Quindi sono facilmente immaginabili <strong>gli effetti di ansia profonda che comporta questa forma di vita</strong>. Effetti che nella grafosfera erano invece controllati dall’attività più stabile e durativa della scrittura e dei simboli ad essa connessi, finalizzata alla preservazione della memoria collettiva dell’esperienza umana.<br />
Questi processi delineano ancora solo una tendenza, che tuttavia prevale in ambiti sempre più ampi della società. Non ultimo <strong>la politica</strong> dove il discrimine decisivo diventa l’essere <strong>in campo o fuori campo</strong> rispetto all’inquadratura delle telecamere. Chi raccoglie sguardi, raccoglie suffragi e ciò porta facilmente a mutare i comportamenti in vista di un’accentuata <strong>telegenia, considerata come un certificato di attitudine professionale</strong>. E la <strong>nuova classe politico-mediatica</strong>, per aumentare questo appeal, stringe rapporti sempre più stretti con le persone dello <em>show bussiness</em>, che hanno foto sui rotocalchi di gossip.<br />
Secondo D. è la televisione a fare lo stato e sono quindi degli esperti tratti direttamente dal mondo dei media, del marketing e della pubblicità a diventare i più stretti consiglieri dei politici. Grandi o piccoli leader diventano <strong>vedette che trasformano lo stato in una sorta di impresa per il sostegno delle loro relazioni pubbliche</strong>. E per far sì che questa privatizzazione della cosa pubblica, attuata attraverso i nuovi mezzi tecnici del messaggio, non sia contrastata dai cittadini, la nuova “casta” quanto mai “spettacolare” adotta <strong>due strategie, l’una di legittimazione, l’altra di demolizione</strong>.<br />
Da un lato, <strong>nella ricerca isterica dell’essere per forza simpatico, assume due vesti formalmente inattaccabili</strong>: quella dello stato culturale e quella dello stato umanitario. Per lo stato seduttore <strong>la cultura di nuovo tipo</strong> è il trionfo del colorato, gradito al consumatore di immagini; della festa autoreferenziale, quindi senza legami con una tradizione; del vissuto sul concepito; dell’attuale sul passato; dei valori di espressività creatività spontaneità. Una cultura senza limiti che fagocita tutto quello che può essere in qualche modo ‘rivenduto’.<br />
La seconda veste dello stato seduttore è quella <strong>umanitaria</strong>. Essa consiste nella promozione di <strong>un dovere audiovisivo di umanità</strong>, che si proietta grazie ai nuovi strumenti tecnologici ben oltre i confini delle case, delle città, delle regioni, degli stati. L’attenzione per le tragedie degli altri, soprattutto (ma non solo) per i popoli lontani, consente ai politici-mediatici di aggrapparsi opportunisticamente ancora a qualche estenuato valore, e al singolo di manifestare una compassione intima a due dimensioni, priva di profondità storica e che dura poco più del tempo di un servizio giornalistico. Qui agisce in tutta la sua forza <strong>la testimonianza</strong> che, con la sua carica emotiva, prevale sull’analisi e porta al trionfo dei sentimenti privati in questioni di rilevanza pubblica.<br />
Questa è un’ulteriore conferma per D. dell’<strong>affermazione del paradigma indiziale</strong>, divenuto il cuore di una nuova società-civiltà e dello stato seduttore. Per non entrare in una disamina troppo complessa si intenda qui con indiziale ciò che è proprio dell’indice, cioè di un segno che, a differenza del simbolo e dell’icona, accorcia la distanza del soggetto dall’oggetto cui si riferisce, prestandosi, potenzialmente, alla diminuzione dell’autonomia del primo rispetto al secondo.<br />
Già perché un effetto di questa trasformazione è proprio <strong>la transizione da un concetto di libertà come autonomia a quello di libertà come spontaneità</strong>. Questo passaggio, favorito dalle nuove élite politico-mediatiche, si concretizza nella “fine della scuola”. Non si intende con tale espressione soltanto la scarsa importanza riconosciuta dalle élite alle istituzioni scolastiche – ridotte ad una sorta di servizio sociale da gestire con minori spese possibili –, ma del <strong>venir meno di un elemento centrale</strong> dello stato moderno successivo alla rivoluzione francese, quello della <strong>repubblica come ‘scuola’ del cittadino</strong>. Lo stato educatore, che ha preceduto quello seduttore, aveva assunto il compito di promuovere <strong>l’emancipazione dell’individuo e la sua trasformazione in cittadino</strong> sulla base del presupposto della condivisione di una comune ragione. Un popolo ignorante non avrebbe infatti potuto autogovernarsi.</p>
<p>Il nuovo potere politico-mediatico, che come suggerisce più volte D., è sottomesso alle logiche delle élite economiche che controllano il mercato mondiale, sta da decenni scardinando con successo questo impianto della repubblica insegnante, fondata sugli ideali democratici, i quali vengono sostituiti da una nuova costellazione di valori, quali la spontaneità, l’emotività, il saperci fare, il giovanilismo. Evidentemente il più grande mezzo per compiere questa operazione è stato negli ultimi decenni la televisione commerciale.<br />
Ma qui, in sede di commento, vorrei riprendere brevemente una delle tantissime intuizioni illuminanti di D.: non è che la civiltà dello scritto, della scuola, della repubblica, dei simboli e dei principi ideali e astratti, volta alla celebrazioni del passato e al culto dei defunti non provochi alienazione. Ne causa eccome. Tuttavia, anche la nuova società indiziale e lo stato seduttore comportano una loro alienazione, che per D. nel culto della vita per la vita produce “un’estasi paradossalmente suicida”. Il problema è che l’ansia incontrollabile che pervade questa forma di vita potrebbe aprire le porte a politiche di rassicurazione che poco hanno a che vedere con la cittadinanza democratica e i suoi valori.</p>
<p align="right">E. R.</p>
<p align="right">
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		<title>La Terza Fase: forme di sapere che stiamo perdendo</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 05:06:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza e trasmissione del sapere]]></category>
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&#8220;Alla fine del XX secolo siamo gradualmente passati da uno stato in cui la conoscenza evoluta si acquisiva soprattutto attraverso il libro e la scrittura (cioè attraverso l&#8217;occhio e la visione alfabetica o, se preferiamo, attraverso l&#8217;intelligenza sequenziale), a uno stato in cui essa si acquista anche &#8211; e per taluni soprattutto &#8211; attraverso l&#8217;ascolto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©braille2" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/06/©braille2.jpg" alt="Â©braille2" /></p>
<p>&#8220;Alla fine del XX secolo siamo gradualmente passati da uno stato in cui la conoscenza evoluta si acquisiva soprattutto attraverso il libro e la scrittura (cioè attraverso l&#8217;occhio e la visione alfabetica o, se preferiamo, attraverso l&#8217;intelligenza sequenziale), a uno stato in cui essa si acquista anche &#8211; e per taluni soprattutto &#8211; attraverso l&#8217;ascolto (cioè l&#8217;orecchio) o la visione non alfabetica (che è una specifica modalità dell&#8217;occhio), cioè attraverso l&#8217;intelligenza simultanea. Perciò siamo passati da una modalità di conoscenza in cui prevaleva la linearità a una in cui prevale la simultaneità degli stimoli e dell&#8217;elaborazione&#8221;.<span id="more-663"></span></p>
<p>In questo post ci occupiamo delle problematiche generali connesse con la trasmissione del sapere, presentando le considerazioni sviluppate nel libro <em>La Terza</em><em> Fase.</em><em> Forme di sapere che stiamo perdendo</em> (Roma-Bari 2003) da Raffaele Simone, professore di linguistica presso l’Università di Roma Tre.<br />
S. riflette sulle <strong>profonde trasformazioni nel modo di conoscere</strong>, che sono in atto da oltre trent’anni a questa parte, e della cui portata, in realtà, non c’è ancora una piena consapevolezza.</p>
<p>Non si tratta certo della prima volta che avvengono notevoli cambiamenti nel modo di conoscere: una <strong>prima fase</strong> di mutamento radicale fu avviato con <strong>l’invenzione della scrittura</strong> che, fissando su supporto dei messaggi attraverso segni stabili, ha liberato la memoria individuale e collettiva degli uomini dal peso di dover ricordare a mente un’enorme quantità di dati. Una seconda fase fu avviata dall’<strong>invenzione della stampa</strong> che ha moltiplicato significativamente la possibilità di accesso ai testi, permettendo la modificazione della memoria, lo sviluppo di immagini stampate a fini esplicativi, la diffusione dell’ordinamento e della classificazione dei dati, il passaggio ad un pubblico molto ampio di lettori.<br />
Tali trasformazioni nelle pratiche di scrittura e di lettura hanno insomma profondamente inciso sui nostri modi di conoscere, facendo sì che, <strong>fino a qualche decennio fa, la maggior delle informazioni di cui disponevamo fossero ricavate dalla lettura dei testi</strong>. Ora, invece, nell’era dell’affermazione della telematica e dell’informatica, la lettura non è l’unico né il principale dei canali: essa è stata infatti sostituita da nuovi e potenti strumenti multimediali, quali <strong>la televisione e il computer, che stanno attivando nuove funzioni e nuovi moduli della mente</strong>.<br />
Si apre così una Terza Fase del conoscere che S. esplora secondo molteplici percorsi interdisciplinari tra filosofia, linguistica e storia dei media, che purtroppo nei limiti del post non si possono seguire. Un primo tema rilevante che l’autore tocca è quello della <strong>gerarchia di valore connessa ai sensi</strong>, cioè la valutazione dell’importanza relativa della vista, dell’udito, del tatto, del gusto, dell’olfatto, per la nostra conoscenza. L’attenzione di S. si appunta in particolare su <strong>una modalità specifica di funzionamento della nostra vista,</strong> sviluppatasi in connessione con l’adozione della scrittura: <strong>la visione alfabetica</strong>, che permetterebbe di acquisire informazioni e conoscenze a partire da una serie lineare di simboli visivi ordinati l&#8217;uno dopo l&#8217;altro alla stessa maniera dei segni alfabetici su una riga di testo.<br />
La visione alfabetica avrebbe contribuito allo sviluppo dell’<strong>intelligenza sequenziale</strong> che S. <strong>contrappone a quella simultanea</strong>, propria invece delle forme di conoscenza dell’ascolto e della visione non alfabetica, caratterizzate per contro dalla percezione contemporanea di una pluralità di stimoli sensoriali. L’<strong>intelligenza simultanea non implicherebbe quindi un ordinamento preciso di tali stimoli a differenza di quella sequenziale</strong>, che opererebbe strutturazioni lineari dei dati. S. sostiene che l’intelligenza sequenziale sarebbe più evoluta di quella simultanea e, constatando il fatto che i nuovi media prediligono la seconda nelle loro comunicazioni, paventa <strong>il rischio di un arretramento ‘evolutivo’ dal punto di vista culturale</strong>: la visione non-alfabetica, caratterizzata da minor grado di governo e di controllo, prenderebbe il sopravvento su quella alfabetica più impegnativa e faticosa, ma anche più autonoma, strutturata, ordinante. Si è creato così un nuovo ordine dei sensi in cui l’udito e la visione non alfabetica sarebbero dominanti; l’arretramento della visione alfabetica sarebbe invece attestato dallo stesso rallentamento dell’alfabetizzazione della popolazione del pianeta. La trasformazione in corso sarebbe peraltro testimoniata anche da <strong>un nuovo rigoglio del parlare</strong> soprattutto nelle <strong>forme tipiche della chiacchiera</strong>, quali la <em>chat</em> (scritto che riproduce il parlato), che ricevono impulso da internet e dal telefono cellulare.<br />
Un altro interessante ambito di riflessione di S. è costituito dalle <strong>forme di acquisizione e di scambio delle conoscenze</strong>. In particolare, egli nota che <strong>i mutamenti in atto hanno profondamente inciso sull’enciclopedia di ciascuno</strong>, cioè sul suo patrimonio di conoscenze, che oggi è certamente diventato più articolato e complesso. Rispetto alle società tradizionali, quella della Terza Fase, in seguito allo sviluppo dei mezzi tecnologici di diffusione e di controllo delle conoscenze, è caratterizzata da <strong>banche dati delle informazioni</strong>, dalla <strong>moltiplicazione o addirittura polverizzazione dei luoghi di produzione del sapere</strong> – si pensi ai milioni di blog –, dall’<strong>aumento delle preconoscenze necessarie per compiere una varietà di comportamenti</strong>. In quest’ultimo senso S. parla di <strong>esplosione del software</strong> che crea nuove difficoltà per l’accesso rispetto a quelle esistenti nel passato e che implica una sorta di <strong>rovesciamento sociale nel possesso delle conoscenze</strong>: se una volta erano i vecchi a detenere un sapere da trasmettere ai giovani, ora sono questi a possedere un sapere superiore da comunicare alle generazioni precedenti.<br />
Di considerazione in considerazione S. arriva quindi a trattare anche della <strong>scuola</strong>, che è ancora <strong>il luogo principale in cui si riproduce e si distribuisce la conoscenza evoluta nelle sue forme iniziali e si trasmettono formalmente certe conoscenze selezionate</strong>. Tuttavia, essa sta perdendo terreno in questo passaggio epocale, mostrandosi incapace, per una serie di motivi (non ultimo le resistenze dei docenti), di seguire il processo di accrescimento veloce della conoscenza – <strong>è cognitivamente lenta</strong> – e quello di diffusione delle metodologie di accesso alle nuove banche dati – <strong>è metodologicamente lenta</strong>. Paradossalmente, la scuola corre il rischio di diventare <strong>un luogo dove si è protetti dai nuovi processi di conoscenza</strong>.<br />
Una delle cause principali di questi processi è per S. la <strong>nuova prevalenza del guardare sul leggere</strong>. Un’analisi comparativa delle caratteristiche di ‘<strong>amichevolezza’</strong> delle pratiche di apprendimento attraverso la lettura o di quelle attraverso la visione – analisi condotta secondo criteri che qui è possibile solo elencare: ritmo, correggibilità, richiami enciclopedici, convivialità, multisensorialità, iconicità, citabilità –  porta ad una valutazione sbilanciata a favore del secondo metodo.<br />
E questa prevalenza del guardare sul leggere ha rilevanti ricadute non solo sullo stile cognitivo, ma anche sulla <strong>concezione del testo</strong>. Nella tradizione moderna occidentale – diversamente dall’epoca antica e medievale – le élites hanno sostenuto un’idea filologica del testo, cioè fissa, prodotta da un autore, originale nei contenuti. Ora, invece, nella ‘Terza Fase’, si sta riaffermando una <strong>concezione aperta del testo</strong>, disponibile per la copia e l’interpolazione.<br />
Questi cambiamenti non possono non avere <strong>ricadute nel linguaggio</strong>, specie in quello dei giovani: e non solo sul loro lessico, ma anche sulla stessa struttura. S. introduce quindi una nuova distinzione concettuale, quello tra <strong>modello proposizionale e modello non-proposizionale di organizzare i pensieri</strong> e quindi la loro espressione linguistica. Il primo modello sarebbe caratterizzato da analiticità, strutturazione, contestualizzazione spazio-temporale, referenzialità (cioè riferimenti precisi alla realtà esterna); il secondo, proprio di questa nuova fase, sarebbe invece generico, vago; non darebbe nomi alle cose, e rifiuterebbe la struttura. E tutto ciò avrebbe ovviamente notevoli implicazioni sul modo di concepire l’esperienza di vita e quella del mondo.</p>
<p>Naturalmente, ci sarebbe molto da discutere sulle posizioni di S. che ha innanzitutto il merito di affrontare fenomeni di grande portata che noi non riusciamo ancora ad afferrare bene perché ci viviamo in mezzo. Apprezzabile è anche l’intenzionale equilibrio con cui giudica i nuovi sviluppi senza condannarne le conseguenze, benché sia implicitamente evidente la sua preferenza per il precedente sistema di apprendimento delle conoscenze.<br />
Purtroppo, in sede di commento, mi devo limitare a due sole considerazioni personali, che sono peraltro connesse. Il mutamento nelle modalità di conoscenza e negli stili cognitivi è evidente ed è soprattutto dovuto alle grandi potenzialità  &#8211; e ai grandi poteri  &#8211; dei nuovi media. Governare questo salto tecnologico richiede a sua volta un balzo del pensiero umano nella complessità, che esige una nuova educazione, quale quella proposta da Edgar Morin – che abbiamo già visto sul blog – o da Gregory Bateson. Ciò che mi sembra necessario fare è innestare le nuove forme di pensiero complesse o ‘ecologiche’ su una solida base di intelligenza sequenziale. Cioè, per andare avanti, non si può semplicemente abbandonare i risultati ottenuti dalla visione alfabetica, ma integrarvi i nuovi sviluppi simultanei.<br />
È evidente che le trasformazioni causate dai nuovi media provocano una situazione di fluidità sociale globale, sfruttata anche per la costituzione di nuovi poteri (ad es. televisivi, o relativi al software informatico), i quali hanno tutto l’interesse nel proporre la ricchezza della visione simultanea in maniera primitiva, eteronoma, cioè non educata e non autonoma. In concreto, la televisione e la multimedialità sono usate per agevolare una certa regressione del pensiero e in particolare della facoltà critica. E in tal modo si potrebbe in parte spiegare perché sia possibile così facilmente che i nuovi poteri producano discorsi politici assolutamente autocontraddittori, insostenibili spesso da un punto di vista logico-argomentativo (che è di tipo sequenziale), e guadagnare il credito di telespettatori ‘rimbambiti’ da fantasmagorici stimoli multimediali non facilmente ordinabili né gerarchizzabili, dove tutto è uguale a tutto.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Fine delle trasmissioni</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 12:34:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Con il progressivo avanzamento di nuove generazioni abituate a maneggiare le possibilità offerte dalla convergenza [degli strumenti mediali], la televisione, come la conosciamo noi, è condannata. Non si tratta di saper manipolare tecnologie in forma intuitiva, come pensano i genitori che chiamano i figli ad &#8220;accomodare&#8221; il computer o a rimettere i canali sul telecomando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="tvrest" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/12/tvrest.jpg" alt="tvrest" />&#8220;Con il progressivo avanzamento di nuove generazioni abituate a maneggiare le possibilità offerte dalla convergenza [degli strumenti mediali], la televisione, come la conosciamo noi, è condannata. Non si tratta di saper manipolare tecnologie in forma intuitiva, come pensano i genitori che chiamano i figli ad &#8220;accomodare&#8221; il computer o a rimettere i canali sul telecomando del televisore. Si tratta di plasmare la propria socializzazione in modo completamente nuovo, attraverso i siti di presentazione di sé, di <em>social networking</em>, di gioco e simulazione, di archiviazione  e condivisione di musica, fotografie, video, i blog, la possibilità di costituire nicchie plurime di interesse e di scopo, l&#8217;attitudine a fare con i media sempre più cose contemporaneamente, in una filosofia totalmente multitasking.&#8221;</p>
<p><span id="more-402"></span></p>
<p>Torniamo ad occuparci del sistema dei media nel nostro paese presentando <em>Fine delle trasmissioni. Da Pippo Baudo a You Tube </em>(Bologna 2007), un libro scritto da Enrico Menduni, professore di <em>Culture e formati della televisione e della radio</em> presso l’Università di Roma Tre.<br />
M. descrive le vicende degli ultimi trent’anni nella televisione italiana, concentrandosi sul grande impatto avuto dalle trasformazioni tecnologiche e culturali verificatesi a partire dalla metà degli anni ’90.</p>
<p>L’autore descrive <strong>la storia del declino della televisione generalista</strong> nostrana, su cui convergevano, vent’anni or sono, ingenti risorse, superiori – e secondo M. eccessive – rispetto a quelle impegnate in proporzione da altri paesi. Questa situazione ha da un lato pregiudicato l’iniziale sviluppo di altre piattaforme di erogazione di prodotti audiovisivi &#8211; in sostanza la tv a pagamento via cavo –; e, dall’altro, è valsa a <strong>preservare più a lungo l’anomalo duopolio televisivo</strong> Rai-Mediaset, che, al di là dei differenti (in certi casi assolutamente divergenti) orientamenti politici, culturali ed educativi, stava bene a tutte le parti in causa.<br />
Nonostante la resistenza opposta da questo diffuso atteggiamento conservatore, qualcosa stava però già cambiando su un piano più profondo, quello della <strong>mentalità del telespettatore</strong>. Ne era dimostrazione il successo di alcuni format televisivi, che M. riconduce a due filoni: 1) <strong>la tv realtà</strong> (si pensi a un <em>Giorno in pretura</em> o ai programmi di <em>infotainment</em> di Santoro, Costanzo e Funari, i quali svolsero funzioni di supplenza politica durante Tangentopoli) e 2) <strong>i <em>reality show</em></strong> (che si concentravano sull’intrattenimento nei programmi di <em>emotainment</em> condotti da Castagna, Cucuzza, Foschini, De Filippi, Carrà; per non parlare del <em>Grande fratello</em>).<br />
Si trattava dell’esito di una più <strong>generale tendenza alla popolarizzazione</strong> della Tv, in cui era la gente comune a diventare protagonista; e si annunciava così l’ulteriore passaggio dalla figura del semplice fruitore di programmi televisivi a quella del <strong><em>prosumer</em></strong>, cioè del produttore e consumatore insieme. Un passaggio che, temporaneamente ostacolato dalla persistente egemonia dei media istituzionali nella diffusione (<em>broadcast</em>), si sarebbe poi compiuto solo nel primo decennio di questo secolo grazie all’ausilio di mezzi personali di produzione e di diffusione dei testi multimediali.<br />
Il fattore di trasformazione decisivo per il nostro paese è stato, secondo M., la <strong>liberalizzazione dei settori dei media e delle comunicazioni imposta dall’Unione Europea</strong> dalla metà degli anni ’90. Si è trattato per l’Italia di un determinante sblocco politico della situazione, che ha permesso la <strong>diffusione pervasiva di fondamentali innovazioni tecnologiche</strong>. Ecco allora affacciarsi negli anni immediatamente precedenti al 2000 la televisione satellitare – per la quale in quegli anni si erano create le infrastrutture con Eutelsat, da una parte, e Astra di Rupert Murdoch, dall’altra –, i telefoni cellulari e soprattutto internet, il cui decollo risale al 1997.<br />
L’onda continua delle innovazioni, coniugata con la liberalizzazione dei mercati, ha quindi in pochi anni scardinato alcune fondamenta del sistema dei media. Pur tralasciando in questo post gli aspetti relativi alle telecomunicazioni – che M. tratta ampiamente –, si deve comunque ricordare <strong>l’impatto avuto dai telefoni digitali, in particolare dai videofonini</strong>, che hanno dotato gli individui di strumenti personali e mobili di fruizione e produzione di testi multimediali; tanto che la comunicazione vocale è ormai da anni divenuta un aspetto tra gli altri nell’uso di questi apparecchi elettronici. Ma anche strumenti quali l’iPod e il computer portatile hanno permesso al singolo di avere sempre con sé grandi librerie di filmati e di musica o di potervi accedere via web. Tutto ciò ha contribuito al fondamentale <strong>fenomeno di convergenza tra le diverse piattaforme</strong>, che consente la fruizione trasversale dei contenuti, i quali sono peraltro sempre più il prodotto degli stessi utenti (<em>user generated contents</em>).<br />
Allo stesso modo si è assistito negli ultimi anni, all’incirca a partire dal 2001, alla piena <strong>affermazione della tv a pagamento</strong>, con abbonamento o con richiesta di singoli prodotti (<em>pay per view</em>). In tale contesto <em>Sky</em> è riuscita nel giro di pochi anni ad acquisire una vasta platea di telespettatori, arrivando ad essere un <em>competitor</em> alla pari degli altri due e rompendo così di fatto il duopolio presente nella tv generalista in chiaro.<br />
È evidente che queste trasformazioni <strong>necessiterebbero di una nuova regolamentazione</strong>, ma la classe politica italiana non ha perso purtroppo la tendenza a garantire le proprie posizioni e a non risolvere le situazioni problematiche, quali il conflitto di interessi che riguarda Silvio Berlusconi. La <strong>legge Gasparri</strong> (2004) risulta in questo senso particolarmente significativa, in quanto ha soprattutto cercato di evitare l’oscuramento di <em>Retequattro</em>, e, conseguentemente, quello di <em>RaiTre</em>.<br />
In realtà, i temi affrontati da questo testo legislativo sono ben più ampi. Tuttavia, emblematicamente, alcuni problemi hanno ricevuto solo una pseudo soluzione, mentre altre questioni si sono lasciate completamente cadere. Ad esempio una soluzione apparente è stata quella di cancellare il duopolio Rai-Mediaset mediante una moltiplicazione del numero delle reti televisive nazionali consentita dal ricorso alla tecnologia del digitale terrestre: è chiaro però che si tratta solo di una fittizia diluizione, di cui ha anzi approfittato proprio Mediaset impiantando una nuova offerta di programmi a pagamento, <em>Premium</em>. Insomma, un aggravamento del conflitto di interessi, reso peraltro evidente 1) dai recenti scontri dei governi con <em>Sky</em>, penalizzata da decisioni politiche tutt’altro che trasparenti; 2) dalla procedura di infrazione aperta dalla UE contro il nostro paese per l’eccessivo favore che la legge accorda agli operatori già esistenti sull’analogico. Inattuata è invece rimasta la prevista <strong>privatizzazione della Rai</strong>, che è stata fatta arenare in silenzio: sarebbe stato certo un ‘guaio’ se l’azienda pubblica si fosse sottratta al controllo della politica; e questo, ancora una volta, per entrambe le parti, centro-destra e centro-sinistra.<br />
Purtroppo tralascio molte altre interessanti ricostruzioni dello scenario politico e mediale italiano compiute da M. nel suo libro e dedico le ultime considerazioni alla descrizione di fenomeni e processi di portata più generale. Il declino della televisione generalista ha fatto sì che <strong>non ci sia più una fruizione corale di tale mezzo</strong>: in precedenza, infatti, tutti più o meno guardavano le stesse cose; l’ampliarsi dell’offerta attraverso nuovi canali e nuove piattaforme ha invece destrutturato la soggettività unica dello spettatore e ha dato spazio ad una pluralità di identità e di culture decisamente postmoderna. Questo processo è andato di pari passo con la già accennata <strong>individualizzazione dei prodotti televisivi</strong> che è l’approdo attuale di quella popolarizzazione già in atto da fine anni ’80: i <strong>video girati da gente comune</strong>, in particolare con i telefonini, sono ormai diventati parte consistente del nostro panorama mediale, tanto da rispondere, nonostante le loro imperfezioni rispetto agli standard tradizionali, ad <strong>una nuova estetica iperrealistica</strong>. E qui si può inserire un’ulteriore considerazione di M., secondo cui <strong>la nostra relazione con lo strumento video è diventata più stretta, mentre il nostro rapporto con la televisione tradizionale si sta progressivamente perdendo</strong>. M. riconosce però l’importante <strong>ruolo che può ancora rivestire la televisione generalista pubblica</strong> come mediatrice istituzionale di certi contenuti, che garantiscano e promuovano – sintetizzo io – i valori democratici.</p>
<p>Ciò appare fondamentale perché, per parafrasare in sede di commento le ultime parole di M., la ristrutturazione dei tempi e degli spazi sottesa a queste trasformazioni si inserisce nell’alveo di una ridefinizione dei confini tra sfera pubblica e sfera privata. O meglio, va nella direzione di una fusione delle due sfere dagli effetti imperscrutabili; un macro-processo, questo, che abbiamo avuto modo di intravedere più volte nelle riflessioni sviluppate in questi due anni sul blog. Un fenomeno postmoderno, insomma, che apre nuove possibilità e forme di vita, ma che fa aleggiare lo spettro di nuove gerarchie signorili; una preoccupazione, quest’ultima, suscitata da certi comportamenti o linee politico-economiche, che sembrano dettati dall’intenzione di imporre, grazie a una posizione di forza, prelievi delle risorse dei cittadini. Si pensi soltanto al recentissimo scontro tra Google e Murdoch sulla visione gratuita delle informazioni sul web: in un campo nuovo, finora aperto ad una libera fruizione di tutti, che agevola così il diritto all’informazione del cittadino globale, si vuole imporre una sorta di prelievo della cui liceità bisognerebbe per lo meno discutere democraticamente.<br />
Purtroppo casi analoghi si rilevano anche in Italia, che mostra in questo campo una peculiarità paradossale già incontrata in molti altri ambiti. Il ritardo nel settore dei media – ritardo che garantiva, di fronte ad innovazioni in grado di alterare gli equilibri di potere, chi aveva già posizioni di forza – ha costretto a bruschi ed affannosi adeguamenti, che hanno spesso avuto conseguenze non positive. La grave paradossalità dell’attuale situazione italiana risiede però nel fatto che le spinte liberalizzatrici degli anni ’90 si stanno inflettendo, su scala globale, negativamente, e favoriscono così la costituzione di nuovi potentati socio-politici contrari ai valori democratici. Ragion per cui le antiche logiche padronali e di rango delle élite italiane, dopo qualche difficoltà, hanno trovato terreno fertile in alcune tendenze postmoderne della costruzione del potere, cosicché è per loro possibile, con nuovi mezzi, continuare a limitare l’esercizio della cittadinanza.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: right;">E. R.</p>
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		<title>Il libro che le multinazionali non ti farebbero mai leggere</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Aug 2009 20:28:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
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“Le 500 maggiori aziende del mondo controllano oggi circa il 70% del mercato globale. Il loro fatturato nel 1994 equivaleva  al 25% del prodotto interno lordo del mondo, nel 2005 ammontava già a più del 33%. Eppure queste imprese danno lavoro solo allo 0,05% della popolazione mondiale, quindi nessuno può sostenere che abbiano creato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="A drain" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/08/drain3.jpg" alt="A drain" /></p>
<p>“Le 500 maggiori aziende del mondo controllano oggi circa il 70% del mercato globale. Il loro fatturato nel 1994 equivaleva  al 25% del prodotto interno lordo del mondo, nel 2005 ammontava già a più del 33%. Eppure queste imprese danno lavoro solo allo 0,05% della popolazione mondiale, quindi nessuno può sostenere che abbiano creato posti di lavoro. In effetti per colpa loro sono stati annientati numerosi posti in piccole e medie imprese e nell&#8217;agricoltura.</p>
<p>Se accostiamo il PIL dei Paesi più ricchi al fatturato delle principali multinazionali ci accorgiamo che tra le cento maggiori potenze economiche troviamo tanti Stati quante aziende: &#8211; al 1° posto USA: PIL 13.202 mld (miliardi di dollari) – al 2° posto Giappone: PIL 4.340 mld – al 3° posto Germania: PIL 2.950 mld – al 4° posto Cina: PIL 2.668 mld – al  5° posto Regno Unito: PIL 2.345 mld – al 7° l&#8217;Italia: PIL 1.845 &#8211; al 22° posto la prima multinazionale Wal-Mart (catena di supermercati americana) – al 23° posto la ExxonMobil (Esso e Mobil) – al 26° Royal Dutch Shell. I dati confermano: molte multinazionali sono economicamente più forti di interi stati.”<br />
<span id="more-263"></span><br />
Continuiamo la serie di post sull&#8217;economia presentando il libro di Klaus Werner-Lobo, giornalista viennese, dal titolo Il libro che le multinazionali non ti farebbero mai leggere. Sfruttamento del lavoro, esaurimento delle risorse. Come la dittatura dei grandi marchi condiziona le nostre vite (Roma 2009).<br />
W. mette in luce la forte correlazione esistente tra il comportamento delle multinazionali e lo sfruttamento del  lavoro minorile e femminile nel Terzo Mondo. Inoltre, l&#8217;autore indaga sui crimini e le colpe dei grandi gruppi industriali, fornendoci una panoramica internazionale, e ci indica la strada per contribuire nel nostro piccolo a  fermarli.<br />
Le grandi imprese hanno fatturati da capogiro in grado di competere con quelli di interi stati, e questo permette loro di esercitare una forte pressione sia sui governi che sull&#8217;opinione pubblica tramite i mass media. Tale attività si definisce lobbismo. Il lobbismo è una pratica diffusa in ogni società, anche se l’attuale situazione europea è particolarmente delicata dal momento che il “governo” dell’Unione non ha di fatto nessuna legittimazione democratica. Nella commissione europea l&#8217;influenza delle lobby si rivela dunque particolarmente forte, poiché tale organo sganciato da un diretto mandato politico dei cittadini’ ha ampi poteri sia legislativi che esecutivi. Spesso, per la mole di lavoro da svolgere, anche i parlamentari europei sono costretti a riportare parola per parola le proposte formulate dalle multinazionali. Un esempio di lobbismo sono gli ostacoli posti da industrie automobilistiche come Porsche, BMW, Daimler per un giro di vite da parte della UE sulla riduzione delle emissioni di CO2. Per comprendere la forza di queste lobby basta ricordare la costrizione subita dall&#8217;Austria a riguardo dell&#8217;importazione di cibi modificati geneticamente, nonostante sia la maggioranza della popolazione sia il governo fossero contrari.<br />
L&#8217;altro strumento necessario alle multinazionali sono i mass media in quanto permettono di influenzare l&#8217;opinione pubblica a loro vantaggio, infatti in Europa la maggior parte dei mezzi di comunicazione sono in mano a grosse aziende. W. porta l&#8217;esempio del settimanale viennese Format che nel 2007 subì le pressioni da parte di un rappresentante del CDA della Raiffeinbank (banca tedesca proprietaria del settimanale) sugli articoli critici riguardanti i clienti della banca.<br />
Se estendiamo il discorso a livello mondiale sono tre le strutture principali soggette al controllo delle lobby: la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l&#8217;Organizzazione mondiale del commercio. Infatti, anche se queste organizzazioni rappresentano tutti i paesi del mondo, le nazioni ricche hanno più  peso e i loro interessi prevaricano i principi umanitari sbandierati. In tutte e tre le istituzioni manca un controllo democratico dal momento che le cariche sono determinate dai governi più importanti e gli accordi presi sono spesso segreti.<br />
W. prende in esame vari soprusi generati dalla difesa degli interessi delle multinazionali tra i quali menziono: &#8211; la guerra del Congo promossa dalla H.C.Starck (proprietà del gruppo chimico farmaceutico Bayer) per il controllo del mercato di tantalio grezzo  (materia prima fondamentale per la costruzione dei componenti elettronici); – lo sfruttamento umano nella fabbrica Formosa di El Salvador. che produceva magliette per la Nike e la Adidas (tutto nascosto dietro “facciate pulite” come gli impegni di responsabilità d&#8217;impresa o accordi volontari fasulli, ma, in realtà, per una scarpa da ginnastica di 100 euro una cucitrice in Cina o in Vietnam guadagna 40 centesimi); – le 22.000 vittime nella piantagioni del Nicaragua per il Nemagon, pesticida per i frutti tropicali a buon mercato della Dow Chemical e Shell; – per finire, le sperimentazioni dei farmaci su cavie umane prese tra i paesi più poveri.<br />
L&#8217;elenco non ha tanto l&#8217;obiettivo di essere esaustivo quanto quello di sensibilizzare le persone alla disumanità di queste multinazionali che con la globalizzazione hanno trovato le porte aperte per un’ estensione indiscriminata dei loro interessi e quindi, spesso, anche dei loro soprusi. L&#8217;intento di questo post è appunto quello di denunciare il comportamento di queste aziende, che va a discapito di tutta l&#8217;umanità e risvegliare dentro di noi un senso di responsabilità nelle nostre scelte. Con il nostro comportamento quotidiano, infatti, possiamo fare tanto per fermare questi soprusi: domani, quando andiamo a fare la spesa, scegliamo da che parte stare …</p>
<p style="text-align: right;">M.T.</p>
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