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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; trasparenza</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>La cultura organizzativa della trasparenza</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 06:55:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Molti leader continuano a comportarsi come se potessero tener nascoste verità scomode o dannose, in modo che il mondo esterno non ne sia informato, ma è finito il tempo in cui ciò era realmente possibile. La diffusione dei blog ha cambiato l&#8217;idea stessa di trasparenza. Un tempo, il peggio che poteva succedere ad un&#8217;organizzazione con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©sachlichkeit" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/03/©sachlichkeit.jpg" alt="Â©sachlichkeit" />&#8220;Molti leader continuano a comportarsi come se potessero tener nascoste verità scomode o dannose, in modo che il mondo esterno non ne sia informato, ma è finito il tempo in cui ciò era realmente possibile. La diffusione dei blog ha cambiato l&#8217;idea stessa di trasparenza. Un tempo, il peggio che poteva succedere ad un&#8217;organizzazione con scheletri nell&#8217;armadio era che una persona bene informata, e allo stesso tempo determinata e credibile, decidesse di raccontare tutto a uno stimato giornalista. Oggi, l&#8217;autore di denunce, un tempo isolato e vulnerabile, non ha più bisogno di rivolgersi a un cronista, o di giocarsi la carriera appellandosi all&#8217;opinione pubblica. Si può dire quello che si sa in modo anonimo, dopo di che i blog provvedono a diffonderlo nel cyberspazio alla velocità degli impulsi elettromagnetici.&#8221;<span id="more-524"></span></p>
<p>Con questo post ci occupiamo nuovamente di un tema venuto alla ribalta negli ultimi tempi, quello dell’etica nell’ambito dell’economia, presentando <em>Trasparenza. Verso una nuova economia dell’onestà</em> (Milano 2009), un libro scritto a più mani da Warren Bennis, Daniel Goleman, James O’Toole e Patricia Ward Biederman, studiosi statunitensi di psicologia dei gruppi, leadership e struttura delle organizzazioni.<br />
In tre saggi gli autori trattano rispettivamente di aspetti connessi con il tema principale: la creazione di una cultura della franchezza; il confronto diretto con il potere e la sua denuncia; la nuova trasparenza indotta dalla rete.</p>
<p>Avvalendosi di molti recenti casi &#8211; statunitensi ed internazionali –, tratti dagli ambiti della politica e dell’economia, gli autori focalizzano l’attenzione sulla cultura dell’organizzazione nella società contemporanea, sottolineando l’indubbia <strong>ascesa del valore della trasparenza</strong>, che tuttavia è ben lontano ancora dall’affermarsi <strong>contro il principio opposto dell’opacità del potere</strong>.<br />
La trasparenza non è però soltanto l’esito di un <strong>profondo processo di democratizzazione</strong> della società globale, ma sempre più una necessità 1) per garantire il buon funzionamento delle organizzazioni – in quanto consente un adeguato, se non libero, flusso delle informazioni – e 2) per premunirsi di fronte alle insidie poste dalla rete, in grado di smascherare condotte scorrette.<br />
Un’efficace leadership di un gruppo (comunità politica democratica, partito, azienda) deve quindi sposare, secondo gli autori, la causa della trasparenza. Tuttavia, sussistono una serie di <strong>ostacoli</strong> alla sua affermazione, derivanti da radicate maniere di funzionamento del potere, che <strong>agiscono spesso in maniera inconscia</strong>.<br />
Si possono così riscontrare <strong>errori nella stessa struttura di un’organizzazione</strong>, cioè nelle sue routine e nella distribuzione gerarchica e asimmetrica dei ruoli dei suoi componenti.  È il caso, ad esempio, della NASA. Dalle indagini della commissione istituita dopo la tragedia della navetta <em>Columbia</em> nel 2003 è infatti risultato che alla base dell’incidente vi era <strong>un problema di regole culturali</strong> di quella complessa organizzazione; problema che tra l’altro era lo stesso che aveva posto le condizioni per l’esplosione della navetta <em>Challenger</em> nel 1986: in sostanza i progettisti avevano paura di esprimere le proprie preoccupazioni sulla sicurezza ai dirigenti interessati solo a rispettare i calendari di volo.<br />
Ma non c’è soltanto la paura di dispiacere ai capi a rendere inefficace il flusso di informazioni e quindi il funzionamento dell’organizzazione; <strong>l’opacità può essere provocata anche dagli stessi vertici</strong> che si accaparrano le informazioni per garantirsi un maggiore potere, sottraendole magari ai sottoposti che si trovano in prima linea nella risoluzione dei problemi.<br />
Le <strong>criticità</strong> possono quindi essere insite <strong>nella stessa cultura manageriale</strong> e nel profilo professionale dei leader nelle élite contemporanee. Gli autori sottolineano ad esempio i rischi dell’ <strong>‘effetto alone’</strong>, per cui i i capi sono considerati quasi delle divinità che non sono in grado di sbagliare. In altri termini, il narcisismo, il ‘machismo’, il decisionismo dei manager li porta a compiere gravi errori perché 1) da un lato impediscono ai loro collaboratori e sottoposti di accedere al flusso di informazioni, per attingervi quelle necessarie e per fornire quelle fondamentali per le scelte, e 2) dall’altro prendono decisioni anche quando dovrebbero ammettere di non avere elementi per farlo.<br />
Da ciò discendono <strong>ulteriori conseguenze negative</strong>: la mancata partecipazione alla decisione di persone che potrebbero fornire un contributo competente, anche se critico; la preferenza per gli adulatori; la tendenza a minimizzare i costi degli insuccessi provocati dai manager con scelte avventate senza adeguate analisi degli errori; la mancanza di fiducia tra le persone che lavorano insieme.<br />
Se altri fattori di ostacolo alla trasparenza affondano le radici addirittura nel funzionamento delle relazioni familiari o nella logica del “pensiero di gruppo” – per cui la coesione dei membri può comportare la distorsione del flusso delle informazioni –, essi possono essere contrastati da un <strong>nuova cultura della franchezza</strong> che, come la democrazia, è il frutto di un impegno e di un esercizio costanti nel tempo.<br />
Non è dunque sufficiente che, dopo scandali finanziari come quello della Enron, si inaspriscano giustamente le pene e si adottino addirittura software aziendali per l’onestà per individuare le mele marce nelle organizzazioni. È necessario compiere <strong>una scelta valoriale</strong> in direzione della trasparenza, perché essa corrisponde alla costellazione di valori democratici su cui abbiamo più volte insistito nel nostro blog.<br />
Inoltre, <strong>la trasparenza massimizza le possibilità di successo</strong>; garantisce l’apertura, l’efficacia e la serenità dei gruppi di lavoro; evita distorsioni che, nell’epoca di internet, sono potenzialmente distruttive per la reputazione di un’organizzazione. Ciò non vuol dire peraltro che nel suo funzionamento non debbano esserci aree riservate (si pensi alla privacy) o protette (ad esempio la sicurezza nazionale per uno stato o i nuovi progetti per un’azienda), ma semplicemente che le informazioni giuste arrivino tempestivamente alla persona giusta per poter scegliere e decidere. A cominciare – direi io – dal cittadino e dal consumatore.<br />
Dati questi presupposti valoriali per la trasparenza, il <strong>buon leader di un’organizzazione</strong> è dunque colui che ha una grande <strong>capacità di ascolto</strong> ed è in grado di accettare anche le notizie sfavorevoli, che valorizza il talento di tutti e favorisce la diffusione del potere. Una diffusione che può arrivare al punto di prevedere una rotazione nella leadership, come ad esempio nel caso di <em>Google</em>: al vertice di un’organizzazione potrebbero quindi avvicendarsi le persone  di volta in volta più adatte per sviluppare i progetti previsti. In questo clima più aperto si verrebbe così a creare terreno fertile per un altro cardine del lavoro di gruppo, la <strong>collaborazione</strong>, che può diventare addirittura <strong>collegialità</strong> nelle decisioni quando ci sono problemi complessi.<br />
Gli autori, in particolare O’Toole, si interrogano però anche sui <strong>rischi che corre colui che denuncia il cattivo funzionamento di un’organizzazione</strong>: le denunce di comportamenti scorretti in nome dei valori etici hanno altissimi costi perché le persone che le compiono vengono quasi sempre marginalizzate, tacciate di slealtà o addirittura accusate di farneticare per la loro collera.<br />
Questo <strong>pericolo</strong>, che da sempre si corre nel “parlare chiaro al potere”, si può oggi in parte <strong>evitare ricorrendo alla rete</strong>, che consente di pubblicare denunce, anche anonime, che sono poi propagate molto rapidamente dalle comunità virtuali. Gli autori sottolineano soprattutto il ruolo centrale assunto dei <strong>blog</strong>, <strong>quei luoghi virtuali a metà strada tra bar e laboratori della polizia scientifica</strong>, che stanno modificando radicalmente il ruolo dell’informazione e quello della politica. Questo strumento di comunicazione permette infatti una nuova partecipazione che rilancia il processo di democratizzazione e consente anche di organizzare movimenti di resistenza civile.<br />
Ma la rete non sta diventando da sola quel grande contropotere che le istituzioni politiche cercano di irregimentare: essa viene infatti alimentata da tante <strong>testimonianze di denuncia e protesta</strong>, realizzate attraverso l’uso di strumenti digitali che sempre più spesso sono nelle mani dei semplici cittadini. È così che anche in paesi in cui la democrazia è ben lontana dal compiersi, come Cina e Iran, essa si fa avanti dal basso attraverso filmati e immagini prodotti con i telefonini; e non è un caso che nel Myanmar, per soffocare definitivamente le proteste della ‘rivoluzione zafferano’, la giunta militare abbia compiuto una repressione digitale, chiudendo i provider del paese.</p>
<p>Non c’è però bisogno di andare all’estero per rinvenire gli effetti di questa profonda trasformazione politica e sociale in direzione della trasparenza indotta dal web. <strong>Anche in Italia</strong> i blog e la rete stanno diventando un importante strumento nelle mani dei cittadini per denunciare i comportamenti scorretti delle istituzioni pubbliche e private – si pensi ad esempio alle campagne di Beppe Grillo.<br />
La rilevanza democratica di questo fenomeno nel nostro paese è tutt’altro che trascurabile anche perché gran parte dei poteri sociali e politici si organizzano in Italia secondo presupposti culturali contrari a quelli della trasparenza. La logica verticale e padronale, il prevalere del favore sui diritti, il diffuso ricorso all’omertà, sono tutti tratti di un potere opaco, che non accetta la collaborazione orizzontale (prediligendo al limite l’associazione a delinquere), che non rende trasparente il flusso delle informazioni (anche quando queste sono divulgate), che non ammette di aver commesso degli errori (pretendendo, più o meno esplicitamente, l’infallibilità). È un modello arcaico e antidemocratico di potere che purtroppo, in una temperie globale economicamente e politicamente negativa, sta nuovamente tornando di moda.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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		<title>Per un diritto globale all&#8217;informazione</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Aug 2009 04:55:47 +0000</pubDate>
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“La libertà di parola è sia un fine in sé – un diritto inalienabile che i governi non possono togliere alla cittadinanza – sia un mezzo per raggiungere obiettivi altrettanto fondamentali. La libertà di parola garantisce un controllo necessario sul governo: una stampa libera non solo rende meno probabili gli abusi di governo, ma accresce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="shutup" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/08/shutup.jpg" alt="shutup" /></p>
<p>“La libertà di parola è sia un fine in sé – un diritto inalienabile che i governi non possono togliere alla cittadinanza – sia un mezzo per raggiungere obiettivi altrettanto fondamentali. La libertà di parola garantisce un controllo necessario sul governo: una stampa libera non solo rende meno probabili gli abusi di governo, ma accresce la probabilità che vengano soddisfatti i bisogni sociali basilari. […] Voglio spingermi ancora più in là e affermare che nelle società democratiche esiste il diritto fondamentale a sapere, a essere informati su ciò che il governo fa e sul perché lo fa. […] La segretezza dà ai governanti un controllo esclusivo su alcune aree di conoscenza e perciò ne incrementa il potere, rendendo ancora più difficile il suo controllo anche da parte di una stampa libera.”</p>
<p><span id="more-238"></span></p>
<p>Il percorso di riflessione sui diritti di cittadinanza globale prosegue presentando il testo di una conferenza tenuta dall’economista Joseph Stiglitz ad Oxford, dal titolo <em>La libertà, il diritto all’informazione e il dibattito pubblico: il ruolo della trasparenza nella vita pubblica</em>, pubblicato nella più volte citata raccolta <em>La debolezza del più forte. Globalizzazione e diritti umani </em>(Milano 2004), pp. 147-196.<br />
In questo contributo S. presenta una serie di considerazioni sul diritto dei cittadini all’informazione nell’ambito della sfera pubblica a partire dalle sue esperienze professionali nelle istituzioni economiche internazionali e nel governo americano. Egli muove così una critica circostanziata alle reticenze e ai silenzi di politici e funzionari, che sono incompatibili non solo con i valori della democrazia, ma anche, conseguentemente, con un governo efficace ispirato da tali valori.</p>
<p>Prendendo spunto dalla crisi economica del sud-est asiatico (1997-1998), S. mette in evidenza la grande importanza assunta dalla <strong>trasparenza</strong> per un corretto funzionamento dei sistemi economici e politici. Nel caso del tumultuoso sviluppo delle ‘tigri asiatiche’ la mancanza di informazioni a più livelli ha infatti creato le condizioni fondamentali per la formazione di un pernicioso capitalismo clientelare, costituito da istituzioni finanziarie ed industriali deboli.<br />
Tali problemi non hanno però investito solo quell’area, ma sono da tempo annidati in vari settori della società mondiale. Proprio sulla base della sua esperienza di ‘economista del settore pubblico’, S. ha non di rado affrontato la questione della trasparenza nel sistema di tassazione e soprattutto nel sistema bancario, le cui pratiche opache si sono spesso rivelate contrarie ai diritti dei cittadini.<br />
Alla trasparenza si oppone la <strong>segretezza</strong>, termine generale con cui si indicano una serie di pratiche che minano la democrazia, in quanto implicano una fondamentale mancanza di fiducia tra governanti e governati. Secondo S. la partecipazione significativa al processo democratico esige infatti che i cittadini siano informati, potendo così conoscere le alternative disponibili per effettuare consapevolmente le scelte. E i cittadini sono assolutamente in diritto di sapere ciò che riguarda la sfera pubblica, in quanto le informazioni che la costituiscono sono di loro proprietà. Non è quindi ammissibile che politici e funzionari pubblici possano avere segreti nei confronti di quelli che sono da ultimo i loro “datori di lavoro”. Tanto più che l’uso improprio delle informazioni rende il governo meno efficace rispetto ai valori e ai fini della democrazia.<br />
S. vaglia quindi i <strong>motivi che spingono le persone responsabili di incarichi pubblici a ricorrere alla segretezza</strong>. E, purtroppo, ciò dipende innanzi tutto dal fatto che essi <strong>non credono ai processi democratici</strong> centrati sulla partecipazione e sulla discussione. Inoltre, politici e funzionari dell’amministrazione ricorrono alla segretezza per <strong>proteggersi di fronte alle possibili accuse di aver commesso errori o omissioni</strong>; si innesca in tal modo un circolo vizioso per cui <strong>la segretezza si autoalimenta</strong> per garantire posizioni di potere che, se si possedessero informazioni sufficientemente complete, non sarebbero più legittimate.<br />
E sempre in direzione della difesa della propria posizione va anche il fatto che la mancata diffusione di informazioni costituisce <strong>un ostacolo al ricambio delle élite</strong>: infatti, i rivali possono essere resi meno sicuri nei loro programmi dalla mancata conoscenza della situazione interna delle istituzioni; possono cioè non sapere se sia possibile produrre effettivi miglioramenti. E questa circostanza potrebbe indurre i cittadini, al momento delle elezioni, a ritenere che affidare governo e amministrazione a persone che non sono addentro ai meccanismi possa avere un costo elevato in termini di tempo e risorse: “la mancanza di informazioni degli outsider fa crescere i costi dell’avvicendamento al potere, e rende più dispendioso (per la società) cambiare le squadre di governo”.<br />
Tuttavia, secondo S., vi sono effetti ancora più perniciosi della <strong>segretezza</strong>: innanzi tutto, <strong>aumenta la discrezionalità dei detentori del potere pubblico</strong>, che si sottraggono così ai controlli; inoltre, essa <strong>crea un mercato perverso delle notizie</strong>, in quanto alcuni politici o funzionari tendono a divulgare una parte delle informazioni a certa stampa dietro corresponsione di compensi; infine, la segretezza <strong>consente ad interessi privati di esercitare una forte influenza sulla vita pubblica</strong> <strong>attraverso la corruzione</strong>: una minaccia permanente alla fiducia nella democrazia.<br />
Insomma, i processi di potere che si avvalgono della segretezza concorrono a <strong>diminuire la qualità del processo decisionale democratico</strong> perché scoraggiano la partecipazione dei cittadini e dei gruppi della società civile. Con un ulteriore <strong>effetto perverso</strong>: lo spazio del dibattito politico si restringe per i problemi rilevanti nel governo della comunità e si amplia invece per le questioni di principio (di fatto irresolubili), su cui non è necessario possedere molte informazioni per sentirsi in grado di esprimere un’opinione: l’aborto, la fecondazione assistita, gli immigrati. A questo effetto politico negativo si aggiungono anche <strong>conseguenze economiche svantaggiose</strong>: non garantire l’accessibilità delle informazioni e la loro tempestività impedisce infatti di usufruire di risorse più valide ed efficaci.<br />
Le <strong>ragioni che vengono accampate per giustificare la segretezza</strong> non sono, nella maggior parte dei casi, consistenti in un’ottica democratica. Certamente, è ben fondata la segretezza connessa con la <em>privacy</em>, ma essa è confinata ad ambiti per lo più privati che non riguardano la sfera pubblica. Più discutibili sono le ampie aree di segretezza motivate da questioni di <strong>sicurezza nazionale</strong> o da preoccupazioni per <strong>eventuali effetti di instabilità istituzionale</strong>: in questi casi – ammette S. – può essere opportuna una certa riservatezza nella fase iniziale, ma poi le scelte prese e le motivazioni che sono alla loro base devono essere assolutamente divulgate. In tal modo i cittadini possono <strong>giudicare le istituzioni</strong> che non devono – come qualcuno vorrebbe – essere giudicate infallibili; sottoposte infatti al dibattito pubblico non ne sarebbero indebolite, ma piuttosto rafforzate in un’ottica democratica aperta e pluralista.<br />
In tal senso occorre per S. creare <strong>una cultura dell’accessibilità</strong>, per cui il pubblico deve essere informato e partecipare a tutte le decisioni collettive; le informazioni che detengono politici e funzionari dell’amministrazione appartengono infatti ai cittadini e non possono essere oggetto di indebite appropriazioni. Perché questa cultura dell’accessibilità sia garantita è però necessario che <strong>siano sane le istituzioni in grado di produrre informazione e contro-informazione</strong>: una stampa libera, un’opposizione politica determinata e fortemente critica, i gruppi della società civile. È solo in un contesto del genere che si può sviluppare una buona <em>governance</em> democratica.</p>
<p>Dalle riflessioni generali di S. su trasparenza e segretezza è dunque facile ritenere grave – purtroppo ancora una volta – la situazione in cui versa la democrazia italiana. Il tradizionale controllo dei mezzi di informazione da parte delle élite politico-economica del nostro paese si è trasformato negli ultimi quindici anni in una pericolosa tendenza al monopolio concentrato nelle mani dell’attuale premier e del suo <em>entourage</em>. Questa situazione accentua notevolmente gli effetti distorsivi della segretezza (già forti in Italia), delle fughe di notizie, dei silenzi, che vanno nella direzione ultima di creare un consenso plebiscitario intorno al leader, di cui si esaltano le decisioni e si nascondono le responsabilità politiche e morali. Ovviamente la ricerca di un consenso assoluto va di pari passo con la compressione degli spazi di informazione antagonista, anche in rete.<br />
Ci occuperemo presto di come questi elementi si inseriscano in un più complesso modello degenerato di democrazia, elaborato nel Novecento, che schiaccia i valori di libertà, uguaglianza, solidarietà e partecipazione.</p>
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
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