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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; mercato</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Orientamento – Mani nei capelli, perdita di controllo e scelta</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 11:39:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mani nei capelli. Da qualche tempo, in televisione e soprattutto su parecchi siti internet di informazione, si può vedere una vera e propria galleria di foto di operatori finanziari che esprimono lo sbigottimento, la perplessità, la preoccupazione, la disperazione. E la posa più gettonata è senza dubbio il mettersi le mani nei capelli. Ciò che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img title="Â©boat4" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2011/11/©boat4.jpg" alt="Â©boat4" />Mani nei capelli. </strong>Da qualche tempo, in televisione e soprattutto su parecchi siti internet di informazione, si può vedere una vera e propria galleria di foto di operatori finanziari che esprimono lo sbigottimento, la perplessità, la preoccupazione, la disperazione. E la posa più gettonata è senza dubbio il mettersi le mani nei capelli. Ciò che queste immagini, nell’uso quotidiano dei media, vogliono comunicare è il senso di impotenza di fronte a qualcosa che non si può controllare, che non si riesce a governare, quasi che si fosse di fronte ad una catastrofe ‘naturale’.<span id="more-1069"></span><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Istituzioni naturalizzate</strong><strong>. </strong>Ma è veramente ‘naturale’ quello che sta accadendo? O non si tratta piuttosto di una credenza indotta dalla cultura egemonica di questo tempo che maschera delle decisioni e dei rapporti di potere sotto le vesti di funzionamenti presuntamente oggettivi, in questo caso quelli del mercato? Per quanto si possa tirare in ballo l’automatismo di certe procedure, addirittura alcune informatizzate, per spiegare l’andamento dell’attuale crisi economico-finanziaria, non possiamo dimenticare che ci troviamo di fronte ad istituzioni umane che sono continuamente create e governate sulla base di scelte. Ora queste scelte – che qualcuno ha compiuto e compie – hanno come risultato un effetto di perdita di controllo.<strong></strong></p>
<p><strong>Perdita di controllo. </strong>Con ciò non si vuol dire che la perdita di controllo non sia realmente esperita, perché noi la viviamo così e probabilmente non pochi operatori finanziari la percepiscono così. Tuttavia sarebbe un interessante esperimento ideale poter aggiungere alla galleria propostaci dalla televisione e da internet le foto di tutti mediatori di una piazza d’affari per verificare se i loro gesti comunichino unanimemente il disappunto, la frustrazione e la disperazione. Temo che non pochi mostrerebbero le espressioni di chi sa quello che sta accadendo e soprattutto quello che sta facendo.<strong></strong></p>
<p><strong>La scelta.</strong><strong> </strong>Ora questa perdita di controllo sta ponendo i cittadini di fronte ad un’alternativa politica: 1) o accettare le condizioni imposte da quelle istituzioni che inducono la perdita di controllo e così vedere gradualmente compressi i propri diritti sociali, politici e infine civili, a vantaggio di poteri che progressivamente si manifestano sempre più oligarchici e autoritari; 2) o riformare radicalmente le istituzioni che inducono la perdita di controllo e che si stanno trasformando di fatto in strumenti di progetti politici antidemocratici, riformulando in maniera più equa per tutti alcuni fondamentali processi economici e sociali, al momento divenuti particolarmente ingiusti. <strong></strong></p>
<p>Il momento per compiere questa scelta è ormai giunto.</p>
<p><strong>Quattro anni. </strong>E il nostro blog, che compie quattro anni, vuole nel suo piccolo contribuire a chiarire ai lettori i termini di questa scelta, prendendo ovviamente posizione a favore della seconda opzione, quella della riforma democratica. <strong></strong></p>
<p><strong>Aspetti negativi.</strong><strong> </strong>Intanto il bilancio di quest’ultimo anno presenta luci ed ombre; e purtroppo sempre le stesse. Da un lato il numero dei partecipanti attivi è rimasto pressoché nullo, per quanto riguarda sia i post sia i commenti. Già da tempo siamo consapevoli del fatto che è proprio il nostro modo di veicolare le informazioni in testi lunghi e attraverso la recensione strutturata di libri e articoli a frenare la partecipazione; e per questo stiamo cercando di facilitare l’interattività degli utenti con gli strumenti offerti dai <em>social network</em>. Tuttavia, giudichiamo ancora positiva la nostra scelta ‘difficile’ perché offriamo qualcosa che in fase di lettura (e di scrittura) richiede un grado di ponderazione e di riflessione – quindi tempi più lunghi – che sono condizioni imprescindibili per un maturo esercizio della cittadinanza democratica. La democrazia è relativamente lenta e non segue i ritmi veloci della televisione; internet per contro offre le più diverse possibilità di utilizzo e di velocità, anche quella <em>slow</em>, che più si addice al ragionamento critico e alla qualità della vita pubblica e non.<strong></strong></p>
<p><strong>Dati positivi. </strong>Per fortuna rimangono anche i dati positivi: le statistiche mostrano numeri in significativa crescita. Per il 2011 è stato già superato in cifre assolute tanto il numero delle visite quanto quello delle pagine visitate; l’incremento previsto si aggira nel primo caso intorno al 20% annuo, nel secondo la percentuale è di gran lunga superiore, anche se il dato è meno significativo. Ma oltre ai dati quantitativi occorre mettere in evidenza anche un aspetto qualitativo, cioè la significatività tematica delle ricerche sul web che approdano al nostro blog: i problemi attuali trovano una risposta anche nella nostra offerta di informazioni e questo è senza dubbio un obiettivo prefissato per il blog che è stato raggiunto. <strong></strong></p>
<p>Siamo presenti dunque sulle questioni che interessano gli utenti-cittadini; ci mancano ancora scrittori e commentatori. Non resta che migliorare, perseverando.</p>
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		<title>Le regole sociali dei mercati finanziari</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 11:40:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
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&#8220;I mercati finanziari, data l&#8217;elevata incertezza che li caratterizza, risultano, più di altri mercati, permeati da idee e teorie che assumono sovente la valenza di mode e manie, cioè di convergenze parossistiche su schemi e comportamenti comuni. Tali mode vengono potenziate dal fatto che il gioco delle aspettative e delle anticipazioni delle aspettative altrui da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©currency" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/01/©currency.jpg" alt="Â©currency" /></p>
<p>&#8220;I mercati finanziari, data l&#8217;elevata incertezza che li caratterizza, risultano, più di altri mercati, permeati da idee e teorie che assumono sovente la valenza di mode e manie, cioè di convergenze parossistiche su schemi e comportamenti comuni. Tali mode vengono potenziate dal fatto che il gioco delle aspettative e delle anticipazioni delle aspettative altrui da parte degli speculatori, crea facilmente ‘profezie’ che si autoavverano e, così, bolle speculative positive, se inducono rapidi rialzi nel valore dei titoli, negative, se ne producono la repentina caduta. Le bolle speculative […] si verificano allorquando alti e bassi corsi dei titoli sono sostenuti più da ondate di eccessiva fiducia o di eccessiva sfiducia degli investitori che da una stima coerente e realistica del loro valore.&#8221;<span id="more-450"></span></p>
<p>Torniamo ad occuparci dei mercati finanziari, che tanta parte hanno ormai assunto nello scenario in cui si muove il cittadino globale, recensendo il libro <em>Finanza sregolata? Le dimensioni sociali dei mercati finanziari</em> (Bologna 2008), scritto da Antonio Mutti, docente di sociologia economica all’Università di Pavia.<br />
M. esorta ad avviare l’esplorazione di uno dei più rilevanti ambiti della vita economica e politica attuale, quello della finanza, (1) in cui si manifesta chiaramente <strong>la centralità assunta dal rischio e dall’informazione nel mondo contemporaneo</strong>, e (2) di cui l’autore mostra <strong>le basi e i funzionamenti sociali</strong>, spesso taciuti o dimenticati.</p>
<p>L’indagine di M., chiaramente sollecitata dai <strong>recenti andamenti critici della finanza globale</strong>, propone <strong>nuovi strumenti interpretativi</strong>, quali i concetti di fiducia, sfiducia, reputazione, che provengono da discipline diverse dalla scienza economica, quali la sociologia e la psicologia sociale. In tal senso M. asseconda la più generale tendenza a <strong>criticare e abbandonare le teorie neoclassiche</strong> che avevano elaborato spiegazioni di ordine puramente economico per comprendere i processi e i fenomeni del mercato. Spiegazioni che, tuttavia, si fondavano spesso su fattori poco realistici.<br />
Poste queste premesse, M. definisce il<strong> mercato finanziario</strong> come quel mercato dove si negoziano titoli a lungo termine, come obbligazioni e azioni; distingue quindi un mercato <strong>primario</strong>, dove sono scambiati titoli appena emessi, e uno <strong>secondario</strong>, in cui sono contrattati titoli già emessi per facilitarne la compravendita. Il ‘luogo’ deputato a queste negoziazioni è la <strong>borsa valori</strong>. Inoltre, come è noto, con l’<strong>affermazione delle nuove tecnologie</strong>, le transazioni di titoli avvengono ormai per lo più telematicamente; si sono quindi notevolmente accresciute e complessificate le reti di relazioni e al contempo si sono ridotti i rapporti <em>face-to-face</em>, tanto che è emersa la necessità di ricorrere a nuove forme di controllo.<br />
Nonostante ciò, la base sociale degli scambi e delle relazioni tra gli operatori è al fondo rimasta la stessa. Una sua descrizione accurata richiede che si abbandonino tutte le modellizzazioni che contemplano condizioni perfette (massima razionalità e completa informazione degli attori), per accogliere al suo interno le condizioni reali in cui avviene la concorrenza. Sono allora da <strong>prendere in considerazione i limiti cognitivi dei soggetti</strong>, le loro <strong>condizioni di razionalità limitata</strong> e soprattutto i comportamenti dettati da <strong>opportunismo</strong>, cioè dalla <strong>capacità di trarre vantaggio personale dalle asimmetrie informative a scapito degli altri</strong>. La portata delle condotte opportunistiche è per M. molto ampia, tanto che si può rilevarne un andamento ciclico per lo più corrispondente con quello delle bolle speculative: queste sono infatti in gran parte l’effetto di comportamenti diffusi miranti a perseguire interessi a breve piuttosto che a lungo termine.<br />
Occorre dunque considerare gli <strong>operatori del settore economico</strong> come <strong>soggetti condizionati da limiti cognitivi e da disposizioni emotive</strong>, che possono dar luogo ad <strong>effetti di distorsione</strong>: l’<span style="text-decoration: underline;">incorniciamento</span>, cioè la propensione al rischio secondo il contesto (ad es. si rischia di più quando si è in perdita); la <span style="text-decoration: underline;">dotazione</span>, cioè l’attribuzione di un valore superiore ad un bene quando lo si possiede; la <span style="text-decoration: underline;">sovrastima</span>, cioè la sopravvalutazione delle proprie capacità previsionali; l’<span style="text-decoration: underline;">estrapolazione</span>, cioè la proiezione delle tendenze del recente passato nel futuro.<br />
Per contrastare tali condizionamenti, cognitivi ed emotivi, gli attori economici ricorrono ai <strong>modelli teorici</strong> che hanno <strong>la principale funzione di compiere una riduzione dell’incertezza</strong>. Questi modelli – ne sono stati individuati sei fondamentali – non sono però utilizzati in maniera rigida, ma elastica, talvolta addirittura creativa, al fine di operare al meglio nei diversi contesti: con essi infatti non si descrive propriamente un’ineluttabile realtà economica, ma piuttosto si agisce su essa.<br />
La rilevanza di tutti questi fattori si è significativamente accentuata con la <strong>globalizzazione dell’economia e della finanza</strong>, acceleratasi nell’ultimo decennio del secolo scorso, quando fattori di ordine politico (fine della guerra fredda), tecnologico (diffusione delle reti telematiche che hanno permesso la negoziazione continua), finanziario (facilitazioni per movimenti e tassazioni dei capitali), culturale e psicologico (clima di grande fiducia nel mercato e nelle capacità previsionali) hanno inciso profondamente sulla struttura del mercato, soprattutto nel senso dell’incertezza. È in questo momento che si sono creati degli <strong>strumenti non regolamentati</strong>, pensati non solo per fini speculativi, ma anche per la copertura del rischio, che si sono rivelati però, a causa di diffuse condotte opportunistiche, il principale fattore scatenante delle ultime crisi: derivati, <em>hedge funds</em>, cartolarizzazioni, ecc.<br />
Di fronte ai <strong>sempre più frequenti crolli</strong> (Wall Street 1987, Asia 1997-1998, <em>new economy</em> 2000-2001, Argentina 2001-2002, <em>subprime</em> 2007-2008) <strong>il sistema economico-finanziario ha reagito</strong> di volta in volta prendendo una serie di provvedimenti per contrastare il precedente rilassamento: ha richiesto la diffusione di una maggiore quantità di informazioni; ha consentito l’intervento dello stato per regolamentare determinati aspetti degli scambi; ha individuato le regioni e i settori sicuri per gli investimenti; ha distinto tra buoni e cattivi intermediari. Ma ciò è avvenuto solo per un periodo limitato di tempo, perché si è poi tornati al rilassamento precedente. Ed è riflettendo su questa complessa situazione che gli studiosi hanno rilevato la significatività di fattori non strettamente economici, quali la <strong>fiducia</strong>, la <strong>sfiducia</strong> e soprattutto la <strong>reputazione</strong>, che si fondano sull’interpretazione ‘autorevole’ di analisti, banche centrali e agenzie specializzate.<br />
M. analizza quindi in particolare il ruolo e il funzionamento di questi ultimi attori, tra cui si distinguono le <strong>società di revisione contabile</strong> (<em>auditing</em>) e quelle di valutazione del credito (<em>rating</em>).<br />
Le prime controllano la regolare tenuta della contabilità da parte delle aziende, certificandone i bilanci al fine di diminuire le asimmetrie informative nel mercato. M. da un lato 1) sottolinea la <strong>monopolizzazione di questi servizi</strong> da parte di quattro grandi imprese (per lo più angloamericane), situazione che implica <strong>la concentrazione di una funzione fondamentale di garanzia del mercato in mani private</strong>; e dall’altro 2) mette in evidenza un <strong>pericoloso conflitto di interessi</strong>, dovuto all’<strong>assunzione di compiti di consulenza in materia fiscale e di <em>management</em> strategico</strong> da parte di queste stesse imprese di <em>auditing</em> presso le medesime aziende controllate. È forte quindi il rischio che per non perdere i cospicui compensi derivanti dalle consulenze possano essere addolcite le certificazioni sui bilanci delle aziende.<br />
Una situazione analoga si ritrova nelle seconde<strong> agenzie, quelle di <em>rating</em></strong>: esse sono deputate a stimare il grado di rischio di inadempienza relativo ad un determinato debitore privato o pubblico, classificandolo secondo una scala di gradazione che indica la sua capacità di onorare gli impegni connessi ai suoi debiti. Anche qui si registra una <strong>notevole concentrazione</strong>: sebbene ci siano nove agenzie che operano a livello mondiale, due di esse egemonizzano il mercato, <em>Moody’s</em> e <em>Standard &amp; Poor’s</em>. E pure in questo caso si rileva un <strong>potenziale conflitto di interessi</strong>, dovuto da un lato al fatto che dagli anni ’70 le valutazioni sono pagate dagli stessi enti valutati, che possono dunque esercitare pressione sulle agenzie per ottenere giudizi benevoli, e dall’altro all’erogazione di consulenze, il cui mantenimento può facilmente indurre ad emettere giudizi ammorbiditi.<br />
L’analisi sociologica di M. svela <strong>la funzione principale di queste agenzie</strong>, che non è primariamente quella di mettere in guardia da situazioni pericolose: infatti esse non sono riuscite a prevedere i più rilevanti cambiamenti economici, le maggiori crisi finanziarie e i fallimenti di molte grandi imprese avvenuti dal secondo dopoguerra. Ad esempio, <em>Moody’s</em> ed <em>Standard &amp; Poor’s</em> hanno valutato positivamente la <em>Enron</em> fino a quattro giorni prima del suo crac. L’incapacità di previsione dipende dal fatto che esse riflettono e consolidano gli stessi equilibri di potere del mercato, condannando in realtà duramente solo chi è già pubblicamente fallito (vedi caso <em>Parmalat</em>). La loro funzione è allora un’altra, quella cioè di <strong>delimitare gli effetti dell’incertezza nell’azione degli operatori attraverso delle funzioni di rassicurazione cognitiva ed emotiva:</strong> sono cioè agenzie che <strong>distribuiscono soprattutto fiducia e sfiducia</strong>, come pure <strong>reputazione positiva e negativa</strong>; non controlli e previsioni efficaci.</p>
<p>È evidente, come lo stesso M. afferma, che quella delle agenzie è una soluzione solo parziale e insufficiente per il problema dell’incertezza in sistemi economico-finanziari ipercomplessi che necessitano di costanti certificazioni. Una soluzione offerta da privati che hanno occupato uno spazio certo libero, ma la cui rilevanza strategica meriterebbe maggiore attenzione da parte dei poteri pubblici.<br />
In senso più generale la prospettiva dello studio di M. è feconda proprio perché svela in realtà i fondamenti sociali del potere della finanza: non si tratta insomma di un’area di funzionamento autoreferenziale, basata, come normalmente si vuol far credere, su fattori solamente economici e caratterizzata da processi e comportamenti razionali.<br />
Questa credenza nell’oggettività economica del mercato è in parte un meccanismo di mascheramento dei poteri che controllano lo spostamento di capitali e di altre risorse sul pianeta, cioè il processo più avanzato di strutturazione dei rapporti di forza nella società globale. Non dobbiamo però pensare che tale meccanismo interessi solo sfere alte e inaccessibili della società: esso condiziona pervasivamente anche i consulenti finanziari, più o meno consapevoli, che incontriamo ogni giorno nelle nostre banche.</p>
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
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		<title>Un mondo diverso è possibile</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Nov 2007 21:23:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
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		<description><![CDATA[
&#8220;Un altro mondo è possibile&#8221;. Queste poche parole devono diventare una convinzione radicata di tutti coloro che non accettano le ingiustizie causate dai processi di mondializzazione che vanno sotto il nome di globalizzazione. Tali processi non sono inevitabili, non sono decisi dal fato, ma sono il frutto di scelte di élites politiche, economiche e culturali.
Ecco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img title="Â©flowers" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2007/11/©flowers.jpg" alt="Â©flowers" /></p>
<p>&#8220;Un altro mondo è possibile&#8221;. Queste poche parole devono diventare una convinzione radicata di tutti coloro che non accettano le ingiustizie causate dai processi di mondializzazione che vanno sotto il nome di globalizzazione. Tali processi non sono inevitabili, non sono decisi dal fato, ma sono il frutto di scelte di élites politiche, economiche e culturali.<br />
Ecco il nocciolo del pensiero di J. E. Stiglitz, che con le sue alte competenze in ambito economico illustra il fallimento di una politica neoliberista sconsiderata e spesso criminale, fortemente voluta dagli USA negli anni &#8216;90. Questa politica deve essere sostituita da una nuova linea progettuale mondiale, decisa quanto più possibile in maniera democratica e volta a garantire giustizia ed equità per tutti i popoli attraverso la ridistribuzione delle ricchezze. Non si tratta di una utopia, ma di riforme concrete che secondo Stiglitz si <strong><em>possono</em></strong> <strong>fare</strong>.<span id="more-22"></span></p>
<p>Introduciamo l&#8217;area tematica del blog &#8216;la globalizzazione per noi&#8217; presentando un libro recentemente pubblicato, <em>La globalizzazione che funziona</em> (Torino 2006), da <span style="text-decoration: underline;">J. E. Stiglitz</span>, economista della Columbia University, già  premio Nobel nel 2001.<br />
In questo saggio S. offre una chiara descrizione dei grandi problemi emersi durante i recenti processi economici globali ed avanza una serie di <strong>proposte di riforma</strong>, che si caratterizzano tanto per la duttilità, quanto per il deciso perseguimento del <strong>fine dell&#8217;equità </strong>, cioè di una giustizia derivante da scambi di beni, servizi, capitali e manodopera, tra soggetti posti in condizione di godere di pari diritti. L&#8217;equità costituisce il fulcro di &#8216;<strong>un altro mondo</strong>&#8216;, cioè di un&#8217;alternativa alle tendenze negative degli ultimi anni.<br />
L&#8217;altro mondo di S. è il frutto della <strong>consapevolezza di un fallimento</strong>, quello di una politica economica mondiale, caratterizzata dal &#8216;<strong>fondamentalismo del mercato</strong>&#8216;, che si è imposta negli anni &#8216;90 ed è nota come &#8216;<span style="text-decoration: underline;">Washington Consensus&#8217;</span>. Il governo USA e due organi internazionali da quello strettamente controllati, la <span style="text-decoration: underline;">Banca Mondiale</span> e soprattutto il <span style="text-decoration: underline;">Fondo Monetario Internazionale</span> (FMI), più l&#8217;<span style="text-decoration: underline;">Organizzazione Mondiale del Commercio</span> (OMC o WTO), costituita proprio in quegli anni (1995), sono riusciti ad imporre una politica di liberalizzazioni parziali, riguardanti soprattutto i capitali, che hanno messo in seria difficoltà  i paesi in via di sviluppo, perché le conseguenti speculazioni hanno aggravato la loro situazione economica complessiva.<br />
S. ripercorre in breve le grandi crisi degli ultimi anni: quella russa, quella argentina, quella africana e quella asiatica, mostrando i danni apportati da una politica di apertura ai mercati condotta a tutto vantaggio dei paesi avanzati e le ingiustizie sociali create in quelli più poveri. L&#8217;attenzione di S. si appunta però anche sulla <strong>reazione dei paesi asiatici</strong> alla crisi, i quali sono stati in grado di risollevarsi, svincolandosi dalle direttive del FMI. E questa lezione è stata appresa pure dall&#8217;Argentina, capace di rinegoziare autonomamente il debito che l&#8217;ha portata al collasso, riuscendo al contempo a rilanciare la propria economia senza essere &#8217;soffocata&#8217; dai dettami degli organi internazionali.<br />
S. invita quindi a una duplice presa di coscienza da cui si può avviare una riforma dell&#8217;economia globale: 1) il riconoscimento del<strong> carattere positivo dell&#8217;intervento statale</strong> in ambito economico, in quanto il mercato &#8211; che non risponde mai alle condizioni ideali dei suoi fautori &#8211; non riesce da solo a creare situazioni stabili, ma finisce per aumentare lo squilibrio, portando al paradosso di paesi ricchi pieni di gente povera; 2) l&#8217;esigenza di costituire <strong>nuove istituzioni internazionali</strong>, che consentano di controllare efficacemente i processi economici, garantendo al contempo il maggior grado possibile di democraticità e trasparenza nelle decisioni.<br />
Dunque non è la globalizzazione ad essere sotto accusa, ma una particolare piega che essa ha preso negli ultimi quindici anni; una piega che ha un suo segno emblematico nella crescente importanza politica assunta dal <span style="text-decoration: underline;">PIL</span> nella valutazione dello stato di un&#8217;economia.<br />
S. denuncia concretamente le distorsioni attuali:<strong> le liberalizzazioni asimmetriche</strong> &#8211; ad es. le sovvenzioni all&#8217;agricoltura dei paesi occidentali che soffocano la produzione dei paesi poveri; oppure le <strong>forme di protezionismo mascherato</strong> -; il<strong> controllo dei brevetti</strong>, specie farmaceutici, che nega l&#8217;accesso a conoscenze fondamentali ai paesi poveri, peraltro depredati dalle multinazionali delle proprie tradizioni terapeutiche (<span style="text-decoration: underline;">biopirateria</span>); il<strong> saccheggio delle risorse dei paesi in via di sviluppo</strong> a beneficio di quelli industrializzati e di ristrette élites politiche locali, spesso non democratiche.<br />
<strong>Le risorse andrebbero infatti gestite su scala planetaria</strong>, con progetti complessivi,penalizzando coloro che si comportano in maniera scorretta &#8211; sostenendo ad es. le inefficienze del proprio sistemaindustriale attraverso la mancata adesione al <span style="text-decoration: underline;">protocollo di Kyoto</span> &#8211; e incentivando coloro che adottano comportamenti virtuosi, ad es. la protezione delle foreste dal disboscamento.<br />
E&#8217; necessario quindi <strong>sottoporre a pressione le multinazionali</strong>, creando le condizioni perché maturi <strong>un&#8217;etica della responsabilità  sociale</strong> di quelle imprese. Il sistema economico andrebbe quindi ulteriormente stabilizzato attraverso una <strong>gestione migliore dei prestiti</strong>, tale da non &#8217;strozzare&#8217; la crescita dei paesi più poveri, e anche attraverso un <strong>rafforzamento delle riserve</strong>, magari costituite con una <strong>nuova banconota universale</strong>. Questo permetterebbe di non ricorrere più al dollaro come principale moneta costitutiva delle riserve, circostanza che ha ingenerato <strong>una complessa interdipendenza tra USA e paesi in via di sviluppo</strong>, tale che questi ultimi finiscono per sostenere con flussi di denaro e risorse l&#8217;economia e la società americane, sempre più indebitate, ma abituate anche a vivere al di sopra delle proprie possibilità . E S. profetizza per gli Stati Uniti un &#8216;giorno della resa dei conti&#8217;.</p>
<p>Il discorso di S. sugli USA vale in gran parte anche per l&#8217;Europa: pure noi stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità. E se non si vogliono fronteggiare crisi politiche ed economiche sempre più pericolose, bisogna mettersi nell&#8217;ordine di idee di distribuire ad altri popoli una parte della nostra ricchezza. L&#8217;altra parte invece va invece meglio ripartita all&#8217;interno, dove tanti lavoratori stanno sempre peggio.<br />
La politica statale negativa descritta da S. corrisponde proprio a quella perseguita in Italia negli ultimi anni: imposte regressive (cioè in diminuzione per i ricchi), indebolimento degli ammortizzatori sociali, diminuzione degli investimenti nella ricerca, scarso incentivo ai laureati nelle discipline scientifico-tecnologiche. Bisogna riformulare attraverso una volontà politica democratica, che si rafforza per S. solo attraverso l&#8217;informazione dei cittadini, le basi di una convivenza comunitaria, nazionale e internazionale fondata sui principi di equità.<br />
Al PIL occorre sostituire altri indici, come il <span style="text-decoration: underline;">PNNV</span> (Prodotto Nazionale Netto Verde), che tiene conto dei costi sociali e ambientali, oppure inserire tra i criteri di valutazione economica elementi come la qualità del tempo libero, il numero dei libri letti e dei concerti ascoltati, il tempo trascorso con i figli o dedicato alla comunità.<br />
Torneremo su alcuni di questi aspetti, specie sulle conseguenze sociali della globalizzazione, con un saggio di Bauman, in una prossima tappa del nostro percorso.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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