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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; partecipazione</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Rianimare la democrazia: contro i pericoli del capitalismo consumistico</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 06:29:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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		<description><![CDATA[
&#8220;La democrazia ha molti nemici in attesa tra le quinte, politici e movimenti per il momento costretti a giocare secondo le sue regole ma il cui intento reale è tutt&#8217;altro &#8211; populista, di manipolazione mediatica, intollerante e autoritario. Conquisteranno molto spazio, se non riformeremo rapidamente le nostre democrazie. E non c&#8217;è ambito in cui questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="boundaries.jpg" href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/06/boundaries.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/06/boundaries.jpg" alt="boundaries.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;La democrazia ha molti nemici in attesa tra le quinte, politici e movimenti per il momento costretti a giocare secondo le sue regole ma il cui intento reale è tutt&#8217;altro &#8211; populista, di manipolazione mediatica, intollerante e autoritario. Conquisteranno molto spazio, se non riformeremo rapidamente le nostre democrazie. E non c&#8217;è ambito in cui questa riforma sia più necessaria che in seno alla stessa Unione Europea.&#8221;<span id="more-219"></span></p>
<p>Torniamo ad occuparci del tema della democrazia nel mondo contemporaneo, presentando un altro libro dello storico inglese Paul Ginsborg, <em>La democrazia che non c&#8217;è </em>(Torino 2006).<br />
In questo saggio G. parte dal confronto con le posizioni di due grandi filosofi del secolo XIX, il liberale John Stuart Mill e il socialista Karl Marx, per riproporre il problema dell&#8217;<strong>inadeguatezza delle forme attuali di vita politica democratica</strong>. Il richiamo ai due grandi pensatori dell&#8217;Ottocento funge da espediente per discutere i principi e i valori fondamentali della democrazia, che negli ultimi tempi stanno diventando sempre più sbiaditi fino quasi a scomparire.</p>
<p>G. avvia il suo discorso sulla democrazia a partire dalle radici storiche di alcune situazioni paradossali manifestatesi negli ultimi venti anni. Dal 1989, con il progressivo <strong>crollo</strong> <strong>dei regimi comunisti</strong> in Unione Sovietica e nei paesi dell&#8217;Europa orientale, è infatti caduta l&#8217;alternativa concreta ai sistemi liberali occidentali. Gli esperimenti di democrazia diretta che avevano caratterizzato l&#8217;alba della rivoluzione russa nei soviet, consigli locali composti soprattutto da operai, furono precocemente soffocati dall&#8217;élite bolscevica. Da questo <strong>deficit originario di democrazia</strong> erano poi scaturiti regimi autoritari, retti da partiti unici, che anestetizzarono la vita politica di intere nazioni.<br />
Senza più avversari la <strong>democrazia liberale occidentale</strong> poteva così celebrare il proprio trionfo, confermato sul piano quantitativo dal <strong>significativo aumento di paesi retti da istituzioni democratiche</strong> nel corso di tutti gli anni &#8216;90 del secolo scorso. Tuttavia, in concomitanza con questa diffusione, si è palesata <strong>una profonda crisi qualitativa</strong> di tale sistema politico; una crisi che aveva radici profonde.<br />
La democrazia aveva infatti conosciuto a partire dal sec. XIX una lenta evoluzione verso forme di partecipazione sempre più ampia. Tale partecipazione assumeva (e assume) però le forme della rappresentanza, determinata attraverso variabili procedure di elezione. Sin dall&#8217;inizio si comprese che i rappresentanti dovevano essere costantemente controllati per impedire i più diversi abusi di potere. Tuttavia, non si definirono mai chiaramente istituti o procedure che potessero assolvere questa funzione. Dopo la seconda guerra mondiale, che aveva visto la vittoria finale delle democrazie occidentali e dell&#8217;URSS contro i regimi nazi-fascisti, gli stati europei erano riusciti addirittura a coniugare gli istituti democratici con la garanzia di diritti sociali ed economici per tutti i cittadini (<em>welfare state</em>). La tendenza cambiò però già  con gli anni &#8216;70, che pure furono un periodo in cui la richiesta di una maggior partecipazione alla vita istituzionale fu altissima. E&#8217; da lì che si avviò la crisi pienamente conclamatasi solo negli anni &#8216;90.<br />
La <strong>disaffezione per la vita politica</strong> e la <strong>perdita di fiducia nelle istituzioni</strong> si possono ricondurre a vari fattori: 1) la costituzione di un corpo di politici professionisti lontano dai cittadini; 2) la dipendenza di tali politici da gruppi affaristici che, in cambio di appalti o aiuti, finanziano partiti e singoli esponenti politici (capitalismo delle amicizie strumentali, <em>crony capitalism</em>); 3) la debolezza della democrazia statunitense, la più importante del mondo, la cui legittimità  si è recentemente persa in guerre imperialistiche, in provvedimenti e condotte lesivi dei diritti dell&#8217;uomo, in ferme opposizioni a linee di <em>governance</em> mondiale (sull&#8217;ecologia, sui diritti umani, sull&#8217;ONU). Ma soprattutto è stata determinante <strong>l&#8217;affermazione di un modello culturale dettato dal capitalismo consumistico</strong>, che ha comportato un ripiegamento sulla sfera familiare e un&#8217;organizzazione della vita intorno all&#8217;imperativo del &#8216;lavora e spendi&#8217;. Tale modello culturale è veicolato soprattutto dalla <strong>televisione commerciale</strong> e viene imposto da nuove oligarchie nazionali e transnazionali, che poco o nulla hanno a che fare con la democrazia.<br />
Per contrastare questo consumismo, che compensa il senso di impotenza nella sfera pubblica, e gli altri elementi generatori di indifferenza e di passività dei cittadini, è necessaria una <strong>rivitalizzazione della partecipazione democratica</strong> che comporti la formazione di cittadini attivi, critici, indipendenti e capaci di organizzarsi, la cui azione deve essere finalizzata, come sosteneva il liberale Mill, a &#8220;<strong>saper vivere insieme come degli eguali</strong>&#8220;.<br />
Come abbiamo già  avuto modo di notare nel post dedicato all&#8217;altro libro di G., <em>Tempo di cambiare</em>, lo storico inglese insiste molto sulla <strong>funzione della famiglia</strong> come centro propulsore della vita pubblica. Sui nuclei familiari si deve basare quel <strong>sistema di connessioni</strong> che sostiene la <strong>società  civile</strong>, cioè quello spazio compreso tra individui, istituzioni economiche e politiche, in cui agiscono gruppi organizzati di cittadini. Con società civile non si intende però solo questo spazio, ma anche un programma di azione politica alla base di molte associazioni, finalizzato a promuovere la diffusione del potere, l&#8217;uso di mezzi pacifici per risolvere i conflitti, la fine delle discriminazioni e la costituzione di solidarietà  orizzontali. E&#8217; sulla base di questi interessi organizzati che si possono esercitare controlli e pressioni sulla politica e sull&#8217;economia.<br />
Come fare concretamente per favorire la partecipazione? Più che fornire delle soluzioni, G. porta degli esempi e individua alcuni nodi problematici. Secondo lo storico inglese è necessario dare consistenza ai tanti discorsi riguardanti l&#8217;<strong><em>empowerment</em></strong>, cioè il potenziamento della fase decisionale di una comunità  politica attraverso una partecipazione più ampia. Efficaci processi di <em>empowerment</em> avvierebbero infatti circoli virtuosi nella formazione di cittadini responsabili, consapevoli e attivi.<br />
I <strong>metodi di partecipazione alle decisioni</strong> sperimentati su scala locale sono stati molti. Alcuni di essi si basano sull&#8217;individuazione di un gruppo di membri della comunità, sulla base di un campionamento casuale, che possano concorrere alla processo di decisione: è il caso delle <strong>giurie di cittadini</strong>, ristrette numericamente e finalizzate alla risoluzione di problema specifici; oppure quello del <strong><em>town meeting</em></strong>, che coinvolge un maggior numero di persone e fornisce delle direttrici per le più complessive <em>policy </em>urbane. Questi strumenti istituzionali, nonostante offrano la possibilità di partecipazione a persone appartenenti a tutte la fasce sociali, trovano però un grosso limite nella loro saltuarietà, che non permette una continuità di azione politica ai cittadini, e nel loro carattere consultivo.<br />
Altri metodi invece sono aperti dal punto di vista della partecipazione. E&#8217; il caso ad es. del <strong><em>community policing</em></strong> di Chicago, che ha cercato di coinvolgere i cittadini in questioni riguardanti la sicurezza e l&#8217;istruzione, e soprattutto quello della città brasiliana di <strong>Porto Alegre</strong>. Quest&#8217;ultimo è per G. un esperimento di democrazia combinata, diretta e indiretta, molto interessante: qui la partecipazione alla definizione di parte del bilancio cittadino (<em>Orçamento partecipativo</em>) si dispiega nel corso dell&#8217;anno attraverso un complesso meccanismo di assemblee pubbliche. Nel 2002 hanno partecipato a questa attività oltre 31.000 persone, che potrebbero apparire poche, in termini assoluti, rispetto ad una popolazione di un 1.300.000 abitanti; ma in termini di qualità e quantità di democrazia locale è un risultato eccezionale.<br />
Per elevare la qualità della democrazia questi metodi non bastano. Occorre inoltre, secondo G., (1) ristrutturare il funzionamento della politica in maniera da <strong>garantire una piena partecipazione delle donne</strong>, in modo che essa tenga conto della loro &#8216;differenza&#8217;; (2) <strong>democratizzare la vita economica</strong> attraverso la partecipazione più attiva dei lavoratori-cittadini alla produzione di beni e servizi.<br />
In questa complessa sfida portata alla democrazia dal tempo presente G. riconosce un ruolo fondamentale all&#8217;<strong>Unione Europea</strong>, che tuttavia è per ora come un &#8216;gigante addormentato&#8217; dalle enormi potenzialità. Questo letargo è dovuto al fatto che purtroppo, sin dalla nascita, l&#8217;Unione Europea è stata affetta da un deficit di democrazia, tuttora persistente, come mostrano i recenti fenomeni di astensionismo alle elezioni e di avanzata di movimenti euroscettici. I cittadini non credono insomma nelle attuali forme di partecipazione e G. auspica che i vertici della UE, resisi conto di ciò, stimolino nuove sperimentazioni democratiche, che coniughino forme dirette e rappresentative.</p>
<p>In sede di commento mi preme mettere in evidenza ancora una volta un messaggio che si evince dai libri di G.: la democrazia è una questione che non riguarda solo le procedure, pure indispensabili, ma concerne fondamentalmente i valori.<br />
Riportata all&#8217;attualità questa affermazione mi induce a due ulteriori considerazioni. Discutere pubblicamente della legge elettorale, proporre dei referendum per determinarne le caratteristiche sono indubbiamente aspetti importanti della vita democratica di uno stato; e non sono assolutamente materie di per sé riservate al parlamento o a tecnici, una volta che i quesiti siano posti chiaramente. I recenti referendum erano quindi, a prescindere dai loro contenuti, assolutamente legittimi: tuttavia, il loro oggettivo fallimento, avvenuto per il concorso di tante cause, mi appare il segno evidente del gravissimo stato della democrazia italiana, che dipende non dalle procedure, ma dalla debolezza dei valori che la sostanziano.<br />
Valori il cui evidente tradimento non si può per contro coprire con una vittoria elettorale: dimostrazione ulteriore, se ve ne fosse bisogno, che le procedure sono contenitori che vengono riempiti dalla sostanza civile e morale di una società.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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		<title>Tempo di cambiare: lâ€™individuo, le famiglie e il futuro della democrazia</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Feb 2009 11:53:37 +0000</pubDate>
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&#8220;Lo stato neoliberale, nel delicatissimo ambito dei rapporti tra famiglie, societÃ  civile e stato, fondamentalmente invita le famiglie a cavarsela da sole. CosÃ¬ facendo esso punta a un duplice risultato politico: incoraggia le famiglie a ragionare, piÃ¹ o meno esclusivamente, in termini privati (assistenza sanitaria privata, scuole private, spiagge private, e cosÃ¬ via) e nega [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/02/no-on.jpg" title="no-on.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/02/no-on.jpg" alt="no-on.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;Lo stato neoliberale, nel delicatissimo ambito dei rapporti tra famiglie, societÃ  civile e stato, fondamentalmente invita le famiglie a cavarsela da sole. CosÃ¬ facendo esso punta a un duplice risultato politico: incoraggia le famiglie a ragionare, piÃ¹ o meno esclusivamente, in termini privati (assistenza sanitaria privata, scuole private, spiagge private, e cosÃ¬ via) e nega l&#8217;essenza della moderna societÃ  civile intesa come sfera dedicata a solidarietÃ  orizzontali, all&#8217;equitÃ  sociale e alla diffusione del potere. Non che l&#8217;associazionismo in questo modello cessi di esistere, ma esso assume un carattere prevalentemente <em>bonding</em> [cioÃ¨ orientato verso lâ€™interno e il rafforzamento dellâ€™identitÃ ], piuttosto che <em>bridging</em> [cioÃ¨ orientato verso lâ€™esterno e quindi aperto], essendo costituito da gruppi al servizio di interessi particolari, attivi a fini sia caritatevoli che non. Il potenziale trasformativo della societÃ  civile viene cosÃ¬ a scemare o addirittura sparisce. Le famiglie sono decisamente staccate da qualunque dinamica analoga e saldamente ancorate invece a itinerari improntati al &#8216;lavora e spendi&#8217;.&#8221;<span id="more-187"></span></p>
<p><em>l tempo di cambiare. Politica e potere nella vita quotidiana</em> (Torino 2004) Ã¨ un ampio saggio scritto da unâ€™importante storico inglese che insegna da tempo allâ€™UniversitÃ  di Firenze, Paul Ginsborg.<br />
In questo libro G., cosciente dei limiti degli attuali sistemi democratici e dei loro pericolosi sviluppi recenti (specie in Italia), descrive i rapporti intercorrenti tra lâ€™individuo, la famiglia, i gruppi che costituiscono la societÃ  civile e lo stato. Il suo fine Ã¨ quello di rendere consapevoli i cittadini della <strong>rilevanza politica delle scelte compiute nella loro vita quotidiana</strong>, in particolare per quanto riguarda il consumo.<br />
Scelte che possono incidere piÃ¹ di quel che si immagini sulle attuali dinamiche globali, che a G. proprio non piacciono: secondo lo storico inglese, infatti, â€œnon si puÃ² andare avanti cosÃ¬â€. E per illustrare i nodi problematici dellâ€™odierna situazione mondiale, G. organizza le questioni secondo sette coppie di concetti: ricchezza/povertÃ , potere/mancanza di potere, maschio/femmina, profitti/etica, legalitÃ /illegalitÃ , consumo umano/ conservazione dellâ€™ambiente, guerra/pace.<br />
Non Ã¨ putroppo possibile seguire lâ€™autore nelle sue puntuali analisi, ma certamente il quadro da lui descritto Ã¨ tuttâ€™altro che roseo. In sintesi, si delinea un complesso di <strong>effetti negativi indotti soprattutto dalla politica neoliberista</strong>, affermatasi progressivamente dalla fine degli anni â€™70: essa ha portato ad <strong>accentuare le differenze tra ricchi e poveri</strong> (sia tra i paesi che tra i gruppi sociali di uno stesso paese); ha causato <strong>squilibri nellâ€™economia</strong>, sempre piÃ¹ disgiunta dallâ€™etica; ha ravvivato le <strong>relazioni personalistiche e verticali</strong>; ha rallentato lâ€™emancipazione femminile; ha agevolato i <strong>traffici illegali</strong> di capitali, beni e uomini su scala mondiale; ha mostrato la <strong>precarietÃ  delle nostre risorse</strong> (in primo luogo energetiche) a causa dei nostri modelli di consumo; ha riportato in auge la <strong>guerra</strong> come mezzo di risoluzione dei problemi internazionali.<br />
Al cuore di queste dinamiche non si colloca tanto il sistema finanziario â€“ pur importante â€“, quanto lo <strong>sterminato mondo di beni e servizi che viene offerto al consumatore</strong>. Questo mondo esercita un grande fascino sugli individui, che vedono in esso lo spazio per lâ€™esercizio della libertÃ  e il campo per lâ€™autodefinizione di se stessi. Nonostante lâ€™incertezza e la flessibilitÃ  che tale mondo porta con sÃ©, il consumatore Ã¨ facilmente colto dalla <strong>sindrome del â€˜lavora e spendiâ€™</strong>, incentivato soprattutto dai modelli forniti dalla pubblicitÃ , che stimola costantemente dei sogni ad occhi aperti.<br />
Ãˆ perÃ² possibile resistere a queste pressioni, tanto piÃ¹ che si va diffondendo <strong>una sensazione di disagio</strong> di fronte al modello di consumo scriteriato promosso dalle televisioni commerciali. E al disagio si accompagna timidamente <strong>una nuova consapevolezza</strong>, che comporta alleanze tra consumatori e produttori locali, investimenti in fondi etici, acquisto di prodotti del commercio equo solidale.<br />
Queste scelte non sono compiute dallâ€™individuo in maniera isolata, ma solitamente allâ€™interno della famiglia, unâ€™entitÃ  sociale per G. tanto fondamentale quanto molteplice nelle sue forme. La <strong>sfera intima familiare</strong> Ã¨ certo un valore, tuttavia le dinamiche neoliberiste hanno favorito fenomeni come lâ€™<strong>isolamento</strong>, il <strong>comportamento privatizzato</strong> e il <strong>familismo</strong> (cioÃ¨ delle strategie che mirano allâ€™affermazione degli interessi familiari non tenendo conto di quelli piÃ¹ generali). <strong>La televisione Ã¨ certamente lâ€™agente fondamentale di privatizzazione delle famiglie</strong> che sono sempre meno connesse tra loro. Lâ€™autore propone invece di sviluppare <strong>una versione piÃ¹ porosa</strong> della famiglia, meno centrata su se stessa, meno frustrata da modelli irraggiungibili e piÃ¹ aperta verso lâ€™esterno: unâ€™apertura che puÃ² concretizzarsi ad esempio nella semplice-difficile pratica di mettere in comune con altri nuclei familiari lâ€™automobile.<br />
A questo livello la famiglia si incontra con i gruppi della <strong>societÃ  civile</strong>, che possono essere rivolti a rafforzare la propria identitÃ  (<em>bonding</em>) o aperti verso lâ€™esterno (<em>bridging</em>). Con il termine societÃ  civile non si intende perÃ² indicare indiscriminatamente lâ€™intero ventaglio dellâ€™associazionismo, ma solo quello che ha un particolare orientamento verso i valori della cittadinanza. Secondo la definizione di G. la societÃ  civile â€œpromuove la diffusione piuttosto che la concentrazione del potere, indica mezzi pacifici anzichÃ© violenti, agisce per la paritÃ  di genere e l&#8217;equitÃ  sociale, costruisce solidarietÃ  orizzontali piuttosto che verticali incoraggia la tolleranza, il dibattito e l&#8217;autonomia di giudizio anzichÃ© il conformismo e l&#8217;obbedienzaâ€. PerchÃ© si possano costituire dei gruppi cosÃ¬ caratterizzati, si deve garantire la presenza di alcune condizioni, quali <strong>la capacitÃ  di dialogo e di ascolto</strong>, <strong>la limitazione della leadership</strong> (specie quella carismatica), <strong>lâ€™uso di un tempo adeguato e ben regolamentato</strong>, che permetta la partecipazione piÃ¹ ampia possibile. Questi gruppi di cittadini attivi sono perÃ² fortemente contrastati dalle famiglie privatizzate (con le loro logiche personalistiche), dalle <em>corporation</em>, dagli imperi mediatici, dai partiti, dagli stati (non solo quelli non democratici).<br />
Lo sviluppo della societÃ  civile Ã¨ di unâ€™importanza vitale, in quanto costituisce la <strong>polpa della democrazia</strong>, che altrimenti sarebbe ridotta ad uno scheletro di procedure formali. E qui, sul piano politico, si colloca un problema centrale per il futuro di questa forma di governo, quello di <strong>coniugare le istituzioni rappresentative con nuove forme di partecipazione dei cittadini</strong>. CiÃ² non Ã¨ facile perchÃ© il populismo mediatico, gli stili di consumo, la degenerazione dei partiti, i rapporti patrono-cliente si oppongono a questi sviluppi partecipati delle democrazie. Essi appaiono perÃ² fondamentali per il loro rinnovamento e, in questo senso, dei politici onesti e consapevoli dovrebbero <strong>favorire le assemblee deliberative dei cittadini</strong>, mettendo a disposizione luoghi e strutture, fornendo informazioni imparziali e dettagliate, stabilendo modi e tempi precisi di accoglimento delle istanze provenienti dal basso, mostrando responsabilitÃ  nella gestione delle risorse pubbliche.</p>
<p>G. riconosce insomma una diffusa volontÃ  di agire da parte dei cittadini, ma anche le loro difficoltÃ  nel trovare i modi adeguati di azione. Per contrastare il conseguente senso di impotenza, lâ€™autore cerca di mostrare ai lettori come il globale, il locale e lâ€™individuale siano strettamente interconnessi. Scelte politiche rilevanti si possono allora compiere nel guardare la televisione (e magari, qualche volta, nel non guardarla), nel fare la spesa, nel cercare contatti con altre famiglie, nellâ€™interessarsi ai problemi del territorio, dellâ€™amministrazione locale, della scuola.<br />
Ãˆ purtroppo evidente che ciÃ² risulta particolarmente difficile in Italia, dove la partitocrazia e, in generale, le Ã©lites cercano di soffocare le iniziative dal basso per la difesa delle proprie posizioni di privilegio. Ma proprio nel nostro paese, forse piÃ¹ che in altri stati occidentali, la degenerazione della democrazia in populismo mediatico dovrebbe essere contrastata attraverso una mole di decisioni minime, molecolari (come dice G. riprendendo Gramsci), in grado di provocare una trasformazione politica profonda.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Il futuro del &#8216;68</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 23:08:54 +0000</pubDate>
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&#8220;La poderosa fabbrica &#8211; moderna e postmoderna &#8211; dell&#8217;idiozia a presa rapida, che depersonalizza gli individui (e le collettivitÃ ) nella passivitÃ  connivente, fa leva sulla rottura e il nascondimento del nesso causa-effetto. Occultato il rapporto esistente fra profitto-tecnica-potere da una parte e sfruttamento-alienazione-eterodirezione dall&#8217;altra, la condizione di impotenza delle persone appare come un risultato &#8220;naturale&#8221;, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/11/68.jpg" title="68.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/11/68.jpg" alt="68.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;La poderosa fabbrica &#8211; moderna e postmoderna &#8211; dell&#8217;idiozia a presa rapida, che depersonalizza gli individui (e le collettivitÃ ) nella passivitÃ  connivente, fa leva sulla rottura e il nascondimento del nesso causa-effetto. Occultato il rapporto esistente fra profitto-tecnica-potere da una parte e sfruttamento-alienazione-eterodirezione dall&#8217;altra, la condizione di impotenza delle persone appare come un risultato &#8220;naturale&#8221;, il portato di una situazione &#8220;normale&#8221; e inevitabile. [...] Ecco un&#8217;altra ragione essenziale per cui il potere dominante ha un interesse strategico a distorcere e occultare il significato profondo del Sessantotto. Infatti: da lÃ¬ &#8211; da allora &#8211; viene la dimostrazione, teorica e pratica, che il &#8220;re&#8221; puÃ² essere messo a nudo, e destituito. E che noi &#8211; ognuno di noi insieme agli altri &#8211; possiamo costruire un mondo nuovo. Di consapevoli, e di artefici del proprio futuro.&#8221;<span id="more-167"></span></p>
<p>Ancora una ricorrenza anniversaria dÃ  impulso alla pubblicazione di un post. Dopo il ricordo dei sessantâ€™anni della Costituzione e della Dichiarazione universale dei diritti umani, ravviviamo la memoria del â€˜68. Come nei casi precedenti, cerchiamo di farlo non assumendo un taglio prevalentemente storico, ma proiettando i significati di questi eventi sulla vita politica odierna. Per far questo recensiamo un libro scritto da un noto leader studentesco di allora, Mario Capanna, dal titolo <em>Sessantotto al futuro</em> (Milano 2008).<br />
C. cerca di racchiudere nelle sue parole le vibrazioni e le atmosfere, che contrassegnarono <strong>una stagione di intensa partecipazione politica e civile</strong>. Ma, dopo aver delineato alcuni tratti fondamentali di quella rivoluzione culturale, C. ne ripropone esplicitamente lâ€™attualitÃ  rispetto alle sfide poste dalle conseguenze di uno sfruttamento scriteriato delle risorse del pianeta.<br />
La <strong>carica simbolica emancipatoria</strong> del â€™68 Ã¨ perÃ² ancora fortemente avversata da molti poteri costituiti, che si impegnano costantemente, specie in occasione degli anniversari, a denigrarne o a distorcerne la memoria. Sono soprattutto i â€˜<strong>pentitiâ€™</strong>, cioÃ¨ i protagonisti di quella stagione che poi hanno cambiato orientamento, a farsi portavoce della condanna del movimento, non di rado associato alle forme di violenza politica di tipo terroristico che sarebbero seguite negli anni â€™70. Ma sono altre ancora le <strong>colpe</strong> che vengono imputate al â€™68: aver diffuso il relativismo intellettuale e morale, <span>Â </span>aver indotto atteggiamenti cinici, aver provocato la svalutazione del merito e del lavoro, aver ingenerato una confusione tra diritti e doveri.<br />
Per C. queste accuse sono naturalmente infondate e danno una visione distorta e parziale di una rivoluzione culturale che ha cercato di <strong>smascherare i presupposti oppressivi del potere istituzionalizzato</strong> e, al contempo, di <strong>rinnovare</strong> tanto <strong>le categorie</strong> di comprensione del mondo quanto <strong>le modalitÃ  di convivenza </strong>tra gli uomini.<br />
Questo movimento di scala planetaria mise in evidenza <strong>le storture dei cosiddetti paesi democratici</strong>, corrodendo pacificamente â€“ ad es. anche attraverso la sperimentazione di nuovi modi di associazione e di partecipazione â€“ alcuni presupposti di legittimitÃ  dei poteri statali: Ã¨ il caso ad es. degli ideali di sviluppo e di progresso che invece celavano (e celano) una realtÃ  di sfruttamento di gran parte delle popolazioni del pianeta.<br />
Da qui muoveva <strong>la critica radicale alla guerra</strong>, che si espresse soprattutto nelle manifestazioni pacifiste contro il conflitto in Vietnam. La contestazione dei giovani fece ben presto proprie anche le rivendicazioni dei diritti delle donne e dei lavoratori. E pure in questo caso furono toccati dei gangli vitali del potere, che reagÃ¬ con dure repressioni. Secondo C. si trattava di una controffensiva diretta a soffocare <strong>il sorgere di una coscienza globale</strong>, che avrebbe scosso le fondamenta di un sistema di rapporti di forza planetari molto squilibrato.<br />
Lâ€™autore riconosce peraltro che dal movimento del â€˜68 furono commessi degli <strong>errori</strong>, quali le esagerazioni ideologiche, le analisi sbagliate sul socialismo, la ricerca esasperata di atteggiamenti controcorrente, la sopravvalutazione delle forze delle masse rispetto a quelle dei conservatori. Ma per lâ€™autore tanti sono i meriti di quella stagione, che possono essere sintetizzati appunto nellâ€™<strong>acquisizione di una nuova e generalizzata consapevolezza politica</strong> da riversare nel governo del mondo.<br />
Lâ€™intatta forza del messaggio del â€™68 si comprende quindi nellâ€™<strong>attualitÃ  della sua denuncia</strong> dellâ€™esito auto-distruttivo del sistema di produzione e consumo del capitalismo avanzato. C. si richiama al rapporto presentato allâ€™ONU nel 2007 da 2500 scienziati in cui si parla di <strong>pericoloso avvicinamento ad una soglia irreversibile nel rapporto tra uomo e ambiente</strong>. La cecitÃ  ecologica dei governi mondiali Ã¨ certo funzionale al mantenimento di una distribuzione estremamente diseguale delle risorse sul pianeta, per cui un 10% della popolazione detiene lâ€™85% della ricchezza, costringendo la gran parte dei restanti individui a vivere nella povertÃ  e nella fame.<br />
Questo sistema profondamente ingiusto Ã¨ stato naturalizzato da una dottrina del <strong>mercato</strong> che appare in realtÃ  assolutamente autoreferenziale; lâ€™uomo vi assume unâ€™importanza secondaria in funzione di un meccanismo di crescita illimitata della produzione (e della distruzione), che Ã¨ strumentale allâ€™arricchimento e potenziamento solo di gruppi relativamente ristretti. La concezione <strong>TINA</strong> (<em>There Is No Alternative</em>, â€˜non câ€™Ã¨ alternativaâ€™) Ã¨ di fatto avallata dai piÃ¹ importanti mezzi di informazione, ormai assimilati pienamente alla logica della produzione continua di merce.<br />
Lâ€™uso dissennato delle risorse porta tra lâ€™altro ad una <strong>concorrenza</strong> <strong>fortissima</strong> per il loro accaparramento; ed ecco quindi le guerre preventive â€“ incubatrici del terrorismo, il quale ne dovrebbe essere la causa â€“, che tra poco si combatteranno non solo per il petrolio, ma anche per lâ€™acqua.<br />
Nel rapporto dellâ€™ONU C. sottolinea la <strong>perentoria richiesta di una triplice svolta da parte degli scienziati</strong>: una <strong>rivoluzione della coscienza</strong>, una <strong>rivoluzione dellâ€™economia</strong> e una <strong>rivoluzione della politica</strong>. Il primo cambiamento radicale deve riguardare noi stessi, il nostro atteggiamento verso il mondo: per C. dobbiamo <strong>abbandonare la coscienza separata</strong>, che ci divide dalle cose e ci dispone a dominarle; Ã¨ necessario invece proporre una coscienza globale che ci unisca allâ€™insieme degli esseri e delle cose che formano il nostro ambiente (qualcosa insomma di simile allâ€™ecologia della mente, aggiungo io).<br />
Questa coscienza non deve solo mutare la direzione della tecnica, ma anche le modalitÃ  degli scambi economici e sociali. Una soluzione concreta esiste giÃ  per C. ed Ã¨ il <strong>commercio equo e solidale</strong>, che cerca di impedire lo sfruttamento in nome di un onesto guadagno. Tale forma di commercio deve peraltro costruirsi secondo delle reti continue di uomini e prodotti, che non creino squilibri, ma si ancorino ai territori. Unâ€™altra conseguenza di questa rivoluzione nellâ€™economia, su cui C. insiste molto, dovrebbe riguardare il <strong>lavoro</strong>: esso non dovrebbe essere vissuto come unâ€™ossessione, che porta nei paesi occidentali al suo accaparramento, ma dovrebbe essere piuttosto distribuito e <strong>soprattutto vissuto come un servizio per gli altri</strong>.<br />
Ma per interrompere questa tendenza autodistruttiva e poco umana che guida il sistema socio-economico mondiale Ã¨ appunto necessaria una rivoluzione della politica. Bisogna opporsi dunque a fenomeni negativi quali la sterilizzazione della democrazia attraverso forme di plebiscito mediatico, per cui conta piÃ¹ la moglie di un candidato che le sue idee o il suo programma. Lâ€™atteggiamento giusto da assumere secondo C. Ã¨ allora quello dellâ€™ <strong><em>I care</em></strong> (io mi prendo cura), che deve riguardare tutte le dimensioni della vita; un atteggiamento condiviso che porti ad una <strong>ricoesione sociale</strong> che contrasti la tendenza a costituire isole di interesse di gruppi ristretti.</p>
<p>Ed Ã¨ proprio questo il senso che attribuisco alla frase di Gandhi posta in epigrafe al nostro blog. La coscienza globale, lâ€™ecologia della mente, lâ€™ <em>I care</em> sono modi diversi di esprimere lâ€™opposizione allâ€™egoismo che, pur sempre presente nella vicende umane, Ã¨ stato enormente incentivato, nelle nostre societÃ  occidentali, dal consumismo, tanto da giungere fino alle soglie dellâ€™assurdo e dellâ€™inumano.<br />
Per questo motivo si puÃ² facilmente declinare il â€™68 al futuro, perchÃ© le sfide posteci attualmente ripropongono la necessitÃ  di invertire con coraggio la rotta, come allora si tentÃ² di fare. E diventa quindi un ennesimo sintomo dellâ€™atteggiamento conservatore della nostra Ã©lite di fronte a tali sfide globali, atteggiamento di cui tante volte abbiamo parlato, il coro di voci che, durante tutto questâ€™anno, da destra e da sinistra, ha mirato a ridimensionare o a rendere folkloristica quellâ€™esperienza storica cui invece dobbiamo tanto.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>La Costituzione: una bussola democratica</title>
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		<pubDate>Thu, 29 May 2008 15:41:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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La costituzione è la legge fondamentale di uno stato moderno, cioè di un insieme di persone che, condividendo in linea generale presupposti storici e culturali, organizza la propria convivenza in un territorio. Si tratta quindi di un documento che regola le forme basilari di relazione e di associazione di una comunità politica, definendo i diritti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="bussolademocratica.jpg" href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/05/bussolademocratica.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/05/bussolademocratica.jpg" alt="bussolademocratica.jpg" /></a></p>
<p>La costituzione è la legge fondamentale di uno stato moderno, cioè di un insieme di persone che, condividendo in linea generale presupposti storici e culturali, organizza la propria convivenza in un territorio. Si tratta quindi di un documento che regola le forme basilari di relazione e di associazione di una comunità politica, definendo i diritti fondamentali dei cittadini e articolando e limitando le modalità di esercizio del potere. La costituzione è il nucleo delle attuali democrazie in quanto ne individua i valori che, al di là di ogni forma e procedura, la sostanziano: la libertà e l&#8217;uguaglianza, la cui costante tensione è tenuta in equilibrio dalla solidarietà e dalla partecipazione alla vita pubblica.<span id="more-101"></span></p>
<p>In occasione della festa della Repubblica abbiamo deciso di dedicare un post alla <a href="http://www.quirinale.it/costituzione/costituzione.htm">Costituzione italiana</a>, che entrò in vigore sessant&#8217;anni fa, il primo gennaio 1948. Per questo motivo presento un libro scritto da un magistrato della Corte di Cassazione, Giangiulio Ambrosini: <em>La Costituzione</em><em> spiegata a mia figlia </em>(Torino 2004).<br />
Al fine di commentare i contenuti e i valori della nostra carta costituzionale A. ricorre ad una formula peculiare: espone infatti principi e temi della legge fondamentale del nostro paese attraverso sedici brevi dialoghi intrattenuti con sua figlia. Tra questi scelgo di sintetizzare nel post quelli riguardanti i principi fondamentali, tralasciando invece le parti che si occupano dell&#8217;organizzazione istituzionale dello Stato.</p>
<p>Innanzi tutto è però necessario dare una collocazione storica alla nostra Costituzione, che fu il frutto di un lavoro condotto tra il <strong>1946</strong> e il <strong>1947</strong>. L&#8217;assemblea costituente, che era stata eletta dagli italiani nello stesso giorno in cui essi scelsero con un referendum la forma del nostro stato, la repubblica (2 giugno 1946), aveva incaricato una commissione di saggi di redigere la carta fondamentale di una nuova democrazia. La Costituzione della neonata Repubblica fu fortemente <strong>condizionata dall&#8217;esperienza storica della lotta di resistenza al fascismo</strong>, un regime che per vent&#8217;anni si era impegnato a realizzare uno stato totalitario; uno stato cioè che ledeva in maniera radicale i diritti e la dignità dell&#8217;individuo, attuando molteplici forme di discriminazione e comprimendo qualsiasi spazio di libertà.<br />
In questo contesto si espressero le idealità, etiche e politiche, che infusero convinzione ad un dettato costituzionale &#8211; in particolare ai primi 54 articoli riguardanti i <em>Principi fondamentali</em> e <em>I diritti e doveri dei cittadini </em>è, che pure doveva fare i conti con i compromessi tra le diverse posizioni politiche presenti nel panorama italiano del dopoguerra.<br />
Con forza veniva dunque sancita <strong>l&#8217;uguaglianza</strong>. Innanzi tutto l&#8217;uguaglianza <strong>formale</strong>, quella cioè di fronte alla legge, per cui le identità sessuali, etniche, religiose, politiche e, più in generale, sociali (ad es. la condizione di malattia, di vecchiaia o, per contro, quella giovanile) non potevano creare delle differenze significative sul piano del valore di un membro della comunitÃ  politica. E questo &#8211; faccio notare &#8211; vale anche per gli stranieri presenti nel territorio italiano, che, pur non godendo di pieni diritti politici in quanto non sono cittadini, devono essere comunque rispettati allo stesso modo.<br />
Ma accanto all&#8217;uguaglianza formale veniva indicato come compito della comunità politica, in particolare dei suoi organi di governo posti a vario livello, <strong>il perseguimento dell&#8217;uguaglianza sostanziale</strong>. Nella Costituzione si auspica infatti l&#8217;impegno ad attenuare l&#8217;impatto di <strong>differenze che tendono a trasformarsi in diseguaglianze</strong>, cioè nel mancato riconoscimento di una &#8216;<strong>pari dignità sociale&#8217;</strong> e quindi nell&#8217;ostacolo ad una <strong>partecipazione</strong> di tutti i cittadini alla vita politica sullo stesso piano. Fu per questo motivo che i costituenti posero alla base della legge fondamentale il concetto-valore di &#8216;<strong>persona umana</strong>&#8216;.<br />
La commissione individuava il fattore determinante, quello cioè che avrebbe permesso di realizzare questo progetto etico e politico, nel <strong>lavoro</strong>, non a caso considerato il fondamento della Repubblica italiana. La Costituzione impegna così ancora oggi lo Stato a promuovere l&#8217;accesso al lavoro e la sua tutela (ad es. con il riconoscimento di quelle peculiari associazioni che sono i sindacati, oppure con la salvaguardia del diritto allo sciopero). La presa di posizione in favore del lavoro &#8211; che si traduce nello sforzo per l&#8217;emancipazione degli strati inferiori della società come garanzia di sviluppo democratico &#8211; faceva leggermente arretrare due principi peraltro assolutamente fondamentali nell&#8217;orizzonte liberale della Costituzione italiana: quello dell&#8217;iniziativa privata e quello della proprietà, che erano limitati dagli interessi generali di uno Stato proteso a sostenere l&#8217;attività dei lavoratori.<br />
L&#8217;emancipazione attraverso il lavoro si doveva ripercuotere non solo nella <strong>partecipazione</strong>, ma, ancor prima, esprimersi come <strong>libertà dell&#8217;individuo nelle sue diverse forme</strong>: religiosa, di pensiero, di riunione e di associazione, di circolazione, di comunicazione, di insegnamento, ecc. . Una <strong>libertà </strong>anche<strong> dal potere degli organi dello Stato</strong>, i quali non avrebbero potuto invadere senza motivi validi, decisioni formali e tempi stabiliti dalla magistratura, l&#8217;ambito della persona. Ed è qui ancora evidente il riferimento alla drammatica esperienza storica della <strong>compressione della libertà durante il fascismo</strong>.<br />
Una libertà anche e soprattutto politica, che la Costituzione affida ai <strong>partiti</strong>, pensati &#8211; originariamente e idealmente -come forme di associazione in grado di facilitare proprio la libera scelta del cittadino. Una scelta da compiere attraverso <strong>lo strumento del voto</strong>, inteso come un dovere civico personale, segreto, uguale (cioè di valore pari a quello di tutti gli altri) e, appunto, libero. Opportunamente la Costituzione non indica uno specifico <strong>sistema elettorale</strong> (maggioritario, proporzionale o misto): questo &#8211; è bene ribadirlo &#8211; è solo uno <strong>strumento formale</strong>, variabile secondo i momenti storici, attraverso il quale si possono realizzare <strong>i valori democratici sostanziali</strong>. La carta costituzionale definisce un&#8217;unica via di esercizio diretto di questa libertà politica: lo <strong>strumento referendario</strong>,<strong> </strong>la cui importanza è emersa in questi ultimi decenni di vita repubblicana.<br />
Come accennato in apertura, la<strong> tensione democratica tra libertà e uguaglianza</strong> è equilibrata dalla <strong>solidarietà</strong>, cioè dal terzo valore che abbiamo ereditato dalla rivoluzione francese, la <em>fraternità</em>. Solidarietà che è un dovere di tutti, da non demandare solo alle istituzioni: infatti la prima forma di associazione in cui essa si manifesta Ã¨ la famiglia. Chiaramente, vi sono molti altri ambiti fondamentali (ad es. l&#8217;assistenza sanitaria e la scuola) in cui l&#8217;intervento dello Stato risulta determinante nel senso della solidarietà. Tale intervento si sostiene attraverso varie forme di prelievo sulle ricchezze dei cittadini: le <strong>tasse</strong> e, soprattutto, le <strong>imposte</strong> sul reddito, che sono una forma di contributo solidale nei confronti della propria comunità. Ovviamente, la modalità di prelievo che meglio risponde ai valori costituzionali è quella progressiva, cioè crescente in maniera proporzionale all&#8217;entità del reddito.</p>
<p>Pur trascurando molti temi e soffermandomi rapidamente sui tre valori fondamentali dell&#8217;uguaglianza, della libertà e della solidarietà  - cui si è aggiunto il lavoro come espressione concreta di quelle idealità -, si è potuto comunque constatare come il confronto con la Costituzione fornisca degli strumenti per affrontare le scelte politiche attuali. Naturalmente, non è detto che la Costituzione, pur nella lungimiranza dei suoi autori, possa indicare immediatamente la soluzione di problemi nuovi (ad es. i flussi migratori, la globalizzazione, la privacy); ed è infatti previsto all&#8217;interno del suo dettato che, ad eccezione dell&#8217;intangibilità  della forma repubblicana, possano compiersi degli interventi di modifica migliorativi, ispirati comunque ai suoi valori fondanti.<br />
In tal senso la nostra Costituzione rimane una forte presa di posizione democratica, maturata in un frangente storico eccezionale, in grado di fornirci dei sicuri orientamenti sul piano dei valori etici e politici. Una bussola che ci indica la via della democrazia.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Un primo orientamento</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Nov 2007 18:58:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Orientamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Informazione]]></category>
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		<description><![CDATA[
Care Lettrici e cari Lettori,
l&#8217;iniziativa che presentiamo è nata da un&#8217;esigenza, avvertita come urgente, di comprensione e chiarimento degli accadimenti politici, sociali ed economici degli ultimi tempi. Per intendere il carattere di tale iniziativa e, in particolare, la sua apertura alla partecipazione di tutti coloro che lo desiderano va da subito chiarito il fatto che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><img title="Â©turning" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2007/11/©turning.jpg" alt="turning" /></p>
<p align="justify">Care Lettrici e cari Lettori,</p>
<p align="justify">l&#8217;iniziativa che presentiamo è nata da un&#8217;esigenza, avvertita come urgente, di comprensione e chiarimento degli accadimenti politici, sociali ed economici degli ultimi tempi. Per intendere il carattere di tale iniziativa e, in particolare, la sua apertura alla partecipazione di tutti coloro che lo desiderano va da subito chiarito il fatto che essa nasce nell&#8217;ambito di lunghi rapporti di amicizia e, in particolare, di quelle comuni conversazioni di cui tali rapporti normalmente si nutrono. Dunque, l&#8217;orizzontalità, la reciprocità e lo scambio amichevole saranno i presupposti dell&#8217;incontro con chiunque decida in vario modo di aderire a questa iniziativa.</p>
<p align="justify">Quali sono le sue ragioni? E soprattutto perché essa si fa definire come urgente? Rispondiamo con una constatazione soggettiva che appare tutt&#8217;altro che lontana dal comune sentire quotidiano: le nostre conversazioni degli ultimi tempi si sono fatte sempre più concitate, intense e preoccupate riguardo ad un orizzonte decisamente incerto, in cui si levano tutta una serie di questioni la cui soluzione non sembra affatto immediata. E non si tratta di un fenomeno circoscritto ad una generazione specifica e a spiriti particolarmente sensibili: questa &#8216;ansia&#8217; investe in vario modo pressoché tutti i gruppi sociali, in maniera indifferente all&#8217;età, al sesso o all&#8217;occupazione. Colpisce in particolare l&#8217;<strong>accelerazione</strong> che hanno avuto non solo i problemi in sé e per sé (ad es. l&#8217;inquinamento), presenti in realtà da più lungo tempo, ma soprattutto la loro discussione, stimolata spesso impropriamente dai mezzi di comunicazione.<span id="more-17"></span></p>
<p align="justify">L&#8217;effetto più evidente di questa accelerata consapevolezza dei problemi è la nostra incapacità  di affrontarli con adeguati strumenti di comprensione; in altre parole, l&#8217;estrema difficoltà  di dar loro un senso tale che possa permettere di approntare delle soluzioni efficaci. E ciò accade perché mancano tanto le<strong> informazioni</strong> sufficienti quanto gli <strong>strumenti</strong> adatti.</p>
<p align="justify">Queste osservazioni non stupiscono certo nessuno, in quanto siamo tutti più o meno consci del fatto che molti attrezzi utilizzati per descrivere e raccontare il mondo delle nostre relazioni quotidiane e di là, in prospettiva, quello delle relazioni planetarie non funzionano più bene. Inoltre, ci rendiamo ormai conto che la massa di informazioni riversataci addosso quotidianamente dai media non consente di: 1) selezionare ciò che è utile alla comprensione da ciò che è più o meno intenzionalmente fuorviante; 2) capire quali criteri di selezione sono stati adottati dalle fonti di informazione principali (ad es. i telegiornali); 3)attingere facilmente a fonti di informazione alternative.</p>
<p align="justify">Purtroppo, non essendo dei giornalisti, non possiamo diventare degli informatori di prima mano; allo stesso modo non siamo nemmeno degli scienziati sociali in grado di tentare di rinnovare con uno sforzo teorico la nostra cassetta degli attrezzi. Per rispondere alla nostra esigenza, abbiamo quindi pensato alla forma del blog, questo strumento offerto dalla rete, in grado di consentire <strong>un dibattito ponderato</strong>, qualcosa a metà  tra la rivista e il forum. Questa soluzione permette tra l&#8217;altro di adempiere in una certa misura a quella funzione di <strong>costruzione e verifica condivisa dell&#8217;informazione</strong>, propria del web &#8211; costruzione e verifica che dovrebbero innescare le reazioni dei lettori ai post.</p>
<p align="justify">I post assumeranno per lo più la forma di brevi <strong>recensioni</strong>, cioè di esposizioni di letture (di libri, di articoli), ma anche di conferenze ascoltate, attraverso le quali si vorranno propagare delle idee e invitare alla lettura o alla partecipazione.</p>
<p>La possibilità di inviare brevi testi (5000-10000 battute secondo i casi) è aperta a tutti. Tali testi saranno valutati dalla redazione in base alla rispondenza alla finalità di fornire informazioni e strumenti. In questo senso non saranno accettati tutti quegli scritti che pretendono di dare informazioni senza citare precisamente le <strong>fonti</strong> o quelli i cui autori si lasceranno trasportare da condanne, invettive e insulti.</p>
<p align="justify">Per essere chiari riguardo al secondo aspetto, ecco degli esempi: noi non vogliamo in questa sede riproporre degli attacchi contro Silvio Berlusconi e i suoi &#8216;malaffari&#8217;; e nemmeno mostrare la diffusione della corruzione presso le dirigenze nazionali e locali dei maggiori partiti; piuttosto ci proponiamo di riferire analisi che mostrino i grandissimi limiti delle élites politiche ed economiche italiane. Allo stesso modo non abbiamo l&#8217;intenzione di attaccare la miopia delle gerarchie ecclesiastiche italiane, ma mostrare piuttosto le profonde trasformazioni del nostro tessuto sociale e le inadeguatezze di molti modelli tradizionali che ci vengono proposti per viverle. E ancora non vogliamo condannare le prepotenti guerre degli Stati Uniti &#8211; sarebbe veramente superfluo -, ma mostrare le grandi contraddizioni degli USA sul piano nazionale ed internazionale, che sono i motivi profondi di quelle guerre finalizzate a difendere una posizione di privilegio sempre più insicura e soprattutto ingiustificata.</p>
<p align="justify">Se, del resto, ci lasciassimo andare nei post a toni di tipo accusatorio, verrebbero disattesi gli scopi stessi del blog: noi intendiamo infatti <strong>mettere in condizione di scegliere</strong> e non scegliere per conto di chi ci legge. Ciò non toglie che nei commenti al singolo post ciascuno è libero di esprimere la sua opinione e di tirare le sue conclusioni, anche in maniera dura.<br />
Ma, per quanto ci riguarda, condividiamo la convinzione di un uomo dalla fronte larga secondo cui le &#8216;rivoluzioni&#8217; devono avvenire nelle teste e non con la violenza, verbale o fisica che sia.</p>
<p align="justify">Da questa convinzione discende anche lo specifico significato politico di questa iniziativa. L&#8217;esigenza che la muove dipende dal nostro <strong>bagaglio di valori di cittadini</strong> di una società democratica occidentale. E questo bagaglio ha un alto potenziale, molto pericoloso per chiunque voglia impedire di discutere delle trasformazioni in atto. Purtroppo per loro ci è stato insegnato, soprattutto dalla scuola &#8211; da difendere come bene primario, sia detto per inciso -, di avere le capacità e soprattutto il diritto per farlo.</p>
<p align="justify">Con questa iniziativa non vogliamo peraltro identificarci in una <strong>rappresentanza politica</strong> o indicarne una nuova: ognuno scelga la sua &#8220;secondo scienza e coscienza&#8221;; ma certamente, come vale per tante altre iniziative analoghe, testimoniamo la carenza o addirittura la mancanza di tale rappresentanza. In altre parole, non diremo cose di sinistra, di centro o di destra, democratiche o repubblicane, da no-global o da sì-global; diremo piuttosto che gran parte dei programmi e delle visioni del mondo che questi schieramenti ci offrono al momento sono lontani dal soddisfare la soluzione dei nostri problemi.</p>
<p align="justify"><strong>Le aree tematiche</strong>. Per evitare che i post possano susseguirsi in maniera disparata, la redazione propone di organizzarli intorno a sei aree tematiche principali, che si possono per molti aspetti sovrapporre. Si vorrebbe dare nei limiti del possibile anche una certa regolarità alla successione dei temi, in modo che la loro trattazione non risulti sbilanciata. Si pensa di proporre un post ogni dieci giorni e quindi di archiviarlo per sezione. Si cercherà  inoltre di integrare le informazioni del post con mappe concettuali e con rinvii a voci biografiche e concettuali che dovrebbero costituire nel loro accumulo un piccolo strumento di consultazione, aperto a costanti integrazioni. Le aree tematiche sono sei:</p>
<p align="justify"><strong>1. La globalizzazione per noi</strong></p>
<p align="justify">La prima copre una vasta serie di fenomeni economici, politici e sociali; in particolare si concentra su quel processo di integrazione planetaria che si è soliti definire globalizzazione. Si cercherà di dare corpo a questa nozione complessa, mettendone in evidenza di volta in volta le diverse sfaccettature, in particolare le ricadute sui gruppi sociali, a cominciare da quelli cui apparteniamo. In questo senso accanto ai processi dell&#8217;economia globale si osserveranno anche quelli specifici italiani, cercando di capire la portata del declino del nostro paese, ormai da tutti percepito.</p>
<p align="justify"><strong>2. La politica da Gramsci a Grillo</strong></p>
<p align="justify">La seconda volge il suo sguardo ai processi di trasformazione delle élites politiche occidentali e in particolare alle vicissitudini della politica italiana. Saranno presentate analisi e interpretazioni della realtà presente, che verranno integrate con delle digressioni storiche, nella convinzione che sia necessario rimontare almeno alle esperienze di tutto il secolo scorso per comprendere i fenomeni attuali. Ma al centro dell&#8217;attenzione non vi saranno solo le élites politiche e intellettuali, ma anche i cittadini nel loro modo di vivere la partecipazione al governo delle cose pubbliche.</p>
<p align="justify"><strong>3. Ecologia ed energia</strong></p>
<p align="justify">Questa categoria di post si concentra sul delicato equilibrio energetico ed ecologico mondiale e mira a distinguere i reali rischi dagli allarmismi ingiustificati. In un contesto mondiale in cui il settore energetico è fondamentale per lo sviluppo e, al contempo, il petrolio è in esaurimento, gli investimenti sulle fonti alternative diventano una scelta strategica fondamentale per la sostenibilità  delle nostre società.</p>
<p align="justify"><strong>4. Comunicazione ed informazione</strong></p>
<p>In questa categoria inseriremo i post riguardanti le tematiche della comunicazione e dell&#8217;informazione, con cui cercheremo di definire la natura dell&#8217;informazione e di indagare i suoi veicoli di diffusione privilegiati: principalmente la TV ed internet. Lo scopo sarà quello di dotarci di semplici strumenti per riuscire a decodificare meglio quanto ci viene offerto dai media, con l&#8217;obiettivo minimo di trasformare il nostro atteggiamento disattento in uno più vigile e contribuire così ad evitare che una sovraesposizione ingenua ai mezzi di informazione ci condizioni inconsapevolmente.</p>
<p align="justify"><strong>5. Società</strong></p>
<p>Con questa serie di post vorremmo approfondire i processi che stanno dietro i &#8220;movimenti di massa&#8221;, cercando di capire cosa influenza i comportamenti, le mode e le nevrosi che caratterizzano l&#8217;uomo moderno. Riteniamo che la società  sia l&#8217;ambito in cui si cerca la propria realizzazione, quindi dovremmo necessariamente affrontare argomenti quali la ricerca della libertà  e della felicità , confrontandoci con il disagio di chi fallisce ed il &#8220;successo&#8221; di chi riesce. In quest&#8217;ottica sono fondamentali la capacità  di scegliere, la nostra consapevolezza e la gestione del conflitto tra ragione e sentimento. Sarà indispensabile per questo percorso considerare specificamente le dinamiche del consumismo, tra condizionamenti e possibilità  di scelta.</p>
<p align="justify"><strong>6. Scienza e trasmissione del sapere</strong></p>
<p align="justify">Questa categoria di post analizza i caratteri di uno scenario globale, in cui le conoscenze tecnologiche segnano confini ben definiti tra stati leader e subalterni. In questo contesto si assiste alla concentrazione del sapere nelle mani di poche persone che possono decidere le sorti del mondo. In un quadro del genere la diffusione democratica delle conoscenze scientifico-tecnologiche diventa lo strumento per lo sviluppo sostenibile delle società  avanzate ed arretrate.</p>
<p align="justify">Non ci nascondiamo le possibili difficoltà di questa iniziativa, non essendo dei professionisti e non potendo dedicarvi purtroppo che i ritagli di tempo. Speriamo però di ottenere una certa collaborazione dalle tante persone con cui sappiamo di condividere la stessa esigenza. Non c&#8217;è dubbio comunque che il tutto sarà fatto nella massima libertà  e senza nessuna &#8216;ansia da successo&#8217;.</p>
<p align="justify">luglio 2007</p>
<p align="right">
<p align="justify">Care Lettrici e cari Lettori,</p>
<p align="justify">Partiamo in <strong>ritardo</strong> con un&#8217;iniziativa alla cui realizzazione i componenti della redazione di questo blog stanno lavorando ormai da mesi. La lunga gestazione è dovuta da un lato alla volontà di non far morire sul nascere l&#8217;iniziativa, ma di garantirle, a livello di progetto e di materiali disponibili, solidità  e continuità; dall&#8217;altro alla pretesa di offrire un supporto tecnico articolato, che possa soddisfare il nostro fine di diffondere informazione per la comprensione della realtà contemporanea. Il protrarsi dei lavori per quanto riguarda quest&#8217;ultimo aspetto ci ha convinti a mettere momentaneamente da parte le architetture più complesse del blog per servirci di formati più agevoli.</p>
<p align="justify">Rispetto a quanto si dice nel precedente testo, scritto ormai alcuni mesi or sono, non sembrano necessari particolari aggiornamenti. Accenniamo brevemente solo a due fatti recenti, per integrare e precisare cose già esposte. In primo luogo, in tale testo si giudicava il <strong>blog</strong> uno degli strumenti di informazione democratica offerti dalla rete. La conferma negativa, ma significativa, di ciò ci è stata data dalla cronaca recente del maldestro tentativo di imbavagliare queste fonti di informazione alternative in un progetto di legge formulato da collaboratori dell&#8217;attuale governo italiano. E le parziali correzioni apportate dopo le tempestive proteste non riescono a sminuire un eloquente esempio non solo del fastidio dei politici verso la potenziale circolazione di informazioni non anestetizzate, ma anche della mancata comprensione delle potenzialità  - in risorse e in libertà &#8211; della rete come strumento comunicativo. A noi interessa qui sottolineare che questa tragi-comica situazione conferma la bontà della nostra scelta: il blog &#8211; ma non dobbiamo certo dirlo noi &#8211; è anche un ottimo ed efficace strumento di informazione partecipata.</p>
<p align="justify">In secondo luogo, noi avevamo spiritosamente associato Gramsci a <strong>Grillo</strong> nel delimitare l&#8217;arco storico della vita politica italiana che ci interessa considerare nel blog: la spiritosaggine nulla toglieva peraltro alla nostra convinzione del genuino valore politico e specificamente democratico delle iniziative del comico genovese. Ora il riferimento a Grillo assume un altro &#8211; e più serio &#8211; valore dopo il V-Day e lo fa certo non per noi, ma a causa della campagna mediatica di disinformazione che ha palesato ancora una volta la scarsa affidabilità dei più comuni mezzi di informazione in Italia. Detto dunque che 1) a noi Grillo sta simpatico e che 2) lo giudichiamo come portatore di una proposta politica valida, precisiamo anche che 3) noi non siamo né &#8216;grillini&#8217; né &#8216;grilletti&#8217; (come i politici e i giornalisti della casta vorrebbero inquadrare sprezzantemente alcuni loro fastidiosi avversari) e che 4) nemmeno facciamo parte di quelle iniziative locali denominate meet-up, i cui intenti ci appaiono comunque meritori. Scusandoci quindi per il ritardo vi presentiamo il primo post, dedicato proprio all&#8217;informazione.</p>
<p align="left">Buona lettura!</p>
<p align="left">19 novembre 2007</p>
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