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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; Ricerca</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Le trasformazioni della scienza e le sue forme di comunicazione</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jul 2009 12:08:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione ed informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza e trasmissione del sapere]]></category>
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		<category><![CDATA[scienziati]]></category>

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&#8220;I comunicatori della scienza non sono più figure facili da definire o da formare, perché non fanno più cose lineari e in luoghi precisi. Il comunicatore della scienza non è più una persona che fa un solo mestiere (ad esempio, il giornalista scientifico televisivo o l&#8217;educatore della scienza), ma spesso è una persona che, così [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/07/shiningheaps.jpg" title="shiningheaps.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/07/shiningheaps.jpg" alt="shiningheaps.jpg" /></a></p>
<p>&#8220;I comunicatori della scienza non sono più figure facili da definire o da formare, perché non fanno più cose lineari e in luoghi precisi. Il comunicatore della scienza non è più una persona che fa un solo mestiere (ad esempio, il giornalista scientifico televisivo o l&#8217;educatore della scienza), ma spesso è una persona che, così come i suoi giovani colleghi scienziati, ha un lavoro flessibile, complicato, con più padroni e più referenti di un tempo, diviso fra esigenze e pressioni sociali differenti, obbligato a imparare a decodificare e parlare linguaggi diversi in momenti diversi.&#8221;<span id="more-224"></span></p>
<p>Ci occupiamo dello statuto sociale della scienza, presentando <em>Come si comunica la scienza? </em>(Roma-Bari 2007), breve saggio scritto a quattro mani da Yurij Castelfranchi, fisico teorico e giornalista scientifico, e Nico Pitrelli, responsabile del Master in Comunicazione della Scienza della SISSA di Trieste.<br />
C. &#038; P. si concentrano in particolare sulla comunicazione delle conoscenze scientifiche, che, aspetto da sempre importante in questo ambito del sapere, risulta più che mai fondamentale proprio in seguito alle trasformazioni che la scienza ha conosciuto negli ultimi decenni.</p>
<p>Secondo i due autori la scienza è ormai una parte fondamentale della nostra cultura quotidiana, ma il suo significato è spesso ambivalente: essa è considerata allo stesso tempo vicina e lontana, familiare ed inquietante, razionale e magica, carica di promesse e minacciosa. Inoltre, il nostro immaginario della scienza è ulteriormente condizionato da un luogo comune che la vuole materializzata soprattutto in oggetti tecnologici di cui ci serviamo ogni giorno. Questi ed altri stereotipi non permettono tuttavia di cogliere pienamente né i caratteri della scienza moderna, né quelli che essa ha assunto recentemente e di cui abbiamo una percezione forte benché ancora confusa. Una scienza &#8220;quest&#8217;ultima&#8221; che alcuni sociologi definiscono &#8220;post-accademica&#8221; o &#8220;post-normale&#8221;.<br />
Per illustrare questa evoluzione della scienza C. &#038; P. portano ad esempio la figura di John Craig Venter, famoso genetista, che allo stesso tempo è studioso, tecnologo, imprenditore e manager. Craig Venter si trova perfettamente a suo agio nelle forme sempre più mediatizzate della comunicazione scientifica contemporanea; e il notevole impatto che queste nuove figure ibride hanno sulle pratiche consolidate delle comunità  di studiosi è ben esemplificato dalla determinazione con cui il genetista statunitense ha cercato di imporre l&#8217;attendibilità di ricerche di cui non si rendevano però accessibili tutti i dati e procedimenti sperimentali. Un fatto che contraddice uno dei valori-cardine della scienza moderna: l&#8217;intersoggettività .<br />
Si tratta in realtà  solo di uno degli aspetti di una nuova configurazione dei rapporti tra comunità  scientifica, industria e stato, che ha profondamente modificato il quadro venutosi a costituire dalla fine dell&#8217;Ottocento e poi dominante sin dopo la fine della seconda guerra mondiale. Tale nuova configurazione, come è a tutti noto, si caratterizza per il ruolo preponderante giocato dal mercato, tanto che si parla anche di capitalismo accademico.<br />
Questa trasformazione della scienza, che è chiaramente connessa ad un più ampio cambiamento della società  moderna nella seconda metà  del Novecento, ha dato vita a quello che alcuni hanno definito un Modo 2 della ricerca. Se nel Modo 1 le direttrici dell&#8217;attività  scientifica vengono determinate prevalentemente dagli interessi dei gruppi di studiosi, che sono relativamente indipendenti rispetto alle altre istituzioni e la cui gerarchia è determinata idealmente in base al merito scientifico, nel Modo 2, come accennato, le cose vanno ben diversamente. La scienza, divenuta transdisciplinare ed eterogenea, si orienta prevalentemente sulle applicazioni e la valutazione delle ricerche avviene così secondo criteri di qualità ed efficienza produttiva che si discostano dal giudizio dei pari (peer review).<br />
In questo mutato contesto molti ricercatori e &#8220;imprenditori accademici&#8221;, specie giovani, accettano posizioni lavorative sempre più precarie, che dipendono dall&#8217;andamento del mercato. Si costituiscono inoltre nuove forme di rapporti sociali che non coinvolgono solo gli scienziati, ma anche figure di non esperti che svolgono soprattutto funzioni di tipo manageriale. L&#8217;attività  scientifica, divenuta più porosa verso l&#8217;esterno, è quindi costretta ad essere più aperta al dialogo con altre componenti sociali e ad assumersi maggiori responsabilità  verso la società civile (socially accountable).<br />
E&#8217; allora chiaro che questo nuovo modo di fare scienza ha posto in discussione una distinzione fondamentale nel campo scientifico, ancora fortemente sostenuta subito dopo la guerra: quella tra ricerca di base e ricerca applicata, tra scienza accademica e scienza industriale. Anche se l&#8217;intreccio tra istituzioni politiche, accademiche e economia è sempre stato presente, i legami tra le varie parti si sono fatti più stretti e diretti: la scienza si è sempre più adeguata alle esigenze commerciali ed è molto spesso divenuta un bene da vendere. Un esito che ha suscitato non poche resistenze contro la privatizzazione del sapere scientifico e campagne per l&#8217;open access.<br />
Questa evoluzione si intreccia con la mediatizzazione della nostra società, che investe dunque anche l&#8217;attività  scientifica. I ricercatori devono infatti tener conto che il passaggio delle loro conoscenze nei media non comporta tanto una semplificazione, quanto piuttosto una trasformazione. Si ridefinisce così profondamente l&#8217;importante aspetto della comunicazione, che sin dai secoli XVI e XVII, è parte costitutiva dell&#8217;attività degli scienziati: infatti, una volta che la ricerca risulta proiettata sul mercato, la diffusione delle informazioni è sempre più spesso orientata da strategie di marketing. E non a caso l&#8217;aspetto delle pubbliche relazioni ha assunto una tale importanza che non di rado gruppi di ricerca istituiscono dei veri e propri uffici stampa.<br />
Ma in realtà  non c&#8217;è solo il lato delle trasformazioni mediatiche della scienza. Anche i rapporti con la politica si sono fatti più stretti in un duplice senso: 1) da una parte, si è verificata una maggiore compenetrazione tra attività scientifica e governo della comunità, tanto che è sempre più frequente la presenza di scienziati che partecipano ai dibattiti pubblici, ricercatori che politicizzano le proprie direttrici di indagine, studiosi che scendono in piazza per difendere i propri settori di sperimentazione, i propri finanziamenti, i propri posti di lavoro; 2) dall&#8217;altra, tanto i politici quanto i cittadini hanno cominciato ad esercitare forme di pressione molto forti sulla policy della ricerca.<br />
La policy, cioè l&#8217;individuazione delle linee generali dell&#8217;attività scientifica da parte della società, determina la distribuzione dei finanziamenti e quindi anche gli ambiti di ricerca: emblematico è ad es. il fallito progetto di costruzione dell&#8217;acceleratore molecolare statunitense (Super Conducting Collider), che fu abbandonato perchè non più rispondente alle esigenze dell&#8217;élite politica dopo la fine della guerra fredda.<br />
Questa decisione presa dal governo Clinton, che spostò i fondi sulla genetica, rispondeva anche all&#8217;esigenza di ottenere il consenso del pubblico, che secondo C. &#038; P. è sempre più partecipe non solo nel condizionamento, ma addirittura nella produzione dell&#8217;attività scientifica. Occorre rendersi conto che il modello classico di una scienza ordinatamente distinta in discipline, riservata a gruppi ristretti di studiosi, che poi divulgano in maniera unidirezionale le conoscenze semplificandole, è ormai anacronistico. La scienza è infatti la risultante di una negoziazione sociale complessa, costituita da molteplici flussi di relazioni sociali.<br />
Secondo gli autori, i protagonisti della comunicazione scientifica e, più in generale, del nuovo modo di far scienza non sono solo i ricercatori, sempre più precari (e quindi deboli), e la scuola, ma i media, i musei e le collezioni private che svolgono azione di edutainment (si mette in rilievo l&#8217;esempio della Villa del Balì nel piccolo comune marchigiano di Saltara), le corporations, le narrazioni romanzesche e cinematografiche che alimentano un immaginario rinnovato, e infine i gruppi organizzati della società civile. Questi ultimi &#8220;composti da ambientalisti, consumatori e soprattutto pazienti&#8221; non solo costituiscono reti di informazione scientifica alternativa a quella accademica, ma giungono addirittura a produrla, facendola accettare allo stesso mondo istituzionale degli studiosi. Si tratta di un fenomeno di contro-informazione scientifica, che illumina ambiti di studio lasciati da parte, più o meno intenzionalmente, dalla scienza ufficiale (si pensi, al di là dei risultati, all&#8217;attività  promossa dal blog di Beppe Grillo sulle nanoparticelle).</p>
<p>A questo punto, nella prospettiva del nostro blog, si pone il problema della democratizzazione della policy nell&#8217;ambito di un&#8217;attività scientifica così complessa per numero di attori e di scenari, più o meno istituzionalizzati. C. &#038; P. non approfondiscono purtroppo la questione, ma, pur auspicando una sempre maggiore partecipazione, si limitano a delineare da un lato le difficoltà concrete che implica l&#8217;intervento dei cittadini nei processi decisionali &#8220;i problemi di empowerment delle consensus conferences, cui si accennava nel recente post sul libro di Paul Ginsborg&#8221; e, dall&#8217;altro, il rischio che la mediatizzazione della vita sociale e politica porti a forme di &#8220;populismo tecno-scientifico&#8221;, che inibiscano la libertà  della ricerca.<br />
Il caso recente dei referendum sulla fecondazione assistita (2005), con tutte le implicazioni riguardanti embrioni e cellule staminali, come pure quello attuale del ritorno all&#8217;energia nucleare, testimoniano proprio le insidie di questa nuova forma di populismo.</p>
<p align="right"><align="right">E.R.</align="right"></p>
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		<title>Scienza spa, scienzati, tecnici e conflitti</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jan 2009 19:30:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza e trasmissione del sapere]]></category>
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L&#8217;infiltrazione del digitale nel quotidiano Ã¨ stata tutta tesa all&#8217;instupidimento. Come in molti ambiti il libero approccio e la libera sperimentazione sono guardati con diffidenza da chi agisce sui processi di massificazione dei media e delle tecnologie, e quindi c&#8217;Ã¨ stata una volontÃ  precisa di esoterizzare la tecnologia a favore di interfacce comode. Penso che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%" align="justify"><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/02/scienzaspa.jpg" title="scienzaspa.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/02/scienzaspa.jpg" alt="scienzaspa.jpg" /></a></p>
<p>L&#8217;infiltrazione del digitale nel quotidiano Ã¨ stata tutta tesa all&#8217;instupidimento. Come in molti ambiti il libero approccio e la libera sperimentazione sono guardati con diffidenza da chi agisce sui processi di massificazione dei media e delle tecnologie, e quindi c&#8217;Ã¨ stata una volontÃ  precisa di esoterizzare la tecnologia a favore di interfacce comode. Penso che sia stato uno sforzo cosciente, da parte delle grandi lobby di potere a livello planetario, il favorire l&#8217;instupidimento di chi usufruisce quotidianamente della tecnologia e di chi potrebbe cercare qualcosa attraverso la tecnologia, anzichÃ© sfruttarla strumentalmente per le proprie necessitÃ . L&#8217;etica hacker si basa sulla liberazione e sulla ricerca dei meccanismi con cui le cose funzionano. La diffusione del digitale si Ã¨ basata sull&#8217;offuscamento di questi meccanismi.â€ (Blicero del Laboratorio Hacker di Milano L.o.a.)<span id="more-183"></span></p>
<p>In questo post proponiamo uno sguardo diverso nel mondo della globalizzazione per identificare il nuovo ruolo del ricercatore. Si presenta quindi un libro fuori dal comune che cerca di rompere la logica lineare intercorrente nei normali rapporti tra scrittore e lettore, in cui il primo Ã¨ il maestro sulla cattedra e il secondo l&#8217;allievo. <em>Scienza spa, scienziati, tecnici e conflitti</em> (Roma, 2002) Ã¨ un libro che vuole seguire l&#8217;esempio libero e cooperativo del <em>free software, </em>dove ognuno<em> </em>puÃ² condividere riflessioni e sentirsi allo stesso tempo coautore del testo.</p>
<p>Gli autori conducono unâ€™indagine nel mondo della scienza e della tecnologia per comprendere quanto questa investa la vita quotidiana delle persone. L&#8217;incapacitÃ  di comprendere le tecnologie contemporanee determina il venir meno del controllo democratico rendendo il dibattito affare di soli esperti del settore.<br />
Se la seconda guerra mondiale con la sua spinta alla ricerca militare ha segnato il culmine della <em>Big</em><em> Science</em>, di cui il Progetto Manhattan Ã¨ la massima espressione, il venir meno degli armamenti nucleari ha ridisegnato il ruolo del ricercatore. Infatti, se lo scienziato fordista finanziava la sua ricerca con sovvenzioni statali o provenienti dalla grande industria, ora il ricercatore deve rivolgersi a istituzioni di credito, banche, organizzazioni internazionali che trasformano la scoperta in un&#8217;operazione finanziaria. Questo fenomeno ha dato vita alla nascita di nuove strutture di contatto tra l&#8217;industria e l&#8217;innovazione tecnologica che vanno sotto il nome di â€œparchi tecnologiciâ€. L&#8217;informatica ha inoltre reso possibile la delocalizzazione della ricerca permettendo la distribuzione delle informazioni in ogni parte del mondo: e il Progetto Genoma Umano ne Ã¨ stato certamente l&#8217;esempio piÃ¹ impressionante. Analizzando il Progetto Genoma Umano, ritroviamo infatti tutte le tre peculiaritÃ  che riteniamo fondamentali per la ricerca postfordiana. 1. Tanti laboratori in tutto il mondo hanno cooperato in rete, in opposizione alla tradizionale organizzazione verticale, creando una banca dati pubblica in cui venivano accumulati i dati ottenuti. 2. I luoghi di ricerca, in antitesi alla ricerca <em>Big Science</em>, sono risultati decentralizzati in universitÃ , in centri di ricerca, in laboratori militari.Â 3. Il finanziamento Ã¨ avvenuto per vie inedite: i fondi raccolti con collette televisive in Francia (Genethon), in Italia (Telethon) hanno superato i fondi dello Stato. Questa immensa rete di scambio di informazioni e di risorse umane ha reso possibile il progetto, riducendo sensibilmente i costi che forse nessuna entitÃ  privata avrebbe mai potuto sostenere. Il fenomeno sociale che ha condotto il ricercatore a diventare <em>businessman</em> ha perÃ² trasformato l&#8217;impresa scientifica in una impresa neoliberista facendo venir meno la neutralitÃ  del sapere scientifico. La soluzione prospettabile in un&#8217;ottica democratica deve passare per la sottrazione del sapere, cioÃ¨ una riappropriazione della conoscenza alta, che significa: 1. l&#8217;uso a fini sociali della scienza e della tecnologia, 2. la trasformazione ai fini sociali della scienza e della tecnologia, 3. la produzione a fini sociali della scienza e della tecnologia.</p>
<p>Il quadro complessivo dei rapporti tra scienza e societÃ  Ã¨ caratterizzato da molti conflitti indissolubilmente intrecciati, ma la cosa piÃ¹ preoccupante Ã¨ il gap tecnologico che si Ã¨ venuto a creare. La persona comune diventa un utilizzatore inconsapevole e spesso come tale preda delle lobby di potere che sfruttano l&#8217;uso inconsapevole dei prodotti hi-tech per curare i propri interessi economici. Inoltre la collettivitÃ  riesce sempre meno ad esercitare il proprio potere democratico in questi ambiti, dovendo lasciare la scelta agli specialisti. L&#8217;unica soluzione prospettata dagli autori, con cui concordo pienamente, Ã¨ quella di riappropriarsi della tecnologia condividendo e acquisendo informazione attraverso una differente redistribuzione della conoscenza, che Ã¨ anche uno dei fini di questo blog.</p>
<p align="right">M.T.</p>
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		<title>Ricerca &amp; Sviluppo</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Dec 2007 17:26:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza e trasmissione del sapere]]></category>
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R&#38;S: settori strategici della politica di ogni nazione. Un concetto apparentemente semplice, ma allo stesso tempo complesso nelle sue implicazioni, ben noto a Giorgio Sirilli autore del libro oggetto di questo post: Ricerca &#38; Sviluppo. Il futuro del nostro paese: numeri, sfide, politiche (Bologna 2005). Cercherà qui di seguito di presentare un sunto del saggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="ricercam.jpg" href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/02/ricercam.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/02/ricercam.jpg" alt="ricercam.jpg" /></a></p>
<p><!--  		@page { size: 21cm 29.7cm; margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p align="justify">R&amp;S: settori strategici della politica di ogni nazione. Un concetto apparentemente semplice, ma allo stesso tempo complesso nelle sue implicazioni, ben noto a Giorgio Sirilli autore del libro oggetto di questo post: <em>Ricerca &amp; Sviluppo. Il futuro del nostro paese: numeri, sfide, politiche</em> (Bologna 2005). Cercherà qui di seguito di presentare un sunto del saggio e proporvi una fotografia della situazione mondiale e nazionale che S. ci descrive con dovizia di esemplificazioni e documenti di riferimento.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><span id="more-26"></span></p>
<p align="justify">Come sempre è bene partire dall&#8217;origine: la necessità di istituzionalizzare la R&amp;S sorge per rispondere all&#8217;esigenza d&#8217;integrazione fra tecnologia e scienza. Chris Freeman, citato all&#8217;inizio del libro, paragona la scienza e la tecnologia a due ballerini che interpretano una stessa danza: CHEEK-TO-CHEEK (guancia a guancia). La scienza influisce profondamente, con il suo supporto teorico, sulla tecnologia e quest&#8217;ultima, a sua volta, consente avanzamenti scientifici d&#8217;importanza straordinaria: ne sono esempio il telescopio di Galileo per l&#8217;astronomia, la tecnologia di Bessener per la scienza dei materiali ed il transistor per la fisica dello stato solido. L&#8217;innovazione pone le sue fondamenta nella conoscenza che, secondo Lundvall, possiamo suddividere in: KNOW-WHAT, KNOW-WHY, KNOW-HOW e KNOW-WHO. Le prime due sono prerogative delle istituzioni, quali università e laboratori di scienze, che possiamo più o meno facilmente ritrovare pubblicate in testi scientifici; le altre si sviluppano dall&#8217;esperienza pratica e sono gelosamente nascoste nelle &#8217;segrete&#8217; delle imprese. Il fine della R&amp;S è quello di sostenere la ricerca sperando di scoprire risvolti pratici, appropriandosi così del ruolo di anello di giunzione fra la scienza e lo sviluppo sperimentale. La misurazione della R&amp;S, scopro da S., ha le sue origini nel &#8216;63 con il &#8220;Manuale di Frascati&#8221; (interessantissimo testo degno di un prossimo post) ed i suoi dati sono depositati negli statistici dell&#8217;OCSE, EUROSTAT e l&#8217;UNESCO. Pur mettendo in evidenza i limiti del sistema sopracitato e le sue possibili sottostime per il caso italiano, il quadro presentato da S. è alquanto allarmante. L&#8217;autore cita il resoconto delle spese per R&amp;S pubblicate dall&#8217;OCSE nel 2001: l&#8217;Italia conta una spesa di 13,72 milioni di Euro con un incremento annuo del 2,7%; che rapportato al Pil è dello 0,5% come incremento medio dell&#8217;ultimo quinquennio (1997-2001). Numeri che evidenziano non soltanto il ritardo congenito nei riguardi delle altre realtà europee di riferimento (es. Svizzera 8,5% d&#8217;incremento annuo, R&amp;S/Pil che raggiunge il 4,8%), ma soprattutto un accumulo di ritardo per le mancate iniziative di ripresa. S. prende in esame le varie regioni d&#8217;Italia. Nel dettaglio le Marche annoverano una spesa per R&amp;S nel 2001 così distribuita: 0,5% amministrazioni pubbliche, 2,3% università, 1% imprese; per un totale del 1,3%. Non sfugge all&#8217;analisi del professore la situazione riguardante le risorse umane: il quadro mondiale non può essere più nero, dal momento che il ricercatore non è incentivato né sul piano economico né su quello sociale. La figura del ricercatore medio italiano è vecchia e necessiterebbe dell&#8217;immissione di nuove leve, che, per cause contingenti e strutturali, viene a mancare. Come diretta ed inevitabile conseguenza, l&#8217;autore descrive la cosiddetta &#8216;Fuga dei Cervelli&#8217;, suddividendola in 4 sottocategorie: BRAIN DRAIN, BRAIN WAST, BRAIN EXCHANGE e BRAIN CIRCULATION. La prima sta ad indicare il tentativo di trovare spazio nel proprio settore all&#8217;estero; la seconda è lo spreco dei cervelli, ossia l&#8217;utilizzo di personale altamente qualificato per lavori di routine; la terza categoria descrive lo scambio di cervelli fra due diverse nazioni sviluppando la comunicazione di conoscenza scientifica. L&#8217;ultima è una nuova e più recente forma di fuga dei cervelli che preoccupa in particolare gli USA: lo spostamento in un paese ad alto valore tecnologico e il successivo rientro nel proprio paese d&#8217;origine, con esperienza e capitali da investire (in particolare l&#8217;autore si riferisce ai paesi centro-asiatici quali Cina, India e Taiwan). A questo punto S. passa ad analizzare il valore economico del concetto Ricerca &amp; Sviluppo affrontando l&#8217;OUTPUT d&#8217;investimento. Ecco alcune percentuali su cui l&#8217;autore ci fa riflettere partendo da uno studio economico dell&#8217;OCSE, effettuato in 16 paesi, in cui viene mostrato che l&#8217;aumento dell&#8217;1% in R&amp;S determina un incremento dello 0,13% della produttività totale; senza poi contare la posizione dominante sul mercato che determinerebbe l&#8217;introduzione di nuovi prodotti e tecnologie (il citatissimo caso Microsoft). Il modello economico-tecnologico proposto da Kline &amp; Rosemberg, menzionato da S., individua una catena di collegamenti che interconnettono la R&amp;S con il mercato prima potenziale poi di distribuzione, passando attraverso la progettazione e la produzione. Lo schema presentato ha un&#8217;interconnessione di elementi molto complessi che sono tutti tra di loro direttamente collegati e dipendenti. S. conclude dipingendo il quadro italiano che sicuramente non è fra i più rosei: il nostro paese dimostra un gap tecnologico evidente ed una reticenza ad intervenire sia sul piano educativo/universitario sia su quello politico/economico.</p>
<p align="justify">Leggendo questo libro si ha ben chiaro che la R&amp;S non è il fattore risolutivo, ma sicuramente fondamentale per la nostra società. E&#8217; la conoscenza, senza ombra di dubbio, la chiave per ottenere un futuro diverso. Vorrei soffermarmi, infine, sull&#8217;ultimo avvenimento menzionato nel libro: al vertice europeo di Lisbona del 2000, gli stati membri dell&#8217;Unione si sono proposti di raggiungere il 3% sul rapporto R&amp;S/Pil entro l&#8217;anno 2010. Obbiettivo eletto ed auspicabile, per il quale varrebbe la pena rimuovere l&#8217;arroccato individualismo che regna nella nostra società.</p>
<p align="right">M.T.</p>
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