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	<title>Attraverso lo Specchio &#187; valori</title>
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	<description>In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica</description>
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		<title>Critica della democrazia identitaria</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 05:23:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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&#8220;Pulsioni plebiscitarie e critiche del regime parlamentare, ricerca di identità e insofferenza nei confronti del sistema politico-rappresentativo, volontà decisioniste ed irritazione nei confronti della ricerca del compromesso, preferenza per la legittimità contro una legalità ritenuta un ostacolo alla sovranità ed ai poteri, esasperazione della contrapposizione tra l&#8217; &#8216;amico&#8217; e il &#8216;nemico&#8217;. Sono queste alcune delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="monolite" src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2009/09/monolite1.jpg" alt="monolite" /></p>
<p>&#8220;Pulsioni plebiscitarie e critiche del regime parlamentare, ricerca di identità e insofferenza nei confronti del sistema politico-rappresentativo, volontà decisioniste ed irritazione nei confronti della ricerca del compromesso, preferenza per la legittimità contro una legalità ritenuta un ostacolo alla sovranità ed ai poteri, esasperazione della contrapposizione tra l&#8217; &#8216;amico&#8217; e il &#8216;nemico&#8217;. Sono queste alcune delle caratteristiche che sostengono la visione di &#8216;democrazia identitaria&#8217;, così come definite dal suo teorizzatore più raffinato[, Karl Schmitt].&#8221;</p>
<p><span id="more-280"></span></p>
<p>Presentiamo ai lettori del blog un saggio di teoria politica, <em>Critica della democrazia identitaria. Lo Stato costituzionale schmittiano e la crisi del parlamentarismo </em>(Roma-Bari 2005), scritto da Gaetano Azzariti, professore di Diritto costituzionale all’Università La Sapienza di Roma.<br />
A. propone un’analisi attenta della concezione della democrazia di un grande pensatore politico tedesco del Novecento, Karl Schmitt, la quale per tanti aspetti appare purtroppo nuovamente attuale. Schmitt (1888-1985) fu portatore di un’idea di stato fortemente autoritario e, anche per questo motivo, aderì convintamente al regime nazista.</p>
<p>A. intende dunque ritracciare i caratteri ideali della costruzione teorica di Schmitt. Tali caratteri, pur conoscendo oscillazioni nel corso di una riflessione protrattasi per gran parte del secolo scorso, rispondono ad una visione abbastanza coerente del mondo, elaborata in stretta relazione con <strong>un complesso nodo problematico</strong> delle democrazie liberali dell’Occidente: <strong>la crisi dello stato moderno connessa all’accentuato pluralismo della società industrializzata e di massa</strong> – due fenomeni conclamatisi a partire dalla fine del sec. XIX.<br />
Il primo elemento caratterizzante della concezione di Schmitt è la <strong>distinzione tra principi del liberalismo</strong> da una parte – in sostanza i diritti fondamentali dell’individuo – <strong>e democrazia</strong> dall’altra. I principi liberali sarebbero in realtà degli elementi di disgregazione del corpo politico, la cui consistenza è peraltro piuttosto formale. La democrazia avrebbe invece <strong>una dimensione ben più concreta, esistenziale</strong>, connessa strettamente ad <strong>un agire politico fondato sull’opposizione ‘amico/nemico’</strong>. In tale forma democratica prevarrebbe <strong>il principio di omogeneità</strong>, che <strong>comporterebbe l’esclusione e l’annientamento del diverso</strong>. La guerra diventerebbe uno dei mezzi di presidio dello stato contro il pluralismo; uno stato che assumerebbe caratteri totalitari, tali cioè da non tollerare una forte società civile e quindi nemmeno la possibilità che gli individui possano avere più appartenenze (cioè essere allo stesso tempo membri di più gruppi).<br />
L’esigenza di fondo è dunque quella di <strong>assicurare a tutti i costi l’unità</strong>, comprimendo le diversità; in tal senso vi è un’assoluta identità, purtroppo perversa, tra dominati e dominanti: questi ultimi sono infatti autorizzati ad incarnare la volontà del popolo nella decisione. Non è quindi importante come i dominanti prendano la decisione (legalità), ma che si ritenga che la prendano in nome di tutto il popolo (legittimità).<br />
Questa identità supera le forme liberali della rappresentanza, cioè quelle che le democrazie moderne hanno solitamente assunto per delegare alcune persone a governare la comunità politica. Nel caso di Schmitt <strong>la rappresentanza è in qualche modo trascendente</strong>, fondata, per così dire, in un atto di fede nei confronti di rappresentanti del popolo che si autoproclamano tali. <strong>Il popolo</strong> non sceglie veramente i suoi rappresentanti e, da ultimo, nella concezione di Schmitt <strong>non è affatto un soggetto reale</strong>. Esso diviene parzialmente attivo soltanto quando è <strong>interpellato attraverso dei referendum plebiscitari</strong>: dunque assolutamente predeterminati dai dominanti.<br />
In questa concezione il fondamento dell’azione politica e del sistema ‘democratico’ è, come accennato, la <strong>decisione</strong>, che è <strong>totale, assolutamente in-fondata</strong> e presa <strong>senza alcuna attenzione per il consenso</strong>. Rispetto a quest’ultimo tratto <strong>la politica non consiste nella ricerca di un compromesso, ma nel combatterlo</strong>: la decisione è un puro atto di forza. E la stessa costituzione è considerata una decisione politica dell’assoluto potere costituente.<br />
È logico quindi il <strong>duro attacco rivolto da Schmitt al parlamento</strong>: esso si basa certo su penetranti osservazioni critiche, ma poi si piega ad una sua forte condanna pregiudiziale ed ideologica. A partire infatti dal riconoscimento delle effettive disfunzioni delle assemblee politiche degli stati liberali Schmitt giunge infatti ad una <strong>condanna definitiva dei parlamenti</strong>. Questi organi non sono in grado di garantire l’unità e l’identità, in quanto riflettono il pluralismo della società, un pluralismo che si esprime nella discussione, nella libertà di stampa, di espressione e di informazione. Insomma, Schmitt conduce <strong>un attacco frontale alle modalità discorsive della democrazia liberale</strong>. È dunque conseguente che la minoranza debba essere annullata e la sua posizione discordante ricondotta alla sua vera volontà, quella dell’unico popolo e dei suoi dominatori.<br />
La <strong>logica dominativa</strong>, necessaria per mantenere l’unità dell’unico popolo, si esprime al meglio in <strong>un sistema presidenziale</strong>, che individua una sola persona come guida – il <em>Führer</em> –, in grado di incarnare la volontà del popolo, che lo sceglie e lo conferma per acclamazione. Il presidente può assolvere il compito della decisione senza rimanere legato nelle pastoie delle procedure parlamentari.<br />
A questo modello A. oppone quello del più noto avversario intellettuale di Schmitt, <strong>Hans Kelsen</strong>, uno dei più grandi giuristi del Novecento. L’autore mette in rilievo una particolare concezione della democrazia – non l’unica – che emerge da alcune opere del giurista praghese. Per Kelsen, alla base di un corretto funzionamento democratico si pone il bilanciato rispetto dei valori di libertà e di uguaglianza: esso si concretizza nel confronto tra gli interessi di tutti che si ottiene attraverso la discussione. Il rischio di un dominio assoluto della maggioranza è dunque impedito dalla <strong>tutela costante dei diritti della minoranza</strong>, che si traduce nelle modalità di decisione: esattamente al contrario di quanto sostenuto da Schmitt, <strong>l’importante per Kelsen non è cosa si decide, ma come si decide</strong>.<br />
Una sede specificamente deputata alla definizione della decisione è <strong>il parlamento</strong>, in cui si deve rappresentare, per quanto possibile, il ventaglio delle posizioni politiche di una società complessa e pluralistica. È importante che il parlamento <strong>sia aperto quanto più possibile</strong>, altrimenti le forze sociali non rappresentate troverebbero altre forme di espressione ad esso esterne.<br />
L’assemblea politica democratica <strong>non è però il solo luogo del compromesso</strong>: in una democrazia strutturata esso si forma anche e soprattutto al di fuori del parlamento. Insomma, è il dialogo tra i gruppi della società civile a porre le basi per la composizione degli interessi contrastanti dei cittadini. Ed è attraverso questo confronto diffuso nella società, culminante nelle decisioni del parlamento, che avviene quell’integrazione politica, che Schmitt pretenderebbe di imporre con la forza.<br />
A. conclude il suo saggio sviluppando alcune considerazioni sulla presente crisi della democrazia: il fatto che alcuni caratteri del tipo identitario tracciato da Schmitt si possano ritrovare attualmente costituisce indubbiamente <strong>un sintomo di sofferenza</strong>. La questione dell’integrazione politica della comunità – che sta alla base della posizione estrema del giurista tedesco – è certo un problema reale, cui non si può però dare una risposta che tradisca i valori fondamentali della democrazia: non si può insomma delegare la presa di decisione ad un ‘capo’ in grado di incarnare la volontà di tutto il popolo. <strong>Il pluralismo delle nostre società va accolto come un dato preliminare, sulla base del quale deve essere costruita l’unità</strong>. Il cemento di questa unità è per A. il <strong>testo costituzionale, portatore dei valori fondamentali che devono essere quanto più estesamente condivisi dai membri della società</strong> e dalle forze politiche che essi esprimono. Il parlamento diventa un luogo elettivo del confronto tra tali forze condotto a partire dal quadro di valori definito dalla costituzione.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Questa posizione si accorda con quanto abbiamo scritto sulla democrazia negli ultimi due anni. La democrazia è per noi non solo forma, procedura, ma ha innanzi tutto una sostanza fatta di valori, che sono la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà e la partecipazione, i quali riguardano tutta la vita sociale e non solo determinati luoghi o momenti istituzionali: “in democrazia nessun fatto si sottrae alla politica”. In tal senso si può ad esempio integrare il quadro teorico presentato da A. con la proposta della democrazia nella vita quotidiana di Ginsborg, illustrata qualche tempo fa sul blog.<br />
Ora, è evidente che quanto sta accadendo negli ultimi anni e specie negli ultimi mesi in Italia va invece nella direzione della democrazia identitaria: in vari settori si spinge verso l’esclusione, l’omologazione, l’intolleranza del diverso (razziale, sessuale, politico), il disprezzo delle dinamiche parlamentari, il decisionismo assoluto (si ricordi il caso Englaro e le decisioni prese dal governo in aperta rottura della legalità costituzionale), l’insofferenza per la libertà di espressione, di stampa e di informazione. E tutto ciò accade sotto la <em>leadership</em> di un Presidente del Consiglio che crede di incarnare in sé – naturalmente all’ennesima potenza – la volontà degli italiani. Quelli che si oppongono alle sue scelte sono ‘anormali’ e vogliono il male del paese. Tutti i suoi comportamenti da quelli della politica estera a quelli privati – che, si badi, egli stesso ha reso in vario modo pubblici – confermano purtroppo l’idea di chi, qualche anno fa, sosteneva l’estraneità di Berlusconi alla democrazia liberale. Egli è purtroppo molto vicino alla pericolosa democrazia identitaria.</p>
<p align="right">E.R.</p>
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		<title>Lâ€™uccellino e le â€˜Bastiglieâ€™: la lenta conquista dei diritti umani</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Aug 2008 04:12:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La globalizzazione per noi]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[governo mondiale]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Indubbiamente, nonostante i suoi limiti, essa [La dichiarazione dei Diritti Umani] resta un punto fermo di grande importanza per l&#8217;impulso che ha dato alla protezione internazionale dei diritti dell&#8217;uomo. Essa ebbe tra l&#8217;altro il merito di formulare un concetto unitario e universalmente riconosciuto dei valori che dovevano essere difesi da tutti gli Stati nei loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/08/senzatitolo-arbusto-nella-pietra.jpg" title="senzatitolo (T. Watanabe).jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/08/senzatitolo-arbusto-nella-pietra.jpg" alt="senzatitolo (T. Watanabe).jpg" vspace="10" align="top" /></a>&#8220;Indubbiamente, nonostante i suoi limiti, essa [La dichiarazione dei Diritti Umani] resta un punto fermo di grande importanza per l&#8217;impulso che ha dato alla protezione internazionale dei diritti dell&#8217;uomo. Essa ebbe tra l&#8217;altro il merito di formulare un concetto unitario e universalmente riconosciuto dei valori che dovevano essere difesi da tutti gli Stati nei loro ordinamenti interni. Non si rivolse solo ai membri dell&#8217;ONU, ma a tutti gli Stati della comunitÃ  mondiale (Ã¨ per questo che, su proposta della Francia, a un certo punto si cambiÃ² la denominazione della Dichiarazione, da &#8216;internazionale&#8217; in &#8216;universale&#8217;). Grazie a essa la societÃ  degli Stati si Ã¨ sforzata di uscire gradualmente dagli anni bui in cui solo il dominio e la forza (gli eserciti, i cannoni e le navi da guerra) costituivano il parametro per giudicare l&#8217;importanza degli stati. La Dichiarazione ha favorito l&#8217;emergere &#8211; anche se tenue e impacciato &#8211; dell&#8217;individuo, all&#8217;interno di uno spazio prima riservato esclusivamente agli Stati sovrani. Essa ha messo in moto un processo irreversibile&#8221;.<span id="more-126"></span></p>
<p>Questâ€™anno ricorre non solo il sessantesimo anniversario della Costituzione italiana, ma anche quello dellâ€™approvazione della <a href="http://www.unhchr.ch/udhr/lang/itn.htm" title="Dichiarazione (testo in italiano)">Dichiarazione universale dei diritti dellâ€™uomo</a>. Cogliamo quindi lâ€™occasione per introdurre lâ€™argomento presentando il libro di un giurista esperto di diritto internazionale, Antonio Cassese: <em>I diritti umani oggi</em> (Roma-Bari 2005). C. vi ripercorre i processi e le vicende che condussero a tale conquista in seno alla neonata Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) nellâ€™immediato dopoguerra e illustra diffusamente il funzionamento delle istituzioni internazionali deputate alla salvaguardia dei diritti, le principali violazioni dei diritti umani (genocidio, tortura, terrorismo), i limiti e le prospettive di espansione dei valori connessi con la dignitÃ  umana sul piano mondiale e su quello regionale.</p>
<p>Proprio questi valori, che si erano in parte giÃ  tradotti in diritti durante la  Rivoluzione americana e durante quella francese alla fine del â€˜700, sono stati giuridicamente definiti nella Dichiarazione del 1948. Pur <strong>frutto di tanti compromessi tra tendenze e ideologie opposte</strong> â€“ iniziava proprio allora il confronto politico e militare tra Occidente e blocco socialista, la â€˜Guerra freddaâ€™ â€“, la Dichiarazione sanciva lâ€™emergere sul piano del diritto internazionale dellâ€™individuo, che fino ad allora non vi aveva contato nulla o quasi.<br />
I <strong>diritti</strong> affermati in questo testo sono molteplici: ci sono innanzi tutto (1) <strong>quelli strettamente connaturati alla persona</strong> (diritto alla vita, allâ€™uguaglianza, alla libertÃ , alla sicurezza); poi (2) <strong>quelli riguardanti lâ€™individuo nei suoi gruppi di riferimento significativi</strong> (diritto alla vita familiare e alla sua riservatezza, quello alla nazionalitÃ , quello alla proprietÃ , quello alla libertÃ  religiosa); quindi (3) <strong>quelli relativi ai diritti politici</strong> (diritto alla libertÃ  di pensiero e di riunione, diritto alla partecipazione attiva alle elezioni, al governo e allâ€™amministrazione); infine (4) <strong>i diritti connessi con gli ambiti economici e sociali</strong> (diritto al lavoro e ad unâ€™equa retribuzione, diritto al riposo, diritto allâ€™educazione, diritto allâ€™assistenza sanitaria).<br />
Questo ampio ventaglio di diritti fondamentali, appartenenti a tutti gli uomini, era cosÃ¬ <strong>affermato per la prima volta</strong>, ma <strong>la loro realizzazione era cosa ben diversa</strong>: non a caso si scelse il termine â€˜dichiarazioneâ€™ e non quello di â€˜convenzioneâ€™, in quanto si assumeva un impegno a conseguire tali valori senza costringersi in nessun vincolo giuridico forte. Ci vollero quasi venti anni (1966), perchÃ© dalla Dichiarazione del 1948 fossero elaborate due convenzioni, una riguardante i diritti civili e politici e lâ€™altra i diritti economici e sociali, che impegnavano maggiormente gli stati contraenti. GiÃ , perchÃ© <strong>sono gli stati le istituzioni che tuttora possono fare di piÃ¹</strong> per dare consistenza ai diritti umani: e ciÃ² si concretizza nellâ€™<strong>autolimitazione</strong>, in quanto, <strong>paradossalmente</strong>, <strong>sono gli stessi stati la minaccia piÃ¹ grave ai diritti umani</strong>. E questo non Ã¨ vero solo per quelli retti da regimi autoritari o dittatoriali, ma anche per quelli democratici: Ã¨ infatti la stessa struttura complessa delle formazioni politiche statuali a produrre come effetto piÃ¹ o meno intenzionale una compressione dei diritti degli individui.<br />
Gli <strong>organi internazionali</strong> deputati alla sorveglianza, alla tutela dei diritti umani e allâ€™eventuale azione di contrasto delle violazioni, sono ancora molto deboli, tanto che spesso sono delle <strong>strutture private metanazionali, le ONG</strong>, a svolgere fondamentali funzioni di monitoraggio, denuncia e sostegno (ad es.: <em>Amnesty international</em>, <em>Human Rights Watch</em>, comunitÃ  di Santâ€™Egidio). I piÃ¹ importanti organi internazionali sono per lo piÃ¹ collegati allâ€™ONU (ad es. <st1:personname productid="la Commissione" w:st="on">la  Commissione</st1:personname> per i diritti umani, il Comitato per i diritti dellâ€™uomo, lâ€™Alto Commissario per i diritti umani) oppure istituiti con Convenzioni riguardanti determinate regioni del pianeta.<br />
In questo ambito istituzionale, contraddistinto da una capacitÃ  di intervento relativamente scarsa, si distingue come un esempio particolarmente positivo la <strong>Corte europea dei diritti dellâ€™uomo</strong>, che ha sede a Strasburgo. Si tratta di un organo giurisdizionale â€“ cioÃ¨ che istruisce processi ed emette sentenze â€“, istituito da una <a href="http://conventions.coe.int/Treaty/ita/Treaties/Html/005.htm"><strong>Convenzione europea dei diritti dellâ€™uomo</strong></a> (1950), elaborata dal <strong>Consiglio di Europa </strong>(1949), unâ€™organizzazione di 46 paesi europei da non confondere con la successiva ComunitÃ  (Unione) Europea. La Corte europea Ã¨ in grado di procedere allâ€™accertamento dei fatti in seguito alle denunce dei cittadini e di pronunciare sentenze sulla base dei diritti enunciati nella Convenzione e della giurisprudenza (cioÃ¨ il complesso di decisioni e riflessioni giuridiche accumulatesi nel tempo intorno alla corte stessa). Il modello della Corte europea si Ã¨ rivelato vincente non solo per la base di valori democratici sottostante, ma soprattutto per il <strong>gradualismo che ha caratterizzato lâ€™estensione delle sue competenze</strong>: per C. Ã¨ proprio la strategia delle conquiste progressive ad essere la piÃ¹ remunerativa nella crescita delle istituzioni internazionali.<br />
Ma accanto al gradualismo deve essere anche rilevata la significativitÃ  dellâ€™azione su <strong>scala regionale</strong> (Europa, Americhe, paesi islamici, Estremo Oriente): Ã¨ infatti a questo livello che possono trovare <strong>unâ€™efficace applicazione i diritti umani affermati in maniera universale</strong>. A C. preme in questo senso sottolineare lâ€™esigenza di rispettare profondamente le culture e le loro differenti civiltÃ  giuridiche; culture che possono perÃ² trovare un accordo su <strong>un minimo comune denominatore di valori costitutivi della dignitÃ  umana: </strong>il diritto allâ€™alimentazione, al lavoro, ad un ambiente sano; il diritto alla vita, a non essere sottoposto a tortura, a non essere arrestato arbitrariamente, e a non subire discriminazioni.</p>
<p>La pluralitÃ  culturale delle societÃ  umane costituisce solo uno dei nodi problematici di questo codice dei diritti dellâ€™uomo che faticosamente, ma inesorabilmente si avvia verso unâ€™affermazione universale. Per sostenere questa avanzata, C. auspica certo il rafforzamento delle istituzioni internazionali (ad es. la costituzione di corti penali internazionali); un rafforzamento che, ricordiamo, anche Stiglitz propone sul versante economico (v. il post <em>Un mondo diverso Ã¨ possibile</em>). Ma lâ€™autore invita tutti quanti a fare uno sforzo per i diritti umani, fossâ€™anche minimo e donchisciottesco, quale quello dellâ€™uccellino che stava a terra con le zampe levate in aria per cercare di reggere il cielo che minacciava di cadere. Questo Ã¨ lâ€™atteggiamento con cui ogni cittadino puÃ² contribuire alla presa delle <strong>tante â€˜Bastiglieâ€™</strong> che ancora si oppongono alla tutela della dignitÃ  umana.<br />
E tra i tanti <strong>ostacoli</strong> cui C. accenna, vorrei ricordare non tanto quelli politici ed economici (che, come si sa, sono in via di aggravamento allâ€™inizio del secolo XXI), quanto uno specificamente filosofico: <strong>la concezione naturale dei diritti umani</strong>. In realtÃ , come la stessa storia umana mostra, essi non sono qualcosa di giÃ  dato, ma <strong>una lenta e purtroppo precaria conquista dellâ€™uomo sociale</strong>: lâ€™uomo naturale Ã¨ infatti portato istintivamente ad aggredire e sopraffare lâ€™altro e a mettere nelle migliori condizioni sÃ© e la sua prole. I diritti umani sono invece <strong>unâ€™acquisizione contro natura</strong> in nome della specifica dignitÃ  dellâ€™uomo, cui, per vie tanto diverse e tortuose e non senza bruschi arretramenti, tutte le diverse culture tendono.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>Apprendere la democrazia</title>
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		<pubDate>Fri, 09 May 2008 18:44:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione]]></category>
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		<description><![CDATA[Â 
&#8220;Pensando e ripensando, non trovo altro fondamento della democrazia che questo: il rispetto di sÃ©. La democrazia Ã¨ l&#8217;unica forma di reggimento politico che rispetta la mia dignitÃ , mi riconosce capace di discutere e decidere sulla mia vita pubblica. Tutti gli altri regimi non mi prestano questo riconoscimento, mi considerano indegno di autonomia fuori della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/05/apprenderelademocrazia.jpg" title="apprenderelademocrazia.jpg"><img src="http://www.attraversolospecchio.eu/wp-content/uploads/2008/05/apprenderelademocrazia.jpg" alt="apprenderelademocrazia.jpg" /></a>Â </p>
<p>&#8220;Pensando e ripensando, non trovo altro fondamento della democrazia che questo: il rispetto di sÃ©. La democrazia Ã¨ l&#8217;unica forma di reggimento politico che rispetta la mia dignitÃ , mi riconosce capace di discutere e decidere sulla mia vita pubblica. Tutti gli altri regimi non mi prestano questo riconoscimento, mi considerano indegno di autonomia fuori della cerchia delle mie relazioni puramente private e familiari. La democrazia Ã¨, tra tutti, l&#8217;unico regime che si basa sulla mia dignitÃ  in questa sfera piÃ¹ ampia.&#8221;<span id="more-95"></span></p>
<p>Per approfondire il discorso sulla democrazia come sistema politico e sui suoi valori ci rivolgiamo ad un breve testo, <em>Imparare democrazia</em> (Torino 2007), scritto da Gustavo Zagrebelsky, docente di diritto costituzionale presso l&#8217;UniversitÃ  di Torino, e giÃ  Presidente della Corte Costituzionale.<br />
Il fine di Z. Ã¨ quello di mettere in evidenza <strong>una lacuna preoccupante</strong> nel panorama politico contemporaneo: <strong>manca infatti una pedagogia democratica</strong>, cioÃ¨ un&#8217;educazione ai valori della democrazia che possa garantire la perpetuazione di questa forma di organizzazione della convivenza umana. A questa denuncia Z. accompagna perÃ² una prima proposta di elaborazione pedagogica: un decalogo di valori fondanti della democrazia.</p>
<p>L&#8217;assenza di un&#8217;educazione ai valori democratici Ã¨ un fatto preoccupante e per certi versi paradossale: nel momento del suo culmine, in un periodo cioÃ¨ in cui la democrazia, dopo secoli di disprezzo, Ã¨ assurta a <strong>metro piÃ¹ alto di valutazione etica e politica di azioni, rapporti e pensieri</strong>, si assiste alla sua crisi per la mancata conoscenza dei suoi valori da parte dei cittadini. Il grande successo del concetto di democrazia nella seconda metÃ  del secolo XX &#8211; tanto che l&#8217;impiego della parola risulta oggi talmente diffuso e banalizzato da farne diluire il significato &#8211; Ã¨ conseguenza della vittoria contro i regimi nazisti e fascisti della seconda guerra mondiale. Il <strong>valore simbolico e legittimante</strong> assunto da tale nozione ha fatto sÃ¬ che tutti cercassero di impadronirsene: ad es. anche la Repubblica Democratica Tedesca (Germania Est), che certo ben poco aveva di democratico. Nei paesi occidentali la vittoria diede comunque un forte impulso alla <strong>volontÃ  politica di dare effettivi poteri al popolo</strong>, garantendogli la libertÃ  di tutti i suoi membri nell&#8217;eguale partecipazione alla vita pubblica. Questi principi furono generalmente accolti e rifluirono in maniera esemplare nella <strong>costituzione italiana</strong>, uno dei frutti migliori di quella stagione politica. La Costituzione, che pure Ã¨ il fondamento primo della democrazia, non basta perÃ² in sÃ©, come non basta l&#8217;estensione massima di diritti politici ottenuta attraverso altre leggi: Ã¨ necessaria infatti una comunitÃ  di cittadini maturi, che non possono essere formati senza l&#8217;elaborazione e la propagazione di un&#8217;adeguata <strong>pedagogia democratica</strong>, la quale consenta una convinta adesione ai valori di libertÃ , uguaglianza e solidarietÃ . Un&#8217;adesione che metta in condizione di sostenere l&#8217;esercizio faticoso e dispendioso della democrazia, la cui preservazione costituisce una sfida costante all&#8217;individuo e alla comunitÃ .<br />
Per Z. l&#8217;assenza di una pedagogia democratica Ã¨ un fatto tanto piÃ¹ grave ora, in quanto i sistemi democratici occidentali stanno vivendo <strong>un periodo di difficoltÃ </strong> dovuto al crescente diffondersi di molti mali: l&#8217;apatia; il voto di scambio; l&#8217;assuefazione, che non favorisce una partecipazione consapevole e che genera pericolosi vuoti politici; l&#8217;andamento intermittente, per fiammate, del coinvolgimento politico dei cittadini, che porta soltanto a estemporanee contrapposizioni frontali. La tendenza Ã¨ quindi molto negativa ed Ã¨ necessario contrastarla, resistendo alle tentazioni di abdicare rispetto ai propri diritti di partecipazione pur di fronte a delusioni cocenti. Per lottare contro le patologie della democrazia, che oggi puÃ² assumere le forme degenerate della videocrazia (monopolizzazione dell&#8217;informazione), della plutocrazia (concentrazione del potere politico nelle mani di pochi detentori di smisurate ricchezze) e della cleptocrazia (concentrazione del potere nelle mani di chi ha accumulato ricchezze con attivitÃ  illecite), Z. propone un decalogo di valori e ideali, che qui riassumiamo.</p>
<ul>
<li>1. La <strong>fede esclusiva della democrazia nei propri valori</strong>, che si possono compendiare nell&#8217;uguale dignitÃ  di tutti gli esseri umani e nella loro uguale partecipazione alla vita politica; al tempo stesso la democrazia Ã¨ <strong>assolutamente relativistica</strong> rispetto a tutte le altre fedi.</li>
<li>2. La <strong>cura della personalitÃ  di ogni individuo</strong>, cui devono essere garantite le condizioni per l&#8217;espressione originale e progettuale di se stesso; solo in questo modo si puÃ² contrastare l&#8217;omologazione.</li>
<li>3. Lo <strong>spirito del dialogo</strong>, cioÃ¨ la ricerca costante della discussione insieme agli altri e del ragionamento comune.</li>
<li>4. Lo <strong>spirito dell&#8217;uguaglianza</strong>, che si esprime nell&#8217;isonomia, cioÃ¨ nell&#8217;uguaglianza di fronte alle leggi, e che contrasta il privilegio.</li>
<li>5. L&#8217;<strong>apertura</strong> <strong>verso le identitÃ  diverse</strong>: la democrazia Ã¨ infatti multi-identitaria, nel senso che rispetta tutte le identitÃ ; l&#8217;atteggiamento democratico non Ã¨ quello della tolleranza, in quanto la convivenza della diversitÃ  deve avvenire grazie ad un riconoscimento di diritti e non ad una benevola sopportazione da parteÂ della maggioranza.</li>
<li>6. La <strong>diffidenza verso le decisioni irrimediabili</strong>: tutte le decisioni sono dunque reversibili eccetto quelle che riguardano la democrazia stessa; da ciÃ² discende il contrasto valoriale della democrazia con la pena di morte e con la guerra.</li>
<li>7. <strong>L&#8217;atteggiamento sperimentale</strong> verso le decisioni prese, che devono essere continuamente verificate; ne consegue un costante apprendimento dalla valutazione critica delle proprie decisioni e azioni.</li>
<li>8. La <strong>coscienza costante della relativitÃ  di maggioranza e di minoranza</strong>: quest&#8217;ultima deve essere sempre pronta e disponibile a verificare la bontÃ  delle decisioni prese dalla maggioranza, che deve difenderle ma essere pronta a cambiarle.</li>
<li>9. L&#8217;<strong>atteggiamento di solidarietÃ </strong> nei confronti degli altri, da cui discende la disponibilitÃ  a dare per la democrazia qualcosa di sÃ©, specie il meglio di sÃ©.</li>
<li>10. La <strong>cura delle parole</strong> attraverso le quali deve essere condotto il dialogo: le parole devono essere precise e a basso tenore emotivo.</li>
</ul>
<p>Tale costellazione di valori raffigura una situazione ideale di cui Ã¨ facile constatare l&#8217;enorme distanza dalla nostra quotidianitÃ . Tuttavia non ci si puÃ² esimere da impegnarsi per la loro realizzazione, poichÃ© i pericoli evidenziati da Z. sono tutti presenti nelle democrazie occidentali e, in particolare, in Italia. Non Ã¨ un caso che nel nostro paese sia proprio l&#8217;impegno politico genuinamente democratico dei cittadini a germogliare con grande difficoltÃ ; anzi, se e quando si manifesta, Ã¨ soffocato con solerzia dall&#8217;Ã©lite politica e da quella dell&#8217;informazione.<br />
Imparare e praticare democrazia, specie in questo momento in cui le condizioni per apprenderla ed esercitarla sono meno favorevoli, sarebbe importante perchÃ© la tensione verso la realizzazione dei suoi valori ideali permetterebbe la soluzione di molti problemi concreti che affliggono la nostra societÃ . Un esempio per tutti: la questione della sicurezza, collegata sempre piÃ¹ con quella dell&#8217;immigrazione, verrebbe di molto ridimensionata dall&#8217;assunzione diffusa di questi valori da parte dei cittadini e dei politici. In particolare, il valore di multi-identitÃ  (5), costituito dal riconoscimento non solo dei diritti civili e politici, ma anche di quelli culturali, eviterebbe tante situazioni di ingiustizia, di contrasto, di esclusione, che sono le cause del crimine e dell&#8217;illegalitÃ . L&#8217;Italia Ã¨ molto insicura anche e soprattutto perchÃ© Ã¨ scarsamente democratica.<br />
Torneremo presto sulla questione della democrazia, trattando della costituzione italiana nel sessantesimo anniversario della sua entrata in vigore.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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		<title>La sfida dei valori</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 11:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenio</dc:creator>
				<category><![CDATA[La politica da Gramsci a Grillo]]></category>
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La sostanza storica della democrazia Ã¨ costituita da una serie di valori condivisi, alla cui salvaguardia poniamo una serie di procedure formali, variabili e perfezionabili. La condivisione, da intendersi come esito di una discussione aperta e paritaria tra interlocutori, discende dal riconoscimento preliminare, ereditato dalla nostra storia, dei principi di libertÃ , quella propria e quella [...]]]></description>
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<p>La sostanza storica della democrazia Ã¨ costituita da una serie di valori condivisi, alla cui salvaguardia poniamo una serie di procedure formali, variabili e perfezionabili. La condivisione, da intendersi come esito di una discussione aperta e paritaria tra interlocutori, discende dal riconoscimento preliminare, ereditato dalla nostra storia, dei principi di libertÃ , quella propria e quella altrui, che si limitano nel loro reciproco rispetto, e di uguaglianza, intesa come garanzia di condizioni paritarie di partecipazione alla discussione.<span id="more-77"></span></p>
<p>Ma i cittadini italiani sono un buon materiale per tentare un rinnovamento della democrazia? Quale Ã¨ la loro cultura civica, quali i valori e quale il grado di partecipazione politica? A questi interrogativi, che risolviamo spesso in maniera pregiudizialmente negativa, cerca di fornire una risposta circostanziata un libro, <em>La sfida dei valori. Rispetto delle regole e rispetto dei diritti in Italia </em>(Bologna 2004), pubblicato da una sociologa dellâ€™universitÃ  di Torino, Loredana Sciolla.</p>
<p>La S. si concentra proprio sulla cultura civica del nostro paese, presentando unâ€™articolata analisi i cui cardini sono: 1) la comparazione dellâ€™Italia con altri paesi europei e con gli USA; 2) la scomposizione della cultura civica in una serie di elementi costitutivi relativamente autonomi (fiducia, identitÃ , morale); 3) la distinzione tra varie aree della nostra penisola.<o:p></o:p><br />
La ricerca si avvia dalla constatazione di un paradosso riguardante la democrazia odierna: il suo rafforzamento va di pari passo con la sua crisi. Il cittadino contemporaneo sembra nutrire sfiducia nel funzionamento delle istituzioni politiche democratiche e ha cosÃ¬ maturato un atteggiamento di apatia nei loro confronti. Partendo dalla constatazione di questo diffuso malessere la S. si pone come obiettivo quello di offrire unâ€™analisi adeguata degli <strong>atteggiamenti degli italiani</strong> nei confronti dei valori civili e della partecipazione politica, che permetta di rivedere i luoghi comuni sedimentati non solo nellâ€™opinione, ma anche nella stessa ricerca. Per valutare in maniera adeguata la cultura civica italiana occorre quindi prendere in considerazione vari aspetti, che presento sinteticamente.Un indicatore di base della partecipazione Ã¨ certamente il <strong>tenersi informati</strong>: al riguardo lâ€™Italia appare piuttosto indietro rispetto ad altri paesi dellâ€™Europa settentrionale, ma Ã¨ sullo stesso livello di Francia e Spagna.<o:p></o:p><br />
Vi Ã¨ poi la <strong>partecipazione invisibile o latente</strong>, costituita dallâ€™interesse, anche emotivo, per la politica e dal coinvolgimento nelle discussioni: al riguardo si registra una diminuzione degli italiani che non parlano mai di politica.<br />
Seguono forme di <strong>partecipazione visibile</strong>, che possono essere <strong>moderate</strong> (legali) o <strong>radicali</strong>. La S. nota un generale aumento delle prime (ad es. firmare petizioni, partecipare ad una manifestazione o a un boicottaggio), anche in Italia.<br />
Per quanto riguarda il <strong>sostegno esplicito alla democrazia</strong>, la ricerca rileva la scarsa soddisfazione degli italiani per il funzionamento delle istituzioni e dei governi; nonostante ciÃ², essi accordano alla democrazia un alto valore.<br />
Anche dal punto di vista delle <strong>identitÃ </strong> in cui i cittadini si riconoscono, lâ€™Italia appare in linea con altri contesti: gli italiani non sono infatti piÃ¹ localisti o transnazionali (cioÃ¨ europeisti o cosmopoliti) di altri popoli.<br />
La S. rileva inoltre che il <strong>sistema di associazioni</strong> si Ã¨ molto esteso nel nostro paese: non siamo piÃ¹ arretrati da questo punto di vista e non risulta piÃ¹ valida lâ€™idea della mancanza di fiducia degli italiani al di fuori della cerchia di amici e parenti. <o:p></o:p><br />
Se la <strong>fiducia negli altri</strong>, che mettiamo in gioco nelle associazioni, Ã¨ in crescita, la <strong>fiducia nelle istituzioni </strong>Ã¨ in calo. La S. mostra come questo secondo atteggiamento sia diverso dal primo in quanto consiste in un <strong>â€˜confidareâ€™</strong>, cioÃ¨ in un rimettersi ad altri senza alternative, senza possibilitÃ  di scegliere: ed Ã¨ in questo ambito che una reiterata delusione per il funzionamento delle istituzioni ha provocato un distacco dei cittadini.<br />
Si giunge quindi ad una valutazione degli atteggiamenti etici di fronte alla dimensione pubblica. Partendo dal presupposto che sono in atto processi generali di individualizzazione e di pluralizzazione che mettono in crisi i valori tradizionali, si puÃ² tuttavia rilevare un fenomeno peculiare dellâ€™Italia degli ultimi 20-25 anni: <strong>la ripresa della religione</strong>, che Ã¨ un dato in controtendenza rispetto a tutti gli altri paesi occidentali. Tale ripresa si manifesta in una â€œreligione di chiesaâ€, cioÃ¨ orientata alle pratiche di culto, che delinea un vero e proprio processo di <strong>de-secolarizzazione</strong>. Non câ€™Ã¨ nulla di male in sÃ© in questa tendenza (che ci porta verso i livelli di religiositÃ  statunitensi), senonchÃ© essa si accompagna ad altri elementi meno condivisibili sul piano dei valori democratici: sintomatico (e in controtendenza anche rispetto agli USA) Ã¨ il crescente disconoscimento della possibilitÃ  di emancipazione femminile dai ruoli tradizionali. E questo Ã¨ solo un aspetto di una <strong>moralitÃ  </strong>italiana<strong> tradizionale e conformistica</strong>, che si alimenta di questa nuova spinta religiosa.<br />
La S. distingue nella morale civica due dimensioni: la prima Ã¨ il <strong>civismo</strong>, riguardante la disapprovazione dei comportamenti che possono arrecare danni allâ€™interesse pubblico; la seconda Ã¨ il <strong>libertarismo</strong> <strong>morale</strong>, riguardante i diritti della persona e la sua libertÃ  di scelta. In Italia, nel complesso, la prima dimensione Ã¨ abbastanza condivisa, mentre la seconda Ã¨ piuttosto depressa: offriamo cosÃ¬ un quadro opposto a quello francese; mentre in Spagna si raggiunge un alto livello in entrambe le dimensioni. Il tipo umano piÃ¹ diffuso in Italia e negli USA Ã¨ allora quello dellâ€™â€œ<strong>integrista civico</strong>â€, attento alla dimensione dei comportamenti pubblici e meno a quello della libertÃ ; in Spagna, invece, si realizza la massima integrazione delle due dimensioni nel tipo umano del â€œ<strong>libertario civico</strong>â€.<br />
Questi caratteri generali vanno poi specificati nelle singole aree regionali italiane che presentano caratteri culturali diversi. Sono distinti un nord-ovest, una â€˜zona biancaâ€™ (nord-est), una â€˜zona rossaâ€™ (centro-nord), un centro-sud, un sud (con le isole). La S. nota innanzitutto un <strong>aumento delle appartenenze locali</strong>, che si rilevano anche in zone dove prima non erano accentuate. Lâ€™associazionismo, generalmente in crescita, risulta particolarmente forte nelle zone â€˜biancaâ€™ e â€˜rossaâ€™; tuttavia, la fiducia negli altri che esso implica non si trasferisce nelle istituzioni. Questâ€™ultima â€“ contrariamente a quello che comunemente si pensa â€“ appare piÃ¹ alta al Sud che al Nord-Ovest del paese, solitamente considerato piÃ¹ civico: la S. interpreta questo dato come il risultato del minore individualismo presente nel Meridione e della sua maggiore dipendenza dallâ€™intervento pubblico. <o:p></o:p><br />
Tra i risultati delle analisi condotte su un campione selezionato di cittÃ  (Torino, Milano, Modena, Vicenza, Teramo, Caltanissetta) si puÃ² sottolineare il fatto che, dal punto di vista morale, Modena ha il modello piÃ¹ equilibrato, caratterizzato da comportamenti rispettosi della sfera pubblica e dalla difesa dellâ€™autodeterminazione individuale.<span> </span>In sintesi: la situazione italiana non appare troppo diversa da quella di altri paesi europei e, nonostante le differenze regionali, Ã¨ caratterizzata da linee di tendenze comuni o comunque convergenti. La fiducia negli altri (tanto importante anche per lâ€™economia) e il civismo (che appare un atteggiamento introiettato) sono certamente due buone basi di partenza per un ulteriore sviluppo democratico. Conforta anche il fatto che le identitÃ  localiste, pur accentuandosi non siano nÃ© un nostro difetto, nÃ©, in fondo, un ostacolo. Se la scarsa fiducia nelle istituzioni Ã¨ comprensibile, vista loro inefficienza â€“ per cui si veda la ricerca di Carboni presentata nel post sulla â€˜panpoliticaâ€™ â€“, meno accettabile risulta il basso livello di libertarismo, cioÃ¨ di rispetto per la sfera decisionale altrui. CiÃ² corrisponde in fondo alla nostra morale convenzionale, tradizionale, che spesso si traduce in un conformismo esteriore. Ãˆ in questo senso che la desecolarizzazione puÃ² essere preoccupante in quanto configurerebbe un ripiegamento probabilmente causato dalle gravi delusioni politiche degli anni â€™80-â€™90.<o:p></o:p><br />
Torneremo ad approfondire singoli aspetti della cultura civica italiana nei prossimi post.</p>
<p align="right">E. R.</p>
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