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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; uguaglianza</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Una proposta di cambiamento: Avere o essere? di Erich Fromm</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Sep 2010 20:13:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;Se le sfere economica e politica della società devono subordinarsi allo sviluppo umano, è evidente che a determinare il modello della nuova società saranno le esigenze dell&#8217;individuo non alienato, orientato verso l&#8217;essere. Ciò significa che gli uomini non dovranno né vivere in condizioni di inumana povertà (questo costituisce ancora il problema principale di gran parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©nike" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/09/©nike.jpg" alt="Â©nike" />&#8220;Se le sfere economica e politica della società devono subordinarsi allo sviluppo umano, è evidente che a determinare il modello della nuova società saranno le esigenze dell&#8217;individuo non alienato, orientato verso l&#8217;essere. Ciò significa che gli uomini non dovranno né vivere in condizioni di inumana povertà (questo costituisce ancora il problema principale di gran parte degli abitanti della Terra) né dovranno essere obbligati (come accade invece ai benestanti del mondo industrializzato) a far proprio il modello dell&#8217;<em>Homo consumens</em> dalle leggi inerenti alla produzione capitalistica, le quali richiedono un continuo aumento della produzione e quindi obbligano a un consumo via via crescente. Se gli esseri umani debbono diventare liberi e cessare dall&#8217;alimentare l&#8217;industria mediante un consumismo patologico, è chiaramente indispensabile una trasformazione di carattere radicale del sistema economico; in altre parole, bisogna mettere fine all&#8217;attuale situazione, in forza della quale un&#8217;economia sana è possibile solo a prezzo della condizione patologica degli esseri umani. Il problema è dunque quello di costruire un&#8217;economia sana per gente sana.&#8221;<span id="more-724"></span></p>
<p>Al fine di raccogliere ulteriori spunti per una riforma etica della società presente, proponiamo anche in questo post la lettura di un ‘classico’, <em>Avere o essere?</em> (Milano 1977, ed. or. 1976), scritto da Erich Fromm, psicoanalista freudiano e pensatore appartenente alla cosiddetta ‘Scuola di Francoforte’.<br />
Il saggio di F. costituisce di fatto l’approdo di una lunga riflessione critica sulla famiglia, sulla società e soprattutto sulla crisi drammatica del mondo occidentale, e fornisce una proposta alternativa di convivenza, fondata su un nuovo equilibrio di valori che pongono al centro l’uomo (<strong>umanesimo radicale</strong>).</p>
<p>Nel corso del XX sec. è diventato sempre più evidente il <strong>fallimento della grande promessa di Progresso Illimitato</strong>, che era stata generata dalla rivoluzione industriale. La credenza nella possibilità di <strong>un’illimitata produzione</strong>, e quindi di <strong>illimitati consumi</strong>, aveva indotto a pensare alla <strong>trasformazione degli individui in superuomini</strong>, liberati da tutti i vincoli e finalmente padroni delle proprie esistenze.<br />
Il venir meno di una tale speranza risultò però ben presto evidente. Si è dunque presa coscienza negli ultimi due secoli che 1) <strong>la soddisfazione illimitata di tutti i desideri non comporta il vivere bene</strong>; 2) <strong>gli uomini sono tutt’altro che padroni nella ‘megamacchina’ economica e burocratica</strong> (tanto capitalistica, quanto socialista); 3) <strong>il progresso economico è rimasto limitato ai paesi ricchi</strong>; 4) <strong>il progresso tenico ha avuto come conseguenza il manifestarsi di pericoli per l’ambiente e per la stessa sopravvivenza della specie umana</strong>.<br />
Il fallimento non dipende, secondo F., soltanto da contraddizioni economiche del processo di industrializzazione, ma anche da due ‘assiomi’ psicologici che ad essa si accompagnano: 1) la felicità consiste nel raggiungimento del massimo piacere, inteso come soddisfazione di ogni bisogno soggettivo della persona (<strong>edonismo radicale</strong>); 2) l’egoismo e l’avidità generati dal sistema si compongono in uno stato finale di pace e armonia.<br />
Per F., che chiama a conforto della sua posizione il pensiero di sapienti, profeti e filosofi, è evidente che questi due presupposti sono erronei. E non solo conducono alla follia gli individui, ma annunciano una possibile autodistruzione che ovviamente, anche dal punto di vista puramente economico, è controproducente. Ovviamente, di fronte ad una tale situazione, <strong>le élite politiche del mondo dovrebbero agire, ma appaiono a F. anestetizzate o, più probabilmente, complici</strong> di questo sistema che con la sua propaganda impedisce di gettare lo sguardo oltre il soddisfacimento dei propri piaceri immediati.<br />
Per cogliere in tutta la sua profondità l’esigenza di un mutamento F. distingue due <strong>fondamentali modalità di esistenza dell’essere umano</strong>, che sono virtualità sempre compresenti negli individui: <strong>quella dell’avere e quella dell’essere</strong>.<br />
Nella <strong>modalità dell’avere</strong> il rapporto dell’uomo con il mondo è <strong>caratterizzato dal possesso e dalla proprietà</strong>: egli aspira quindi ad impadronirsi di ogni cosa e anche degli uomini. Tale modalità <strong>condiziona la stessa costruzione dell’identità</strong> che tende a coincidere con ciò che si possiede: ‘<strong>io sono ciò che ho</strong>’.<br />
Nella <strong>modalità dell’essere</strong> l’uomo vive invece <strong>un rapporto autentico con il mondo e con gli altri, caratterizzato da indipendenza, libertà e atteggiamento critico</strong>. La caratteristica fondamentale di tale modalità risiede nell’<strong>essere attivo</strong>, cioè nell’uso produttivo delle qualità specificamente umane. Essere attivi non significa però essere indaffarati, ma piuttosto <strong>esprimere facoltà e capacità in una crescita costante che si basa sull’esperienza e non sul possesso delle cose</strong>. Accanto all’attività si pone però anche <strong>un altro aspetto fondamentale dell’essere, quello per cui esso si contrappone all’apparenza</strong>, al di là della quale si può cogliere l’effettiva realtà di una persona o di una cosa.<br />
Da queste diverse modalità discendono <strong>due concezioni diverse della felicità</strong>: quando prevale l’avere, la felicità risiede nella superiorità sugli altri, nel potere e nella capacità di usare violenza per difendere i propri beni, conquistare, depredare, uccidere; quando è l’essere a prevalere la felicità consiste nell’amare, nel condividere, nel dare.<br />
F., influenzato al contempo dal pensiero religioso ebraico e cristiano, da quello psicoanalitico di Freud e da quello filosofico e sociale di Marx, auspica quindi <strong>un cambiamento profondo del carattere sociale</strong>, che è la risultante della fusione della sfera psichica e delle strutture socioeconomiche. L’autore tratteggia così <strong>il profilo di un uomo nuovo</strong> – per il quale si rinvia ad una mappa concettuale – e inoltre indaga le caratteristiche della <strong>nuova società</strong> in relazione alla condizioni della sua possibile realizzazione.<br />
È evidente che una tale riforma è difficile; eppure essa è necessaria se si vuole evitare la catastrofe per la specie umana. Perché si compia è indispensabile che <strong>le migliori menti si adoperino a realizzare progetti di ingegneria sociale</strong> che possano scongiurare l’avvento di quel ‘fascismo tecnologico dal volto sorridente’ che si profila come anticamera di un oscuro destino. Tutte le risorse devono quindi essere concentrate in una scienza umanistica dell’uomo che individui le basi attraverso le quali possa avvenire <strong>una ricostruzione della società basata sulla modalità dell’essere</strong>.<br />
Innanzitutto <strong>la produzione deve essere riorganizzata verso un consumo sano</strong>, che deve essere indotto da un processo educativo che mostri a tutti come molti dei nostri desideri siano suscitati dai produttori attraverso la pubblicità. Essi non corrispondono infatti ai bisogni reali dell’uomo, quelli cioè che corrispondono alla sua struttura essenziale e alle sue possibilità di sviluppo.<br />
La <strong>presa di coscienza</strong> dei cittadini è in tal senso fondamentale, come pure la loro <strong>partecipazione</strong>. Questa non deve essere però limitata solo all’ambito politico – cosa che F. ritiene comunque difficile –, ma deve addirittura estendersi a quello produttivo. L’autore parla esplicitamente di “<strong>democrazia industriale</strong>”: le imprese devono essere considerate non solo organizzazioni puramente economiche e tecniche, ma istituzioni sociali in cui tutti i membri devono avere parte attiva nelle decisioni basate su una piena informazione.<br />
L’<strong>informazione</strong> è del resto secondo F. un elemento imprescindibile della democrazia; essa è infatti l’unico modo per contrastare 1) il lavaggio del cervello attuato dalla propaganda pubblicitaria del mercato e della politica e 2) la mercificazione delle notizie compiuta dai media. Per questo motivo egli propone <strong>l’istituzione di un efficace sistema di diffusione delle informazioni utili </strong>– che oggi noi abbiamo: la rete.<br />
Un altro elemento determinante per il cambiamento è <strong>la riduzione della distanza tra i paesi ricchi e quelli poveri</strong>, che egli definisce un abisso carico di pericoli, quali la violenza terroristica ingenerata della disperazione. A tale obiettivo si devono ulteriormente accompagnare <strong>l’emancipazione piena delle donne</strong> (che destrutturi il paradigma maschile del potere); <strong>l’introduzione di un salario minimo per tutti</strong> (che consenta il pieno esercizio della libertà a partire dai diritti fondamentali al cibo e alla dimora); <strong>la liberazione della ricerca scientifica dalle immediate applicazioni industriali e militari</strong>, che piegano la conoscenza umana alla finalità dell’avere.</p>
<p>Purtroppo, nei limiti del post, la portata della proposta di Fromm non può risultare che ridimensionata: molti sono infatti gli aspetti che sono stati tralasciati, soprattutto per quanto riguarda la descrizione delle modalità dell’essere e dell’avere.<br />
In sede di commento mi limito a svolgere due brevi considerazioni. Innanzitutto devo ammettere che la rilettura della proposta di F., a distanza di parecchi anni, mette in evidenza i suoi limiti sotto tanti punti di vista. Anche questo testo, come <em>Lettera ad una professoressa</em>, va però contestualizzato, cioè ricollocato nel suo periodo, che è quello successivo ai movimenti studenteschi e alla crisi petrolifera degli anni ’70.<br />
Questi limiti, che talvolta fanno apparire il suo ragionamento un po’ troppo ‘semplice’, non intaccano tuttavia il valore politico complessivo della sua proposta. Oggi è infatti necessario un cambiamento radicale della costellazione dei valori, che scardini la dominante configurazione individualistica, egoista e avida, che non è la ‘natura’ dell’uomo, ma soltanto una delle possibili costruzioni culturali dell’umanità. Altre ce ne sono, e altre ancora se ne possono inventare, che non ci facciano correre il rischio di imboccare la strada dell’autodistruzione.</p>
<p style="text-align: right;">E. R.</p>
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		<title>&#8220;La scuola sarà sempre meglio della merda&#8221;: rileggendo la lettera della Scuola di Barbiana</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 07:45:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;Così è stato il nostro primo incontro con voi [gli insegnanti]. Attraverso i ragazzi che non volete. L&#8217;abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Â©classmates" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2010/08/©classmates.jpg" alt="Â©classmates" />&#8220;Così è stato il nostro primo incontro con voi [gli insegnanti]. Attraverso i ragazzi che non volete. L&#8217;abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile. E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo? Allora richiamateli, insistete, ricominciate tutto da capo all&#8217;infinito a costo di passar da pazzi. Meglio passar da pazzi che essere strumento di razzismo.&#8221;.<span id="more-714"></span></p>
<p>Con questo post coniughiamo uno dei principali filoni di quest’anno, quello dedicato all’educazione e alla scuola, con il miniciclo sulla chiesa, presentando <em>Lettera a una Professoressa</em> (Firenze 1967), un testo programmatico e polemico composto da un gruppo di allievi della Scuola di Barbiana, un’esperienza educativa avviata in Toscana da Don Lorenzo Milani, sacerdote ed educatore.<br />
La <em>Lettera</em> costituisce una presa di posizione forte e netta contro la scuola degli anni ’60, con cui <strong>si critica in particolare la selezione classista</strong> compiuta nella <strong>nuova scuola media</strong>. Questa era stata istituita nel 1962 <strong>con una riforma che mirava ad unificare i percorsi di educazione ed istruzione dei ragazzi fino ai 14 anni di età</strong>, cercando di dare consistenza al diritto allo studio, sancito dall’art. 34 della Costituzione, quale pilastro fondamentale del diritto all’uguaglianza proclamato all’art. 3.<br />
È purtroppo impossibile dar conto nei limiti di questo post del contesto storico in cui fu scritta la lettera, dei suoi presupposti e della sua ricezione, che fu <strong>particolarmente significativa per il movimento studentesco del ‘68</strong> e quindi per la <strong>democratizzazione delle istituzioni scolastiche degli anni ‘70</strong>. Posso qui soltanto dar conto di alcune riflessioni educative e politiche che mi appaiono ancora attuali.<br />
La <strong>scuola di Barbiana</strong> era stata aperta in uno sperduto borgo toscano da Don Milani per dare la possibilità ai figli dei poveri contadini di avere una formazione che avrebbero in altro modo faticato a conseguire nelle lontane scuole pubbliche. Le modalità adottate nell’attività didattico-educativa dal sacerdote erano (e sono ancora in gran parte) rivoluzionarie. Innanzi tutto <strong>nessuno era ritenuto negato per gli studi</strong>; <strong>chi si mostrava svogliato era considerato il preferito</strong>, come il primo della classe nelle scuole normali; e, finché non aveva capito ciò di cui si parlava, non si andava avanti.<br />
<strong>Lo spazio e il tempo di attività erano organizzati in maniera radicalmente diversa</strong>. Non c’erano lavagna, cattedra e banchi ben allineati, ma <strong>solo grandi tavoli</strong> intorno ai quali i ragazzi si raccoglievano per studiare insieme. <strong>Non c’era</strong> per questo <strong>bisogno</strong> <strong>di un libro ciascuno</strong> – cosa che ancor oggi costituisce una spesa rilevante e, conseguentemente, un fattore selettivo –, ma <strong>i ragazzi leggevano insieme guidati da uno di loro</strong>, di età compresa tra i 12 e i 16 anni, che fungeva da insegnante. Era quindi un’esperienza scolastica aperta, in cui, per dirla in termini odierni, si prediligeva <strong>una didattica attiva</strong> e si instauravano <strong>rapporti di apprendimento cooperativo e di <em>tutoring</em></strong>.<br />
Anche i <strong>tempi</strong> erano concepiti in maniera diversa, perché in realtà <strong>si riconoscevano bisogni più ampi</strong> di quelli che potevano essere soddisfatti da due ore quotidiane di lezione: perché a contare le ore effettive distribuite sull’arco di un anno, si finiva per frequentare la scuola solo per due ore al giorno. Secondo la Scuola di Barbiana non si doveva invece avere né una ricreazione istituzionalizzata, né vacanze, né domenica, dal momento che urgeva soddisfare bisogni molto grandi, i quali trascendevano questi artificiali confini dell’attività di apprendimento.<br />
La <strong>bassa intensità scolastica</strong> finiva infatti 1) per <strong>favorire chi aveva già buoni prerequisiti</strong> dal punto di vista culturale, cioè gli appartenenti a famiglie benestanti in grado di stimolare i propri figli costantemente, e, correlativamente, 2) per <strong>penalizzare le persone degli strati più poveri</strong>, che nel caso di Don Milani erano contadini. Ed è appunto di un povero figlio di contadini, cui, se non fosse venuto a scuola, sarebbe toccato spalare gli escrementi delle sue vacche, la frase citata nel titolo.<br />
Si palesa così la <strong>forte istanza di giustizia sociale</strong> che muoveva la vocazione educativa Don Milani: tale istanza si traduceva, come detto, in una <strong>fortissima accusa diretta contro le modalità selettive della scuola</strong>, volte alla riproduzione di determinate strutture e, dunque, disuguaglianze sociali. Ne scaturiscono le critiche ai parametri della <strong>lingua corretta,</strong> uno strumento con cui i superiori si impongono sugli inferiori che non la padroneggiano. E accanto a questa condanna si pone quella contro il <strong>mancato insegnamento dell’arte dello scrivere</strong> come pratica e tecnica concrete; i professori preferivano infatti riconoscere delle doti naturali, che – guarda un po’ – erano proprie di chi aveva più risorse e più stimoli (cioè i più ricchi), e non concepivano che gli altri potessero acquisire le abilità necessarie per adoperare la scrittura.<br />
E questo atteggiamento rispetto all’arte dello scrivere era il sintomo di <strong>un’offerta scolastica i cui insegnamenti erano quanto mai lontani dalla vita concreta</strong>. Più volte si torna nella <em>Lettera</em> sul <strong>caso delle lingue straniere</strong>, che vengono forzatamente imposte ai ragazzi nei loro aspetti grammaticali più astrusi (le eccezioni), senza puntare invece alla comunicazione: non è importante conoscere il plurale di ‘ciottolo’ o di ‘gufo’ in francese, ma piuttosto sapersi relazionare con altre persone parlanti lingue diverse.<br />
All’obiettivo polemico di fondo, che è in sostanza <strong>l’egoismo individualista e “avaro</strong>” delle élites sociali che vogliono perpetuare la loro non giustificabile posizione di vantaggio, la <em>Lettera</em> accompagna naturalmente <strong>un fine positivo</strong>, <strong>quello dell’uguaglianza costituzionalmente sancita</strong>. Per raggiungere questo scopo sta alla scuola impegnarsi per rimuovere tutti gli ostacoli che non permettono la piena fioritura di tutte le persone.<br />
<strong>Tre</strong> sono quindi le <strong>riforme che vengono proposte</strong>. La prima è quella di <strong>non bocciare nella scuola dell’obbligo</strong>, perché tutti hanno diritto a compiere quel percorso di otto anni nella scuola al fine di ottenere – traduco in termini attuali – <strong>quelle competenze che permettono di esercitare consapevolmente la cittadinanza</strong>. Non è possibile basarsi sulla teoria “razzista” delle attitudini che ancora una volta riproducono le differenze sociali esistenti: è troppo comodo dire che un ragazzo non è portato per una materia. Bisogna che gli insegnanti facciano del compito di portare avanti tutti i ragazzi in tutte le materie il loro obiettivo fondamentale. Per questo è necessario lavorare di più, ma non – qui divergo nettamente dalle posizioni della <em>Lettera</em> – rinunciando ad altri aspetti della vita (cioè votandosi al celibato laico); è sufficiente piuttosto ricostruire certi aspetti del ruolo docente da un punto di vista più professionale.<br />
L’impegno maggiore degli insegnanti si deve trasformare anche quantitativamente in <strong>più scuola</strong> – seconda riforma –, perché bisogna rispondere ai bisogni di bambini cui non bastano poche ore giornaliere (si pensi oggi agli stranieri). Certo <strong>il tempo pieno non deve essere organizzato secondo le modalità attuate ora nella scuola</strong>, perché risulterebbe insopportabile agli allievi, ma secondo metodi di apprendimento attivo e cooperativo che rendano i bambini protagonisti del proprio apprendimento. E chiaramente questo tempo pieno non è tanto necessario per i bimbi e ragazzi appartenenti a famiglie ricche, ma deve essere principalmente dedicato ai figli di quelle povere.<br />
La terza riforma è, infine, <strong>dare uno scopo agli svogliati</strong>: infatti la scuola è costruita spesso su modelli competitivi poco stimolanti, i quali presuppongono che, se non ci sono diversi interessi maturati in famiglia, sia già presente nei bambini un arrivismo cinico ed egoista. Come possono dunque entusiasmarsi a scuola? E infatti la odiano. <strong>Il fine supremo deve essere invece quello di rendere sovrane le persone</strong>, cioè di dare loro gli strumenti per compiere delle scelte; questo fine deve essere però perseguito nella quotidianità attraverso <strong>lo sviluppo delle competenze comunicative</strong>: è la lingua infatti che fa eguali agli altri, permettendo l’incontro, il dialogo e lo scambio.</p>
<p>Chiaramente la <em>Lettera</em> contiene ancora tanti temi, che non sono stati qui toccati, e molte dure critiche. Per questo motivo invito a leggere il testo a chi non l’avesse ancora fatto con l’avvertenza di mettere in conto, però, un certo ‘spaesamento’ di fronte ad alcune situazioni descritte. Uno spaesamento dovuto al fatto che si parla di una società molto diversa da quella odierna, distante quasi un mezzo secolo, ricco di rivolgimenti politici, sociali, economici, culturali e soprattutto tecnologici, che si sono diffusi nel mondo e in Italia proprio a partire da quegli anni.<br />
In sede di commento mi limito solo ad osservare che i tre punti di riforma proposti dalla <em>Lettera</em> vanno proprio nella direzione contraria alle decisioni che le attuali élites politiche italiane stanno prendendo. È evidente che si vuole meno scuola, che si vuole una severità che porti nuovamente a bocciare nella scuola dell’obbligo (e a far entrare presto nel lavoro i ragazzi ‘respinti’), che non si vuole dare come fine quello di scegliere. Insomma un nuovo programma di selezione per comprimere verso il basso gli strati più deboli della società che si stanno impoverendo.<br />
È però altrettanto evidente che, per vincere le sfide (economiche e non) del presente, in un regime democratico che garantisca per quanto possibile la fioritura di tutti e di ciascuno, è necessaria più scuola (fatta molto diversamente da oggi), nuove competenze degli insegnanti (che possano riuscire dove la sterile severità non riuscirà mai) e obiettivi che culminino nella formazione di un cittadino globale, che si viva e si muova un orizzonte planetario (Morin).</p>
<p style="text-align: right;">E.R.</p>
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		<title>La Costituzione: una bussola democratica</title>
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		<pubDate>Thu, 29 May 2008 15:41:41 +0000</pubDate>
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La costituzione è la legge fondamentale di uno stato moderno, cioè di un insieme di persone che, condividendo in linea generale presupposti storici e culturali, organizza la propria convivenza in un territorio. Si tratta quindi di un documento che regola le forme basilari di relazione e di associazione di una comunità politica, definendo i diritti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="bussolademocratica.jpg" href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/05/bussolademocratica.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/05/bussolademocratica.jpg" alt="bussolademocratica.jpg" /></a></p>
<p>La costituzione è la legge fondamentale di uno stato moderno, cioè di un insieme di persone che, condividendo in linea generale presupposti storici e culturali, organizza la propria convivenza in un territorio. Si tratta quindi di un documento che regola le forme basilari di relazione e di associazione di una comunità politica, definendo i diritti fondamentali dei cittadini e articolando e limitando le modalità di esercizio del potere. La costituzione è il nucleo delle attuali democrazie in quanto ne individua i valori che, al di là di ogni forma e procedura, la sostanziano: la libertà e l&#8217;uguaglianza, la cui costante tensione è tenuta in equilibrio dalla solidarietà e dalla partecipazione alla vita pubblica.<span id="more-101"></span></p>
<p>In occasione della festa della Repubblica abbiamo deciso di dedicare un post alla <a href="http://www.quirinale.it/costituzione/costituzione.htm">Costituzione italiana</a>, che entrò in vigore sessant&#8217;anni fa, il primo gennaio 1948. Per questo motivo presento un libro scritto da un magistrato della Corte di Cassazione, Giangiulio Ambrosini: <em>La Costituzione</em><em> spiegata a mia figlia </em>(Torino 2004).<br />
Al fine di commentare i contenuti e i valori della nostra carta costituzionale A. ricorre ad una formula peculiare: espone infatti principi e temi della legge fondamentale del nostro paese attraverso sedici brevi dialoghi intrattenuti con sua figlia. Tra questi scelgo di sintetizzare nel post quelli riguardanti i principi fondamentali, tralasciando invece le parti che si occupano dell&#8217;organizzazione istituzionale dello Stato.</p>
<p>Innanzi tutto è però necessario dare una collocazione storica alla nostra Costituzione, che fu il frutto di un lavoro condotto tra il <strong>1946</strong> e il <strong>1947</strong>. L&#8217;assemblea costituente, che era stata eletta dagli italiani nello stesso giorno in cui essi scelsero con un referendum la forma del nostro stato, la repubblica (2 giugno 1946), aveva incaricato una commissione di saggi di redigere la carta fondamentale di una nuova democrazia. La Costituzione della neonata Repubblica fu fortemente <strong>condizionata dall&#8217;esperienza storica della lotta di resistenza al fascismo</strong>, un regime che per vent&#8217;anni si era impegnato a realizzare uno stato totalitario; uno stato cioè che ledeva in maniera radicale i diritti e la dignità dell&#8217;individuo, attuando molteplici forme di discriminazione e comprimendo qualsiasi spazio di libertà.<br />
In questo contesto si espressero le idealità, etiche e politiche, che infusero convinzione ad un dettato costituzionale &#8211; in particolare ai primi 54 articoli riguardanti i <em>Principi fondamentali</em> e <em>I diritti e doveri dei cittadini </em>è, che pure doveva fare i conti con i compromessi tra le diverse posizioni politiche presenti nel panorama italiano del dopoguerra.<br />
Con forza veniva dunque sancita <strong>l&#8217;uguaglianza</strong>. Innanzi tutto l&#8217;uguaglianza <strong>formale</strong>, quella cioè di fronte alla legge, per cui le identità sessuali, etniche, religiose, politiche e, più in generale, sociali (ad es. la condizione di malattia, di vecchiaia o, per contro, quella giovanile) non potevano creare delle differenze significative sul piano del valore di un membro della comunitÃ  politica. E questo &#8211; faccio notare &#8211; vale anche per gli stranieri presenti nel territorio italiano, che, pur non godendo di pieni diritti politici in quanto non sono cittadini, devono essere comunque rispettati allo stesso modo.<br />
Ma accanto all&#8217;uguaglianza formale veniva indicato come compito della comunità politica, in particolare dei suoi organi di governo posti a vario livello, <strong>il perseguimento dell&#8217;uguaglianza sostanziale</strong>. Nella Costituzione si auspica infatti l&#8217;impegno ad attenuare l&#8217;impatto di <strong>differenze che tendono a trasformarsi in diseguaglianze</strong>, cioè nel mancato riconoscimento di una &#8216;<strong>pari dignità sociale&#8217;</strong> e quindi nell&#8217;ostacolo ad una <strong>partecipazione</strong> di tutti i cittadini alla vita politica sullo stesso piano. Fu per questo motivo che i costituenti posero alla base della legge fondamentale il concetto-valore di &#8216;<strong>persona umana</strong>&#8216;.<br />
La commissione individuava il fattore determinante, quello cioè che avrebbe permesso di realizzare questo progetto etico e politico, nel <strong>lavoro</strong>, non a caso considerato il fondamento della Repubblica italiana. La Costituzione impegna così ancora oggi lo Stato a promuovere l&#8217;accesso al lavoro e la sua tutela (ad es. con il riconoscimento di quelle peculiari associazioni che sono i sindacati, oppure con la salvaguardia del diritto allo sciopero). La presa di posizione in favore del lavoro &#8211; che si traduce nello sforzo per l&#8217;emancipazione degli strati inferiori della società come garanzia di sviluppo democratico &#8211; faceva leggermente arretrare due principi peraltro assolutamente fondamentali nell&#8217;orizzonte liberale della Costituzione italiana: quello dell&#8217;iniziativa privata e quello della proprietà, che erano limitati dagli interessi generali di uno Stato proteso a sostenere l&#8217;attività dei lavoratori.<br />
L&#8217;emancipazione attraverso il lavoro si doveva ripercuotere non solo nella <strong>partecipazione</strong>, ma, ancor prima, esprimersi come <strong>libertà dell&#8217;individuo nelle sue diverse forme</strong>: religiosa, di pensiero, di riunione e di associazione, di circolazione, di comunicazione, di insegnamento, ecc. . Una <strong>libertà </strong>anche<strong> dal potere degli organi dello Stato</strong>, i quali non avrebbero potuto invadere senza motivi validi, decisioni formali e tempi stabiliti dalla magistratura, l&#8217;ambito della persona. Ed è qui ancora evidente il riferimento alla drammatica esperienza storica della <strong>compressione della libertà durante il fascismo</strong>.<br />
Una libertà anche e soprattutto politica, che la Costituzione affida ai <strong>partiti</strong>, pensati &#8211; originariamente e idealmente -come forme di associazione in grado di facilitare proprio la libera scelta del cittadino. Una scelta da compiere attraverso <strong>lo strumento del voto</strong>, inteso come un dovere civico personale, segreto, uguale (cioè di valore pari a quello di tutti gli altri) e, appunto, libero. Opportunamente la Costituzione non indica uno specifico <strong>sistema elettorale</strong> (maggioritario, proporzionale o misto): questo &#8211; è bene ribadirlo &#8211; è solo uno <strong>strumento formale</strong>, variabile secondo i momenti storici, attraverso il quale si possono realizzare <strong>i valori democratici sostanziali</strong>. La carta costituzionale definisce un&#8217;unica via di esercizio diretto di questa libertà politica: lo <strong>strumento referendario</strong>,<strong> </strong>la cui importanza è emersa in questi ultimi decenni di vita repubblicana.<br />
Come accennato in apertura, la<strong> tensione democratica tra libertà e uguaglianza</strong> è equilibrata dalla <strong>solidarietà</strong>, cioè dal terzo valore che abbiamo ereditato dalla rivoluzione francese, la <em>fraternità</em>. Solidarietà che è un dovere di tutti, da non demandare solo alle istituzioni: infatti la prima forma di associazione in cui essa si manifesta Ã¨ la famiglia. Chiaramente, vi sono molti altri ambiti fondamentali (ad es. l&#8217;assistenza sanitaria e la scuola) in cui l&#8217;intervento dello Stato risulta determinante nel senso della solidarietà. Tale intervento si sostiene attraverso varie forme di prelievo sulle ricchezze dei cittadini: le <strong>tasse</strong> e, soprattutto, le <strong>imposte</strong> sul reddito, che sono una forma di contributo solidale nei confronti della propria comunità. Ovviamente, la modalità di prelievo che meglio risponde ai valori costituzionali è quella progressiva, cioè crescente in maniera proporzionale all&#8217;entità del reddito.</p>
<p>Pur trascurando molti temi e soffermandomi rapidamente sui tre valori fondamentali dell&#8217;uguaglianza, della libertà e della solidarietà  - cui si è aggiunto il lavoro come espressione concreta di quelle idealità -, si è potuto comunque constatare come il confronto con la Costituzione fornisca degli strumenti per affrontare le scelte politiche attuali. Naturalmente, non è detto che la Costituzione, pur nella lungimiranza dei suoi autori, possa indicare immediatamente la soluzione di problemi nuovi (ad es. i flussi migratori, la globalizzazione, la privacy); ed è infatti previsto all&#8217;interno del suo dettato che, ad eccezione dell&#8217;intangibilità  della forma repubblicana, possano compiersi degli interventi di modifica migliorativi, ispirati comunque ai suoi valori fondanti.<br />
In tal senso la nostra Costituzione rimane una forte presa di posizione democratica, maturata in un frangente storico eccezionale, in grado di fornirci dei sicuri orientamenti sul piano dei valori etici e politici. Una bussola che ci indica la via della democrazia.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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